Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 618 del 28/04/2016

RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza del vice presidente GASPARRI

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 16).

Si dia lettura del processo verbale.

SAGGESE, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del giorno precedente.

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Svolgimento di interrogazioni a risposta immediata, ai sensi dell'articolo 151-bis del Regolamento, su evoluzione della crisi in Libia e sviluppi del negoziato di pace in Siria (ore 16,03)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento di interrogazioni a risposta immediata (cosiddetto question time), ai sensi dell'articolo 151-bis del Regolamento, su evoluzione della crisi in Libia e sviluppi del negoziato di pace in Siria, cui risponderà il ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, onorevole Gentiloni Silveri.

Si fa presente che è in corso la diretta televisiva della RAI.

Passiamo alle interrogazioni sull'evoluzione della crisi in Libia.

I senatori hanno facoltà di rivolgere le loro domande al Ministro per due minuti ciascuno.

SANGALLI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SANGALLI (PD). Signor Presidente, signor Ministro, il Consiglio presidenziale presieduto dal premier al-Sarraj si è insediato il 30 marzo scorso a Tripoli. Questo evento, lungamente atteso non solo dall'Italia e dalla comunità internazionale, ma soprattutto dalla popolazione libica, ha rappresentato senza dubbio un avvenimento importante politicamente, ma soprattutto di grande valore simbolico.

Signor Ministro, il 12 aprile scorso, lei si è recato, primo tra i rappresentanti di un Governo straniero, nella capitale per incontrare il premier al-Sarraj e il Consiglio presidenziale. Sappiamo bene che ci troviamo all'inizio di un percorso lungo e difficile, che ha anche in sé un ambito di fragilità molto evidente, e che il controllo della capitale continua a rappresentare una sfida assai rilevante per le nuove autorità che sono chiamate ad affrontare la situazione di quel Paese.

La situazione nell'est della Libia resta, tuttavia, molto preoccupante. All'interno della Camera dei rappresentanti di Tobruk vi è una solida maggioranza a favore dell'Esecutivo, ma alcuni personaggi continuano a impedire un regolare voto di fiducia attraverso intimidazioni e minacce nei confronti di questi parlamentari.

Inoltre, gli appelli del Presidente libico di questi giorni alla comunità internazionale circa il pericolo di un'offensiva di integralisti islamici - a quanto si evince dalle notizie di stampa - per le installazioni petrolifere e il rischio che con la buona stagione si accentui il fenomeno di partenza di profughi dalle coste libiche inducono preoccupazione.

Alla luce di questa situazione, ci può dire, signor Ministro, quale possa essere il ruolo dell'Italia e della comunità internazionale, assieme, per far avanzare il processo e per rafforzare l'autorità di al-Sarraj e del suo Governo?

ROMANI Paolo (FI-PdL XVII). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ROMANI Paolo (FI-PdL XVII). Signor Presidente, nel pochissimo tempo che ci è consentito porrò tre domande velocissime.

La prima. Vorremmo sapere qual è lo stato di avanzamento di EUNAVFOR Med, che molti dicono debba passare alla terza fase; siamo fermi alla seconda fase e mezzo e vorremmo sapere se siamo nelle possibilità, con l'accordo di tutti i Paesi europei o, per lo meno, di coloro che vi partecipano, di passare alla fase tre, che prevede anche la possibilità di bloccare i barconi prima della partenza.

Il secondo quesito riguarda il generale Haftar, che è un grande ostacolo al processo di stabilizzazione della Libia. Haftar, il Governo e il Parlamento di Tobruk vantano il fatto di aver liberato l'80 per cento di Bengasi da Daesh e tutto sommato questa è stata un'operazione militare che va nella direzione auspicata dalla comunità internazionale. Tuttavia, questo vuol dire che l'esercito del generale Haftar è nelle condizioni di combattere efficacemente Daesh anche in altre città della Libia e, nella fattispecie, vorrebbe andare a Sirte, che, però, è nella parte riservata, teoricamente, al Governo di Tripoli. Siccome mi sembra che la presenza ingombrante del generale Haftar, soprattutto per l'ottenimento della fiducia da parte del Governo di Tripoli, sia tale da rendere impossibile, alla fine, fare in modo che il Governo al-Sarraj abbia la fiducia anche del Parlamento di Tripoli, la domanda è: come conciliare tutto questo?

Terzo e ultimo quesito. Signor Ministro, a sua informazione, sa se qualche Paese europeo, prima che venga definita la famosa missione internazionale a guida italiana, abbia per caso intenzione di intervenire in maniera chirurgica ma militare in Libia per colpire i terroristi? Se questo avvenisse, infatti, sarebbe in netta contraddizione con tutto il lavoro fatto fino ad oggi.

LUCIDI (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LUCIDI (M5S). Grazie, signor Presidente. Buon pomeriggio, signor Ministro. In audizione al Senato il generale Paolo Serra di UNSMIL ha fornito un quadro aggiornato dello scenario libico e un piano che, dopo la firma del libyan political agreement, prevedeva l'approvazione del Governo con voto di fiducia da parte dell'House of representatives, ma, ad oggi, questo voto di fiducia ancora non vi è stato.

UNSMIL descrive Tripoli come una realtà frammentata, con presenza di forze filogovernative o oppositrici. Ci sono circa 41 gruppi armati, dei quali l'80 per cento supporta il Government of national accord (GNA), ma solo nell'area pro-GNA ci sono circa 12 forze o gruppi armati e anche a Bengasi la situazione sembra molto simile a quella di Tripoli.

Nelle stesse ore, però, il Governo italiano presenta in Europa il migration compact, cioè una serie di intenti per gestire e contenere i flussi migratori, con un capitolo speciale proprio dedicato alla Libia. Il migration compact parte libica non sembra, però, aderire allo scenario descritto e proposto da UNSMIL, risultando quindi di difficile attuazione, proprio perché non coerente con la situazione a terra. Il fenomeno migratorio assume, dunque, un ruolo centrale, che molti indicano come merce di scambio tra interessi diversi. Nel 2015, 154.000 migranti arrivano nell'Unione europea attraverso la Libia e, nel 2016, su 5.270 arrivi il 97 per cento proviene proprio dalla Libia.

Per questi motivi, le chiedo se e su quali temi il Governo abbia interagito con l'ONU-UNSMIL per la redazione del migration compact, parte libica, per la corretta valutazione della posizione italiana circa un probabile intervento militare di terra in Libia e delle possibili conseguenze, anche alla luce di quanto indicato da alcuni analisti, secondo i quali ISIS attacca maggiormente se attaccato o comunque costretto ad arretrare in quello che considera il proprio territorio.

Infine, vorrei sapere se ritiene che la richiesta di assistenza rivolta all'Italia dovrebbe essere valutata solo dopo aver verificato il sostegno a al-Sarraj, che sarebbe allora un Governo di rappresentanza nazionale di autodeterminazione del popolo libico e, a quel punto, valutare anche la riapertura dell'ambasciata italiana a Tripoli.

DI BIAGIO (AP (NCD-UDC)). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DI BIAGIO (AP (NCD-UDC)). Signor Presidente, signor Ministro, con riferimento all'evoluzione della crisi in Libia, credo sia un'opinione sempre più condivisa l'auspicio di una soluzione unitaria con il riconoscimento da parte di tutti del Governo di unità nazionale e quindi il suo consolidamento, condizione imprescindibile per stabilizzare quell'area.

Appare però ormai evidente come uno degli ostacoli a questa soluzione sia rappresentato anche dalla figura dell'ex generale Khalifa Haftar, capo delle Forze armate di Tobruk. Il generale viene sostenuto economicamente, diplomaticamente e militarmente dagli Emirati Arabi Uniti e dall'Egitto, i quali, nonostante l'embargo, forniscono alle truppe strumenti, armi e sostegno finanziario.

Vale la pena ricordare che nei giorni scorsi sono approdati nel porto di Tobruk un migliaio di veicoli da combattimento insieme ad armi e munizioni, che lasciano presagire le potenzialità e le mire strategiche in Cirenaica, soprattutto sul versante del controllo dei pozzi petroliferi. Tutti noi siamo consapevoli dei risvolti strategici geopolitici di tale eventualità, avanzata contemporaneamente non soltanto in termini di stabilità territoriale, ma anche nello scacchiere internazionale. Ovviamente questa fornitura, illegittima se si considera l'embargo, appare collegabile alla coalizione panaraba che sostiene Haftar.

