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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 55 (Nuova Serie), gennaio 2020

Per una geografia storico-economica. La Spagna (Parte terza: dal 1830 alla fine della prima guerra mondiale)

Abstract

Uscita dalle guerre napoleoniche e dai successivi conflitti intestini gravemente impoverita, dopo il 1830 la Spagna s'incamminò nuovamente sulla via del progresso economico, beneficiando d'una crescita delle produzioni e delle esportazioni agricole e dello sviluppo di alcune attività industriali. Tuttavia questo processo di sviluppo fu segnato da forti limiti e inframmezzato da fasi di crisi che cancellavano almeno parte dei risultati positivi precedentemente ottenuti. In ragione di ciò, il paese non riuscì ad emanciparsi dalla condizione di arretratezza in cui versava nel contesto europeo.

treno a vaporeIl nostro bimestrale assume da questo numero una veste più snella, accentuando l'attenzione all'attualità bibliotecaria, dando particolare luce alle novità concernenti la nostra Biblioteca, e puntando di volta in volta all'approfondimento di temi specifici, nell'ottica di una valorizzazione del nostro patrimonio librario. In questo numero diamo spazio alla terza parte dell'approfondimento relativo alla storia economica della Spagna.

1. La situazione delle finanze pubbliche

2. L'agricoltura

3. Le attività industriali

4. La prima guerra mondiale e l'immediato dopoguerra

5. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

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1. La situazione delle finanze pubbliche

L'evoluzione dell'economia spagnola nel periodo compreso fra il 1830 e la fine del primo conflitto mondiale presenta aspetti contrastanti. In particolare, Casmirri (1998) rileva, trattando del XIX secolo, che tale economia beneficiò senz'altro d'una crescita, favorita dalle trasformazioni del regime proprietario agricolo, dal potenziamento del sistema creditizio, dal miglioramento delle infrastrutture e dal suo maggiore coinvolgimento negli scambi internazionali; ma nel contempo osserva che lo sviluppo conobbe fasi alterne, risultando inframmezzato da lunghi periodi di crisi, e non sfociò in una vera e propria modernizzazione delle strutture produttive. Si comprende quindi come mai il paese non sia riuscito a superare la condizione di arretratezza di cui soffriva nei riguardi di quasi tutti gli altri stati dell'Europa occidentale.

Un aspetto - e al tempo stesso un fattore - del ritardo economico spagnolo fu rappresentato dal cattivo stato in cui permasero stabilmente le sue finanze pubbliche. Come rilevano Nadal (1980) e Cameron e Neal (2005), nel primo trentennio del XIX secolo la Spagna passò attraverso ripetuti eventi bellici (le guerre napoleoniche prima, un prolungato conflitto civile in seguito), i quali provocarono gravi distruzioni e la perdita di quasi tutte le colonie americane. Da questa fase tormentata la Spagna emerse gravemente indebolita sul piano economico e conseguentemente anche sotto il profilo della salute finanziaria dello Stato, giacché la diminuzione delle entrate fiscali avutasi nel 1800-1830 (causata proprio dal decadimento della vita economica) aveva obbligato i governi a ricorrere in grande misura all'indebitamento per procurarsi risorse. La formazione d'un elevato debito pubblico funse però da ostacolo, successivamente al 1830, alla ripresa dell'economia; si stabilì pertanto un circolo vizioso, nel quale bassa crescita ed elevato indebitamento si alimentavano a vicenda.

L'elevato indebitamento ostacolava lo sviluppo del paese in ragione del fatto che l'offerta di titoli di debito, avvenendo in quantità elevate e a condizioni molto favorevoli (queste ultime rese necessarie dalla necessità di vincere i timori dei risparmiatori nei riguardi della solvibilità dello Stato), drenava la massima parte dei capitali presenti nel paese e induceva chi guardava a investimenti di tipo diverso a pretendere che essi risultassero altrettanto redditizi: gli imprenditori locali incontravano così grosse difficoltà nell'ottenere finanziamenti.

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2. L'agricoltura

Il rinnovamento degli assetti proprietari

Nel tentativo di ridurre il debito, negli anni fra il 1835 e il 1855 furono varati dei provvedimenti che stabilirono la confisca delle terre ecclesiastiche e la vendita di queste e dei suoli appartenenti alle municipalità. Si ebbe così un profondo rinnovamento degli assetti proprietari rurali, il quale tuttavia, secondo Nadal (1980), non valse a stimolare una modernizzazione dell'agricoltura, proprio in ragione delle finalità che lo caratterizzarono. Mirando a riassorbire i titoli di debito circolanti, i governanti incentivarono infatti il ricorso a questi ultimi come mezzo di pagamento dei suoli alienati (ciò fu fatto accettandoli al loro valore nominale, che superava di gran lunga quello cui erano scambiati sul mercato finanziario): la ristretta cerchia dei grandi detentori del debito pubblico poté così impossessarsi della massima parte di tali suoli. La conseguenza ultima di tale politica fu il sorgere d'una nuova classe di grandi possidenti di estrazione borghese, la quale - data la propria natura di ceto urbano - non si interessò direttamente alla gestione delle terre acquistate (replicando quindi la condotta assenteista propria dell'aristocrazia terriera). Ciò favorì il perpetuarsi delle pratiche agricole tradizionali, limitando le possibilità di miglioramento della produttività e redditività del settore.

