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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 53 (Nuova Serie), ottobre 2019

Una colonia italiana / Barbara Spadaro

copertinaOspitiamo la recensione del dottor Luigi Scoppola Iacopini, dottore di ricerca in storia contemporanea, che ringraziamo della collaborazione, sul volume Una colonia italiana. Incontri, memorie e rappresentazioni tra Italia e Libia, di Barbara Spadaro.

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Negli ultimi anni si è registrato un crescente interesse verso le vicende che hanno legato Italia e Libia lungo il corso del Novecento; prima con la colonizzazione (1911-1943), e poi nel secondo dopoguerra con relazioni economico-commerciali via via più strette, il legame tra i due paesi è stato costante. La continuità dei rapporti la si deve anche alla presenza di una nutrita comunità italiana stanziale fino al 1970, e in seguito rimpiazzata da una nuova collettività, (seppur solo temporaneamente residente) spinta sulla Quarta sponda dalle esigenze lavorative connesse all'import/export e in particolare all'industria estrattiva del petrolio e del gas naturale.

Il lavoro in questione si riferisce tuttavia alla sola fase coloniale, offrendo al lettore un punto di vista originale quale quello dell'autopercezione che gli italiani appartenenti alla borghesia medio-alta ebbero e cercarono di trasmettere in patria e all'estero, circa il proprio ruolo di colonizzatori e i rapporti con la popolazione locale. Un'opera di storia della cultura e di storia di genere al contempo, come si evince dall'ampio ricorso alle testimonianze femminili delle italiane del tempo. Il testo risulta convincente anche grazie alla perizia mostrata dalla Spadaro nel perlustrare una vasta bibliografia, spesso in lingua straniera. In merito al focus ci vengono incontro in tal senso le parole dell'autrice stessa, laddove specifica che il suo obiettivo precipuo era di analizzare le "rappresentazioni di cui fu oggetto quella componente della società italiana […], allo scopo di creare un'immagine di prestigio per l'Italia conforme a quelle delle grandi nazioni colonizzatrici europee" (p. 8). La sensazione è che anche in campo coloniale, come del resto in altri (militare, industriale, culturale ecc.), i ceti dirigenti dell'epoca tentarono di colmare in qualche modo il divario esistente con le principali potenze europee, con la tipica impazienza e irruenza del cosiddetto latecomer, come per molti aspetti viene definita dagli storici l'Italia liberale e in seguito quella fascista.

I risultati tuttavia furono sovente al di sotto delle aspettative soprattutto in termini di costi e ricavi; inoltre un paese come l'Italia, tradizionalmente povero di capitali, si trovò di fronte una colonia particolarmente arretrata, che necessitava di continui, cospicui investimenti per cercare di uscire da quell'impasse economico-sociale in cui ristagnava. Si pensò fin dall'età liberale e ancor di più sotto il fascismo, che questa potesse diventare una colonia di insediamento dove dirottare almeno una parte del costante flusso migratorio dei nostri connazionali, in attofin dalla seconda metà del XIX secolo. E a tal fine proprio in Libia si diffuse alquanto la retorica delle presunte potenzialità economiche del paese specialmente nel settore agricolo, con la creazione di alcuni comprensori comprendenti numerosi poderi in grado di fornire limitatissimi benefici alle famiglie coloniche attirate dalla propaganda. Va anzi ricordato che, nonostante gli sforzi propagandistici del fascismo con i suoi miti rurali, in realtà la maggior parte degli italiani in Libia e nelle altre colonie farà, prima e dopo il conflitto, sempre parte del variegato mondo della piccola e media borghesia urbana. Accanto al tema del colonialismo demografico, sottolinea giustamente l'autrice, andò di pari passo il deleterio richiamo alla romanità, con tutto il suo corollario di retorica nazionalista e sogni imperiali; il mito imperiale, quello della terza Roma, si avvalse in modo strumentale delle frequenti campagne archeologiche, sfruttate col chiaro intento di fornire una serie di giustificazioni storico-culturali al dominio italiano. A tal punto da fare della Libia una sorta di laboratorio sui generis dell'identità nazionale secondo i dettami dell'ideologia fascista. In tale processo, oltre i due elementi già citati, rientravano a pieno titolo l'architettura pubblica all'insegna del razionalismo (in particolare l'urbanistica) e la nascente industria del turismo tesa a diffondere "un'immagine accattivante della colonia, utile a rafforzare lo status dell'Italia come moderna potenza colonizzatrice sulla scena internazionale e metropolitana" (p. 6).