In questo scenario, considerando le posizioni dubbie che sta assumendo il Governo francese nei confronti di Haftar, che sostanzialmente non sembra essere in linea con quelle europee, sarebbe auspicabile conoscere la posizione ufficiale del Governo di Parigi rispetto alla crisi libica, considerando la posizione contraddittoria che lo sta condizionando, quali siano i rapporti effettivi della Francia con l'ex generale Haftar e se vi siano effettivamente dei coinvolgimenti di carattere militare.

MINEO (Misto-SI-SEL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MINEO (Misto-SI-SEL). Signor Ministro, assistiamo da mesi ad uno stillicidio di notizie, spesso smentite, di allusioni e anche di interviste rilasciate da esponenti del Governo che alludono all'invio di militari italiani in Libia.

In genere non si parla di guerra, anche se mi chiedo cos'altro sia un intervento armato in un Paese che è in guerra, ma quello che vorrei chiederle, signor Ministro, è: contro chi e a favore di chi. Contro Daesh? Ma anche contro il generale Haftar?

Abbiamo visto la bandiera italiana bruciata in piazza ieri. Sappiamo che il generale Haftar ha l'appoggio dell'Egitto, che vuole combattere l'ISIS, il Daesh, ma anche i Fratelli musulmani e che è ostile al Governo che si è insediato a Tripoli.

E poi le chiedo, signor Ministro: le milizie islamiche che stanno appoggiando detto Governo le consideriamo degli alleati? Ci fidiamo di loro o no?

Inoltre, signor Ministro, si dice spesso che questo intervento sarebbe meno rischioso e grave, perché si tratta non di fare una guerra offensiva contro Daesh, ma di difendere sedi a Tripoli o addirittura pozzi nel deserto. Le chiedo: se lei non ritiene che questo tipo di intervento sia addirittura più rischioso? Dico questo perché abbiamo visto che, se contrastato e inseguito, spesso Daesh si dà alla fuga, mentre se i nostri soldati stanno in un posto fisso, essi si espongono naturalmente a mordi e fuggi, colpi e fughe, quindi può essere ancora più rischioso.

Infine, lei sa che la Camera dei Comuni ha svolto un grande e appassionato dibattito su una cosa che non prevedeva l'invio di soldati sul campo, cioè i bombardamenti in Siria. Quando il Governo si deciderà a chiedere una sessione del Parlamento che discuta a fondo di questa questione?

AMORUSO (AL-A (MpA)). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

AMORUSO (AL-A (MpA)). Signor Presidente, signor Ministro, tutti conosciamo l'importanza che la Libia ha, per un fatto strategico, nei confronti dell'Italia. Però, proprio per questo, nel momento in cui il Consiglio presidenziale libico e il presidente al-Sarraj si sono insediati, sono ancora senza un voto di fiducia da parte del Parlamento riconosciuto dalla comunità internazionale, che è quello di Tobruk.

Accanto a questa situazione vi sono degli episodi, alcuni dei quali citati. Penso, ad esempio, alla situazione di Bengasi, dove Haftar ha bruciato la bandiera italiana, e alla richiesta da parte delle Nazioni Unite del blocco di una nave di greggio fatta salpare dal Parlamento di Tobruk proprio perché voleva così dimostrare la sua forza. Al tempo stesso, si legge sulle agenzie di stampa che poche ora fa è giunta la richiesta, sempre da parte del Consiglio presidenziale libico, di bloccare l'offensiva di Haftar per quanto riguarda Sirte, che lo stesso Haftar ha esaltato ricordando una battaglia del 1915 contro l'Italia.

Di fronte a questa situazione, c'è una dichiarazione dell'ambasciatore della Libia presso la Santa Sede, che pare abbia chiesto all'Italia protezione per le ambasciate e per le sedi ONU e addirittura un coinvolgimento italiano in difesa dei confini libici, sia in terra che in mare e si parla anche di una dichiarazione del ministro Pinotti a proposito di un intervento della NATO. Su questo vorremmo avere notizie da parte del Governo.

MAURO Mario (GAL (GS, PpI, M, Id, E-E, MPL)). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MAURO Mario (GAL (GS, PpI, M, Id, E-E, MPL)). Signor Ministro, la domanda che le faccio è relativa alla strategia italiana nel contesto libico. Come in Siria il ruolo che interpretano i Paesi della regione del Golfo (Arabia Saudita, Iran, Qatar) è determinante per gli equilibri e quindi per quello che a tutti gli effetti è un conflitto regionale, così anche in Libia ci sono Paesi influenti che in questi giorni, da molti mesi, da alcuni anni, determinano le sorti di quello che accade sul terreno. Uno è già stato citato ampiamente dai colleghi, l'Egitto, mentre l'altro è la Turchia; il rapporto dileadership che il premier Erdoğan ha intrapreso all'interno della Fratellanza musulmana ne fa stabilmente un punto di riferimento non solo per chi governa a Tripoli, ma anche per le ambigue e a volte apparentemente contraddittorie prese di posizione degli alleati occidentali. Come già è emerso dagli interventi dei colleghi, ci si chiede: chi sta con chi? Chi fa gli interessi di chi? Da questo punto di vista, quali sono le scelte strategiche dell'Italia, anche rispetto al ruolo di Egitto e Turchia in Libia?

In pochi secondi le pongo un secondo quesito, relativo all'accordo tra Unione europea e Turchia. Si tratta di un accordo particolare, nel senso che, considerando il Mediterraneo come una sorta di bacinella con due grandi fori, se uno è stato tappato, quello della rotta balcanica, meno si sa di quello che potrà accadere per la rotta libica.

Le chiedo allora: nella messa a punto dell'accordo tra Unione europea e Turchia è stato previsto qualcosa che, indipendentemente dalle proposte successive e forse tardive del migration compact, sia elemento di sicurezza, cerniera e chiusura anche del fronte libico?

DIVINA (LN-Aut). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DIVINA (LN-Aut). Signor Presidente, qualche settimana fa abbiamo avuto la notizia, esaltata dalla stampa nazionale, dell'arrivo in Libia del premier al-Sarraj, designato dal Governo di accordo nazionale. Ci hanno anche descritto le modalità del suo arrivo, non senza screzi e addirittura tra qualche sparo.

Sembra che il premier al-Sarraj si trovi ancora presso una base navale, sempre nei pressi del porto di Tripoli e questo ci lascia intuire che il nuovo Governo non è proprio in grado di assumere, almeno per ora, il pieno controllo della situazione libica, e sembra nemmeno della capitale. Pertanto, il quadro che possiamo avere noi oggi è meno roseo di quello che viene dipinto.

Bene, al-Sarraj adesso chiede alla comunità internazionale, a noi e all'Europa tutta, un intervento militare, innanzitutto con lo scopo di sradicare l'ISIS dalla Libia, ma anche, e non ultimo, con quello di proteggere le infrastrutture dell'industria petrolifera da potenziali attacchi di miliziani e di jihadisti che fanno riferimento al califfato. Questa operazione sembra che sia benedetta o comunque veda di buon grado, da parte degli Stati Uniti, una leadership italiana, anche se corre voce che ci sia un'ambizione britannica nel recitare tale ruolo.

Secondo lei, signor Ministro, quali prospettive ha il Governo di al-Sarraj di riuscire a consolidarsi in questo contesto, visto che è ancora vincolato in una base navale? Cosa intende fare l'Italia per sostenerlo, soprattutto dal punto di vista militare?

COMPAGNA (CoR). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

COMPAGNA (CoR). Onorevole Ministro, non certo per responsabilità del Dicastero da lei guidato, si sono diffuse, in queste ultime settimane, voci non sempre affidabili, addirittura sul numero di soldati italiani che starebbero per partire per la Libia. Da questo punto di vista, mi attendo che un chiarimento definitivo sul numero verrà dato, se e quando sarà necessario, in Parlamento e senza che il Presidente del Consiglio debba svolgere ogni settimana una sorta di funzione di addetto stampa del Governo per «frenare», come si legge sui giornali.

Il punto è che nelle cronache di politica internazionale è sembrato che, a differenza del nostro Paese, da parte di altri Paesi europei, in particolare della Francia, si dia per irrimediabilmente perduta, compromessa e non recuperabile l'unità statuale libica. Senza ricorrere nazionalisticamente al ricordo di come questa unità dello Stato libico sia stata a suo tempo frutto e opera italiana (non dell'Italia fascista ma dell'Italietta liberale), a me sembra che sia necessario che l'Italia, al di là dei numeri del contingente militare (se, come e quando sarà), chiarisca se opera per la ricostruzione dell'unità statuale in Libia o soltanto in funzione di protezione e garanzia di questo o quel Governo.

