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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 53 (Nuova Serie), ottobre 2019

Per una geografia storico-economica. La Germania (Parte seconda: dall'unificazione nazionale alla Repubblica di Weimar)

Abstract

Raggiunta l'unificazione politica, la Germania dovette affrontare una fase congiunturale di crisi, superata la quale, però, fu protagonista d'uno sviluppo che la portò nel volgere d'un trentennio a strappare alla Gran Bretagna il ruolo di nazione europea maggiormente industrializzata. Tale sviluppo si fondò sull'adozione delle tecnologie della seconda rivoluzione industriale, la quale consentì il sorgere di produzioni innovative in ambito meccanico, elettrico e chimico. La prima guerra mondiale pose tuttavia termine a questa fase espansiva, procurando perdite umane, distruzioni di strutture produttive e una situazione di disordine finanziario che penalizzarono grandemente il paese negli anni del conflitto e anche nel periodo successivo.

banconota1. La politica economica del governo imperiale

2. La crisi degli anni settanta

3. La conquista del primato industriale

4. L'organizzazione dell'industria

5. Le conseguenze della guerra e dell'inflazione post-bellica

6. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

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1. La politica economica del governo imperiale

L'unificazione politica della Germania, avvenuta nel 1871, portò alla costituzione d'un governo imperiale dotato di ampi poteri in materia economica. Borelli (2011) rileva difatti come esso avesse il potere di fissare tariffe doganali, negoziare trattati commerciali con altri paesi e riscuotere imposte indirette, nonché come ad esso facesse capo la politica monetaria. La presenza di questo nuovo centro di potere, sovrastante i governi dei singoli stati, rese possibile il completamento dell'unificazione economica del paese, che aveva avuto inizio con la costituzione dello Zollverein. Nel 1873 fu infatti realizzata l'unificazione valutaria, mentre nel 1875 fu creata una banca nazionale con diritto (sia pure non esclusivo) di emettere moneta. Sempre negli anni settanta ebbe inizio la nazionalizzazione delle imprese private attive nel trasporto ferroviario, funzionale a ridurre l'elevato grado di frammentazione connotante tale comparto, che si ripercuoteva negativamente sui traffici interni. Il decennio successivo vide la fondazione di colonie in Africa e nel Pacifico, tramite la quale il governo mirò a procurare alle industrie nazionali nuovi sbocchi commerciali e fonti di rifornimento di materie prime, come pure l'istituzione d'una serie di tutele per i lavoratori (assicurazioni contro le malattie e contro gli infortuni, pensioni per invalidità e vecchiaia), che per questa via Bismarck - lo statista prussiano che dopo avere realizzato l'unificazione fu per un ventennio a capo del governo imperiale - tentò di sottrarre all'influenza del nascente movimento socialista.

Un altro aspetto qualificante del governo nazionale tedesco fu rappresentato dalla sua politica doganale. Come rileva Kemp (1997), inizialmente l'orientamento di Bismark fu solo moderatamente protezionista, ma nel 1879 questa linea di condotta fu abbandonata in favore dell'adozione di elevati dazi doganali. A determinare tale svolta furono le pressioni congiunte degli industriali e degli agrari, generate dalla necessità che gli uni e gli altri avevano di difendersi rispettivamente dalla concorrenza dei più competitivi manufatti inglesi e da quella dei cereali extraeuropei dal basso prezzo di vendita. Sempre Kemp (1997) sottolinea anche l'impegno governativo nella diffusione dell'istruzione tecnica e scientifica, che pure risultò d'aiuto allo sviluppo dell'industria.

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2. La crisi degli anni settanta

