Legislatura 18ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 131 del 10/07/2019

RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza del vice presidente LA RUSSA

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 9,31).

Si dia lettura del processo verbale.

CASTALDI, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del giorno precedente.

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Comunicazione del Presidente, ai sensi dell'articolo 126-bis, comma 2-bis, del Regolamento, in ordine al disegno di legge:

(1312) Deleghe al Governo per il riordino della disciplina in materia di spettacolo e per la modifica del codice dei beni culturali e del paesaggio (Collegato alla manovra finanziaria)(ore 9,35)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca comunicazione del Presidente, ai sensi dell'articolo 126-bis, comma 2-bis, del Regolamento, in ordine al disegno di legge n. 1312 recante: «Deleghe al Governo per il riordino della disciplina in materia di spettacolo e per la modifica del codice dei beni culturali e del paesaggio», collegato alla manovra di finanza pubblica.

Invito il senatore Segretario a dare lettura del parere reso - sentito il Governo - dalla 5a Commissione permanente, ai sensi dell'articolo 126-bis, comma 2-bis, del Regolamento, in ordine al predetto disegno di legge.

CASTALDI, segretario. «La Commissione programmazione economica, bilancio, esaminato il disegno di legge in titolo, ai sensi e per gli effetti dell'articolo 126-bis, comma 2-bis, del Regolamento, e sentito il rappresentante del Governo, osserva che il termine del 31 gennaio indicato dall'articolo 7, comma 2, lettera, f), della legge n. 196 del 2009, per la presentazione dei provvedimenti collegati alla manovra di finanza pubblica, non è stato rispettato, in quanto il disegno di legge in titolo risulta presentato alla Presidenza del Senato il 29 maggio scorso, ma che tuttavia il predetto termine, sulla scorta di numerosi precedenti, può considerarsi di carattere ordinatorio.

Rileva quindi che il disegno di legge, articolato in due disposizioni recanti, rispettivamente, delega in materia di spettacolo e delega in materia di beni culturali e del paesaggio, corrisponde a quello indicato nella Nota di aggiornamento del DEF 2018. Tali disposizioni risultano coerenti con gli obiettivi programmatici indicati nella suddetta Nota di aggiornamento, che richiama, nell'ambito della strategia di riforma del Governo, l'adozione di azioni per il risanamento delle fondazioni lirico-sinfoniche e il miglioramento dei criteri di assegnazione delle risorse, in particolare per lo spettacolo dal vivo, prevedendo altresì la revisione del Codice dei beni culturali e del paesaggio, anche per migliorare la capacità di valorizzare e mobilitare le vocazioni dei territori.

Le disposizioni appaiono, altresì, conformi al contenuto proprio dei collegati alla manovra di finanza pubblica, come disciplinato dall'articolo 10, comma 6, della legge di contabilità».

PRESIDENTE. Tenuto conto del parere espresso dalla 5a Commissione permanente, esaminato il disegno di legge collegato n. 1312, ai sensi dell'articolo 126-bis, comma 2-bis, del Regolamento, preso atto della posizione del Governo, comunico che il testo del provvedimento in questione non contiene disposizioni estranee al proprio oggetto, come definito dalla legislazione vigente.

Comunicazione del Presidente, ai sensi dell'articolo 126-bis, comma 2-bis, del Regolamento, in ordine al disegno di legge:

(1349) Delega al Governo per la semplificazione e la codificazione in materia di istruzione, università, alta formazione artistica musicale e coreutica e di ricerca (Collegato alla manovra finanziaria)(ore 9,37)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca comunicazione del Presidente, ai sensi dell'articolo 126-bis, comma 2-bis, del Regolamento, in ordine al disegno di legge n. 1349 recante: «Delega al Governo per la semplificazione e la codificazione in materia di istruzione, università, alta formazione artistica musicale e coreutica e di ricerca», collegato alla manovra di finanza pubblica.

Invito il senatore Segretario a dare lettura del parere reso - sentito il Governo - dalla 5a Commissione permanente, ai sensi dell'articolo 126-bis, comma 2-bis, del Regolamento, in ordine al predetto disegno di legge.

CASTALDI, segretario. «La Commissione programmazione economica, bilancio, esaminato il disegno di legge in titolo, ai sensi e per gli effetti dell'articolo 126-bis, comma 2-bis, del Regolamento, e sentito il rappresentante del Governo, osserva che il termine del 31 gennaio indicato dall'articolo 7, comma 2, lettera f), della legge n. 196 del 2009, per la presentazione dei provvedimenti collegati alla manovra di finanza pubblica, non è stato rispettato, in quanto il disegno di legge in titolo risulta presentato alla Presidenza del Senato il 19 giugno scorso, ma che tuttavia il predetto termine, sulla scorta di numerosi precedenti, può considerarsi di carattere ordinatorio.

Rileva quindi che il disegno di legge, articolato in due disposizioni recanti, rispettivamente, principi e criteri direttivi della delega e le disposizioni finanziarie, risulta sostanzialmente corrispondente a quello indicato nella Nota di aggiornamento del DEF 2018. Tali disposizioni risultano coerenti con gli obiettivi programmatici indicati nella suddetta Nota di aggiornamento, che evidenzia, nell'ambito della strategia di riforma del Governo, come la complessa normativa in materia di legislazione scolastica, universitaria, della ricerca e AFAM necessiti di un riordino anche attraverso un'attività di redazione dei relativi codici.

Le disposizioni appaiono, altresì, conformi al contenuto proprio dei collegati alla manovra di finanza pubblica, come disciplinato dall'articolo 10, comma 6, della legge di contabilità».

PRESIDENTE. Tenuto conto del parere espresso dalla 5a Commissione permanente, esaminato il disegno di legge collegato n. 1349, ai sensi dell'articolo 126-bis, comma 2-bis, del Regolamento, preso atto della posizione del Governo, comunico che il testo del provvedimento in questione non contiene disposizioni estranee al proprio oggetto, come definito dalla legislazione vigente.

Discussione del disegno di legge costituzionale:

(214-515-805-B) Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari (Approvato, in prima deliberazione, dal Senato, in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge costituzionale d'iniziativa dei senatori Quagliariello; Calderoli e Perilli; Patuanelli e Romeo; approvato, senza modificazioni, in prima deliberazione, dalla Camera dei deputati) (Seconda deliberazione del Senato) (Votazione finale qualificata ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Relazione orale) (ore 9,40)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge costituzionale n. 214-515-805-B, già approvato, in prima deliberazione, dal Senato, in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge costituzionale d'iniziativa dei senatori Quagliariello; Calderoli e Perilli; Patuanelli e Romeo; approvato, senza modificazioni, in prima deliberazione, dalla Camera dei deputati.

Ricordo che, ai sensi dell'articolo 123 del Regolamento, in sede di seconda deliberazione, il disegno di legge costituzionale, dopo la discussione generale, sarà sottoposto solo alla votazione finale per l'approvazione nel suo complesso, previe dichiarazioni di voto.

Avverto altresì che, ai sensi dell'articolo 138, primo comma, della Costituzione, in seconda deliberazione, il disegno di legge costituzionale sarà approvato se nella votazione finale otterrà il voto favorevole della maggioranza assoluta dei componenti del Senato.

Il relatore, senatore Calderoli, ha chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni, la richiesta si intende accolta.

Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore.

CALDEROLI, relatore. Signor Presidente, in fase di seconda lettura da parte del Senato non è consentita la relazione scritta, quindi dovrò svolgere la relazione orale, richiamandomi comunque a quanto ho detto in sede di replica e di dichiarazione di voto in prima lettura.

Lo scorso 9 maggio la Camera dei deputati ha approvato in prima deliberazione il disegno di legge al nostro esame, che finalmente sta rendendo concreta la prospettiva di una consistente riduzione del numero dei parlamentari. Poiché non sono state apportate modifiche al lavoro, evidentemente valido, svolto in Senato, siamo ora in grado di arrivare in tempi rapidi alla seconda deliberazione, richiesta dall'articolo 138 della nostra Carta fondamentale. Si tratta di una deliberazione che, pur non lasciando spazio a qualsivoglia emendamento, richiede tuttavia una maggioranza netta per la sua validità.

È un passaggio parlamentare di riflessione, prima ancora che di decisione: proprio per questo penso sia utile approfittarne, per riflettere sulle ragioni alla base di questa riforma, di cui vedremo ora i contenuti.

Il disegno di legge reca modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari. La proposta prevede la riduzione del numero dei deputati da 630 a 400, dei quali otto eletti all'estero invece dei 12 previsti in passato; i senatori elettivi passeranno da 315 a 200, quattro dei quali eletti all'estero invece dei sei previsti in passato, e si fissa a cinque il numero massimo dei senatori a vita.

Vorrei partire con un piccolo excursus storico. Innanzitutto dobbiamo essere consapevoli che non stiamo intervenendo su disposizioni scritte dai Padri costituenti, ma dai colleghi che ci hanno preceduto in questa e nell'altra Assemblea del Parlamento nella III legislatura. L'originaria formulazione degli articoli 56 e 57 prevedeva, infatti, un numero variabile di deputati e senatori in base alla popolazione: uno ogni 80.000 abitanti alla Camera e uno ogni 200.000 al Senato, e così è stato per i primi quindici anni.

In seguito, visto che la popolazione cresceva e, con essa, il numero dei parlamentari, si decise di modificare il criterio introducendo il numero fisso di 630 deputati e 315 senatori. Nell'immediato vi fu un incremento: i deputati che votarono la riforma, nel 1963, erano 596, contro i 574 del 1948; in prospettiva, però, il risparmio è stato evidente, perché, senza questo intervento, sulla base del censimento del 2011, oggi avremmo ben 743 deputati (anche perché il calcolo va fatto sulla base della popolazione, ovvero dei residenti, quindi non solo dei cittadini italiani).

In Senato, invece, le cose andrebbero un po' meglio, perché, applicando il sistema originario, oggi saremmo 297, oltre ovviamente ai senatori a vita; nel 1963, invece, erano solo 279: in qualche misura, quindi, stiamo tornando alle origini della nostra Repubblica, se non nelle norme, almeno nei numeri.

Anche se volessimo ripercorrere l'esperienza statutaria, troveremmo una certa variabilità sia nella composizione della Camera elettiva - dato che lo Statuto non prevedeva il numero di deputati che, a un certo punto, si attestò intorno a 500 - sia soprattutto in quella della Camera alta, che, grazie alle «infornate» regie di senatori - i quali, come sappiamo, erano tutti a vita - passò gradualmente dai 58 membri del 1848 ai ben 520 del 1940.

All'Assemblea costituente la questione fu ampiamente dibattuta e, proprio perché una cifra fissa non fu mai presa in considerazione, vi fu la seria preoccupazione che, al crescere della popolazione, il numero dei parlamentari potesse diventare eccessivo, con particolare riferimento a quello dei senatori. Si riteneva infatti che a un numero più ridotto dovesse corrispondere una maggiore qualità degli eletti: ricordo che Costantino Mortati aveva proposto un senatore ogni 250.000 abitanti, che oggi vorrebbe dire una cifra molto più vicina a 200 che a 315.

La soluzione dei Costituenti ha avuto vita breve, così come la riforma del 1963, se non nella realtà giuridica, di sicuro nel dibattito politico: Commissione Bozzi, Commissione D'Alema, riforma della XVI legislatura, bozza Violante, riforma della XVII legislatura; in tutti questi testi, e non sono i soli, si prevedeva una riduzione del numero dei parlamentari.

Dobbiamo ricordare infatti che, dal momento che in Italia entrambe le Camere sono elette direttamente, nessun altro grande Paese democratico ha una proporzione tra popolazione e parlamentari come la nostra. Detto in parole povere, l'Italia è il Paese con il più alto numero di parlamentari direttamente eletti dal popolo (945): seguono la Germania, con circa 700; la Gran Bretagna, con 650; e la Francia, con poco meno di 600.

Pertanto, 400 deputati e 200 senatori, ovvero 600 parlamentari totali, è una soluzione ragionevole, che ci allinea alle democrazie occidentali. Anche se non raggiungeremo il rapporto degli Stati Uniti, ci porremo però al livello del Regno Unito o della Francia, che, con una popolazione simile alla nostra, hanno una sola Camera eletta a suffragio universale e diretto, rispettivamente con poco più e poco meno di 600 membri. Soprattutto, avremo istituzioni parlamentari che, senza intaccare il principio di una rappresentatività ampia, saranno ipso facto più funzionali.

Perché ciò esprima tutto il suo potenziale, dovremo riformare di nuovo i Regolamenti, cosa che in Senato non sarà difficile, perché è appena stata fatta con successo. I nuovi numeri - questo sì - imporranno i necessari adattamenti tecnici, ma dovranno anche essere l'occasione per andare oltre e rendere più fluide l'organizzazione e le procedure. Solo in questo modo i risparmi di spesa diventeranno anche apprezzabili in termini decisionali e porteranno un ritorno di fiducia e credibilità.

In questi mesi, poi, è stato anche brillantemente risolto il tema della compatibilità di questa riforma con la legge elettorale: è stata infatti approvata definitivamente alla Camera anche la legge 27 maggio 2019, n. 51, che ne consente l'applicabilità a prescindere dal numero degli eletti. Non ultimo, ricordo il testo novellato dell'articolo 59 della Costituzione, volto a fissare definitivamente, senza margini d'interpretazione, il numero dei senatori a vita.

Come già accaduto in sede di primo esame al Senato e successivamente alla Camera, anche in questo passaggio si è molto dibattuto sull'esigenza di una revisione complessiva della Costituzione: mi spiace, ma non ci casco più, l'ho provato sulla mia pelle. Tutte le varie Commissioni a cui ho accennato prima, nonché la riforma del 2005 (quella scritta dal sottoscritto) e la successiva del 2016 (la Boschi) non sono riuscite neanche ad arrivare all'esame parlamentare oppure, quand'anche approvate dal Parlamento, sono poi state bocciate con referendum popolare.

Oggi sono ancora più convinto della necessità di riproporre misure limitate e chirurgiche, come quella oggi al nostro esame, che, sommate tra loro, determineranno una riforma complessiva. Voglio ricordare, a questo proposito, che proprio la settimana scorsa è stata approvata la proposta presentata da me e dal collega Perilli, di cui sono stato relatore, che determina la cancellazione dell'articolo 99 della Costituzione e la conseguente soppressione del CNEL. Il provvedimento si è realizzato grazie ai voti dell'unanimità della Commissione.

Tornando a noi, nell'esame in prima deliberazione al Senato c'è stata un'ampia maggioranza a favore di questo disegno di legge: una maggioranza assoluta che però, se andiamo a sommare tutti i Gruppi che si sono dichiarati a favore, raggiungeva virtualmente soltanto i due terzi. Non posso che auspicare che questa volta i due terzi si raggiungano realmente e mi auguro che rispetto al primo passaggio ci sia un ripensamento da parte di qualche Gruppo che si era espresso negativamente in Commissione e che qui possa esservi invece una convergenza: nessuno - credo - intenderà proporre un referendum confermativo su una riforma tanto condivisa dall'opinione pubblica e sarebbe un segnale importante se il Parlamento approvasse con carattere definitivo la revisione costituzionale più ricorrente nel nostro dibattito pubblico.

L'obiettivo di questa riforma è duplice: da un lato, favorire un miglioramento delle proposte decisionali delle Camere, per renderle più capaci di rispondere alle esigenze dei cittadini, e, dall'altro, ottenere con questi risultati un contenimento della spesa pubblica, ovvero organi più snelli, che costano meno e funzionano in modo più efficiente.

Signor Presidente, concludo ricordando il detto: cavallo magro corre più forte e salta più in alto. Con questa modifica il Parlamento sarà più forte e quindi lo sarà anche la nostra democrazia. (Applausi dai Gruppi L-SP-PSd'Az e M5S).

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritto a parlare il senatore Fantetti. Ne ha facoltà.

FANTETTI (FI-BP). Signor Presidente, premetto che interverrò sullo specifico tema della circoscrizione estero, che mi onoro di rappresentare in quest'Aula, e sugli effetti che la riforma in oggetto produrrebbe - ed eventualmente produrrà - su questa specifica rappresentanza degli interessi degli italiani all'estero.

Voglio far notare a quest'Assemblea, ancora una volta, un fenomeno assai poco conosciuto dai media italiani: a fronte di alcune migrazioni verso il nostro Paese, è in atto da circa quindici anni una vera esplosione migratoria in uscita dal nostro Paese, che ha portato a un aumento degli iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (AIRE) che oramai ha sfiorato i 5,5 milioni di membri. Stiamo parlando quindi del 10 per cento della popolazione italiana e abbiamo dimostrato più volte in quest'Aula che nei dati ufficiali delle autorità dei Paesi in cui tanti italiani risiedono questo dato è sottostimato e in realtà sono molti di più. Parliamo dunque del 10 per cento della popolazione italiana che vive all'estero, di cittadini italiani con diritti politici che conseguono dalla cittadinanza italiana, ma che risiedono all'estero. Non lo hanno fatto per scelta, ma per costrizione, come i loro padri e i loro nonni, che sono stati costretti ad andare all'estero per trovare una soluzione di vita migliore.

L'eccezionalità dell'emigrazione italiana, recatasi verso tutti i Paesi del mondo da oltre due secoli, ha avuto un riconoscimento istituzionale in queste Aule con l'istituzione della circoscrizione estero. Si tratta quindi di un riconoscimento dei diritti politici finalmente intervenuto negli anni 2000 e 2001 con due leggi di riforma della Costituzione, che hanno dato una rappresentanza specifica a questa platea. A fronte di un calo demografico di questo Paese - che pure il relatore si è scordato di considerare, ma in Italia cala la popolazione - c'è un'esplosione degli iscritti all'AIRE: la proporzionalità, estremamente discriminatoria, tra i rappresentanti nel Parlamento della circoscrizione estero e la platea di italiani all'estero va quindi peggiorando di giorno in giorno. Alla fine di questa giornata, qualche centinaio di italiani iscritti all'AIRE che ha abbandonato questo Paese, in base alla riforma in discussione, non avrà la possibilità di avere rappresentanti nelle istituzioni. Infatti, il taglio lineare del 33 per cento viene applicato alla platea dei rappresentanti della circoscrizione estero, già estremamente discriminata, e i numeri citati per l'Italia sono completamente diversi da quelli che abbiamo noi italiani all'estero. Immagino peraltro che noi sei senatori eletti all'estero voteremo compatti contro questa riforma, nel rispetto di quanti ci hanno votato, e rappresentiamo una platea almeno tripla di quella che rappresentano i colleghi in Italia. Il taglio interviene su un numero già molto discriminatorio, che diventerebbe quasi doppio, con effetti sulle diverse ripartizioni, in particolare in Europa, dove risiedono 3,1 milioni di italiani, che avrebbero un rappresentante al Senato della Repubblica.

La simpatica proposta, fatta da qualche pensatore del MoVimento 5 Stelle, di sorteggiare i rappresentanti parlamentari forse potrebbe tornare utile. Converrebbe quindi estrarre a sorte un rappresentante in quest'Assemblea - che non è composta da nominati, ma da eletti - che rappresenterebbe 3,1 milioni di italiani (numero che continuerà ad aumentare), i quali hanno gli stessi diritti di cittadinanza di tutti gli altri cittadini italiani, ma si trovano all'estero. Altrimenti, l'unico effetto sarà l'elezione del più ricco, perché davanti a una platea di quel genere una campagna elettorale può essere intrapresa solo da qualcuno che ha enormi risorse.

Vi sfido quindi a mostrarci gli effetti e i vantaggi economici di questa riforma rispetto al taglio lineare sulla circoscrizione estero: due posti in meno. Non mi sembra davvero che possiate vantarvi di una cosa del genere. Non vi è poi alcun effetto in termini di efficienza dei lavori parlamentari, anzi, la si perde. L'effetto politico, su cui bisognerà veramente riconoscervi una certa coerenza, è quello di togliere alla rappresentanza degli italiani all'estero ogni capacità d'azione: si tratta di un effetto politico che questa maggioranza - ahimè - sta cercando di imprimere sui lavori di questa legislatura fin dall'inizio e ci sta riuscendo con una certa efficacia.

Avete abolito il Comitato per le questioni degli italiani all'estero, l'unica istituzione presente in questo ramo del Parlamento dedicata agli italiani all'estero, che era in vigore da tre legislature. È una vergogna assoluta che quest'Assemblea e questa maggioranza abbiano ritenuto di annullare l'eredità dei lavori del Comitato per le questioni degli italiani all'estero di tre legislature, sostituendolo con un'indagine conoscitiva sul fenomeno degli italiani all'estero, peraltro non ancora partita. Vi sfido a immaginare che nei vostri territori arrivi qualcuno a dirvi che in rappresentanza del 10 per cento della popolazione, in luogo dei rappresentanti parlamentari e delle Commissioni in cui si discutono questi interessi, si pensa di intraprendere un'indagine conoscitiva.

Facciamo un'indagine conoscitiva sui siciliani o sui campani, che sono pur sempre 5 milioni e mezzo di persone, come gli italiani all'estero: è vergognoso, ma molto coerente con il vostro disegno politico, che è chiaro; ossia togliere ai cittadini italiani residenti all'estero i loro diritti politici.

Segnalo peraltro a voi e al relatore che, nella furia devastatrice di questo disegno, siete incorsi in un errore marchiano, come abbiamo già detto nella discussione durante il primo passaggio in Aula qui al Senato e anche in dichiarazione di voto, un voto che da parte nostra è sempre stato coerentemente contrario. Avete violato infatti i principi che informano l'ordinamento costituzionale italiano: il principio di rappresentanza democratica, il principio di uguaglianza tra i cittadini, il principio di ragionevolezza delle norme e il principio di proporzionalità tra mezzo e fine della rappresentanza. Ho citato quattro principi cardinali rispetto alla Costituzione italiana fin dai tempi dei costituenti - se vogliamo marcare una differenza, esimio relatore, tra i costituenti e i successivi legislatori, anche se giuridicamente non c'è - che informano l'attività di controllo della Corte costituzionale, che cercheremo di adire. Parimenti, porteremo all'attenzione del garante massimo dell'ordinamento istituzionale italiano e dei principi che lo informano, ossia il Presidente della Repubblica, la violazione palese commessa ai danni della circoscrizione estero con un taglio di questo genere (quattro senatori e otto deputati in rappresentanza del 10 per cento della popolazione). Vi segnalo che la Costituzione e l'ordinamento giuridico italiani non discriminano i cittadini in base alla razza e alla religione, ma neanche alla residenza. Questa quindi è una violazione palese di tre o quattro principi generali dell'ordinamento costituzionale italiano, che faremo valere, e questo disegno di distruzione dei diritti politici degli italiani all'estero che state portando avanti non andrà fino alla fine. (Applausi dal Gruppo FI-BP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pagano. Ne ha facoltà.

PAGANO (FI-BP). Signor Presidente, da Capogruppo di Forza Italia in Commissione affari costituzionali ho già espresso in quella sede l'orientamento del nostro Gruppo e quel che penso in modo particolare di questa riforma spot che ci è stata proposta, non avendo potuto partecipare al dibattito che si svolse in prima lettura qui in Senato qualche mese fa.

Sì, è vero, il Gruppo Forza Italia in prima lettura votò a favore di questa riduzione e di questo taglio lineare dei parlamentari (deputati e senatori), in modo incisivo, pari a circa il 37 per cento. Fu detto però che quel voto era una forma di apertura di credito nei confronti dell'attuale maggioranza che lo proponeva, perché era evidente e logico che, così com'era proposto, un semplice taglio lineare dei parlamentari, non accompagnato da una riforma strutturale e armonica della nostra Costituzione, non solo non aveva senso, ma avrebbe prodotto guasti e danni, forse anche irreversibili. Una riforma del genere li produrrebbe certamente nell'ipotesi in cui venisse approvata in via definitiva. Ebbene, quell'apertura di credito è andata e mi dispiace deludere il collega Calderoli, che auspicava un ripensamento, perché eravamo noi ad auspicarlo, caro collega. Francamente, nonostante un arrampicarsi sugli specchi anche un po' annaspante, non vedo alcuna altra finalità in questo provvedimento populista se non quella di continuare ad alimentare, con atteggiamento giacobino, il sentimento di antipolitica che serpeggia nella popolazione e che paradossalmente alcuni politici alimentano.

È come dire: facciamoci del male da soli, con un atteggiamento ovviamente autolesionistico. È come dire che i politici fanno male il loro mestiere, siamo troppi in Parlamento - anche se siamo 60 milioni di abitanti - e dal 1948 ad oggi hanno sbagliato tutto gli altri: noi siamo bravi e abbiamo capito che in quattro gatti possiamo fare meglio, anche se poi magari un collegio uninominale conterrà un milione di elettori. Immaginate, quindi, che logica avrebbe il sistema maggioritario, che dovrebbe avvicinare l'elettore all'eletto, con un milione di abitanti per collegio uninominale.

Forza Italia è profondamente delusa dall'atteggiamento che questa maggioranza ha inteso portare avanti in siffatti termini. Devo dire che noi non siamo contrari per principio alla riduzione del numero dei parlamentari. Non lo dico in termini di solo auspicio. Forza Italia, insieme alla Lega Nord - lo ha affermato lo stesso collega Calderoli che sottoscrisse quel provvedimento e poi ha cambiato idea nel corso degli anni - e ad Alleanza Nazionale - e mi rivolgo, quindi, ai colleghi di Fratelli d'Italia - sottoscrisse una riforma complessiva e armonica che prevedeva, ovviamente, i principi del cosiddetto check and balance, ossia un equilibrio tale che all'interno della nostra Carta costituzionale i poteri si bilanciassero tra di loro, come - per esempio - il potere legislativo rispetto a quello esecutivo. Quella riforma fu varata nel 2005 e firmata dal collega Calderoli oltre che dal senatore Pastore di Forza Italia e da altri, se non ricordo male anche dal senatore La Russa. Quella riforma, Presidente, diceva cose completamente diverse rispetto a ciò che dice il provvedimento al nostro esame. Mi fa piacere che annuisca, Presidente.

Quella riforma prevedeva - ve lo dico perché è giusto che resti agli atti - una riduzione di senatori e deputati: da 630 a 518 deputati e da 315 a 252 senatori; prevedeva, quindi, una riduzione sensibile, e non così marcata come quella in esame, basata su principi e criteri che dovevano salvaguardare l'impianto degli equilibri, evitando distorsioni tra i vari poteri dello Stato. Si prevedeva, per esempio - lo ricordo alla Lega Nord, perché all'epoca si chiamava Lega Nord - che la seconda Camera, che restava al suo posto, e cioè il Senato, diveniva Senato federale, nel senso che si sarebbe dovuta occupare di questioni relative agli enti locali e alle Regioni; temi che da sempre, da quando nacque la Lega Nord, stavano a cuore a quel movimento politico.