PRESIDENTE. Ha facoltà di rispondere congiuntamente il ministro Gentiloni Silveri.

GENTILONI SILVERI, ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. Signor Presidente, molti onorevoli senatori hanno espresso preoccupazione e dubbi sulla possibilità che il processo in corso in Libia possa essere lineare e che facilmente porti alla stabilizzazione di quel Paese. Condivido integralmente queste preoccupazioni e questi dubbi; se non li condividessi, sarei un marziano. Sappiamo tutti molto bene quale sia la difficoltà e la fragilità del processo in corso, e purtroppo sotto il titolo «fragilità» potremmo racchiudere non solo la Libia, ma molte delle crisi internazionali nel Mediterraneo e in altre aree con le quali abbiamo a che fare.

Il punto è se la direttrice di marcia in cui ci muoviamo è corretta e se ha margine di attuabilità, e credo che questo si possa dire, con tutta la premessa della fragilità, di come ci stiamo muovendo in Libia.

Abbiamo fatto un'operazione diplomatica nel mese di dicembre, con una conferenza che in un certo senso è stata il trampolino di marcia di un accordo che si è concluso due giorni dopo in Marocco e di una risoluzione dell'ONU che è stata adottata quattro giorni dopo a New York. Su quella base è nato un Governo di intesa nazionale. Sembrava molto difficile, nei primi mesi di quest'anno, che riuscisse non dico a stabilizzare la Libia, ma addirittura a non essere un Governo in esilio: era un Governo a Tunisi, si è stabilito il 30 marzo a Tripoli. È in una situazione stabile a Tripoli? Certamente no: è in una situazione fragile. È vero che il presidente al-Sarraj è tuttora nella base navale del porto, ma è altrettanto vero che sette o otto ministri hanno preso possesso dei loro Ministeri a Tripoli, e che la situazione a Tripoli e nell'area fra Tripoli, Misurata e la Tripolitania in genere, è relativamente sotto il controllo della maggioranza delle milizie e delle forze ufficiali fedeli a questo Governo.

Avendo verificato che sono stati fatti dei passi in avanti, ma che questi passi restano tuttora fragili, in che direzione va il lavoro che dobbiamo fare? Con la premessa che ha ricordato il senatore Compagna e cioè che noi siamo sempre stati e siamo per il mantenimento dell'unità della Libia. Qui non si tratta di discettare sulla correttezza o meno degli accordi Sykes-Picot o sulla natura storica o meno della Libia. Qui stiamo parlando di politica e di assetti strategici: la frantumazione di un Paese come la Libia sarebbe una minaccia geopolitica per l'intero Mediterraneo e per l'Europa; il mantenimento della sua unità è nel nostro interesse. Come dobbiamo lavorare?

A mio avviso dobbiamo lavorare in primo luogo consolidando il Governo al-Sarraj e diversi interroganti hanno chiesto in che misura lo si può fare. Certamente, sarà utile se la maggioranza della Camera dei rappresentanti di Tobruk, che finora si è espressa firmando dei documenti e non con una seduta, potrà dargli una fiducia con una seduta.

Come chiede il Governo di al-Sarraj, poi, dobbiamo far rispettare la risoluzione n. 2278 delle Nazioni Unite, che afferma molto semplicemente che le armi non embargate (vale a dire quelle per combattere il terrorismo) e il commercio del petrolio devono far capo al Governo legittimo d'intesa nazionale. Stanotte il Comitato sanzioni delle Nazioni Unite ha listato la nave battente bandiera indiana, ma di proprietà - credo - emiratina, che aveva caricato un numero molto consistente di barili di petrolio dalla Libia e si stava dirigendo verso Malta.

In secondo luogo, occorre evitare spinte centrifughe. Tutti devono essere coinvolti nel processo. Come Unione europea abbiamo individuato tre persone: il presidente del General national congress (GNC) Nuri Busahmein, il presidente della Camera dei rappresentanti libica (HOR) Aqila Saleh e il capo del cosiddetto Governo di Tripoli, al-Gwell. Nei confronti di queste tre persone l'Unione europea ha deciso sanzioni. Una di queste tre persone, cioè al-Gwell, è anche sanzionata dagli Stati Uniti. Il resto, cioè le persone che non sono oggetto di sanzioni, possono avere posizioni più o meno condivisibili, ma se noi lavoriamo in un'ottica di riunificazione della Libia, dobbiamo fare ogni sforzo per coinvolgerle nel processo, altrimenti parliamo di riunificazione della Libia ma in realtà alimentiamo tendenze alla sua divisione. Oggi, infatti, la nostra preoccupazione principale è la nascita di spinte centrifughe che possano mettere in discussione l'unità del Paese.

In terzo luogo, dobbiamo lavorare per aiutare il Governo nella stabilizzazione, con rapporti bilaterali di vario tipo. Non siamo solo stati i primi ad andare in visita al Governo a Tripoli, stiamo ricevendo continuamente delegazioni di Ministri di questo Governo e stiamo avviando collaborazioni; sul piano umanitario, nei prossimi giorni, arriveremo anche a Bengasi con medicinali per gli ospedali di quella città, anche per dire che non interveniamo con aiuti umanitari solo in Tripolitania, ma in diverse parti della Libia. Verrà anche il giorno in cui, se il Governo libico lo riterrà, se si considererà sufficientemente forte per fare delle richieste sul terreno del training delle proprie forze di sicurezza, ci potranno anche essere compiti su tale terreno, ma abbiamo ripetuto (e lo faccio ancora una volta, facendo anche io l'addetto stampa di me stesso) che noi daremo questo contributo sulla base delle richieste del Governo libico e di una validazione delle Nazioni Unite. Per ora queste richieste non ci sono state, neanche sul terreno, di cui pure molto si è parlato sui giornali, della protezione dei pozzi petroliferi. Il Governo libico ha diramato un comunicato stampa richiamando la comunità internazionale al rispetto della risoluzione n. 2278 delle Nazioni Unite, non ha mandato una lettera agli italiani, ai francesi, agli americani o agli inglesi chiedendo l'invio di truppe, come è parso essere presentato quel comunicato stampa.

Rispetto alla situazione del contesto internazionale multilaterale, farei due considerazioni. In primo luogo, certamente su questa questione l'Italia esercita una certa leadership diplomatica. Senza montarci la testa, non siamo una superpotenza, ma siamo certamente un Paese determinante in questo campo: in tutti i consessi, dall'Unione europea al G7, quando si parla di Libia è l'Italia che illustra e propone una visione e una posizione.La posizione è quella di cui ho detto: stabilizzazione di un Paese unito e graduale risposta a eventuali richieste, all'inizio umanitarie, poi verranno quelle economiche e, quando si sentiranno sufficientemente robusti, verranno anche quelle sul terreno della sicurezza.

In questa prospettiva non possiamo fare processi alle intenzioni. Dal punto di vista delle posizioni politico-diplomatiche, se interrogate la diplomazia egiziana o quella francese vi diranno che sono assolutamente su questa lunghezza d'onda e sostengono il Governo al-Sarraj (al-Sarraj fino a due mesi fa viveva al Cairo, non è un infiltrato dei nemici dell'Egitto) e il processo di unificazione della Libia. Poi, tutti sappiamo che ogni Paese ha i propri interessi - ce li ha anche l'Italia - e bisogna lavorare per comporre questi interessi. Italia e Stati Uniti lavoreranno nelle prossime settimane per rilanciare questo concerto diplomatico a sostegno del percorso del Governo al-Sarraj, perché forse c'è bisogno di un richiamo, di un refill, di un rilancio di questo concerto diplomatico a sostegno del Governo.

