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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 56 (Nuova Serie), aprile 2020

I fattori dello sviluppo economico: l'agricoltura (parte seconda: differenze interne al mondo occidentale)

tra1. Gli equilibri tra le regioni europee intorno al Mille.

2. L'espansione produttiva dei secoli X-XVI.

3. Le conseguenze delle trasformazioni colturali secentesche.

4. Dal tardo Ottocento a oggi.

5. L'agricoltura statunitense.

6. Approfondimenti nelle collezioni e nelle banche dati della Biblioteca.

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1. Gli equilibri tra le regioni europee intorno al Mille.

Nell'articolo precedente è stata sinteticamente descritta l'evoluzione complessiva dell'agricoltura del mondo occidentale a partire dal basso Medioevo. In questo si tenterà di dar conto delle fondamentali differenziazioni stabilitesi al suo interno nel corso dei secoli.

Intorno all'anno Mille, i paesi mediterranei risultavano avvantaggiati rispetto a quelli settentrionali dal punto di vista agriculturale, in quanto erano più densamente abitati e potevano così contare su una maggiore disponibilità di manodopera: s'è visto difatti nel precedente articolo come il grado di messa in valore delle risorse agricole d'un territorio dipendesse in misura notevole proprio dalla consistenza della popolazione che vi era insediata. Questa maggiore densità abitativa costituiva un'eredità del processo di civilizzazione romana, che aveva interessato la parte mediterranea del continente ben più di quella settentrionale. Difatti, stando a quando scrivono Cameron e Neal (2005), la pax romana aveva consentito nei territori venuti a far parte dell'impero una rilevante crescita economica e demografica, la quale però, proprio perché sostenuta dal ruolo egemone assunto da Roma, aveva riguardato soprattutto le regioni con cui essa poteva mantenersi più agevolmente a contatto, ch'erano quelle raggiungibili attraverso le rotte mediterranee. Per effetto di tale fattore, già all'epoca dell'imperatore Augusto le regioni meridionali del continente risultavano assai più densamente popolate di quelle settentrionali. Il divario creatosi in età romana s'era parzialmente conservato durante il lungo ciclo di crisi e successivamente di stagnazione che aveva interessato l'Europa nell'epoca tardo-antica ed alto-medievale, presentandosi così ancora al principio del basso Medioevo. Indicative sono al riguardo le stime riportate da Malanima (2002 e 2003), secondo le quali l'Italia, la penisola iberica e la Francia (paese, quest'ultimo, in parte appartenente all'area continentale, ma in parte rientrante pure in quella mediterranea) avrebbero avuto nel 1000 fra i 15 e i 17 abitanti per chilometro quadrato, mentre l'Inghilterra ne avrebbe avuti 11 e l'Europa presa nel suo insieme (escludendo la Russia, ancor meno densamente popolata) non più di 6.

2. L'espansione produttiva dei secoli X-XVI.

Le due fasi di sviluppo successive (vale a dire quella dei secoli X-XIV e quella cinquecentesca) furono caratterizzate, dal punto di vista demografico, dal sorgere d'una forte differenziazione interna all'area mediterranea e dalla manifestazione da parte di quella continentale d'un'inedita capacità espansiva.

Nel mondo mediterraneo colpisce il divario che si stabilì fra l'Italia e la penisola iberica sotto il profilo del ritmo di crescita demografica: stando alle medesime stime prima citate, fra il 1000 e il 1600 la popolazione della prima sarebbe cresciuta di due volte e mezza, mentre quella della seconda sarebbe rimasta pressoché stabile. Sulla base di quanto sostengono Cameron e Neal, la stagnazione iberica è imputabile al fatto che quella regione era entrata in tale fase storica già dotata d'un'agricoltura altamente produttiva (frutto delle innovazioni tecniche e colturali introdotte dai coloni arabi), ch'era dunque scarsamente suscettibile di ulteriore progresso. La forte crescita che interessò l'Italia può essere invece ricondotta - stando alle analisi di autori quali Luzzatto (1963) e Vitolo e Musi (2004) - allo sviluppo dei comuni settentrionali, figlio del ruolo da questi assunto nella gestione dei traffici tra l'Europa e il Levante (argomento di cui s'è trattato nell'articolo dedicato al commercio internazionale). La crescita economica e demografica di cui beneficiarono le città del Nord Italia, difatti, accrebbe notevolmente la domanda da esse espressa di beni alimentari e materie prime industriali, stimolando sia in tale parte del paese che nel vicino Mezzogiorno l'espansione della produzione agricola; essa inoltre conferì alla borghesia imprenditoriale i capitali necessari a compiere rilevanti investimenti nel settore agricolo, che nelle campagne settentrionali presero la forma non soltanto di acquisizioni di terre, ma anche di opere migliorative suscettibili di elevare la produttività delle medesime (creazione di poderi, terrazzamenti di suoli accliviati, opere di sistemazione idraulica).