Ebbene, questo è un provvedimento spot - tengo a sottolineare spot - proposto da questa maggioranza che vuole approvarlo in fretta e furia. Basti pensare a come è stato trattato il collega La Russa in Commissione affari costituzionali. Per il solo fatto di aver chiesto un rinvio di quarantotto ore è stato bistrattato. E quel rinvio richiesto non avrebbe modificato per nulla il calendario dei lavori, perché in ogni caso saremmo arrivati oggi in Aula a discutere del provvedimento. Nemmeno quello: anche la prassi parlamentare viene modificata dall'attuale maggioranza. Ne prendiamo atto, e ne prenderà atto anche il collega La Russa che ha subito un piccolo sgarbo procedurale nei rapporti parlamentari.

Perché tutta questa fretta? Per approvare in fretta e furia che cosa? Un semplice taglio lineare del numero dei parlamentari, senza modificare minimamente - ed è questo il punto - l'assetto del nostro Stato, senza modificare in modo armonico la nostra Carta costituzionale.

Colleghi, allora è giusto che si sappia che almeno il senatore Pagano non metterà mai la firma a una roba populistica che alimenta solo l'antipolitica. Io sono orgoglioso di essere un rappresentante degli elettori della mia Regione. Sono orgoglioso di stare qui a rappresentare un pezzo della storia del nostro Paese e non intendo prendere a picconate i capisaldi, le colonne portanti della nostra Costituzione, pensata da gente ben più preparata di noi, che veniva dalla Seconda guerra mondiale, che aveva sofferto e aveva capacità, competenze e conoscenze che noi qui purtroppo - mi duole dirlo - ci sogniamo. Quella gente noi stiamo maltrattando per fare cosa? Per rendere più spedita l'attività legislativa? Per rendere migliori la qualità e il prodotto legislativo del Parlamento italiano? No, signori, è l'esatto opposto: per renderlo peggiore e creare gravi distorsioni negli equilibri fra i poteri, rendendo molto più forte il potere esecutivo e inutile il Parlamento.

A questo punto, visto tra l'altro che questa assurda riforma di riduzione del numero dei parlamentari si associa anche a un'altra riforma - per certi versi può essere qualificata anche peggiore - sul referendum propositivo, che tira un'altra mazzata alle fondamenta della nostra Costituzione e soprattutto ai nostri principi di democrazia rappresentativa, diventa assolutamente inutile che gli italiani vadano a votare, perché tanto coloro i quali verranno votati ed eletti per rappresentarli non avranno più alcun potere.

Signor presidente La Russa, lei che oggi presiede - e me ne dolgo - una pagina oscura, pessima della storia del Parlamento italiano, e chiunque ci sta seguendo sappiate - e rimanga sui Resoconti di questa Assemblea - che il senatore Pagano di Forza Italia dichiara di essere assolutamente contrario alla mazzata terribile lanciata alle fondamenta dello Stato e ai principi che stabiliscono il contrasto alle distorsioni tra i suoi vari poteri. (Applausi dal Gruppo FI-BP).

PRESIDENTE.Senatore Pagano, la ringrazio per le numerose citazioni fatte, per le quali le sono particolarmente grato, qualunque esse siano.

È iscritta a parlare la senatrice Binetti. Ne ha facoltà.

BINETTI (FI-BP). Signor Presidente, membri del Governo, colleghi, il tema di oggi è uno di quelli che intercetta, in un'opinione pubblica in qualche modo drogata, un consenso fin troppo facile; rientra in quell'atteggiamento di antipolitica su cui da molto tempo, in diverse situazioni e circostanze, non solo alcuni partiti ma anche una serie di componenti significative dell'opinione pubblica stanno insistendo.

La logica che presuppone il consenso alla riduzione drastica del numero dei parlamentari è il grande dubbio che si pone su un punto: a che cosa servono tanti politici? A che cosa servono tanti parlamentari? E la riflessione sull'esclusivo - mi si lasci utilizzare il termine - accidente quantità sembra quasi cancellare in qualche modo tutto l'insieme degli altri fattori - e direi anche degli altri valori - che definiscono la qualità e la presenza dei parlamentari in Parlamento.

Che cosa può aver determinato l'oscura sensazione che di fatto i parlamentari servono a ben poco? Una che credo si possa e si debba denunciare anche in questa legislatura è oggettivamente la sistematica sostituzione del lavoro parlamentare, e quindi di quel lavoro fatto dal potere legislativo che non è mai autoreferenziale, perché si snoda nel dialogo profondo con le componenti sociali. Nessuno di noi scriverebbe mai un disegno di legge senza aver prima intercettato la sensibilità e capite i dubbi, i bisogni e le fatiche su cui in qualche modo esso va a ricadere. Il nostro lavoro principale in quest'Aula e nelle Commissioni è soltanto la testa dell'iceberg di un lavoro molto più profondo, più capillare e più diffusivo svolto sui territori, a volte geografici, a volte culturali, a volte delle professioni. Gran parte del nostro lavoro è proprio ricostituire quella relazione di fiducia tra le istituzioni - in questo senso il Parlamento rappresenta forse la più alta delle istituzioni - e la società cosiddetta civile.

In questo contesto, l'idea che il lavoro legislativo venga sistematicamente scavalcato da quella che noi chiamiamo la tendenza in progress della decretazione d'urgenza non giova sicuramente a identificare nel parlamentare l'interlocutore efficace e in qualche modo unico per portare dentro le Aule del Parlamento, sotto forma di strumento legislativo, le istanze di una società che cambia, che chiede costanti e continui adeguamenti, ma comunque sempre e soprattutto delle risposte.

Svalutare il lavoro del parlamentare diventa l'alibi più facile per chiederne la riduzione. Quando noi ci poniamo il tema della riduzione del numero, quindi, la domanda di fondo è a che cosa serve un parlamentare, come si può valorizzarne il contributo. Storicamente parlando, quando si è costituita una architettura istituzionale, al parlamentare si è riconosciuta una competenza e alla dialettica parlamentare - per dirla in parole semplici - tra maggioranza e opposizione si è attribuito il vero sale della democrazia. Non è più importante essere nella maggioranza o in qualche modo non si può considerare svalutativo essere all'opposizione, perché è proprio in una dialettica forte e significativa che prendono forma in modo intelligente i disegni di legge che intercettano più e meglio i bisogni del Paese. Ma, perché questo si dia, c'è bisogno di una dialettica positiva non solo tra maggioranza e opposizione, ma anche all'interno della maggioranza e della stessa opposizione. C'è bisogno, in altri termini, di quel pluralismo delle idee che è la sola garanzia, perché di fatto possa essere approvato quello che è un disegno di legge che abbia in qualche modo il maggior grado possibile di verità, di efficacia ed efficienza.

Ora, nell'ambito di una riduzione del numero dei parlamentari, anche all'interno dei Gruppi, finisce con il prevalere quello che si chiama il pensiero dominante. Per definizione, la maggioranza - altrimenti non sarebbe più maggioranza e, tra l'altro, in Senato non c'è alcuna istanza che riconosca quel diritto proporzionale presente alla Camera per presentare disegni di legge e per essere relatori; sappiamo che il Regolamento del Senato non prevede e non consente questo - in Senato praticamente presenta un disegno di legge, lo discute in Commissione, si approvano gli emendamenti, si fa la relazione finale, si vota il mandato al relatore, lo si porta in Aula e lo si approva. Se la maggioranza è piccola, se riduce il suo punto di interesse nel numero stesso dei parlamentari, inevitabilmente quel Gruppo politico tenderà a selezionare il pensiero unico, tenderà cioè a selezionare quello che noi abbiamo vissuto come il maggiore rischio della democrazia, che è l'atteggiamento di compiacenza nei confronti di chi governa il Gruppo, di chi governa il partito, di chi governa quella situazione.

Meno si è e meno pluralismo ci sarà non solo nel Parlamento, ma anche all'interno dei Gruppi. Non dico niente al Presidente, ai membri del Governo e ai nostri colleghi. Prima il collega Fantetti ha fatto un'analisi molta profonda, attenta e acuta del Gruppo dei parlamentari eletti all'estero. Io potrei dire una cosa analoga nei confronti di quel Gruppo minuscolo - non siamo nemmeno un Gruppo - costituito da noi, parlamentari dell'UDC. Noi viviamo, lavoriamo e facciamo rete insieme ai colleghi di Forza Italia. Sarebbe facilissimo cancellare questo Gruppo, ma farlo, in una logica di siffatto tipo, significherebbe anche cancellare una memoria storica; significherebbe cancellare la potenza di un simbolo e una linea storica che hanno attraversato la vita della nostra Repubblica negli ultimi settant'anni.

Avere attenzione alle minoranze è qualcosa che definisce la qualità alta di una democrazia. Come tutti sappiamo, la potenza di una catena si misura dalla forza del suo anello più debole. La potenza di un Parlamento si misura dalla qualità del rispetto per le sue minoranze.

Il taglio è netto, e direi anche aprioristico. Siete 600? Benissimo, diventate 400. Siete 300 e più? Benissimo: diventate 200. In base a quali logiche il numero si riduce? Qual è la ragione? È l'efficienza?

Colleghi, bisogna fare attenzione. Questo è un momento storico in cui tutti noi stiamo cercando di sottrarre la democrazia interna dei partiti alla logica del capo «faccio tutto io», per riportarla in un contesto in cui è la democrazia interna al partito quella che fa l'opinione e la cultura e garantisce la rappresentatività dei punti di vista. In una logica di questo tipo, noi finiremo per creare un Parlamento non solo di eletti - è quello che ci piace - ma anche di fedelissimi. E quanto più è piccolo il margine, tanto più il requisito richiesto sarà quello della fedeltà.

Noi stiamo vivendo in una cultura che - lo sappiamo tutti - è quella dei diritti individuali, in cui ognuno coltiva la ricchezza delle opinioni e si confronta sul potere delle sfumature. Io credo che ridurre tutto questo, per riportarlo a una falsa efficienza, sarebbe una ferita molto grave non solo alla quantità, ma anche alla qualità democratica del Parlamento e gli toglierebbe una delle sue prerogative più belle, che è la libertà personale dei parlamentari a esprimersi in scienza e coscienza - questo sì - come prevede la Costituzione. (Applausi dal Gruppo FI-BP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Romano. Ne ha facoltà.

ROMANO (M5S). Signor Presidente, sul taglio del numero dei parlamentari si è fatto un gran parlare, non sempre con la dovuta serenità. Cercherò, dunque, di fare un racconto breve, chiaro e semplice non dei contenuti della legge costituzionale che quest'Assemblea si appresta ad approvare, ma del perché sia giusto e necessario approvarla.

Io credo che, in ordine al tanto paventato vulnus di rappresentatività, il vero problema sia non il quantum, ma il quis e il quomodo, ovvero il chi rappresenta e il come i cittadini sono rappresentati.

Cari colleghi, l'idea di rappresentatività non può essere dissociata da quella di responsabilità, come non può risultare del tutto distaccata dall'interesse rappresentato.

Ed è qui il punto. L'interesse democraticamente perseguito è davvero quello della Nazione? O è sempre più quello dei gruppi di potere rappresentati in Parlamento?

Il vero obiettivo è fare in modo che la partecipazione democratica sia effettiva e, affinché sia effettiva, il problema non sono i numeri; il problema è riportare lo scettro nelle mani del cittadino. Non si tratta di alcun attentato alla democrazia, dunque, come qualcuno vuol far credere, perché il vero problema delle moderne democrazie è non il numero degli eletti, ma lo spazio entro cui ciascun cittadino può esercitare la propria sovranità.

La riduzione del numero dei parlamentari - come da tempo sostenuto dal MoVimento 5 Stelle - si deve accompagnare necessariamente al potenziamento della democrazia diretta, in un sistema flessibile che consenta un esercizio diffuso e ravvicinato della sovranità. È di tutta evidenza che oggi vi è un ampio scarto tra le istanze di una società sempre più in divenire e i tempi della rappresentanza politica, del processo democratico propriamente detto, che testimonia la senescenza della democrazia rappresentativa.

È necessario, pertanto, ricostruire la geografia del potere che sottende le istituzioni democratiche e riflette l'assetto della nostra società. È necessario comprendere se e fino a che punto una pluralità di rappresentanti consenta una buona dinamica democratica. Forse dovremmo guardare tutti con meno scetticismo a questo percorso di rinnovamento della democrazia, affinché il meccanismo democratico non giunga a implosione. La rappresentanza politica va, dunque, integrata con lo sviluppo tecnologico di un'epoca, la nostra, che non contempla più una separazione quasi totale fra rappresentante e rappresentato, sia dal punto di vista delle informazioni che delle conoscenze.

L'accertamento della volontà politica dei cittadini, della Nazione, non richiede più procedure macchinose, non contempla passività, ma è alimentata da una totale discorsività. Quello che sta per compiersi è l'ormai inevitabile passaggio dalla democratizzazione dello Stato alla democratizzazione della società, dove il servizio pubblico, in ogni sua forma, deve essere il più possibile la principale occupazione dei cittadini. (Applausi dal Gruppo M5S).

Per tale motivo, coerentemente con quanto previsto dall'attuale contratto di Governo e con quanto da sempre sostenuto dal MoVimento 5 Stelle, il taglio dei parlamentari non è una minaccia alla democrazia rappresentativa. Non è una minaccia alla democrazia rappresentativa! È il giusto correttivo per aumentare l'efficienza e la produttività del Parlamento e per razionalizzare la spesa pubblica, allineando l'Italia alle più moderne democrazie occidentali in un percorso non più rinviabile di complessivo rinnovamento e ammodernamento, che veda il cittadino direttamente coinvolto nelle scelte democratiche e pienamente responsabile delle stesse. (Applausi dal Gruppo M5S).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Malan. Ne ha facoltà.

MALAN (FI-BP). Signor Presidente, colleghi senatori, rappresentante del Governo, un Governo che ritiene così importante questa riforma manda un - sia pur rispettabilissimo - Sottosegretario. Non è presente infatti alcun altro membro del Governo: evidentemente hanno tutti altro da fare. Può succedere anche ai parlamentari di avere altro da fare. Se però i parlamentari sono in numero sufficiente, possono essere rappresentati ugualmente. Invece questo fondamentale passaggio - come ci viene fatto credere - viene completamente snobbato dal Governo. Peraltro, noto che anche le tribune della stampa, che poi magari ci diranno qualche gentilezza in proposito, sono deserte.

Chiariamo subito una questione sul risparmio, supponendo che parlare di risparmio sia il termine più appropriato quando si parla di democrazia; ci sono Paesi che risparmiano moltissimo abolendo il Parlamento e instaurando una dittatura. Il risparmio è totale. (Applausi dai Gruppi FI-BP e Misto). Non si possono fare i conti, più 100 o meno 50, le spese sono azzerate e così il Paese è felice. Secondo questa teoria, tutti i Paesi dittatoriali sono felici. Comunque tornando al risparmio, ove si approvasse il provvedimento al nostro esame, esso si aggirerà intorno a 50 milioni di euro all'anno. Poi naturalmente si favoleggia: in dieci anni saranno 500 milioni, in cento anni saranno 5 miliardi.

Visto però che si va a guardare lontano, faccio notare che non in cinquecento anni, ma nei tredici mesi di lavoro dell'attuale Governo, si sono persi 750 milioni solo perché impegnato a fare pasticci - nella migliore delle ipotesi - sulle autostrade, si è dimenticato in tale arco temporale di indire le gare per le concessioni autostradali scadute. Ciò fa perdere allo Stato - attraverso l'automobilista che paga per un servizio che non ha e per investimenti che non vengono fatti perché, essendo la concessionaria scaduta, non vi è possibilità neppure di farli - 750 milioni, tirati fuori dalle tasche dei cittadini, da chi lavora, da chi circola per le strade, una volta tanto per diporto, ma soprattutto per lavorare. (Applausi dal Gruppo FI-BP). Ci mangiamo così già i primi quindici anni di riduzione del numero dei parlamentari. Anche noi, quindi, guardiamo lontano.

Ci sarebbero poi tante altre voci da sottolineare, tra cui un fatto scaturito dalle creative dichiarazioni di qualcuno. Ne bastano pochi, non c'è bisogno di 1000 parlamentari per combinare guai. Le dichiarazioni inappropriate di alcune composizioni chiave dal punto di vista delle finanze e dell'economia del nostro Paese, che sicuramente rimarrebbero anche dopo la riduzione del numero dei parlamentari, hanno fatto sì che i tassi d'interesse che lo Stato si impegna a pagare sui titoli che colloca giorno per giorno, o quantomeno settimana per settimana, siano aumentati, sempre nei soli tredici mesi di Governo, di 8 miliardi rispetto alla media del 2017, che era non il mondo perfetto, ma quello in cui si pagava una certa somma di interessi. Solo i titoli emessi negli ultimi tredici mesi di questo illuminato Governo comportano impegni per i cittadini pari a 8 miliardi. Qui andiamo sul pesante, perché essi corrispondono a centosessanta anni di risparmi per la riduzione del numero dei parlamentari.

Vorrei poi citare qualche numero; addirittura ho sentito dire che in tal modo si ritorna allo spirito dei Costituenti; portare il Parlamento a un numero molto inferiore a quello che i Costituenti hanno previsto vuol dire essere nel loro spirito. Guardate che nessuno dubitava nel 1947 che la popolazione italiana aumentasse. Era aumentata dal 1861 e c'era stato poi un freno, che non ha mai raggiunto i livelli attuali; ci sono stati, infatti, più nati durante la Seconda guerra mondiale che negli ultimi anni ed era chiaro che la popolazione sarebbe aumentata. Oggi, al di là dei giochini che ho sentito, la riforma comporterebbe un Senato di 300 persone e una Camera di circa 700 persone, come è stato già detto. Noi abbiamo votato fino in fondo la riforma del 2005, che riduceva i parlamentari a circa 500 alla Camera e 250 al Senato: una misura che ritenevamo ragionevole nell'ambito di una redistribuzione dei compiti fra le Camere.

Abbiamo anche tentato la scorsa legislatura di portare avanti una riforma ma, quando il quadro ci fa dire che si va nella direzione sbagliata, non possiamo che dissociarci da un simile progetto.

Abbiamo già sentito tante volte nella scorsa legislatura la favola, la menzogna e il falso consapevole del dire che abbiamo un numero di parlamentari esorbitante rispetto agli altri Paesi. Nel Regno Unito, al di là dei giochini che si fanno, ce ne sono più che da noi. La Germania, invece, è l'unico Paese che ha un rapporto tra parlamentari e cittadini inferiore al nostro, ossia ha meno parlamentari rispetto al numero dei cittadini. Va anche detto che la Germania, all'interno dell'Unione europea, è il Paese più popoloso, per cui è normale - come ben sa Luigi Di Maio che prende esempio dalla popolazione della Cina - che ci siano numeri più grandi. Non dovremmo però dimenticare - e non dovrebbe dimenticarlo il relatore, che in passato era a favore del federalismo - che la Germania è uno Stato federale. Mentre l'Italia ha circa 800 consiglieri regionali, che comunque hanno un potere inferiore rispetto a quelli di un consigliere di Land - la Germania è un Paese federale - in Germania ci sono 1.850 consiglieri di Land che corrispondono grossomodo ai nostri consiglieri regionali: hanno più potere e hanno paghe più alte dei parlamentari italiani. La Baviera, che è il Land tedesco più vicino all'Italia, ha 200 membri del consiglio del Land, ciascuno con dotazioni più o meno pari al doppio di quello che ha un senatore della Repubblica italiana. Per cui non raccontiamo balle e la Germania - a quanto pare - non se la passa male.

Poi c'è il solito paragone con gli Stati Uniti: anche qui bisognerebbe o essere in buona fede o studiare. La metto in positivo, perché si potrebbe anche dire che bisogna o essere in malafede o essere ignoranti. Bisogna studiare o essere in buona fede; se si è in buona fede e/o si studia, si dovrebbe sapere che gli Stati Uniti sono un Paese federale - guarda un po' - e che il totale dei deputati degli Stati Uniti è 5.969 - si devono contare anche i deputati statali - e il totale dei senatori non è dato dai 100 che ci sono a Washington, ma è 2.113, perché 49 dei 50 Stati degli Stati Uniti sono bicamerali. Tra l'altro, l'unico Stato monocamerale ha solo il Senato, tanto per darvi un'informazione. Pertanto, si ha un rapporto di eletti rispetto ai cittadini, pur essendo quello un Paese molto più grande, simile al nostro: circa 40.000 cittadini per ogni eletto, sia a livello di Stato che a livello nazionale, che è all'incirca ciò che abbiamo noi, pur essendo il nostro territorio molto più piccolo.

Poi ho sentito parlare di razionalizzare e velocizzare i lavori in Parlamento. Che cosa vogliamo di più veloce del fatto di approvare la legge finanziaria in ventiquattr'ore, dovendo votare tutto a scatola chiusa? (Applausi dal Gruppo FI-BP). Noi dell'opposizione, che abbiamo votato sapendo di stare dalla parte del giusto, abbiamo votato contro. Penso soprattutto ai parlamentari della maggioranza, che hanno avuto ventiquattr'ore per esaminare, senza alcuna possibilità di intervenire, la legge di bilancio. Questa è l'occasione d'oro per infilarci ogni sorta di marchette, di porcherie e furti ai danni del popolo italiano. (Applausi dal Gruppo FI-BP).

Questa è la strada maestra per le porcate. Come ha detto la collega Binetti, è un Parlamento ridotto in numeri, con una dinamica per cui ci devono essere solo i pasdaran del capo. È un Parlamento dove vengono votate porcate gigantesche, magari addirittura a dispetto del "Capo", quello con la C maiuscola; nessun "Capo" è in grado di vedere tutto il testo di una finanziaria, pur supponendo che sia bravissimo. Procedure di questo genere sono, quindi, proprio quelle che consentono le porcherie che avreste promesso di eliminare.

Ci sarebbe molto da dire, ma vorrei concludere ricordando che il vice presidente del Consiglio Di Maio accusa chi vota contro questa norma di difendere le poltrone. Ebbene, è in atto un osceno mercato in cui il Vice Presidente del Consiglio - lo scrivono tutti i giornali - chiede ai parlamentari di votare questa riduzione per restare fino al 2023 e tenersi la poltrona fino al 2023. (Applausi dai Gruppi FI-BP e Misto). Questa è un'altra porcata: vuol dire estorcere un voto che cambia radicalmente la nostra Costituzione in cambio della cadrega per qualche mese in più. Complimenti!

D'altra parte, il vice presidente del Consiglio Di Maio è colui che fa il paragone con il numero di parlamentari della Cina. Forse bisognerebbe ricordare che c'è una cosa che si chiama democrazia. Ho sentito, nell'intervento precedente al mio, un esponente del MoVimento 5 Stelle dire che deve essere superata la democrazia rappresentativa: è stata superata tante volte nel secolo scorso, con le dittature in nome del proletariato, della razza superiore e di ogni sorta di nefandezze. (Applausi dal Gruppo FI-BP e del senatore De Falco).

Dunque il nostro modello non è la Cina. Il nostro modello è la democrazia. Con questo complesso di riforme che si portano avanti negli atti, tappando la bocca al Parlamento quando si tratta di votare la legge più importante dell'anno, riducendo il numero, la dignità e soprattutto il potere del Parlamento, attraverso quell'altra riforma che state portando avanti sul cosiddetto referendum propositivo, si va nella direzione della Cina: zero diritti per i lavoratori, zero libertà. Questo è quello che volete. Noi non lo vogliamo. (Applausi dai Gruppi FI-BP e Misto).

AIROLA (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

AIROLA (M5S). Signor Presidente, chiedo di intervenire sull'ordine dei lavori, solo per fare un'osservazione.

Con la riduzione dei parlamentari saremmo più di quanti siamo adesso in Aula.

PRESIDENTE. Non è sull'ordine dei lavori.

AIROLA (M5S). Ma sì, invece.

PRESIDENTE. Si accomodi, senatore.

È iscritta a parlare la senatrice Nugnes. Ne ha facoltà.

NUGNES (Misto). Signor Presidente, naturalmente è possibile tagliare il numero dei parlamentari, ma bisogna vedere innanzitutto come, in modo ragionevole, e chiedersi il perché.

Non è una novità; anzi, si può dire che nel nostro ordinamento può essere valutata come un'ossessione, almeno dalla IX legislatura. Dagli anni Novanta si prova, in ogni legislatura, a tagliare il numero dei parlamentari, in linea con la stessa idea che dagli anni Settanta è andata verso il rafforzamento dell'Esecutivo, a discapito del legislativo, in controtendenza rispetto alla visione costituzionale, che mette al centro il Parlamento perché rappresentanza di tutti gli italiani (in quota parte), a differenza del Governo, che rappresenta solo una parte di essi.

La Costituzione, quindi, intendeva mettere le Camere a controllo del potere esecutivo. Ma dalla riforma degli anni Settanta l'ossessione della centralizzazione e della verticalizzazione della rappresentanza ha visto prendere piede una prassi: nel corso del tempo il Parlamento ha sempre più perso la propria centralità e la propria potenza di controllo dell'Esecutivo - è solo una parte - ed è diventato soggetto succube dell'Esecutivo, ossia un mero esecutore. Rispetto al concetto di democrazia, ciò rappresenta sicuramente una perdita. Vi è un depauperamento del concetto di democrazia in questo solo spostamento di prassi.

C'era il mito che ciò avrebbe portato a una politica dell'efficienza e a un miglioramento dell'azione legislativa. Tuttavia - come è stato detto più volte - per fare presto una legge e farla male basta pochissimo tempo.

Si dice che tutti gli italiani vogliano questo taglio. Eppure, ben due volte gli italiani sono stati chiamati a esprimersi sul taglio dei parlamentari e per ben due volte hanno detto di no: nel 2006 e poi, recentissimamente, il 4 dicembre 2016, quando è stato riconfermato il bicameralismo.

Questo bicameralismo deve essere allora a discapito della rappresentanza? Io credo che non possano duellare.

Se noi italiani abbiamo scelto il bicameralismo, è perché riteniamo che sia funzionale al dibattito, all'analisi e allo svisceramento dei problemi, anche se è vero che poi di fatto, nei decenni, questo bicameralismo è stato spesso negato dalla prassi di far lavorare una sola Camera e di blindare poi l'altra.

