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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 50 (Nuova Serie), aprile 2019

Gabriele D'Annunzio

Abstract

Dopo una breve biografia che tocca i momenti salienti della vita di Gabriele D'Annunzio, l'attenzione viene incentrata sulla breve esperienza parlamentare e sugli scritti che a quell'esperienza possono essere ricondotti, nella più ampia cornice del "romanzo di ambiente parlamentare". A conclusione una ricca selezione bibliografica delle opere di e su D'Annunzio presenti nel catalogo della Biblioteca del Senato.

dannunzio1. Lo spettacolo della vita

2. Una parentesi parlamentare

3. Dentro le opere

4. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

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1. Lo spettacolo della vita

La biografia di Gabriele D'Annunzio, nato a Pescara nel 1863, è probabilmente una delle più conosciute tra quelle degli scrittori italiani: una gran parte dei numerosi aneddoti, racconti, episodi ha origine dallo stesso autore, come pezzi di una vera e propria "costruzione" del personaggio, mai celata, in verità. Il suo ingresso nei salotti letterari di Roma ne è esempio lampante:

"[...] nell'imminenza della diffusione della seconda edizione di Primo vere, agli sgoccioli del 1880, Gabriele mise in scena la propria morte. Comunicò la notizia della sua dipartita ai giornali, pagando la pubblicazione di lacrimevoli necrologi, e la smentì in una con l'annuncio del suo libro. L'operazione spregiudicata sortì l'effetto di attirare una generale attenzione; immediato e tangibile risultato fu la possibilità di collaborare al Fanfulla della domenica [...]"

(Marcello Carlino, D'Annunzio, Gabriele, in Dizionario Biografico degli Italiani, a cura di Serena Andreotti, Roma, Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani, 1986, vol. 32).

L'autore farà per tutta la sua vita un uso spregiudicato dei media a disposizione per "amplificare" la sua vita, le sue opere letterarie e le sue "imprese", creando il mito del poeta-Vate.

Educato nel prestigioso Reale Collegio "Cicognini" di Prato, il diciottenne D'Annunzio si dirige a Roma, novella capitale del Regno, e frequenta con profitto i salotti mondani e intellettuali, collaborando a diverse riviste e giornali, come il Fanfulla della domenica, Capitan Fracassa, Cronaca bizantina, la Tribuna. La sua produzione letteraria va di pari passo con la sua vita pubblica e privata: ai grandi amori e alla vita dei salotti (romani, napoletani, fiorentini, parigini) sono dedicate e ispirate diverse opere. Alla fine dell'Ottocento è uno scrittore conosciuto in tutta Europa, si è occupato di cronaca mondana e letteraria, di teatro (si ricordi la relazione, sentimentale e - soprattutto - lavorativa, con una delle più grandi attrici dell'epoca, Eleonora Duse) e negli anni successivi di musica, cinema e pubblicità. Nel 1901 inaugura con Ettore Ferrari, Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, l'Università Popolare di Milano, cui collaborerà a più riprese. Riparato in Francia nei primi anni del Novecento per sfuggire ai creditori (nonostante la fama, il suo stile di vita fu sempre al di sopra delle sue disponibilità economiche), rientra in Italia nel maggio del 1915 dopo aver condotto - tramite il Corriere della sera diretto da Luigi Albertini (che dai tempi di Firenze aveva curato gli interessi del poeta) e la stampa francese - una fitta campagna interventistica (sul clima politico italiano all'inizio della Grande Guerra si veda l'articolo pubblicato su MinervaWeb del febbraio scorso e quello pubblicato in questo stesso numero). Nel discorso tenuto a Quarto, in occasione dell'inaugurazione del monumento ai Mille, e in quelli tenuti nei giorni successivi a Roma, "[...] D'Annunzio denunciò il governo con furia misurata ma spaventosa. [...] diede voce a idee che avrebbero trovato eco in tutto il continente. [...] incitò in modo esplicito gli ascoltatori ad aggressioni violente contro i rappresentanti eletti dal popolo. Incoraggiò i romani a prendere in mano la legge." (Hughes-Hallett 2014, p. 62-63).

In realtà, il governo italiano aveva già firmato segretamente il Trattato di Londra il 26 aprile, per intervenire a fianco di Inghilterra e Francia, e il discorso di Quarto era stato visionato in anticipo da Salandra e dal Re, che per motivi di opportunità non parteciparono alla cerimonia.