Il raggiungimento dell'unità politica coincise con l'apertura d'un periodo di difficoltà economiche destinato a protrarsi per un decennio. Nel ricercare l'origine di questa crisi, Strumer (1993) analizza separatamente il settore agricolo e quello industriale, rinvenendo cause specifiche operanti in ciascuno di essi. Secondo tale autore, l'agricoltura scontò la crescita delle importazioni di cereali russi e statunitensi, i cui bassi prezzi posero fuori mercato le produzioni locali. La crisi dell'industria costituì invece l'inevitabile conseguenza dell'eccesso di investimenti che aveva caratterizzato il periodo 1869-73, nel quale la disponibilità di credito a buon mercato aveva suscitato un'espansione delle iniziative imprenditoriali slegata dalla dinamica della domanda. Nondimeno, già in questa fase di crisi cominciarono a stabilirsi le condizioni che avrebbero reso possibile il forte sviluppo di cui la Germania avrebbe beneficiato a partire dagli anni ottanta: in quel periodo ebbero infatti inizio non soltanto l'attività del governo imperiale, la quale come abbiamo visto prese importanti decisioni in materia economica, ma anche un processo di ristrutturazione del sistema produttivo che ne accrebbe le potenzialità di crescita. Difatti la crisi suscitò o quantomeno rese più evidente una tendenza alla concentrazione proprietaria delle imprese, in quanto le aziende di taglia inferiore ebbero minori possibilità di resistere nel nuovo contesto sfavorevole e perciò in molti casi furono assorbite da quelle più grandi. Questa tendenza, destinata a protrarsi nel tempo, consentì il sorgere di gruppi di dimensioni progressivamente maggiori, con evidenti ricadute positive dal punto di vista della solidità finanziaria dell'apparato industriale.

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3. La conquista del primato industriale

Negli anni ottanta la crisi lasciò il posto a una nuova espansione, destinata a fare della Germania la prima potenza industriale del continente. Secondo Cameron e Neal (2005) il sorpasso sul Regno Unito, culla della prima rivoluzione industriale, alla vigilia della grande guerra era ormai stato compiuto. A parere di questi stessi autori la capacità dell'industria tedesca di svilupparsi a ritmo più intenso rispetto a quella britannica, che rese possibile tale sorpasso, dipese proprio dal fatto che la Germania s'incamminò sulla strada dell'industrializzazione in ritardo rispetto al Regno Unito: ciò infatti consentì ai suoi imprenditori di adottare da subito le tecnologie più avanzate disponibili, mentre quelli britannici furono trattenuti dal fare lo stesso dalla necessità di ammortizzare gli investimenti che avevano già compiuto in passato per dotarsi delle attrezzature di cui all'epoca disponevano. Il peso di tale fattore fu sicuramente esaltato dal fatto che all'epoca, come abbiamo spiegato in un precedente articolo, il progresso tecnico-scientifico consentì un profondo rinnovamento dell'industria (passato alla storia come "seconda rivoluzione industriale"), facendo sorgere nuovi ambiti di attività e nuove produzioni in quelli già esistenti. In un simile contesto, la più accentuata propensione degli imprenditori tedeschi ad avvalersi delle nuove tecnologie dovette procurare loro un notevole vantaggio.

Il peso preponderante assunto nel processo d'industrializzazione dai settori facenti uso di tecnologie avanzate è confermato da Borelli (2011), per il quale l'accelerazione dello sviluppo verificatasi nei decenni a cavallo del 1900 fu determinata da una serie di invenzioni e applicazioni tecniche realizzate dalle imprese tedesche in campi quali quello dell'elettricità (da operatori quali Siemens e A.E.G.), dei motori a scoppio (Daimler e Diesel) e della chimica (Bayer, AGFA e altri). L'importanza assunta da industrie di nuovo tipo, come quella elettrica e automobilistica, non deve peraltro far passare in secondo piano come allo sviluppo industriale abbiano contribuito anche delle attività tradizionali, rese più efficienti dall'introduzione anche al loro interno di innovazioni tecnologiche. A tale proposito è degna di nota la considerazione di Henderson (1971), per il quale il rafforzamento dell'industria meccanica fu molto agevolato dai progressi della siderurgia e del comparto minerario.

Ad agevolare l'adozione di tali tecnologie, comunque, non fu semplicemente il fatto che in Germania lo sviluppo dell'industria moderna stesse avvenendo proprio in coincidenza con la loro comparsa. Un ruolo importante in tal senso fu sicuramente ricoperto dal citato impegno dello stato nella promozione della cultura scientifica, che creò un ceto di tecnici di cui l'industria poté servirsi per applicare le nuove conoscenze. Inoltre - come sottolinea Strumer(1993) - gli imprenditori tedeschi poterono contare sulla disponibilità delle banche a sostenere con i propri finanziamenti i loro investimenti rivolti all'ammodernamento delle attrezzature.

Accanto alla capacità di cogliere i frutti del progresso tecnico-scientifico, è possibile individuare anche degli altri fattori quali cause dello sviluppo industriale della Germania. Uno fu senz'altro costituito dalla disponibilità di materie prime di cui l'industria aveva necessità, quali il ferro e il carbone; un altro dalla svolta protezionista del 1879, la quale pose le imprese tedesche al riparo dalla concorrenza inglese in una fase in cui non erano ancora in grado di sostenerla.

