Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 795 del 29/03/2017

BRUNI (CoR). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BRUNI (CoR). Signora Presidente, arriviamo al voto di fiducia sul decreto-legge in materia di contrasto dell'immigrazione dopo un iter molto travagliato e una gestazione abbastanza complicata nelle Commissioni di merito, 1a e 2a e, poi, addirittura con... (Brusio).

PRESIDENTE. Colleghi, abbiamo iniziato i nostri lavori. Se poteste abbassare il volume del chiacchiericcio, fareste una cortesia al collega che sta intervenendo.

BRUNI (CoR). Come dicevo, vi è stata prima una gestazione molto lunga e travagliata nelle due Commissioni di merito e poi anche nel passaggio in Assemblea, dove è stato necessario far trascorrere una settimana per arrivare alla formulazione di un maxiemendamento che sostanzialmente doveva tener conto del lavoro svolto nelle settimane precedenti nelle Commissioni. Ciò vuol dire che pur di fronte alla tanta enfasi che si era utilizzata rispetto all'importanza di questo decreto-legge, si è poi arrivati in affanno e in ordine sparso, se è vero che solo per collazionare un po' di emendamenti, già ampiamente approfonditi in Commissione, si sono persi addirittura sei giorni.

È evidente che con questo provvedimento il Governo Gentiloni Silveri, con un cambio di rotta (dettato forse più dalla necessità che dalla convinzione), ha deciso di affrontare il problema dell'immigrazione illegale in maniera più decisa, più forte e più ferma rispetto al recente passato.

È altrettanto evidente che il Ministro dell'interno ha mostrato di ben conoscere le gravi problematiche sottese alle questioni degli imponenti flussi migratori provenienti dal continente africano dilaniato dalle guerre, ma soprattutto flagellato da perenni carestie e da una povertà endemica sempre più generalizzata. Un discorso a parte meritano i flussi provenienti dal Medio Oriente, che in maniera altalenante erano forse presenti da due decenni verso la nostra penisola a causa di tensioni politiche e religiose che, ciclicamente, attraversano una parte dei Paesi nel Medio Oriente. L'Italia - lo sappiamo - è in Europa il Paese che assorbe il maggior numero di disperati che giungono via mare. L'utilizzo della via del mare aumenta di pari passo con la chiusura delle frontiere degli altri Stati europei a seguito dell'adozione di un regime di visti e di ingressi particolarmente restrittivo verso i Paesi di quelle zone. Pensiamo a quanto avviene sul fronte balcanico e al famoso caso dell'Ungheria con le reti e i muri che ostacolano l'afflusso di migranti nel Paese magiaro.

Al fenomeno corrisponde il diffondersi tra i cittadini italiani di crescenti timori e preoccupazioni, un idem sentire che vede nell'immigrazione non più soltanto un problema di sicurezza e di ordine pubblico ma anche una questione che, rispetto al passato, si è estesa a una dimensione collettiva. Mi riferisco, in particolare, alla percezione degli immigrati come un pericolo per l'identità nazionale, la cultura e la religione. Insomma, è vista come una concreta minaccia per le nostre stesse radici culturali, in conseguenza della follia della Jihad intrapresa prima da Al Qaeda e poi da Daesh contro l'Occidente "crociato". La situazione in Italia, dunque, è sempre più pericolosa sia per le difficoltà oggettive di gestione da parte dello Stato sia per le ricadute su un'opinione pubblica sempre più irritata.

Se osserviamo i dati, dal 1° gennaio al 10 febbraio di quest'anno sono arrivati in Italia 9.446 migranti, a fronte dei 6.030 dello stesso periodo dello scorso anno. Il compito del ministro Minniti è farsi carico del problema, prendendo atto innanzitutto che l'immigrazione incontrollata nasconde gravi rischi per la sicurezza dei cittadini e per la perdita dell'identità nazionale. Le preoccupazioni e i disagi sempre più spesso sono espressi anche dagli stessi amministratori di sinistra delle nostre città, finalmente ammettendo che quelle preoccupazioni e quei disagi non sono relegabili a irrazionali paure della gente, strumentalmente manipolata dal centro-destra per avallare politiche autoritarie. Fino a qualche tempo fa si cercava di rappresentare questo.

