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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 52 (Nuova Serie), agosto 2019

Intervento di Giulio Giorello

Continuiamo nel nostro "Speciale" del 2018 a dare spazio al seminario dedicato, su impulso del Sen. Zavoli, già Presidente della Commissione per la Biblioteca e l'Archivio Storico, al tema: Scienza e umanesimo, un'alleanza?. Dopo aver ospitato gli interventi di Pietro Greco e di Mario Morcellini, riportiamo qui l'intervento di Giulio Giorello, che ha concluso la terza sessione del seminario.

Giulio Giorello insegna Filosofia della scienza presso l'Università degli studi di Milano. Si è occupato di storia della scienza e storia delle matematiche per poi concentrarsi anche sulle tematiche del cambiamento scientifico e delle relazioni tra scienza, etica e politica.

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Care amiche e cari amici, non aspettatevi che in un discorso conclusivo io voglia dare un quadro generale ed esaustivo di tutti i problemi qui affrontati e proporre magari una serie di soluzioni, perché sarebbe superiore alle mie forze. Però, ci sono alcuni temi che sono emersi ieri e in questa vivace mattina, che mi pare valga la pena riprendere. Anche perché constato una presenza cospicua di giovani che sono entrati nel mondo della scuola di cui si è parlato; alcuni di loro sceglieranno poi un cammino universitario, e si vedrà in che direzione si vorranno rivolgere. C'è un punto che mi ha colpito e ha colpito anche un maestro e amico come Franco Ferrarotti: quando si contrappone umanesimo e scienza, spesso non si tiene conto del fatto che la scienza è nel tempo cambiata profondamente e rapidamente. Pure sull'umanesimo molto si potrebbe dire; ma vorrei immediatamente arrivare a un esempio. Se uno legge L'origine delle specie di Charles Darwin, troverà insieme il piacere della raccolta dei fatti e quello della formulazione delle ipotesi che dovrebbero spiegarli, riducendo l'arbitrario delle morfologie osservate. Nel finale del libro (1859; cito dalla traduzione italiana di Luciana Fratini, condotta per Boringhieri nel 1967 sulla sesta edizione inglese, 1872) dopo aver ripreso e approfondito il tema della lotta per l'esistenza, l'autore concludeva:

Dalla guerra della natura, dalla carestia e dalla morte, direttamente deriva il più alto risultato che si possa concepire, cioè la produzione di animali superiori. Vi è qualcosa di grandioso in questa concezione della vita, con le sue diverse forze, originariamente impresse dal Creatore in poche forme, o in una forma sola; e nel fatto che, mentre il nostro pianeta ha continuato a ruotare secondo l'immutabile legge della gravità, da un così semplice inizio innumerevoli forme, bellissime e meravigliose, si sono evolute e continuano a evolversi.

Come notava nella sua Introduzione a quella versione italiana Giuseppe Montalenti, il capolavoro darwiniano «suscita la riflessione, ed è inesauribile motivo di studio e incitamento alla ricerca». Quello della vita è un mondo che ha una storia. E 'storia' vuol dire 'tempo'. Le forme che via via appaiono sono, per dirla con un grandissimo filosofo che è una delle passioni mie, Giordano Bruno, sono «figlie del tempo». Questo constatava empiricamente e scientificamente Darwin. Ma se andiamo a vedere gli sviluppi della fisica, in particolare della cosmologia, a partire dalla relatività einsteiniana (alludo soprattutto alla relatività generale), noi ci rendiamo conto che questa dimensione della storia è entrata profondamente anche nei modelli del cosmo che vengono offerti via via da questa teoria; certo, il cosmo presentato nel 1917 da Albert Einstein era un cosmo 'statico'; per altro, un punto di riferimento assai importante per i rapporti tra filosofia e fisica, come mise bene in luce il fisico ed epistemologo Moritz Schlick, il futuro creatore del Circolo di Vienna. Però, questa era solo una delle possibili linee di ricerca. Non molto dopo, nei primi anni Venti un notevolissimo matematico e fisico che si chiamava Aleksandr Fridman mostrò che erano possibili 'soluzioni dinamiche' delle equazioni di Einstein. Per dirla in maniera intuitiva: qualcosa che descriveva un universo in evoluzione, che poteva essere o in perpetua espansione, o magari avrebbe avuto un periodo di espansione, e poi di contrazione. Comunque, sempre un universo dinamico. Quindi, anche il cosmo ha una storia. E tutto questo è stato espresso in scambi di idee in cui i protagonisti affiancavano rivoluzioni nella scienza della vita, rivoluzioni nella scienza del cosmo e 'rivoluzioni politiche' (come quelle che il loro paese, la Russia, aveva conosciuto in modo drammatico nei mesi tra il febbraio e il novembre del 1917).

