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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 56 (Nuova Serie), aprile 2020

Enrico De Nicola: il Presidente della Costituente

Abstract

La biografia ripercorre le tappe dell'impegno di Enrico De Nicola, dalla carriera di avvocato al ruolo di parlamentare e poi capo dello Stato, nei difficili momenti del fascismo e poi della ricostruzione democratica del dopoguerra, fino alla nomina a senatore a vita e poi a giudice della Corte Costituzionale.

Enrico De NicolaRingraziamo per averci fornito il seguente contributo il Professor Lorenzo Benadusi, docente aggregato di storia contemporanea presso l'Università degli studi di Bergamo.

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1. Dall'attività forense alla politica

2. L'atteggiamento verso il fascismo

3. Il ritiro dalla scena politica e il ritorno dopo l'armistizio

4. La Costituente e l'elezione a Capo provvisorio dello Stato

5. Le dimissioni, la riconferma, l'incompatibilità con De Gasperi

6. Senatore a vita e giudice della Corte costituzionale

7. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

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1. Dall'attività forense alla politica

Enrico De Nicola fa parte di quella élite di uomini politici e di cultura di orientamento democratico liberale, protagonisti del periodo prefascista, ritenuti particolarmente idonei a svolgere un ruolo di grande rilievo istituzionale anche nell'iniziale fase repubblicana. Senso dello Stato, indipendenza dai partiti, imparzialità, "vocazione arbitrale" ed eccezionale integrità morale furono le qualità che gli permisero di assumere importanti incarichi nei momenti più delicati della storia italiana della prima metà del Novecento.

Era nato a Napoli il 9 novembre del 1877 e a diciotto anni si era laureato in legge, iniziando a svolgere attività giornalistica come cronista giudiziario del «Don Marzio», di cui divenne poi capo redattore. La collaborazione con il vecchio quotidiano crispino terminava però nel febbraio del 1899 quando, in contrasto con la linea del giornale, assumeva una posizione critica nei confronti dei provvedimenti limitativi della libertà di stampa approvati dal governo Pelloux. Da quel momento si dedicava al diritto e, in breve tempo, si guadagnava la fama di uno tra i più esperti avvocati penalisti italiani. Proprio la notorietà acquisita grazie all'attività forense lo portava alla ribalta politica, con l'elezione nel 1907 a consigliere comunale di Napoli e due anni dopo con la candidatura per un seggio alla Camera. La sua posizione di liberale moderato, favorevole a una crescita dell'intera società nel rigoroso rispetto dell'ordine e della legge, emergeva dal programma politico presentato agli elettori del collegio di Afragola: «Sono un sostenitore della libertà che non degeneri in arbitrio, credo nell'evoluzione delle masse operaie e non nella rivoluzione». Contro ogni previsione, De Nicola riusciva a battere il candidato giolittiano Luigi Simeoni, da anni dominatore incontrastato della politica locale. Entrato in Parlamento veniva però conquistato dalla figura di Giolitti; così, «per convinzione, … per conversione», entrava a far parte della maggioranza. Era l'inizio di una lunga collaborazione che, dopo l'ennesimo successo nelle elezioni del 1913, culminava con la sua nomina a sottosegretario al Ministero delle colonie. Nel 1919 veniva incaricato di presiedere la Giunta per le elezioni, una funzione istituzionale che svolgeva con grande competenza grazie alla sua profonda conoscenza delle procedure e alla sua indipendenza di giudizio.Infatti, nonostante l'introduzione del sistema proporzionale rendesse estremamente difficile il compito di esaminare i tanti ricorsi, la Giunta riusciva a terminare i suoi lavori con la convalida, senza alcun rilevante contrasto, di tutti i 480 deputati eletti.

Proposto da Giolitti come presidente della Camera, De Nicola veniva confermato a questa carica da una larghissima maggioranza dei deputati. Durante il suo mandato si realizzava un'importante riforma dei regolamenti parlamentari, diventata necessaria di fronte ai cambiamenti intervenuti con la nuova centralità acquistata dai partiti di massa: venivano istituiti i gruppi parlamentari; saliva a nove il numero delle commissioni legislative permanenti; si stabiliva una nuova normativa per i dibattiti in aula e trasformato il sistema di discussione e di approvazione dei progetti di legge. L'intento era anche quello di seguire l'impostazione giolittiana che mirava a ridare piena sovranità al Parlamento, privato durante la guerra di molte sue funzioni. Di fatto però gli anni di De Nicola alla presidenza della Camera - dal giugno del 1920 al gennaio del 1924 - coincidono con la fase più sofferta per la vita delle istituzioni parlamentari e democratiche, attaccate dall'offensiva dei fascisti che dalle piazze era dilagata dopo le elezioni del 1921 anche a Montecitorio.