Infine, due elementi fondamentali in questo percorso, che molti dei senatori interroganti hanno sollevato, riguardano, da un lato, il tema migrazioni e, dall'altro, il tema contrasto al terrorismo. Sul tema migrazioni è chiaro che siamo tutti a favore - ne abbiamo discusso in un recente Consiglio esteri-difesa dell'Unione europea - del passaggio alla fase successiva della missione EUNAVFOR Med, di cui ha parlato il senatore Romani. È altrettanto chiaro che, com'è scritto nella decisione del Consiglio europeo che l'ha istituita, per il passaggio alla fase tre serve una richiesta delle autorità libiche. Per ora questa richiesta non è arrivata, perché la fase tre, come sapete, comporta innanzitutto l'ingresso in acque territoriali libiche. In qualche modo la stiamo sollecitando, ma dobbiamo stare molto attenti a non dare, anzitutto al popolo libico, l'impressione che le autorità libiche siano delle autorità manovrate dall'esterno. Quando diciamo che il primo obiettivo è il consolidamento, vuol dire che bisogna affermare una rappresentanza libica di questo percorso. Se le autorità libiche apparissero manovrate dall'esterno il loro consolidamento sarebbe molto problematico.

Quindi, certamente ci vuole la fase tre, ma a mio parere occorreranno alcune settimane prima che le autorità libiche si possano ritenere sufficientemente consolidate da poter fare domande di questo o di altro genere alla comunità internazionale. Intanto noi, in sede bilaterale, ne stiamo discutendo. Il Ministro degli interni è venuto al Viminale qualche giorno fa. Il migration compact non è indirizzato alla Libia e non possiamo autorizzare alcun paragone tra Libia e Turchia. La Turchia è un Paese sovrano, addirittura definito Paese sicuro per il rientro dei migranti ed è stato fatto un certo tipo di accordo. Non possiamo immaginare lo stesso accordo con la Libia. Possiamo però bilateralmente cooperare e, sul piano multilaterale, EUNAVFOR Med e il riposizionamento di Active endeavour, cioè della missione NATO, possono dare una mano a gestire il Mediterraneo dal punto di vista dei flussi.

Infine, per quanto riguarda il tema del terrorismo, credo che l'obiettivo debba di nuovo mettere in condizione le autorità libiche di essere protagoniste della sconfitta del terrorismo in Libia. In tal senso, potremo dare una mano sul terreno della formazione quando ci verrò richiesta.

Molti tra i libici definiscono i terroristi di Daesh come stranieri. Per loro sono gli stranieri. C'è una singolare competizione, oggi, tra diverse componenti del frastagliato panorama libico, per chi combatte contro Daesh e per chi, prima dell'altro, va a intervenire su Sirte. Se scavalcassimo queste dinamiche con un intervento esterno, a mio parere faremmo un grave errore. Peraltro è escluso che possano farlo singoli Paesi europei, dato che, come sappiamo benissimo, per compiere interventi antiterrorismo di una certa consistenza senza la partecipazione attiva degli Stati Uniti e il controllo che gli Stati Uniti hanno, da mille punti di vista, in quell'area, un singolo Paese europeo non va lontano e sappiamo che gli Stati Uniti hanno finora condotto soltanto delle operazioni molto limitate e mirate, che non configurano il sostituirsi alle autorità libiche in un'attività antiterrorismo. Dobbiamo quindi incoraggiare queste dinamiche e penso che siamo su una buona strada, ma è una strada in salita e chi non vedesse che questa strada è tortuosa e in salita - ripeto - vivrebbe su un altro pianeta.

PRESIDENTE. Il tema richiederebbe un'ampia trattazione ma le regole del question time sono queste.

Hanno adesso facoltà di replicare gli interroganti, per un minuto ciascuno.

SANGALLI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SANGALLI (PD). Signor Presidente, sono soddisfatto della risposta del Ministro, soprattutto del tono che ha usato e dell'approccio razionale ad un problema che ha - come tutte le crisi internazionali - innumerevoli aspetti da tenere sotto controllo: l'unità del Paese, la stabilizzazione del Governo libico e, contemporaneamente, l'impegno sul piano umanitario, che si potrà poi anche trasformare in un impegno più generale di sostegno alla governance libica, quando questa si sarà affermata e sarà completamente riconosciuta.

L'Europa dovrebbe agire in modo unitario e noi stiamo provando a farlo. Purtroppo, qualche anno fa l'azione europea non è stata un'azione lungimirante verso la Libia e sono convinto che adesso lavoreremo con maggiore cautela, razionalità e lungimiranza verso questo Paese. Le parole del Ministro mi rassicurano in tal senso.

ROMANI Paolo (FI-PdL XVII). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ROMANI Paolo (FI-PdL XVII). Signor Presidente, sono parzialmente insoddisfatto della risposta del Ministro, nel senso che alcune risposte non sono state date.

Siamo di fronte a due scenari: uno è quello siriano, di cui parleremo tra poco, dove c'è un intervento molto efficace, devo dire, da parte della Russia per il ristabilimento di un minimo di equilibrio delle forze in campo. Si potrà dire di tutto del regime di Assad, ma è certo che con l'intervento della Russia c'è stata una compressione del territorio controllato da Daesh.

In Libia sembra di assistere ad un ragionevole immobilismo delle cancellerie occidentali nell'attesa che i libici spontaneamente possano risolvere il problema. Il problema è capire se questo immobilismo, poi, non generi qualche iniziativa individuale. Su questo punto non ho ascoltato una risposta precisa e circostanziata. L'unico timore che possiamo avere come italiani è che, pur venendoci riconosciuta dalla comunità internazionale la guida di qualsivoglia missione, nelle forme che verranno stabilite, ci sia il rischio che si ripeta l'episodio di Sabrata. Mi auguro che questo non accada. Dalle parole del Ministro non dovrebbe accadere, ma non ne abbiamo le certezza.

LUCIDI (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LUCIDI (M5S). Signor Presidente, anch'io mi dichiaro parzialmente soddisfatto.

Il Ministro ha giustamente descritto uno scenario che coincide con quello delineato dal generale Serra e su questo punto mi dichiaro soddisfatto. Tuttavia, mi riservo di approfondire le altre questioni con ulteriori atti parlamentari perché, ad esempio, nel migration compact c'è un capitolo specifico sulla Libia, quindi anche in quel caso la questione migrazione assume un ruolo, secondo me, preponderante.

DI BIAGIO (AP (NCD-UDC)). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DI BIAGIO (AP (NCD-UDC)). Signor Ministro, la ringrazio per quanto esposto, anche in ragione delle delucidazioni fornite ai quesiti dei colleghi, che mettono in luce in maniera chiara lo scenario entro il quale si sta consumando la crisi libica e la relativa posizione italiana.

Come si diceva, la posizione francese, nella sua mancanza di ufficialità, rappresenta un rischio, non solo per la mancata attuazione dell'obiettivo condiviso al livello transnazionale del riconoscimento del Governo di unità nazionale, ma anche per l'inconsistenza di una posizione unitaria della Comunità europea, che indebolisce il progetto di stabilizzazione della Libia, la cui priorità è stata ribadita anche a margine del recente Consiglio UE per gli affari interni.

MINEO (Misto-SI-SEL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MINEO (Misto-SI-SEL). Signor Presidente, voglio innanzi tutto ringraziare il Ministro per il tono, la cautela e il buon senso di quanto gli ho sentito dire, però devo dichiararmi insoddisfatto, perché non ha risposto al quesito se Haftar sia da considerare un nostro alleato o un avversario, non ha risposto al quesito se una missione statica (difendere i pozzi o Tripoli) non sia addirittura più pericolosa che inseguire Daesh, e non ha risposto alla richiesta di un dibattito parlamentare serio e approfondito come quello che c'è stato in Gran Bretagna.

AMORUSO (AL-A (MpA)). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

AMORUSO (AL-A (MpA)). Signor Presidente, anche io ringrazio il Ministro per le sue risposte più che soddisfacenti e per il quadro che ha voluto disegnare, certamente non facile e non sereno, di una situazione come quella libica.

Ritengo che il percorso che l'Italia sta seguendo sia quello del buon senso e della ragionevolezza e saremmo contenti se, accanto al nostro Paese, ci fossero tutta l'Europa e la comunità internazionale. A tal proposito penso che l'unica cosa che dobbiamo cercare di fare, a livello internazionale, è voler insistere sul Parlamento di Tobruk, affinché, attraverso la sua deliberazione, possa finalmente dare più forza, più slancio e più capacità di azione al Governo che si è insediato.

MAURO Mario (GAL (GS, PpI, M, Id, E-E, MPL)). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MAURO Mario (GAL (GS, PpI, M, Id, E-E, MPL)). Signor Presidente, anch'io desidero ringraziare il signor Ministro, al quale tengo a precisare, non tanto come elemento di insoddisfazione, quanto come una traccia che spero risulti utile per il lavoro del Governo, la seguente questione.