Ho citato tutto ciò non certo per sminuire il geniale contributo successivo di Georges Lemaître, che è una delle personalità scientifiche più interessanti e geniali del Novecento, e nemmeno per ridurre la portata del modello che i detrattori chiamarono polemicamente Big Ben, quando viene presentato da George Gamow. Si è trattato di una direzione di ricerca che ha avuto successo! Qui è interessante far vedere come due aree di indagine, il cosmo e la vita, conoscano 'l'irruzione della storia', siano appunto «figlie del tempo». Cito Bruno anche per simpatia e solidarietà con Aldo Masullo; ma c'è anche un altro aspetto che vorrei ricordare, un aspetto che riguarda il mondo non delle galassie, ma il mondo delle particelle elementari. O meglio, riguarda alcune delle speculazioni legate alla meccanica quantistica negli anni Venti del Novecento. In particolare, voi sapete che Werner Heisenberg produsse in quel periodo un celebre principio che ci dice che il prodotto dell'incertezza nella quantità di moto e dell'incertezza nella posizione è sempre maggiore di un numero molto piccolo ma diverso da zero. Il che vuol dire che non possiamo determinare 'insieme'con assoluta precisione quantità di moto (e dunque velocità) e posizione di una particella. In un Paese che Heisenberg aveva frequentato assai e volentieri, in Danimarca, più precisamente a Copenaghen, Niels Bohr aveva profondamente meditato sulla portata di tale principio, cominciando a elaborare la concezione che doveva prendere corpo formalmente in un intervento del 1927, dedicato a quella che ha chiamato «l'idea della complementarità». A detta di Bohr quantità di moto e posizione di una particella sono grandezze complementari; se ne determiniamo una con precisione, si ha un'incertezza ineliminabile per fissare l'altra. Il principio di complementarità, per Bohr, non si fermava a questo caso; per esempio, basti pensare alla scelta se vogliamo avere una descrizione 'ondulatoria' della luce e della materia o invece una descrizione 'corpuscolare' della luce e della materia. La complementarità non è contraddizione: detto intuitivamente, contraddizione si avrebbe se mettiamo tutto insieme; ma se si sta attenti a non farlo, niente contraddizione. È sempre Bohr che lo scrive in alcuni dei suoi saggi che ricostruiscono la storia di come ha compiuto le sue scoperte e che sono stati presentati in un volume dal titolo Teoria dell'atomo e conoscenza umana (pubblicato in Italia nel 1961, dall'editore Paolo Boringhieri di Torino). Bohr è morto l'anno seguente (1962); il libro è stato ristampato proprio in questi giorni (Mimesis, Milano e Udine) e non ha perso nulla della sua sorprendente lucidità. «Era mio desiderio […] sottolineare con tutte le mie forze quanto profondamente le nuove conoscenze abbiano scosso le basi della formazione dei concetti sui quali riposa non solo la rappresentazione classica della fisica, ma anche il nostro abituale modo di pensare». Così leggiamo nel Capitolo 15 del volume (che riprende un contributo del giugno 1929 in onore di Max Planck). E a me ha fatto tornare alla memoria una battuta cara al mio maestro e amico Ludovico Geymonat, per cui «la libertà è anzitutto libertà di cambiare» idee e forme di vita.

C'è un aspetto che Bohr amava sottolineare, di continuo tornando sull'argomento: quando noi facciamo misure e poi dalle misure traiamo fuori i numeri, e infine mettiamo dentro i numeri negli algoritmi, quando facciamo quest'opera di matematizzazione della natura, noi realizziamo al tempo stesso una 'umanizzazione della natura', perché è proprio così che l'essere umano rende a sé stesso comprensibili i processi naturali. Come aveva osservato Bohr già in un contributo del 1925 (Capitolo 13 del volume citato)

I fisici potranno forse a prima vista rammaricarsi della necessità di ammettere questa forte limitazione dei nostri usuali mezzi di rappresentazione intuitiva nello studio dei problemi dell'atomo. Questo rammarico dovrà, però, cedere alla riconoscenza per la matematica, che anche in questo campo ci offre gli strumenti per aprirci la via verso nuovi progressi.