La crescita demografica risulta tuttavia molto elevata anche nelle regioni dell'Europa continentale, che pure rispetto al nostro paese risultavano penalizzate dal punto di vista degli stimoli forniti all'agricoltura dagli altri comparti economici (sia pur con qualche eccezione, come nel caso delle Fiandre, del cui sviluppo manifatturiero s'è accennato nell'articolo citato poc'anzi): stando alle stime già menzionate, nel periodo considerato la popolazione francese sarebbe più che raddoppiata, quella inglese e quella belga sarebbero cresciute più di due volte e mezza e quella olandese sarebbe addirittura triplicata. Questa forte crescita si spiega col fatto che rispetto alle agricolture dei paesi mediterranei quelle di tali regioni potevano contare su condizioni ambientali molto più favorevoli, le quali facevano sì che in esse, anche in assenza di investimenti produttivi paragonabili a quelli ch'era possibile porre in essere nell'Italia comunale, l'espansione della superficie coltivata conseguente alla crescita demografica generasse egualmente forti incrementi della produzione agricola, dai quali derivava un'accelerazione di quella stessa crescita.

Un'esaustiva trattazione dei punti di forza che le agricolture continentali vantavano rispetto a quelle mediterranee è stata condotta da Malanima (2002). Essenzialmente, essi sono identificabili col fatto che nei paesi dell'Europa settentrionale le pianure risultano molto più estese che in quelli della parte meridionale del continente, dove prevalgono suoli accliviati (meno fertili e di più difficile coltivazione), e col fatto che nei primi la piovosità è maggiore e più uniforme nell'arco dell'anno rispetto ai secondi, dove le precipitazioni estive risultano assai ridotte (fatto che nella stagione più calda rallenta o addirittura arresta la crescita dei vegetali). In un contesto storico come quello in esame, nel quale non era possibile accrescere la fertilità naturale dei suoli mediante il ricorso ai prodotti della chimica e le possibilità di assicurare acqua ai terreni in zone povere di risorse idriche erano condizionate negativamente dalla limitatezza degli strumenti posti dalla tecnica a disposizione degli uomini, questi fattori incidevano in misura sensibile sulla produttività delle agricolture mediterranee, in particolare facendo sì che in esse le rese offerte da molte produzioni fossero più basse che in quelle nordiche: in particolare, ciò valeva per i cereali (i quali costituivano le colture più diffuse, per il ruolo centrale da esse ricoperto nell'alimentazione umana) e per i foraggi (pure molto importanti, giacché dalla loro disponibilità dipendeva la consistenza del patrimonio zootecnico, che oltre ad avere notevole valore di per sé contribuiva anche ad accrescere la redditività delle pratiche agricole, ricavandosi da esso concime e forza lavoro utilizzabili nei campi). Questa superiorità dell'agricoltura continentale rispetto a quella mediterranea appare evidente qualora la si consideri facendo riferimento alla situazione dell'Italia, paese nel complesso appartenente all'area mediterranea, ma all'interno del quale esiste una regione - la pianura padana - che dal punto di vista della collocazione geografica, della conformazione del suolo e del regime climatico è assimilabile a quelle continentali: è infatti osservabile come in tale regione i rendimenti agricoli siano sempre stati superiori a quelli delle altre parti del paese.

