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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 55 (Nuova Serie), gennaio 2020

Per una geografia storico-economica. La Spagna (Parte seconda: dal 1500 al 1830)

Abstract

Il XVI secolo vide la Spagna beneficiare d'un notevole sviluppo di tutte le attività economiche, favorito dalla crescita demografica interna ed europea, nonché dal controllo assunto su vasti territori al di fuori del continente. Nel Seicento, tuttavia, a questo sviluppo fece seguito un grave declino, dovuto all'inversione del ciclo demografico e all'emergere di nuove potenze mercantili; sicché il Regno di Spagna, dopo avere costituito uno dei territori europei più prosperi, finì per diventare un'area fortemente arretrata. Dopo il 1700 si manifestarono dei segnali di ripresa, quantomeno in ambito agricolo; ma la combinazione fra i limiti connotanti la struttura economica nazionale e le ricadute degli eventi bellici che interessarono il paese determinò un alternarsi di congiunture positive e negative che rese complessivamente modesti i progressi da esso compiuti fra quella data e il 1830.

porto di Siviglia 15001. Lo sviluppo cinquecentesco

2. La crisi del Seicento

3. Il XVIII secolo

4. Il primo trentennio dell'Ottocento

5. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

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1. Lo sviluppo cinquecentesco

● L'agricoltura

Nel precedente articolo s'è detto di come la Spagna, al pari delle altre regioni europee, fra il XIV e il XV secolo fosse stata interessata da un declino demografico che aveva portato all'abbandono di campi e villaggi rurali. Nel corso del Quattrocento ebbe inizio però la ripresa, che nel Cinquecento sfociò in una nuova, ulteriore espansione: si ebbe così non soltanto il progressivo recupero delle terre abbandonate, ma anche la messa a coltura di nuovi suoli. Di ciò dà conto van Barth (1978), sottolineando inoltre come nel Cinquecento si siano avuti, unitamente a questo ampliamento della superficie coltivata, dei progressi sul fronte delle modalità di coltivazione. L'Andalusia fu una delle poche regioni mediterranee che conobbe la diffusione di grandi aziende dedite alla monocoltura (dei cereali, della vite, dell'olivo, del cotone o della canna da zucchero), impiantate sovente da cittadini abbienti: secondo l'autore, queste iniziative sono da annoverare fra i primi esempi di impresa agricola capitalistica condotta su vasta scala. Inoltre all'epoca la Catalogna costituiva, assieme alla Provenza e alla Linguadoca, la sola regione mediterranea in cui si praticassero forme intensive di agricoltura, connotate dall'inserimento dei foraggi nelle rotazioni colturali finalizzate al reintegro della fertilità dei suoli (pratica che consentiva di ampliare la disponibilità di bestiame e quindi di concime).

● Le manifatture e i commerci

Nel XVI secolo la Spagna beneficiò anche d'un significativo sviluppo delle attività manifatturiere, consentito dall'ampliamento degli sbocchi commerciali cui gli imprenditori regnicoli avevano accesso. Questo a sua volta derivò dalla formazione dell'impero coloniale e dalla forte crescita della popolazione sia nazionale che europea. La situazione che si determinò nel corso del secolo, così come viene illustrata da Bennassar (1981) e da Kellenbenz (1978), non fu tuttavia positiva sotto ogni aspetto. Nel fondamentale settore tessile, infatti, si ebbe un notevole calo delle attività di lavorazione del lino e della canapa. Inoltre lo sviluppo del comparto laniero fu ostacolato dalla tendenza dei grandi allevatori a esportare le lane migliori in Inghilterra, nelle Fiandre o in Italia, cosa che penalizzò i produttori nazionali rispetto ai loro concorrenti di tali paesi: infatti uno sviluppo ulteriore di tale comparto vi fu, ma legato soprattutto all'incremento della domanda interna e di quella espressa dalle colonie. Fu invece notevole la crescita della lavorazione di tessuti serici, che fece ascendere la Spagna al rango di seconda produttrice europea dopo l'Italia.