È vero che ogni Paese, pur condividendo gli intenti generali dell'azione che la comunità internazionale si è prefissa in Libia, si muove sulla base dei propri interessi. Sarebbe però importante capire se quelli che sono gli alleati della leva europea e degli accordi internazionali da noi siglati, come gli Stati Uniti, nel gioco che si fa tra Paesi stanno un po' più con noi o un po' più con l'Egitto o con la Turchia. È evidente che ciò non è indifferente per i doveri che si propongono a noi, come Governo, e anche per le opportunità che ci si aprono davanti.

Un ultimo elemento riguarda l'accordo tra Unione europea e Turchia: il malfunzionamento di quell'accordo potrebbe rivelare una vittima designata sullo scenario euromediterraneo e tale vittima sarebbe proprio l'Italia. Quindi, mi auguro che il Governo possa essere nelle condizioni di far funzionare bene quell'accordo.

DIVINA (LN-Aut). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DIVINA (LN-Aut). La ringrazio, signor Ministro, per aver dato almeno una serie di risposte.

Visto che sono gli Stati Uniti che propugnano il nostro intervento militare, a noi resta soltanto una preoccupazione: non rischiare un secondo errore, dopo quello di qualche anno addietro, quando, seguendo le spinte americane, abbiamo voluto esportare la democrazia nel Nord Africa. È vero che abbiamo mandato via i dittatori, ma abbiamo creato la destabilizzazione di tutta l'area mediterranea. Ricordo che la Libia, nel periodo di Gheddafi, aveva un reddito pro capite di 14.000 dollari, pari a tre o quattro volte il reddito medio dei Paesi confinanti, mentre oggi è ridotto alla fame. Poiché gli USA ultimamente non ne azzeccano una, la nostra preoccupazione è di non seguirli in un secondo ipotetico errore.

COMPAGNA (CoR). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

COMPAGNA (CoR). Signor Presidente, la formula da utilizzare sarebbe quella di dichiararci parzialmente soddisfatti. Dico «parzialmente» perché il Ministro, con grande equilibrio e accortezza, non ha taciuto alcuna delle preoccupazioni di una situazione molto difficile e molto incerta. Mi pare, però, che abbia individuato in modo efficace la priorità del nostro atteggiamento.

Egli ha detto che il Governo attuale non è un Governo in esilio, evocando la formula di una storia europea lontana. È un Governo in cerca del voto di fiducia, ma è un Governo vero e proprio e, quindi, merita da parte della comunità internazionale - e l'Italia agirà secondo questa priorità - l'attuazione della risoluzione delle Nazioni Unite, che mi pare sia la n. 2278 del 2016, che prevede la titolarità delle armi all'Esecutivo.

Sulla base di questa priorità il Governo italiano cerca di reagire a quel clima - come ha detto giustamente il collega Romani - da un lato, di immobilistica stagnazione politico-diplomatica e, dall'altro, di ipervivace agilità affaristica. L'Italia non è complice né della prima, né della seconda e mi pare che il Ministro presidi questa linea con adeguata fermezza.

PRESIDENTE. Passiamo ora alle interrogazioni sugli sviluppi del negoziato di pace in Siria, cui risponderà il ministro Gentiloni Silveri.

DIVINA (LN-Aut). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DIVINA (LN-Aut). Signor Ministro, vorremmo conoscere le priorità del Governo italiano sulla questione siriana.

Si intende sconfiggere il terrorismo oppure seguire la linea americana di destituire Assad, l'ultima pedina dopo la destituzione di Ben Ali, Gheddafi e Mubarak? Abbiamo, però, visto cosa significa destituire dittatori in quelle aree. L'esercito regolare siriano, insieme ai russi e alla popolazione curda siriana, ha bloccato l'ISIS e la sua espansione. Se indeboliamo il Governo siriano, ergo l'esercito regolare, cosa può accadere o cosa accadrà? Probabilmente spianiamo la strada all'ISIS.

La priorità nostra è destituire Assad, che - secondo chi parla - è una pura questione di diritto interno dei siriani, o sconfiggere e combattere il terrorismo internazionale che tocca innanzitutto tutti i Paesi occidentali, noi compresi? Poiché la prima forza che si è schierata e ha fermato l'ISIS sulla linea di Kobane sono stati proprio i curdi siriani, lei è d'accordo ad ammettere una rappresentanza curda al processo negoziale di pace che si svolgerà per la Siria?

ROMANI Paolo (FI-PdL XVII). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ROMANI Paolo (FI-PdL XVII). Signor Ministro, la situazione siriana è, per certi versi, ancora più complessa di quella libica.

Il Governo ha vantato la possibilità, per il nostro Paese, di favorire i famosi caschi blu della cultura. Immagino che fossero di presidio, stabilizzazione e anche per lo sminamento, visto che l'Italia ha una straordinaria capacità a questo riguardo. Abbiamo assistito, però, dopo la rioccupazione di Palmira da parte dell'esercito regolare siriano, allo sminamento da parte solo degli artificieri russi, che hanno sminato più di 5.000 mine in tutta la città, compresa la vecchia. Ma nessuna richiesta è stata fatta al Governo italiano, pur avendo dato, in tempi non sospetti, la propria disponibilità. Come mai non abbiamo alcun tipo di considerazione da questo punto di vista?

Vengo alla seconda domanda. Nell'attesa del ripristino dei negoziati di pace a Ginevra, ancora non è chiaro l'atteggiamento finale del Governo italiano. Abbiamo assistito, purtroppo, negli anni passati all'appoggio da parte degli Stati Uniti di alcuni gruppi che si contrapponevano al Governo siriano, ma in Siria non c'è solo Daesh, che occupa una buona parte del territorio, ma c'è soprattutto al-Nusra, la costola siriana di al-Qaeda. Non saprei chi scegliere tra i due gruppi terroristici. Tutte le armi, anche molto raffinate, anticarro e antiaerei, fornite dagli americani ad alcuni gruppi che si contrapponevano al Governo di Assad, sono finite nelle mani di al-Nusra. Abbiamo, quindi, indirettamente alimentato gruppi terroristici. Su questo punto, possiamo capire quale sia esattamente la posizione del Governo italiano?

Concludo con Aleppo, una città divisa in due. Lo sono state Berlino e Beirut per tanti anni. Oggi è una città straordinaria, bellissima e incredibile, ma divisa in due parti con centinaia di migliaia di cittadini che soffrono per questa divisione. Siccome sembra essere in atto un'offensiva del Governo siriano per la possibilità di rioccupare e gestire in maniera unitaria la città di Aleppo, quando questo avverrà, sarà nel silenzio, com'è avvenuto per la rioccupazione di Palmira, oppure ci sarà, forse, un parere positivo della comunità internazionale e, in questo caso, anche del Governo italiano?

VERDUCCI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

VERDUCCI (PD). Signor Ministro, la questione drammatica della guerra civile e della crisi siriana insiste in un quadrante decisivo dello scacchiere internazionale che ha enormi implicazioni geopolitiche a livello mondiale. E questa crisi è un fattore che riacutizza i nervi scoperti delle relazioni internazionali tra le potenze regionali e internazionali.

La crisi geopolitica porta con sé la necessità di ristabilire una nuova stabilità nella regione del Mediterraneo e del Medio Oriente e poi soprattutto due grandi questioni, la cui soluzione ha a che fare con la tenuta stessa dell'Europa e del suo percorso di integrazione. Una è quella dei flussi migratori legati alle guerre. Le cifre parlano di 7 milioni di sfollati, di cui 4 milioni di rifugiati, la maggior parte in Giordania, in Libano e in Turchia, ma molti - come sappiamo - anche in Unione europea.

Vi è, poi, la questione del terrorismo jihadista, l'ingresso di Daesh nel territorio siriano. Per fortuna, notizie delle ultime settimane sono le vittorie che l'hanno risospinto verso l'esterno, ma anche il posizionamento di al-Qaeda.

Dal marzo 2011 vi è una rivolta contro il regime di Bashar al-Assad, che si è macchiato di persecuzioni molto gravi contro la popolazione (250.000 vittime), una grande crisi umanitaria, e moltissimi bambini sono senza medicinali e vaccini. Tra il 14 e il 20 marzo scorso ci sono stati a Ginevra importanti colloqui di pace, coordinati dall'inviato ONU Staffan de Mistura, che hanno messo al centro un documento con 12 punti, che si occupa del tema fondamentale non solo della stabilità, ma anche della transizione democratica, dello Stato di diritto, di una nuova Costituzione e di nuove elezioni libere.

