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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 53 (Nuova Serie), ottobre 2019

Leonardo Sciascia

Abstract

A 30 anni dalla scomparsa, ricordiamo Leonardo Sciascia, scrittore e deputato che ha attraversato e raccontato il nostro dopoguerra senza mai sottrarsi alla critica del potere e del conformismo. Una voce che, partendo dalla sua Sicilia, è giunta alla fine degli anni Settanta a Montecitorio: ne tratteggiamo una breve biografia, concentrandoci poi sull'attività parlamentare e su alcuni dei testi che la precedono.

1. Cenni biografici

2. Sciascia in Parlamento

3. Dentro le opere

4. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

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1. Cenni biografici

Leonardo Sciascia nasce l'8 gennaio 1921 a Racalmuto, in provincia di Agrigento. Trasferitosi con la famiglia a Caltanissetta nel 1935, vi frequenta l'istituto magistrale. Infastidito sin da bambino dalle cerimonie imposte ai giovani "balilla", Sciascia si discosta progressivamente dal fascismo:

Ho avuto tre periodi di lunga e greve insonnia nella mia vita, e due contrassegnati da avvenimenti storici: la fucilazione di Schirru e, più tardi, il patto di non aggressione tra la Russia di Stalin e la Germania di Hitler... Il fatto che la pena di morte ci fosse anche in paesi non fascisti, allora non ne feci conto. In Italia non c'era: e Mussolini l'aveva messa. Ciò mi portò a guardar meglio dentro il fascismo, a intravedere tutto quello che nel fascismo c'era contro la libertà, contro la dignità. Fu un processo lento, contraddittorio, inavvertito...

(Sciascia 1990, p. 9)

Dal 1941 al 1948 lavora presso l'Ufficio per l'ammasso del grano di Racalmuto; come egli stesso ammette, infatti, preferisce un lavoro impiegatizio all'insegnamento:

Perché nasconderlo? Se ho scelto di fare il maestro, oltre a evidenti motivi economici (i miei genitori non avevano i mezzi di mantenermi all'università, e quindi ho dovuto scegliere studi rapidi e remunerativi), è stato anche per il piacere, o il gusto, di restare al paese. Non avevo una particolare vocazione all'insegnamento, dato che per temperamento sono poco portato alla comunicazione, e quando ho dovuto scegliere tra fare il maestro o l'impiegato all'UFFICIO DELL'AMMASSO del grano, ho optato per quest'ultimo, cosa che rivela i limiti precisi della mia vocazione. Nel 1948, però, con l'abolizione del razionamento, l'UFFICIO DELL'AMMASSO è stato chiuso, e allora ho fatto il concorso per insegnare.

(Ivi, p. 23)

Già da diversi anni scrive articoli di critica letteraria per quotidiani e riviste: nel 1949 fonda a Caltanissetta il periodico "Galleria", intorno alla libreria editrice di Salvatore Sciascia, entrando in contatto con gli ambienti intellettuali nazionali.

Nel 1950 pubblica presso l'editore romano Bardi, con l'aiuto del poeta e critico romano Mario dell'Arco (pseudonimo di Mario Fagiolo), il suo primo libro, Favole della dittatura: la recensione di questo libro da parte di Pier Paolo Pasolini sul quotidiano "La libertà d'Italia" segna l'inizio di una lunga amicizia. A sugellare questo "triangolo letterario" sarà la pubblicazione, a cura di Sciascia e con la prefazione di Pasolini, dell'antologia Il fiore della poesia romanesca: Belli, Pascarella, Trilussa, Dell'Arco (Caltanissetta, Salvatore Sciascia 1952); quest'ultimo segue inoltre la pubblicazione della prima e unica raccolta di poesie di Sciascia: La Sicilia, il suo cuore (Roma, Bardi 1952).

A metà degli anni Cinquanta Sciascia estende le sue collaborazioni a quotidiani e riviste letterarie di ogni parte d'Italia, sui quali continua a scrivere con assiduità: dal quotidiano palermitano "L'Ora" a riviste quali "Nuovi argomenti"; pubblica inoltre la monografia: Pirandello e il Pirandellismo. Palermo, S. Sciascia 1953.

Al netto delle opere uscite all'inizio del decennio, Sciascia indica come prima opera della sua attività di scrittore il volume Le parrocchie di Regalpetra (Bari, Laterza 1956); nel frattempo avvia la collaborazione con la casa editrice Einaudi di Torino e l'amicizia con Italo Calvino, che per anni sarà il primo lettore delle sue opere: per i tipi dell'Einaudi pubblicherà il primo romanzo, Il giorno della civetta (1961), il romanzo storico Il Consiglio d'Egitto (1963), la pièce teatrale L'onorevole (1965) e il romanzo A ciascuno il suo (1966).