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2. L'atteggiamento verso il fascismo

La posizione di De Nicola nei confronti del fascismo coincideva con quella di Giolitti, illuso che l'ingresso delle camice nere in Parlamento agevolasse la loro immissione "nell'alveo della legalità" e servisse, contemporaneamente, a bilanciare la forza delle sinistre. In questa prospettiva il presidente della Camera si adoperava in prima persona nella trattativa per il patto di pacificazione tra socialisti e fascisti, una conciliazione che, a suo giudizio, avrebbe evitato l'inasprirsi della lotta tra i due partiti. «L'ordine pubblico - dichiarò in quella circostanza - non va ristabilito contro nessuno, ma a vantaggio di tutti». I fatti lo avrebbero smentito mostrando chiaramente gli effetti negativi di questa eccessiva arrendevolezza verso il fascismo; del resto, come la gran parte della classe politica liberale, anche De Nicola non riusciva a cogliere la vera natura del movimento mussoliniano, ne sottovalutava la carica antisistema e violenta espressa dalla stessa organizzazione del partito milizia. La fallita pacificazione si sarebbe rivelatainoltre un duro colpo alla credibilità degli organi istituzionali, incapaci di garantire il rispetto delle regole e la salvaguardia della legalità.

L'incomprensione della minaccia fascista contro il sistema democratico emergeva anche dal suo rifiuto a impegnarsi direttamente nel governo, la cui guida gli era stata offerta per ben quattro volte tra il 1921 e il 1922, nel pieno dunque del "biennio nero". La delicatezza del momento, con la progressiva agonia dello Stato liberale, lo portava a respingere le proposte, ben consapevole che «l'unanimità dei consensi per la designazione» non significava «unanimità di consensi dopo l'accettazione». Malgrado il suo prestigio personale, De Nicola, privo dell'appoggio di un partito, temeva insomma di non riuscire a formare una maggioranza stabile e di ritrovarsi in balia delle forze politiche. Secondo Aldo Sandulli, per di più, non si riteneva tagliato per un simile incarico, così «non fu, il suo, il pavido rifiuto di un amaro calice; ma il consapevole diniego di accettare un compito che non sentiva fatto per sé». Dopo la marcia su Roma continuò quindi a dirigere i lavori della Camera, subendo i continui affronti di Mussolini, che sin dalla votazione della fiducia al suo governo appena formato non si risparmiava di insultare e umiliare i parlamentari dell'opposizione e lo stesso De Nicola la cui minaccia di rassegnare le dimissioni dall'incarico serviva solo a calmare momentaneamente gli animi. Era solo il primo atto del cedimento della classe dirigente liberale al fascismo e il preludio della dittatura, come intuiva Anna Kuliscioff, critica nei confronti di De Nicola che si era fatto subito «addomesticare dal tono più parlamentare del domatore». E il domatore appunto non mancherà di dimostrare in più occasioni tutto il suo disprezzo per il Parlamento. De Nicola dunque - come osserva un suo attento biografo - «rimase di fatto prigioniero della logica, comune ad altri esponenti della democrazia liberale, di fiancheggiatore neutrale del fascismo» (Piero Craveri, 2002). Accettò anche di nominare una Commissione incaricata di valutare la proposta di cambiare il sistema elettorale, con un ritorno al maggioritario a collegio unico nazionale e il conferimento dei due terzi dei seggi al partito di maggioranza relativa. La Commissione, presieduta da Giolitti, terminò i suoi lavori con l'approvazione della legge Acerbo, un passo senza ritorno sulla strada della conquista fascista dello Stato. Ma ancora i liberali non aprivano gli occhi, come dimostrava lo stesso De Nicola che si candidava alle elezioni nelle liste di Mussolini. Solo le dure accuse di opportunismo lanciate dalle opposizioni, l'evidente degenerare della campagna elettorale, scandita dalla violenza degli squadristi, e l'"insanabile dissenso" con i fascisti napoletani lo spingevano però a ritirare all'ultimo momento la sua candidatura. Nel discorso scritto, ma mai pronunciato, rivolto ai suoi elettori, De Nicola giustificava l'appoggio al fascismo con la volontà di «risparmiare all'istituto parlamentare, nell'atmosfera arroventata in cui allora si viveva, più oscuri pericoli e danni più gravi». In realtà, il suo atteggiamento nasceva anche dalla convinzione che la libertà potesse essere soppressa in alcuni «momenti eccezionali e straordinari» di pericolo e di difficoltà, senza rendersi conto di concedere così sempre più spazio all'avvento del regime dittatoriale.