Al di fuori del comparto tessile, fu pure notevole lo sviluppo della cantieristica navale, suscitato dalle esigenze militari e mercantili della corona. Anche i comparti minerari e metallurgici si rafforzarono, potendo contare su un'abbondante disponibilità di materie prime: in particolare, all'epoca erano spagnole le più cospicue riserve continentali di ferro e di mercurio. La Biscaglia, la regione spagnola più ricca di ferro, era una delle poche regioni d'Europa che esportava i propri prodotti metallurgici anche in luoghi assai lontani; in essa il livello di commercializzazione di tali prodotti era talmente elevato che molte fonderie erano controllate proprio da mercanti. Va tuttavia rilevato che questo forte sviluppo della metallurgia non condusse ad un significativo progresso delle tecniche in uso, le quali rimasero poco avanzate persino in relazione al contesto dell'epoca. Infatti in Spagna, come nel resto dell'Europa meridionale, la produzione di ferro tramite altoforno non si affermò che nel Sette-Ottocento: nel periodo che stiamo considerando, quindi, il ferro continuò ad essere lavorato a mano o al più con magli idraulici.

Accanto allo sviluppo dell'industria s'ebbe quello dei commerci, il quale in parte dipese proprio dalla crescita della produzione manifatturiera, ma in parte anche da un incremento delle importazioni, scaturito dalla colonizzazione delle Americhe. Scrive difatti Bennassar (1981) che le colonie americane divennero non soltanto delle importatrici di manufatti spagnoli, ma anche delle grandi esportatrici di materie prime agricole e minerarie (soprattutto di zucchero e di metalli preziosi).

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2. La crisi del Seicento

Questo processo di sviluppo andò esaurendosi negli ultimi decenni del Cinquecento, per lasciare il campo, ai primi del Seicento, a una fase di declino, destinata a protrarsi per tutto il secolo. Per analizzare tale mutamento possiamo rifarci nuovamente a Bennassar (1981) e a Kellenbenz (1978), i quali identificano quale principale fattore di crisi il calo demografico che si ebbe all'epoca, il quale a sua volta viene da essi ricondotto a un peggioramento del clima (giacché l'abbassamento delle temperature incise sull'andamento dei raccolti), all'eccessivo sfruttamento dei molti suoli poco fertili ch'erano stati posti a coltura nel corso del XVI secolo (quando l'espansione demografica aveva imposto quella delle superfici coltivate) e al verificarsi di epidemie (peraltro collegabile al diffondersi di fenomeni di sottoalimentazione). Il ridursi dell'offerta di manodopera e della domanda di beni agricoli e manifatturieri causato dalla crisi demografica condizionò negativamente l'andamento sia dell'agricoltura, sia dell'industria, sia del commercio. Al fattore demografico se ne sommarono poi altri, quali il calo dell'esportazione di metalli preziosi dall'America e il declino della potenza navale spagnola successivo al conflitto con l'Inghilterra della fine del Cinquecento. Si ebbero così, per fare degli esempi, un declino della produzione di tessuti lanieri, la quale dipendeva soprattutto dalla domanda interna e da quella coloniale, una crisi dell'attività cantieristica e il rarefarsi dei traffici regolari coi territori d'oltreoceano.

Accanto a questa interpretazione della crisi, si può inoltre citare quella di Deyon (1980), nella quale trovano spazio anche dei fattori culturali. L'autore rileva che la Spagna scontò sia una contrazione del mercato interno, causata dal succedersi di epidemie, sia la perdita di sbocchi commerciali nel Levante e nelle Americhe, dovuta all'intensificarsi della concorrenza apportata ai suoi operatori da quelli di altri paesi; ma sostiene altresì che essa fu penalizzata dalla dominanza d'una mentalità arcaica, protesa alla tutela della purezza razziale e religiosa del paese e alla conservazione dei tradizionali valori aristocratici. Espressione di questa mentalità furono l'espulsione dei moriscos (i discendenti dei musulmani rimasti in Spagna dopo la conquista e forzatamente convertiti al cristianesimo) decisa nel 1609, che privò il paese di molti conduttori di attività artigianali, e il diffuso disprezzo verso il lavoro manuale, che disincentivò i detentori di capitali ad investire nelle attività manifatturiere.

Sintetizzando, si può affermare nel XVII secolo la Spagna andò incontro a un destino analogo a quello che sperimentò nello stesso periodo l'Italia, divenendo un paese arretrato nel contesto economico continentale, nel quale ora primeggiavano gli stati nordeuropei affacciati sull'Atlantico.

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3. Il XVIII secolo

● La situazione all'inizio del secolo

Il declino conosciuto dalla Spagna nel Seicento fu accentuato, ai primi del secolo successivo, dal conflitto in cui il paese fu coinvolto per effetto della contrastata successione al trono dei Borbone in luogo degli Asburgo. Al riguardo, Deyon e Jacquart (1980) sottolineano che la guerra fu lunga, onerosa per le finanze pubbliche e combattuta sul suolo stesso del regno, incidendo così pesantemente sulla sua vita economica. Essa inoltre si concluse con un ridimensionamento della potenza spagnola, in quanto il nuovo monarca dovette cedere all'Austria i Paesi Bassi e i propri domini italiani, nonché accettare un ulteriore allentamento del controllo spagnolo sul commercio con le Americhe.