Nell'agosto del 1967 si trasferisce a Palermo, dove risiederà per il resto della vita, fatti salvi i periodi di vacanza estiva presso la città natale, Racalmuto, luogo di rielaborazione e di scrittura (si veda Sciascia 1979, p. 71-72).

Nel febbraio del 1969 viene chiamato a collaborare al "Corriere della sera" dal neodirettore Giovanni Spadolini: alcuni articoli sono confluiti nella raccolta La corda pazza. Scrittori e cose della Sicilia (Torino, Einaudi 1970).

Si intensifica dagli anni Settanta l'attività di scrittura: in pensione dall'insegnamento, Sciascia contribuisce alla nascita della casa editrice Sellerio, per cui pubblica nel 1971 Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, con cui continua a collaborare intensamente; viene assunto al "Giornale di Sicilia" come praticante (non darà mai l'esame di giornalista professionista); collabora con il quotidiano "La Stampa", seguendo Spadolini al termine del mandato direttivo al "Corriere della sera".

L'indipendenza ideologica, già presente in tutti i suoi scritti, si riflette anche sul piano politico: partecipa nel 1974 attivamente alla campagna per il "no" al referendum sul divorzio e nel 1975 viene eletto al Consiglio comunale di Palermo come indipendente nella lista del PCI: si dimette nel 1977, suscitando la reazione dei gruppi dirigenti del PCI.

Escono in questi anni: Il contesto. Una parodia (Torino, Einaudi 1971), Todo modo (Torino, Einaudi 1974), La scomparsa di Majorana (Torino, Einaudi 1975), I pugnalatori (Torino, Einaudi 1976), Candido ovvero Un sogno fatto in Sicilia (Torino 1977).

Il rapimento e l'assassinio di Aldo Moro colpiscono profondamente Sciascia, che pubblica, a distanza di pochi mesi, L'affaire Moro (Palermo, Sellerio 1978), pamphlet inizialmente destinato a un giornale francese. Nel maggio del 1979 si candida con il Partito radicale sia alla Camera che al Parlamento europeo e così risponde alla domanda sulle motivazioni che lo hanno spinto a farlo:

Hemingway diceva: «non scrivo io i libri, sono i libri che scrivono me». Parodiando: non io ho deciso di candidarmi nel Partito radicale, ma i libri che ho scritto in questi ultimi anni. E principalmente quello che apparentemente si può considerare il meno politico di tutti: La scomparsa di Majorana.

[...] Se gettiamo appena un'occhiata sulle scuole, sugli ospedali, sui trasporti, sulla polizia, sull'amministrazione della giustizia, sulle industrie di stato, sulle biblioteche, sui musei e su ogni cosa che ha a che fare con lo stato, lo sgomento ci prende. E da un tale sgomento possiamo cominciare ad uscire soltanto diventando un po' conservatori, tornando a ripercorrere la catena fino ad arrivare all'anello che non tiene. L'unico modo di essere rivoluzionari, è quello di essere un po' conservatori.

[...] Alla sua ultima domanda, in questo momento posso soltanto così rispondere: sto per andare a vedere. Con molta diffidenza, con tanto scetticismo: ma bisogna vedere.

(Sciascia 1990, p. 133)

Risultato eletto in entrambe le competizioni, Sciascia opta per la Camera dei deputati e diviene membro della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla strage di Via Fani, sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia: la sua Relazione di minoranza a conclusione dei lavori della Commissione accompagnerà le ristampe de L'Affaire Moro.

Continua, intensa, l'attività pubblicistica e quella letteraria: escono negli anni Ottanta Cruciverba (Torino, Einaudi 1983), Occhio di capra (Torino, Einaudi 1984), Per un ritratto dello scrittore da giovane (Palermo, Sellerio 1985), La strega e il capitano (Milano, Bompiani 1986), Porte aperte (Milano, Adelphi 1987).

Molti dei suoi romanzi e racconti sono stati utilizzati negli anni come soggetti per la realizzazione di film per il cinema e la TV: da A ciascuno il suo di Elio Petri (1967) a Il Consiglio d'Egitto di Emidio Greco (2002), passando per Porte aperte di Gianni Amelio (1990).

In diverse occasioni gli articoli di Sciascia scatenano polemiche nel mondo politico letterario: volle raccoglierle nella raccolta, pubblicata postuma, A futura memoria (se la memoria ha un futuro) (Milano Bompiani 1989).

