Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 618 del 28/04/2016
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GENTILONI SILVERI, ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. Signor Presidente, credo che negli ultimi sette o otto mesi l'approccio di buona parte della comunità internazionale alla crisi siriana sia andato chiarendosi e tutto sommato, verso una posizione molto simile a quella che l'Italia sostiene da alcuni anni, e non per la sua particolare influenza, ma perché la nostra era una posizione molto ragionevole e di buonsenso.
Cosa abbiamo sostenuto negli ultimi due o tre anni? Abbiamo sostenuto che certamente bisognava accompagnare la transizione in Siria, perché non possiamo dimenticare le responsabilità di Bashar al-Assad in quella che è stata la catastrofe umanitaria più grave degli ultimi vent'anni. Parliamo di centinaia di migliaia di morti. Parliamo di quello che ha provocato lo sfollamento di milioni di persone, l'origine principale dei flussi migratori nella rotta balcanica. Queste sono responsabilità che il dittatore siriano porterà con sé. Tuttavia, la nostra era una posizione che, pur non ignorando tutto questo, metteva in guardia dall'illusione che, con una spallata militare, si sarebbe potuta risolvere la crisi siriana e anzi avvisava che, solo con questa impostazione, c'era il rischio che, travolgendo quel regime, si ricreasse un vuoto e che esso venisse di nuovo riempito, com'era accaduto dodici anni prima in Iraq, da qualcosa che assomigliasse molto da vicino a Daesh e alla crescita del terrorismo. Ora, direi che su questa linea - molti la sintetizzano con l'espressione «Assad change, not regime change», ma lasciamo stare le formule diplomatiche - c'è una larga convergenza della comunità internazionale.
Credo che di nuovo siamo stati abbastanza pionieri nel dire che certamente il ruolo della Russia conteneva dei pericoli, in termini di ingaggio diretto tra superpotenze e di un atteggiamento di sostegno fino alla morte alla posizione di Assad, ma esso poteva anche essere un'occasione costruttiva. Alla fine, almeno negli ultimi mesi, si è vista una cosa: io non discuto che ci sia stato un ruolo importante della Russia nel sostenere Assad, ma discuto che la Russia abbia un interesse a sostenere questo regime per tutta la vita. Anzi, credo che oggi abbia un interesse a favorire una transizione. E la transizione, senza creare un vuoto, deve naturalmente superare anche la persona del dittatore, cui non può essere affidato probabilmente il futuro della Siria.
C'è una certa convergenza, ma purtroppo ci sono due problemi. Tenete conto che John Kerry e Sergej Lavrov presiedono il gruppo internazionale di lavoro sulla Siria, spesso con una collaborazione di posizioni e di opinioni. Ma, nonostante questo, non dobbiamo illuderci di essere nel contesto di trent'anni fa, in cui un accordo tra russi e americani metteva la camicia al mondo, perché bisogna tenere conto anche delle posizioni di diversi altri Paesi. È stata citata l'Arabia Saudita, ma cose simili, sia pure completamente diverse, si potrebbero dire dell'Iran. Non è che, se la Russia decide una cosa, l'Iran rinuncia ai propri interessi nazionali o viceversa nel caso dell'Arabia Saudita. Quindi, la prima difficoltà è una prova di un multilateralismo complicato. Non è di nuovo un gioco di due superpotenze che aggiustano il mondo.
Quanto alla seconda difficoltà, la situazione sul terreno aveva dato vita a un mezzo miracolo, diciamo la verità. A fine febbraio nessuno si illudeva. Ricordo che entrammo in una riunione che durò otto ore in un albergo di Monaco e la concludemmo dicendo che due giorni dopo ci sarebbe stata una cessazione delle ostilità. E preciso che non si poteva chiamare «cessate il fuoco», perché alcune delle parti erano contrarie all'utilizzo di questa espressione, dal momento che sembrava una concessione ad Assad.
In ogni caso, c'è stata la cessazione delle ostilità da quel 27 febbraio, con una riduzione dei bombardamenti e della violenza attorno al 70-80 per cento; con l'accesso umanitario a centinaia di migliaia di persone sotto assedio e che stavano morendo di fame; con risultati molto importanti; con l'avvio di negoziati cosiddetti di prossimità, nei quali le diverse parti sono istanze diverse, non si siedono attorno a un tavolo e l'inviato delle Nazioni Unite, il nostro Staffan de Mistura, fa la spola tra le diverse parti.