Questi stessi autori forniscono anche un quadro della situazione generale del paese negli anni intorno al 1700. Un dato assai significativo è costituito dall'entità della popolazione, la quale ancora alla fine del Seicento risultava inferiore di un terzo a quella della fine del Cinquecento: le perdite avutesi fra il 1580 e il 1650, dunque, non erano state pienamente ripianate dalla successiva ripresa demografica. La modesta densità abitativa del paese limitava l'apporto di lavoro ai suoli, impedendo il progresso dell'agricoltura. Questo era inoltre scoraggiato dalla forzata convivenza dell'agricoltura con l'allevamento transumante (del cui impatto sulle attività agricole abbiamo trattato nel precedente articolo), cui i proprietari di greggi continuavano a dare la preferenza, nonché dal fatto che i coltivatori di norma non erano proprietari della terra che lavoravano. All'inizio del Settecento, infatti, la figura del piccolo possidente era ormai quasi scomparsa: la massima parte delle terre apparteneva alla Chiesa, a un limitato numero di famiglie nobiliari e alla corona (la quale peraltro aveva perduto anch'essa gran parte del suo patrimonio, essendo stata costretta a vendere i propri beni per far fronte alle spese militari). All'inizio del Settecento, l'agricoltura spagnola risultava così ancora fondata su una cerealicoltura estensiva e quindi scarsamente produttiva. Una situazione relativamente migliore era rinvenibile soltanto in Catalogna, regione caratterizzata da una più elevata densità demografica e dalla sopravvivenza d'un ceto di piccoli e medi proprietari: qui infatti tali condizioni permettevano la realizzazione di opere d'irrigazione e una diffusa conduzione dell'arboricoltura e della viticoltura.

Una situazione analoga a quella dell'agricoltura era riscontrabile in ambito manifatturiero. La situazione generale del paese vedeva difatti le attività industriali continuare a declinare; in parziale controtendenza si ponevano tuttavia quelle catalane, le quali mostravano quantomeno una maggiore capacità di resistenza.

● L'evoluzione dell'agricoltura

Nel trattare dello stato dell'agricoltura intorno al 1700, Deyon e Jacquart (1980) non offrono comunque soltanto delle valutazioni negative, in quanto scrivono che all'epoca essa appariva in netta ripresa quantomeno sul piano della capacità produttiva. Subito dopo, tuttavia, aggiungono che a tale ripresa fece seguito un lungo ristagno, che dà l'impressione che si fosse presto raggiunto il limite estremo delle possibilità tecniche del settore (limite evidentemente molto basso, a riprova della sua arretratezza). Un'analisi più dettagliata ci è fornita da Garden (1980), secondo il quale la produzione cerealicola - la quale costituiva la porzione più consistente della produzione agricola complessiva - andò crescendo nei primi decenni del Settecento, per poi diventare stazionaria o addirittura declinare in quelli centrali (l'inversione di tendenza si colloca fra il 1740 e il 1760 a seconda delle regioni).

In questa fase di crisi la monarchia tentò di favorire un ammodernamento dell'agricoltura, incoraggiando le innovazioni, appoggiando gli sforzi delle società agricole (che in quegli anni cominciavano a diffondersi) e compiendo importanti investimenti (in particolare, realizzando grandi opere irrigue). Molte furono anche le iniziative dei privati. L'insieme di questi sforzi consentì, perlomeno in alcuni territori, una nuova ripresa, che si manifestò negli ultimi dieci o vent'anni del secolo. Essa scaturì dal dissodamento di superfici incolte; da operazioni di drenaggio e prosciugamento che resero disponibili terre sino ad allora sottratte all'agricoltura; dall'introduzione di modalità di sfruttamento del suolo che riducevano il ricorso al maggese (ossia alla pratica di tenere a riposo un terreno per consentire la ricostituzione della sua fertilità); dalla scomparsa dell'allevamento transumante, sostituito da quello su prati recintati. Alla crescita della produzione si unì una sua diversificazione, con l'affermazione delle colture foraggiere (funzionali alla nuova forma di allevamento), lo sviluppo dell'orticultura e delle colture arboree, la diffusione di nuovi cereali (riso e granturco) e quella delle colture funzionali alle attività manifatturiere (gelso, lino, canapa).