Muore a Palermo il 20 novembre 1989, giorno in cui giunge in libreria Una storia semplice (Milano, Adelphi 1989).

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2. Sciascia in Parlamento

Nel 1975 Sciascia accetta l'invito di Achille Occhetto, segretario regionale del PCI siciliano, e dell'amico Renato Guttuso a candidarsi come indipendente per quel partito al Consiglio comunale di Palermo (sul rapporto tra Sciascia e il Partito Comunista si possono consultare i volumi di Emanuele Macaluso 2010 e dello stesso Sciascia 1979, p. 89-133). La decisione matura sull'onda della vittoria del recente Referendum sul divorzio, in cui Sciascia si era impegnato a fianco del PCI:

«Credo [...] che l'esito del referendum sul divorzio abbia dato alla Sicilia una diversa, più libera e aperta, coscienza di sé. Dopotutto, non siamo quella vandea che credevamo di essere: questo, credo, pensano oggi tanti siciliani, o magari l'avvertono senza pensarlo. Ciò non toglie che ancora ci sia quella costante della storia siciliana, di chi vuole che tutto cambi per non cambiare nulla. Ma a volte capita, a chi giuoca, di dover stare al giuoco, nel giuoco, fino all'ultimo: e da perdente».

(Sandro Meccoli, Sciascia e il potere, "Corriere della sera", domenica 1 giugno 1975, p. 3)

L'esperienza però sarà molto breve: già dal 1976 Sciascia dà segnali di insofferenza sia per le modalità di svolgimento delle sedute del Consiglio, che iniziano sempre in ritardo e si rivelano nei fatti inconcludenti, sia per la mancanza di quella «opposizione decisa e coraggiosa» che si aspettava del partito (Sciascia 1990, p. 99-101), cosicché all'inizio del 1977 presenta le sue dimissioni.

Due anni dopo accetta la candidatura, sempre come indipendente, nelle liste del Partito Radicale di Marco Pannella, sia alla Camera dei deputati che al Parlamento europeo. In un'intervista con Walter Tobagi (Walter Tobagi, Leonardo Sciascia: «Sono un eretico», "Corriere della sera", 11 maggio 1979, p. 4), Sciascia racconta che il principale motivo per cui ha accettato la proposta di Pannella è la necessità di ricercare la verità e il partito radicale rappresenta «[...] la rottura dell'omertà, della compromissione, della mafia. La gente è assetata di verità». Definendosi «candidato della sinistra eretica», Sciascia va in Parlamento per «gettare l'occhio sui misteri italiani. Capire, e [...] capire fa tutt'uno col denunciare. Entrare nella commissione d'inchiesta per Moro».

Il deputato Sciascia fa parte, oltre che della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla strage di Via Fani, sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia, dell'XI Commissione (agricoltura e foreste) e della Commissione parlamentare sul fenomeno della mafia.

Come membro della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla strage di Via Fani, sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia rivolge domande durante le audizioni di Giulio Andreotti e Francesco Cossiga, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Eleonora Moro, Benigno Zaccagnini e Enrico Berlinguer e, come già ricordato, scrive, da solo, la sua Relazione di minoranza.

Non molto numerosi sono stati i suoi interventi nell'aula di Montecitorio, che però sono ricordati come brevi e soprattutto pronunciati nel silenzio più assoluto. Il primo intervento si svolge durante il dibattito per la fiducia al nuovo governo guidato da Francesco Cossiga il 10 agosto 1979. Partecipa alla discussione sul fenomeno mafioso in aula (Mozioni e interpellanze concernenti il fenomeno della mafia) in due occasioni: il 26 febbraio 1980 e il 6 marzo 1980.

Il 23 luglio 1980 prende la parola durante la discussione - in seduta comune - della relazione della Commissione parlamentare per i procedimenti di accusa nei confronti del Presidente del Consiglio Francesco Cossiga. In ultimo, interviene nel corso dello svolgimento delle interrogazioni urgenti sull'uccisione del magistrato Giangiacomo Ciaccio Montalto il 27 gennaio 1983.

Intenso negli anni della legislatura è - come di consueto - l'impegno sui temi di attualità, che in questo periodo si esplica anche attraverso gli interventi a Radio Radicale, specialmente in occasione della vicenda Tortora (per un quadro d'insieme di quegli anni si possono consultare Maori 1995, Palazzolo 2004 e Camilleri 2009), nel segno di una continua richiesta di verità:

E l'intellettuale, lo scrittore - fuori o dentro il Parlamento - che cosa deve fare? «Opporsi al potere. La condizione ideale, in fondo, è quella che Voltaire descriveva parlando di D'Alambert: inviso ai figli d'Ignazio ma detestato anche dai nipoti di Calvino». - Come traduce questo ideale nella sua esperienza di questi giorni? «Se le critiche arrivassero da una parte sola, avrei qualche dubbio. Ma quando gli attacchi mi vengono da tutte e due le parti, sia dalla DC che dal PCI hanno un effetto corroborante: vuol dire proprio che sono nel giusto». Insomma: Sciascia è un eretico che ha pure il gusto dell'eresia.

