Legislatura 17ª - Commissioni 3°, 4° e 14° riunite - Resoconto sommario n. 5 del 25/07/2013

         Il presidente CHITI rivolge quindi un indirizzo di saluto agli ospiti presenti, introducendo contestualmente l'audizione.

 

            Il professor Stefano SILVESTRI, direttore del comitato scientifico dell'Istituto affari internazionali (IAI), esordisce rilevando che l'attuale situazione internazionale presenta numerosi aspetti problematici, derivanti dalla progressiva riduzione della presenza americana nell'area mediterranea (che vede la presenza di due rilevanti crisi internazionali in Siria ed in Egitto). Ciò comporta, infatti, una maggiore esposizione dell'Unione europea in un contesto caratterizzato, però, da una forte crisi economica e politica.

            L'Istituto, sotto questo aspetto, ha compiuto una serie di studi molto articolati, rilevando come l'attuale frammentazione dei bilanci e le attuali duplicazioni comporterebbero inefficienze ed aumenti di spese, mentre un sistema di difesa integrato a livello europeo potrebbe consentire risparmi oscillanti, a livello di singoli Paesi, tra un terzo ed il 50 per cento. Si tratta, tuttavia, di un processo non facile, considerato il fatto che la difesa è uno di quegli aspetti dove le sovranità nazionali sono più restie a fare concessioni. Basti pensare, al riguardo, alla forte tradizione nazionalistica di Paesi come la Francia e la Gran Bretagna e alla difficoltà tedesca ad agire in questo senso, stanti le tradizioni politiche consolidate e i problemi riscontrabili a livello costituzionale.

 

            Prende quindi la parola il vice presidente del predetto Istituto, generale Vincenzo CAMPORINI, osservando che tutti gli strumenti militari dei principali Paesi europei sono alle prese con rilevanti problemi di bilancio che comportano tagli e riduzioni. Il problema è rappresentato dal fatto che queste riduzioni avvengono in maniera non coordinata e ciò può far sì che l'Unione europea si trovi a disposizione risorse da un lato incomplete e dall'altro squilibrate.

            Il dato di fatto, tuttavia, è che ad oggi nessun Paese dell'Unione può più agire singolarmente (nemmeno la Gran Bretagna, che ha tagliato in maniera assai incisiva e rilevante le spese per la difesa). Pertanto occorre superare, a suo avviso, le resistenze delle sovranità nazionali. Tuttavia, al momento, le iniziative prese in ambito europeo non appaiono del tutto adeguate. Alcune, infatti, incidono su aspetti secondari (come quella relativa all'ospedale da campo europeo) oppure operano solo a livello regionale (come l'armonizzazione della logistica delle Forze armate dei Paesi scandinavi), e l'Agenzia europea per la difesa (EDA), dispone, d'altro canto, di inadeguati stanziamenti di bilancio.

            L'Istituto ha quindi elaborato un'interessante proposta per superare queste problematiche. In particolare, i ministri della difesa europei dovrebbero coordinare le riduzioni apportate agli strumenti militari nazionali al fine di conservare delle singole capacità che, unite insieme, siano in grado di configurare uno strumento integrato a livello europeo. Peraltro, il trattato di Lisbona potrebbe favorire questo processo, prevedendo l'istituto della cooperazione strutturata permanente, anche se fino ad ora non risulta concretamente implementato.

            Un'altra difficoltà è poi rappresentata dal fatto che i trattati non prevedono espressamente, anche se non lo escludono, un formato specifico del Consiglio europeo calibrato sulla Difesa. Infine, vi sono anche problematiche di tipo politico: l'attuale Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune sembra infatti aver condotto un'azione non particolarmente incisiva.

            L'oratore conclude il proprio intervento sottolineando, per quanto attiene gli aspetti industriali, l'importanza delle economie di scala, la cui valorizzazione dipende anche dal numero di esemplari prodotti. A titolo di esempio, laddove il caccia Eurofighter verrà prodotto, in totale, in circa 700 esemplari, lo statunitense F-35 dovrebbe avere una produzione che si attesterà intorno ai 4.000, con impatti oggettivamente più significativi.

 

            Interviene da ultimo il professor Michele NONES, direttore dell'area sicurezza e difesa dell'Istituto, ponendo innanzitutto l'accento sulle conseguenze della crisi economica sul settore della difesa in Europa. I progressivi tagli di bilancio imporranno infatti una maggiore integrazione del mercato europeo della difesa e la stessa industria di settore sarà soggetta (come lo è già), ad una marcata internazionalizzazione. Tale processo di internazionalizzazione interesserà anche le sub-forniture (ad oggi esclusivamente nazionali). Infine, ciò darà luogo ad una spinta dell'industria europea verso l'esportazione a Paesi terzi.

            Questa evoluzione rischia tuttavia di avvenire in un contesto connotato dalla mancanza di efficaci strumenti di governance a livello europeo. Le regolamentazioni europee sul mercato della difesa, infatti, sono ancora in una fase iniziale (le prime direttive risalgono al 2009, ed ancora non risultano pienamente implementate dagli Stati membri). Inoltre, la domanda (rappresentata dai singoli Paesi), appare frammentata mentre, al contrario, l'offerta (rappresentata dalle grandi imprese, ormai a carattere transazionale), risulta maggiormente integrata e tale assetto potrebbe dar luogo a tendenziali squilibri sul mercato.

            L'interdipendenza europea, ovviamente, imporrebbe una selezione delle capacità da conservare, confidando nell'apporto fornito da altri Stati membri in relazione a quelle che vengono perdute. Tale sistema, del pari, richiede a sua volta la definizione di precise strategie di governance al fine di evitare crisi nella sicurezza degli approvvigionamenti.

            Un'altra problematica che richiederebbe un approccio integrato è poi rappresentata dai trasferimenti tecnologici legati all'esportazione dei sistemi d'arma. L'attuale momento storico, infatti, vede la politica dei Paesi terzi connotata da forte dinamismo: i destinatari non si accontentano solo di acquistare i prodotti ma domandano, spesso, di condividere anche le tecnologie dei Paesi fornitori. L'attuale frammentazione tra i Paesi dell'Unione, tuttavia, impedisce proprio quell'efficace controllo dei trasferimenti tecnologici di cui si avrebbe invece bisogno.

            Conclude osservando che, al di là delle resistenze nazionali, l'integrazione europea nella difesa rimane l'unica strada concretamente percorribile. Ciò anche alla luce del grande potenziale rivestito dagli investimenti europei nel settore, soprattutto in relazione alle cosiddette tecnologie duali (utilizzabili sia in ambito militare che di ordine pubblico o civile), che spaziano dai mezzi leggeri ai pattugliatori costieri e all'elicotteristica e che comporterebbero, altresì, importanti razionalizzazioni dei costi.