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3. Il ritiro dalla scena politica e il ritorno dopo l'armistizio

Da qui in poi De Nicola si ritirava dalla vita politica e, una volta nominato senatore nel 1929, si asteneva dall'attività parlamentare. In questi anni ritornava quindi a dedicarsi al diritto, pubblicando un importante studio sui possibili punti di convergenza tra la scuola giuridica classica e quella positiva. Come per molti altri liberali, la caduta del fascismo lo spingevaad abbandonare quella «sorta di "sopportazione" sdegnosa del regime, certo nobile ma passiva e politicamente sterile» (Francesco Perfetti, 1994), per tornare a svolgere un'importante opera di mediazione tra le forze politiche, appena rinate dopo anni di silenzio e clandestinità. A lui si deve la proposta e la conduzione della difficile trattativa tra il governo Badoglio e il CLN sulla questione della monarchia che nell'inverno 1943-1944, "quando l'Italia era tagliata in due" e la guerra civile in pieno sviluppo, bloccava l'ingresso nel governo degli antifascisti, fermi sulla pregiudiziale antimonarchica. La soluzione avanzata da De Nicola di evitare l'abdicazione del re e di passare i poteri della corona al Luogotenente, il principe ereditario Umberto, sacrificava di fatto Vittorio Emanuele III - troppo compromesso con il fascismo - ma assicurava una certa continuità istituzione e dava a Casa Savoia ancora una chance. Si sbloccava così anche l'impasse politica e dopo il suo rifiuto di partecipare al governo Bonomi, De Nicola nel settembre del 1944 veniva nominato membro della Consulta nazionale con l'incarico di presiedere la Commissione Giustizia che avrebbe aperto il capitolo dell'epurazione.

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4. La Costituente e l'elezione a Capo provvisorio dello Stato

Una volta finita la guerra, in attesa dell'esito del referendum istituzionale del 2 giugno del 1946, il giurista napoletano si sottraeva all'invito di candidarsi alla guida della lista del Partito liberale per l'elezione all'Assemblea Costituente. Il responso delle urne, oltre a sancire la vittoria della Repubblica, premiava i tre partiti di massa - Dc, Psipup e Pc - e condannava i liberali a un sostanziale ridimensionamento. L'Assemblea Costituente si trovava quindi ad affrontare il difficile compito di stabilire il nuovo ordinamento dello Stato e di scegliere il presidente provvisorio della Repubblica. Se azionisti e repubblicani miravano all'elezione di un esponente politico di sicura fede repubblicana, gli altri partiti ritenevano invece che una personalità dichiaratamente monarchica fosse la più adattata a stemperare il risentimento dei tanti delusi dall'esito del referendum e a creare un clima di conciliazione nazionale così necessario per dare stabili fondamenta all'edificio istituzionale. Vista la ferma decisione di Alcide De Gasperi di non lasciare il suo ruolo di capo del governo, dopo l'opposizione della Dc alla candidatura di Benedetto Croce - per il suo strenuo laicismo - e a quella del Pci verso Vittorio Emanuele Orlando - per il suo eccessivo lealismo verso la corona - i partiti trovavano un accordo sul nome di De Nicola, che il 28 giugno del 1946, con 396 preferenze su 501 votanti, veniva eletto Capo provvisorio dello Stato.