Tuttavia, non dobbiamo nasconderci che nelle ultime due o tre settimane questi fatti positivi sviluppati sul terreno sono messi in crisi. Purtroppo il livello di violenza è cominciato ad aumentare di nuovo, e deriva da tante ragioni che sarebbe troppo lungo descrivere. Ma il problema di fondo è che, essendosi dichiarata la cessazione delle ostilità (fatte salve le attività contro Daesh e al-Nusra), ed essendo al-Nusra posizionata in territori nei quali la sua presenza è molto intrecciata a quella di forze dell'opposizione siriana, alla fine, combattendo al-Nusra, molto spesso si sono ingaggiati di nuovo combattimenti tra le due parti, governative e di opposizione siriana. E questo ha ridato vita a una spirale di violenza.
Bisogna stare molto attenti. Quindi, la decisione che sta maturando è - credo nei prossimi dieci giorni - di riunire di nuovo la conferenza ministeriale del gruppo di sostegno alla Siria per cercare di ridare impulso a un processo. Innanzitutto, il cessate il fuoco per ragioni umanitarie in questo momento è quasi più importante dei negoziati. I negoziati avranno bisogno di tempo per produrre risultati. Se però si chiudono i corridoi umanitari, se il regime torna a un atteggiamento di chiusura verso i convogli umanitari, allora veramente torniamo alla casella di partenza. Credo, quindi, che serva rapidamente un rilancio.
Mi soffermo su tre questioni più specifiche che sono state sollevate. L'Italia è favorevole alla partecipazione di YPG, ossia dei curdi siriani, nella dinamica negoziale? L'Italia è favorevole, diversi Paesi sono favorevoli, mentre altri sono - come potete immaginare - radicalmente contrari. L'inviato delle Nazioni Unite ha compiuto molte acrobazie, nel senso che ai colloqui di prossimità partecipano, sia pure con una partecipazione definita di secondo livello, anche esponenti dell'opposizione siriana, visto che c'è da parte di alcuni attori fondamentali un'opposizione radicale, che ben conoscete, a una partecipazione a pieno titolo. Se però volete conoscere la nostra posizione, quella italiana, noi riteniamo che certamente abbiano svolto e svolgano un ruolo e certamente vadano coinvolti nel processo negoziale.
Quanto al tema dell'UNESCO e di Palmira, il 13 aprile il Consiglio esecutivo dell'UNESCO ha deliberato, prendendo atto della disponibilità italiana a partecipare, con la task force denominata Unite4Heritage, al risanamento, alla ricostruzione e alla riprotezione del sito archeologico, che questa missione sarebbe partita quando le condizioni di sicurezza lo avrebbero consentito. Ed è una valutazione che farà l'UNESCO, e noi ci auguriamo che questo sia possibile in tempi rapidi.
Infine, uno degli interroganti ha parlato delle nostre relazioni diplomatiche con la Siria. È chiaro che noi non possiamo - credo non avrebbe senso politico - ristabilire pienamente delle relazioni con un regime di cui predichiamo la necessità di essere superato con una transizione, non di essere travolto da raid aerei. Tuttavia, l'oggetto del negoziato di Ginevra sono i diciotto mesi di transizione, al termine dei quali tutti pensano che il leader della Siria non possa essere Bashar al-Assad, tanto che molti ritengono che la crisi siriana si risolverebbe alla fine con quattro parole del presidente Bashar al-Assad e cioè: «I will not run», intendendo che non parteciperà al prossimo confronto elettorale. Dubito che sia facile che in tale contesto egli pronunci queste parole, ma penso sia un interesse comune in cui addirittura russi e americani potrebbero essere al lavoro insieme per favorire una transizione. Oggi è difficile dire più di questo.
In tale contesto non è che l'Italia ristabilisce una normalità di relazioni diplomatiche, ma certamente bisogna affermare che non le abbiamo rotte del tutto: abbiamo un incaricato d'affari che mantiene rapporti con la Siria e che opera da Beirut, in Libano, e che quindi può essere comunque utile per questioni umanitarie o che riguardano cittadini italiani. C'è un filo che non si è del tutto spezzato, ma che oggi non è immaginabile ritrasformare in piene relazioni diplomatiche.
PRESIDENTE. Hanno adesso facoltà di replicare gli interroganti, per un minuto ciascuno.