Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00686

Atto n. 1-00686

Pubblicato il 15 novembre 2016, nella seduta n. 722
Esame concluso nella seduta n. 743 dell'Assemblea (18/01/2017)

DE PETRIS , URAS , BAROZZINO , BOCCHINO , CAMPANELLA , CERVELLINI , DE CRISTOFARO , PETRAGLIA

Il Senato,

premesso che:

il sistema pensionistico ha subito in questi ultimi anni un numero considerevole di riforme che hanno lasciato irrisolti, se non aggravato, i molti problemi esistenti. Uno dei problemi attuali sta nel valore delle pensioni minime che viaggiano ben al di sotto della soglia di povertà e nel tasso di occupazione italiana che è inferiore al numero di prestazioni pensionistiche che si pagano. Le "formule" suggerite dal Governo per intervenire su quest'ultimo problema, come il "Jobs Act", non rappresentano una risposta politica efficace rispetto alla crescita della nostra base occupazionale, stante una cronica perdita di competitività delle nostre imprese, piccoli e grandi;

secondo l'INPS, il 40,3 per cento dei pensionati percepisce un reddito da pensione inferiore a 1.000 euro al mese. È quanto emerge da un rapporto Istat su pensioni e pensionati relativo al 2014, secondo cui un ulteriore 39,1 per cento si attesta tra i 1.000 e i 2.000 euro; il 14,4 per cento riceve tra 2.000 e 3.000 euro mentre la quota di chi supera i 3.000 euro mensili è pari al 6,1 per cento (4,7 per cento tra 3.000 e 5.000 euro; 1,4 per cento oltre 5.000 euro). Il 25,7 per cento delle pensioni è di importo mensile inferiore a 500 euro (incidendo per il 6,9 per cento sulla spesa pensionistica complessiva), mentre il 39,6 per cento ha un importo tra i 500 e 1.000 euro;

al crescere degli importi diminuisce la quota dei trattamenti erogati: il 23,5 per cento dei trattamenti ha un importo compreso tra 1.000 e 2.000 euro mensili, l'8 per cento tra 2.000 e 3.000 euro, il 3,2 per cento supera i 3.000 euro mensili;

gli importi erogati agli uomini sono mediamente più elevati di quelli percepiti dalle donne: redditi fino a 500 euro sono erogati all'11,3 per cento dei pensionati, contro il 13,6 per cento delle pensionate, mentre il 9,7 per cento degli uomini riceve un ammontare superiore ai 3.000 euro mensili, contro il 2,9 per cento delle donne;

se si rapporta il numero dei pensionati alla popolazione occupata, nel 2014 in Italia ci sono 71 pensionati ogni 100 occupati. Il carico relativo è maggiore nel Mezzogiorno, dove il rapporto è di 86 pensionati ogni 100 occupati, mentre è più contenuto nelle regioni settentrionali, dove il rapporto di dipendenza è di 66 a 100. A livello nazionale, tra il 2004 e il 2014 il rapporto di dipendenza è rimasto sostanzialmente stabile, passando da 72 a 71 pensionati ogni 100 occupati. Una dinamica di decrescita si osserva al Nord e al Centro, mentre nel Mezzogiorno l'indicatore cresce, passando da 78 a 86 pensionati ogni 100 occupati, principalmente a causa del forte calo degli occupati negli anni della crisi;

su un totale di 16.300.000 pensionati, sono solo 13.057 quelli che nel 2014 hanno percepito un reddito da pensione oltre i 10.000 euro al mese;

l'attuale livello delle pensioni minime è pari a 448,07 euro, nel 2016, per 13 mensilità mentre la soglia di povertà, calcolata dall'Istat, è di circa 760 euro al mese. La risposta del Governo di offrire, con la legge di bilancio, una quattordicesima mensilità alle pensioni sotto i 1.000 euro mensili, includendo quindi anche le minime, appare una risposta ampiamente insufficiente a garantire a milioni di pensionati un livello minimo di dignità sociale e previdenziale;

