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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 53 (Nuova Serie), ottobre 2019

Mario Luzi

Abstract

Nato all'inizio della Grande Guerra, Luzi ha attraversato tre quarti del Novecento, rispecchiando nella sua poliedrica opera di poeta, docente, critico, drammaturgo e traduttore, una lucida immersione nella realtà di volta in volta attraversata poeticamente: l'approdo pochi mesi prima della sua morte al Senato sembra essere un naturale coronamento di una vita spesa nell'impegno civile. A partire dai dati della sua biografia, si proporrà una scelta di testi, come ormai consuetudine in questa rubrica.

foto nello studio1. Vita e poesia

2. Luzi e il Senato

3. Dentro le opere

4. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

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1. Vita e poesia

Mario Luzi nasce il 20 ottobre 1914 a Castello, frazione di Sesto Fiorentino, dove frequenta le scuole elementari: si trasferisce con la famiglia prima a Siena e poi a Firenze, dove completa gli studi presso il liceo classico Galilei.

Iscrittosi in un primo momento alla facoltà di Giurisprudenza, si trasferisce presto a quella di Lettere dell'Università di Firenze: comincia così la frequentazione del Caffé San Marco, sulla piazza antistante l'Università, con quelli che saranno gli amici di una vita, da Carlo Bo a Oreste Macrì, da Piero Bigongiari a Piero Bargellini a Romano Bilenchi. Collabora e prende contatti con le riviste dell'epoca, Solaria, L'Italia letteraria, Il Frontespizio. Pubblica alcune note di critica letteraria, d'arte e di cinema e le prime poesie su Il Ferruccio (1933-35), rivista pistoiese curata da Braccio Agnoletti.

La barca, primo libro di poesie, esce per Guanda nell'autunno 1935 in 300 esemplari. Si laurea nel 1936 con una tesi su Mauriac pubblicata nel 1938 sempre da Guanda con il titolo L'opium chrétien.

Dal 1937 frequenta a Firenze presso il Caffè delle Giubbe Rosse il gruppo attorno a Eugenio Montale, con Aldo Palazzeschi, Carlo Emilio Gadda, Alfonso Gatto, Tommaso Landolfi, Alessandro Bonsanti ed Elio Vittorini. Nuovi amici anche il coetaneo Alessandro Parronchi e il pittore Ottone Rosai, per cui scrisse nel Bargello il suo primo pezzo di critica d'arte; collabora anche a Letteratura e, dal 1938, a Campo di Marte e alla milanese Corrente.

Insegnante a Massa nel 1937, dal 1938 al 1940 insegna latino e storia all'istituto magistrale di Parma. Nel 1940 pubblica per Vallecchi (Firenze) Avvento notturno, raccolta poetica che lo accredita tra i poeti più rilevanti dell'ermetismo [si può vedere ed ascoltare in proposito l'autoritratto su RAI Letteratura: http://www.letteratura.rai.it/embed/mario-luzi-autoritratto/25828/default.aspx].

Riformato per motivi di salute, dal dicembre del 1941 frequenta a Roma, distaccato presso Il libro italiano (rassegna bibliografica curata dai ministeri dell'Educazione nazionale e della Cultura popolare), Pratolini, Gadda, Calamandrei e Giorgio Caproni. Nel 1942 sposa a Firenze Elena Monaci, con la quale, alla caduta di Mussolini, ripara in Valdarno: nel 1943 nasce il loro figlio Gianni. Nello stesso anno è il poeta più giovane ad essere inserito nell'antologia di Luciano Ancheschi, Lirici nuovi.

Nel dopoguerra insegna al Liceo Scientifico "Leonardo da Vinci" insieme a Lanfranco Caretti e Eugenio Garin, continuando il lavoro di critico su varie testate quotidiane e periodiche, di traduttore (dall'inglese e dal francese) e di poeta: le opere pubblicate negli anni Cinquanta incontrarono il favore della critica confermato da diversi premi (il "Carducci" nel 1952 con Primizie del deserto ed il "Marzotto" nel 1957 con Onore del vero).