Perché dico che con questo bicameralismo in questo disegno di legge si vuole comprimere la rappresentanza? Perché quando si fa il confronto con gli standard europei, si fa massa delle due Camere, cosa che non dovrebbe essere in quanto, mentre molti hanno il monocameralismo, noi abbiamo il bicameralismo e dovremmo essere orgogliosi di questa scelta, che viene anche dal popolo, dal quale è stata peraltro recentissimamente confermata. Per questo, dunque, dovremmo mettere a confronto una sola Camera con le Camere degli altri Paesi.

Il risultato di tale raffronto è che l'Italia non è più ai primi posti, ma solo al 21°. Volendo fare un confronto con la Camera di altri Paesi, potrei citare il caso della Svezia - che non è neanche il Paese che ne ha di più - in cui ci sono tre, quattro deputati ogni 100.000 abitanti, contro un solo deputato italiano.

Quindi, nel momento in cui faremo questa riforma - come penso che purtroppo accadrà, vista la platea - arriveremo all'ultimo posto. Ciò significherà che gli italiani saranno puniti per aver scelto e confermato il bicameralismo costituzionale a scapito della rappresentanza, che comunque è del popolo, perché in quota parte il Parlamento rappresenta la volontà, la visione politica e l'idea di ognuno. E quando si comprime il pensiero politico delle minoranze, si sta imponendo la dittatura della maggioranza, che non è esercizio di democrazia. (Applausi dai Gruppi Misto e FI-BP).

Se ho ancora tempo, voglio farvi un altro esempio. La Svizzera è un Paese federale, con una democrazia diretta, che è un obiettivo al quale io ritengo che non dovremmo rinunciare. Per avere la democrazia diretta, la Svizzera su 8 milioni di abitanti ha niente meno che 200 deputati, gli stessi cui vogliamo portare l'Italia, che ha però una popolazione di 60 milioni di persone. Ripeto, la Svizzera con poco più di 8 milioni di abitanti ha 200 deputati; noi proponiamo per l'Italia, con 60 milioni di abitanti, solo 200 deputati. È evidente che non stiamo andando dunque verso la democrazia partecipata; stiamo andando controcorrente, verso la verticalizzazione in atto dagli anni '70, senza quindi alcun cambiamento.

Si dice che questa riforma porterà un risparmio, ma, come è stato detto, sarà un risparmio dello 0,01 per cento della spesa dello Stato e, mi dispiace dirlo, 500 milioni di euro sulla spesa totale non sono molti. In ogni caso, poiché il dimezzamento e il contenimento della spesa sono doverosi, senza andare a toccare la Costituzione, sarebbe bastato tagliare gli stipendi dei parlamentari e anche i rimborsi spesa, cosa che avremmo potuto fare con una legge ordinaria e avremmo avuto lo stesso risparmio.

Si parla di efficienza, anche se io non credo che sia data da un minor numero di parlamentari. Noi tutti lavoriamo nelle Commissioni: ci sono 14 Commissioni permanenti, alle quali si aggiungono le Commissioni monocamerali e bicamerali d'inchiesta, le Commissioni speciali. Ciò comporta per tutti noi un lavoro immane e seguire tutte le questioni e, quindi, non solo i provvedimenti legislativi - perché non si tratta solo di questi - è gravoso. Ridurre il numero e distribuirlo per le 14 Commissioni permanenti più quelle bicamerali sarà un'impresa, se non vogliamo cambiare la nostra forma di Stato.

Poi c'è il problema dei senatori a vita, che sono stati portati da otto a cinque, ma la percentuale si alza da 1,6 a 2,4 per cento, quando il 3 per cento è la soglia per entrare in Parlamento. Potremmo, quindi, dire che saremmo in presenza di un piccolo partito del Presidente. Ciò che vedo contrapporsi è il rafforzamento dell'Esecutivo con la democrazia diretta, il confronto tra la rappresentanza democratica diretta e il verticismo, che già verifichiamo tutti i giorni con i decreti-legge in sovrabbondanza, le richieste di fiducia e con il bicameralismo negato.

Ci dobbiamo chiedere prima di tutto che tipo di Paese vogliamo essere prima di prendere decisioni anche tecniche perché, dietro ogni decisioni tecnica, c'è una visione politica e del Parlamento che vogliamo. Vogliamo andare verso una maggiore rappresentanza e, quindi, una democrazia diretta o un sistema verticistico di gestione del potere?

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Lonardo. Ne ha facoltà.

LONARDO (FI-BP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, non credo proprio - lo dirò senza reticenze, né alcuna ipocrisia - che la riduzione del numero dei parlamentari rappresenti la risposta alla crisi del Parlamento e risolva i problemi del suo precario rapporto con l'opinione pubblica.

Si ritiene davvero che il taglio sarà in grado di migliorare la qualità e l'efficienza del dibattito parlamentare e dell'iter di approvazione delle leggi? Se volevate dare l'idea di un risparmio, bastava trovare misure alternative di risparmio. Se è la somma che fa il totale, così come ci ricorda il grande Totò, questa era la strada più semplice e lineare da seguire.

Il numero dei nostri eletti è pari a quello delle altre democrazie europee e, invece, avremo collegi enormi che aumenteranno le spese elettorali dei candidati e allargheranno la distanza fisica tra eletto ed elettori. Voi, con questa legge, non andrete a ridurre solo il numero dei parlamentari, ma anche a ridurre ruoli e funzioni del Parlamento, che man mano sta diventando l'eco dell'autoritarismo del Governo.

Non è solo questo che lascia perplessi; è soprattutto il principio di proporzionalità tra le Regioni grandi e le piccole e nessuno mi convincerà del contrario, anche se qualcuno vuole farlo. La vostra ghigliottina porterà le Regioni con il minor numero di abitanti a vedere calare la loro già ridotta rappresentanza parlamentare, portando contrasti all'interno del territorio. Questa riforma indebolisce, dunque, la rappresentanza politica territoriale aumentando il distacco dai cittadini, ma soprattutto andrà a rafforzare la rappresentanza partitica e poi penalizzerà le forze politiche di minoranza, con grave alterazione dei principi democratici.

Viene alterata altresì - qualcuno lo ha già accennato e io lo voglio rimarcare - l'elezione del Capo dello Stato perché alla riduzione dei parlamentari corrisponde un diverso peso dei delegati regionali. Insomma, siamo in presenza di una forzatura democratica inaccettabile e lesiva di una serie di prerogative costituzionali.

Dico no, quindi, difendendo le prerogative di realtà piccole come la mia, che saranno rese periferiche e marginali.

Questa che conclamate non è efficienza ma deficienza democratica e costituzionale. L'ipocrisia poteva portarmi a far finta di nulla, ma a furia di non vedere non ci stiamo rendendo conto che ogni giorno assistiamo alla perdita di dignità di questo Parlamento. Il Parlamento sta morendo e non è questo il modo di farlo ritornare in vita. Se i Padri costituenti, cui è stato fatto riferimento in quest'Aula da parte di più colleghi, fecero questa scelta, voleva significare che avevano in testa un'idea di democrazia dove ci fosse affetto e riconoscibilità nel territorio con i propri rappresentanti, quasi un contatto fisico, un'idea democratica di ascolto dei bisogni. Con l'approvazione della riforma all'ordine del giorno ci sarà un parlamentare ogni 150.000 abitanti: da gambe all'aria questo contagio democratico. A voi però non interessa, tanto per una buona parte di voi c'è la piattaforma Rousseau che sostituisce la democrazia.

Voi rappresentate il populismo che distilla dosi di finto cambiamento. Io per la mia storia sono, come diceva il grande Aldo Moro, conservatrice, voglio cioè conservare intatte le ragioni della democrazia e della libertà e se siamo di più a farlo quelle ragioni avranno la possibilità di resistere alle intemperie che di tanto in tanto calano sulle democrazie. Pertanto sono qui a dire no, anche perché era stata chiesta da parte di Forza Italia un'apertura di credito che per la vostra assurdità non c'è stata; il confronto manca e questa non è democrazia. Io, invece, difendo la democrazia. (Applausi dal Gruppo FI-BP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Dal Mas. Ne ha facoltà.

DAL MAS (FI-BP). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, oggi quest'Assemblea discute una riforma epocale, evidentemente nell'interesse del MoVimento 5 Stelle e a quanto pare anche del partito della Lega (un tempo Lega Nord), che in passato predicava ben altre riforme: è nata con lo scopo del cosiddetto federalismo, ha abbandonato queste idee e oggi insegue il MoVimento 5 Stelle, il suo partner di Governo, in una lotta verso chi la dice più grossa sulla vicinanza - lo dico in modo molto sintetico - alla pancia della gente, agli istinti più immediati, qualcuno direbbe più belluini cioè più ferali, ma non è così. Vi è infatti una convinzione: la ragione per la quale il MoVimento 5 Stelle è nato è aprire il Parlamento come una scatola di tonno, far uscire tutto il marcio che c'è, ridurre il numero del parlamentari, togliere i vitalizi.

Questa in discussione la chiamate riforma costituzionale, ma lo è solo perché tocca e lambisce 3 articoli della Costituzione e il procedimento di revisione costituzionale di cui all'articolo 138 della Carta, ma non ha il rango di riforma costituzionale perché non c'è un ragionamento costituzionale, non c'è un ragionamento che minimamente si rifaccia al pensiero dei nostri Padri costituenti quando nel 1947 e poi nel gennaio del 1948 la Costituzione italiana ha visto la luce. Infatti, quanto voi oggi state proponendo è un puro e semplice taglio lineare, nulla di più: non incidete sui poteri veri, li lasciate inalterati, anzi cercate di andare a braccetto con i poteri veri. Abbiamo visto cosa sta succedendo in questi giorni con la magistratura e voi siete silenti, anzi complici di questo sistema, perché probabilmente pensate di dare inizio alla cosiddetta Terza Repubblica attraverso il taglio lineare dei parlamentari, non vi accorgete che questo è il momento in cui bisogna costruire la seconda Repubblica dei giudici, perché questa ancora non c'è stata. Anzi, ci proponete riforme come quelle sulla giustizia (lo spazza corrotti) che incidono sulle libertà fondamentali dei cittadini; penso alla prescrizione, che dal 2020 ci consegnerà processi infiniti. Questo è il livello delle vostre riforme, cari amici del MoVimento 5 Stelle e cari amici complici della Lega.

Se dovessimo fare un ragionamento, sono più di quindici anni che si parla di revisione della Costituzione. Ci abbiamo provato noi nel 2005, come ricordava prima il senatore Malan. Poi un referendum ha fermato quella revisione della Costituzione, che aveva un senso: indicazione del Premier e Senato federale delle Regioni, perché quello voleva allora la Lega. Lo stesso tentativo fatto da Renzi, benché maldestro nella forma, nella sostanza conteneva degli elementi rispetto ai quali il Paese era messo nelle condizioni di riflettere intorno a un impianto che non era certamente in sé di modesta portata quanto lo è questo attuale, dove il taglio è prettamente orizzontale e non c'è nulla di più.

Voi modificate la rappresentanza anche per le piccole Regioni, come ha detto bene la senatrice Lonardo, che mi ha preceduto; togliete il diritto di tribuna. Io vengo da una Regione, il Friuli-Venezia Giulia, che è una Regione autonoma a Statuto speciale e che attualmente a esprime sette senatori. Per effetto del taglio arriverà a quattro senatori, ma in realtà saranno tre più uno, perché un senatore sarà espressione della minoranza linguistica slovena. Quindi non è vero che il taglio è del 38 per cento; esso in realtà è del 50 per cento. Questo significa, dal punto di vista numerico della rappresentanza, che se ad oggi, nella mia piccola Regione di 1.200.000 abitanti, la proporzione tra abitanti ed eletti è di 200.000 abitanti per ogni eletto, per effetto di questa riforma arriveremo a un rappresentante ogni 400.000 abitanti. In un simile collegio, la funzione del parlamentare viene di fatto mortificata. Ma a voi i parlamentari non servono, perché il Parlamento verrà chiuso nella prospettiva politica delineata dal combinato disposto di questa riforma costituzionale e dell'introduzione del referendum propositivo. Con il referendum propositivo è evidente che la piattaforma Rousseau ci dirà come dovremo fare le leggi; indicherà quali sono i temi da trattare e di conseguenza la funzione parlamentare viene meno.

Noi siamo in una Repubblica democratica fondata sul bicameralismo perfetto. Avrei pensato e mi sarei aspettato un risveglio di entusiasmo e anche di energia da parte di due forze politiche. Una, che in questo momento è la più vecchia, è il partito della Lega Nord; l'altra, che dice di rappresentare il nuovo e il cambiamento al Governo, riduce invece drasticamente i diritti fondamentali. Lo abbiamo visto e lo ripeto, perché questo per me è un fatto gravissimo in materia di giustizia: consegnerete ai cittadini italiani processi infiniti (fine processo mai). Bene, questa riforma attiene al taglio lineare e nulla ha a che vedere con il rango di riforma costituzionale, perché non c'è un ragionamento, se non la pura e semplice espressione della riduzione e del taglio. Dopo ci sarà il taglio dei vitalizi, ovviamente; questo è un refrain e un mantra che viene fuori ogni giorno. Nella sostanza guardatevi intorno, cari amici del MoVimento 5 Stelle: cosa avete consegnato dopo un anno al Paese? Avete consegnato il debito di cittadinanza; questo è quanto avete fatto.

Questo resterà negli annali della storia della vostra esperienza governativa ma purtroppo, devo dirlo, ne sono complici anche gli amici della Lega, che un tempo avevano delle buone idee e oggi le hanno smarrite intorno ad un progetto di Governo. Infatti, cari amici della Lega, non illudiamoci, al di là dell'aver posto in modo chiaro, limpido e netto il problema dell'immigrazione irregolare, non c'è un problema che avete risolto, e di fiducia ve ne abbiamo data tanta noi di Forza Italia, e di attenzione ve ne diamo quotidianamente e insieme a voi governiamo molte Regioni importanti di questo Paese.

Aggiungo una considerazione conclusiva: poc'anzi mi è venuto in mente che c'è una importante riforma sulla cosiddetta autonomia differenziata che coinvolge circa 20 milioni di abitanti - le Regioni ricche del Nord - e un Governatore, il Governatore del Veneto, che pretende che tutte le materie elencate nell'articolo 117, terzo comma, della Costituzione diventino automaticamente di competenza regionale. Ebbene, la riduzione dei parlamentari, il rafforzamento potente, attraverso questi meccanismi, dei poteri regionali, all'interno di uno Stato regionale, pone non solo un problema di tenuta rispetto all'articolo 5 della Costituzione ma anche un problema di bilanciamento dei poteri. Rispetto a questo voi siete complici di un sistema che porta allo sfascio questo Paese. (Applausi dal Gruppo FI-BP. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Aimi. Ne ha facoltà.

AIMI (FI-BP). Signor Presidente, onorevole rappresentante del Governo, colleghi, confesso che questa Carta costituzionale non mi ha mai fatto innamorare per una ragione molto semplice, perché nasce come frutto di un compromesso tra le forze che avevano partecipato alla guerra civile in Italia, in particolar modo la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista. Dobbiamo riconoscere, però, che quei lavori hanno portato a realizzare un documento importante, che ha tenuto in piedi il nostro sistema legislativo e dato un indirizzo fondamentale.

Personalmente sarei contento se si arrivasse ad una riforma vera e organica della Costituzione, e quindi anche ad una terza Repubblica, ma immagino tale terza Repubblica come una Repubblica presidenziale, una Repubblica che abbia al suo interno anche la difesa dell'autonomia e il rafforzamento dei poteri, e anche - lo voglio dire con grande forza - una spinta autonomista in un equilibrio di garanzia statale. Questa è la vera riforma.

Oggi, invece, ci troviamo a dover discutere, a fare a spizzichi e bocconi, uno stravolgimento - mi sia consentito di dirlo - della nostra Carta costituzionale, perché non è semplicemente modificando gli articoli 56, 57, e 59 della Costituzione che si può realizzare una modifica organica che possa portare a dei risultati reali. Noi - lo voglio dire - ci eravamo inizialmente illusi quando, in prima lettura in Senato, avevamo preso la parola e avevamo dato un'apertura di credito, ritenendo che tale riforma potesse essere comunque migliorata.

Ci eravamo illusi, cioè, che la riduzione del numero dei parlamentari, che avevamo convintamente sostenuto e votato, dando - lo voglio dire - anche una improvvida apertura di credito a tutte le forze politiche che ritenevamo autenticamente innovatrici, potesse dare origine e avvio ad un dialogo per arrivare ad una riforma organica del nostro sistema costituzionale.

Così non è stato ed i lavori svolti in Commissione, almeno per quello che siamo riusciti a vedere e che hanno raccontato i membri di Forza Italia che erano presenti, sono lì a dimostrare la tensione e il conflitto vissuti in quei momenti, soprattutto quando si chiedeva di allargare, di fare una riforma diversa che non fosse limitata esclusivamente alla modifica degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione.

Voglio tuttavia sottolineare che Forza Italia è stata, non da oggi ma da sempre, favorevole alla riduzione del numero dei parlamentari. Ma un conto è indicare un numero che possa garantire il funzionamento reale ed effettivo dei lavori, in particolare quelli svolti in Commissione; altro conto è dare un taglio eccessivo che non tiene conto di ciò e che a questo punto riteniamo frutto esclusivamente di quella deteriore demagogia che ha infettato il sistema democratico.

Ci domandiamo, in buona sostanza, come potrà un numero - penso al Senato - di 200 senatori sostenere un carico di lavoro difficile che deve essere assolutamente assolto, soprattutto nelle Commissioni. Oggi questo è possibile anche alle forze di maggioranza, ma domani lo sarà? Io credo di no ed è questa la ragione per la quale avanziamo tante criticità.

L'impianto costituzionale, per quanto perfettibile, rappresenta un corpo unico. Difficile pensare a riforme che possano avere l'ambizione di essere tali, averne insomma la dignità, se fatte a pezzi e bocconi. I Padri costituenti avevano comunque un'idea di Stato ben precisa, equilibrata; in particolare si erano posti il problema di realizzare un bilanciamento effettivo tra i poteri dello Stato: esecutivo, legislativo e giudiziario. Il numero di 630 deputati e 315 senatori, pur perfettibile come abbiamo detto, aveva un senso e una proporzione, soprattutto sotto il profilo della rappresentanza. Peraltro - e faccio il ventriloquo di monsieur de La Palice - nel 1948 il numero degli italiani era infinitamente minore ai circa 60 milioni di italiani che ci sono oggi, quindi abbiamo un vulnus evidente anche in termini di rappresentanza.

Parlavo di bilanciamento ed equilibrio fra i poteri: quella ben nota tripartizione che Montesquieu portò all'interno delle istituzioni, che poi arrivò a fecondare tutte le Costituzioni europee. L'impressione, anzi la percezione e - potrei dire - l'idea che invece mi sono fatto è che siamo in presenza di un attacco senza precedenti alle istituzioni democratiche, in particolare al Parlamento. Prima l'eliminazione dell'immunità parlamentare e ora una riduzione talmente drastica dei parlamentari e degli eletti che mette il potere legislativo in una situazione di squilibrio rispetto all'esecutivo, e ancora di più rispetto a quello giudiziario. Un ulteriore attacco all'istituzione parlamentare, quindi, che rischia così di paralizzare i lavori, di ridurne la qualità e di portare la nostra istituzione in una condizione di inaccettabile subordinazione rispetto ai potere esecutivo e giudiziario. Insomma, un Parlamento inutile. Tutto questo per assecondare, temo, un atteggiamento di antipolitica attraverso questo provvedimento che, a tutti gli effetti - è già stato detto da qualcuno ma consentitemi di ripeterlo -, a nostro modo di vedere è semplicemente un provvedimento spot.

Al tempo dell'università, quando a lezione ascoltavamo incuriositi ed attenti le lezioni di diritto costituzionale, quelli come me, forse più critici - come dicevo all'inizio - della Carta costituzionale stessa, quando si accendevano le discussioni avevano un'idea di Stato alternativa.

Parlavamo di Repubblica presidenziale, di uno Stato più autorevole, decisionista, ma in un quadro autenticamente federale. Quello era il sogno, di una parte probabilmente allora minoritaria, di una generazione, della mia generazione, ma sono verità che si sono fatte strada al punto che l'idea di una Repubblica presidenziale è ancora oggi accettata e voluta dalla maggior parte degli italiani. Ecco perché guardare a questa riformicchia, a questo misero tentativo di cambiare qualcosa mi pare davvero di poco momento non solamente per l'Aula del Senato, ma anche per quella della Camera, alla quale passerà, perché abbiamo la percezione che una riforma o viene fatta in maniera organica o riforma non è.

Signor Presidente, non ho mai personalmente partecipato né a girotondi, né tantomeno a manifestazioni con il popolo viola per difendere questa Carta costituzionale, perché non la considero un totem, ma trovarmi qui a discutere di questa riformicchia mi avvilisce. Questo è il senso che voglio trasmettere: avvilisce pensare che una riforma costituzionale possa partire e arrivare semplicemente dalla modifica di tre articoli della Carta Costituzionale. Coloro che volevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno hanno fatto in queste ore un altro passo avanti. L'assenza di una riforma organica complessiva cui sarebbe stato opportuno pervenire - certo arrivando anche ad una riduzione equilibrata del numero dei parlamentari - mi fa avere grandi preoccupazioni, purtroppo fondate, su quali siano i fini reali di questa maggioranza.

Avevamo dato un'apertura di credito, ci sentiamo traditi, ma non solo noi: il tradimento vero è quello alla democrazia. Auspicavamo un ripensamento che invece non c'è stato. Temiamo a questo punto che i danni possano essere irreversibili, semplicemente perché è una riforma che non porta un risparmio reale, nemmeno sotto il profilo economico. Quella di oggi, delle prossime ore, è una pagina buia della nostra Repubblica. (Applausi dal Gruppo FI-BP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Caliendo. Ne ha facoltà.

CALIENDO (FI-BP). Signor Presidente, prendo la parola con disagio perché in questi anni di appartenenza al Senato ho fatto alcune battaglie in difesa della Costituzione: con il presidente Roberto Calderoli, con la senatrice Bottici, con quelli con cui poi, nelle piazze, abbiamo difeso la Costituzione rispetto a una modifica impropria. Ho cercato di capire qual era la ragione di questa modifica. Può darsi che ci siamo sbagliati le volte scorse e vediamo qual è la ratio. Qualcuno mi dice che vi è una maggiore possibilità di lavorare meglio e di avere un processo legislativo più veloce. Siete tutti testimoni, con me, che in questa legislatura non c'è mai dibattito nelle Commissioni, c'è solo un ordine di scuderia, c'è un modo di lavorare che non ha alcuna attinenza con la formazione delle leggi. (Applausi dal Gruppo FI-BP). Qualche altro dice che c'è una riduzione dei costi. Vergogna! Nessun costituente ha mai pensato che le garanzie costituzionali o le garanzie processuali per la difesa dei diritti potessero essere condizionati dai costi. Mai! (Applausi dal Gruppo FI-BP). È solo la miseria intellettuale, la non competenza che può portare a dire un'eresia di questo tipo. Stamattina ho sentito veramente un'eresia, signor Ministro, mi auguravo che lei intervenisse.

Sento testualmente dire che vi è una senescenza della democrazia rappresentativa e che la democrazia deve ritornare nelle mani dei cittadini, in particolare con la democrazia diretta integrata da sistemi tecnologici (ossia integrata dalla piattaforma Rousseau). Per votare queste norme? Scusatemi, ma è veramente qualcosa di ridicolo. (Applausi dal Gruppo FI-BP).

Non sarò mai d'accordo, perché voglio difendere i più deboli di questo Paese. Non potrò mai essere d'accordo con chi propende per una democrazia dei pochi. Infatti, è una falsa idea la democrazia diretta con sistemi di controllo. Ciò significherebbe - né più, né meno - avere quella democrazia oppressiva che fu realizzata in Paesi come la Cina o la Russia di un tempo. Voi volete portare quel sistema. Non c'è nulla di nuovo sotto il sole. Come diceva Mao, c'è grande confusione sotto il cielo. Ed era questa la logica di legittimare una democrazia, con ordini di scuderia su come comportarsi. E voi, con nonchalance, volete introdurre qualcosa di questo tipo nel nostro Paese.

Signor Ministro, c'è necessità di un dibattito e di un ascolto anche da parte dei Ministri. Perché l'ascolto è necessario? Che cosa avviene? Ogni giorno, quando vengo in Senato, su alcune questioni vado a rileggere la raccolta dei verbali delle sedute dell'Assemblea costituente. Perché? Sono istruttivi e vi consiglio di leggerli. Qual è la ratio della previsione di 315 senatori? I Padri della Patria hanno discusso a lungo della necessità di un equilibrio tra il numero dei cittadini e la rappresentatività all'interno delle Camere, perché se non c'è quell'equilibrio...

FARAONE (PD). Abbiamo un Ministro nuovo!

PRESIDENTE. Per cortesia. Prego, senatore Caliendo, non si interrompa.

CALIENDO (FI-BP). Dicevo che c'è quell'equilibrio che, alterato, porta a una preponderanza del potere esecutivo rispetto a quello legislativo.

Ho applaudito la collega Nugnes, che - probabilmente è una che ha letto, come me - ha colto l'esigenza di un equilibrio, che è necessario. Sono amante della vera democrazia rappresentativa e devo avere la possibilità di parlare liberamente in quest'Aula. Ho parlato quando mi si diceva che, se la riforma costituzionale di Renzi fosse stata bocciata, avremmo avuto immediatamente le elezioni anticipate. Non me ne è fregato nulla e con molti di voi, del MoVimento 5 Stelle e della Lega, abbiamo girato le piazze per difendere quella Costituzione. E oggi dovrei preoccuparmi, oppure sentirmi garantito dal vice presidente Di Maio, che stamattina, sui giornali, ci dice che se viene approvata la riforma avremo garanzia della legislatura? Non ci credete, perché è veramente la promessa di un marinaio, di colui che, in occasione delle elezioni amministrative e politiche nel nostro Sud, caro senatore Segretario, garantiva grandi cose. (Applausi dal Gruppo FI-BP).

Lui ci garantisce la legislatura, ma noi due sappiamo bene che basta un piccolo screzio su forti questioni, come quello che stava per avvenire ieri, per far saltare la legislatura.

Quindi, non cadete in questi tranelli. Perché si promettono queste cose? È una cosa vergognosa. È una cosa non coerente con quello che dobbiamo fare. Io devo difendere la Costituzione, assolutamente, anche andando contro, se si verificasse il caso come nella passata legislatura. All'epoca, quando il mio Gruppo decise di votare a favore di uno dei passaggi della riforma costituzionale, io ritirai un emendamento che era contrario a quella riforma per una nuova composizione del Senato, dicendo, però, che se il testo non veniva modificato, avrei votato contro e fatto campagna elettorale. E così dico oggi. Può darsi che non sarò più in quest'Aula, può darsi che non avremo più possibilità di confrontarci tra di noi, ma nelle piazze e con i cittadini ci sarà sempre la possibilità di confrontarsi e di dire che voi avete una responsabilità enorme, quella di determinare un sistema non più equilibrato, cioè quello delle tirannie striscianti che si individuano in alcuni Paesi.

