Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 618 del 28/04/2016
Azioni disponibili
GENTILONI SILVERI, ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. Signor Presidente, molti onorevoli senatori hanno espresso preoccupazione e dubbi sulla possibilità che il processo in corso in Libia possa essere lineare e che facilmente porti alla stabilizzazione di quel Paese. Condivido integralmente queste preoccupazioni e questi dubbi; se non li condividessi, sarei un marziano. Sappiamo tutti molto bene quale sia la difficoltà e la fragilità del processo in corso, e purtroppo sotto il titolo «fragilità» potremmo racchiudere non solo la Libia, ma molte delle crisi internazionali nel Mediterraneo e in altre aree con le quali abbiamo a che fare.
Il punto è se la direttrice di marcia in cui ci muoviamo è corretta e se ha margine di attuabilità, e credo che questo si possa dire, con tutta la premessa della fragilità, di come ci stiamo muovendo in Libia.
Abbiamo fatto un'operazione diplomatica nel mese di dicembre, con una conferenza che in un certo senso è stata il trampolino di marcia di un accordo che si è concluso due giorni dopo in Marocco e di una risoluzione dell'ONU che è stata adottata quattro giorni dopo a New York. Su quella base è nato un Governo di intesa nazionale. Sembrava molto difficile, nei primi mesi di quest'anno, che riuscisse non dico a stabilizzare la Libia, ma addirittura a non essere un Governo in esilio: era un Governo a Tunisi, si è stabilito il 30 marzo a Tripoli. È in una situazione stabile a Tripoli? Certamente no: è in una situazione fragile. È vero che il presidente al-Sarraj è tuttora nella base navale del porto, ma è altrettanto vero che sette o otto ministri hanno preso possesso dei loro Ministeri a Tripoli, e che la situazione a Tripoli e nell'area fra Tripoli, Misurata e la Tripolitania in genere, è relativamente sotto il controllo della maggioranza delle milizie e delle forze ufficiali fedeli a questo Governo.
Avendo verificato che sono stati fatti dei passi in avanti, ma che questi passi restano tuttora fragili, in che direzione va il lavoro che dobbiamo fare? Con la premessa che ha ricordato il senatore Compagna e cioè che noi siamo sempre stati e siamo per il mantenimento dell'unità della Libia. Qui non si tratta di discettare sulla correttezza o meno degli accordi Sykes-Picot o sulla natura storica o meno della Libia. Qui stiamo parlando di politica e di assetti strategici: la frantumazione di un Paese come la Libia sarebbe una minaccia geopolitica per l'intero Mediterraneo e per l'Europa; il mantenimento della sua unità è nel nostro interesse. Come dobbiamo lavorare?
A mio avviso dobbiamo lavorare in primo luogo consolidando il Governo al-Sarraj e diversi interroganti hanno chiesto in che misura lo si può fare. Certamente, sarà utile se la maggioranza della Camera dei rappresentanti di Tobruk, che finora si è espressa firmando dei documenti e non con una seduta, potrà dargli una fiducia con una seduta.
Come chiede il Governo di al-Sarraj, poi, dobbiamo far rispettare la risoluzione n. 2278 delle Nazioni Unite, che afferma molto semplicemente che le armi non embargate (vale a dire quelle per combattere il terrorismo) e il commercio del petrolio devono far capo al Governo legittimo d'intesa nazionale. Stanotte il Comitato sanzioni delle Nazioni Unite ha listato la nave battente bandiera indiana, ma di proprietà - credo - emiratina, che aveva caricato un numero molto consistente di barili di petrolio dalla Libia e si stava dirigendo verso Malta.
In secondo luogo, occorre evitare spinte centrifughe. Tutti devono essere coinvolti nel processo. Come Unione europea abbiamo individuato tre persone: il presidente del General national congress (GNC) Nuri Busahmein, il presidente della Camera dei rappresentanti libica (HOR) Aqila Saleh e il capo del cosiddetto Governo di Tripoli, al-Gwell. Nei confronti di queste tre persone l'Unione europea ha deciso sanzioni. Una di queste tre persone, cioè al-Gwell, è anche sanzionata dagli Stati Uniti. Il resto, cioè le persone che non sono oggetto di sanzioni, possono avere posizioni più o meno condivisibili, ma se noi lavoriamo in un'ottica di riunificazione della Libia, dobbiamo fare ogni sforzo per coinvolgerle nel processo, altrimenti parliamo di riunificazione della Libia ma in realtà alimentiamo tendenze alla sua divisione. Oggi, infatti, la nostra preoccupazione principale è la nascita di spinte centrifughe che possano mettere in discussione l'unità del Paese.
In terzo luogo, dobbiamo lavorare per aiutare il Governo nella stabilizzazione, con rapporti bilaterali di vario tipo. Non siamo solo stati i primi ad andare in visita al Governo a Tripoli, stiamo ricevendo continuamente delegazioni di Ministri di questo Governo e stiamo avviando collaborazioni; sul piano umanitario, nei prossimi giorni, arriveremo anche a Bengasi con medicinali per gli ospedali di quella città, anche per dire che non interveniamo con aiuti umanitari solo in Tripolitania, ma in diverse parti della Libia. Verrà anche il giorno in cui, se il Governo libico lo riterrà, se si considererà sufficientemente forte per fare delle richieste sul terreno del training delle proprie forze di sicurezza, ci potranno anche essere compiti su tale terreno, ma abbiamo ripetuto (e lo faccio ancora una volta, facendo anche io l'addetto stampa di me stesso) che noi daremo questo contributo sulla base delle richieste del Governo libico e di una validazione delle Nazioni Unite. Per ora queste richieste non ci sono state, neanche sul terreno, di cui pure molto si è parlato sui giornali, della protezione dei pozzi petroliferi. Il Governo libico ha diramato un comunicato stampa richiamando la comunità internazionale al rispetto della risoluzione n. 2278 delle Nazioni Unite, non ha mandato una lettera agli italiani, ai francesi, agli americani o agli inglesi chiedendo l'invio di truppe, come è parso essere presentato quel comunicato stampa.