● I tentativi di rilancio delle manifatture

Oltre che allo stato dell'agricoltura, il governo borbonico s'interessò anche a quello delle attività manifatturiere, che cercò di risollevare in vari modi. In materia, Kellenbenz (1978) scrive che sin dal 1717 vennero poste in essere misure protezionistiche, tese ad impedire l'ingresso nel paese di tessuti e abiti confezionati. Lo stato intervenne anche in modo più diretto in tale ambito, sia sostenendo i comparti in declino e l'attività di singole imprese in crisi, sia costituendo delle compagnie incaricate di produrre e commerciare manufatti tessili (compagnie che però, malgrado i privilegi loro riconosciuti, stentarono ad affermarsi, finendo presto per trovarsi in gravi difficoltà finanziarie). Infine, la corona fece sorgere delle "manufacturas reales", le quali tuttavia non erano concepite per dare un contributo significativo alla produzione industriale, bensì soltanto per garantire alla corte forniture di oggetti di lusso, quali arazzi e cristalli.

Accanto alle iniziative pubbliche si ebbero anche quelle di soggetti privati. Le principali corporazioni di mercanti madrilene, infatti, si sforzarono di promuovere l'attività industriale finalizzata all'esportazione, che alimentava i loro traffici; e per fare ciò andarono inserendosi direttamente negli ambiti produttivi di loro interesse. Un primo passo in tal senso fu rappresentato dalla costituzione, da parte della gilda dei negozianti di tessuti, d'una compagnia attiva nel settore tessile.

Questi sforzi, comunque, non valsero a porre rimedio alla situazione che s'era determinata nel secolo precedente; ragion per cui la Spagna rimase un paese segnato da una notevole debolezza del comparto manifatturiero.

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4. Il primo trentennio dell'Ottocento

Dalla ricostruzione appena effettuata emerge come alla fine del Settecento la Spagna costituisse una nazione sì arretrata, ma comunque caratterizzata da un certo dinamismo economico, in quanto perlomeno in campo agricolo risultava all'epoca in atto un processo di sviluppo e di modernizzazione. Garden (1980), il quale ha dato conto di tale processo, riferisce tuttavia che esso non proseguì oltre il 1800. Stando alle informazioni ch'è possibile reperire, difatti, nel periodo compreso fra il 1800 e il 1830 la produzione cerealicola conobbe in ogni parte del regno una brusca e cospicua diminuzione. Ciò ovviamente si rifletté sulle condizioni economiche complessive della Spagna: Nadal (1980) rileva al riguardo che in quei tre decenni le entrate fiscali della monarchia andarono sempre più riducendosi rispetto agli ultimi anni del Settecento.

A determinare questo nuovo arretramento furono gli eventi bellici che interessarono il paese in tale fase: l'invasione subita nel 1808 da parte dell'esercito napoleonico, la guerra d'indipendenza combattuta sino al 1814 in reazione a questo tentativo di conquista e il moto rivoluzionario del 1820-1823 (iniziato con una sollevazione militare e stroncato dall'intervento delle truppe francesi, stavolta condotto in soccorso della monarchia). Tali eventi incisero sull'andamento dell'agricoltura in quanto causa di uccisioni e devastazioni di territori, ma ancor più in ragione degli ostacoli da essi posti alla circolazione delle derrate: infatti Garden (1980) rileva che le produzioni per l'autoconsumo contadino soffrirono meno di quelle destinate al mercato.

La Spagna giunse così all'età contemporanea in una condizione economica davvero critica, destinata a pesare anche sulla sua evoluzione successiva. Essa difatti non soltanto non poteva contare su un settore manifatturiero fiorente, al cui interno potessero formarsi capacità imprenditoriali e risorse finanziarie suscettibili di avviare la formazione d'un'industria di tipo moderno, ma non disponeva neppure d'un'agricoltura sviluppata, in grado di contribuire allo sviluppo di tale industria elevando la capacità di consumo e d'investimento dei ceti rurali. L'uscita da questa situazione di stallo avrebbe richiesto molti decenni.

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5. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

Per una geografia storico-economica. La Spagna (Parte seconda). Percorso bibliografico nelle collezioni della Biblioteca. Si suggerisce inoltre la ricerca nel Catalogo del Polo bibliotecario parlamentare e nelle banche dati consultabili dalle postazioni pubbliche della Biblioteca.

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