Dopo l'entrata in guerra dell'Italia, D'Annunzio non si rassegna a fare propaganda nelle retrovie: in luglio raggiunge lo stato maggiore del duca d'Aosta cui è stato assegnato, con la libertà, concessagli dal generale Cadorna, di visitare qualunque parte del fronte e partecipare a qualunque manovra. In agosto effettua, con il tenente Giuseppe Miraglia, un volo su Trieste, lanciando "agli italiani di Trieste" volantini in cui li esorta alla ribellione, oltre ad alcune bombe nel porticciolo.

"Il volo sopra Trieste fu la prima di una serie di missioni - in parte spettacolari, in parte atti di temerarietà - con cui dimostrò quanto la recitazione fosse simile all'azione. Sapeva che [...] i piccoli attentati terroristici potevano avere un impatto maggiore degli attacchi massicci e che un esercito non combatte solo sullo stomaco ma anche sulle convinzioni." (Hughes-Hallett 2014, p. 348).

Finita la guerra, il poeta si fa portavoce e guida del malcontento per l'esito delle trattative di pace, quella "vittoria mutilata" che farà perdere all'Italia parte della Dalmazia. Albertini, direttore del Corriere della Sera e, come abbiamo visto, "amministratore" del poeta, non pubblica più gli articoli di D'Annunzio: la Lettera ai Dalmati del 1919, che seguiva la dichiarazione di nullità del Trattato di Londra da parte del presidente americano Woodrow Wilson, viene pubblicata dal Popolo d'Italia, fondato nel 1914 da Benito Mussolini proprio per propagandare l'intervento italiano nella Grande Guerra. In quelle righe, D'Annunzio promette agli abitanti italiani della Dalmazia che presto sarebbero stati riuniti alla madrepatria: a settembre dello stesso anno è alla guida di un gruppo di 2-3 mila militari che marcia verso Fiume.

"Quando era arrivato alla periferia di Fiume, si era fermato per consentire a un gruppo di fotografi di raggiungerlo. Una delle sue prime iniziative dopo aver preso il potere in città è creare un ufficio stampa. Nei quindici mesi successivi, la sua immagine azzimata comparirà sui giornali di tutto il mondo occidentale." (Hughes-Hallett 2014, p. 45).

Con il Trattato di Rapallo nel 1920 Fiume viene dichiarata città libera, ma D'Annunzio ripudia il trattato e non lascia la Reggenza italiana del Carnaro, proclamata in settembre: negli ultimi giorni di dicembre il Governo italiano assedia la città, sgomberando i legionari.

Sull'impresa si può vedere in streaming la puntata de La Storia siamo noi, corredata da immagini d'epoca, trasmessa il 21/06/2013 D'Annunzio a Fiume, l'estetica del disobbedisco.

Dal febbraio 1921 il poeta si ritira nella villa di Cargnacco (comune di Gardone Riviera) che ribattezza Vittoriale degli Italiani, aprendola anche al pubblico. Nel 1925 figura tra i primi firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti, insieme a Filippo Tommaso Marinetti, sebbene i suoi rapporti con il regime fascista siano controversi, a lungo oggetto di disputa tra gli studiosi:

D'Annunzio, insomma, continua a essere per molti una eredità, un problema difficile, se non per l'aspetto letterario della sua opera, certo per quello di uomo pubblico, di politico. In lui si continua a «sentire» qualcosa di ambiguo, addirittura di torbido e di pernicioso, qualcosa che sembra essere in qualche modo una delle radici della successiva degradazione della nostra vita politica e civile [...]." (De Felice 1978, p. XIV).

Sicuramente il regime sostenne il poeta, anche economicamente (testimone ne sia la "convenzione" stipulata dallo Stato con lo stesso d'Annunzio per la "donazione" della villa), durante il ritiro al Vittoriale: nel 1924 fu nominato principe di Montenevoso, nel 1926 venne creato l'Istituto nazionale per l'edizione di tutte le sue opere, che lui stesso poté sovrintendere, nel 1937 fu eletto Presidente dell'Accademia d'Italia e alla sua morte, nel 1938, furono celebrati in suo onore funerali di Stato.

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2. Una parentesi parlamentare

Nel 1897 D'Annunzio si presenta alle elezioni suppletive per il seggio di Ortona a Mare:

"[...] un intrico di circostanze mi ha fatto prigioniero e schiavo, inaspettatamente. Sono candidato!!! E, se potrò vincere i primi disgusti che solleva in me la Bestia Elettiva, condurrò a termine l'impresa felicemente." (Lettera a Emilio Treves del 30 luglio 1897, in: D'Annunzio 1999, p. 203).