Dal 1955 insegna Lingua e cultura francese nella facoltà di Scienze Politiche "Cesare Alfieri" di Firenze; dai primi anni Sessanta, invitato dal rettore Bo come docente ai corsi estivi di perfezionamento, collabora con l'Università di Urbino.

Pubblica con Garzanti nel 1959 l'antologia L'idea simbolista e l'anno seguente la silloge Il giusto della vita dedicato alla memoria della madre. Durante gli anni Sessanta collabora con diversi quotidiani, recensendo ad esempio quello che viene definito il "boom" della letteratura ispano americana per il "Corriere della Sera" e in seguito per il "Giornale" di Indro Montanelli.

Incaricato di letterature comparate al magistero dell'Università di Urbino (1972-81), vince il concorso per l'ordinariato di letteratura francese al magistero di Firenze (1981-82), poi al Cesare Alfieri (fino al pensionamento nel 1989), dove aveva sempre mantenuto l'incarico.

L'attività di poeta e traduttore lo porta ad appassionarsi anche di teatro, un'attività che lo accompagnerà per tutta la vita. Le sue opere, tradotte in diverse lingue, sono molto note all'estero, dove viene frequentemente invitato.

A partire dagli anni Novanta si fanno più frequenti gli interventi di stampo politico: dal 1991, anno della prima guerra del Golfo, esprime fermamente il proprio dissenso al ritorno alla pratica armata da parte delle grandi potenze, avviando un esplicito impegno civile che si radicherà sempre più. Nel 1996, in occasione delle elezioni politiche, si schiera pubblicamente a favore dell'Ulivo, nel mezzo di quella crisi che lui stesso definisce in un'intervista a Eugenio Manca:

Le ideologie sono morte sì, ma ecco che già avanza l'ideologia di una nuova grettezza. E in questa sospensione d'autorità, nello sgretolarsi dello Stato, nel parapiglia generale, nel chiudersi dentro il proprio particulare, io vedo lo spazio per suggestioni autoritarie. Non mi riferisco tanto a uomini o forze in "agguato", quanto a quella "internazionale del potere" fatta di mafie, di narcodollari, di crimine, di grandi e oscuri capitali, la quale tende a sovrastare e condizionare la stessa azione dei governi nazionali. Uno stato allo sbando è tanto più esposto al rischio di essere eterodiretto.

(Rottami e maschere riempiono la scena, "L'Unità", 12 febbraio 1996, pag. 2).

La sua presenza sulla stampa quotidiana (specialmente "Corriere della Sera" e "L'Unità"), con articoli, note e poesie di occasione civile, si intensifica negli anni Novanta e proseguirà fino alla fine.

Nel maggio del 1999 è estensore del documento di protesta Svegliati Europa umiliata, esci dalla follia sanguinaria pubblicato sul "Manifesto" il 23 maggio contro la guerra della NATO in Serbia, sottoscritto da numerosi scrittori e intellettuali europei, da Harold Pinter a Rafael Alberti, da Carlo Bo a Fernanda Pivano. Nello stesso anno, Papa Giovanni Paolo II gli chiede di comporre un testo per la Via Crucis. Nel decennale dell'omicidio di Don Giuseppe Puglisi compone il testo teatrale Il fiore del dolore, messo in scena da Pietro Carriglio al Teatro Biondo di Palermo nel marzo 2003.

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2. Luzi e il Senato

Il 14 ottobre 2004, a pochi giorni dal suo novantesimo compleanno, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nomina Mario Luzi senatore a vita per gli altissimi meriti nel campo letterario ed artistico: ne dà comunicazione il Presidente del Senato nella seduta pomeridiana n. 677 del 19 ottobre. Membro del Gruppo Misto, assegnato alla Commissione Affari Costituzionali, non farà in tempo a parlare nell'aula del Senato: si spegne infatti nella sua casa di Firenze il 28 febbraio 2005.