La Spadaro mette bene in luce come anche dai diari presi in esame si evinca la precisa aspirazione a una totale redenzione da parte italiana di quelle regioni; e non solo nei confronti delle popolazioni locali ma anche verso quei connazionali italiani di bassa levatura sociale, rei agli occhi della mentalità fascista di trasmettere un'idea riprovevole dell'Italia, basata su quegli stereotipi dell'italiano albergatore e canzonettista appartenenti a un passato ormai da seppellire. Questi ultimi infatti rischiavano concretamente di incrinare quell'archetipo di bianchezza in costruzione in patria come nelle colonie. Tale apprensione si ripresenterà puntualmente in occasione dell'arrivo dei «Ventimila» di Balbo; quei modesti coloni erano visti dai compatrioti borghesi della Quarta sponda alla stregua di "barbari da istruire all'uso dei bagni delle case dei nuovi villaggi sul Gebèl" (p. 75). Vi è da aggiungere che anche per quanto riguarda i modelli femminili proposti dal regime mussoliniano, si registrò un'insistita contraddizione tra due ideali antitetici, quello delle distinte signore borghesi con l'altro delle massaie rurali nei villaggi colonici. Nel complesso tuttavia l'autrice evidenzia che i testi e le immagini delle rappresentazioni ufficiali mettevano la sordina a qualsiasi ipotesi di conflittualità tra gli italiani e tra questi e i libici; l'intenzione evidente puntava a trasmettere la rappresentazione di una "comunità italiana ordinata e solidale, [...] alle prese con attività di beneficenza e cerimonie patriottiche nel nuovo contesto coloniale mediterraneo [...] [per] diffondere tra la borghesia italiana la percezione di nuovi soggetti rispetto ai quali sentirsi parte di un'Europa lanciata sulla via del progresso tecnologico, sociale e culturale" (p. 41).

La Libia sotto il fascismo, in altri termini, svolge la funzione di vetrina della nuova Italia imperiale, capace di metterne in evidenza le qualità colonizzatrici. E in questa direzione riceverà un apporto decisivo dall'industria turistica durante il governatorato di Balbo tramite «l'imitazione di mode, prodotti, e servizi per il consumo del tempo libero in voga tra europei e americani, l'aspirazione ad essere inseriti nei circuiti crocieristici internazionali, l'esibizione di turisti stranieri sulle pagine delle riviste»; vale a dire di quelle peculiarità di cui il fascismo si appropriò selettivamente per "accreditare un'immagine di potenza mediterranea dominante e rispettata" (p. 91). In quest'ottica vanno lette alcune iniziative di Balbo quali l'istituzione dell'Etal (Ente turistico e alberghiero della Libia) e la fondazione della rivista «Libia», alla quale collaborarono diversi artisti e scrittori nel comune intento di fornire una "rappresentazione accattivante e moderna" della colonia, mettendo al contempo l'accento sul "mondo cosmopolita e della borghesia coloniale più che [su] quello dei contadini della colonizzazione demografica" (p. 93). In definitiva, dopo la proclamazione dell'impero, gli sforzi del regime finiranno per concentrarsi sul tentativo di instillare negli italiani una "coscienza coloniale", in modo da creare un'inedita consapevolezza: il senso di appartenenza a quella "razza superiore che avrebbe guidato i destini di una nuova nazione-impero" (p. 113).

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