A margine, c'è anche una questione molto importante, quella curda, la cui risoluzione è fondamentale per gli esiti positivi dei colloqui.

Chiedo a lei, signor Ministro, quale sia l'impegno italiano e come questo si riverberi anche in quello dell'Unione europea e della comunità internazionale.

DI BIAGIO (AP (NCD-UDC)). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DI BIAGIO (AP (NCD-UDC)). Signor Ministro, uno dei nodi più delicati dell'impasse siriana resta quello del flusso costante ed emergenziale dei migranti. È questo uno degli argomenti di maggiore attenzione mediatica soprattutto in Europa, anche in ragione dei problemi che sta comportando sul fronte dei rapporti e delle decisioni tra i diversi Stati membri.

Sul fronte territoriale, le informazioni sono ancora più confuse, così come il ruolo della comunità europea. Appare, però, chiaro il ruolo determinante della Russia, che, con il suo dispiegamento di forze e il suo supporto strategico, ha sostenuto e rafforzato Assad nel contenimento dell'avanzata non solo delle forze dell'ISIS, ma anche dei gruppi di opposizione nel loro complesso. Ovviamente questo scenario esorcizza di fatto l'ipotesi di una sorta exit strategy per Assad, seppur ventilata nelle scorse settimane da alcune indiscrezioni della stampa panaraba.

Se sul fronte strategico, però, sembra chiara la posizione russa, di contro vi sono molte difficoltà nell'inquadrare quella della comunità internazionale, anche in ragione delle posizioni talvolta discordanti dei diversi partner.

Nel frattempo, la situazione nelle aree di crisi continua a essere drammatica e la popolazione continua a essere stretta nella fame. Una città come Aleppo da mesi è teatro di intensi scontri, nonostante il cessate il fuoco in vigore.

In uno scenario complesso come quello attuale, vorremmo tentare di comprendere come stanno realmente le cose e che ruolo ufficiale sta assumendo e intende assumere l'Italia nella comunità europea.

MINEO (Misto-SI-SEL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MINEO (Misto-SI-SEL). Signor Ministro, innanzitutto vorrei esprimere apprezzamento per il ruolo che l'alto commissario Mogherini ha avuto nella regione, in particolare nel negoziato con l'Iran, che è parte importante del tentativo di stabilizzare la regione, e apprezzamento anche per la prudenza con cui lei, ministro Gentiloni, ha affrontato la questione russa.

Ma venendo allo scenario, non mi pare che sia più in discussione la questione di Assad. Se la Siria rimarrà unita, Assad non sarà più il rais della Siria. Ma la questione è un'altra. Signor Ministro, non ha l'impressione che il nostro alleato, l'Arabia Saudita, stia rallentando in tutti i modi la resa dei conti delle milizie curde, degli iraniani e dell'esercito iracheno con Daesh, nell'attesa di costruire un forte partito wahabita e saudita, che gestisca il domani della regione? Questo sarebbe grave e vorrei conoscere la sua opinione.

La seconda questione riguarda un altro alleato. La Turchia combatte i combattenti curdi, che sono i più attivi contro Daesh. Inoltre, gli accordi che sono stati presi con l'Unione europea parlano di zone proprio alla frontiera per accogliere i rifugiati. Mi sembra, con ogni evidenza, un tentativo di combattere ulteriormente i curdi, di mandare lì l'esercito turco e di riguadagnare quel terreno alla Turchia, che era alleata con forze che non erano molto lontane da Daesh e che trafficava con Daesh, per farle rimettere un piede in quella zona delicata, ai danni dei curdi. Vorrei sapere cosa ne pensa.

AMORUSO (AL-A (MpA)). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

AMORUSO (AL-A (MpA)). Signor Presidente, signor Ministro, con la chiusura della terza fase dei colloqui di pace a Ginevra sulla situazione siriana, fonti del regime di Damasco danno però annunci di un'ulteriore e necessaria fase di colloqui con i movimenti di opposizione, proprio in virtù delle proposte di cambiamento di carattere costituzionale della bozza di piano di pace presentata a Ginevra. Da fonti ONU pare ci siano stati la conferma di questo accordo raggiunto dalle parti per una transizione al fine di definire una nuova forma di Governo e, quindi, la sollecitazione al Consiglio di sicurezza a voler organizzare quanto prima una nuova riunione del Comitato internazionale di sostegno alla Siria.

Nel frattempo guardiamo agli Stati Uniti, che sembrano intenzionati a incrementare la propria presenza in Siria al fine di rafforzare la lotta ai militanti dell'ISIS, e alla Russia, che sembra stia preparando una nuova risoluzione da presentare al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Di fronte a questo ipotetico scenario, vorrei conoscere il ruolo dell'Italia e la nostra azione.

BERTOROTTA (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BERTOROTTA (M5S). Signor Presidente, signor Ministro, come tutti sappiamo, l'occupazione della Siria da parte del Califfato ha prodotto morte e distruzione. Il 24 marzo scorso l'esercito siriano e i suoi alleati hanno finalmente cacciato l'ISIS da Palmira, avviando il processo di sminamento dell'area e il recupero dei monumenti.

Rimane però il nodo politico della guerra in Siria, che non è stato ancora sciolto. I negoziati di pace iniziati a Ginevra hanno escluso una delle forze più importanti, cioè quella dei curdi, i quali - come spiegato in occasione di un incontro in Commissione affari esteri con il Presidente del Parlamento della Regione del Kurdistan - sono gli unici non solo a lottare contro il Daesh, ma anche ad aver elaborato una chiara posizione per la definitiva soluzione del conflitto, proponendo un modello di cantonalismo originale ed efficace nell'attuale sistema e mantenendo rapporti sia con il Governo siriano che con le fazioni ribelli.

La loro esclusione ci dà l'impressione di lasciare troppa mano libera alle pretese della Turchia. Forse sarebbe giunto il momento di cambiare strategia, immaginando un coinvolgimento internazionalistico e sovranazionale riguardo al conflitto siriano, dopo anni di illegale sostegno alle milizie armate dei ribelli che hanno generato solo caos e distruzione.

Con riferimento al negoziato di pace, chiedo di conoscere la posizione del nostro Governo circa la decisione di escludere i curdi dal tavolo del negoziato, nonostante sinora siano stati coloro ad aver combattuto contro l'ISIS, difendendo Kobane a caro prezzo.

Ricordo che la questione siriana è la causa principale dell'ondata migratoria che sta mettendo in crisi le politiche europee, come dimostra la posizione austriaca sul valico del Brennero.

Signor Ministro, lei non ritiene, quindi, che la mancanza di dialogo con il Governo siriano renderà sempre più difficile la gestione sia del flusso dei migranti che della sicurezza dei nostri territori? Visto che è all'ordine del giorno il ritrovamento di documenti siriani falsi, senza la collaborazione siriana sarà difficile contrastare questo fenomeno.

Chiedo, quindi, se il Governo abbia valutato la possibilità di ripristinare le relazioni diplomatiche con la Repubblica araba siriana, nonché l'ipotesi di aprire l'ambasciata in Italia.

COMPAGNA (CoR). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

COMPAGNA (CoR). Onorevole Ministro, sembra che i negoziati di Ginevra ristagnino, e questa è la sensazione che si è avuta anche ieri. Del resto, la tregua fatta a fine febbraio era, appunto, una tregua e non un inizio di pace, in quanto i problemi sui campi di battaglia sono tutti quelli evocati dai colleghi.

Signor Ministro, le sarei grato se nella risposta potesse soffermarsi sul quesito sottolineato dal collega Romani, riguardante la città di Aleppo, che è divisa in due. D'altra parte, è stata evocata da molti la questione dell'anticurdismo pregiudiziale della Turchia, che ha reso tutto più difficile. D'altra parte, per note ragioni, evocate anche queste dai colleghi, i Paesi europei sono sotto il peso della pressione demografica e dell'esigenza di doverla in qualche modo trattenere attraverso accordi con la Turchia.