Una valutazione degli effetti della riforma meno negativa di quella ora riportata è invece espressa da García de Cortázar e González Vesga (2001), secondo i quali i nuovi proprietari nella maggior parte dei casi si attivarono in prima persona per mettere in valore le terre rilevate (pur non mancando fenomeni di assenteismo) e più in generale diedero prova di possedere una mentalità da capitalisti e non da semplici redditieri. Essi tuttavia rilevano pure che l'agricoltura spagnola continuò ad essere caratterizzata da bassi rendimenti, riconoscendo perciò che l'opera di questi nuovi proprietari non diede risultati concreti di grande rilievo.

L'andamento della produzione

La mancata modernizzazione dell'agricoltura, comunque, non impedì che a partire dalla metà del secolo questo settore beneficiasse d'un apprezzabile sviluppo sotto il profilo dell'entità della produzione: di questi progressi danno conto sia Nadal (1980), sia García de Cortázar e González Vesga (2001). A renderli possibili furono l'incremento demografico all'epoca in atto, che rese disponibile nuova forza lavoro, la messa a coltura di aree sino ad allora riservate ai pascoli e le recinzioni delle terre comuni attuate dagli acquirenti delle proprietà ecclesiastiche e municipali; a incentivarlo furono per un verso il varo di leggi protezionistiche a tutela dei produttori cerealicoli, le quali resero più costosi i grani d'importazione, e per l'altro la crescita della domanda europea di grano, vino e olio, che accrebbe le possibilità di esportare tali derrate. Tale crescita ebbe all'origine la guerra di Crimea (scoppiata nel 1853), che bloccò l'afflusso di grano russo sui mercati europei, l'epidemia di fillossera che afflisse la Francia (manifestatasi a partire dal 1863), la quale costrinse i produttori vinicoli di quel paese a servirsi di uve spagnole e consentì ai vini iberici di affermarsi sui tradizionali mercati di esportazione della Francia, e lo sviluppo manifatturiero delle nazioni nordeuropee, che fece aumentare il consumo di olio per usi industriali.

Questo sviluppo dell'agricoltura fu peraltro pagato con un declino dell'allevamento: nel corso dell'Ottocento, difatti, alla crescita delle esportazioni agricole si accompagnò una contrazione di quelle laniere, che in precedenza avevano costituito un'importante voce di attivo nella bilancia commerciale spagnola. Questo fenomeno è ricondotto da Nadal (1980) a un problema di offerta: l'espansione delle coltivazioni avrebbe difatti sottratto spazio ai pascoli. García de Cortázar e González Vesga (2001) rilevano invece il verificarsi d'un calo della domanda, dovuto al diffondersi dell'allevamento di pecore spagnole in altri paesi europei, che fece sorgere in essi una produzione di lana dal prezzo molto conveniente (della quale finirono per servirsi non soltanto i produttori tessili di quei paesi, ma persino quelli catalani, privilegiandola rispetto a quella nazionale). In compenso, in quella fase si ebbe un certo sviluppo dell'allevamento bovino, il quale tuttavia fu frenato dal prezzo elevato della carne, che la escludeva dalla dieta delle classi popolari.

Gli autori citati sottolineano inoltre che nell'ultima parte del secolo a tale sviluppo fece seguito un grave decadimento del settore. Nel 1876 la fillossera comparve anche in Spagna, andando poi sempre più diffondendosi; mentre la Francia, ormai ripresasi, nel 1892 denunciò il trattato di libero scambio che aveva consentito ai vini spagnoli l'accesso al suo mercato. Inoltre nel 1882 il paese, dopo essere stato per un trentennio un esportatore di cereali, ne divenne importatore, permanendo in questa condizione sino al 1913: un mutamento determinato dall'accresciuta circolazione dei grani nordamericani, russi e argentini, più a buon mercato di quelli iberici. Anche la produzione olearia scontò l'inasprirsi della concorrenza, sia degli oli di altri paesi, sia del petrolio e del grasso animale (sempre più usati in ambito industriale). L'olivicultura, tuttavia, riuscì presto a riguadagnare spazi di mercato, grazie a un miglioramento qualitativo dei suoi oli alimentari; invece per consentire una ripresa delle coltivazioni cerealicole e vinicole fu necessario imporre dazi elevatissimi sulle importazioni, in modo da penalizzare fortemente sul mercato nazionale una concorrenza che altrimenti le produzioni locali non sarebbero state in grado di reggere.