In merito al protezionismo, per la verità, va specificato che la sua adozione non fu priva di contropartite: Kemp (1997) rileva difatti che i parlamentari schierati in difesa degli interessi industriali, non avendo da soli i voti necessari per legiferare nel senso voluto, dovettero guadagnarsi il sostegno dei rappresentanti degli agrari, concedendo loro il proprio appoggio all'istituzione d'un regime doganale protezionista anche in ambito agricolo, il quale incise negativamente sui prezzi alimentari e quindi sulla possibilità della popolazione di acquistare beni manifatturieri. In sintesi, per tale studioso il protezionismo industriale avrebbe avuto quale prezzo politico il protezionismo agrario, il quale però sarebbe risultato d'ostacolo all'espansione del mercato interno. A questa analisi, comunque, si può contrapporre quella di Strumer(1993), per il quale l'aumento dei dazi nel lungo periodo fu più che compensato dalla crescita della produttività dell'agricoltura tedesca, che consentì una rilevante diminuzione dei prezzi dei generi alimentari prodotti internamente. Secondo tale autore, difatti, il settore agricolo reagì alla crisi dei prezzi che lo investì non soltanto ponendo in essere pressioni politiche volte all'ottenimento d'una forte protezione doganale, ma anche cercando di riguadagnare competitività per mezzo d'un'intensificazione degli investimenti. Questo rilancio degli investimenti consentì l'introduzione nel modo agricolo delle nuove tecnologie che l'industria stava sviluppando: varie pratiche agricole vennero così meccanizzate (grazie all'utilizzo del motore a pistoni come forza motrice) e le rese dei suoli furono accresciute tramite il ricorso a fertilizzanti chimici, con benefiche ricadute sul piano della produttività.

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4. L'organizzazione dell'industria

La propensione dell'industria tedesca a innovare si manifestò non soltanto nell'ambito tecnico, ma anche in quello organizzativo. Un aspetto caratteristico dell'industrializzazione tedesca fu quello di avvenire in un regime di limitata concorrenza: non soltanto le imprese nazionali erano protette da quelle straniere tramite dazi doganali, ma risultavano anche in numero ridotto all'interno di ciascun comparto, per effetto della citata tendenza alla concentrazione proprietaria. Inoltre, come spiega Henderson (1971), laddove non provvidero fusioni e acquisizioni a ridurre il grado di concorrenza, il medesimo effetto fu garantito dalla costituzione di cartelli: avvenne difatti che le aziende si accordassero fra di loro per dividersi il mercato, come pure per fissare prezzi di vendita e volumi produttivi. Parallelamente si determinò una tendenza all'integrazione fra imprese impegnate nei diversi stadi della lavorazione di determinati prodotti, che pure consentì all'apparato produttivo di operare in condizioni di maggiore solidità e sicurezza.

La costituzione di imprese di grandi dimensioni impose l'adozione in seno alle medesime di strutture organizzative assai più complesse di quelle tradizionali: questa tendenza è rilevata da Kocka (1979), il quale descrive la creazione di reparti deputati alla conduzione di specifiche attività (con la nascita, quindi, dei moderni uffici tecnici e commerciali). Secondo tale studioso, la nascita di organizzazioni aziendali sempre più estese e articolate fece anche venir meno l'identificazione tra proprietà e amministrazione, obbligando i detentori della prima a delegare la seconda a un ceto di manager stipendiati.

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5. Le conseguenze della guerra e dell'inflazione post-bellica

L'ascesa della Germania fu bruscamente interrotta dalla prima guerra mondiale, la partecipazione alla quale comportò per la sua economia elevati costi e il cui esito negativo le procurò danni ancora maggiori. Come abbiamo spiegato nell'articolo dedicato proprio alle conseguenze economiche della grande guerra, essa determinò un'interruzione dei normali flussi commerciali e suscitò confische di investimenti esteri. La Germania risentì pesantemente di entrambi i fenomeni, considerato che alla vigilia della prima guerra mondiale era giunta ad essere una grande esportatrice di prodotti manifatturieri - Henderson (1971) e Strumer(1993) menzionano rispettivamente i casi del comparto meccanico e dell'industria elettrica - e in più, come rileva ancora Henderson (1971), risultava presente con i propri capitali nelle economie di altri paesi europei. Al termine del conflitto essa si ritrovò poi non soltanto con una struttura produttiva e una forza lavoro depauperate dai danneggiamenti e dalle perdite di vite umane che s'erano verificati, ma anche con un gravoso debito estero da onorare, per effetto delle riparazioni imposte dai paesi vincitori.