Io sarei contro la riduzione dei parlamentari? No: sono contro una riduzione dei parlamentari fatta in questo modo. E mi meraviglia che il senatore Calderoli, che è un Padreterno in questa materia, che ha scritto con me mille testi al riguardo e che è un difensore della Costituzione, possa dire che fare oggi solo la riforma del numero dei parlamentari possa essere una soluzione giusta. Senatore Calderoli, non è una soluzione giusta, perché lei sa meglio di me che noi avevamo detto sì alla riforma del numero dei parlamentari ma, a quel punto, per evitare una forza eccessiva dell'esecutivo nei confronti del legislativo avevamo pensato o all'elezione diretta del Presidente della Repubblica o a un semipresidenzialismo. Era questa la logica, altrimenti, l'impianto non regge.

Perché ci portate, allora, a una soluzione di questo tipo? Probabilmente, vi dà fastidio pure una forma minima di opposizione, nei dibattiti in Commissione o in Aula, avendo voglia di governare secondo un modello di conformità di tutti al volere del capo. (Applausi dal Gruppo FI-BP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Falco. Ne ha facoltà.

DE FALCO (Misto). Signor Presidente, per la verità non mi ero iscritto a parlare, colgo però occasione per fare un breve intervento. Vorrei soltanto significare che mi associo a quanto è stato detto, nel senso che noi siamo in una Repubblica parlamentare costituzionale, la quale è un meccanismo molto delicato, che agisce attraverso pesi e contrappesi. Il meccanismo funziona, e funzionerà soltanto fin quando tra il Parlamento e il Governo rimarrà almeno una possibilità di dialettica. In questo modo, intervenendo soltanto su uno degli elementi, è chiaro che si altera l'equilibrio di un meccanismo che non potrà rimanere democratico e rappresentativo. In questo modo, ancora, si viene a vanificare, come è stato detto, la tutela della Carta costituzionale, che è stata attuata anche dal MoVimento 5 Stelle e da quelle che oggi sono opposizioni, e la difesa della Costituzione rispetto alla riforma proposta dal Governo Renzi e ad altri progetti precedenti.

Che senso ha oggi per il Movimento? Credo, anzi sono sicuro, che nel proprio animo ciascuno dei colleghi del MoVimento 5 Stelle è perfettamente consapevole che questa riforma è un atto grave contro la democrazia. Gli chiedo allora, ancora una volta, come feci sul caso Diciotti, di avere per una volta il coraggio di essere se stessi e perlomeno di rimanere a casa domani. (Applausi dal Gruppi Misto e FI-BP).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Minuto. Ne ha facoltà.

MINUTO (FI-BP). Signor Presidente, dopo il giustissimo intervento del senatore Caliendo, farò molta fatica ad esprimere il mio pensiero, anche se, di impeto, dico molto velocemente che probabilmente in futuro i potentati verranno rieletti e si ritroveranno qui; il vero problema saranno invece i nuovi che sicuramente non ci saranno.

Ho provato ad analizzare il disegno di legge al nostro esame dal mio punto di vista, quello di una donna che ha sempre lavorato e vissuto tra la gente, che ora è espressione dei territori in cui vive e che li rappresenta in Senato; li rappresenta ora, come senatrice, ascoltandone i problemi e le sollecitazioni. E vivendo tra la gente capisco bene che ridurre il numero dei parlamentari è certamente una cosa oggi molto, ma molto popolare. Lo vivo quotidianamente, ascolto la gente e quindi so che è molto popolare e trova insomma molto consenso tra la gente comune.

La lotta alla cosiddetta casta è partita ormai da anni. Prima con la riduzione degli stipendi, poi dei cosiddetti vitalizi, ora con la riduzione del numero dei parlamentari. Contro i parlamentari è in corso da anni una guerra che ha portato a crescere alcune forze politiche che hanno cavalcato questa battaglia. Dopo questa riforma, anche nella mia Regione, la Puglia, diminuirà il numero dei senatori e delle senatrici. Dove adesso ce ne sono a malapena tre, ce ne saranno due, perché questa è la proporzione.

Questo è il numero che si decide oggi di inserire in Costituzione, 200 anziché 315; questo è il numero che avete deciso. Alla Camera ci sarà una riduzione speculare. Tra qualche anno, però, ci si accorgerà che i risparmi non saranno quelli attesi, perché comunque i palazzi e le strutture rimarranno tutte in piedi, anche con meno parlamentari; anzi è appena partita una nuova selezione di personale attraverso nuovi concorsi. E allora cosa si farà quando ci si accorgerà che la riduzione del numero dei parlamentari non ha risolto i problemi della nostra economia? Si dovranno affrontare i problemi veri, che sono quelli di uno Stato che ha amministrazioni poco efficienti, ma che costano moltissimo, che destina male la propria spesa, che non ha modelli organizzativi performanti, che non agevola chi investe e chi fa impresa. E quindi chi non ha il lavoro non lo troverà solo perché avete diminuito il numero dei parlamentari. La gente continuerà a rimanere disoccupata. Chi non riesce a portare avanti la propria attività non farà più fatturato perché è diminuito il numero dei parlamentari. Chi non ha infrastrutture, chi non è collegato con la ferrovia o con aeroporti non raggiungerà meglio la propria destinazione perché diminuisce il numero dei parlamentari. Questi sono - ahimè - i veri problemi del Paese che, anche dopo questa riduzione, rimarranno tutti, tutti uguali. E questa riduzione, che da molte delle persone con cui parlo ogni giorno viene giudicata giustissima, non è nemmeno inserita in un ridisegno armonico delle regole che sono alla base delle nostre leggi, della Costituzione e della nostra convivenza.

Nella XIV legislatura il Governo Berlusconi si fece promotore di una riduzione del numero dei parlamentari, che poi è diventata un punto condiviso del programma di centrodestra. Ora però si rischia che questa riforma diventi solo lo strumento per un ulteriore impoverimento della capacità del Parlamento di rappresentare il perno della democrazia o per istigare il contrasto tra i cittadini e le istituzioni.

Evitiamo di gridare alla pancia del popolo per mero spot elettorale. L'umore del popolo è come la balena quando vuole mangiare: quella balena ha sempre fame e non la si accontenta in questa maniera. Il taglio dei parlamentari, che oggi sembra giusto, non garantisce il miglioramento della classe dirigente, né l'efficacia della macchina istituzionale. La riduzione del numero dei parlamentari deve essere parallelamente accompagnata da riforme istituzionali e Regolamenti parlamentari affidabili. Ci dobbiamo chiedere: quale reale utilità porterebbe il taglio del numero dei parlamentari? È in grado di migliorare la qualità e l'efficienza del dibattito in Parlamento e dell'iter di approvazione delle leggi?

Il risparmio che conseguirebbe da un ipotetico taglio del numero dei parlamentari non sarebbe consistente ed è quindi poco efficiente. Tale costo non giustificherebbe un intervento così grave sulla rappresentanza democratica del nostro Paese. Inoltre, ridurre il numero dei parlamentari senza superare il bicameralismo paritario non migliorerà l'efficienza dell'iter legislativo e il funzionamento delle Camere.

Va poi ricordato, come hanno detto altri senatori, che i nostri parlamentari hanno anche il potere di eleggere il Presidente della Repubblica e i giudici costituzionali. Si rischia insomma di diminuire il numero di rappresentanti e di conseguenza incidere negativamente sui Regolamenti parlamentari e sul lavoro delle Commissioni.

Un'altra conseguenza della riforma è l'adeguamento dei collegi elettorali che risultano già piuttosto estesi, come previsto dall'attuale legge elettorale, il Rosatellum. Si rischia di allungare la distanza tra gli elettori e i candidati e quindi gli eletti. Le piccole Province, interi territori e popolazioni rischierebbero, ancor più di quanto non avvenga oggi, di essere sempre meno rappresentate in Parlamento: per quanto mi riguarda, oltre alle loro lamentele, porto avanti in Senato, per quanto mi è possibile, anche le loro istanze. Riducendo anche il numero dei parlamentari all'estero ci ritroveremo poi con un eletto che rappresenterà un collegio composto da più continenti; ritengo che questo sia assurdo.

Facciamo un'attenta riflessione prima di commettere leggerezze che andrebbero a compromettere la democrazia e la nostra Costituzione, generata dai nostri Padri costituenti e oggi più che mai necessaria. In tempi di crisi parlare di tagli e quindi di riduzione dei costi dei parlamentari ha sempre un certo appeal sugli elettori, ma qui bisogna essere integri e guardare realmente alle conseguenze di queste decisioni.

Mi permetto di fare un'altra considerazione: la riduzione dei parlamentari avrebbe come risultato naturale quello di ridurre praticamente a zero la possibilità per le nuove generazioni di accedere ad un seggio parlamentare con l'automatica conseguenza della creazione di veri e propri potentati politici nei territori. Non sfuggirà che questo Parlamento, come più volte giustamente enfatizzato da autorevoli componenti della stessa maggioranza di Governo, si è contraddistinto per essere stato forse il più "nuovo" nella storia del Paese. Qui siamo per il 60 per cento persone nuove: lo dico da donna e da persona del territorio (sono circa trent'anni che conduco battaglie politiche su questo punto nel mio collegio) cui probabilmente sarebbe stata negata questa possibilità. Riflettete. (Applausi dal Gruppo FI-BP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Urso. Ne ha facoltà.

URSO (FdI). Signor Presidente, ritenevo assolutamente necessario intervenire in questa seduta, perché la decisione che il Senato della Repubblica si appresta a prendere è fondamentale. La posizione nel nostro Gruppo e del partito Fratelli d'Italia sarà espressa in maniera compiuta tra poco in una conferenza stampa da parte del presidente Giorgia Meloni. Non sta a me anticiparla, ancorché sia chiara a tutti, perché il nostro comportamento è sempre stato chiaro, trasparente e lineare in tutte le occasioni. Tanto più quando si parla della Costituzione, delle nostre istituzioni e quindi della nostra democrazia la nostra posizione sarà coerente con ciò che abbiamo espresso in precedenza e con la posizione della destra politica italiana, da sempre assolutamente convinta della necessità della riforma delle istituzioni italiane e - corollario a questo - della riduzione del numero dei parlamentari.

È vero che purtroppo qui si parte con il piede sinistro, con il piede sbagliato; nella storia e nella cultura italiana partire dal lato sinistro significa sempre partire dal lato sbagliato. Non a caso si parla di «mano sinistra» o di «destino sinistro»: qualunque cosa sia emanazione della sinistra sembra negativa rispetto alla mano giusta, cioè la mano destra, o al piede destro, quello giusto. Tuttavia si parte e si raggiunge un obiettivo che noi tentammo di realizzare, insieme ad altri, in una riforma compiuta, nel 2005, come ricorda perfettamente il presidente La Russa e i tanti che allora ne furono protagonisti, poi bocciata dal corpo elettorale. Quella era una riforma compiuta, o quasi, perché in quel testo, oltre a ridurre il numero dei parlamentari, si cambiavano anche le funzioni dei due rami del Parlamento. Qui non si fa nemmeno questo.

L'attuale bicameralismo - è una riflessione che voglio sottoporvi - apparentemente perfetto, quando iniziò nel dopoguerra era perfetto nelle funzioni ma difforme nella legittimità. Allora infatti, il Senato era eletto in collegi uninominali tendenzialmente maggioritari e faceva leva sulla persona, mentre la Camera era eletta in collegi proporzionali, vastamente intesi. Oggi non c'è questa differenza di legittimità e di corpo elettorale, perché Camera e Senato vengono eletti nello stesso modo in collegi proporzionali e collegi uninominali. Oggi, quindi, ci sarebbe più bisogno di ieri di cambiare le funzioni di Camera e Senato, cosa che voi non avete voluto fare in questa riforma.

C'è tuttavia una riduzione del numero dei parlamentari. L'obiettivo di portare a 400 il numero dei deputati in questo Paese riuscì soltanto negli anni Venti, quando il presidente del Consiglio era Benito Mussolini; egli riuscì a ridurre il numero dei parlamentari - non del Senato del Regno, ovviamente, ma della Camera dei deputati, che era la camera rappresentativa - da 538 (perché era cresciuto nel tempo) a 400, esattamente il numero cui verranno ridotti con questa riforma parlamentare. C'è quindi un paragone, un confronto storico (solo storico, ovviamente non politico).

VERDUCCI (PD). La storia è politica, senatore.

URSO (FdI). Ancorché allora il numero degli italiani votanti fosse di gran lunga inferiore e quei 400 rappresentassero un corpo elettorale di gran lunga più piccolo dell'attuale.

VERDUCCI (PD). Che è, la riforma di Mussolini?

URSO (FdI). E ancorché allora la terminologia utilizzata in quel dibattito, molto presente in Italia e non solo, fosse appunto quella che il collega dei 5 Stelle ha riportato in quest'Aula: senescenza della democrazia rappresentativa. Esattamente la stessa: senescenza della democrazia rappresentativa e necessità di rappresentare la società. Infatti allora fu poi creata una Camera delle corporazioni che rappresentava la società. È un paragone esclusivamente storico per dirvi che questo problema della democrazia rappresentativa risale molto indietro nel tempo, ma deve essere affrontato oggi più che mai.

Colleghi, il problema deve essere affrontato oggi più che mai in maniera compiuta - e noi ci auguriamo che questo sia un incentivo a farlo al più presto - perché la democrazia rappresentativa nasce con gli Stati nazionali.

C'è poi il discorso della globalizzazione e della creazione di realtà continentali, di imperi continentali, ai quali spesso fate riferimento, come ad esempio l'impero cinese (il Sottosegretario al commercio estero ne parla come la democrazia migliore esistente oggi nel globo), l'impero russo, lo stesso impero americano e forse anche il vicino impero che il turco Erdogan cerca di realizzare. Queste forme istituzionali, che sono presenti perché derivanti dall'effetto della globalizzazione e dallo svuotamento del sentimento e della sovranità nazionale, si ricompongono in realtà continentali, quale potrebbe essere la stessa Unione europea, che tende a diventare o ad essere, per certi versi, un impero neosovietico. Queste forme di rappresentanza andrebbero discusse in maniera seria e approfondita, tanto più in Italia dove lo Stato è recente ma la Nazione è antica, in un contesto europeo in cui, non a caso, nascono gli Stati nazionali con la democrazia rappresentativa. Il problema europeo è proprio questo: la crisi della Stato nazionale porta con sé la crisi della democrazia rappresentativa. Noi dobbiamo chiederci se questo non sia un vulnus che colpisce i diritti degli individui, delle persone e delle comunità, così come configurati all'interno degli Stati nazionali perché, al di fuori degli stessi - e quindi della democrazia rappresentativa - non c'è nemmeno la cultura giuridica dei diritti della persona, della comunità e delle libertà nelle diverse manifestazioni religiose, civili e politiche. Il riferimento, come dicevo, è sempre strettamente all'interno degli Stati nazionali e infatti, non a caso, si parla di diritti della civiltà giudaico-cristiana europea.

È assolutamente necessario e noi ci auguriamo che questo sia un piede sinistro che ci obbliga a fare il passo destro e a costruire una riforma costituzionale che incida soprattutto sulla comprensione di quella che oggi è la sovranità nazionale e di come essa viene esplicata. Senza sovranità nazionale, infatti, non c'è democrazia, come dimostrano le realtà continentali in cui la democrazia viene cancellata o comunque considerata superata, e mi riferisco non soltanto a quelle asiatiche, ma anche a quelle continentali europee e mediterranee e persino, per certi versi, a quella americana, che però ha dei contrappesi molto forti.

Nell'ambito di questo discorso la soluzione sempre più accreditata è quella della repubblica presidenziale, nel momento in cui si riesce a coniugare la necessità della democrazia rappresentativa di dare una forma al Governo con la possibilità che il Governo possa incidere in tempi reali, anche con un tweet, senza dover assistere a quello che sta avvenendo purtroppo proprio in Italia, dove non si decide mai e tutto viene rinviato di giorno in giorno, sempre con un tweet.

Come Fratelli d'Italia pensiamo allora che questo debba essere - così com'è stato, ancorché in maniera sinistra - il passo obbligato per costringere il Parlamento a fare tutto il resto. Diversamente sarebbe davvero pericolosa una riduzione del numero dei parlamentari che contragga il potere delle minoranze, senza che vi sia una riforma costituzionale completa che cambi l'attuale bicameralismo - ormai davvero perfetto perché, a differenza di quarant'anni fa, perfetta ed uguale è la stessa fonte di legittimità - e che certamente e tanto più si ponga il problema di realizzare un sistema presidenziale, in cui vi sia quello che oggi manca, vale a dire il Premier.

A tale riguardo, è particolarmente emblematico nell'attuale Governo, frutto del contratto, il vulnus della capacità di governo in Italia, in cui decide più un Vice Premier - non sappiamo se vicario, ma si dice che «vicario» conti poco - che il Premier stesso. Siamo giunti al punto di caduta della crisi politica e istituzionale italiana e voi lo rappresentate.

Io vi dico grazie perché, circa un mese fa, intervenni in quest'Aula a fine seduta, sollevando tra l'altro una reazione che a me apparve inconsulta, evidenziando il vulnus della democrazia e delle prerogative del Parlamento che nasceva dal processo e dalla graticola ai Sottosegretari e ai Ministri posti in atto dal MoVimento 5 Stelle. Era il 12 giugno. Fino a quel momento tutti i giornali parlavano del processo ai Sottosegretari e ai Ministri fatto fuori dalle Aule del Parlamento in forme che violavano le prerogative parlamentari. Abbiamo fatto quell'intervento; c'è stata una reazione inconsulta in Aula e dal giorno successivo il processo ai Sottosegretari è scomparso. Passato un mese, non se ne è avuta più notizia, il che vuol dire che parlare, qualche volta, serve per far capire.

Mi auguro che con questo breve intervento si riesca a comprendere la necessità che il Paese ha, oggi più che mai, di una vera e compiuta riforma costituzionale e di una vera e compiuta riflessione moderna su cosa sia oggi la sovranità nazionale. (Applausi dal Gruppo FdI).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cangini. Ne ha facoltà.

CANGINI (FI-BP). Signor Presidente, chiunque abbia studiato le cronache parlamentari sa che nella storia repubblicana c'è stato solo un partito tra quelli più rappresentativi che ha pensato di introdurre una riforma analoga a questa, cioè un taglio orizzontale del numero dei parlamentari senza che questo sia collegato a una riforma più generale e senza che sia giustificato da esigenze di funzionalità delle istituzioni e del potere legislativo. Quel partito era il Partito Comunista Italiano e lo faceva per ragioni di polemica politica. Erano i tempi in cui Bettino Craxi agitava, in funzione anticomunista, l'abolizione del voto segreto nelle Aule parlamentari. Il voto segreto era evidentemente uno strumento a disposizione delle opposizioni per far emergere le contraddizioni all'interno della maggioranza di Governo. Si trattava di maggioranze piuttosto articolate e abbastanza precarie. A questo il PCI rispondeva minacciando il taglio del numero dei parlamentari. Aldo Tortorella si incaricava di questa dialettica: più Craxi insisteva, più Tortorella abbassava il livello della rappresentanza parlamentare, tant'è che a un certo punto Berlinguer lo convocò e gli disse: «Caro Aldo, facciamola finita, sennò di questo passo in questa grande Aula resteremo soli io e te». Non è il modo migliore di trattare la Costituzione, le istituzioni e di rendere onore allo Stato.

È evidente che l'unica ratio di questa riforma è quella qualunquista; è il modo per esibire lo scalpo del ceto politico, al quale voi stessi appartenete. L'argomento che utilizzate della riduzioni dei costi è miserabile, mi si consenta dirlo: non si può mettere la qualità della democrazia e la funzionalità delle istituzioni sul piano dei costi. Se anche fosse questo il piano, la riduzione non è miserabile, ma misera: complessivamente la Camera e il Senato costano circa 1,5 miliardi ogni anno e il risparmio sarebbe nell'ordine di 50 milioni di euro. Ci sono argomenti più efficaci per giustificare una riforma del genere, che avrebbe invece alti costi in termini di qualità del processo democratico.

Viviamo in un'epoca in cui giustamente ci si lamenta molto del fatto che il palazzo sia lontano dal Paese, che i rappresentanti siano lontani dai rappresentati, che i partiti siano lontani dai territori. È evidente che una riforma del genere allontanerebbe ulteriormente il ceto politico parlamentare dai territori dei quali sono espressione con casi paradossali: tutto il Molise esprimerebbe un unico senatore, che naturalmente sarebbe di maggioranza e, quindi, le opposizioni in Molise non avrebbero la possibilità di essere rappresentate in Parlamento. Come questo possa andare incontro alla necessità di avvicinare la politica ai cittadini francamente me lo chiedo e ve lo chiedo. Si introdurrebbe di fatto, in molte circoscrizioni una soglia di sbarramento, non formalizzata ma reale, del 20 per cento. Si perderebbe il senso della rappresentanza politica, e già questo a mio avviso sarebbe motivo sufficiente per non votare questa legge (nel primo passaggio parlamentare mi sono espresso in dissenso rispetto al mio Gruppo politico).

Quello che però inquieta di più è il contesto in cui questo disegno di legge costituzionale puramente qualunquista è inserito; il contesto di un Governo che quotidianamente schiaccia le prerogative del Parlamento abusando della decretazione d'urgenza e della questione di fiducia, dando alle Commissioni parlamentari e alle Assemblee di Camera e Senato tempi ristrettissimi, spesso nulli, per valutare il merito dei provvedimenti che il Governo impone al Parlamento e addirittura scrivendo al posto dei Gruppi parlamentari gli emendamenti ai suoi stessi decreti-legge poi raccolti in maxiemendamenti.

Non è una buona pratica e ancor peggiore è la prospettiva che il ministro Fraccaro, fonte autorevolissima, evidentemente lega a questa riforma, cioè il referendum propositivo. Se il taglio del numero dei parlamentari è una riforma qualunquista, demagogica, fine a sé stessa, che allenta la qualità della rappresentanza politica, con l'altra davvero (ed io non drammatizzo mai, non sono tra quelli che vedono la democrazia in pericolo a ogni piè sospinto) si sposta la fonte del Potere legislativo dal Parlamento ad alcune piattaforme digitali. Basteranno 500.000 click su una qualsiasi piattaforma in favore di qualsiasi progetto di legge per annullare la volontà di milioni di elettori: milioni di elettori contro 500.000 click, voti contro click. È un servizio alle lobby evidentemente, un immenso, gigantesco servizio alle lobby che, con poco sforzo e pochissima spesa, faranno campagne su Facebook ottenendo qualsiasi risultato vorranno. Capisco che sia nella logica dei partiti che sostengono questo Governo, partiti che ritengono - probabilmente con ragione - di dovere molto del loro consenso all'uso sapiente - o spregiudicato - delle nuove tecnologie e dei social in modo particolare; non è un servizio alla qualità del dibattito, alla qualità della democrazia.

Il Parlamento ha un senso perché è il luogo del confronto, della mediazione, è il luogo dell'approfondimento. I tempi nell'approvazione delle leggi servono anche per dar modo al legislatore di conoscere, di ravvedersi, di mettere a punto gli effetti di una legge, che nel suo spirito magari può essere la migliore possibile ma nel suo articolato molto spesso (alle volte accade nonostante tutto) ottiene effetti contrari a quelli voluti o produce danni non valutati dal legislatore. Per questo si fanno cicli di audizioni nelle Commissioni; per questo c'è il confronto in Commissione e in Aula tra maggioranze e opposizioni, spesso anche all'interno delle stesse maggioranze; per questo esistono pesi e contrappesi, che alle volte danno fastidio a chi si trova in maggioranza e al Governo ma hanno un senso e la loro assenza sarebbe ancora più dannosa per la qualità della nostra democrazia. Penso all'Ufficio parlamentare di bilancio, alla Commissione bilancio, alla Ragioneria generale dello Stato: tutte istituzioni che garantiscono la qualità del processo legislativo, tutti meccanismi che non avrebbero alcuna ragion d'essere se il referendum propositivo caro a questa maggioranza venisse approvato.

Io non mi stupisco del fatto che partiti politici che hanno esaltato, con tutta evidenza ipocritamente, il mito della Costituzione (ricordo i parlamentari 5 Stelle che brandivano il libretto la Costituzione come fosse il libretto rosso di Mao) oggi ne facciano scempio; non mi stupisco del fatto che alcuni partiti votino il provvedimento in discussione fingendo di credere che sia il primo passo verso chissà quale radioso avvenire. Non me ne stupisco perché so che l'ipocrisia è un elemento della politica, ma quando l'ipocrisia viene applicata alla Costituzione, al sistema delle regole che governano e sovrintendono il gioco politico, quando l'ipocrisia viene ad intaccare la vita delle nostre istituzioni e a minacciare il senso dello Stato, io dico che non possiamo piegarci a questo gioco.

Quello in discussione è un disegno di legge che disonora la politica e indebolisce lo Stato. Chiunque abbia a cuore la politica, chiunque la ritenga una cosa seria e non solo qualche tweet o qualche post su Facebook, chiunque abbia senso dello Stato questa legge non la può votare. (Applausi dal Gruppo FI-BP. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Martelli. Ne ha facoltà.

MARTELLI (Misto). Signor Presidente, tutto mi sarei aspettato tranne di trovarmi qua a usare, per questa riforma costituzionale, le stesse argomentazioni che utilizzavo ai tempi della riforma costituzionale del Governo Renzi, che il mio ex partito ha osteggiato per cinque anni. Poiché i paragoni vanno sempre fatti in modo omogeneo, naturalmente mi riferisco solamente alla parte della riforma costituzionale di Renzi che riguardava la riduzione del numero dei parlamentari, perché il titolo del disegno di legge costituzionale presentato ai tempi nella parte iniziale recava «disposizioni riguardanti la riduzione del numero dei parlamentari», quindi io mi riferisco per adesso solo a quella parte.