L'elezione di un liberale democratico meridionale e monarchico, in grado però di fornire tutte le garanzie di lealtà verso la Repubblica, serviva a far accettare più facilmente l'esito referendario dalla parte sconfitta, garantendo un equilibrio tra un Sud, in gran parte favorevole ai Savoia e rimasto pressoché estraneo alla guerra civile, e un Nord partigiano e repubblicano, tra chi invocava la continuità e chi pretendeva una rottura netta con il passato fascista e prefascista. Prefigurava dunque una transizione graduale, tanto più che De Nicola, rimasto defilato dai governi ciellenistici, con la sua «inflessibile indipendenza di giudizio e imparzialità incoercibile», appariva l'unico capace di resistere alle pressioni delle diverse forze politiche. La scelta di un candidato non appartenente ai grandi partiti di massa rispondeva anche alla comune volontà di neutralizzare il ruolo del capo dello Stato, di evitare una sua ingerenza nei delicati equilibri in atto, di limitare nel presente e nel futuro un potere che potesse contrapporsi o sovrapporsi al Parlamento, di esorcizzare ogni fantasma "presidenzialista" evocativo della dittatura e del dittatore. Nel suo discorso di insediamento, dopo aver giurato davanti al popolo italiano, De Nicola ribadiva chiaramente questo intento di garantire l'unità nazionale attraverso la pacificazione tra monarchici e repubblicani, e tra fascisti e antifascisti; la piena collaborazione nell'opera di ricostruzione politica e sociale anche di quanti «si siano purificati da fatali errori e di antiche colpe»; la conversione alla democrazia di tutti gli strati sociali; la formulazione di una Carta costituzionale basata su valori ampiamente condivisi. Sollecitava poi i partiti a «procedere, nelle lotte per il fine comune del pubblico bene, secondo il monito di un grande stratega: marciare divisi per combattere uniti».

Il ruolo di garante veniva svolto dal presidente anche nei riguardi dei lavori dell'Assemblea costituente che, cassa di risonanza dei conflitti in atto nel paese e nell'esecutivo, rischiava di non riuscire a conciliare le divergenze tra i contraenti, per arrivare a un patto comune sui fondamenti del nuovo Stato repubblicano. Come testimonia Nilde Iotti, De Nicola voleva perciò «essere aggiornato minuziosamente sui temi in discussione, sullo stato di avanzamento dei lavori, sulle decisioni di ciascuno e sulle ragioni di tutti. Lo faceva senza far pesare il suo incarico, ma dando in ogni momento prova di grande, consumata esperienze giuridica, ma anche di discrezione nell'esprimere le sue opinioni» (Nino Valentino, 1989).

Per De Nicola l'unità del paese era inoltre strettamente legata al rispetto della sovranità nazionale, che con la sconfitta in guerra rischiava di essere irrimediabilmente compromessa. Nei sui richiami alla salvaguardia di una civiltà millenaria era implicito l'appello alle potenze vincitrici di rispettare l'onore, la dignità e l'indipendenza italiana. Vanno lette in questa chiave le resistenze di De Nicola esitante di fronte al trattato di pace che, malgrado i limiti del suo mandato provvisorio, a lui spettava di ratificare in attesa dell'entrata in vigore della Costituzione e delle prime elezioni politiche. L'espediente formale di far anteporre alla sua firma quella di un rappresentante del governo era un'ulteriore dimostrazione delle sue riserve nei riguardi dell'"ingiusto" trattamento punitivo riservato all'Italia. Il condizionamento internazionale si rivelava ancor più pesante con l'inizio della guerra fredda e la divisione del mondo in due sfere di influenza che avevano conseguenze dirompenti sul sistema politico appena nato: l'antifascismo cessava di essere il collante tra le forze politiche, mentre l'anticomunismo inaspriva la contrapposizione tra schieramenti, lacerando la tela dell'unità nazionale. Nel cruciale frangente del maggio-giugno 1947, di fronte al tentativo democristiano di porre fine alla collaborazione tripartitica, De Nicola, in assenza di regole procedurali, iniziava le consultazioni e, per tentare di risolvere la crisi senza modificare la compagine di governo, conferiva l'incarico prima a Francesco Saverio Nitti e poi a Emanuele Orlando. Solo dopo l'insuccesso di queste due candidature era costretto a rinominare De Gasperi alla guida di un monocolore democristiano con l'appoggio di due tecnici, Luigi Einaudi e Carlo Sforza.