In conclusione, se nell'evo antico era stata l'agricoltura dell'Europa mediterranea a svilupparsi maggiormente, a partire dal basso Medioevo fu quella dei paesi continentali che andò progredendo in maniera più accentuata. In seno all'area mediterranea, tuttavia, l'agricoltura italiana si mantenne sufficientemente dinamica da tenere il passo di quelle settentrionali, potendo compensare la propria inferiore dotazione di risorse naturali attingendo a risorse economiche di cui nessun altro ampio territorio del continente disponeva.

3. Le conseguenze delle trasformazioni colturali secentesche.

Del rinnovamento colturale secentesco s'è trattato nel precedente articolo, accennando già in quella sede alla differente portata che assunse nelle diverse parti del continente. Riprendendo la valutazione di Malanima (2003), si può identificare un'area interessata dalla diffusione dalla patata (corrispondente alla parte più settentrionale dell'Europa), una interessata dalla diffusione del mais (corrispondente alla fascia del continente che si estende dalla Spagna settentrionale all'Ungheria) ed una sostanzialmente estranea al radicamento di entrambe le colture (corrispondente alle regioni europee meridionali). Inoltre in alcuni ristretti territori (Inghilterra, Paesi Bassi e Lombardia) fu avviata un'espansione delle colture foraggiere funzionale ad una più stretta integrazione fra agricoltura e allevamento. A determinare l'evoluzione delle diverse agricolture fu in larga misura la situazione climatica delle varie regioni, più o meno favorevole al radicamento delle colture citate; l'affermazione dell'agricoltura integrata con l'allevamento nei soli territori indicati, tuttavia, va fatta discendere pure da ragioni di ordine economico. Esaminando la situazione inglese del XVIII secolo (epoca nella quale i processi avviatisi nel Seicento continuarono a svolgersi, assumendo portata ancora maggiore), Luzzatto (1934-52) rileva come la riorganizzazione dell'allevamento funzionale alla sua integrazione con l'agricoltura - comportante la sua trasformazione da brado a stabile, necessaria al più razionale utilizzo del concime - richiedesse forti investimenti, da destinare alla costruzione di stalle e magazzini per i foraggi, e come questo fattore abbia fatto sì che a realizzare tale trasformazione sia stato essenzialmente un ceto di grandi e medi proprietari fondiari dotati di consistenti capitali, le cui fila andarono progressivamente arricchendosi grazie all'ingresso nel settore di elementi arricchitisi col commercio. Alla luce di queste considerazioni, appare chiaro perché i territori interessati da tale evoluzione dell'agricoltura siano stati proprio quelli indicati: fra tutti quelli ove sussistevano le condizioni ambientali propizie al suo compimento, essi erano quelli nei quali il ceto imprenditore disponeva delle maggiori capacità di investimento in agricoltura, in conseguenza del forte sviluppo economico di cui avevano beneficiato nei secoli precedenti al XVII (era il caso della Lombardia) o stavano beneficiando in quella fase storica (era il caso dell'Inghilterra e dei Paesi Bassi).

Considerato questo legame fra lo sviluppo delle attività mercantili e il progresso dell'agricoltura, non sorprende che la successiva assunzione da parte dell'Inghilterra d'una posizione di preminenza economica a livello continentale (argomento pure trattato nell'articolo dedicato al commercio internazionale) si sia riflettuta sull'efficienza del suo comparto agricolo. Trattando del XIX secolo, Cameron e Neal definiscono l'agricoltura inglese come la più produttiva d'Europa, caratterizzata dall'utilizzo di tecnologie avanzate (figlie della rivoluzione industriale), capace di soddisfare gran parte della domanda nazionale di derrate alimentari e di alcune materie prime e rivolta in misura crescente verso la produzione di beni ad alto valore aggiunto quali carne e latticini. Gli stessi autori danno comunque una valutazione molto positiva anche della situazione di altri paesi dell'Europa settentrionale, distinguendola nettamente da quella della parte meridionale del continente, dove ormai la produttività e il reddito agricoli risultavano tra i più bassi d'Europa, a testimonianza del fatto che esse non potevano contare su potenzialità produttive analoghe a quelle delle regioni settentrionali.