(W. Tobagi, cit.)

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3. Dentro le opere

Sin dagli esordi, la scrittura di Sciascia si occupa del rapporto tra uomini e potere, dunque propriamente di politica, e di quella siciliana in particolare: Le parrocchie di Regalpetra racconta, in prima persona, di un paese che non esiste, ma che somiglia a tanti paesi della Sicilia (si veda Sciascia 1959, p. 5-7), della sua storia dalla metà circa del Seicento fino alle elezioni regionali siciliane. Il rapporto degli abitanti del paese, e della Sicilia in generale, con la politica è spiegato nella premessa all'ultimo capitolo, relativo alle elezioni regionali:

Il parlamentino non gode buona popolarità in Sicilia: le masse popolari lo ignorano, soltanto nei periodi della battaglia elettorale la rivelazione che a Palermo siede un'Assemblea che può fare e disfare le leggi porta in loro una certa passione, e la valutazione appassionata di quello che si è fatto e che non si è fatto, di quello che si dovrebbe fare; il ceto medio recisamente non ammette la funzione e l'utilità dell'Assemblea e del Governo regionale, giudica che tutto si risolve in una costosa scimmiottatura del Parlamento nazionale e del Governo centrale, una trovata messa su per dar modo a novanta persone di fregiarsi del titolo di onorevole e goderne stipendi e vantaggi.

Diversa dalla valutazione degli elettori è quella degli eletti, gli amministratori locali, rappresentati in questo caso dall'ingombrante presenza sull'isola del Partito della democrazia cristiana:

Vanno fanatici dell'Assemblea e del Governo della Regione i sindaci democristiani dei Comuni siciliani, sempre aperta alle loro inchieste è la burocrazia regionale, lavori pubblici e assistenza sempre ottiene un sindaco democristiano, ben altra esperienza un sindaco comunista è costretto a fare dietro le porte chiuse degli assessorati regionali: e questo, che in paesi di sicura democrazia sarebbe fatto impensabile, o almeno scandalosissimo, qui diventa argomento di gran forza nella propaganda capillare degli attivisti democristiani. Dicono costoro - lo vedete quel che succede ai Comuni amministrati dai comunisti? Manco un soldo vedono! Se non votate per noi non avrete un metro di fognatura né strade né cantieri-scuola - e la gente conviene che è vero, davvero così vanno le cose. Altre categorie incondizionatamente favorevoli all'Ente Regione sono quelle degli industriali appaltatori fornitori ecc.; le persone di buon senso, disposte ad ammettere che, bene o male, il Governo regionale a qualcosa serve, non sono molte.

(Sciascia 1956, p. 159-160)

Pubblicato nel 1961 Il giorno della civetta rappresenta il fenomeno mafioso nel suo passaggio dal dominio delle campagne al dominio delle città, ma soprattutto, come lo stesso Sciascia ebbe a dire nell'Avvertenza all'edizione del romanzo nella collana "Letture per la scuola media" di Einaudi (1972), «la mafia era, ed è, altra cosa: un "sistema" che in Sicilia contiene e muove gli interessi economici e di potere di una classe che approssimativamente possiamo dire borghese; e non sorge e si sviluppa nel "vuoto" dello Stato (cioè quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole o manca) ma "dentro" lo Stato. La mafia insomma altro non è che una borghesia parassitaria, una borghesia che non imprende ma soltanto sfrutta.» (Sciascia 1993, p.4)

Quando due appartenenti a una cosca vengono inviati a Roma a perorare la causa dei loro capi, la distanza tra la capitale e la Sicilia sembra stemperare la gravità delle accuse:

Brutta situazione: ma vista da Roma, in quest'ora che pareva ricreare la città nella felice aerea libertà di una bolla di sapone, luminosa, iridata dei colori delle donne e delle vetrine, quei mandati di cattura parevano salire, leggeri come aquiloni, a far carosello in cima alla colonna antonina.