Misura, numeri, calcoli… e aggiungo un aspetto di cui spesso non si parla: la matematica sa fare autocritica con una chiarezza di cui constato ben pochi corrispondenti nella pratica filosofica. È tale chiarezza che ci fa vedere quali siano i limiti degli algoritmi, i loro limiti intrinseci. In altri termini, è bene conoscere anche quello che 'non è calcolabile'(stando alle definizioni di 'calcolabilità' che sono state introdotte a livello formale, e che si sono mostrate tra loro equivalenti). Allora questa è davvero una congiunzione di scienza e umanesimo, dal punto di vista di un umanesimo che è espresso direttamente dai ricercatori. Non solo sono d'accordo con Masullo quando dice: «Attenzione, questa contrapposizione di umanesimo e di scienza, come se fossero in un conflitto, è dovuta a cause reali anche pericolose, ma esterne all'umanesimo e alla scienza»; ma soprattutto voglio notare che la scienza, dopo Einstein (1916-17) e soprattutto dopo Bohr (1913 per il modello atomico, 1927 per il principio di corrispondenza), non è più quella scienza 'deterministica' che ci aveva consegnato una battuta di Pierre-Simon de Laplace, quando diceva che «un'intelligenza che conosca le condizioni di un processo in un certo istante di tempo ne conoscerà sia il futuro sia il passato». Laplace era, del resto, ben consapevole che, siccome noi non siamo Dio, ci conviene utilizzare per le nostre falle intellettuali, per la nostra ignoranza, il 'calcolo delle probabilità'. E Laplace era aperto a tutto un settore molto importante dell'applicazione di tale calcolo, sia nelle scienze cosiddette dure, sia nelle scienze chiamate 'umane'. Detto questo, vorrei tornare alla concezione di Bohr. Che è una concezione che rende umana la scienza, non la scienza di quattro secoli fa, ma la scienza dopo i suoi stessi contributi. Anche Bohr ci offre un momento di autocritica dentro la scienza. Quando Einstein lo ammoniva di stare attento che la sua concezione aveva bisogno di un nuovo apparato concettuale ben funzionante, perché la meccanica quantistica era soltanto una prima approssimazione, Bohr rispondeva: «Noi, per approntare gli esperimenti macroscopici che, però, ci servono per studiare il mondo microfisico, dobbiamo ricorrere anche alle 'rovine' della scienza precedente». «Rovine» è proprio il termine di Bohr, e a me viene in mente la bella immagine della Torre di Babele! Le rovine della Torre sono quelle nozioni che Bohr riteneva opportuno utilizzare, perché si potessero fare esperienze per studiare gli aspetti complementari che sono nella realtà. Quindi, Bohr in questo era realista: considerava la complementarità una dote del nostro pensiero, ma anche una struttura del mondo in cui noi ci troviamo a vivere.

Io non credo che tutto quello che ha scritto Niels Bohr sia da accettare come se fosse un dogma, anche perché, quando lo definivano «il padre dell'interpretazione ortodossa della nuova meccanica», lui, che ben conosceva il valore di differenti approcci, come quell di un Dirac, o di uno Schrödinger, amava rispondere che «ortodossia ed eterodossia non sono termini che vanno usati nella scienza!»

Ancora un ultimo accenno: come è stato detto anche in questo nostro dibattito, quando c'è un'équipe di scienziati che lavora sulla microfisica o sulla macrofisica, qualche filosofo lì non ci starebbe male. È un'idea che secondo me è bella e giusta. Era un'opinione già sostenuta nel 1898 da Antonio Labriola. E su questa esigenza Benedetto Croce era d'accordo. Si aspettavano che le autorità accademiche o politiche italiane agissero in tale direzione. Gli anni sono passati, l'indicazione di Labriola non è stata seguita, i corsi di laurea in filosofia restano in genere confinati nelle Facoltà di Lettere. (C'è qualche filosofo che si trova tra i biologi, come Telmo Pievani all'Università di Padova; e in qualche dipartimento di matematica o di fisica ci sono cattedre di logica, storia della scienza, storia della matematica, storia della fisica, oppure di filosofia della fisica). Ebbene, io penso che Labriola avesse pienamente ragione e che la ricerca scientifica possa essere stimolata da alcune domande filosofiche; viceversa, le conquiste scientifiche spiegano ai filosofi come dovrebbero seriamente impegnarsi, perché è inutile che continuino a parlarci di essere e nulla, se non sanno come l'essere è fatto, cioè se non conoscono la fisica o la biologia. E per questo ritengo che avesse ragione il teologo Pietro Coda, quando ha fatto un riferimento alla 'fede' della religione e alla 'fiducia' che hanno gli scienziati nelle loro teorie, sostenendo che non necessariamente ci debba essere un dogmatico contrasto tra l'una e l'altra. Sono d'accordo con quello che ha detto il presidente Francesco Paolo Casavola: i tempi del dogmatismo non è che sono finiti, perché il dogmatismo è come la stupidità, cioè tende sempre a rinascere; però, grazie a una concezione 'libera' (dico libera, non 'liberale') dell'impresa scientifica, possiamo nutrire qualche speranza di evitare le trappole dei dogmatici. Per congedarmi dai miei ascoltatori e lettori, mi servirò ancora una volta delle parole di Bohr, che chiudeva quel suo volume richiamando «la necessità di una revisione continua dei presupposti […] per conservare alla scienza […] bellezza e armonia». Grazie a tutti voi.

[Testo rivisto dall'autore]

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