Così oggi il Governo vara un provvedimento - peraltro, all'interno di un più ampio pacchetto di sicurezza riferito anche ai centri urbani - che molto somiglia a quello realizzato nelle stagioni del centro-destra. Il provvedimento introduce delle novità apportando alcune modifiche alla gestione dei sempre più frequenti e cospicui sbarchi dei migranti anche attraverso la previsione dell'apertura di nuovi e rinominati centri di identificazione ed espulsione degli stranieri irregolari, oggi diventati Centri di permanenza per i rimpatri. In questo caso comunque il problema non è il nome. Nello specifico, il principale obiettivo del decreto annunciato dal premier Gentiloni Silveri si sostanzia in una velocizzazione del procedimento volto a riconoscere il diritto di asilo attribuito alla cognizione, con un rito semplificato, di sezioni specializzate per l'immigrazione nella menzionata agevolazione dei meccanismi dei sistemi necessari per i rimpatri dei migranti che non hanno diritto all'asilo.

Queste iniziative in astratto sono condivisibili, però la gestazione nelle due Commissioni e il passaggio in Assemblea hanno dimostrato che una parte di queste iniziative comunque rappresenta ciò che nel linguaggio dei mass media viene definito intervento spot, volto più a colpire la pancia degli elettori che non a risolvere il cuore del problema. Questo lo si evince dallo strumento stesso utilizzato per legiferare su una questione tanto complessa quanto annosa, il decreto-legge. Da un lato è vero che c'è necessità di porsi questi problemi in modo più urgente, ma dall'altro vediamo che gli effetti di questo decreto-legge si protraggono nel tempo.

Qual è l'urgenza, per esempio, di istituire sezioni specializzate per materia, prevedendo sin d'ora che inizieranno a operare solo dopo sei mesi dall'entrata in vigore del decreto-legge in esame? Ciò dimostra che vi sono temi abbastanza contrastanti. Come pensare poi che la formazione di questi giudici iperspecializzati e le relative risorse materiali e professionali non abbiano costi? Ecco un'altra questione, trovare dotazioni finanziarie per far funzionare questo decreto-legge.

È lapalissiano che il sistema, così come è congegnato, da un lato non consentirà lo smaltimento del contenzioso di competenza delle sezioni specializzate negli stretti tempi previsti e dall'altro graverà sul restante contenzioso civile, schiacciato per l'ennesima volta da una riforma illusoriamente a costo zero. Inoltre, solo grazie agli emendamenti dei vari Gruppi - tra cui anche il nostro, non a caso fatto proprio dal Governo, che ha introdotto l'audizione della parte su istanza motivata dell'interessato - si è evitata, in nome della velocità, la produzione di una norma che avrebbe sollevato gravi dubbi di legittimità in relazione ai principi del contraddittorio e della pubblicità del giudizio, fissati dall'articolo 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo. Tale violazione si sarebbe perpetrata tramite la tendenziale esclusione del contratto tra ricorrente e giudice per l'intero arco del giudizio.

Anche sulla competenza per materia delle sezioni si deve evidenziare il permanere di un'irrazionale frammentazione di competenze tra diversi giudici (ordinario, amministrativo e di pace). Nel lungo percorso compiuto tra Commissione e Assemblea, si è cercato anche di ovviare ad alcuni di questi difetti: penso a un emendamento proposto proprio dal nostro Gruppo, che ha esteso le questioni relative alla cittadinanza italiana alla competenza delle istituende sezioni specializzate.

In conclusione, questo decreto pone problemi e cerca di individuare soluzioni, ma certamente non è questa la risposta che ci permetterà di arginare quei numeri, che non possono essere arginati con un provvedimento del genere. Il tema dell'immigrazione, dopo oltre vent'anni che ci confrontiamo con questa materia - nuova fino alla fine degli anni '80 - ci ha dimostrato che le migliori soluzioni non si trovano presidiando il nostro litorale o cercando di agire nei centri di permanenza; il momento decisivo è rappresentato invece dagli accordi che si possono stipulare con gli altri Stati. Penso alla visita del Premier libico di qualche giorno fa, che ha dimostrato che bisogna andare proprio in quella direzione, che è stata seguita anche da altri Governi in passato. La questione albanese, infatti, è stata risolta così e lo stesso si è fatto all'epoca di Gheddafi, al di là dei commenti di colore e delle critiche rivolti al Premier del centro-destra in quel momento: ciò dimostra che si sarebbero potuti ottenere risultati trovando soluzioni in Africa, soprattutto nella costa settentrionale e non presidiando i nostri mari, perché il percorso è molto più complicato e le soluzioni non arrivano, nonostante i decreti-legge. (Applausi dal Gruppo CoR).