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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 50 (Nuova Serie), aprile 2019

Ettore Socci

Abstract

Giornalista, intellettuale, scrittore e instancabile animatore politico-culturale, Ettore Socci approda a Montecitorio nel 1892: ne ripercorriamo brevemente la vita, gettando uno sguardo a quella parte della sua produzione letteraria che si situa a pieno titolo nella breve stagione del romanzo "di ambiente parlamentare".

1. Cenni biografici

2. Da Giornalista a Deputato

3. Dentro le opere

4. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

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1. Cenni biografici

Nato nel 1846 a Pisa, si trasferisce a Firenze, dove frequenta il Liceo Fiorentino: si viene così a trovare nel punto di convergenza dei movimenti nazionalisti, vivendo la breve stagione di Firenze capitale d'Italia. All'età di vent'anni si arruola volontario nelle truppe di Garibaldi, partecipando alla terza guerra d'indipendenza del 1866; prenderà poi parte anche alla battaglia di Mentana e alle campagne di Francia.

Al suo ritorno a Firenze si iscrive alla Società democratica internazionale e intensifica l'attività giornalistica già intrapresa in precedenza: assume la direzione prima de il "Satana" e, quando questo viene sequestrato e chiuso, de "Il grido del popolo", cha avrà vita molto breve. Diversi arresti accompagnano la sua attività, il più clamoroso di tutti è quello dell'agosto 1874, che coinvolge più di trenta estremisti - tra socialisti e repubblicani - accusati di cospirazione e che si conclude nell'agosto successivo con l'assoluzione.

Alla caduta della destra storica si trasferisce a Roma, dove contribuisce alla fondazione del primo Circolo repubblicano; diversi deputati repubblicani aderirono al nuovo gruppo dell'Estrema sinistra, costituito da Agostino Bertani nel 1877:

Programma del nuovo gruppo: abolizione della tassa del macinato [...] - suffragio universale - responsabilità dei pubblici ufficiali - reintegrazione della patria entro i suoi naturali confini.

Da parte nostra applaudimmo sinceramente all'azione degli amici parlamentari che poteano, da quel momento, ritenersi i veri pionieri dell'opera nostra.

(Socci 1901, p. XII)

All'indomani della morte di Vittorio Emanuele II nel gennaio del 1878 esplodono i contrasti con l'ala più intransigente all'interno del Circolo repubblicano, e i fuoriusciti, tra cui Socci, costituiscono l'Associazione repubblicana dei diritti dell'uomo, che inizia la sua attività organizzando una serie di conferenze, in quanto:

[...] il fondamento della società avvenire non può né deve essere altro, all'infuori di quello dell'educazione.

Abbiamo fatto l'Italia e non gli Italiani - disse Massimo d'Azeglio - inculchiamo le virtù repubblicane, predichiamo, a fronte alta, i principii di giustizia sociale, ma senza perderci nelle nuvole della metafisica e poggiando sempre sull'esperimentalismo e l'avvenire non potrà tardare a sorriderci.

(Ivi, p. XVI)

A Roma entra anche in contatto con il circolo del Caffè Aragno dove frequenta assiduamente Bizzoni, Carducci, Fucini, Guerrazzi ecc.

Come pubblicista scrive su diversi dei molti giornali satirici e politici dell'epoca, dal "Capitan Fracassa" al "Don Chisciotte" al "Folchetto" (sono disponibili per la consultazione diverse testate di quell'epoca nell'archivio dei Giornali storici in digitale della Biblioteca del Senato - GiSID - presentato nel n. 36, n.s. di MinervaWeb) e diviene redattore del giornale, omonimo, della Lega della Democrazia, diretto da Alberto Mario (nel volume Piccolo dizionario dei contemporanei italiani il De Gubernatis scrive: «[...] fu direttore e redattore d'un numero infinito di giornali democratici»). Alla fine degli anni Ottanta appoggia la nascita del Circolo Radicale, di cui viene anche proclamato presidente e lavora a quello che poi verrà ricordato come il "Patto di Roma".

In una sala del palazzo Zuccari di via Sistina, ci adunammo una sera di Febbraio del 1889, Ernesto Nathan, Salvatore Barzilai, Ettore Ferrari, il deputato Luigi Ferrari, il prof. Antonio Labriola - decoro del partito socialista pensante - Nino Mancini, il forte popolano di Trastevere così devoto alla causa della patria e della repubblica, Rinaldo Roseo, e gli studenti Basso ed Amici, i quali erano l'anima del comitato per erigere una statua a Giordano Bruno.