Rispetto alla situazione del contesto internazionale multilaterale, farei due considerazioni. In primo luogo, certamente su questa questione l'Italia esercita una certa leadership diplomatica. Senza montarci la testa, non siamo una superpotenza, ma siamo certamente un Paese determinante in questo campo: in tutti i consessi, dall'Unione europea al G7, quando si parla di Libia è l'Italia che illustra e propone una visione e una posizione.La posizione è quella di cui ho detto: stabilizzazione di un Paese unito e graduale risposta a eventuali richieste, all'inizio umanitarie, poi verranno quelle economiche e, quando si sentiranno sufficientemente robusti, verranno anche quelle sul terreno della sicurezza.
In questa prospettiva non possiamo fare processi alle intenzioni. Dal punto di vista delle posizioni politico-diplomatiche, se interrogate la diplomazia egiziana o quella francese vi diranno che sono assolutamente su questa lunghezza d'onda e sostengono il Governo al-Sarraj (al-Sarraj fino a due mesi fa viveva al Cairo, non è un infiltrato dei nemici dell'Egitto) e il processo di unificazione della Libia. Poi, tutti sappiamo che ogni Paese ha i propri interessi - ce li ha anche l'Italia - e bisogna lavorare per comporre questi interessi. Italia e Stati Uniti lavoreranno nelle prossime settimane per rilanciare questo concerto diplomatico a sostegno del percorso del Governo al-Sarraj, perché forse c'è bisogno di un richiamo, di un refill, di un rilancio di questo concerto diplomatico a sostegno del Governo.
Infine, due elementi fondamentali in questo percorso, che molti dei senatori interroganti hanno sollevato, riguardano, da un lato, il tema migrazioni e, dall'altro, il tema contrasto al terrorismo. Sul tema migrazioni è chiaro che siamo tutti a favore - ne abbiamo discusso in un recente Consiglio esteri-difesa dell'Unione europea - del passaggio alla fase successiva della missione EUNAVFOR Med, di cui ha parlato il senatore Romani. È altrettanto chiaro che, com'è scritto nella decisione del Consiglio europeo che l'ha istituita, per il passaggio alla fase tre serve una richiesta delle autorità libiche. Per ora questa richiesta non è arrivata, perché la fase tre, come sapete, comporta innanzitutto l'ingresso in acque territoriali libiche. In qualche modo la stiamo sollecitando, ma dobbiamo stare molto attenti a non dare, anzitutto al popolo libico, l'impressione che le autorità libiche siano delle autorità manovrate dall'esterno. Quando diciamo che il primo obiettivo è il consolidamento, vuol dire che bisogna affermare una rappresentanza libica di questo percorso. Se le autorità libiche apparissero manovrate dall'esterno il loro consolidamento sarebbe molto problematico.
Quindi, certamente ci vuole la fase tre, ma a mio parere occorreranno alcune settimane prima che le autorità libiche si possano ritenere sufficientemente consolidate da poter fare domande di questo o di altro genere alla comunità internazionale. Intanto noi, in sede bilaterale, ne stiamo discutendo. Il Ministro degli interni è venuto al Viminale qualche giorno fa. Il migration compact non è indirizzato alla Libia e non possiamo autorizzare alcun paragone tra Libia e Turchia. La Turchia è un Paese sovrano, addirittura definito Paese sicuro per il rientro dei migranti ed è stato fatto un certo tipo di accordo. Non possiamo immaginare lo stesso accordo con la Libia. Possiamo però bilateralmente cooperare e, sul piano multilaterale, EUNAVFOR Med e il riposizionamento di Active endeavour, cioè della missione NATO, possono dare una mano a gestire il Mediterraneo dal punto di vista dei flussi.
Infine, per quanto riguarda il tema del terrorismo, credo che l'obiettivo debba di nuovo mettere in condizione le autorità libiche di essere protagoniste della sconfitta del terrorismo in Libia. In tal senso, potremo dare una mano sul terreno della formazione quando ci verrò richiesta.
Molti tra i libici definiscono i terroristi di Daesh come stranieri. Per loro sono gli stranieri. C'è una singolare competizione, oggi, tra diverse componenti del frastagliato panorama libico, per chi combatte contro Daesh e per chi, prima dell'altro, va a intervenire su Sirte. Se scavalcassimo queste dinamiche con un intervento esterno, a mio parere faremmo un grave errore. Peraltro è escluso che possano farlo singoli Paesi europei, dato che, come sappiamo benissimo, per compiere interventi antiterrorismo di una certa consistenza senza la partecipazione attiva degli Stati Uniti e il controllo che gli Stati Uniti hanno, da mille punti di vista, in quell'area, un singolo Paese europeo non va lontano e sappiamo che gli Stati Uniti hanno finora condotto soltanto delle operazioni molto limitate e mirate, che non configurano il sostituirsi alle autorità libiche in un'attività antiterrorismo. Dobbiamo quindi incoraggiare queste dinamiche e penso che siamo su una buona strada, ma è una strada in salita e chi non vedesse che questa strada è tortuosa e in salita - ripeto - vivrebbe su un altro pianeta.
PRESIDENTE. Il tema richiederebbe un'ampia trattazione ma le regole del question time sono queste.
Hanno adesso facoltà di replicare gli interroganti, per un minuto ciascuno.