Legislatura 15 Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00087

Atto n. 1-00087

Pubblicato il 29 marzo 2007
Seduta n. 133

SERAFINI , FINOCCHIARO , FRANCO Vittoria , BASSOLI , BAIO , SOLIANI , DE PETRIS , DONATI , RAME , AMATI , MONGIELLO , MARINO , CARLONI , BINETTI , BODINI , BOSONE , MAGISTRELLI , SILVESTRI , ZANDA , LATORRE , BOCCIA Antonio , SALVI , NEGRI , PELLEGATTA , PALERMI , PISA , PIGNEDOLI , PEGORER , GASBARRI , BRUTTI Massimo , CABRAS , PAPANIA , POLITO , ROSSI Paolo , ROSSA , RUBINATO , VILLECCO CALIPARI

Il Senato,

premesso che:

la divisione tradizionale dei ruoli tra i generi è stata sottoposta, negli ultimi decenni, a profondi mutamenti;

non c’è settore della società, dall’economia alla politica, dalla cultura alla famiglia, che non sia stato investito dall’ingresso delle donne nel mercato del lavoro;

tuttavia la struttura della società, le sue gerarchie, le sue priorità, i suoi punti di vista hanno difficoltà a recepire pienamente questo cambiamento. Ne conseguono, spesso, sottovalutazioni e ritardi nel comprendere le contraddizioni che ne scaturiscono;

le modalità di rappresentazione e identificazione dei ruoli sono ancora influenzate dai modelli culturali tradizionali e questi influiscono, non poco, sul modo in cui le donne e gli uomini sono in grado di percepire se stessi ed il proprio ruolo e di vivere con piena consapevolezza le implicazioni insite in questa fase di trasformazione;

lo stesso terreno della salute e del benessere è attraversato da problemi ed inquietudini inediti, non sempre colti in modo adeguato;

la messa in evidenza dei tratti della salute delle donne costituisce un contributo rilevante a comprendere tale trasformazione nonché a sperimentare misure efficaci per rispondere ad alcuni bisogni specifici di cura sia delle donne sia degli uomini e a porre in relazione salute delle donne e salute dei bambini;

tra i mutamenti generali va segnalato il passaggio da una famiglia di tipo plurinucleare ed estesa ad una di tipo mononucleare e ristretta;

i dati ci dicono che l’Italia è il Paese con il più basso quoziente di natalità d’Europa, il 9,4 per cento contro Paesi come l’Irlanda, che raggiunge il 15,1 per cento e la Francia con il 13,1 per cento. Il numero medio di figli per donna in Italia è 1,24, in Irlanda 1,98, in Francia 1,90. Il recente positivo innalzamento del tasso demografico, in Italia, è quasi esclusivamente riconducibile all’iscrizione all’anagrafe di bambini extracomunitari;

le donne italiane non rifiutano la maternità, tutt’altro. C’è un divario molto elevato tra maternità desiderata ed effettivamente realizzata. Secondo i dati ISTAT del 2002, il 63 per cento delle donne vorrebbe avere due figli, il 28 per cento ne vorrebbe tre, solo il 9 per cento uno;

l’età media al parto è in costante aumento tra le donne dell’Unione europea, sostanzialmente si attesta attorno ai 30 anni. Questo comporta, oltre all’esplicito rinvio dell’esperienza della maternità, una forte compressione del periodo fecondo in un arco temporale di pochi anni, nel quale mettere al mondo più di un figlio è diventata l’eccezione piuttosto che la regola;

l’Italia condivide, con pochissimi altri Paesi europei, il più basso tasso di occupazione femminile. Nella ricerca CNEL-ISTAT 2003 il tasso di occupazione femminile in Italia risulta essere del 42,7 per cento – con un divario che vede il Nord al 51,9 per cento e il Sud al 27,1 per cento, che si confronta con dati europei ben più alti, che vanno dalla Svezia con il 71,5 per cento, alla Danimarca con il 70,5 per cento. L’Europa ci chiede di raggiungere entro il 2010 il 60 per cento di occupazione femminile;

l’Italia è un Paese caratterizzato da uno scarso interesse per le politiche di conciliazione tra i tempi della vita e i tempi del lavoro;

il tema della conciliazione deve essere visto soprattutto in riferimento alla qualità della vita. Sempre secondo i dati ISTAT 2002, il 50,4 per cento delle donne con bambini piccoli lavora 60 o più ore alla settimana, tra lavoro esterno remunerato e lavoro in famiglia non remunerato;