Deliberammo di costituire il Circolo Radicale.

(Ivi, p. 217)

Nel 1892 è eletto deputato per il collegio di Grosseto e verrà rieletto nelle successive legislature: passerà ben 13 anni a Montecitorio.

Sempre presente nell'attività parlamentare tra le file dell'Estrema Sinistra, propone con tenacia le idee già più volte caldeggiate, tra le altre la riduzione dell'orario di lavoro, il suffragio universale, la protezione delle donne e dei fanciulli, non tralasciando l'attività più legata al territorio del suo collegio, preoccupandosi ad esempio dell'abolizione dell'estatatura di Grosseto (il "trasloco" degli uffici durante l'estate in montagna, principalmente a Scansano, per evitare la malaria), della costruzione della ferrovia Massa-Follonica, del progetto di Porto Santo Stefano. Muore a Firenze nel luglio 1905: due anni dopo la città di Grosseto gli intitolò una piazza del centro storico con un busto in bronzo realizzato dallo scultore Emilio Gallori.

Così viene ricordato in aula dal presidente della Camera Giuseppe Marcora:

Ma ciò che di lui debbo specialmente ricordare è la squisita bontà dell'animo, lo spirito di tolleranza, frutto dell'alto intelletto suo e della grande coltura; per cui, ascritto e fedele al partito repubblicano, mettendo però sovra ogni altra considerazione il bene della patria, professò sempre il più sincero rispetto verso tutti coloro, che, seguendo diversi metodi, miravano con onestà di convincimenti allo stesso scopo; né mai fu proclive a menar vanto o iattanza, come del carcere sofferto e dei sacrifici incontrati in gioventù per la difesa della sua fede, così delle distinzioni che si era meritate.

(Camera dei Deputati del Regno, Discussioni, legislatura XXII, Ia sessione, tornata del 27 luglio 1905, p. 5301)

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2. Da Giornalista a Deputato

L'impegno nelle campagne garibaldine va di pari passo a quello nella divulgazione delle idee democratiche: all'indomani della battaglia di Mentana, Socci dà vita con alcuni compagni a un foglio settimanale popolare, con intento educativo, che si intitola "La Verità", ma che durerà solo qualche mese. Al ritorno dalla campagna di Francia pubblica il volume Da Firenze a Digione. Impressioni di un reduce garibaldino, e riprende a Firenze l'attività di giornalista, attività che lo accompagnerà per tutta la vita e gli procurerà, come abbiamo già ricordato, diversi problemi con la giustizia.

Nel 1901 il Socci, quando era Deputato ormai da quasi 10 anni, ripercorre i momenti salienti della sua vita, non distinguibili dalla sua carriera, nel già citato volume Da Giornalista a Deputato, pubblicato a Pitigliano da Osvaldo Paggi, attraverso un racconto asciutto intervallato da una scelta di scritti e conferenze.

Il racconto ha le sue premesse nelle mutate condizioni politiche: alla metà degli anni Settanta la caduta della Destra storica e le aperture di Depretis alle riforme nello storico discorso di Stradella aprono uno scenario che i repubblicani non possono farsi sfuggire:

Partigiani convinti dell'esercizio di Stato, in fondo all'anima, noi ci sentivamo più d'accordo con quei di Destra che con quei di sinistra: ma la politica ci sospingea ad accettare qualunque terreno pur d'impegnare battaglia contro quei moderati che ci ammanettavano con tanto gusto e che tanti danni avevano arrecato al povero nostro paese.

La pentola bolliva.

Io fui costretto a recarmi a Roma per guadagnarmi da vivere.

[...] Era giuocoforza per noi il cambiar tattica, per non compromettere con una intempestiva intransigenza, questi passi in avanti che si annunziavano con tanta espansione di sincerità.

(Socci 1901, p. V, IX)

L'impegno si fa più serrato, nell'ambito giornalistico, con la collaborazione a diversi giornali, primi fra tutti quelli della Lega della Democrazia, ma anche all'interno del Circolo repubblicano, con l'appoggio ai parlamentari dell'Estrema sinistra e con l'organizzazione di conferenze e convegni, nella convinzione che

Nessuna riforma può essere possibile finché questa non risponda esattamente alla coscienza nazionale. Bisogna dunque formare questa coscienza ed apprestarsi a combattere le grandi battaglie del pensiero come abbiamo combattuto quelle del braccio. A nessuno è dato ritirarsi sotto le tende di Achille in tanta febbre dell'umana intelligenza che tende al benessere: ed i democratici, dandosi alla politica militante, devono accelerare l'inevitabile evoluzione dell'idea che emanando dalla civiltà, deve condurre al progresso.

