Legislatura 18 Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00269
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Atto n. 1-00269
Pubblicato il 21 luglio 2020, nella seduta n. 242
BERNINI , MALAN , CANGINI , ALDERISI , MOLES , GIRO , AIMI , GALLIANI , GALLONE , GIAMMANCO , MALLEGNI , MANGIALAVORI , RIZZOTTI , RONZULLI , PICHETTO FRATIN , VITALI
Il Senato,
premesso che:
l'Italia è il Paese che detiene il maggior numero di beni artistici e culturali del mondo, nonché il maggior numero di siti inseriti nella lista del "Patrimonio mondiale dell'umanità" dell'UNESCO;
dopo la Grecia, l'Italia è il Paese europeo che, in rapporto al PIL, utilizza minori risorse finanziarie per la valorizzazione della cultura;
investire nella tutela e nella promozione del patrimonio artistico, culturale e creativo nazionale non è solo un modo per valorizzare un settore industriale, naturale volano del turismo, ma è anche un modo per rafforzare il senso di appartenenza dei cittadini allo Stato e l'identità della Nazione intesa come comunità di storia e di destino;
il combinato disposto del "politicamente corretto" affermatosi dai primi anni '90 del secolo scorso e della retorica che da poco meno di un decennio è sostenuta da alcuni movimenti civili del mondo anglosassone sta portando alla cancellazione su base ideologica di ogni traccia del passato;
secondo l'UNESCO la rimozione del passato mette a repentaglio il patrimonio culturale, materiale ed immateriale dei popoli;
la riscrittura su base pacifista dell'Inno nazionale avvenuta in occasione dell'inaugurazione dell'Expo 2015, la manipolazione in chiave "anti-femminicidio" della "Carmen" di Bizet al "Maggio Fiorentino", le polemiche sull'"islamofobia" di Dante Alighieri, le periodiche richieste di rimozione di opere monumentali realizzate dal Regime Fascista, fino alla recente deturpazione della statua di Indro Montanelli a Milano, segnalano che il fenomeno si facendo largo anche in Italia. Un approccio che non può definirsi "culturale", ma manipolativo e mistificatorio dell'esistente;
l'applicazione al passato dei principi etici del presente, la cancellazione della Storia e la rimozione dei suoi simboli sono fenomeni tipici dei sistemi non democratici e fondamentalisti. Si sono visti in azione nelle dittature del '900, così come nell'Afghanistan dei Talebani. Nei sistemi compiutamente liberali e democratici, la storia, viene "dinsincantata" e "rivista", non viene cancellata, né edulcorata,
impegna il Governo:
1) a reperire, nell'arco del proprio mandato, le risorse necessarie ad allineare la spesa pubblica destinata alla "cultura" alla media europea in rapporto al PIL degli Stati membri;
2) a recepire nell'ordinamento nazionale i principi stabiliti dalla Convenzione dell'Aia per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, con particolare attenzione all'articolo 639 del Codice penale in materia di deturpamento e imbrattamento di cose altrui;
3) a promuovere, con il sostegno della Commissione Nazionale UNESCO e dell'Ufficio Regionale UNESCO per la Scienza e la Cultura in Europa con sede a Venezia, la convocazione di un'assise sui beni culturali materiali ed immateriali denominata "Stati generali della Cultura e dell'Identità nazionale", come occasione di riflessione sul rapporto tra passato, presente e futuro.