nell'attuale sfavorevole contingenza economica e sociale, al problema delle pensioni minime al di sotto della soglia di povertà e dignità sociale e al problema dei lavoratori "esodati" che occorre, dopo anni definitivamente risolvere, si aggiunge quello dei disoccupati over 55 per i quali anche lo stesso presidente dell'INPS propone forme di assistenza finanziata attraverso la fiscalità generale che costituiscano una garanzia reddituale minima. Come anche la questione dei lavoratori "quota 96" che concerne una platea di aspiranti pensionati rimasta ostaggio degli effetti della "riforma Fornero" che, inspiegabilmente, non tenne conto delle specificità del comparto scuola. In questo modo, sono risultati penalizzati tutti quei lavoratori della scuola nati nel biennio 1951-1952, all'epoca circa 4.000, i quali sono rimasti bloccati in servizio, nonostante avessero maturato a fine anno i requisiti pensionistici (61 anni di età e 35 di contributi oppure 60 anni e 36 di contributi) e presentato relativa domanda di accesso al trattamento previdenziale. Nonostante le continue rassicurazioni e gli scarsi impegni da parte del Governo, risultano essere ancora presenti lavoratori della scuola ingiustamente penalizzati, di cui non si conosce ancora l'esatto numero, mancando stime certe e coincidenti da parte di Governo ed INPS;

alle varie forme di emergenze previdenziali che si sono succedute in questi anni recenti il Governo ha trovato soluzioni che incidevano, anche finanziariamente, nello stesso sistema, e quindi fortemente penalizzanti per alcune categorie previdenziali, tanto che a farne le spese sono state quelle fasce di pensionati a più bassi redditi. Tra queste soluzioni, alcune delle quali ritenute del resto incostituzionali dalla Consulta, spicca il blocco della rivalutazione automatica, poi solo parzialmente risolta dal Governo nonostante una sentenza di illegittimità, di tutte le pensioni a partire da quelle di importo superiore a 3 volte il trattamento minimo INPS dell'anno rivalutato, ovvero 1.443 euro mensili lordi, mentre tutti i trattamenti pensionistici di importo superiore sono stati esclusi da rivalutazione. Su un totale di 16.533.152 pensionati, ne sono stati esclusi dalla rivalutazione 5.242.161, ossia un pensionato su 3;

un simile modo di procedere non è più accettabile. Si rende sempre più urgente la necessità che il Governo avvii un tavolo di confronto con le parti sociali, al fine di predisporre una riforma organica e sistematica del sistema previdenziale ispirata a criteri di maggiore equità e solidarietà interna del sistema stesso, in particolare in favore dei giovani lavoratori discontinui, delle donne e di coloro che svolgono lavori di cura, nonché dei titolari di trattamenti pensionistici integrati al minimo, aumentando a livelli dignitosi i trattamenti previdenziali minimi, eliminando immediatamente il blocco delle rivalutazioni automatiche per trattamenti previdenziali che oggettivamente non possono essere considerati come "pensioni d'oro" e prevedendolo per periodi congrui e non penalizzanti, evitando di incorrere nel pericolo di violazione del primo comma dell'articolo 3 della Costituzione,

impegna il Governo:

1) a provvedere nell'immediato, già a partire dalla legge di bilancio in discussione in Parlamento, all'aumento delle pensioni minime, portando il valore dell'assegno mensile al di sopra della soglia di povertà relativa quindi ad almeno 1.000 euro netti, anche attraverso la riduzione del prelievo fiscale su tali assegni pensionistici;

2) ad attivarsi, attraverso il massimo coinvolgimento delle parti sociali, per la predisposizione di una riforma organica e sistematica del sistema previdenziale che contenga criteri di maggiore equità e solidarietà interna al sistema stesso;

3) a trovare, in sede di esame della legge di bilancio, una soluzione definitiva in grado di porre fine al vulnus inferto ai lavoratori della scuola, previa individuazione, tramite l'INPS, dell'esatta quantificazione della platea dei lavoratori "quota 96" coinvolti.