Nella breve ed intensa campagna elettorale coinvolge la maggior parte delle sue conoscenze negli ambienti giornalistici nazionali, prova ne sia la pubblicazione del famoso discorso della siepe (Laude dell'illaudato, in D'annunzio 1926, pp. 21-40) sulla seconda e terza pagina de La Tribuna del 23 agosto 1897. Filippo Tommaso Marinetti, ventunenne, segue la campagna elettorale per il giornale parigino Gil Blas e riconosce "[...] la «stridente modernità» [...] di ciò che D'Annunzio stava facendo: trasformare la fama letteraria in influenza politica, la celebrità in potere" (Hughes Hallet 2014, p. 223). Il poeta si pone come il "candidato della Bellezza", affermando che "La fortuna d'Italia è inseparabile dalle sorti della Bellezza, cui ella è madre nei secoli dei secoli plasticatrice" (D'annunzio 1926, p. 36). L'attività del deputato D'Annunzio a Montecitorio è praticamente nulla (si veda in proposito Pariset 1977, p. 33: "È emblematico che egli, ad ogni attacco mossogli quale deputato, disdegnasse di replicare con la parola nella veste non congeniale di parlamentare, per reagire invece da uomo di lettere, scrivendo; e così non si levò mai a parlare nell'aula della Camera."), se si fa eccezione per l'altrettanto famoso salto della siepe: il 24 marzo 1900 il poeta attraversa l'aula per andare tra i banchi dell'estrema sinistra, cui aderirà per la restante parte della XX legislatura e, nella Sala Rossa di Montecitorio, rilascia la dichiarazione che sarà divulgata su scala nazionale:

"Porto le mie congratulazioni all'Estrema Sinistra per il fervore e per la tenacia con cui difende la sua idea. Dopo lo spettacolo di oggi, io so che da una parte vi sono uomini morti che urlano e dall'altra pochi uomini vivi ed eloquenti. Come uomo d'intelletto, vado verso la vita." (riportato in Pariset 1977, p. 16, nota 68)

La mutata posizione non gli fa cambiare opinione sulla "miserabile rappresentazione parlamentare" (lettera a Giuseppe Treves del novembre 1898, in: D'Annunzio 1999, p. 541), all'indomani dell'abbandono dell'aula da parte di 160 deputati il 3 aprile 1900, dichiara infatti: "Non fuvvi una battaglia, ma una ritirata che vale più di una battaglia [...]. Confesso che non ho alcuna speranza nella pacificazione invocata [...]. L'Estrema Sinistra manterrà il suo focolare di agitazione aspettando una soluzione che non potrà essere mai prodotta se non da forze extra-parlamentari. Qui dentro il male mi sembra insanabile." (Il pessimismo politico di Gabriele d'Annunzio, "La Stampa", 5 aprile 1900, p. 1, cit. in Pariset 1977, p. 24).

"La chiave del "D'Annunzio politico", dell'influenza che ebbe sui sentimenti civili e politici, sta dunque forse proprio in questa sua essenza "apolitica", che lasciò una traccia probabilmente profonda nella "mentalità" italiana, nella misura in cui andava indirettamente a congiungersi con le sue radici cattoliche e rurali, con l'idea che le ragioni alte della vita, non solo individuale, ma anche sociale, si collocassero tutte al di là della politica." (Craveri 1986, p. 5)

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3. Dentro le opere

D'Annunzio, come abbiamo visto, pubblica molto giovane il suo primo volume di poesie (1879): la sua scrittura, dal giornalismo al romanzo al teatro e ancora alla poesia, è continua e prolifica (si veda la bibliografia allegata). L'antiparlamentarismo era ben presente negli scritti e in alcuni dei suoi romanzi a cavallo tra '800 e '900, dal Piacere alle Vergini delle rocce, a caratterizzare "la nascita, accanto al vigoroso persistere del vecchio tipo, di un romanzo politico non parlamentare, in cui cioè la vicenda dell'eroe si svolgerà tutta fuori dell'Assemblea rappresentativa, disprezzata e respinta in quanto basata sulla forza del numero." (Alessandra Briganti, Il Parlamento nel romanzo italiano del secondo Ottocento. Firenze, Le Monnier, 1972, p. 75).

D'Annunzio viene inserito dalla stessa Briganti (cit., pp. 70-101) e da Carlo Alberto Madrignani, (Rosso e nero a Montecitorio: il romanzo parlamentare della nuova Italia (1861-1901). Firenze, Vallecchi, 1980, pp. 26-30), nel discorso sul cosiddetto "romanzo parlamentare" (si veda l'articolo inaugurale di questa rubrica) come rappresentante estremo della rottura con le istituzioni democratiche: "[...] il tocco nuovo di D'Annunzio consiste nel rifiuto della politica in quanto tale, nel suo atteggiamento totalmente alternativo e sprezzante di ogni confronto politico in senso stretto.