è indicativo che in Italia il 20 per cento delle madri con un lavoro all’inizio della gravidanza, ad esempio, dopo circa 18-21 mesi non ha più lavoro, mentre il 36 per cento di quelle che hanno continuato a lavorare dichiara di avere problemi molto seri nel conciliare l’attività lavorativa e gli impegni familiari, in particolare la cura del bambino;

l’assenza di incisive politiche di conciliazione e gli impegni sempre maggiori richiesti alle donne hanno di conseguenza portato ad un aumento dello stress, le donne sono più colpite da depressione, attacchi di panico, ansia sociale, disturbi del comportamento alimentare;

patologie che in passato colpivano maggiormente la popolazione maschile, quali le malattie cardiovascolari ed alcuni tumori, come quello al polmone, stanno diventando importanti cause di morte nell’universo femminile;

anche la presenza di una importante componente femminile nei flussi migratori, circa il 49,9 per cento della popolazione immigrata, pone delle istanze nuove ai servizi socio-sanitari e sanitari, anche in relazione a pratiche di mutilazioni genitali femminili e alle diverse tradizioni culturali. Criterio fondamentale deve essere quello del pieno rispetto dell’autonomia e della dignità delle donne;

il rapporto dell'Unicef del 2007 è dedicato ai diritti delle donne e al legame esistente tra essi e gli effetti positivi per la loro salute e la nutrizione, l'assistenza sanitaria e l'istruzione dei loro figli;

il corpo e la salute della donna sono un tema fondamentale della costruzione dell’uguaglianza di genere, e questi due elementi sono, da sempre, terreno di negazione o affermazione di tale uguaglianza. Come ha sottolineato la Conferenza mondiale ONU sulle donne del 1995 “La violenza alle donne è la manifestazione della storica differenza in termini di potere all’interno delle relazioni di genere” . In Italia oltre 14 milioni di donne sono state oggetto di violenza fisica, sessuale o psicologica nella loro vita senza esclusione dello stato di gravidanza ed il 69,7% degli stupri sono perpetrate dal proprio partner;

ciò determina effettivi traumi fisici e psicologici rilevanti che incidono profondamente anche sulla dinamica del rapporto tra donna e bambini e bambine, asse fondamentale per l’Agenda del Millennio richiamato dal rapporto Unicef 2007;

investire sulla salute delle donne, comporta non solo un’azione diretta sulla loro salute, ma può determinare un significativo miglioramento della condizione di salute di bambini ed adolescenti e conseguentemente delle condizioni di salute delle future generazioni. Il benessere delle donne ha pertanto una diretta influenza sul benessere dei bambini;

l'adolescenza per le ragazze è un periodo di particolari cambiamenti, sia dal punto di vista fisico sia psichico, che necessita di forme di attenzione e di informazione adeguate;

in molti Paesi con sistemi sanitari sviluppati, compresa l'Italia, si è assistito ad un progressivo aumento della frequenza di procedure diagnostiche e terapeutiche complesse ed invasive estese alla gran parte delle gravidanze;

non si è sviluppata un'adeguata iniziativa per favorire la preparazione al parto e per l'assistenza nel puerperio, con particolare attenzione alle forme di depressione post-partum;

esistono forme di disagio, che colpiscono in particolare donne extracomunitarie, che possono portare all'abbandono dei bambini appena nati. La salvaguardia dell'interesse superiore del minore e del rispetto della dignità delle donne sollecita un punto di vista non persecutorio;

questa medicalizzazione dell’evento nascita, spesso non necessaria dal punto di vista clinico, oltre ad indurre un aumento dei costi, ha determinato un incremento dei rischi di problemi iatrogeni, ed in generale una ridotta qualità delle prestazioni sanitarie;

una stagione di vita importante come quella della menopausa non è punto di riferimento di iniziative di prevenzione delle malattie degenerative e per la diffusione di corretti stili di vita a favore del benessere della salute;

è opportuno che la medicina assuma complessivamente il principio tecnico-scientifico dell’integrazione dal punto di vista di genere in tutti i suoi campi, dalla clinica alla ricerca, dalla diagnostica alla prevenzione. Ad oggi, l’impostazione della medicina mostra una crisi rispetto alla prospettiva di genere: non soddisfa i bisogni di salute delle donne, ma indirettamente neanche quelli degli uomini. La crisi deriva da una impostazione che non sa porre correttamente a confronto i problemi di salute delle donne con quelli degli uomini. In tal senso la conservazione del sangue del cordone ombelicale può costituire, anche per la ricerca, un ponte che parte dalle donne e arriva agli uomini e ai bambini;

l’OMS ha costituito dal 2002 il Dipartimento per il genere e la salute della donna - The Department of Gender and Women's Health (GWH);

con la costituzione di questo dipartimento l’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce che esistono differenze nei fattori che determinano la salute e nei fattori che determinano il carico di malattia per uomini e donne;