(Evoluzione o rivoluzione?, in Socci 1901, p. 14-15)

L'opposizione ai primi governi di Francesco Crispi compatta l'Estrema sinistra che elabora il programma che verrà ricordato come "Il Patto di Roma", con l'attiva collaborazione del Circolo Radicale di cui Socci è presidente (si veda in proposito Socci 1901, p. 221-223).

Altra occasione per attuare i suoi propositi educativi è la nascita della Società Dante Alighieri:

Diffondere la cultura Italiana, tenere alto il prestigio del nome Italiano, incoraggiare i nostri patrioti che sono all'Estero nella loro fede italiana, tali presso a poco le basi del nuovo sodalizio che doveva sviluppare la sua azione con le conferenze e la propaganda.

Ci affrettammo a iscriverci; eravamo convinti tutti che la redenzione delle masse italiane doveva essere l'ultima soluzione dell'irredentismo che nella sua azione un po' convulsionaria non rappresentava che una sola parte del rinnovellamento italico e ci accingemmo intanto al lavoro.

(Ivi, p. 224)

Socci vi collaborerà con diverse conferenze, ma anche con incarichi editoriali nell'ambito della pubblicazione della Biblioteca storica del Risorgimento Italiano.

Esito quasi naturale dell'incessante attività di Socci è la sua candidatura alle elezioni per la XVIII legislatura del Regno d'Italia nel 1892, nel collegio di Grosseto: sarà il suo campo di battaglia per 13 anni.

Evoluzionista per la pelle - dico il vero - entrando in Montecitorio, mi sono sentito ribelle.

Provavo la nausea per la nessuna sincerità di quell'ambiente politico: né mi sapevo trovare in mezzo a gente, che parla ad un modo nei corridoi e vota in un altro nell'assemblea.

Non che io mi trovassi in mezzo a gente cattiva: La camera è migliore della sua fama: una ventina di cialtroni ne offuscano la rispettabilità: il resto è gente per bene: saranno nobili che accettano la deputazione, come uno sport: professionisti che non bazzicano alle sedute: gente senza carattere ed educazione politica: conservatori che inneggiano alla forca: zucconi che non hanno altro merito che aver dei quattrini... ma disonesti, lo torno a ripetere, con tutta la mia coscienza di galantuomo, pochissimi. [...]

E perché rimanete? - Domanderà qualcuno.

Perché la vita sarà sempre per noi una battaglia, perché sarebbe viltà abbandonare un posto ove ci ha inviato la fiducia del paese, perché dalla tribuna parlamentare meglio si possono divulgare le idee nostre che nei comizi, nei giornali e nelle associazioni, perché dalla tribuna di possono smascherare gli scandali e mettere a nudo le vergone delle demoralizzate classi dirigenti. [...]

Nemici del resto di ogni violenza e fidenti nella legge del progresso che è come quella della gravità dei corpi, noi rifuggiamo da ogni convulsione sociale e persuasi che solo l'educazione politica può essere la pietra angolare dell'edificio futuro, non cesseremo mai di gridare in tutte le forme e in tutte le circostanze: Educazione, educazione, educazione.

Solo l'amore ci condurrà alla giustizia sociale.

(Ivi, p. 318-321)

Nella già citata commemorazione, avvenuta alla fine di luglio del 1905, si alza un coro unanime di elogio per un collega sempre coerente con le proprie idee, come ebbe a sottolineare Andrea Costa:

[...] Quale io conobbi Ettore Socci nel 1874, quale egli era, tale fu, tale rimase sempre: buono, modesto, aperto, e come uomo e come deputato e come scrittore e come agitatore e come educatore, aperto e per la mente e pel cuore alle più alte idealità dell'uman genere; scevro da invidie, da gelosie, da tutte quelle piccole viltà che inquinano la vita pubblica: severo, ma giusto, con gli amici e con gli avversari: pronto sempre a difendere gli umili e gli oppressi, a perorare per ogni causa giusta, ad aiutare non con la parola sola, ma con le opere, tutti quelli che si volgessero a lui, sacrificando sé stesso per gli altri, finché morì onestamente, santamente povero, come povero aveva vissuto sempre.