[...] D'Annunzio [...] sferzò la condotta imbelle della classe al potere, spregiò la borghesia, il popolo e tutte le espressioni della democrazia rappresentativa e arrivò a dare compiuta espressione della diffusa diffidenza antiparlamentare, alla sotterranea tendenza all'autoritarismo, rivestendo la sua opposizione di un'aura di eroismo mitologico." (C.A. Madrignani, cit., pp. 27-28).

Nel settembre del 1892 D'Annunzio pubblica un articolo dal titolo La bestia elettiva sul quotidiano "Il Mattino", inaugurando, tra l'altro, una lettura "letteraleggiante" di Nietzsche che avrà molto successo (si veda in proposito l'articolo di J.T. Schnapp, Le parole del silenzio, "Quaderni dannunziani", 3-4 (1988), pp. 35-59. Il volume, monografico, raccoglie gli atti del convegno, a cura di Paolo Valesio, D'Annunzio a Yale). Le parole e le immagini usate verranno rielaborate ed accolte nei suoi romanzi, dal Piacere

[...] Sotto il grigio diluvio democratico odierno, che molte belle cose e rare sommerge miseramente, va anche a poco a poco scomparendo quella special classe di antica nobiltà italica, in cui era tenuta viva di generazione in generazione una certa tradizion familiare d'eletta cultura, d'eleganza e di arte. [...]

(D'Annunzio 1889, p. 38)

Alle Vergini delle rocce

[...] Chiedevano intanto i poeti, scoraggiati e smarriti, dopo aver esausta la dovizia delle rime nell'evocare imagini d'altri tempi, nel piangere le loro illusioni morte e nel numerare i colori delle foglie caduche; chiedevano, alcuni con ironia, altri pur senza: «Qual può essere oggi il nostro officio? Dobbiamo noi esaltare in senarii doppii il suffragio universale? Dobbiamo noi affrettar con l'ansia dei decasillabi la caduta dei Re, l'avvento delle Repubbliche, l'accesso delle plebi al potere? Non è in Roma, come già fu in Atene, un qualche demagogo Cleofonte fabbricante di lire? Noi potremmo, per modesta mercede, con i suoi stessi strumenti accordati da lui, persuadere gli increduli che nel gregge è la forza, il diritto, il pensiero, la saggezza, la luce…»

Ma nessuno tra loro, più generoso e più ardente, si levava a rispondere: «Difendete la Bellezza! È questo il vostro unico officio. Difendete il sogno che è in voi! Poiché oggi non più i mortali tributano onore e riverenza ai cantori alunni della Musa che li predilige, come diceva Odisseo, difendetevi con tutte le armi, e pur con le beffe se queste valgano meglio delle invettive. [...] Le vostre risa frenetiche salgano fino al cielo, quando udite gli stallieri della Gran Bestia vociferare nell'assemblea. Proclamate e dimostrate per la gloria dell'Intelligenza che le loro dicerie non sono men basse di quei suoni sconci con cui il villano manda fuori per la bocca il vento dal suo stomaco rimpinzato di legumi. Proclamate e dimostrate che le loro mani, a cui il vostro padre Dante darebbe l'epiteto medesimo ch'egli diede alle unghie di Taide, sono atte a raccattar lo stabbio ma non degne di levarsi per sancire una legge nell'assemblea. Difendete il Pensiero ch'essi minacciano, la Bellezza ch'essi oltraggiano! Verrà un giorno in cui essi tenteranno di ardere i libri, di spezzare le statue, di lacerare le tele. Difendete l'antica liberale opera dei vostri maestri e quella futura dei vostri discepoli, contro la rabbia degli schiavi ubriachi. Non disperate, essendo pochi. Voi possedete la suprema scienza e la suprema forza del mondo: il Verbo. Un ordine di parole può vincere d'efficacia micidiale una formula chimica. Opponete risolutamente la distruzione alla distruzione!» [...]

(D'Annunzio 1896c, pp. 67-70)

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4. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

Nell'articolo sono citati per esteso solo i testi non compresi nel percorso bibliografico.

Gabriele D'Annunzio. Percorso bibliografico nelle collezioni della Biblioteca del Senato.

Si suggerisce inoltre la ricerca nelle collezioni della Biblioteca della Camera e nelle banche dati consultabili dalle postazioni pubbliche delle due biblioteche.

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