l’OMS nel 2002 ha riconosciuto che il sesso (dati biologici) ed il genere (dati di ruolo socio-culturale) sono importanti determinanti della salute. Essi regolano le condizioni di salute e malattia degli uomini e delle donne. In ogni programma che riguarda la salute, le differenze di genere e di sesso devono essere considerate;

il Dipartimento della salute americano ha costituito nel 1991 l’Ufficio sulla salute della donna "The Office on Women's Health (OWH)", che lavora per ridurre le ineguaglianze nella ricerca, nei servizi di cura ed educativi che hanno storicamente messo a rischio la salute delle donne;

un documento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Dipartimento per la salute della donna evidenzia l'importanza e la complessività del tema della diversità femminile, sottolineandone l’ancora sostanziale misconoscenza e sottovalutazione. Sempre più, oggi, appare evidente che la ricerca medica è sempre stata condizionata dal genere. Gli argomenti scelti, i metodi utilizzati e la successiva analisi dei dati riflettono una prospettiva maschile in più sensi. Il pregiudizio di genere è evidente non solo nella scelta dei temi, ma anche nel disegno di molte ricerche. Nei casi in cui le stesse malattie colpiscono uomini e donne, molti ricercatori hanno ignorato le possibili differenze tra i sessi per quanto riguarda gli indicatori diagnostici, i sintomi, le prognosi e l’efficacia relativa di trattamenti differenti. Fin quando i ricercatori considereranno gli uomini come il parametro di riferimento, la cura medica offerta alle donne continuerà ad essere compromessa. In conclusione le donne sono più esposte ad alcune patologie per le quali sono curate con grande attenzione ma, molto spesso, con farmaci non sperimentati direttamente su di loro;

la prima volta in cui in medicina si parla della “questione femminile” e quindi di medicina di genere, risale al 1991 quando l’allora direttrice dell’Istituto nazionale di salute pubblica americano, Bernardine Healy, in un famoso editoriale della rivista New England Journal of Medicine parlò di "Yentl Syndrome" in riferimento al comportamento discriminante dei cardiologi nei confronti del sesso femminile. La scienziata commentava due studi: nel primo si dimostrava come una serie di donne ricoverate in terapia intensiva per un episodio ischemico acuto avessero maggiori probabilità di subire errori diagnostici e terapeutici rispetto agli uomini; nel secondo studio si sottolineava come, nonostante la diagnosi di disturbo coronarico severo, le pazienti di sesso femminile venissero invitate meno dei maschi a sottoporsi ad eventuali interventi quali by-pass e angioplastica. La Healy concludeva che ciò non avveniva sulla base di reali motivi clinici, ma solo in relazione ad una chiara discriminazione messa in atto dai cardiologi nei confronti del sesso “debole” (yentl, appunto). Anche se nessuno pensò che la direttrice parlasse di discriminazione nel vero senso della parola, da lì in poi il mondo scientifico iniziò a pensare a quale valore potesse avere l’essere donna nel trattamento della malattia coronarica. Pian piano, dalla cardiologia la critica alla medicina dal punto di vista di genere si è spostata ad altri campi, come la psichiatria, la gastroenterologia, l’oncologia, la chirurgia dei trapianti (è un dato ben noto che le pazienti di sesso femminile hanno maggiori difficoltà persino ad accedere alle liste di attesa per trapianto negli USA). Storicamente quando venivano messi a punto nuovi studi clinici, in particolare quelli relativi all’impiego di nuovi farmaci, venivano coinvolti soggetti di sesso maschile. Questo è stato a lungo giustificato attraverso varie argomentazioni: difficoltà nell’arruolamento e nel mantenimento di un campione adeguato di donne negli studi clinici; preoccupazioni riguardo alle interferenze indotte dalle variazioni ormonali tipiche dell’organismo femminile sull’effetto delle sostanze farmacologiche da testare; preoccupazioni circa la possibilità di esporre a rischi di tossicità donne potenzialmente fertili; timore di procurare danni a tessuti fetali. Per questa serie di motivi le donne in età fertile e le donne in gravidanza sono state sistematicamente escluse dalla maggior parte degli studi clinici. Sfortunatamente se un farmaco o un presidio medico-chirurgico non è espressamente testato sulle donne, non esiste modo di conoscere quali saranno le reali condizioni di efficacia e di sicurezza su di loro. Infatti in medicina, efficacia e sicurezza si misurano attraverso parametri che sono fortemente correlati a fattori come l’età, il sesso, le caratteristiche di composizione dei tessuti, che a loro volta sono associati in maniera specifica alle caratteristiche biologiche legate al sesso, come gli ormoni, o alla prevalenza nei due sessi di particolari caratteristiche (corporatura, abitudini e stili di vita, concomitanza di disturbi più frequenti in uno dei due generi, eccetera);