Caro, amato Ettore Socci, tu non eri, strettamente parlando, dei nostri; ma noi ti piangiamo come uno dei nostri carissimo; e la Camera tutta ti piange come uno di quegli uomini, al cui contatto ci sentiamo migliori.

(Camera dei Deputati del Regno, Discussioni, legislatura XXII, Ia sessione, tornata del 27 luglio 1905, p. 5304)

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3. Dentro le opere

Nel clima politico culturale del secondo Ottocento la continua contaminazione tra scrittura e giornalismo diede vita alla breve stagione del "romanzo di ambiente parlamentare" (per una trattazione più esaustiva si veda l'articolo inaugurale di questa rubrica, sul n. 5, n.s. di MinervaWeb, e le relative indicazioni bibliografiche, nonché, tra gli altri, l'articolo dedicato a Matilde Serao, sul n. 32, n.s. di MinervaWeb).

Non si sottrae a questo filone il romanzo I misteri di Montecitorio, pubblicato a puntate su "La Democrazia"e in volume nel 1887 e successivamente, con prefazione, nel 1899 (ripubblicato di recente da Studio Garamond): segue infatti lo schema tipico del genere (si veda a questo proposito Alessandra Briganti, Il parlamento nel romanzo italiano del secondo ottocento, Firenze, Le Monnier 1972, p. 75-76 e p. 139-140), come la descrizione del primo ingresso nel Palazzo del neoeletto avvocato Guidi, ex garibaldino, candidato a sua insaputa durante una breve detenzione:

Fu una delle prime sere di novembre del 187... che l'avvocato Guidi fece il suo ingresso nel palazzo di Montecitorio.

Nessuno lo conosceva [...].

Quando il suo nome fu annunziato come quello di uno che era stato eletto, quasi tutti ripeterono a loro stessi la domanda di Don Abbondio [...]. E la curiosità s'impossessò per un paio di giorni, dei lettori dei giornali; ma come sempre avviene in generale passato il primo momento nessuno ne parlò più.

Prima di farsi animo ed entrare nel palazzo, l'avvocato Guidi percorse più in lungo, in largo, chi sa quante volte, la piazza! [...]

Nella piazza non si vedeva che lo strascico dei soliti sollecitatori che, anche nelle ore più avanzate della notte, attendono al varco gli onorevoli; convinti della verità del vecchio proverbio: «L'importuno vince l'avaro.»

(Socci 2014, p. 43-44)

Altro tema ricorrente è la presenza ingombrante della stampa, qui impersonata da un giornalista che chiede di intervistare il neo deputato:

Il nuovo eletto non era né poteva essere ancora abbastanza scaltrito per parare le gherminelle dei reporters, che hanno ridotto la stampa a vero e proprio pettegolezzo quotidiano.

[...] Il Mattiroli era il più bel tipo di seccatore che passeggiasse sotto la volta del cielo... dovunque racimolava una notizia, dovunque strappava una mezza confidenza, dovunque inventava un aneddoto. Nessuno più veloce di lui quando poteva far credere di commettere una indiscrezione. [...] Era un giornalista alla moda, e vantavasi del suo americanismo. Non aveva né ritegni, né scrupoli: si piantava accanto a un gruppo di deputati influenti per carpir loro una dichiarazione, una frase, e ammannirla poi ai lettori inghirlandata di tutti i fronzoli della sua fantasia, e quando non poteva giungere a carpire una sillaba, inventava di sana pianta.

(Socci 2014, p. 66-67)

Tra le figure incontrate a Montecitorio, il neo deputato ne accosta una in particolare:

Frequentando la Camera l'avvocato Guidi aveva stretto domestichezza con un vecchio deputato dalla fisionomia sempre serena, dallo sguardo limpido, ingenuo, benigno. Quel deputato era amato da amici e da avversari; avea in sé dell'anabattista e dell'agitatore.

Erasi dedicato tutto intero alla causa dei deboli e dei sofferenti [...].

Uscito dalle galere del Borbone, ove avea passato dieci anni di inenarrabili sofferenze, non avea, come tanti altro, liquidato il proprio patriottismo, mettendo i suoi dolori al cento per cento.

[...] Quale fonte di privazioni e di guai non fu però la deputazione per lui! I misteri della vita parlamentare non consistono tutti nei garbugli e negli imbrogli che si fanno nel retroscena per assicurarsi una comoda posizione o per dare la scalata al potere.