Bene, quando andavo in giro a fare gli incontri e a parlare di Costituzione, invitato dai gruppi locali o anche da altre associazioni, ero con colleghi che attualmente sono eletti oppure con colleghi neoeletti, e quando dicevamo certe cose, venivamo applauditi. Dovendo presumere che fossero applausi dettati dal contenuto, ripeto allora gli stessi contenuti dell'altra volta. Uno dei contenuti era, per esempio che, se si parla di costo, bisogna intervenire sui costi e non sulle persone. Lo dicevate anche voi e applaudivate anche voi; adesso invece dite il contrario. È stato fatto notare che, se vogliamo parlare dei costi, che sono 50 milioni di euro all'anno, cioè il 6,6 per cento del bilancio della Camera e del Senato, facilmente tali risorse possono essere reperite in altro modo (visto che parliamo di riduzione dei costi qualcuno - apro e chiudo una parentesi - mi spiegherà la necessità di rifare il giardino del cortile qua sotto - almeno 100.000 euro - dopo che era stato fatto appena due anni fa).

Vogliamo parlare di costi? Allora parliamo dei 660 milioni di euro che avete caricato sulle tasche degli italiani con le bollette elettriche per salvare il bubbone Alitalia o parliamo del miliardo e mezzo di euro che verrà caricato sulle bollette degli italiani per quindici anni per il capacity market, cioè per pagare chi ha le centrali elettriche e le tiene pronte a essere utilizzate, ma potenzialmente ferme. (Applausi dal Gruppo Misto). Quella sarebbe stata una riduzione dei costi: sono 22,5 miliardi di euro in dieci anni, più i 660 milioni di Alitalia, che è un inizio, più il prestito ponte, che resta un punto di domanda.

Quindi è chiaro che non può essere una questione aritmetica. Ma neppure lo può essere perché, se veramente la democrazia costa (ed è giusto che costi), allora vi ricordo una cosa: ogni studio dice che la dittatura costa di più. Togliere il Parlamento, perché non funziona, e sostituirlo con un organo di gerarchia costa di più. Quindi la verità è che neanche quel tipo di ragionamento va fatto, sempre che abbia un senso accostare la parola «democrazia» alla parola «costo». È giusto che costi. Vi ricordo che è stato il Parlamento repubblicano che ha fatto diventare l'Italia la quinta potenza mondiale; sono i parlamentari, siamo noi che abbiamo fatto diventare prospera questa Nazione, non sono stati quelli che dicono che il Parlamento non va bene, non funziona e non è produttivo. Vi ricordo che prima, quando il Parlamento era diventato una farsa e c'era la Camera dei fasci e delle corporazioni (delle corporazioni, quindi anche delle basi del mestiere), quel tipo di sistema era più costoso, più inefficiente e ci ha anche portati a fare una guerra. Quindi bisognerebbe riflettere sul concetto di democrazia parlamentare.

C'è un'altra cosa, che mi sento di dover dire dal cuore. Per anni tutta la politica è stata fatta oggetto di odio da parte della politica stessa, cioè il Parlamento è stato sempre raccontato come il centro di ogni nefandezza. Se devo chiedere scusa agli italiani devo farlo per questo: ho partecipato a una campagna di delegittimazione dell'attività del Parlamento e del parlamentare, che è il cuore della democrazia. In secondo luogo, quando si considera la Costituzione e si pensa di toccare la Costituzione così magicamente, bisognerebbe prima capire che cos'è la Costituzione e come funziona. Invece a me sembra che questo sia lo stesso atteggiamento di uno al quale portassero un'astronave e gli dicessero «adesso pilotala tu». Io risponderei che non so neanche come ci si entra, figuriamoci portarla in giro.

Presidenza del vice presidente ROSSOMANDO (ore 12,05)

(Segue MARTELLI). Perché un Parlamento non può essere ridotto nei termini in cui pensate voi, cioè di produttività e di efficienza? In primo luogo perché il Parlamento è stato fin troppo produttivo in questi anni - lo dicevamo noi nella scorsa legislatura - perché l'Italia ha un numero di leggi almeno 15 volte superiore rispetto alla Nazione che ne ha di più dopo l'Italia. Quindi, forse non c'è bisogno di fare così tante leggi. Ripeto, lo dicevate voi e lo dicevo anch'io nella scorsa legislatura. C'è bisogno però di leggi fatte bene perché se le leggi approvate hanno bisogno di decreti attuativi che non state facendo vuol dire che il problema è che - come veniva detto, come dicevate voi e dicevo anch'io - forse non è il Governo che deve fare le leggi.

Conosciamo tutti il funzionamento del Parlamento che deve dare una linea di indirizzo: le Commissioni parlamentari preparano risoluzioni che contengono l'idea che il Parlamento, rappresentante del popolo, trasmette al Governo relativamente a come deve essere fatta una legge e l'Esecutivo applica tali dettami.

Un'altra cosa che mi colpisce è che siamo tutti complici di aver convinto il cittadino che il suo rappresentante elettivo a livello nazionale sia un qualcosa che non va bene e che, come tale, vada ridotto il numero. È il paradosso: abbiamo convinto il condannato che il carnefice sta dalla sua parte. Questo secondo me è un capolavoro. (Applausi dal Gruppo Misto).

Adesso sarebbe appropriato citare qualche numero: ho sentito dire che l'Italia ha troppi parlamentari ma «troppi» è un concetto assoluto e i concetti assoluti non funzionano. «Troppo» è relativo a qualcun altro e sono stati fatti dei paragoni, ovviamente tutti sbagliati, perché l'unico paragone che avrebbe senso sarebbe con un altro sistema bicamerale paritario in giro per il mondo, ma meglio ancora in Europa. Siccome non esiste, abbiamo cominciato a fare strani paragoni sulla popolazione, dicendo che l'Italia ha il maggior numero di parlamentari in rapporto alla popolazione, ma non è vero perché, ad esempio, il Regno Unito ha circa 1500 parlamentari, tra Lord e Pari, e voi potreste dire che non è una democrazia costituzionale e io risponderei che l'ho detto all'inizio che non è un paragone omogeneo, ma l'avete fatto voi e allora io rispondo con un paragone che non c'entra niente. Ne posso fare un altro: io ho detto - e giustamente viene detto - che si deve fare un rapporto con la popolazione, tra eletti ed elettori. E allora prendiamo il caso della Grecia: 10 milioni e 600.000 abitanti per 300 eletti. Riportati sul quadro italiano farebbe 1.750 mentre noi siamo a 945. Il Portogallo, che ha circa gli stessi abitanti della Grecia (10 milioni e mezzo) ha 230 eletti. Moltiplicando 230 per sei otteniamo 1.380. La Francia ha un numero di abitanti leggermente maggiore del nostro ed ha 577 deputati all'assemblea nazionale e 342 senatori. È vero: sono eletti in un altro modo e ci sono 130.000 grandi elettori però se i paragoni devono essere fatti un tanto al chilo, allora anche questo funziona. Quindi anche il concetto che sia troppo è stato smontato.

Io so che queste argomentazioni, alla fine, non hanno presa perché ormai, quando è stato deciso cosa si deve fare, si deve pigiare il bottoncino.

Volete che vi dica perché, secondo me, il Parlamento non sta funzionando? Non sta funzionando per questo motivo, perché c'è qualcuno che schiaccia il bottone, perché la proposta di legge è voluta dal Governo e quindi si deve votare a favore e basta; oppure non funziona perché ci sono delle persone qua dentro - nessuno la prendesse sul personale - che leggono discorsi scritti da altri e li leggono anche male. Forse è questo il motivo per cui il Parlamento non funziona. O magari non funziona per il numero di persone che sono presenti e che ritengono che ci sia qualcos'altro da fare. È chiaro, allora, che diventa giocoforza vendere al cittadino il nemico e il nemico di turno è diventato il parlamentare. Ma poi quando il cittadino avrà capito che gli è stato tolto il suo rappresentante - che non c'è più perché 115 in meno vuol dire che quel posto è vuoto e il tuo rappresentante, cittadino italiano, non c'è più perché te lo abbiamo portato via (lo dicevo in quest'Aula quando si discuteva la riforma Renzi) - allora e solo allora quel cittadino si chiederà se ha sbagliato qualcosa. E a quel punto sarà ovviamente troppo tardi.

In chiusura, altra cosa che non è bella è che questa riforma sia stata spezzettata in modo da non farti capire il disegno generale. È stato fatto giustamente osservare il concetto che il referendum propositivo, nel modo in cui è stato posto, è profondamente sbagliato. Si crea una enorme asimmetria, all'interno della Nazione, tra chi è in grado di raccogliere le firme e chi non è in grado. Il professionista che può raccogliere delle firme di qualunque tipo, persino la criminalità organizzata (perché non c'è un vincolo sulle norme penali) potrebbe raccogliere firme per proporre la depenalizzazione e la riduzione delle pene per certe fattispecie di reato. Questo è quello che si sta proponendo. Tutti noi dovremmo capire la seguente cosa: di una legge non è tanto importante quello che fa, ma quello che con essa si può fare, distorcendola e "tirandola". Il matematico dice: prendi un numero "stiracchialo", torturalo, e gli farai dire quello che vuoi.

Qui è la stessa cosa: questo disegno di legge può portare a delle conseguenze che non sono prevedibili, come i sistemi dinamici che poi evolvono naturalmente e non riesci più a predirne lo stato finale.

Rinnovo pertanto l'invito fatto dal mio stimato collega De Falco a farsi venire un mal di testa, un mal di schiena, un mal di denti, qualcosa, perché questa è una delle occasioni in cui questo tipo di riforma va rimandata al mittente. La riduzione del numero di parlamentari, cioè dei rappresentanti dei cittadini, non è mai una risposta ai problemi dei cittadini. (Applausi dal Gruppo Misto. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mollame. Ne ha facoltà.

MOLLAME (M5S). Signor Presidente, membri del Governo, colleghi, il provvedimento in discussione rappresenta una pietra miliare nella storia della nostra Repubblica, un atto che ci indirizza verso una positiva tendenza di crescita di fiducia nello Stato. Possiamo dire che la fiducia costituisce la base del vivere civile, della politica, dell'economia e di ogni struttura sociale.

Leggerò di seguito delle considerazioni che non sono mie: «Onorevoli colleghi, l'opinione pubblica non ha in questo momento molta simpatia e fiducia per i deputati. Vi è un'atmosfera di sospetto e discredito, la convinzione diffusa che molte volte l'esercizio del mandato parlamentare possa servire a mascherare il soddisfacimento di interessi personali e diventi un affare, una professione, un mestiere». Queste parole non sono state pronunciate da un collega del nostro Movimento, bensì da Piero Calamandrei, giurista, antifascista, partigiano e deputato eletto col Partito d'Azione all'Assemblea costituente. Le avrete di certo già sentite, ma risuonano oggi più attuali che mai, anche se sono state pronunciate nel 1947.

Allora l'Assemblea Costituente decideva di sancire con l'articolo 69 della Costituzione il diritto ad una indennità parlamentare. All'alba della Repubblica italiana, retribuire i parlamentari era considerato un decisivo fattore di indipendenza e democrazia, finalizzato a consentire anche alle classi meno abbienti di partecipare alla vita politica. Senza esagerazioni, vista la drammatica situazione del Paese, nel giugno del 1946 fu fissata provvisoriamente un'indennità pari a 25.000 lire. Ma l'inflazione era tale che, a febbraio del 1947, fu necessario portarla a 30.000 lire; a settembre a 50.000 lire, elevando il gettone di presenza a 3.000 lire al giorno (valore dimezzato per i residenti a Roma).

All'articolo 69 della Costituzione venne data una prima attuazione con la legge 9 agosto 1948, n. 1102, del Governo De Gasperi, la quale strutturò l'indennità parlamentare in due voci distinte: la prima costituita da una quota fissa mensile di 65.000 lire; la seconda da una diaria, a titolo di rimborso spese per la partecipazione alle sedute, il cui ammontare veniva demandato ad apposita deliberazione degli Uffici di Presidenza delle rispettive Camere, tenendo conto della residenza o meno nella Capitale di ciascun membro del Parlamento. Tradotto ai giorni nostri: 1.230 euro fissi più un gettone di 100 euro scarsi al giorno legato alla effettiva presenza. Togliendo i fine settimana, i lunedì e i venerdì - giorni in cui le convocazioni erano e sono rare - la cifra ammontava a non più di 2.500 euro al mese. Entrambi gli emolumenti erano esentasse.

Che l'aria sarebbe ben presto cambiata lo dimostra una legge emanata dal Governo Segni nel 1955 recante disposizioni per le concessioni di viaggio sulle Ferrovie dello Stato, pensata per garantire l'esercizio del mandato popolare. L'atteggiamento virtuoso durò poco. Le fatiche di un'Italia distrutta dalla guerra ed impoverita furono via via dimenticate.

Dal 1955 inizia l'accrescimento progressivo di indennità e rimborsi. Abbiamo vissuto periodi di crescita economica e ci stava anche un simile processo. Crescevano l'economia, l'occupazione, la produzione e la ricchezza di noi italiani tutti. Crebbe, poi, negli anni Ottanta - ahinoi - anche il debito pubblico per continuare a sostenere una crescita economia che già non c'era più. Con la caduta del muro di Berlino, il corso della storia cambiò ancora e cambiarono gli indici di crescita economica della nostra Italia.

Alla fine del 2008 arrivò la tempesta economico-finanziaria. Videro la luce i primi pavidi tentativi di contenere i costi della spesa pubblica e anche della politica che erano diventati incontrollati ed incontrollabili, costi che non stavano più seguendo il corso della storia.

Tante proposte e tanti tentativi di tagli alla spesa e al numero dei parlamentari. Da più di un decennio solo parole. Oggi si fa sul serio e nessuno può e deve dubitarne. Oggi si lavora per un Parlamento più snello e più efficiente (Applausi dal Gruppo M5S), più vicino ai cittadini e che con questi condivide le difficoltà di un periodo dal quale si verrà fuori con la ricostruzione del rapporto di fiducia fra chi governa e chi è governato.

Siamo consapevoli del fatto che il bilancio complessivo di Camera e Senato rappresenta circa lo 0,21 per cento della spesa pubblica e lo 0,1 per cento del PIL. Parliamo di circa 1,5 miliardi di euro, ma ogni grande edificio è fatto di piccoli mattoni, e i mattoni sono tutti utili alla stabilità di quell'edificio. Sono stati chiesti sacrifici agli italiani ed i primi a farli dobbiamo essere noi eletti. È semplicemente una questione di coerenza, niente di più. Si chiama Stato solidale, niente di più. È l'affermazione di una autentica democrazia, quella che non cura gli interessi di pochi, ma gli interessi di molti, come disse Pericle qualche millennio fa agli ateniesi.

Rimbocchiamoci le maniche. Si riparte dalla fiducia e noi siamo fiduciosi.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Floris. ne ha facoltà.

FLORIS (FI-BP). Signor Presidente, ministro Fraccaro, colleghe e colleghi, ho chiesto di fare un breve intervento per valutare gli effetti che questa mini riforma della Costituzione ha sulla Regione da cui provengo, la Sardegna. Il numero dei senatori passerà da 8 a 5, alla Camera si passa da 17 a 11 deputati, quindi da 25 a 16 parlamentari. Pur rimanendo nella proporzione della riduzione complessiva, si va però a trasformare la rappresentanza di territori così vasti, diversi e lontani fra loro, territori che fanno parte di un'isola, cioè di un territorio che come è noto non è collegato al resto della Penisola e che paga carissima la mancanza di continuità territoriale. Un milione e 600.000 persone che pagano ogni giorno il prezzo di vivere su un'isola che gode di un'autonomia statutaria, ma di poca autonomia operativa. Non a caso, la Sardegna ha presentato, raccogliendo 100.000 firme (non solo raccolte nell'isola) attraverso la propria rete di associazionismo, un disegno di legge costituzionale per fare riconoscere il grave e permanente svantaggio della insularità. Certamente le risorse derivanti dal taglio di nove parlamentari sardi non saranno risolutive per le nostre sorti, nemmeno se venissero versate tutte nelle casse della Regione sarda, e peraltro sappiamo che così non sarà. È solo una corsa demagogica a distruggere la rappresentanza popolare, mentre nulla si fa per riorganizzare ed efficientare la macchina dello Stato.

La Sardegna - lo dico per assurdo - potrebbe anche rinunciare a tutti i parlamentari se in cambio le venisse riconosciuto il grave e permanente svantaggio derivante dall'insularità. Se vi fosse una norma scritta nella nostra Costituzione, la Sardegna potrebbe introdurre una fiscalità di vantaggio e attivare quelle misure necessarie al sostegno della propria economia. Soprattutto, è indispensabile garantire un'effettiva parità e un reale godimento dei diritti individuali e inalienabili dei cittadini sardi.

Oggi i cittadini sardi hanno invece un reddito medio che è poco più della metà di quello italiano e un tasso di disoccupazione e di povertà il 50 per cento più alto di quello italiano. Questi dati non possono essere imputati ai parlamentari sardi, che, nella stragrande maggioranza, sono persone che si impegnano concretamente per il proprio territorio.

Il taglio del numero dei parlamentari non cambierà questi numeri negativi. Al contrario, misure di vantaggio permanente, anche per evitare i veti dell'Unione europea, potranno essere introdotte solo con il riconoscimento in Costituzione delle insularità. A ciò potranno seguire le iniziative tangibili per supportare l'economia dei nostri territori, con risorse vere e non con spot elettorali, come questo disegno di legge costituzionale. Suggerisco al presidente Calderoli, che da chirurgo ha intrapreso la strada delle riforme costituzionali, di sostenere la proposta costituzionale di insularità presentata nell'ottobre del 2018 e di inserire quel principio nella nostra Costituzione. Solo così potremo veramente avere un vantaggio dalla legge per l'insularità, che, da svantaggio permanente, potrebbe trasformarsi in una situazione di parità nei confronti del resto del territorio nazionale ed europeo. (Applausi dal Gruppo FI-BP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Quagliariello. Ne ha facoltà.

*QUAGLIARIELLO (FI-BP). Signor Presidente, colleghi, signori del Governo, sono assolutamente consapevole che anche le riforme costituzionali - persino la più costituzionale delle riforme costituzionali - hanno delle conseguenze immediate e contingenti sulla lotta politica. E sono altrettanto consapevole che molti di coloro i quali sostengono la riforma in esame lo fanno con argomentazioni e convinzioni che, ai miei occhi, non hanno nulla di nobile; tra queste, un attacco demagogico al ceto politico (lo stesso che, ad esempio, ha animato il taglio dei vitalizi).

Ho sempre ritenuto, però, che quando si parla di riforme costituzionali bisogna prendere le distanze da un'impostazione eccessivamente empirica e approssimativa e vedere le ragioni di fondo, se non di lungo, quantomeno di medio periodo. In questa convinzione sono stato confortato dal fatto che coloro i quali non hanno seguito tale approccio ne hanno pagato lo scotto.

Sono e resto ad esempio convinto che, se ci fossero stati un maggior distacco dalle ragioni immediate della politica e una maggiore considerazione degli elementi di fondo del sistema, la riforma proposta dal Governo Renzi avrebbe probabilmente avuto un esito differente, ci sarebbe stata una diversa disponibilità all'ascolto e non si sarebbero compiuti degli errori marchiani anche da un punto di vista prettamente costituzionale.

Per questo, proprio perché credo che le motivazioni di sistema abbiano la precedenza sulle motivazioni contingenti, ritengo anche che ieri avesse ragione il presidente Bernini nel chiedere a questa Aula di discutere insieme delle differenti riforme, attualmente all'attenzione del Parlamento, che toccano il nostro assetto costituzionale e i suoi diversi poteri. Da questa discussione organica, infatti, avremmo ricavato un quadro d'insieme e avremmo colto meglio le correlazioni tra i differenti argomenti che sono proposti a quest'Aula e che, comunque, impattano sugli equilibri costituzionali.

Detto tutto ciò, per tener fede a tale impostazione, personalmente mi rifaccio a una profonda convinzione, che non è di quest'ultimo periodo ma che l'attuale legislatura ha fortemente confermato. Sono un sostenitore accanito della democrazia rappresentativa e ritengo che essa sia in profonda crisi. Una crisi storica, una crisi che non si aggancia a motivi contingenti ma a dinamiche che hanno a che fare con lo svolgimento di una civiltà.

Fondamentalmente, vi sono due ragioni di fondo che stanno provocando questa crisi. La prima è che la democrazia rappresentativa è una designazione di competenza: si accetta di essere rappresentati nel momento in cui si ritiene che vi sia chi, almeno in un determinato ambito, ha più competenze di te, o quantomeno che vi sia bisogno di un tempo dedicato ad approfondire determinati argomenti, tempo che il cittadino comune, che ha altre occupazioni, non ha a disposizione.

Questo è uno dei cardini che portò la democrazia rappresentativa a immaginare il divieto del mandato imperativo. Io ti designo e ti do fiducia - e qui si innesta il secondo fattore che segnala una crisi - e, dunque, decido di giudicarti per quanto hai fatto dopo un determinato lasso di tempo. Ti lascio libero nelle tue determinazioni come parlamentare (ancora una volta, il divieto di mandato imperativo), ma, dopo cinque anni, o a scadenza di una legislatura, mi riprendo lo scettro del sovrano e ti giudico. Non immediatamente, atto per atto, ma per quello che è stato il tuo comportamento.

Che cosa oggi smonta queste ragioni di fondo della democrazia rappresentativa? Innanzitutto, quella che un brillante storico ha designato come "la democrazia del narcisismo", cioè la convinzione, alimentata anche dai nuovi mezzi di comunicazione di massa, della onniscienza, del fatto di essere in grado di parlare di tutto, di potere giudicare tutto e di non avere bisogno di qualcuno che ti rappresenti e che sia più competente di te. È una deriva che noi vediamo quotidianamente riprodursi sui social network, ma che possiamo constatare anche in quest'Aula.

I più anziani tra coloro che occupano questi scranni si renderanno conto che c'è stata una mutazione nell'organizzazione dei lavori perché le specializzazioni, quelle che facevano riferimento a determinate materie, che erano molto più significative nelle legislature passate, sono andate man mano scemando. Erano pochi i leader politici che ritenevano di poter parlare di ogni cosa; per il resto c'erano gli esperti di medicina, quelli che invece avevano competenze in politica estera, e così via. È una attitudine che noi andiamo perdendo perché evidentemente è una tendenza della società che sui social network è molto più accentuata.

Il secondo motivo di cesura, che è forse ancora più importante, risiede nel fatto che quello spazio di sedimentazione del giudizio politico, senza il quale non c'è democrazia rappresentativa, si sia progressivamente ristretto e rischia di annullarsi del tutto. Oggi il giudizio è quasi immediato, dunque la possibilità che un parlamentare in qualche modo si orienti secondo le proprie convinzioni e non secondo il giudizio istantaneo dei propri elettori è estremamente ridotta. Questo perché nella società attuale le decisioni sono più veloci, gli orientamenti dell'opinione pubblica si conoscono molto prima, e strumenti come i social network spingono in questo senso.

Presidente, le chiederei la cortesia di avere altri due minuti. Vorrei dire che questa è la ragione per la quale chi crede nella democrazia rappresentativa forse non deve chiudersi in un atteggiamento di conservazione. Non c'è dubbio che un Parlamento più snello è un Parlamento nel quale si decide prima e nel quale c'è più efficienza e, forse, è possibile anche riscoprire di più le competenze.

È evidente che altre ragioni che fanno capo al principio di rappresentanza, alcune delle quali sono state brillantemente citate, verrebbero sacrificate, ma in determinati momenti storici bisogna capire che un sacrificio è comunque necessario. Questo inoltre può essere l'inizio di una riforma del nostro sistema parlamentare, della quale comunque c'è bisogno. Noi l'abbiamo bocciata la scorsa volta per ragioni che considero ancora assolutamente valide, ma penso che di una riforma ci sia bisogno. E penso che numeri più ristretti possano portare, ad esempio, ad ampliare enormemente la casistica di provvedimenti da svolgere in seduta comune, contribuendo a far sì che il bicameralismo assuma un nuovo slancio.

PRESIDENTE. Senatore Quagliariello, la invito a concludere.

QUAGLIARIELLO (FI-BP). Sì, Presidente. Dico un'ultimissima cosa che fa invece parte delle argomentazioni assolutamente contingenti e non di fondo alle quali mi sono riferito. A breve scadenza noi discuteremo del cosiddetto referendum propositivo, e su quel terreno scorgo viceversa, se il provvedimento non cambierà, un pericolo molto più grande per chi crede nei principi della democrazia rappresentativa. Arrivare a quella battaglia senza un atteggiamento di conservazione, cercando di distinguere fra i vari provvedimenti costituzionali al nostro esame quello che si può concedere, e magari si deve concedere, da ciò che invece incide sul terreno di un principio non negoziabile, credo che sia, dal punto di vista tattico, un atteggiamento più saggio per coloro i quali credono veramente in questa temperie storica di poter difendere i principi della rappresentanza e della democrazia rappresentativa.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Errani. Ne ha facoltà.

ERRANI (Misto-LeU). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghe e colleghi, che ci sia una crisi della democrazia rappresentativa è un dato oggettivo. L'attuale assetto istituzionale è inadeguato? Assolutamente sì. E questo prima di tutto per i cambiamenti tecnologici, economici, sociali e perfino antropologici che attraversano non solo il nostro Paese, ma certamente tutto l'Occidente. È certamente in discussione anche la forma di Governo.

Colleghi, siete il Governo del cambiamento, ma il fatto che questa forma di Governo arranchi ogni ora è evidente a tutti noi. A questa situazione si è tentato innumerevoli volte di dare una risposta per cercare un nuovo assetto istituzionale e anche voi avete cominciato a fare delle scelte, rispondendo però a questo problema sostanziale rincorrendo un sentimento diffuso. C'è la crisi di rappresentanza? Dai addosso al ceto politico! Non so se produrrà consenso, ma certamente non mette in condizione questa democrazia di dare le risposte di cui ha bisogno il Paese. Credo che sia evidentissimo, anche nel lavoro che fate tutti i giorni col vostro Governo.

Fate un intervento spot e lontano da un disegno compiuto, uno spezzettamento della Costituzione. A seconda dei momenti e delle fasi, infatti, tutti quelli che sono seduti qui, in rappresentanza di diversi schieramenti, hanno assunto una posizione favorevole alla riduzione del numero dei parlamentari. Qual è il problema? In che quadro avviene questa riduzione dei parlamentari, a proposito di democrazia rappresentativa? Il collega Quagliarello che stimo moltissimo ha detto: potremmo lavorare meglio sulle competenze. Senatore, il problema delle competenze è legato alla qualità della selezione della classe politica, che a sua volta è legata al modo in cui si organizza la politica. È chiaro che da questo punto di vista siamo in una situazione molto critica. Non sono affatto sicuro che con 200 senatori e 400 deputati si dia valorizzazione alla competenza. Secondo me non è sicuro neanche lei di questo aspetto.