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3. Le attività industriali

Il limitato sviluppo dell'industria

La caduta delle esportazioni agricole fu parzialmente compensata dallo sviluppo di cui beneficiarono, a partire dagli anni settanta, quelle di materie prime in uso nell'industria (carbone e vari metalli). Scrive ancora Nadal (1980), infatti, che all'epoca l'attività mineraria conobbe una forte espansione, per effetto del rilascio di nuove concessioni e dell'inserimento nel settore di imprenditori stranieri. Oltre ad alimentare correnti di esportazione, l'incremento dell'estrazione di minerali consentì pure lo sviluppo dell'industria metallurgica nazionale. Questo tuttavia non assunse grande portata: nel periodo 1881-1913, che pure fu quello in cui maggiormente si rafforzò, essa non lavorò che l'8 per cento del minerale estratto.

Più in generale, nel periodo in esame l'industria manifatturiera nazionale permase quasi in ogni comparto in una condizione di notevole debolezza. Unica rilevante eccezione fu rappresentata dall'industria cotoniera catalana, la quale conobbe un lungo periodo di prosperità; questo tuttavia dopo il 1880 ebbe fine, a causa della caduta della domanda interna generata dalla crisi agraria di fine secolo e della perdita delle ultime colonie americane (Cuba e Porto Rico, le quali per tali produzioni costituivano un mercato protetto). Soprattutto, mancò nel paese lo sviluppo d'un'industria tecnologicamente avanzata. Per quasi tutto il secolo avvenne così che la domanda nazionale di telai meccanici per l'industria tessile, di macchine a vapore, di materiale ferroviario e di navi di ferro venisse soddisfatta quasi per intero tramite importazioni.

Questa situazione stagnante si determinò malgrado il tentativo della monarchia borbonica, compiuto a metà del XIX secolo, di promuovere lo sviluppo industriale. In merito a questo tentativo, nei lavori di Cameron e Neal (2002) e di García de Cortázar e González Vesga (2001), si legge che negli anni cinquanta venne liberalizzato il settore ferroviario, per favorirvi l'ingresso di nuovi operatori, in particolare stranieri. Con il medesimo intento, il governo concesse generosi incentivi ai soggetti che vi si fossero impegnati; e nel contempo aprì al capitale estero anche il comparto creditizio, in modo da far affluire nel paese le risorse necessarie al finanziamento delle costruzioni ferroviarie. Grazie a tali misure, si riuscì a dotare il paese d'una rete ferroviaria; tuttavia i benefici che da ciò derivarono per l'industria nazionale furono modesti. Infatti le ferrovie furono costruite in gran parte con materiali e attrezzature importate, dunque senza offrire stimoli diretti a tale industria. Inoltre i finanzieri stranieri - soprattutto francesi - che le fecero sorgere concepirono le ferrovie come uno strumento al servizio non dell'economia spagnola, bensì delle industrie estere di cui pure erano azionisti: essi difatti badarono non tanto a collegare fra di loro le diverse regioni del paese (come sarebbe stato necessario nell'ottica dello sviluppo dei traffici interni), quanto piuttosto a facilitare gli spostamenti dalle regioni minerarie alle città portuali (e dunque l'esportazione dei metalli estratti) e quelli da tali città verso il grande mercato madrileno (e dunque la commercializzazione dei prodotti manifatturieri esteri). D'altra parte l'industria spagnola era così poco sviluppata da non essere neppure in grado di approfittare del pur limitato ampliamento delle possibilità di commercializzazione che la rete ferroviaria offrì alle sue produzioni. A quest'ultimo riguardo, appare significativo il fatto che molte società, venuti meno i contributi governativi, entrarono in crisi e poi fallirono, a causa della scarsa redditività delle linee gestite.

Le ragioni di fondo dell'arretratezza industriale

Il limitato sviluppo dell'industria è riconducibile a una pluralità di ragioni. Una presumibilmente fu rappresentata dalle cospicue emissioni di titoli di debito pubblico, le quali, come già spiegato, ebbero l'effetto di distogliere i capitali presenti nel paese da altre forme d'investimento. Una funzione analoga potrebbe avere avuto, come ipotizza Rovida (1980), la vendita delle terre ecclesiastiche e municipali, che pure svolse un'azione di drenaggio delle risorse finanziarie nazionali. All'esiguità delle risorse interne che venivano indirizzate verso gli investimenti industriali non poté sopperire l'afflusso di capitali esteri, dal momento che essi, come abbiamo visto, si concentrarono in ristretti ambiti di attività, il cui sviluppo non riuscì a stimolare quello di altri comparti: l'apertura di nuove miniere da parte di compagnie straniere, ad esempio, secondo Hermet (1999) non ebbe alcuna ricaduta sul resto dell'economia spagnola, venendo così a configurarsi quasi come una forma di sfruttamento coloniale. Alle limitate possibilità di crescita degli investimenti si sommò poi la ristrettezza della domanda di beni manifatturieri, rilevata da entrambi gli autori sopra citati.