Il Presidente del Senato Marcello Pera, in occasione della commemorazione del poeta in aula, dispone di allegare al resoconto della seduta antimeridiana n. 750 del 1° marzo 2005 il saluto che Mario Luzi avrebbe voluto pronunciare in aula e che consegnò nelle mani del Presidente stesso. L'intervento del Senatore Malabarba ci dà la misura della serietà con cui Luzi intendeva portare avanti il suo compito al Senato, nonostante l'età avanzata:

[...] Non parlammo di poesia, signor Presidente, ma volle sapere del funzionamento del Senato perché mi disse di essere stato nominato senatore e di non poter mancare ai suoi doveri parlamentari.

Appartenendo al Gruppo Misto, fu assegnato alla Commissione affari costituzionali e, sapendo che era in discussione un'importante riforma, si voleva attrezzare per dare il suo contributo, contributo che non arrivò perché fu colpito da un malanno, della qual cosa si crucciò, sostenendo che un parlamentare non può stare a casa.

(Senato della Repubblica, Assemblea, Resoconto stenografico, XIV legislatura, 750° seduta (ant.), 01 marzo 2005, pag. 4)

Già nel discorso, come abbiamo accennato, preparato ma mai letto in Aula, era d'altronde presente la coscienza di dover affrontare un incarico non semplice a fianco di illustri predecessori:

Signor Presidente e onorevoli colleghi, sento di dovere un ringraziamento dal profondo del cuore a quanti, e sono molti, si sono adoperati per questa nomina che mi onora superlativamente.

Con pubbliche petizioni sottoscritte da molti cittadini famosi o oscuri, con appelli radio e giornalistici si è prodotta una mozione di simpatia più diffusa di quanto potessi aspettarmi. A tutti indistintamente un saluto riconoscente nella speranza di non deludere completamente l'aspettativa.

Con particolare affetto e devozione rivolgo il pensiero al Presidente della Repubblica che mi ha ritenuto degno di sedere in questo seggio. Misuro infatti l'altezza dell'onore fattomi dalla statura culturale e civile di coloro, senatori a vita, che mi siedono accanto e di coloro che da epoche lontane hanno occupato un posto in questo consesso. La lista dei nomi ai quali il mio va ad aggiungersi è impressionante e mi fa dubitare di essere vittima di un abbaglio.

No, non è un abbaglio, devo convincermi, e dunque io siedo veramente dove hanno seduto Manzoni, Carducci, Croce, Montale, ma anche Garibaldi, Verdi e Verga.

La storia dell'Italia è salita fin qua, e addirittura qua è stata fatta. Il che è avvenuto non infrequentemente. L'istituzione ha un grande prestigio e ha, allo stesso tempo, una parte incisiva e determinante nella vita politica nazionale. Mi permetto di insistere su questo vocabolo che voglio sia inteso nella pienezza che le aspirazioni delle tribolate e appassionate vicende risorgimentali e postrisorgimentali gli hanno dato, senza diminuzioni palesi o surrettizie.

Non sono un uomo di parte, né di partito e spero neppure di partito preso.

Sono qui, suppongo, al di là dei miei meriti, non dico a rappresentare, ma almeno a significare un lato della nostra realtà troppo spesso trascurato e maltrattato, quando dovrebbe essere privilegiato e sostenuto in tutte le sue manifestazioni di splendore e di bisogno. È il settore, ma dispiace chiamarlo così, della cultura e dell'arte, della loro storia, dei loro documenti e monumenti, della loro attualità.

Non sono un uomo di parte, dicevo, sono però un uomo di pace e tutto quanto si fa per promuoverne e assecondarne il processo e la durata lo considero sacrosanto, inclusa qualche inopportunità, qualche errore controproducente perdonabile con la buonafede.

Non devo dire molto di più su me stesso se non confermarmi nell'atavico sentimento comune a tutti gli uomini della mia generazione e di quelle antecedenti alla mia che l'Italia è un grande Paese in fieri, come le sue cattedrali. Lo è secolarmente, non discende da una potestà di fatto come altre nazioni europee, viene da lontani movimenti sussultori fino alla vulcanicità dell'Otto e del Novecento. La nazione si unisce e ascende a se stessa, la sanzione di quella ascesa è lo stato, per il quale penso si debbano avere, data la nostra storia, speciali riguardi. Revolution e amelioration possono equamente curarlo, ma tradirlo e spregiarlo non dovrebbe essere consentito a nessuno. Con questi pensieri e convincimenti mi associo a questo illustre consesso.