Qual è il punto che vi propongo? Con questo disegno di legge si allarga certamente la distanza tra eletti ed elettori, punto centrale della democrazia della rappresentanza. Peraltro, con la soglia di sbarramento materiale, con questa legge elettorale, avremo soglie di sbarramento del 10, 12 o 16 per cento a seconda delle condizioni territoriali. Obiettivamente da ciò dovrei capire che siete d'accordo su un'oggettiva riduzione del pluralismo politico, perché è inevitabile che con uno sbarramento di fatto che arriva a quelle percentuali, la dialettica tra opposizione e maggioranza andrà a ridursi, mentre il pluralismo è un elemento centrale del concetto di rappresentanza.

Il risultato di tutto questo qual è? Alcuni colleghi prima hanno parlato del rapporto tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. Il fatto che ci sia bisogno di intervenire su questo è fuori discussione. Bisogna costruire una nuova sintesi, ma non vedo il disegno.

Ministro, approfitto della sua presenza. Non vedo il disegno. Vedo, anzi, la riduzione dei parlamentari. Il meccanismo del referendum propositivo - che per alcuni versi io condivido - nel merito ridurrà la possibilità legislativa del Parlamento in una condizione assolutamente permeabile alle lobby e ai poteri più forti, non al popolo. State costruendo una democrazia in nome del popolo ma, in verità, saranno i poteri più forti che diventeranno popolo. Non so come vi suoni questa affermazione, che sarà pure estremizzata, ma una qualche preoccupazione ve la dovrebbe sollevare.

Del resto, se guardiamo alla pratica, perché questa Assemblea non funziona? Ma è evidente: perché la maggioranza non è mai d'accordo su nulla. Prima di fare un accordo si consumano tutti i tempi parlamentari e, quando si arriva in Commissione o in Aula, non si può far altro che spingere un bottone. Questa è la verità e lo sapete benissimo. Basti pensare a come è stata approvata la legge di bilancio, fatto storico in questo Paese. Non voglio riaprire quella ferita, ma sarei curioso di sapere quanti di noi sono riusciti a leggere il disegno di legge di bilancio in ventiquattr'ore, peraltro profondamente cambiato.

È per questo che non funziona, perché c'è una crisi della politica. È una crisi politica.

Voi del MoVimento 5 Stelle - lo dico con una battuta - avete, anche giustamente secondo me, posto il problema di un cambiamento radicale della politica e del lavoro delle istituzioni. Avete aperto la scatoletta di tonno, ma adesso state annegando nell'olio. Ci troviamo di fronte a una torsione preoccupante.

Vorrei - dato che le narrazioni e i discorsi sono parole - riportarvi a un dato concreto sull'autonomia differenziata. Al di là di come la pensiate, colleghe e colleghi, sull'autonomia differenziata, che indiscutibilmente cambia in radice l'assetto istituzionale del Paese, questo Parlamento non ha avuto fino ad ora alcun elemento per fare delle valutazioni reali e di merito. Faccio notare, a proposito del referendum propositivo, che se passasse una legge sull'autonomia nei termini di cui si sta parlando - e forse, non lo so, non potremmo neppure emendarla - quella legge non potrà essere sottoposta nemmeno a referendum.

Stiamo parlando di competenze legislative del Parlamento. Le Regioni che avranno quell'autonomia potranno legiferare senza alcun limite condiviso dal punto di vista della legislazione regionale. Io sono per l'autonomia, ma sono per un'autonomia in un impianto. Dobbiamo sapere come va a finire questa storia. Dobbiamo sapere come si realizza un equilibrio, perché la democrazia è fatta di pesi e contrappesi, di equilibri, di relazioni, di un impianto coerente, non di incursioni nella Costituzione, senza un disegno. A meno che il vostro disegno non sia narrare la democrazia diretta e sfumare la democrazia. Di questo sono molto preoccupato.

Per questo motivo, vi chiedo di riflettere ancora per ragionare se non sia possibile costruire un altro percorso di riforma costituzionale. Forse potremmo trovare sintesi più serie e più qualificate, per dare qualità alla democrazia e alla rappresentanza.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Garnero Santanchè. Ne ha facoltà.

GARNERO SANTANCHE' (FdI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, la posizione di Fratelli d'Italia è sempre stata molto chiara.

Noi siamo sempre stati a favore del taglio del numero dei parlamentari e ricordo a quest'Assemblea che su questo tema presentammo anche una nostra proposta di legge.

Forse oggi qualcuno sarà deluso da Fratelli d'Italia, pensando che ci saremmo potuti sottrarre al voto su questa riforma e che avremmo potuto usare i nostri voti come merce di scambio per ottenere non so che cosa, ma non ci siamo mai posti questo problema. Il nostro Gruppo è convinto della necessità della riduzione del numero dei parlamentari, perché riteniamo che il nostro Parlamento sia tra i più popolosi d'Europa.

Siamo sempre molto chiari e continuiamo a seguire il nostro credo e i nostri ideali. Tra poco Giorgia Meloni parteciperà a una conferenza stampa nella quale spiegherà esattamente le nostre posizioni.

Di certo, però, dobbiamo dire che questa riforma è zoppa perché, con il taglio dei parlamentari, succederà che i collegi saranno molto più ampi, per cui ogni parlamentare avrà più elettori da rappresentare. A noi però le cose zoppe o storte non piacciono e abbiamo sempre sostenuto e continuiamo a sostenere che, di pari passo, per dare più equilibrio allo Stato e alla democrazia, avremmo dovuto prevedere anche l'elezione diretta del Presidente della Repubblica.

Questo purtroppo non è stato recepito, anche se non ne capiamo le motivazioni. Prevedere oggi l'elezione diretta del Presidente della Repubblica da parte degli italiani avrebbe voluto dire dare maggiore equilibrio alla democrazia e stabilire un maggiore equilibrio anche con il Parlamento.

Con rammarico prendiamo atto che chi è al Governo invece non lo considera una cosa giusta e ce ne dispiace. Continueremo a portare avanti la battaglia sull'elezione diretta del Presidente della Repubblica e andremo avanti su quella che è sempre stata la nostra posizione.

Voglio far notare però ai rappresentanti del Governo e ai colleghi, soprattutto a quelli del MoVimento 5 Stelle, che sui privilegi hanno sempre condotto una grande battaglia, che oggi non hanno avuto il coraggio di eliminare il vero privilegio presente in questo ramo del Parlamento, vale a dire i senatori a vita. Questo coraggio vi è mancato.

Cito un esempio per tutti: ricordo che il senatore Monti, prima di accettare l'incarico di Presidente del Consiglio, chiese all'epoca al Capo dello Stato di essere nominato senatore a vita.

Noi riteniamo che il vero spreco siano i senatori a vita, per i quali gli italiani pagheranno sempre e non si capisce per quale motivo. Dico allora ai colleghi del MoVimento 5 Stelle che la loro bandiera sul taglio agli sprechi e ai privilegi oggi uscirà da quest'Aula molto monca. Se il taglio degli sprechi e la battaglia contro i privilegi rappresentano per voi la prima «forma» politica da presentare ai vostri elettori, forse non vi si addice e vi manca il coraggio di chi ha delle posizioni nelle quali crede sino in fondo, perché oggi sarebbe stato bello poter eliminare anche i senatori a vita, di cui vi assicuro gli italiani non sentirebbero la mancanza.

Ci dispiace che, ancora una volta, abbiate perso un'occasione. (Applausi dal Gruppo FdI e del senatore Calderoli).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Gasparri. Ne ha facoltà.

*GASPARRI (FI-BP). Signor Presidente, questo dibattito si potrebbe risolvere rapidamente attraverso una raccolta di pareri sui social. Ovviamente, la gran parte degli italiani chiederebbe, non già di ridurre a 400 il numero dei deputati e a 200 quello dei senatori, ma di portarli a 100, a 50 o probabilmente anche a zero.

L'esigenza, infatti, è un po' anche quella di soddisfare un'ansia popolare, talvolta peraltro giustificata dalle pessime prove che la classe politica in molti casi ha dato. I fenomeni di corruzione, gli scandali, le vicende che hanno prodotto l'indignazione verso la politica sono sotto gli occhi di tutti, alcune sono fondate e altre poi si rivelano infondate in sede giudiziaria. Abbiamo visto che la magistratura che giudicava la politica ha dato pessima prova di sé, leggiamo giorno dopo giorno esterrefatti le vicende del CSM, che molti di noi avevano già denunciato molti anni fa, senza dover aspettare l'uso del trojan, vicende che a volte sono reati e a volte forse non lo sono, però danno uno spaccato di ordine morale.

Siamo quindi tutti pienamente consapevoli del fatto che la riduzione del numero dei parlamentari è popolarissima. Ieri mi sono occupato di un senatore che l'Assemblea non conosce: Riccardo Gigante. Egli era il sindaco di Fiume e uno dei collaboratori principali di D'Annunzio nell'impresa fiumana, di cui nel 2019 ricorre il centenario. Gigante fu ucciso nel 1945 dai titini e le sue spoglie furono gettate in una fossa in una delle tante località nella zona delle foibe del confine orientale. Sono state ritrovate le sue presunte spoglie qualche tempo fa, per l'impegno delle associazioni degli istriani, degli esuli e dei fiumani, a Castua, a 12 chilometri da Fiume. Queste associazioni si sono rivolte a me, in quanto parlamentare, perché si potesse capire se quelle spoglie potessero essere davvero quelle del senatore Gigante. A questa attività di ricerca delle spoglie avevano collaborato le Forze armate (alcune erano anche di militari) e l'altro ieri il capo di stato maggiore delle Forze armate Vecciarelli, che voglio ringraziare anche in questa occasione, ha detto che le spoglie ritrovate erano alcune degli appartenenti ai carabinieri uccisi con il senatore Gigante e alcune del senatore stesso. I suoi resti saranno portati al Vittoriale, dove era già prevista da tempo la sua sepoltura.

Perché racconto questa cosa? Perché questa vicenda messa sui social ha ottenuto scarsa attenzione e pochi click. Eppure è una storia importante: si tratta di una persona uccisa ingiustamente nel 1945, un protagonista - lo si può giudicare come si vuole - di momenti della storia europea con la vicenda fiumana e D'Annunzio. È, comunque, storia del secolo scorso, la metti in rete e ha un interesse modesto. Io l'ho messa apposta; i miei collaboratori dicevano che non l'avrebbe guardata nessuno, ma a me non importa: va messa, perché è una testimonianza e un racconto. Quando metto che mangio la pizza o altre cose - lo faccio anch'io ogni tanto - i like esplodono; se urlo un po' di più sull'immigrazione, anche lì andiamo bene. Voglio dire che i meccanismi dei social sono importanti, ma non decisivi: se dicessimo: «cacciamo tutti i parlamentari», avremmo molto più successo che proponendo di ridurli di un terzo.

Oggi sul problema dei social network è intervenuto Giulio Mogol, il presidente della SIAE, denunciando - mi rivolgo, in proposito, ai membri del Governo - la mancata tassazione dei giganti del web, che saccheggiano il diritto d'autore. La SIAE si preoccupa, perché gli autori musicali, gli editori dei giornali, il cinema, che è in crisi, la cultura e il sapere, creatività che pure va remunerata, sono saccheggiati dai giganti del web. L'Unione europea ha emanato una direttiva e il Governo italiano si è schierato contro quella direttiva, perché voi volete cedere sovranità dal Parlamento ai giganti della rete, che rubano il diritto d'autore, rubano democrazia e che ci inducono tutti a fotografarci con la pizza o con la nutella perché fa simpatia, cosa che io a volte faccio provocatoriamente. (Applausi dal Gruppo FI-BP).

Mi rendo conto della impopolarità della difesa del Parlamento in quanto tale. Potrei aggiungere argomenti che alcuni colleghi hanno introdotto. Noi, come Forza Italia e come centrodestra abbiamo portato avanti una riforma globale, poi, le vicende delle riforme globali sono state sfortunate, sia quando l'abbiamo fatta noi, alcuni anni fa (il referendum confermativo la bocciò), sia quando ci ha provato il centrosinistra (è stata bocciata anche quella) e si riformavano il Governo, il Parlamento, il CNEL e quant'altro. Probabilmente è complicato far viaggiare un treno con molti vagoni, ma qui passa un vagone solo con intenti punitivi e anche di mutilazione della rappresentanza: in alcune Regioni ci vorrà il 12 per cento per essere rappresentati. Quindi, si uccidono democrazia e rappresentatività.

Il tema sono i costi? Giorni fa ho incontrato un operatore di energia alternativa che diceva che solo la coibentazione e un uso più corretto degli immobili, con i relativi problemi di rigenerazione urbana, genererebbero risparmi nei costi dell'energia, anche da parte delle strutture pubbliche: altro che riduzione dei parlamentari! Il problema sono i costi? Riduciamo i costi. Teniamo il Parlamento come è, riducendo di un terzo i costi.

Io faccio il militante politico sin da ragazzo e sto in Parlamento da molto tempo, ma non sono sceso in politica per fare il deputato, il senatore o altre cose. Non ho il problema della remunerazione.

Mi considero un cittadino fortunato per i tanti mandati elettorali con le preferenze, con i collegi, con le liste bloccate, in tutti i modi, al Parlamento europeo, presso i consigli comunali: i sistemi elettorali possono mutare.

Io credo che oggi siamo di fronte a una compressione della rappresentanza senza introdurre elementi veri di democrazia diretta. Vengo da una tradizione politica che si è battuta per l'elezione del sindaco quando era considerato un sacrilegio, poi per l'elezione del Presidente della Repubblica, di un Capo di Governo: quella è democrazia diretta, non il combinato disposto truffaldino di referendum e della Rete che prima è stato descritto da alcuni colleghi.

Io non temo un riequilibrio tra democrazia parlamentare e democrazia diretta, ma penso a una democrazia diretta vera e trasparente, non quella tipo piattaforma Rousseau o giganti della rete! (Applausi dal Gruppo FI-BP).

Poi mi viene un dubbio: non si vogliono tassare i giganti della rete e si vuole continuare il saccheggio del diritto d'autore, poi sono quei giganti della rete con cui si gioca un po' all'esercizio della democrazia. Io non contesto a nessuno il diritto di affidarsi alla piattaforma XY per le decisioni del proprio partito, però quando queste si riversano sulle istituzioni (perché indirizzano voti parlamentari e l'approvazione di leggi) mi chiedo quale sia la trasparenza, quali le garanzie.

Il Parlamento, bello o brutto, grande o piccolo, è comunque frutto di un sistema elettorale, di una partecipazione di cittadini.

Le leggi elettorali le abbiamo cambiate, ne abbiamo adottate di tutti i tipi, non ce n'è una perfetta, cari colleghi, altrimenti un Paese l'avrebbe copiata dall'altro: se ci sono le preferenze c'è il rischio della rincorsa ai soldi e del voto di scambio; togliendo le preferenze il cittadino non conta. Ogni legge elettorale ha un vulnus, un punto debole, così come i collegi e le primarie. Ogni volta che si fanno le primarie (attualmente ne discutiamo anche nel nostro partito) arriva il giornalista che ci spiega come ha votato in dieci gazebo alle consultazioni di questo o di quel partito.

Noi difendiamo un concetto di rappresentatività, non la casta. Lo so che se dicessi di essere qui per abolire tutti i parlamentari, all'esterno avrei 50.000 click, mentre se parlo del senatore Riccardo Gigante o di altre cose probabilmente c'è disinteresse, ma la vita politica e quella nelle istituzioni è fatta di vari argomenti.

Noi riteniamo sbagliata questa riforma parziale che comprime la libertà e riduce la rappresentatività senza aggiungere democrazia diretta presidenzialista, vera. Io non voglio delegare a Bezos, a Zuckerberg o ad altri la decisione sulla democrazia di un Paese, perché se uno vale uno, quelli valgono molto, non pagano tasse. (Applausi dal Gruppo FI-BP). Ho letto che uno di costoro ha divorziato e ha dovuto dare alla moglie (beata lei) 38 miliardi di dollari. (Commenti della senatrice Papatheu). Si tratta di Bezos (la senatrice Papatheu mi ha soccorso): beata lei, ne avrà diritto, avrà contribuito a formare quella ricchezza, ma forse devono dare un po' di soldi a tutti i Governi che non li hanno tassati e forse quei soldi glieli danno, in qualche altra maniera. (Applausi dal Gruppo FI-BP).

Noi siamo di fronte a una discussione non su quanti senatori e deputati ci sono, ma su cos'è la democrazia, sull'equilibrio tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa, sul presidenzialismo che, cari colleghi di Fratelli d'Italia, è stato cancellato da questo dibattito, perché chi governa oggi non vuole la vera democrazia diretta col voto del popolo, dei cittadini. (Applausi dal Gruppo FI-BP).

Io non voglio né la piattaforma Rousseau e neanche la piattaforma Berlusconi, se ci fosse per ipotesi; voglio quella con i cittadini veri che votano. Poi eleggeranno 400 o 600, o 48 rappresentanti. Non fate paragoni con gli Stati Uniti che hanno 100 senatori, perché facendo il conto di tutte le assemblee negli Stati americani sono migliaia e migliaia di eletti. Se volete adottare il modello americano, facciamolo: faremo un Senato con 100 rappresentanti, poi dovremo fare tutto il resto.

Noi riteniamo che ci sia un vulnus in questa riforma, perché si fa questo intervento senza tutto il resto, cioè senza il presidenzialismo, una trasparenza nei meccanismi della rete, una tassazione del web.

Mi rendo conto di avere accostato argomenti diversi (dal senatore Riccardo Gigante al divorzio di Bezos), ma stiamo parlando della democrazia, della libertà, della rappresentatività. Non siamo a difendere noi stessi o un numero pletorico di parlamentari, ma a dire che questa è una truffa. È come il post con la pizza: fatevelo il post con la pizza, noi facciamo un'altra cosa. (Applausi dal Gruppo FI-BP. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Parrini. Ne ha facoltà.

PARRINI (PD). Signor Presidente, noi pensiamo che una domanda di fondo sovrasti questa discussione, la seguente: la riduzione del numero dei parlamentari che ci viene proposta è stata concepita per migliorare il funzionamento del Parlamento o piuttosto è stata concepita per svuotare e mortificare il Parlamento? Noi pensiamo che sia questa la domanda di fronte alla quale ci troviamo e ovviamente la risposta che diamo è che questa riforma è stata concepita nel massimo disinteresse per come il Parlamento funzionerà con la sua attuazione e con la pervicace volontà di dare dei colpi di piccone alla dignità e alle prerogative delle Camere.

Se non fosse vero questo, sarebbero avvenute due cose sul piano del merito e del metodo. Sul piano del merito, per esempio, sarebbero stati accolti i nostri emendamenti, dei quali parlerò più avanti; emendamenti circostanziati, che partivano dall'accettazione di buona parte delle proposte che la maggioranza faceva e che cercavano di renderle sensate. Ricorderete tuttavia che i nostri emendamenti non soltanto non sono stati accettati, ma, con un atto che ancora ci brucia, sono stati dichiarati inammissibili (secondo quale criterio ancora non abbiamo capito bene). Ci è stato impedito perfino di discuterne.

Sul piano del metodo, se la volontà fosse stata quella di migliorare insieme il modo in cui il Parlamento funziona e di ridurre i suoi costi, sarebbe stata accettata la nostra proposta, avanzata nell'ultima Conferenza dei Capigruppo, di discutere di questa riforma insieme alle altre riforme costituzionali che sono all'esame del Parlamento, in una seduta complessiva che avesse ad oggetto l'ordinamento del nostro Stato e i cambiamenti che si possono portare alla Costituzione. Ma è stato deciso di dire «no» anche a questa proposta, perché ovviamente l'attuale maggioranza non ha in mente di fare una riforma: ha congegnato la fabbricazione di uno spot, l'ennesimo spot che serve a confondere le idee degli italiani e a inviare all'opinione pubblica messaggi distorti.

Noi siamo convinti, come dicevo, che ci sia un disegno di mortificazione del Parlamento in atto, che si nutre della volontà di aggredire le regole poste a tutela delle minoranze, i contropoteri, le autorità indipendenti. Del resto, che interesse può avere per la salvaguardia della democrazia liberale, rappresentativa, parlamentare, per esempio, chi, come il Capo effettivo di questo Governo, che è anche Capo della Lega, quotidianamente si esercita nell'aggressione alla separazione dei poteri? Lo fa aggredendo i parlamentari di minoranza, perché mettono in scena una protesta a lui sgradita, pretendendo di interferire nelle decisioni della magistratura sulla restrizione della libertà personale oppure ignorando le sentenze che obbligano il suo partito a restituire 49 milioni di euro che sono stati rubati agli italiani. Noi vediamo una quotidiana opera di attacco alla democrazia rappresentativa da parte di chi ha le chiavi di questo Governo e quindi non ci stupiamo che ci sia il massimo disinteresse per la riforma del Parlamento e il massimo di interesse per l'attacco al Parlamento.

E capiamo anche che ben poco interesse alla riforma del Parlamento ha l'altro Capo politico di questo Governo, molto subordinato rispetto al primo, il quale, senza nessun imbarazzo, ha avallato, propiziato e promosso l'asservimento antidemocratico di interi Gruppi parlamentari a una Srl che ha un funzionamento opaco e oscuro.

Noi avevamo visto, nella storia di questo Paese, le aziende che si prestavano ad essere ramo politico di un partito, ci restava da vedere i partiti che diventano rami politici di aziende: con il MoVimento 5 Stelle abbiamo visto anche questo spettacolo. (Applausi dal Gruppo PD).

È evidente che chi coltiva il progetto di una democrazia senza equilibri, coltiva un progetto di fatto autoritario: le cose vanno chiamate con il loro nome e noi non abbiamo paura di farlo. Ho ascoltato quello che ha detto in questi giorni il ministro Fraccaro, che saluto e ringrazio per la sua presenza, ho ascoltato quello che hanno detto alcuni esponenti della maggioranza: ci è stato detto, per esempio, che si sta pensando, con questa riforma, al miglioramento dell'efficienza e della produttività del Parlamento. Ma scusate, com'è possibile sostenere che si pensa a migliorare l'efficienza e la produttività del Parlamento se si rifiuta ogni proposta della minoranza, nostra e di altri partiti, di riformare il bicameralismo paritario? Non è serio dire questo, visto il comportamento parlamentare che si è messo in atto.

Si è detto che si pensa a ridurre i costi. Attenzione: tutte le nostre proposte partivano dal presupposto di accettare un numero complessivo di parlamentari come quello che la maggioranza propone, ma calavano la riduzione del numero dei parlamentari in un insieme di interventi seri. Voglio ricordare le proposte che abbiamo fatto: per esempio, abbiamo detto di portare a 400 i deputati e a 200 i senatori ma differenziando le funzioni tra le due Camere, facendo intervenire i presidenti di Regione alle sedute del Senato quando il Senato doveva occuparsi di materie relative all'ordinamento e al funzionamento degli enti territoriali. Abbiamo proposto, in alternativa, la differenziazione delle funzioni, nel senso di dare soltanto alla Camera potere fiduciario. Abbiamo proposto alla Camera - lo hanno fatto i nostri rappresentanti - l'ipotesi del passaggio ad un sistema monocamerale, con una sola camera legislativa di 500 membri, quindi addirittura meno di quelli che avremo dopo questa riforma, e la trasformazione del Senato in Camera delle autonomie, con rappresentanti scelti dalle Regioni. Nessuna di queste proposte è stata accettata perché anche sul piano dei costi non siete credibili.

Poi, scusate, come potete parlarci di preoccupazione per i costi voi? Se foste davvero preoccupati per i costi, cerchereste di ridurre non il numero dei parlamentari ma il numero dei vostri esponenti che, con dichiarazioni in libertà sui mini-BOT, sull'opportunità di portare il debito pubblico al 200 per cento del PIL oppure sull'opportunità di uscire dall'euro, ci fanno pagare ogni anno miliardi di euro in più di interessi sul debito pubblico. (Applausi dal Gruppo PD).

Se vi interessassero davvero i costi, dovreste intervenire sulla riduzione dei costi delle parole in libertà, che è la vera questione grave che oggi pesa sul nostro bilancio pubblico. Infatti, se riduceste le parole in libertà si risparmierebbero dieci volte più soldi di quelli che si risparmieranno in vent'anni con la riduzione del numero dei parlamentari. Ma non è questo che vi interessa.

Ecco, io penso che ci si trovi, per le ragioni dette, non soltanto di fronte ad un atto pericoloso ma anche di fronte ad un pastrocchio. L'atto è pericoloso anche perché ho letto una dichiarazione del ministro Fraccaro che diceva che con meno poltrone ci sarà più democrazia: se il problema fosse stato quello di dare più democrazia, si sarebbe fatto ciò che si è fatto, per esempio, in termini di mortificazione delle piccole Regioni di questo Paese, che si ritroveranno così compresse nella rappresentanza da non avere, in un Senato con pieni poteri legislativi, nessun rappresentante dell'opposizione? (Applausi dal Gruppo PD).

Se si fosse avuto riguardo per la democrazia si sarebbe rimasti sordi com'è accaduto alle obiezioni e considerazioni che sono venute dai rappresentanti degli italiani all'estero? Se si fosse stati attenti alla democrazia si sarebbe accettata la deformazione del collegio che elegge il Presidente della Repubblica che invece così avremo?

Non c'è stata alcuna attenzione alla democrazia. E non è vero che, con meno poltrone, c'è più democrazia, perché dipende da come si fa l'intervento e in questo caso lo si è fatto in maniera sconsiderata, superficiale e improvvisata, secondo gli stessi principi che abbiamo visto operare, per esempio, nella riforma costituzionale che introduce il referendum propositivo. La esamineremo probabilmente tra poche settimane e vedremo come, con quella riforma, si aggrediscono le prerogative del Presidente della Repubblica cancellandone il potere di rinvio delle leggi, si svuota il referendum abrogativo, si svuotano le prerogative del Parlamento, si possono organizzare referendum senza capo né coda su leggi di spesa, tributarie, penali e riguardanti i trattati internazionali, cioè si dà un colpo di mazza alla democrazia parlamentare e costituzionale in Italia. Sono due tasselli dello stesso disegno.

Faccio soltanto un esempio del più grande pastrocchio che si fa. Questo disegno di legge si connette ad una riforma della nostra legge elettorale, per renderla immediatamente applicabile anche in caso di elezioni a ravvicinatissima scadenza. Avremo quindi una legge elettorale con collegi uninominali che, per esempio, nel caso del Friuli-Venezia Giulia saranno grandi 1,2 milioni di abitanti. Attenzione per la democrazia? Quando si rendono le campagne elettorali più costose e si allontanano gli eletti dagli elettori in misura così grave e clamorosa, si ha disprezzo per la democrazia, non attenzione. (Applausi dal Gruppo PD).

Infine, esprimo due speranze.

PRESIDENTE. La invito a concludere, senatore Parrini.