La ricerca delle ragioni dell'arretratezza industriale spagnola non può inoltre prescindere da un'analisi dello stato dell'agricoltura, il quale ebbe un ruolo di primaria importanza nel determinare le criticità riscontrabili dal punto di vista dei consumi come degli investimenti. In materia, Casmirri (1998) sottolinea come tale settore si connotasse per una bassa produttività e per un modesto livello dei redditi dei suoi occupati, potendo così contribuire in misura limitata sia alla generazione di nuovi capitali, sia all'ampliamento della domanda di beni manifatturieri. Inoltre la persistenza d'una bassa produttività dell'agricoltura le conferiva una notevole capacità di assorbimento di forza lavoro, impedendo la formazione nelle campagne d'un serbatoio di manodopera disoccupata o sottooccupata cui l'industria potesse attingere per realizzare la propria espansione.

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4. La prima guerra mondiale e l'immediato dopoguerra

Benché il paese fosse rimasto neutrale, l'economia spagnola fu ugualmente influenzata dalla prima guerra mondiale, in ragione degli effetti che essa sortì sui traffici internazionali. Fontana e Nadal (1980) rilevano infatti che lo sconvolgimento delle relazioni commerciali con i paesi impegnati nel conflitto fece venir meno l'importazione di alcuni beni, la cui superiorità rispetto a quelli nazionali (sotto l'aspetto sia del prezzo, sia della qualità) aveva mantenuto modesta la produzione di questi ultimi. Ciò rese possibile lo sviluppo dell'estrazione di carbone, dell'industria siderurgica e di quella chimica. Il rafforzamento di tali attività provocò inoltre quello dell'industria idroelettrica, in quanto accrebbe la domanda di energia. Un altro fenomeno dalle ricadute positive fu il rarefarsi delle produzioni civili nei paesi belligeranti, che consentì alla Spagna di esportare i propri prodotti tessili in questi stessi paesi e nelle nazioni sudamericane che da essi sino ad allora erano dipesi.

Nel contempo, tuttavia, vi fu una caduta dell'esportazione dei minerali, causata dai rischi creati dalla guerra sottomarina praticata dai tedeschi e dalla crescita del costo dei noli marittimi, che si ripercuoteva in modo particolare sulle merci il cui valore era basso in rapporto al volume occupato (fra le quali v'erano appunto le materie prime minerarie). Inoltre il mercato interno si restrinse, a causa della disoccupazione determinatasi nell'industria mineraria e della crescita del costo della vita, provocato a sua volta dal maggior costo dei beni nazionali che avevano sostituito le importazioni e dall'elevato costo dei noli (che incideva sui prezzi dei residui prodotti d'importazione). Le trasformazioni ingenerate dal conflitto ebbero dunque un carattere ambivalente: l'economia nazionale nel complesso si sviluppò (come testimonia l'evoluzione della bilancia commerciale, che da passiva divenne attiva), ma a beneficiare dei suoi progressi fu solo una ristretta cerchia di operatori (quali gli industriali e gli armatori), mentre gran parte della popolazione subì addirittura un impoverimento.

Questo processo di sviluppo, comunque, fu bruscamente troncato dalla fine delle ostilità. Dopo il 1918, infatti, le maggiori potenze europee tornarono ad essere presenti sul mercato spagnolo e sugli altri in cui tradizionalmente operavano, ponendo in serie difficoltà le imprese che avevano occupato gli spazi da esse precedentemente lasciati liberi. La congiuntura positiva del 1914-18 si dimostrò così derivata soltanto da fattori contingenti e il suo esaurimento lasciò l'industria spagnola nella stessa condizione di arretratezza in cui l'aveva trovata, se non sul piano della capacità produttiva quantomeno su quello, comunque di fondamentale importanza, della modernità e competitività delle strutture produttive.

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5. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

Per una geografia storico-economica. La Spagna (Parte terza). Percorso bibliografico nelle collezioni della Biblioteca. Si suggerisce inoltre la ricerca nel Catalogo del Polo bibliotecario parlamentare e nelle banche dati consultabili dalle postazioni pubbliche della Biblioteca.

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