L'aspetto più noto della situazione economica tedesca successiva alla prima guerra mondiale è rappresentato dalla fortissima inflazione. Secondo Haller (1988), una crescita abnorme di essa si ebbe già negli anni della guerra, per effetto della necessità che ebbe il governo imperiale di finanziare il proprio impegno bellico in misura quasi esclusiva attraverso la stampa di nuova cartamoneta (necessità dovuta all'opposizione dei governi dei singoli stati all'incremento delle imposte esatte a livello centrale, il quale avrebbe eroso i patrimoni che essi a loro volta sottoponevano a tassazione). La situazione andò poi ulteriormente peggiorando dopo il 1918, quando per un verso vennero meno le spese di guerra, ma per l'altro il nuovo regime repubblicano dovette far fronte alla riconversione dell'apparato industriale dalle produzioni militari a quelle civili e al pagamento delle riparazioni, ancora una volta senza potere servirsi con larghezza della leva fiscale per procurarsi risorse (giacché il suo ancora precario insediamento lo tratteneva dal varare provvedimenti impopolari). Ben presto l'inflazione prese ad autoalimentarsi, finendo così del tutto fuori controllo: essa difatti generò al di fuori della Germania un clima di sfiducia nei confronti della sua economia che determinò una pesante svalutazione del marco, la quale a sua volta fu causa d'un aumento dei prezzi che fece lievitare ulteriormente la spesa pubblica, rendendo necessario creare nuova moneta a ritmo ancor più accelerato.

La fondamentale causa d'inflazione era rappresentata dalla pratica del governo di finanziarsi facendo acquistare titoli di debito pubblico alla banca nazionale: era difatti per pagare tali titoli che la banca creava moneta. Fu dunque inevitabile, per arrestare la crescita dell'inflazione, rinunciare a tale sistema di finanziamento. Come spiega Pfleiderer (1988), una decisione in tal senso fu presa nel 1923. Lo stesso autore ricostruisce anche la riforma monetaria che fu parallelamente attuata. Difatti la fine degli acquisti di buoni del Tesoro da parte della banca nazionale poteva servire a bloccare la crescita dell'inflazione, ma non anche a riassorbire quella esistente. Per questa ragione nello stesso 1923 ebbe inizio l'emissione d'una nuova valuta, il cui corso era agganciato a quello del dollaro (per evitarne la svalutazione), nella quale la moneta già circolante poteva essere convertita (con un rapporto di mille miliardi di vecchi marchi per ogni nuovo marco). Questa riforma valse effettivamente ad abbattere l'inflazione; gli sconvolgimenti del decennio 1914-23 lasciarono tuttavia un'eredità pesantissima, che condizionò in negativo le successive vicende economiche e anche politiche della Repubblica di Weimar. Sempre Pfleiderer (1988) rileva difatti che per impedire un riacutizzarsi dell'inflazione il governo fu obbligato a praticare una politica monetaria e creditizia restrittiva, quando però la situazione stagnante dell'economia post-bellica avrebbe reso necessarie, all'opposto, misure di stimolo di tipo espansivo (giacché una maggiore disponibilità di risorse finanziarie avrebbe favorito la crescita degli investimenti e dei consumi). La politica antinflazionistica, pertanto, ostacolò la ripresa economica e con essa il riassorbimento della disoccupazione di massa generata dalla smobilitazione dell'esercito. Il permanere di questa elevata disoccupazione, combinato con l'impoverimento dei ceti medi verificatosi quando s'era avuta la perdita di valore della moneta (e quindi dei loro risparmi), fu causa a sua volta d'un generale scontento della popolazione, il quale ebbe un ruolo fondamentale nel determinare la radicalizzazione del quadro partitico - ossia l'ascesa delle forze estremiste a scapito di quelle moderate - e il clima d'instabilità politica che sarebbe infine sfociato, nel 1933, nella conquista del potere da parte dei nazisti.

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6. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

Per una geografia storico-economica. La Germania (Parte seconda). Percorso bibliografico nelle collezioni della Biblioteca. Si suggerisce inoltre la ricerca nel Catalogo del Polo bibliotecario parlamentare e nelle banche dati consultabili dalle postazioni pubbliche della Biblioteca.

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