Allora, da questo punto di vista, è il momento di scegliere fra le priorità della nostra diplomazia. C'è una posizione americana e occidentale, per la quale Assad non è più proponibile come Governo; e poi c'è, anche se gli viene attribuito dai commentatori - non sempre Putin in prima persona lo precisa - un "assadismo" pregiudiziale da parte di Putin, che è sceso in campo alla fine dell'anno scorso e che - non c'è dubbio - sarà uno dei protagonisti della trattativa di pace, se riuscirà a svilupparsi. Al momento, lo stallo di Ginevra è da registrare con molta preoccupazione, e forse era stata troppo enfatizzata come pace la tregua di fine febbraio.

PRESIDENTE. Ha facoltà di rispondere congiuntamente il ministro Gentiloni Silveri.

GENTILONI SILVERI, ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. Signor Presidente, credo che negli ultimi sette o otto mesi l'approccio di buona parte della comunità internazionale alla crisi siriana sia andato chiarendosi e tutto sommato, verso una posizione molto simile a quella che l'Italia sostiene da alcuni anni, e non per la sua particolare influenza, ma perché la nostra era una posizione molto ragionevole e di buonsenso.

Cosa abbiamo sostenuto negli ultimi due o tre anni? Abbiamo sostenuto che certamente bisognava accompagnare la transizione in Siria, perché non possiamo dimenticare le responsabilità di Bashar al-Assad in quella che è stata la catastrofe umanitaria più grave degli ultimi vent'anni. Parliamo di centinaia di migliaia di morti. Parliamo di quello che ha provocato lo sfollamento di milioni di persone, l'origine principale dei flussi migratori nella rotta balcanica. Queste sono responsabilità che il dittatore siriano porterà con sé. Tuttavia, la nostra era una posizione che, pur non ignorando tutto questo, metteva in guardia dall'illusione che, con una spallata militare, si sarebbe potuta risolvere la crisi siriana e anzi avvisava che, solo con questa impostazione, c'era il rischio che, travolgendo quel regime, si ricreasse un vuoto e che esso venisse di nuovo riempito, com'era accaduto dodici anni prima in Iraq, da qualcosa che assomigliasse molto da vicino a Daesh e alla crescita del terrorismo. Ora, direi che su questa linea - molti la sintetizzano con l'espressione «Assad change, not regime change», ma lasciamo stare le formule diplomatiche - c'è una larga convergenza della comunità internazionale.

Credo che di nuovo siamo stati abbastanza pionieri nel dire che certamente il ruolo della Russia conteneva dei pericoli, in termini di ingaggio diretto tra superpotenze e di un atteggiamento di sostegno fino alla morte alla posizione di Assad, ma esso poteva anche essere un'occasione costruttiva. Alla fine, almeno negli ultimi mesi, si è vista una cosa: io non discuto che ci sia stato un ruolo importante della Russia nel sostenere Assad, ma discuto che la Russia abbia un interesse a sostenere questo regime per tutta la vita. Anzi, credo che oggi abbia un interesse a favorire una transizione. E la transizione, senza creare un vuoto, deve naturalmente superare anche la persona del dittatore, cui non può essere affidato probabilmente il futuro della Siria.

C'è una certa convergenza, ma purtroppo ci sono due problemi. Tenete conto che John Kerry e Sergej Lavrov presiedono il gruppo internazionale di lavoro sulla Siria, spesso con una collaborazione di posizioni e di opinioni. Ma, nonostante questo, non dobbiamo illuderci di essere nel contesto di trent'anni fa, in cui un accordo tra russi e americani metteva la camicia al mondo, perché bisogna tenere conto anche delle posizioni di diversi altri Paesi. È stata citata l'Arabia Saudita, ma cose simili, sia pure completamente diverse, si potrebbero dire dell'Iran. Non è che, se la Russia decide una cosa, l'Iran rinuncia ai propri interessi nazionali o viceversa nel caso dell'Arabia Saudita. Quindi, la prima difficoltà è una prova di un multilateralismo complicato. Non è di nuovo un gioco di due superpotenze che aggiustano il mondo.

Quanto alla seconda difficoltà, la situazione sul terreno aveva dato vita a un mezzo miracolo, diciamo la verità. A fine febbraio nessuno si illudeva. Ricordo che entrammo in una riunione che durò otto ore in un albergo di Monaco e la concludemmo dicendo che due giorni dopo ci sarebbe stata una cessazione delle ostilità. E preciso che non si poteva chiamare «cessate il fuoco», perché alcune delle parti erano contrarie all'utilizzo di questa espressione, dal momento che sembrava una concessione ad Assad.

In ogni caso, c'è stata la cessazione delle ostilità da quel 27 febbraio, con una riduzione dei bombardamenti e della violenza attorno al 70-80 per cento; con l'accesso umanitario a centinaia di migliaia di persone sotto assedio e che stavano morendo di fame; con risultati molto importanti; con l'avvio di negoziati cosiddetti di prossimità, nei quali le diverse parti sono istanze diverse, non si siedono attorno a un tavolo e l'inviato delle Nazioni Unite, il nostro Staffan de Mistura, fa la spola tra le diverse parti.

Tuttavia, non dobbiamo nasconderci che nelle ultime due o tre settimane questi fatti positivi sviluppati sul terreno sono messi in crisi. Purtroppo il livello di violenza è cominciato ad aumentare di nuovo, e deriva da tante ragioni che sarebbe troppo lungo descrivere. Ma il problema di fondo è che, essendosi dichiarata la cessazione delle ostilità (fatte salve le attività contro Daesh e al-Nusra), ed essendo al-Nusra posizionata in territori nei quali la sua presenza è molto intrecciata a quella di forze dell'opposizione siriana, alla fine, combattendo al-Nusra, molto spesso si sono ingaggiati di nuovo combattimenti tra le due parti, governative e di opposizione siriana. E questo ha ridato vita a una spirale di violenza.

Bisogna stare molto attenti. Quindi, la decisione che sta maturando è - credo nei prossimi dieci giorni - di riunire di nuovo la conferenza ministeriale del gruppo di sostegno alla Siria per cercare di ridare impulso a un processo. Innanzitutto, il cessate il fuoco per ragioni umanitarie in questo momento è quasi più importante dei negoziati. I negoziati avranno bisogno di tempo per produrre risultati. Se però si chiudono i corridoi umanitari, se il regime torna a un atteggiamento di chiusura verso i convogli umanitari, allora veramente torniamo alla casella di partenza. Credo, quindi, che serva rapidamente un rilancio.

Mi soffermo su tre questioni più specifiche che sono state sollevate. L'Italia è favorevole alla partecipazione di YPG, ossia dei curdi siriani, nella dinamica negoziale? L'Italia è favorevole, diversi Paesi sono favorevoli, mentre altri sono - come potete immaginare - radicalmente contrari. L'inviato delle Nazioni Unite ha compiuto molte acrobazie, nel senso che ai colloqui di prossimità partecipano, sia pure con una partecipazione definita di secondo livello, anche esponenti dell'opposizione siriana, visto che c'è da parte di alcuni attori fondamentali un'opposizione radicale, che ben conoscete, a una partecipazione a pieno titolo. Se però volete conoscere la nostra posizione, quella italiana, noi riteniamo che certamente abbiano svolto e svolgano un ruolo e certamente vadano coinvolti nel processo negoziale.

Quanto al tema dell'UNESCO e di Palmira, il 13 aprile il Consiglio esecutivo dell'UNESCO ha deliberato, prendendo atto della disponibilità italiana a partecipare, con la task force denominata Unite4Heritage, al risanamento, alla ricostruzione e alla riprotezione del sito archeologico, che questa missione sarebbe partita quando le condizioni di sicurezza lo avrebbero consentito. Ed è una valutazione che farà l'UNESCO, e noi ci auguriamo che questo sia possibile in tempi rapidi.

Infine, uno degli interroganti ha parlato delle nostre relazioni diplomatiche con la Siria. È chiaro che noi non possiamo - credo non avrebbe senso politico - ristabilire pienamente delle relazioni con un regime di cui predichiamo la necessità di essere superato con una transizione, non di essere travolto da raid aerei. Tuttavia, l'oggetto del negoziato di Ginevra sono i diciotto mesi di transizione, al termine dei quali tutti pensano che il leader della Siria non possa essere Bashar al-Assad, tanto che molti ritengono che la crisi siriana si risolverebbe alla fine con quattro parole del presidente Bashar al-Assad e cioè: «I will not run», intendendo che non parteciperà al prossimo confronto elettorale. Dubito che sia facile che in tale contesto egli pronunci queste parole, ma penso sia un interesse comune in cui addirittura russi e americani potrebbero essere al lavoro insieme per favorire una transizione. Oggi è difficile dire più di questo.