4. Dal tardo Ottocento a oggi.

Dalla fine dell'Ottocento in avanti, tra le due parti del continente è andato determinandosi un riavvicinamento, consentito dalla crescente applicazione all'agricoltura di prodotti e tecnologie industriali. Osservando il caso italiano, Malanima (2002) ha infatti rilevato come l'introduzione dei fertilizzanti chimici e dei trattori abbia consentito di rimediare alla scarsa fertilità dei suoli e alla carenza di forza lavoro animale di cui tanta parte dell'agricoltura italiana soffriva. La portata di tale riavvicinamento può essere valutata esaminando i dati riportati da Federico (2009) relativi alla progressiva diminuzione del numero di occupati in agricoltura nel corso del XX secolo: difatti, se per un verso questa diminuzione è indice dell'espansione conosciuta dalle attività industriali (la quale ha richiamato manodopera dalle campagne), per l'altro essa testimonia anche l'accrescimento di cui ha beneficiato la produttività del comparto (giacché è stato l'incremento della capacità produttiva per addetto a rendere possibile la fuoriuscita dal settore di parte della manodopera che vi era occupata). Secondo questo autore, mentre nel 1938 l'Italia e la Spagna contavano rispettivamente 10,6 e 4,1 milioni di occupati a fronte degli 1,4 del Regno Unito, nel 2000 le prime non ne avevano che 1,3 a testa, contro gli 0,5 del secondo: in un sessantennio s'è dunque realizzato un notevole avvicinamento della situazione di tali paesi a quella della nazione che per prima si era incamminata sulla strada della modernizzazione dell'agricoltura.

5. L'agricoltura statunitense.

L'espansione della civiltà europea sulle terre scoperte grazie alle esplorazioni oceaniche ha determinato la comparsa, nel XIX secolo, di un nuovo grande produttore agricolo: gli Stati Uniti d'America. Come rilevato da Cameron e Neal, sin dal periodo coloniale l'agricoltura americana fu caratterizzata da una notevole produttività (scaturente dall'enorme disponibilità di risorse vergini), da un deciso orientamento al mercato e dall'esistenza di un forte surplus rispetto al fabbisogno della popolazione locale, che dava origine a un intenso commercio di esportazione. Nella seconda metà del secolo il miglioramento dei collegamenti tra la costa atlantica e le aree più interne (derivante dalla realizzazione di linee ferroviarie), il crollo dei costi della navigazione oceanica (frutto della comparsa delle navi a vapore) e il rapido incremento della disponibilità di manodopera (cui contribuì l'afflusso di emigranti europei) consentirono un ulteriore, forte incremento della produzione e delle esportazioni agricole.

Rispetto all'agricoltura europea, quella statunitense è andata logicamente differenziandosi in funzione della diversa composizione dei fattori produttivi che l'ha caratterizza. Rileva Federico che negli Stati Uniti la limitata disponibilità di forza lavoro in proporzione alla superficie coltivabile e gli elevati livelli salariali che da questa situazione derivavano incoraggiarono precocemente l'introduzione di innovazioni suscettibili di far risparmiare manodopera, mentre la maggiore disponibilità di terra per addetto rese meno avvertita rispetto all'Europa l'esigenza di ottenere un innalzamento delle rese dei suoli. L'agricoltura statunitense è andata così caratterizzandosi per un più elevato grado di meccanizzazione, ma al contempo per un minore ricorso ai fertilizzanti chimici. Essa pertanto, pur raggiungendo risultati ragguardevoli dal punto di vista della capacità produttiva complessiva, non è mai giunta ad eguagliare quelli conseguiti in Europa sotto il profilo dei livelli di produzione per unità di superficie.

6. Approfondimenti nelle collezioni e nelle banche dati della Biblioteca.

Agricoltura: evoluzione complessiva. Percorso bibliografico nelle collezioni della Biblioteca.

Si suggerisce inoltre la ricerca nel Catalogo del Polo bibliotecario parlamentare e nelle banche dati consultabili dalle postazioni pubbliche della Biblioteca.

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