PARRINI (PD). Le chiedo altri due minuti, signor Presidente, per esprimere due speranze, anche considerando che questo è l'unico intervento del nostro Gruppo perché abbiamo voluto significare la nostra irritazione e il nostro disagio per non aver avuto accettazione della nostra proposta di una sessione unica.

La prima speranza che esprimo è la seguente: tutto quello che ho raccontato finora si sta svolgendo nel silenzio quasi assoluto di gran parte della comunità degli studiosi, dei giuristi e degli accademici del nostro Paese, che in altri tempi ricordo essere stati molto più loquaci. (Applausi dal Gruppo PD). Io spero che questo silenzio cessi e che si ritrovi, anche da parte di queste persone (al cui parere siamo sempre molto attenti), una maggiore capacità di incidere nel dibattito che sta avvenendo su questi temi di così scottante rilevanza e attualità, perché, poi, non passa una seconda volta l'occasione di impedire che un attacco di questo tipo arrivi fino in fondo.

La seconda speranza che esprimo - ed è l'ultimo punto del mio intervento - riguarda i parlamentari della maggioranza di diritto e anche della maggioranza di fatto che da oggi dobbiamo salutare, perché non è più giallo-verde ma giallo-verde-nero. Ecco, molti di voi sono entrati in Parlamento con alti e bei propositi; ma davvero, di fronte a tutto quello che sta avvenendo, è cosa conforme alla vostra dignità e al vostro ruolo accettare di fare da camerieri in un banchetto così indecoroso? Non è conveniente per voi, per il Parlamento e per il Paese, che troviate la forza di ribellarvi a questa operazione? Non abbiamo segni che questo sia per avvenire, però manca ancora una lettura; molta acqua deve passare ancora sotto i ponti.

Ci auguriamo che lo stesso allarme per gli equilibri della democrazia rappresentativa, che noi proviamo e che in questa sede abbiamo cercato di esprimere col massimo della compostezza, ma anche con molta accoratezza, possa entrare nei vostri animi e albergarvi per il tempo sufficiente a farvi fare la scelta giusta. Per il momento, stiamo vedendo una serie di scelte sbagliate. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Laniece. Ne ha facoltà.

LANIECE (Aut (SVP-PATT, UV)). Signor Presidente, anche il nostro Gruppo vuole dare un breve contributo a questo dibattito importante, a questo passaggio di modifica della Costituzione. Anche in questa legislatura è emersa la necessità di mettere mano alla nostra Carta costituzionale per modificare l'assetto delle due Camere, del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati.

Effettivamente, non si tratta di una variazione strutturale del funzionamento parlamentare, ma di una semplice riduzione, un taglio lineare, del numero dei parlamentari, quindi dei senatori e dei deputati. Si intende, cioè, come è stato ricordato, ridurre da 630 a 400 i deputati e da 315 a 200 i senatori.

Dal punto di vista di una piccola realtà alpina di confine come la mia e come quella dei colleghi del Südtirol, della Provincia autonoma di Bolzano, questa modifica numerica non va a toccare la rappresentanza dei nostri territori e quindi abbiamo sicuramente la garanzia di avere una giusta presenza in Parlamento, anche in considerazione del fatto che noi rappresentiamo minoranze linguistiche che sono tutelate dall'articolo 6 della Costituzione. Tuttavia, se guardiamo fuori dai nostri confini regionali, questo taglio lineare del numero dei parlamentari effettivamente - l'abbiamo sentito in più interventi - potrebbe determinare una sottorappresentanza in alcuni territori e potrebbe svelare non sufficienti garanzie di rappresentanza e noi siamo qui anche a sostenere con forza le ragioni della minoranza slovena, che effettivamente viene a trovarsi sottorappresentata e forse non rappresentata con questa possibile modifica. Speriamo quindi che la maggioranza stia attenta anche a questa particolare porzione del nostro territorio, che è rappresentativa di una minoranza linguistica importante.

La riduzione del numero di parlamentari è sicuramente uno dei punti programmatici con cui tutte le forze politiche, compresa quella di noi autonomisti, si sono presentate alle elezioni e non solo a queste ultime. Anche noi evidenziamo la necessità di promuovere una razionalizzazione dei costi della politica, e di per sé l'idea non è sbagliata, ma condivisibile. Tuttavia, una riduzione del numero dei parlamentari, slegata da una vera e propria riforma del funzionamento del Senato e della Camera, come il superamento del bicameralismo perfetto, rischia di far nascere zoppa la riforma. Noi non vogliamo, oltretutto, abbandonare l'idea di assegnare funzioni diverse alle due Camere e pensare, ad esempio, ad un Senato della rappresentanza dei territori, un Senato delle Regioni e delle autonomie, per tendere ad una vera riforma di questo Paese, che per noi, per me, che appartengo a un movimento autonomista e federalista storico come l'Union Valdôtaine, e per i colleghi del Südtirol, che appartengono a un'altra forza storica quale la Südtiroler Volkspartei, questa riforma non può che essere il federalismo, tema purtroppo - mi rivolgo all'altra parte dell'Emiciclo - raffreddato. Spero che ci sia la voglia di ritornare su questo tema importante, un modello che, per noi, potrebbe dare una vera dignità a tutti i territori di questo Stato, in uno spirito di responsabilità nella gestione delle risorse e, nello stesso tempo, di una vera sussidiarietà verticale, che potrebbe rappresentare veramente l'alternativa ad un modello di Stato che bascula tra il centralismo e un regionalismo mai convinto, modello che sta con queste incertezze, rendendo appunto incerto l'assetto del nostro Paese e rallentandone un reale rilancio.

Il nostro giudizio su questo provvedimento è quindi un giudizio, tutto sommato, di condivisione, sebbene lo riteniamo ancora insufficiente per dare al nostro Paese una veste costituzionale più moderna e più efficace. (Applausi dai Gruppi Aut (SVP-PATT, UV) e PD).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Rojc. Ne ha facoltà.

ROJC (PD). Signor Presidente, onorevoli senatori, ritengo di grande importanza richiamare ancora una volta l'attenzione di quest'Assemblea sull'impatto della modifica costituzionale che il Senato si trova a discutere in seconda lettura.

Nel giro di pochi mesi sono stati modificati delicati equilibri che il saggio legislatore costituente aveva saputo costruire nello scenario critico del Dopoguerra.

La questione, più volte evidenziata, della rappresentanza politica della minoranza nazionale autoctona di lingua slovena che insiste nella Regione a Statuto speciale del Friuli-Venezia Giulia è molto seria e grave e ringrazio i senatori Parrini e Laniece per averla ricordata. Il legislatore costituente aveva sapientemente ritenuto di proteggere questa realtà. Voi volete schiacciarla: avete tentato con la stampa e ora volete toglierci il diritto di tribuna. Il riconoscimento dell'autonomia speciale, da una parte, e, dall'altra, l'inclusione di tale principio tra quelli fondamentali della Repubblica sono espressi, come già ricordato, nell'articolo 6 della Costituzione, in base al quale «la Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche». Si tratta di un impegno, un impegno programmatico che ha portato all'adozione di misure positive di protezione negli Statuti speciali e nelle leggi di attuazione della Costituzione, come la legge 23 febbraio 2001, n. 38 per gli sloveni.

L'approvazione delle modifiche costituzionali, con la riduzione di un terzo del numero dei parlamentari, è tale da comprimere le forme di tutela della minoranza slovena e non solo e vorrei parlare anche a nome del senatore Cucca, per la Regione Sardegna. Con la modifica proposta verrebbe sostanzialmente a mancare completamente il presupposto per consentire agli sloveni in Italia di partecipare in forma libera e autonoma alle competizioni elettorali e concorrere, in ossequio ai principi costituzionali, a eleggere un rappresentante in Parlamento.

Onorevoli colleghi, a questo punto l'unico atteggiamento responsabile è fermare questa riforma, che peraltro, a mio avviso, travalica i limiti del procedimento di revisione costituzionale, incidendo su quel nucleo duro di principi costituzionali sanciti dai principi fondamentali dell'ordinamento costituzionale. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vitali. Ne ha facoltà.

VITALI (FI-BP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Ministro, sono pervaso da due sentimenti. Sono arrabbiato e deluso. Uso il termine ortodosso «arrabbiato» per rispetto a quest'Assemblea, nonostante esso non renda effettivamente il mio stato d'animo. Ci troviamo però nell'Aula del Senato della Repubblica e, quindi, va bene così.

Si sta perdendo una grande occasione, quella di porre mano, in maniera chirurgica ma efficace ed efficiente, alla nostra Costituzione. Nel Parlamento c'è un movimento, oggi al Governo, che fa del taglio dei costi della politica un cavallo di battaglia. Vi è poi il Gruppo Forza Italia, che già nel 2005 ha dimostrato di essere assolutamente consapevole della necessità di un adeguamento numerico della rappresentanza parlamentare, ma non isolatamente con un taglio del numero dei parlamentari, bensì con un sistema che rendesse agevole, snello ed efficace il processo legislativo. C'è poi una forza di opposizione, il Partito Democratico, che pure nella sua riforma costituzionale, bocciata come la nostra dal corpo elettorale, aveva previsto il taglio del numero dei parlamentari.

Quale miglior modo, allora, per fare della nostra istituzione, in maniera chirurgica e necessaria, un organismo adeguato ai tempi, se non quello di varare una riforma che si facesse carico di questa necessità? Lo abbiamo detto in sede di prima lettura in Commissione, quando, alla richiesta del Presidente di calendarizzare questo disegno di legge costituzionale, tutti i Gruppi hanno dato il loro assenso. Abbiamo quindi dato prova di disponibilità a portare avanti questo progetto.

Con il massimo rispetto e la stima che nutro nei confronti del presidente Calderoli, devo dire che mi sembra veramente inconsistente la motivazione secondo la quale, poiché sono stati fatti due disegni complessivi di riforma costituzionale, poi bocciati dal corpo elettorale, si preferisce farli a spizzichi e bocconi.

Non è così che funzionano le istituzioni né un Parlamento che abbia il senso di responsabilità di fare leggi che servano e soprattutto modifichino la Costituzione in senso progressivo e moderno, e non soltanto per rispondere ad un'esigenza elettorale.

Sono arrabbiato, quindi, perché si è persa una grande occasione, nella quale forse tutto questo Parlamento avrebbe potuto dare un contributo reale e concreto e, una volta tanto, avrebbero vinto le istituzioni e il Paese.

Sono anche deluso dai colleghi della Lega, che con noi hanno condiviso un percorso di riforma costituzionale, che non poteva e non può limitarsi soltanto alla riduzione dei parlamentari, ma che deve porsi anche il problema della forma di Governo, di una legge elettorale che garantisca la rappresentatività territoriale e di non sbilanciare il corpo elettorale, per esempio nell'elezione del Presidente della Repubblica.

Gli amici della Lega hanno fatto con noi un percorso di riforma costituzionale che si è concluso con un disegno di legge complessivo, per il quale non ci siamo posti il problema di tagliare, puramente e semplicemente per ridurre i costi della politica. Ci siamo invece posti il problema di come garantire una reale rappresentatività, perché in una democrazia rappresentativa la questione fondamentale non sono i costi, ma la rappresentanza del corpo elettorale, che non tenete assolutamente in considerazione.

Se facciamo il paio con l'altra riforma costituzionale, quella del referendum propositivo che pure avete portato avanti a spizzichi e bocconi, ci rendiamo conto che il vostro disegno è quello di distruggere il Parlamento e la rappresentatività del popolo italiano! (Applausi dai Gruppi FI-BP e PD).

Abrogate il Parlamento, allora, se ne avete il coraggio e attuate una forma di democrazia diretta: la nostra Costituzione è un mix di rappresentanza e partecipazione diretta, ma la state mortificando e stuprando, rendendola inapplicabile, e di questo, un giorno, pagherete il conto politico.

Cosa vi avevamo detto in sede di prima lettura? Vi avevamo dato la disponibilità e abbiamo votato convintamente a favore, per evitare che un'esigenza che anche Forza Italia in tempo non sospetto aveva sostenuto e portato avanti diventasse il risultato di un'altra forza politica; vi avevamo fatto però un'apertura di credito, ma non vi avevamo detto, di cambiare tutta la Costituzione.

In parte quello che ha detto è condivisibile, presidente Calderoli, ma non totalmente: vi avevamo chiesto di fare due o tre interventi che non rendessero inutile il taglio dei parlamentari. Il primo è sulla legge elettorale: nel 2005, quando abbiamo ridotto il numero dei parlamentari, abbiamo fatto un ragionamento inverso al vostro; ci siamo chiesti quale fosse la rappresentanza da garantire sul territorio e, su quella rappresentanza minima, abbiamo parametrato il numero dei parlamentari (per questo siamo arrivati a 518 deputati e 252 senatori).

Non l'avete fatto né avete posto rimedio ad una legge elettorale che, così com'è, squilibra e non garantisce la rappresentanza. Non è vero, come pure ho sentito dire anche da qualche collega di Gruppo, che a quella percentuale numerica corrisponde quella dei parlamentari. Faccio il caso delle elezioni al Senato, dove la ripartizione è regionale: con la legge elettorale che avete applicato e modificato, rendendola attuabile anche a questa riforma, per potervi avere un rappresentante a volte ci vorrà anche il 10 per cento; altro che proporzione, violate il principio di rappresentatività.

Si può allora liquidare e archiviare tutto, sostenendo che è un'esigenza di taglio dei costi e di economia? Sì, probabilmente si risparmieranno 40-50 milioni di euro, ma non ci rendiamo conto delle spese necessarie per adeguare la macchina legislativa e del fatto che i costi, invece che diminuire, potrebbero lievitare? Non ci rendiamo altresì conto che aumenta il rapporto eletto-elettore, prevedendo per un rappresentante della Camera dei deputati 150.000 elettori e per uno del Senato 300.000? Questo non comporta un costo notevole in campagna elettorale? Vorrei chiedere agli amici della Lega, che fanno del contatto diretto con il territorio e con gli elettori un cavallo di battaglia, come giustificheranno ai loro rappresentati che non ci sarà più la possibilità di raggiungere in tempi rapidi un parlamentare e di averne la presenza nonché di aver violato il rapporto tra eletto ed elettore.

Per quanto riguarda i minori costi, riducendo semplicemente il numero dei parlamentari si produce efficienza? Credo di no, perché essa dovrà essere valutata dai futuri regolamenti, che dovranno adeguare tale riduzione.

Riducete inoltre il numero dei parlamentari senza porre mano al bicameralismo perfetto: cosa ci sarebbe voluto, presidente Calderoli, per predisporre un altro disegno di legge costituzionale che prevedesse la potestà legislativa della Camera e non del Senato o l'abrogazione del Senato, lasciando invariato il numero dei parlamentari alla Camera, o ancora competenze differenziate per Camera e Senato? Non l'avete fatto, quindi anche la nostra disponibilità e la nostra apertura di credito sono state violate.

Il provvedimento al nostro esame non è una riforma costituzionale che renderà giustizia, ma fa parte di un disegno che mi verrebbe da definire criminoso, insieme a quello che sta bollendo in pentola e di cui probabilmente ci occuperemo nei prossimi giorni e al quale ci opporremo con tutte le nostre forze. Per il nostro senso di responsabilità avremo l'onere di spiegare ai cittadini che ciò che oggi state commettendo non è una riforma costituzionale, ma una truffa al diritto democratico di rappresentanza e una violazione del Parlamento e delle Istituzioni.

Vi abbiamo avvisato e messo sulla strada per poterci ripensare: siete ancora in tempo per farlo, fatelo; diversamente, assumetevi tutte le responsabilità. (Applausi dal Gruppo FI-BP).

MALAN (FI-BP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MALAN (FI-BP). Signor Presidente, ai sensi dell'articolo 99 del Regolamento, chiedo la chiusura anticipata della discussione generale e il passaggio alle dichiarazioni di voto e al voto finale.

A quanto pare, c'è una forte determinazione da parte della maggioranza di votare e si sostiene la necessità del provvedimento, dunque non ci sono ragioni per aspettare fino a domani e perdere inutilmente un pomeriggio. Visto che dobbiamo andare verso queste magnifiche e progressive sorti, andiamoci subito: sarete sicuramente tutti pronti, quindi passiamo subito al voto. Conto di avere l'apporto soprattutto della maggioranza, anche se forse qualcuno dell'opposizione non sarà d'accordo, e il parere favorevole del Governo, autorevolmente rappresentato dal ministro Fraccaro. (Applausi dal Gruppo FI-BP).

MARCUCCI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MARCUCCI (PD). Signor Presidente, ci associamo alla richiesta pervenuta dal Gruppo Forza Italia di passare immediatamente alla fase di voto finale.

DE PETRIS (Misto-LeU). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DE PETRIS (Misto-LeU). Signor Presidente, ieri ha assistito alla riunione e alla discussione dei Capigruppo. Avevamo fatto una proposta diversa che, a nostro avviso, aveva più senso; ossia una sessione dedicata, affrontando il provvedimento insieme a quello sul referendum.

Le cose sono andate diversamente, però, a questo punto, credo che sarebbe del tutto inutile stare qui tutto il pomeriggio senza utilizzare il tempo a nostra disposizione in Aula. A nostro avviso quindi si può chiudere la discussione generale e passare subito alle dichiarazioni di voto.

PRESIDENTE. Se non ci sono altri interventi, la situazione al momento è la seguente: dal punto di vista de facto, manca un ultimo intervento alla chiusura della discussione; dal punto di vista regolamentare, vi è la richiesta avanzata dal senatore Malan ai sensi dell'articolo 99, della quale non posso condividere la sua interpretazione, perché al comma 3 si fa menzione del caso in cui «la discussione generale non sia stata limitata nel tempo o i limiti siano stati superati», ma alla Conferenza dei Capigruppo si è comunque inteso limitarla, nel senso di esaurirla nella giornata di oggi; diversa è la richiesta del presidente Marcucci di passare comunque al voto: in questo caso, sarebbe necessaria perlomeno una convocazione della Conferenza dei Capigruppo per assumere una decisione, perché in quella sede si era deciso di votare domani.

MALAN (FI-BP). Il Regolamento non serve, allora.

PRESIDENTE. Il Regolamento serve.

MALAN (FI-BP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Le sto per dare nuovamente la parola, comunque può non condividere l'interpretazione, che però è quella che dà la Presidenza. Ne ha facoltà.

MALAN (FI-BP). Mi faccia intervenire, visto che ancora sono qua; poi, quando saremo stati aboliti, non potremo più parlare.

PRESIDENTE. Sa come la penso anche su questo punto, quindi non forzi l'interpretazione.

MALAN (FI-BP). All'articolo 99 è scritto: «nel caso in cui la discussione non sia stata limitata nel tempo», ma non c'è stata alcuna limitazione nel tempo. C'è qualcuno che ha chiesto di parlare e non ha potuto o che voleva parlare oltre i dieci minuti previsti dal Regolamento? Non vedo alcuna limitazione.

Lei sostiene che sia stata assunta la decisione di votare in una certa data, ma qui applichiamo l'articolo 99 del Regolamento e siamo precisamente in questa condizione. Non c'è l'ombra di una limitazione della discussione generale: non ne ho notizia e non è nel Calendario né nei fatti; chiedo pertanto di votare secondo quanto il Regolamento prescrive all'articolo 99.

PRESIDENTE. Senatore Malan, ovviamente non può andare avanti questo dialogo tra me e lei, ma per chiarire definitivamente la questione all'Assemblea, faccio presente che l'interpretazione che la Presidenza dà dell'articolo 99 non è quella che lei ci ha appena esposto. Era stato stabilito dai Capigruppo che comunque, entro la giornata di oggi, si sarebbe esaurita la discussione generale e in questo senso interpreto che era stato stabilito un limite. (Commenti del senatore Malan). L'ho letto, il Regolamento, e non ho bisogno di rileggerlo: dopodiché, se la richiesta è di passare al voto, bisogna sospendere la seduta. (Il senatore Malan getta una copia del Regolamento del Senato in un cestino. Applausi dal Gruppo FI-BP).

MARCUCCI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MARCUCCI (PD). Signor Presidente, faccio appello alla Presidenza, perché il testo del Regolamento è estremamente chiaro: ci dovrebbe gentilmente comunicare a chi è stato limitato il tempo dell'intervento e chi sono il soggetto, il parlamentare o il Gruppo ai quali è stato impedito di parlare durante la discussione generale; siccome ciò non è avvenuto, questo rispecchia perfettamente il dettame del Regolamento.

Per me va benissimo qualsiasi interpretazione e va benissimo anche una convocazione della Conferenza dei Capigruppo (che però si faccia immediatamente, ma questo è un altro tema). Su questo però sono obbligato, dal punto di vista mio e del mio Gruppo, a dare ragione al senatore Malan.

PRESIDENTE. Ribadisco che, poiché il comma 3 non fa riferimento a un singolo intervento, ma alla disciplina della conduzione dei lavori dell'Assemblea, questa rimane l'interpretazione.

Quanto alla richiesta di passare direttamente al voto, farei prima concludere la discussione generale e concorderei con la Presidenza una convocazione della Conferenza dei Capigruppo, per poi comunicare in seguito come intendiamo procedere.

È iscritto a parlare il senatore Castaldi. Ne ha facoltà.

CASTALDI (M5S). Signor Presidente, mi viene da fare una battuta: servirebbe l'interpretazione giuridica di un avvocato, e ne abbiamo in Senato, come Niccolò Ghedini, che oggi forse è assente, stranamente, visto che si parlava di competenza e rappresentanza territoriale. (Applausi dai Gruppi M5S e L-SP-PSd'Az).

Signor Presidente, signor Ministro, onorevole relatore, domani effettueremo un altro passo molto importante verso un percorso virtuoso che è iniziato con questa legislatura ed è proseguito con la sottoscrizione del contratto di Governo, uno dei punti essenziali del quale è costituito proprio da alcune riforme istituzionali. Al paragrafo 20 di quel contratto è prevista la drastica riduzione del numero dei parlamentari (a 400 deputati e 200 senatori), che aspettiamo da decenni e non intacca in alcun modo il principio supremo della rappresentanza, poiché resterebbe ferma l'elezione diretta a suffragio universale da parte del popolo per entrambi i rami del Parlamento, senza comprometterne le funzioni. In questo modo sarà possibile conseguire anche ingenti riduzioni di spesa.

Nello stesso paragrafo si parla anche di vincolo di mandato, per contrastare il sempre crescente fenomeno del trasformismo, e di previsione di nuovi istituti di democrazia diretta e di rafforzamento di quelli esistenti, senza dimenticare il potenziamento dello strumento dell'iniziativa legislativa popolare. La proposta di cui abbiamo discusso oggi in Aula dev'essere valutata all'interno di questo disegno.

L'idea di ridurre il numero dei parlamentari non è certo nuova. Come sapete tutti, il primo tentativo fu quello della Commissione Bozzi, nel 1983; l'ultimo, quello con cui si voleva rendere quest'Assemblea un ricovero di consiglieri regionali e sindaci caduti in disgrazia, è fallito miseramente nel 2016, nonostante la seria e preoccupante minaccia di ritirarsi dalla politica che avevano avanzato i promotori, forse troppo ottimisti.

Quest'idea, come dicevo, viene da lontano, ma la volontà, illustri colleghi, è altra cosa; come sappiamo bene qui dentro e come sanno meglio di noi i cittadini fuori. L'idea fino a qualche settimana fa era nella mente di tutti, maggioranza e opposizione; poi la volontà, stranamente, è scemata per alcuni (diciamo che è venuta meno); oggi l'appiglio che ho ascoltato e su cui si basano molte critiche al provvedimento è che questo taglio sarebbe un attentato alla democrazia.

Mettiamo in fila un po' di cose, allora. È opportuno o meno un intervento di razionalizzazione della struttura istituzionale? Credo assolutamente di sì. È ora o no di limitare una delle densità parlamentari più alte al mondo? Penso di sì. Diciamocela tutta: sussistono o no limitazioni alla facoltà del legislatore di ridurre drasticamente il numero dei parlamentari? Assolutamente no.

Assodato questo, siamo vicini all'approvazione di una riforma davvero storica, che consentirà al Parlamento di lavorare meglio e in maniera nettamente più efficiente. Con meno parlamentari, si avranno una maggiore accuratezza nella selezione da parte dell'elettorato, una loro maggiore riconoscibilità e quindi indipendenza da interessi particolari, che li renderà capaci di rappresentare al meglio le istanze del Paese. Inoltre, tagliando 345 parlamentari, si otterrà un risparmio di ben 500 milioni di euro per ogni legislatura: sono soldi sottratti ai costi della politica per essere destinati alle necessità sempre crescenti dei cittadini italiani.

Mi spiace molto dover costatare come alcune forze politiche preferiscano fare il contrario di ciò che hanno promesso, a partire dagli amici del Partito Democratico, che in verità si è opposto fin dall'inizio a questa riforma, nonostante prometta il taglio dei parlamentari da tanti anni.

MARCUCCI (PD). Ma non può mica raccontare quello che vuole!

CASTALDI (M5S). Ancora più da biasimare sono il comportamento e la posizione di Forza Italia, che ha votato a favore del testo nelle prime due letture, fino alle elezioni europee (quindi probabilmente per ingannare gli elettori e i cittadini, non so), e ora invece ha deciso di opporvisi; eppure, ha presentato un disegno di legge del senatore Quagliariello che propone esattamente quello che vogliamo fare noi oggi; portando la Camera a 400 deputati e il Senato a 200 senatori.

In 1a Commissione, ai cui lavori in parte ho partecipato, ho ascoltato - con interesse e rispetto, che mi auguro reciproci - il valido senatore Pagano, il quale ha affermato che il disegno di legge costituzionale in esame non intende migliorare la qualità e la speditezza dell'attività legislativa, quanto piuttosto sostenere o addirittura alimentare con finalità demagogiche il sentimento dell'antipolitica. Ha poi aggiunto che potrebbe addirittura produrre effetti distorsivi sotto il profilo della rappresentanza democratica, comportare campagne elettorali molto dispendiose e alimentare il rischio di fenomeni di voto di scambio.

Vorrei chiederle, senatore Pagano, se produce più effetti distorsivi sotto il profilo della rappresentanza democratica la nostra riforma o, ad esempio, far eleggere alla Camera, nei collegi del nostro Abruzzo - nello specifico in quelli di Pescara, Chieti e Vasto, che ricomprendono la Costa dei trabocchi - un paracadutato dell'entroterra campano dal nome Gianfranco Rotondi da Avellino, che credo notoriamente non abbia alcun legame con l'Abruzzo; poi, se ci penso bene, il legame ce l'ha, quando bisogna fare le liste regionali (quello è il legame che ha Rotondi con il nostro Abruzzo).