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5. Le dimissioni, la riconferma, l'incompatibilità con De Gasperi

Il mutato scenario politico spingeva il capo dello Stato a dimettersi, formalmente per il sopraggiunto termine del suo mandato che però era stato automaticamente prorogato; in realtà il dissolversi della maggioranza tripartita che lo aveva eletto, prefigurava agli occhi di De Nicola il venir meno dell'appoggio incondizionato da parte dell'Assemblea. Veniva smentito, perché il 26 giugno la Costituente lo riconfermava Capo provvisorio dello Stato con 405 voti favorevoli su 431, sottolineando «che la maggioranza presidenziale non era quella stessa del governo».

Il 1° gennaio del 1948, con l'entrata in vigore della Costituzione e l'assunzione del titolo ufficiale di presidente della Repubblica, si erano ormai esauriti i motivi che avevano portato De Nicola al Quirinale: «liquidare le conseguenze della guerra dal punto di vista internazionale; dettare la nuova Costituzione in rapporto alla nuova formula istituzionale; avviare il paese verso le elezioni politiche generali». Il suo cursus honoris nella nuova Italia stava per concludersi anche perché si evidenziava una incompatibilità di fondo tra la posizione di De Nicola e la proposta politica di De Gasperi, come era emerso nel clima infuocato della campagna elettorale del 1948. Il presidente della Repubblica, anticipando l'orientamento che avrebbe tenuto a seguito del voto, aveva infatti espresso il convincimento di affidare la guida dell'esecutivo al leader del partito di maggioranza relativa e non a chi avesse avuto in concreto più possibilità di formare il governo. Un orientamento non gradito alla Dc che nella sua posizione di centro si riteneva il fulcro del sistema politico, l'unico partito in grado di garantire ampie e stabili maggioranze. Nella lunga vigilia elettorale, i democristiani non potevano inoltre prevedere il successo plebiscitario dell'aprile 1948 e, anzi, temevano una vittoria del fronte democratico popolare delle sinistre. Se questa minacciosa eventualità si fosse verificata, sarebbe stato di gran lunga più favorevole la nomina di un capo dell'esecutivo capace di aggregare una larga coalizione di forze anche eterogenee, ma pur sempre in grado di opporsi ai socialcomunisti; un'operazione che De Gasperi era appunto in grado di realizzare, come aveva già dimostrato dopo l'uscita delle sinistre dal governo nella primavera del 1947. Dunque i rapporti tra De Gasperi e De Nicola si erano già deteriorati, prima ancora della straordinaria affermazione del 1948, quando la Dc con il 48,8% dei voti conquistava la maggioranza assoluta dei seggi. Il che escludeva una rielezione del vecchio liberale, tanto più che la sua indipendenza, la sua imparzialità, il suo rigido garantismo, il suo rispetto ossequioso della procedura e delle regole e il suo continuo richiamo alla necessità di mantenere l'unità della nazione e un rapporto equilibrato tra i partiti di massa non potevano più accordarsi con l'egemonia democristiana. Anche la sua riluttanza a ricandidarsi - "a decidere di decidere, se accettare di accettare"- era dovuta alla consapevolezza della mancanza dei consensi necessari per poter ricoprire nuovamente l'incarico presidenziale. Lui, servitore della Repubblica «con l'animo del giurista, non di un politico» (Giovanni Leone, 1996), doveva farsi da parte di fronte alla svolta sancita dalle elezioni che davano alla Dc la forza necessaria per non accettare una maggioranza presidenziale diversa da quella di governo.

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6. Senatore a vita e giudice della Corte costituzionale