In tale contesto non è che l'Italia ristabilisce una normalità di relazioni diplomatiche, ma certamente bisogna affermare che non le abbiamo rotte del tutto: abbiamo un incaricato d'affari che mantiene rapporti con la Siria e che opera da Beirut, in Libano, e che quindi può essere comunque utile per questioni umanitarie o che riguardano cittadini italiani. C'è un filo che non si è del tutto spezzato, ma che oggi non è immaginabile ritrasformare in piene relazioni diplomatiche.

PRESIDENTE. Hanno adesso facoltà di replicare gli interroganti, per un minuto ciascuno.

ROMANI Paolo (FI-PdL XVII). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ROMANI Paolo (FI-PdL XVII). Signor Presidente, ringrazio il Ministro perché su questo argomento ci ha fornito sicuramente alcune indicazioni che non conoscevamo.

Non mi è, però, ancora chiaro quale sia esattamente il ruolo dell'Italia in questo contesto. Capisco che abbiamo un assoluto privilegio rispetto al problema libico, che è davanti a casa nostra, mentre la Siria - nel bene o nel male - è sempre stata un'area in cui la Francia, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e in questo caso anche la Russia hanno interagito. Rimane un problema di fondo ancora irrisolto. Non mi è chiaro - e mi sembra che nella risposta del Ministro non sia stato detto - qual è il rapporto tra le cancellerie occidentali e le forze di opposizione, visto che - come ha giustamente detto il Ministro - sono tutte mischiate e anche ISIS è avvenuto su territori dove non c'erano contrapposizioni tra il Governo regolare di Assad e i gruppi terroristici. Purtroppo al-Nusra, per quello scenario, è confuso in mezzo a tutti i gruppi di opposizione. E anche recentemente, quando c'è stato l'inserimento di 250 militari statunitensi in Siria con proteste del Governo di Damasco, non si capisce se si voglia continuare in quella politica di aiuto e anche di fornitura a gruppi di opposizione e come ciò possa essere compatibile con l'effettiva guerra al terrorismo, che è fatto non solamente dal gruppo di Daesh, ma anche da al-Nusra.

Mi sembra, quindi, uno scenario particolarmente complesso, dove forse anche per il Governo italiano è più complicato dare risposte più precise.

VERDUCCI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

VERDUCCI (PD). Signor Presidente, esprimo soddisfazione per l'intervento del Ministro, che ha detto cose importanti, innanzitutto ribadendo quello che penso sia un punto fondamentale della nostra dottrina politica, che vale per la Siria ma per tutta l'azione nei confronti del Mediterraneo, ovvero che non ci possono essere soluzioni militari senza soluzioni politiche.

Lo ringrazio altresì per aver riaffermato l'importanza del multilateralismo, del coinvolgimento dei curdi nel processo negoziale, nonché la priorità della risoluzione della catastrofe umanitaria. Al riguardo voglio ricordare che il Governo italiano e il ministro Gentiloni hanno dato sostegno all'esperimento del corridoio umanitario che, lo scorso febbraio, ha portato in Italia 93 siriani. Lo ringrazio poi per aver affermato l'importanza del documento che ha al centro la transizione democratica in Siria al termine dei diciotto mesi. Penso, infatti, sia obiettivo nostro andare oltre la tenaglia tra dittatura e fanatismo, fare in modo che la nostra politica estera sia improntata a un realismo che, però, abbia al centro l'impegno per la sicurezza e la stabilità, ma anche, come monito fondamentale, per la transizione democratica delle regioni mediorientali e mediterranee.

DI BIAGIO (AP (NCD-UDC)). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DI BIAGIO (AP (NCD-UDC)). Signor Ministro, la ringrazio per quanto ha voluto condividere con noi, rimarcando ancora una volta l'attenzione che lei riserva alla tematica, soprattutto sul versante umanitario. Sappiamo che la Siria sembra essere diventata la proiezione in scala degli attuali rapporti di forza geopolitici e il ruolo della Russia ne è forse l'espressione più chiara.

È per questa ragione che una certa confusione di approcci dell'Unione europea rappresenta purtroppo un pesante limite, soprattutto perché continua solo a essere accostata alle sanzioni contro il Governo siriano, che, stando proprio alle posizioni dei detrattori, hanno il merito solamente di incrementare il flusso dei migranti verso l'Europa. Siamo certi che quanto da lei evidenziato possa essere uno spunto di riflessione interessante per le determinazioni future.

MINEO (Misto-SI-SEL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MINEO (Misto-SI-SEL). Signor Ministro, sono soddisfatto per la ricostruzione dello scenario che lei ha fatto e per il chiarimento sull'apertura dell'Italia all'inserimento dei curdi nel negoziato.

Trovo che non abbia risposto sulla questione più spinosa, e cioè sull'atteggiamento di due alleati dell'Italia, la Turchia e soprattutto l'Arabia Saudita, che - secondo molti osservatori - stanno portando per le lunghe la vicenda e stanno sostanzialmente dando ossigeno e tempo a Daesh.

AMORUSO (AL-A (MpA)). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

AMORUSO (AL-A (MpA)). Signor Ministro, la ringrazio per la sua esauriente e soddisfacente esposizione riguardo alla situazione siriana e anche alle nostre indicazioni su quello che è lo stato delle trattative in seno ai colloqui di pace.

In modo particolare confidiamo - è quello che poi oggi è stato evidenziato anche a livello di Nazioni Unite - nell'insistenza a voler subito riattivare il comitato internazionale di sostegno alla Siria da parte italiana per potere proseguire sulla strada che, con tutte le difficoltà esposte, penso sia oggi l'unica percorribile per cercare di dare sicurezza a una situazione che guardi innanzitutto agli aspetti umanitari, ma anche in prospettiva alla sicurezza di tutto il Mediterraneo.

BERTOROTTA (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BERTOROTTA (M5S). Signor Presidente, sono costretta a dichiararmi solo parzialmente soddisfatta per il quadro generale. Da quello che ho potuto capire, l'Italia ha assunto una posizione molto mite e tiepida nei confronti dei curdi. Mi sarebbe, anzi, piaciuto che lei avesse dichiarato chi ha votato contro la partecipazione dei curdi al tavolo di pace, oltre alla Turchia che si deduce abbastanza facilmente.

Riguardo ad Assad, non voglio difendere i dittatori. Ritengo però che, mentre non abbiamo difficoltà a dialogare con il capo del Bahrein oppure con quello dell'Arabia Saudita, con Assad abbiamo tutt'altro atteggiamento. Abbiamo anche audito una parlamentare siriana, Maria Saadeh, la quale ha detto che, nell'ambito della politica interna, se la sbrigano da soli e che, anzi, le ingerenze esterne possono fare solo danno, chiedendo la revoca delle sanzioni economiche. Noi invece continuiamo a essere fermi solo sul punto di eliminare Assad dalla scena politica.

COMPAGNA (CoR). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

COMPAGNA (CoR). Signor Presidente, mi pare più che comprensibile, oltre che apprezzabile, il fatto che il Ministro, ribadendo le responsabilità sotto tanti profili del dittatore siriano, abbia voluto rivendicare una continuità di posizione della politica italiana in Siria che dura già da qualche anno, a prescindere da oscillazioni americane e russe.

Da questo punto di vista, però, mi è parso che il Ministro abbia approfittato di questa occasione per aggiungere una considerazione che mi sembra pertinente: la Russia, a suo modo di vedere, avrebbe tutto l'interesse a favorire una transizione equilibrata. Da questo punto di vista, l'Italia non può che rimettersi al tavolo dei due ministri, Lavrov e Kerry, perché ovviamente è da lì che deve scattare il cartellino rosso per Assad. Non è materia di Staffan de Mistura, ma Kerry e Lavrov potrebbero trovare la strada per questo provvedimento.

PRESIDENTE. Lo svolgimento delle interrogazioni a risposta immediata (question time) all'ordine del giorno è così esaurito.

Ringrazio il ministro Gentiloni Silveri per la sua disponibilità e tutti gli interroganti.

Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ordine del giorno
per la seduta di martedì 3 maggio 2016

PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica martedì 3 maggio, alle ore 16,30 con il seguente ordine del giorno:

(Vedi ordine del giorno)

La seduta è tolta (ore 17,21).