Accanto agli affaristi trionfanti e agli sfacciati mercanti della propria influenza, vi hanno caratteri intemerati e coscienze indomabili che si sobbarcano a qualunque sacrifizio, che affrontano qualunque privazione, pur di non mancare alla propria rispettabilità, pur di non deviare di un solo passo dalla spinosa via del dovere.

(Socci 2014, p. 88-89)

L'amore per una donna, dietro la quale si nascondono gli intrighi di uno scaltro deputato, porterà al fallimento del mandato del Guidi che, disgustato, ritornerà alla vita del suo paese:

[...] i giornali dicevano roba da chiodi del deputato novellino che dopo aver messo a soqquadro tutto il paese con le sue tirate rivoluzionarie, erasi eclissato proprio nel momento della decisiva battaglia.

Si parlò di corruzione, d'intrighi, di pressioni e di promesse.

Il vero è che Alfredo, nauseato dall'ambiente parlamentare, stanco degli attacchi della stampa venduta, imbecillito dalla voluttà, ripeteva le scene di Antonio e Cleopatra nascosto agli occhi del mondo, in un elegante villino sul mare [...]

Troppo tardi cadde la benda agli occhi all'illuso, il quale diè le dimissioni da deputato e tornò al suo paesucolo [...].

(Socci 2014, p. 174)

Un secondo racconto di Socci si concentra invece sulla fase precedente la vita propriamente parlamentare, ossia sulle candidature per le elezioni: pubblicato, in un primo momento, con il titolo L'Assalto a Montecitorio a puntate sul "Folchetto", nello stesso anno in cui il Socci fu eletto per la prima volta alla Camera (1892) e nel 1900 in volume con il titolo L'assalto di Montecitorio.

È lo stesso Socci a descrivere l'argomento del suo racconto:

Non vi è italiano che, la mattina, alzandosi da letto, e spesso e volentieri prima di farsi il segno della santa croce, non giuri a sé stesso di aver tanti numeri da poter degnamente rappresentare il paese.

[...] Mossi da questo vero, gli aspiranti all'altissimo onore di rappresentare la nazione si preoccupano più di trovare un'abile e fortunata combinazione che di interpretare i sentimenti, le aspirazioni, i bisogni di quei poveri diavoli di elettori che, da tanto tempo abbindolati, ormai le bevono grosse, e tra uno sbadiglio e un altro lasciano correre l'acqua per la sua china.

Da qui una delle ragioni per cui in Italia è caduto tanto in discredito il parlamentarismo: da noi è divenuto regola ciò che per altri popoli è un'eccezione; da qui l'augurio che non di rado udiamo formulare dai buoni di tutti i partiti che, cioè, il sistema parlamentare, o sia purificato da un soffio di vita nuova o che sia sostituito da qualcosa - ben inteso di più liberale - che meglio risponda alla serietà di un popolo che si rispetta e che esige di essere rispettato.

E a finirla per credere in tal modo, ci spinge non solo una attenta osservazione del mondo parlamentare, ma una semplice occhiata allo spettacolo, grottesco e nauseante ad un tempo, che si ripete ogni volta che un decreto reale chiama i cittadini ad eleggersi i loro naturali rappresentanti.

[...] Il filosofo, come l'artista, possono trovare materiale preziosissimo per i loro studi nella Babele che precede ogni legislatura.

[...] È in questo mondo che ho pescato anche io; è in mezzo a questi avventurieri della politica e a questi speculatori della popolarità che ho preso gli appunti; è davanti a questa guerra tra il denaro e l'ingegno, tra la scaltrezza e il disinteresse, tra la elasticità di coscienza e il carattere, tra la banca è il più puro amore del paese che ho tratto l'ispirazione di questo racconto che ardisco presentare ai lettori.

(Socci 1900, p. I-V)

La storia prende le mosse dall'ascesa di un giovane montanaro che, diventato un ricco banchiere, combina il matrimonio del figlio con una nobile ormai sul lastrico: Enrico è pronto per il destino che gli ha costruito il padre, ovvero fare il deputato.

- Ma mi dici un po' - dopo aver riflettuto per qualche minuto, in un lampo di buon senso scappò a dire Enrico - ma mi dici un po' che cosa devo andare a fare io alla Camera?

A fare come tutte le altre persone di buon senso, a tutelare l'ordine e a sorreggere le istituzioni.

- Sarebbero in pericolo?