Nei suoi due anni di mandato De Nicola aveva svolto il delicato compito di fissare le regole procedurali e protocollari della neonata Repubblica. Non esistendo ancora norme che disciplinassero le prerogative del Capo dello Stato, si era attenuto al compito di suggerire e consigliare, senza interferire sui delicati equilibri politici. Aveva creato giorno per giorno prassi sulle funzioni presidenziali che diventeranno consuetudini, assicurando alla Repubblica «uno stile ineccepibile per correttezza costituzionale, per rigore morale, per serietà politica, per equilibrio procedurale e per il buon senso e la semplicità» (Giuseppe Galasso, 1986). Terminato l'incarico l'11 maggio del 1948, veniva subito nominato senatore a vita e, per il suo rispetto formale della legge, la conoscenza puntuale delle procedure e la capacità di mediare e di dirigere gli organismi collegiali, il 28 aprile del 1951, veniva eletto presidente del Senato. Nell'occasione De Nicola ribadiva la sua volontà di trovarsi «non al di sopra ma al di fuori dei partiti», in modo da rappresentare tutte le forze politiche. Proprio la pretesa di avere sempre il consenso unanime di maggioranza e opposizione lo portava a dimettersi per ben due volte, l'ultima in maniera irrevocabile il 24 giugno del 1952. Il suo proverbiale ricorso alle dimissioni non nasceva solo dalla suscettibilità di un carattere spigoloso che, come ci riferisce Giovanni Leone suo amico e collaboratore, lo portava a una sofferta aspirazione alla perfezione e a un'ostinazione così puntigliosa da non accettare la minima critica al suo operato. Dietro la rinuncia si nascondeva infatti una valutazione anche politica, l'intuizione di un duro scontro in Parlamento per l'approvazione della legge maggioritaria. Nel dicembre del 1955 il giurista napoletano riceveva il suo ultimo importante incarico istituzionale da Giovanni Gronchi, che lo nominava giudice della Corte costituzionale appena istituita. Eletto immediatamente a presiederla, De Nicola dava il via a un'intensa attività lavorativa volta soprattutto ad appurare l'illegittimità costituzionale delle leggi dello Stato antecedenti all'entrata in vigore della Costituzione. Il 10 marzo del 1957 si dimetteva però anche da questo incarico ed entrava a far parte della Commissione per la legge di riforma del Senato, diradando di fatto sempre più il suo impegno politico, fino a ritirarsi a vita privata nella sua casa a Torre del Greco, dove moriva il 1° ottobre del 1959.

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7. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

Si riportano di seguito, in ordine alfabetico per autore, i riferimenti ai testi utilizzati nell'articolo. Si suggerisce inoltre la ricerca nel Catalogo del Polo bibliotecario parlamentare e nelle banche dati consultabili dalle postazioni pubbliche della Biblioteca. Si suggerisce altresì la consultazione della ricca e aggiornata Rassegna bibliografica curata dalla Biblioteca del Quirinale, consultabile online (in particolare, p. 206 e sgg.).

Gabriele Benincasa, L'importanza di chiamarsi Enrico e altri aneddoti su Enrico De Nicola. Roma, Benincasa, 2003.

Renato Caniglia, I due anni del presidente De Nicola. Roma, G.d.M., 1948.

Cosimo Ceccuti e Angelo Varni, Enrico De Nicola, in AA.VV., I presidenti del Senato. Roma, Editalia, 1989, pp. 219-248.

Piero Craveri, La vocazione arbitrale di Enrico De Nicola, in La democrazia incompiuta. Figure del '900 italiano. Venezia, Marsilio, 2002.

Elio d'Auria, Enrico De Nicola, in Il Parlamento italiano.Milano, Nuova CEI, vol. 13°, pp. 323-340.

Enrico De Nicola, Discorsi parlamentari. Roma, Senato della Repubblica, 1991.

Idem, Discorsi e messaggi del capo dello Stato Enrico De Nicola, in «Quaderni di documentazione», nuova serie, n. 9. Roma, Bulzoni, 2004.

Giovanni Leone, Attualità di Enrico De Nicola. Napoli, Jovene, 1996.

Giuseppe Galasso, Profilo di De Nicola, in Italia democratica. Dai giacobini al partito d'azione. Firenze, Le Monnier, 1986.

Marco Gervasoni, Le armate del presidente. La politica del Quirinale nell'Italia repubblicana. Venezia, Marsilio, 2015.

Giuseppe Mammarella, Il Quirinale. Storia politica e istituzionale da De Nicola a Napolitano. Roma-Bari, Laterza, 2011.

Francesco Perfetti, Stato, nazione e libertà: il Partito Liberale Italiano e la "nuova" Italia, in «Storia contemporanea», n. 6, dicembre 1994, pp. 1109-1127.

Maurizio Ridolfi (a cura di), Presidenti. Storia e costumi della Repubblica nell'Italia democratica. Roma, Viella, 2014.

Aldo M. Sandulli, Una vita pubblica esemplare: Enrico De Nicola. Napoli, Centro napoletano di studi mazziniani, 1960.

Nino Valentino, Enrico De Nicola, La Navicella ,Roma 1989.

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