(Ivi, all. B, pag. 19)

In occasione del centenario della nascita l'Aula del Senato ha voluto commemorare il Senatore a vita Mario Luzi, nella seduta n. 200 del 4 marzo 2014, e nell'ottobre del 2015, a 10 anni dalla scomparsa, la Presidenza del Senato ha organizzato un incontro presso la Sala Capitolare della Biblioteca, visibile sul sito del Senato http://webtv.senato.it/webtveventi_lq?video_evento=2084 (nella pagina del Presidente il discorso di Pietro Grasso).

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3. Dentro le opere

Della ricchissima produzione di Luzi, che, come abbiamo visto, spazia dalla poesia alla critica letteraria, dal giornalismo al teatro, abbiamo scelto due testi che, in qualche modo, ci sembra rappresentino la sua concezione della letteratura come chiave privilegiata di comprensione della realtà.

Rispondendo ad una domanda sul clima storico e politico della Firenze degli anni Trenta di Giorgio Tabanelli, Luzi ricostruisce le tappe della nascita dell'ermetismo:

Noi vivevamo la realtà del fascismo con disagio e rifiuto. L'insoddisfazione era totale. Questa insoddisfazione e questo rifiuto non erano solo di carattere politico ma direi anche storico. La cultura, il pensiero laico e religioso erano in qualche modo pervasi negativamente, erano come impregnati dalla chiusura. [...]

La poesia di Montale e Ungaretti, soprattutto di Montale, comincia proprio dal rifiuto, dal «no». A questo rifiuto mi sono contrapposto fin dal principio, d'istinto, proprio perché mi è sempre sembrato che l'esperienza del mondo fosse una cosa da farsi [...].

Vita e realtà a quel tempo erano distanti fra di loro. C'era una sorta di opposizione fra questi due termini. Non potevamo accettarla. E quindi, riprendendo le mie parole di allora, direi che «la scommessa del poeta era quella di lanciare - in un certo senso - l'esca molto al di là del cerchio della realtà storica per andare a riprenderla al limite del comprensibile e così di lanciare la parola al punto estremo del suo significato». Da qui nacque l'esigenza di concentrare nella parola la creazione del mondo. Era questo, in fondo, lo slancio vitale: la parola come mistica, come delirio di sintesi e di espressività assoluta. La creazione poetica avveniva come fossimo in uno stato frebbricitante e di allucinazione. L'ermetismo, in fondo, è questo.

(Luzi 2014b, pp. 20-21)

L'impegno civile percorre tutta la vita del poeta, che è dentro la storia: un impegno che attraverso due terzi del Novecento giunge fino a noi, risoluto nel rifiuto della guerra, come la poesia scritta in occasione dell'attacco al World Trade Center dell'11 settembre 2001:

Dimettete la vostra alterigia

sorelle di opulenza gemelle di dominanza,

cessate di torreggiare

nel lutto e nel compianto

dopo il crollo e la voragine,

dopo lo scempio.

Vi ha una fede sanguinosa

in un attimo ridotte a niente.

Sia umile e dolente,

non sia furibondo

lo strazio dell'ecatombe.

Si sono mescolati

in quella frenesia di morte

dell'estremo affronto i sangui,

l'arabo, l'ebreo,

il cristiano, l'indio.

E ora vi richiamerà

qualcuno ai vostri fasti.

Risorgete, risorgete,

non più torri, ma steli,

gigli di preghiera.

Avvenga per desiderio

di pace. Di pace vera.

(Luzi 2014d, p. 695)

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4. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

Nell'articolo sono citati per esteso solo i testi non compresi nel percorso bibliografico.

Mario Luzi. Percorso bibliografico nelle collezioni della Biblioteca del Senato.

Si suggerisce inoltre la ricerca nelle collezioni della Biblioteca della Camera e nelle banche dati consultabili dalle postazioni pubbliche delle due biblioteche.

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