Può darsi che questa mia affermazione sia errata, ma posso continuare. Ad esempio, trovo alcune difficoltà a riscontrare legami con la nostra Regione e il collegio in cui è stato eletto anche per l'esimio senatore Quagliariello, eletto in Abruzzo.

Anche dall'altra parte, nel Partito Democratico - perché si tratta di una pratica bipartisan - chiederei ad alcuni abruzzesi se hanno avuto modo di verificare, conoscere e parlare con il deputato Yoram Gutgeld, nato a Tel Aviv e residente a Milano.

Molto avrei da dire anche sui trasformismi: abbiamo un caso in Abruzzo, quello dell'ex sottosegretario ed ex senatrice Chiavaroli, eletta con il centrodestra, candidata e non eletta, questa volta, con il centrosinistra.

Questo è solo quanto accade in Abruzzo; ma non so cosa succeda nelle altre Regioni.

Non vorrei nemmeno utilizzare assist a porta vuota di casi noti a tutto il territorio nazionale. Ce n'è uno, che ho citato anche prima, quello del senatore Niccolò Ghedini fantasma da diverse legislature; oppure, ci sono le deputate di origine etrusca piazzate a fare compagnia a Ötzi - spero di averlo pronunciato bene, senatore Steger - l'uomo venuto dal ghiaccio, presente al museo archeologico di Bolzano. Casomai poi chiederò agli amici del Gruppo Per le Autonomie se in Südtirol sono contenti e si sentono rappresentati da Maria «Etruria» Boschi. (Commenti della senatrice Bellanova).

Cara collega Bellanova, che mi sta richiamando, queste sono le azioni che alimentano il sentimento che chiamate di antipolitica, non certo una riforma che toglie spazio a tali comportamenti, che imbrattano il senso nobile della politica. (Applausi dal Gruppo M5S. Commenti dei senatori Bellanova, Ferrari e Marcucci).

MARCUCCI (PD). L'articolo 90, signor Presidente, l'articolo 90!

CASTALDI (M5S). Ripeto che questi comportamenti imbrattano il senso nobile della politica. (Applausi dal Gruppo M5S. Commenti dal Gruppo PD).

FERRARA (M5S). Faccia un richiamo, signor Presidente.

CASTALDI (M5S). La contrarietà da parte delle opposizioni a questa riforma è totalmente incomprensibile e, direi di più, immotivata. (Commenti del senatore Marcucci).

PRESIDENTE. Senatore Castaldi, concluda il suo intervento, restando sull'argomento e usando toni consoni.

CASTALDI (M5S). Non ha alcun motivo di richiamarmi, signor Presidente, ho detto solo verità.

PRESIDENTE. Lasci giudicare a chi l'ascolta sulle verità e mantenga un certo tono. (Commenti dal Gruppo PD). Colleghi, per cortesia. Prego, senatore Castaldi, prosegua pure.

CASTALDI (M5S). Dal 1983 ad oggi diversi in quest'Aula, a mio modo di vedere, hanno usato molto male il tempo, Governi e varie maggioranze parlamentari.

MARCUCCI (PD). Voi di sicuro!

FERRARA (M5S). Faccia un richiamo, signor Presidente.

PRESIDENTE. La Presidenza richiama quando è opportuno, come sta facendo. Cerchiamo di concludere in modo ordinato questa discussione, tenendo presente che stiamo trattando argomenti importanti, per cui ovviamente ci sono interesse e partecipazione attiva, al di sopra della quale non vengono tollerate esuberanze.

Senatore Castaldi, si attenga all'argomento, nei toni consoni a quest'Aula, grazie.

CASTALDI (M5S). Signor Presidente, mi sono assolutamente attenuto all'argomento.

PRESIDENTE. Questo lo giudica la Presidenza.

CASTALDI (M5S). Giudichi meglio, perché mi sono attenuto. (Commenti dal Gruppo PD).

Ci si rammarica che una riforma tanto importante e necessaria stia per essere approvata. Penso che il Paese abbia sopportato quarant'anni di manfrine in Parlamento, nelle televisioni e sui giornali. (Applausi dai Gruppi M5S e L-SP-PSd'Az). Il tempo è scaduto: meno sprechi, più risparmi, efficienza e finalmente, direi, una XIX legislatura con meno rifugiati che sopprimono rappresentanza per i territori. (Applausi dai Gruppi M5S e L-SP-PSd'Az).

FERRARI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FERRARI (PD). Signor Presidente, ieri abbiamo discusso a lungo sull'articolo 90, quando abbiamo contestato la solerzia con cui il presidente Calderoli vi ha fatto un richiamo, nel momento in cui è stato utilizzato il termine «buffone», la cui descrizione potremmo anche cercare sul dizionario. Al primo cenno di quel termine è stato fatto un richiamo all'ordine, che poi ha portato ai richiami conseguenti.

Il senatore che mi ha preceduto ha or ora pronunciato la seguente espressione: i comportamenti come quello dell'onorevole Boschi, che si è candidata a Bolzano, con l'approvazione di questa legge non potranno più imbrattare la dignità del Parlamento. Penso che un intervento di questo tipo sia degno di un richiamo uguale - anzi, peggiore - a quello fatto ieri ai danni del senatore Faraone. (Commenti dal Gruppo M5S). Al di là del merito del contenuto, è del tutto lesivo di una persona che ha il diritto di candidarsi dove decide insieme al suo partito. (Vive proteste della senatrice Bellanova).

PRESIDENTE. Il senatore Castaldi infatti è stato richiamato dalla Presidenza innanzitutto per la dignità della funzione di tutti i parlamentari ed è stato invitato a concludere con i dovuti toni. (Il senatore Castaldi fa cenno di voler intervenire). Senatore Castaldi, ha esaurito il suo intervento; lasci concludere la Presidenza. Per quale motivo intende intervenire?

LAUS (PD). A fine seduta!

PRESIDENTE. Non gli sto dando la parola, infatti, ma lasciate la gestione dell'ordine dei lavori alla Presidenza.

Senatore Castaldi, è stato richiamato quindi non le ridò la parola su questo punto.

CASTALDI (M5S). Senza polemica, per fatto personale, signor Presidente.

PRESIDENTE. Non c'è un fatto personale, la presidenza l'ha richiamata.

Proseguiamo ora com'è stato stabilito. (Vivaci proteste dai Gruppi M5S e PD. Gli assistenti parlamentari intervengono per separare alcuni senatori).

Dichiaro chiusa la discussione generale.

Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Calderoli.

CALDEROLI, relatore. Signor Presidente, non vorrei replicare troppo in questo clima, ma ne approfitto per ringraziare il senatore Caliendo, perché in tutta la mia vita mi hanno detto e fatto di tutto, ma Padreterno non mi aveva ancora mai chiamato nessuno. Conoscendolo come cultore e professionista del diritto, lo ringrazio di questo complimento.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

SANTANGELO, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, il Governo rinuncia alla replica.

MARCUCCI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà. (Proteste dal Gruppo L-SP-PSd'Az). Qual è il problema, colleghi? Ho già espresso il mio parere su questo.

(Il senatore Castaldi si avvicina allo scranno del Presidente).

MARCUCCI (PD). Signor Presidente, quello che dico da tanti mesi, cioè che questo approccio di tutta la Presidenza nei confronti dell'Assemblea incentiva la violenza, è dimostrato dall'atteggiamento dei colleghi in queste ore. Basta guardarvi, cari colleghi. (Proteste e applausi ironici dal Gruppo L-SP-PSd'Az. Applausi dal Gruppo PD.).

PRESIDENTE. Senatore Marcucci, intervenga sull'ordine dei lavori, se lo ritiene.

MARCUCCI (PD). Signor Presidente, sottolineo nuovamente che, secondo noi, l'interpretazione da parte degli Uffici e della Presidenza rispetto alla richiesta fatta dal collega Malan e supportata dal nostro Gruppo è sbagliata.

La prima affermazione del mio intervento è confermata dall'atteggiamento dei colleghi, sempre molto democratici, come del resto è nel loro costume. (Applausi dal Gruppo PD. Commenti dal Gruppo L-SP-PSd'Az).

PRESIDENTE. La situazione è la seguente: se si intende chiedere l'anticipazione del voto già previsto per domani con determinazione della Conferenza dei Capigruppo e a seguito di votazione dell'Assemblea, è necessario convocare una nuova Conferenza dei Capigruppo. Pertanto, se c'è una richiesta di questo tipo, ovviamente farò da tramite con il Presidente.

LA RUSSA (FdI). La chieda, signor Presidente.

GASPARRI (FI-BP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GASPARRI (FI-BP). Signor Presidente, confermiamo la richiesta fatta ai sensi del Regolamento dal senatore Malan a nome del nostro Gruppo, ritenendo anche che si debba procedere direttamente alla votazione, perché, come spiega l'articolo del Regolamento, che è chiarissimo, non c'è nemmeno bisogno del filtro della Conferenza dei Capigruppo che ha invocato.

Pertanto, a nostro avviso, si dovrebbe procedere alla votazione immediata. Altrimenti, di quale chiusura anticipata si parla? (Applausi dai Gruppi FI-BP e PD). Dopodiché, in subordine, se dà un'interpretazione non conforme del Regolamento, veda cosa deve fare; per noi si potrebbe votare ora dato che i colleghi sono anche arrivati in Aula.

LAUS (PD). Bravo Gasparri!

PRESIDENTE. Se ho capito bene, il Gruppo Forza Italia chiede la convocazione della Conferenza dei Capigruppo?

CALIENDO (FI-BP). Chiediamo che si voti.

PRESIDENTE. Non sono io a volerla convocare: per cambiare il calendario, occorre una determinazione della Conferenza dei Capigruppo; se c'è questa richiesta, ne chiediamo la convocazione; altrimenti, procediamo secondo l'ordine del giorno già votato, come ho già spiegato.

NENCINI (Misto-PSI). Non è così.

GASPARRI (FI-BP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GASPARRI (FI-BP). Signor Presidente, non vogliamo cambiare l'ordine del giorno; invochiamo una norma del Regolamento che consente di votare anticipatamente. L'ordine del giorno resta quello fissato, ma cambia l'orario della votazione rispetto a una facoltà di decidere che il Regolamento dà all'Assemblea; non stiamo chiedendo di cambiare nulla, ma facciamo riferimento al Regolamento.

Questo è molto chiaro e vorrei lo fosse anche per i colleghi. Ognuno poi può votare a favore o contro; ma chiediamo di anticipare il voto ai sensi del Regolamento e la Conferenza dei Capigruppo non c'entra niente. L'ordine del giorno resta quello stabilito, siamo su questo punto; la discussione si è conclusa, quindi insistiamo sulla nostra richiesta.

PRESIDENTE. Chiarisco definitivamente la questione interpretativa, perché probabilmente non è stato fatto. Quand'anche fosse stato stabilito di chiudere anticipatamente la fase della discussione generale, non ne sarebbe conseguito automaticamente di svolgere le dichiarazioni di voto e di votare, è così. La mia domanda andava esattamente in questo senso, posto che mancava un solo intervento alla chiusura della discussione generale; perché, se la richiesta fosse stata di passare immediatamente al voto, sarebbe stato necessario quel tipo di determinazione.

Ora, mi sembra di capire che non ci sia questa richiesta, quindi si prosegue. Ho chiesto tre volte se c'era una richiesta di convocare la Conferenza dei Capigruppo, per anticipare la votazione, per poter anticipare il momento della votazione, ci vuole una determinazione: se questa è la richiesta, bisogna organizzarsi conseguentemente; la questione è abbastanza chiara.

Ci sono due questioni distinte: dalla chiusura anticipata della discussione non scaturisce di votare prima di quando stabilito, cioè domani mattina; non so se è chiaro.

BELLANOVA (PD). Si continua con lo sperpero: la discussione è finita, si passi al voto!

GASPARRI (FI-BP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GASPARRI (FI-BP). Signor Presidente, ovviamente farà le valutazioni che il suo ruolo le affida. La richiesta che il nostro Gruppo ha avanzato prima, attraverso il vice presidente vicario Malan, è che, ai sensi dell'articolo 99, esaurita la discussione generale, si passi alle dichiarazioni di voto e al voto ora, con chiusura anticipata. Ritiene serva una Conferenza dei Capigruppo per decidere questo? La convochi immediatamente, se lo ritiene. Riteniamo invece che si possa anche farlo immediatamente, senza passare per la Conferenza dei Capigruppo, perché l'articolo 99 non prevede tale filtro, che serve se si cambia l'ordine del giorno; siamo invece sul punto all'ordine del giorno, ossia la proposta di riduzione del numero dei parlamentari. La discussione generale si è conclusa e c'è un'ansia di decidere, come ha detto prima il senatore Malan; dunque, decidiamo subito. Si devono fare le dichiarazioni di voto e il voto, quindi non si capisce l'ostruzionismo al voto. La Conferenza dei Capigruppo, ai sensi del Regolamento, non appare necessaria. La vuole convocare? Presiede l'Aula in questo momento, pertanto decida quello che ritiene, ma non si può eludere la questione, perché si prenderebbe un pretesto. La nostra richiesta di procedere subito è molto chiara. Vuole interporre la Conferenza dei Capigruppo? Decida lei: per noi non è necessaria, ma non si può far finta di niente e adesso andare al bar; questo assolutamente non si può fare. (Applausi dal Gruppo FI-BP).

LA RUSSA (FdI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LA RUSSA (FdI). Signor Presidente, ho pieno rispetto per il suo ruolo in questo momento, che capisco essere delicato, di fronte a un disegno di legge costituzionale di non lieve incidenza sulla realtà del nostro Paese. Credo abbia ragione sulla necessità di convocare la Conferenza dei Capigruppo, perché, al di là dell'interpretazione regolamentare, i precedenti vanno in questa direzione; sarebbe anche sbagliato però far finta che non sia successo niente.

Anche per riconfermare le posizioni che ciascuno ha già espresso in Conferenza dei Capigruppo, le chiedo pertanto di convocarla immediatamente, anche perché un'ora di intervallo ci dev'essere: in tal modo, a seconda di quanto deciderà la Conferenza dei Capigruppo, si potrà anche chiedere o no una votazione. Siccome ha detto che nessuno l'ha chiesta formalmente, noi, che abbiamo espresso chiaramente la nostra posizione su questo disegno di legge, non possiamo far finta che tutto quello che è successo in quest'ultima mezz'ora non sia nulla. Credo che abbia ragione e pertanto, a meno che i Capigruppo delle altre forze politiche non vogliano esprimere sin d'ora una posizione chiara sulla domanda che è emersa, le chiedo di convocare immediatamente la Conferenza dei Capigruppo.

CALDEROLI (L-SP-PSd'Az). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CALDEROLI (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, a me sembra che si stiano confondendo i fischi con i fiaschi. (Applausi dai Gruppi L-SP-PSd'Az e M5S). Una cosa è la chiusura anticipata della discussione, sulla quale ritengo assolutamente corretta la sua interpretazione, perché si può fare quando non vi sia stata un'organizzazione dei tempi.

Lo dico perché ho letto io, ieri, in Aula quello speech, secondo il quale si sarebbe svolta quest'oggi la discussione generale, a partire dalle ore 9,30, e si sarebbe conclusa in giornata, cosa che si è realizzata. Ci sono state anche le repliche, o le non repliche, del relatore e del Governo e a questo punto, per me, la giornata si chiude.

Cosa diversa è il tentativo di anticipare la votazione. Risulta evidente a tutti che l'organizzazione data dalla Conferenza dei Capigruppo ieri - e votata in Aula perché, respingendo le proposte di modifica, si è approvato un calendario - e cioè la nostra proposta, che poi è stata accolta dalla Capigruppo e dall'Aula, era, proprio perché richiesto un particolare quorum per l'approvazione di un disegno di legge costituzionale (ovvero la maggioranza assoluta), di prevedere un tempo certo per le dichiarazioni di voto e per il voto finale. Quindi, se qualcuno propone che non vi sia questa certezza, mi spiace ma è solo per vedere non raggiungere una maggioranza che invece è richiesta per domani. (Applausi dai Gruppi L-SP-PSd'Az e M5S. Commenti della senatrice Bellanova).

Mi sembra abbastanza evidente che qualcuno stia puntando all'uva. Va bene, tutto è concesso. Per quello che mi riguarda, non basta che qualcuno chieda la convocazione della Conferenza dei Capigruppo. In ogni caso, è il Presidente che eventualmente lo deve decidere.

LAUS (PD). Siamo pagati anche oggi!

CALDEROLI (L-SP-PSd'Az). Non capisco come si possa decidere, a fronte di una modifica costituzionale... Non gettiamoli nei cestini quei bei libricini: leggiamoli, così impariamo un po' di Costituzione e di Regolamento. (Applausi dai Gruppi M5S e L-SP-PSd'Az. Commenti della senatrice Bellanova).

Ci sono delle doti canore di rimbombo in quest'Aula che non sapevo di avere. C'è l'eco. (Commenti del senatore Lucidi).

Per quel che riguarda, la mia posizione, avendo dato lettura di quell'ordine del giorno, se nulla si è modificato rispetto a esso, non credo ci possa essere da parte della maggioranza l'esigenza di cambiare una decisione che è stata votata nella giornata di ieri. (Applausi dai Gruppi M5S e L-SP-PSd'Az).

GASPARRI (FI-BP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Presidente Gasparri, il suo Gruppo si è già espresso sulla questione.

GASPARRI (FI-BP). Le chiedo trenta secondi, Presidente. La ringrazio per la sua pazienza, di cui non abuserò.

Il presidente Calderoli ha detto una cosa corretta. Il tema, presidente Calderoli e colleghi, è se noi stiamo o no agendo ai sensi del Regolamento e noi stiamo agendo ai sensi del Regolamento.

FLORIDIA (M5S). No!

GASPARRI (FI-BP). L'articolo 99 - presidente Calderoli, lei lo sa - prevede un voto sulla nostra proposta. Se la maggioranza dell'Aula ieri ha disposto i lavori in un certo modo, probabilmente respingerà la richiesta di anticipare il voto perché la nostra proposta non verrebbe applicata. Quindi, non si capisce perché la maggioranza voglia disporre l'ordine dei lavori - come è sua facoltà - rimandare a domani la votazione e impedire a un Gruppo di minoranza, di opposizione, di chiedere, dopo la chiusura della discussione generale, di anticipare il voto con una votazione dell'Aula sulla nostra richiesta. Non c'è un automatismo. Ci si nega perfino - ed è paradossale che lo faccia una persona esperta di regolamenti sicuramente più di tanti di noi come il presidente Calderoli - di votare la nostra richiesta che probabilmente, essendo passato un po' di tempo, verrà anche respinta, guardando alle presenze nell'Aula. Quindi, sarebbe una prevaricazione inaudita impedirci di portare in votazione una legittima richiesta avanzata ai sensi dell'articolo 99 del Regolamento.

Siete la maggioranza e dimostratelo, ma non impedite all'opposizione di usare il Regolamento, altrimenti ha ragione chi lo ripone altrove. (Applausi dai Gruppi FI-BP e PD).

PRESIDENTE. Senatore Gasparri, la questione su cui lei è ritornato è superata perché la discussione generale è stata chiusa.

Previa consultazione con il presidente Casellati, è convocata la Conferenza dei Capigruppo per le ore 15.

Sospendo pertanto la seduta.

(La seduta, sospesa alle ore 14,10, è ripresa alle ore 15,45).

La seduta è ripresa.

La Conferenza dei Capigruppo ha confermato a maggioranza il calendario dell'Assemblea approvato nella giornata di ieri. Dunque, l'ordine del giorno della seduta di domani prevede, con inizio alle ore 9,30, le dichiarazioni di voto e il voto finale a maggioranza assoluta dei componenti del Senato del disegno di legge costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari. Seguirà la discussione delle ratifiche di accordi internazionali fino alle ore 14. Alle ore 15 si terrà il question time.

MALAN (FI-BP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MALAN (FI-BP). Signor Presidente, prendo atto evidentemente delle decisioni della Conferenza dei Capigruppo e prendo atto anche del fatto che la maggioranza è così convinta di questo provvedimento che non è disponibile a votarlo se non su appuntamento, cioè domani, mentre oggi ha lasciato libero l'intero pomeriggio che era stato programmato (e volendo anche la serata), perché non hanno nulla da dire a proposito di questo disegno di legge. Ne prendiamo atto. E se questo è il modello di Parlamento che si vuole proporre, credo si sia proprio sulla buona strada. (Applausi dal Gruppo FI-BP).

CALIENDO (FI-BP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CALIENDO (FI-BP). Signor Presidente, prendo atto della decisione della Conferenza dei Capigruppo, ma vorrei che questo fatto non costituisse un precedente. Oggi si è verificato che la Conferenza dei Capigruppo ha espropriato le competenze dell'Assemblea. Non mi interessa l'interpretazione di quell'articolo; mi interessa il fatto che solo l'Assemblea aveva la possibilità di decidere. E la Conferenza dei Capigruppo non può sostituirsi all'Assemblea. Mai. (Applausi dal Gruppo FI-BP).

PRESIDENTE. Rinvio il seguito della discussione del disegno di legge in titolo ad altra seduta.

Interventi su argomenti non iscritti all'ordine del giorno

TARICCO (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

TARICCO (PD). Signor Presidente, approfitto di questi pochi istanti a conclusione dei lavori odierni per sollecitare la risposta all'interrogazione 3-00972, che avevamo presentato dopo che, il 7 giugno, presso il Ministero del lavoro si era concluso negativamente l'incontro tra il Ministero, le Regioni e Grancasa, sui licenziamenti che questa impresa intendeva portare avanti. Chiediamo in sostanza al Ministero del lavoro che si muova velocemente su questo tema, anche perché - è notizia di queste ore - sembrerebbe che stiano ricominciando ad arrivare le lettere di licenziamento ai lavoratori. Stiamo parlando di oltre 110 lavoratori, che poi parrebbe siano stati ridotti a un centinaio. Nel solo territorio di Ceva, su 31 occupati sono sette quelli che potrebbero ricevere la lettera di licenziamento, più altri quattro tra Cairo e Carmagnola. Chiediamo appunto al Ministero una forte attenzione nei confronti di questa impresa, perché è localizzata in ambiti territoriali nei quali già troppe sono state le imprese colpite da licenziamenti e chiusure. Crediamo serva una maggiore attenzione, anche perché parrebbe che, all'incontro presso il Ministero in cui l'azienda ha annunciato di non voler recedere dall'orientamento al licenziamento, fosse presente per il Ministero soltanto la funzionaria incaricata, che - per carità - avrà fatto anche tutto il possibile; tuttavia crediamo che questa procedura non possa essere ricondotta a un'osservanza burocratica degli impegni assunti in questa occasione. Pertanto, chiediamo al Ministro di porre maggiore attenzione al problema, perché per territori come i nostri 100 licenziamenti sono tanti; essi riguardano persone e famiglie che rischiano veramente di essere messe sulla strada. (Applausi dal Gruppo PD).

LANNUTTI (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LANNUTTI (M5S). Signor Presidente, vorrei portare all'attenzione una questione sollevata da «Panorama» il 15 maggio scorso, dal titolo eloquente: «Gli uomini d'oro di Bankitalia», a firma di Francesco Bonazzi, dal quadro inquietante. Si parla dei fiduciari di Bankitalia pagati dalle banche in crisi e chiamati a risolvere la crisi delle banche, che operano in maniera arbitraria, discutibile e dannosa per gli utenti, come nei casi di Igea Banca (ex Banca Nuova), Banca popolare di Spoleto, CariChieti, Cassa di risparmio di Ferrara, Banca Carige, Bene Banca, Banca Tercas, Banca popolare di Vicenza, gruppo Delta di San Marino.

I commissari straordinari sono sempre gli stessi fiduciari, che agiscono nell'ombra, ignorando i diritti di risparmiatori e cittadini per tutelare gli esclusivi interessi degli amici del sistema. I loro compensi, fissati dalla Banca d'Italia, sono sempre segreti, anche se a pagarli sono le banche vigilate, quindi i poveri correntisti, spesso frodati e saccheggiati. Faccio alcuni nomi, come Gianluca Brancadoro, ex commissario della Banca popolare di Spoleto, ex consigliere dell'Isvap e promotore della sfortunata Banca del Mezzogiorno o Bruno Inzitari, ex commissario di CariFerrara, Banca Marche, eccetera - ricordo che nello studio Inzitari lavora Anna Maria Paradiso, che ha guidato il commissariamento del Banco emiliano romagnolo e che si occupa ora delle banche di San Marino - la cui consorte, Tiziana Togna, è capo della divisione Consob, che vigila sugli intermediari finanziari: una vigila, l'altro risolve.

Cito poi Giambattista Duso, ex Monte dei paschi di Siena e Marzotto Sim, società partecipata dalla Banca popolare di Vicenza e Nicola Stabile, ex ispettore della vigilanza, che ha partecipato a una delle tante inutili ispezioni proprio alla Banca popolare di Vicenza. Nel 2013, Stabile viene inviato a commissariare la Banca popolare di Spoleto, insieme a Brancadoro e a Giovanni Boccolini, per consegnare la banca al Banco Desio, eseguendo i desiderata di Bankitalia. Ricordo ancora Francesco Bochicchio e Salvatore Immordino, fiduciari di Bankitalia, inviati a Carichieti e indagati per bancarotta dalla Procura di Chieti, per aver svalutato e venduto crediti a prezzi di saldo e Riccardo Sora, ex commissario della Cassa di risparmio di Rimini (Carim) e della Cassa di risparmio di Teramo (Tercas), eccetera.

Signor Presidente, è necessario che Bankitalia chiarisca e faccia pulizia al suo interno, essendo intollerabile che non risponda ad alcuno del suo operato. Lo dobbiamo alle migliaia di risparmiatori truffati ed espropriati con il concorso di Consob e Bankitalia, che il Governo di MoVimento 5 Stelle e Lega risarcirà con 1,5 miliardi di euro. Concludendo, signor Presidente, non può esistere un Paese senza una banca centrale trasparente e virtuosa. La politica, che ha delegato poteri enormi a cleptocrati e oligarchi, deve riprendere la sua sovranità e dare un segnale forte, mandando in galera i responsabili dei crac e i loro complici collusi. (Applausi dal Gruppo M5S).

Atti e documenti, annunzio

PRESIDENTE. Le mozioni, le interpellanze e le interrogazioni pervenute alla Presidenza, nonché gli atti e i documenti trasmessi alle Commissioni permanenti ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento sono pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ordine del giorno
per la seduta di giovedì 11 luglio 2019

PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica domani, giovedì 11 luglio, alle ore 9,30, con il seguente ordine del giorno:

(Vedi ordine del giorno)

La seduta è tolta (ore 15,54).