- Ti pare?.. Eppoi in confidenza, poco a noi deve premere delle istituzioni in sé stesse; noi le sosteniamo perché esse sono l'egida più sicura dei nostri interessi... Tu tieni a essere ricco?

- Lo credo!

- A fare una bella figura, a contare più del tuo cameriere, a farti trascinare in carrozza da una bella pariglia, in mezzo alla folla degli straccioni che ti ammira e ti invidia anche quando le zampe dei tuoi cavalli la imbrattano di fango?..

- Di certo che ci tengo.

- Ora, l'entrare tu alla Camera, novantanove su cento, vuol dire impedire che ci entri uno di quelli, che colle solite ubbie di uguaglianza, e pur facendo il conservatore, magari senza saperlo dà ogni giorno un colpo a queste vecchie istituzioni che ti assicurano ogni ben di Dio.....

(Ivi, p. 32)

Enrico viene candidato nel collegio di Valleprofonda, paese di origine della moglie, e il padre, per mettere a segno la vittoria, si avvale dell'aiuto di alcuni consiglieri che non si fanno scrupoli a diffondere promesse:

Era la solita storia della ferrovia: storia che si ripete a ogni elezione, e che, nondimeno, è sempre creduta dai gonzi. Far traversare il circondario di Valleprofonda da una strada di ferro voleva dire sviluppare i commerci, rialzare addirittura le condizioni economiche dei tanti e tanti paesucoli che, disseminati qua e là nell'estesa pianura o nell'alta montagna, si poteva dire che finora avessero vissuto al difuori del mondo.

Il nome del banchiere Sperini cominciò a ripetersi dovunque: dovunque le prove più appariscenti di simpatia e di rispetto furono date alla famiglia del quattrinaio: qualche Municipio voleva intitolare col nome suo una piazza o una strada: vi fu perfino qualche zotico che propose di erigere nella pubblica passeggiata del capoluogo un busto al vivente benefattore di quelle abbandonate provincie.

(Ivi, p. 55)

Sullo sfondo è sempre Roma, con i luoghi in cui si riunisce la società politico-letteraria, in particolare al caffè Aragno:

Il caffè Aragno minaccia di passare alla storia: le trecento persone che in Roma fanno della politica vi convergono tutte.

Situato vicino all'ufficio del telegrafo e della posta, non vi è giornalista che non vi dia una capatina [...].

Consiglieri comunali in attività di servizio, in posizione ausiliare o messi per sempre a riposo, giovinotti di belle speranze, che cominciano a fare i satelliti, nella dolce illusione di potere un giorno diventare astri maggiori: galoppini elettorali, avvocati che tengono un piede nel foro e un altro nella politica; antichi liberali malcontenti di tutto e su tutto brontolanti; garibaldini a vita, che in ogni discorso cercano di far entrare di straforo la storia delle loro gesta gloriose - storia della quale ormai tutto quel pubblico conosce la quinta o la sesta edizione; impiegati che trovano più comodo farla da Minossi al caffè che andare a scrivere pratiche nei loro uffici; oziosi impenitenti, romanzieri senza editori, poeti che non riescono a rompere la crosta della indifferenza che li circonda, spostati, martiri, e, di quando in quando, qualche spia, beninteso di quelle coi guanti, ecco presso a poco il mondo che vive, si agita e si lascia andare alle più vivaci discussioni nel caffè più ampio e più elegante di Roma - mondo simpatico che offre bellissimi soggetti all'osservatore, e che non va trascurato da chi vuole studiare la capitale d'Italia in tutti i suoi molteplici aspetti.

È proprio un di più dire che, appena non vi fu dubbio sulle elezioni generali, nella prima stanza del caffè Aragno le candidature pullularono più dei funghi dopo le prime acque di Agosto.

(Ivi, p. 68-69)

La vittoria finale sarà assicurata da alcuni colpi messi a segno dai consiglieri del banchiere-padre, tesi a mettere fuori gioco l'avversario politico, Adolfo, democratico appassionato amato dal popolo; ma Enrico, nel guadagnare il seggio, perderà la moglie Elvira che partirà con Adolfo per l'America.

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4. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

Nell'articolo sono citati per esteso solo i testi non compresi nel percorso bibliografico: Ettore Socci. Percorso bibliografico nelle collezioni del Polo Bibliotecario Parlamentare.

Si suggerisce inoltre la ricerca nelle banche dati consultabili dalle postazioni pubbliche delle due biblioteche.

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