Era quasi l'ora. I due si infilarono nel sottopassaggio: e nel flusso variopinto fatto più vivido dalla cruda luce fluorescente delle vetrine, coi loro cappotti scuri, le facce nere come quella del santo patrono di S., i segni del lutto, il silenzioso linguaggio di gomitate reciproche e occhiate esclamative con cui si segnalavano e salutavano il passaggio delle belle donne, col loro andare di prescia, colpivano per un momento l'attenzione della gente. I più li credevano agenti di questura che stessero inseguendo un borsaiolo; ed erano invece, insieme, un pezzo di questione meridionale.

I due ottengono dal politico di riferimento il biglietto per assistere alla seduta a Montecitorio, seduta in cui il Governo deve rispondere a un'interrogazione proprio sull'ordine pubblico in Sicilia:

Gli uscieri della Camera li squadrarono con diffidenza, si passarono i loro biglietti, chiesero le carte d'identità; poi li invitarono a togliersi i cappotti. Finalmente furono accompagnati a un palco, proprio come un palco da teatro: ma la sala non somigliava a un teatro, vi si affacciarono come dall'orlo di un enorme imbuto: e sotto un cupo liquido formicaio. La luce era quella che al loro paese annunciava certi temporali: quando le nuvole, spinte dal vento del Sahara, raccogliendosi in un lento ribollire, filtravano luce di sabbia e d'acqua; una curiosa luce, che dava alle cose una superficie di raso.

Prima che sinistra, centro e destra si rapprendessero, da astratti concetti che nella loro mente erano, nella concreta topografia della Camera e nelle facce più note, ci volle un po' di tempo. Quando la faccia di Togliatti apparve da dietro un giornale, seppero di avere di fronte la sinistra. Girarono, con la lenta precisione di un compasso, lo sguardo verso il centro: segnarono di un indugio la faccia di Nenni, quella di Fanfani; ed ecco l'onorevole cui dovevano lo spettacolo, pareva li stesse guardando e gli fecero un cenno di saluto con la mano: ma l'onorevole non se ne accorse, chi sa cosa stava guardando coi suoi pensieri.

(Ivi, p. 119-121)

Nel 1965 Sciascia scrive L'Onorevole, dramma in tre atti, in cui un giovane professore cede alle insistenti richieste dei notabili della città di candidarsi al Parlamento nel 1948; non ne è entusiasta, ma, dice: «davvero abbiamo diritto di lamentarcene se poi ce ne stiamo in disparte, se non tentiamo di mutarne gli effetti dal di dentro, con partecipazione attiva, con impegno?» (Sciascia 1965, p.25).

La seconda parte si apre sulla nuova casa dell'onorevole, nel giorno in cui ottiene i risultati della sua seconda vittoria alle elezioni politiche. Nelle sue parole il rapporto con i potenti locali:

Io, quando mi sono presentato la prima volta, nel quarantotto, nei riguardi di don Giovannino ero prevenuto. Quando sono andato al suo paese, l'ho anche trattato male. Ho posto un aut aut a quelli del direttivo locale: se don Giovannino sale in palco con me, io non parlo. E don Giovannino, poveretto, è rimasto giù. Per di più, nel discorso, ho detto chiaro e tondo che i voti dei mafiosi non li volevo. E credete che don Giovannino si sia offeso? Neanche per sogno. Alla fine del comizio mi si è avvicinato e mi ha detto: «professore, io il mio voto glielo debbo dare; perché non sono un mafioso e lei, glielo voglio dire, parla di mafia solo per conoscenza di libri». E debbo riconoscere che aveva ragione.

(Ivi, p. 29)

Assunta, la moglie del professore, mostra però segni di insofferenza per la nuova condizione della famiglia, insofferenza che nessuno capisce, e che lei cerca di spiegare così al monsignore inviato dal resto della famiglia a verificare il suo stato di salute:

[...] ma il fatto è che, dal momento in cui mio marito è diventato deputato, qui, in ciascuno di noi, si è verificata una corruzione, un disfacimento delle idee, dei sentimenti... E sa che mi viene di pensare? Che la nostra storia, la storia della nostra famiglia, sia come il simbolo di una corruzione più vasta, di un più grande disfacimento...

(Ivi, p. 50)

La commedia, o, come premesso dallo stesso Sciascia, lo «sketch», si disgrega nelle ultime scene, diventando uno scherzo: entra in scena uno schermo su cui si proietta la scena dall'ultimo Festival di Venezia con l'onorevole e la moglie in passerella.

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4. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

Nell'articolo sono citati per esteso solo i testi non compresi nel percorso bibliografico. Leonardo Sciascia. Percorso bibliografico nelle collezioni del Polo Bibliotecario Parlamentare.

Si suggerisce inoltre la ricerca nelle banche dati consultabili dalle postazioni pubbliche delle due biblioteche.

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