in Italia, nell’ambito degli studi universitari, in particolare nella Facoltà di Medicina e chirurgia, non si è fatto ancora nulla per la costruzione di una "medicina di genere", cioè di una medicina che tenga conto delle fisiologiche differenze tra uomini e donne sia nella teoria che nella pratica clinica;

gli Stati Uniti sono all’avanguardia. Infatti, alla Columbia University di New York è stato recentemente organizzato un corso specifico di medicina di genere dal titolo: "A new approach to health care based on insights into biological differences between women and men". In Svizzera è nato da tempo un corso di laurea specifico presso la Facoltà di Medicina. La consapevolezza, dunque, dell'esistenza di una scienza medica al maschile è partita dagli Stati Uniti, ma ha presto attraversato l'intero mondo medico, aprendo la prospettiva di un cambiamento sia nell’attività di ricerca sia nell’attività clinica, attraverso l'integrazione del punto di vista di genere in ogni aspetto della pratica sanitaria;

la Comunità europea, seppur con anni di ritardo, fin dal 1998 ha incluso all’interno dei programmi di ricerca, un invito alle donne a partecipare e a presentare progetti, e oggi vi è un settore della ricerca europea con un focus sulle donne. Recentemente la sede europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha organizzato un ufficio, denominato Women’s Health and Gender Mainstreaming, con lo scopo di mettere in evidenza il punto di vista di genere in tutte le tematiche della salute;

nel 1999 l’Italia ha visto la nascita del gruppo di lavoro "Medicina Donna Salute" che ha dato un contributo fondamentale all'individuazione di una specifica problematica di genere nel nostro Paese. Nel 2003, poi, un’équipe di specialisti ha ricevuto il compito di formulare le linee-guida sulle sperimentazioni cliniche e farmacologiche che tengano conto in modo sistematico della variabile uomo/donna, nonché dell’utilizzo dei farmaci gender-oriented, ossia diversamente testati su uomini e donne;

in Italia, nel 2005, è nato l’osservatorio O.N.D.A. (Osservatorio nazionale sulla salute della donna) che si occupa della salute della donna con una visione a 360 gradi, e che collabora con tutti gli istituti preposti a livello nazionale, per studiare, informare, educare e stimolare ad una grande attenzione su queste tematiche;

nel novembre del 2005 è nato il progetto "La salute delle donne" presso il Ministero della salute al quale hanno partecipato l’Istituto superiore di Sanità, l’Agenzia italiana del farmaco, l’ASSR, l’Università di Sassari e la Società italiana di farmacologia;

nell’ottobre del 2006, sempre nell’ambito del progetto "La salute delle donne" è stato avviato lo "Studio della medicina di genere attraverso il sistema di monitoraggio delle dimissioni ospedaliere",

impegna il Governo:

ad istituire, alla stregua di quanto è stato fatto in America e in Svizzera, un corso di specializzazione in medicina di genere, da affiancare alle numerose specializzazioni già esistenti per chi, dopo la laurea in medicina e chirurgia, voglia approfondire questa materia. In tal modo potranno concretizzarsi, veramente, tutti gli studi fin qui condotti sulla diversità del genere umano e la medicina potrà finalmente raggiungere mete più precise ed incisive nella cura e nella prevenzione delle malattie;

a condividere questa esigenza verificandone il percorso e a darne piena informativa alle Commissioni parlamentari competenti entro sei mesi dall’accoglimento della presente mozione;

a sviluppare ed innovare la rete dei consultori con la finalità di garantire risposte adeguate all'insieme degli aspetti relativi alle diverse età della vita, con particolare riferimento ai disturbi dell'alimentazione (anoressia, buliminia, obesità, eccetera) de altre forme di dipendenza nonché alle problematiche relative allo sviluppo della sessualità;

a sostenere la sperimentazione in strutture ospedaliere e servizi della medicina di genere;

ad istituire l’Osservatorio sul benessere e la salute delle donne;

ad istituire l’Osservatorio sul benessere e la salute dei bambini e degli adolescenti;

a tenere presente il punto di vista di genere come una delle linee guida del Servizio sanitario nazionale;

a coinvolgere la rete dei Centri antiviolenza delle donne in un’opera di monitoraggio e prevenzione della violenza alle donne, in modo particolare durante e immediatamente dopo la gravidanza;

a favorire forme reali di accoglienza, rifuggendo ogni spirito persecutorio, per le donne in difficoltà che sono costrette ad abbandonare il proprio bambino, in luogo sicuro per l'integrità della salute e del benessere del bambino stesso.