Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 795 del 29/03/2017

CRIMI (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CRIMI (M5S). Signora Presidente, colleghi e onorevoli cittadini che ci ascoltate, qualche giorno fa in Campidoglio, nell'ambito di una manifestazione di robotica, ho assistito a una performance di un gruppo di ragazzi di una scuola romana che, unendo robotica e teatro, hanno messo in scena una narrazione della storia dell'uomo fin dalla preistoria. Ci hanno ricordato che le teorie più accreditate indicano le prime tracce di essere umano nella zona tra l'Etiopia, il Kenia e la Tanzania. Da quelle terre, in Africa, con migrazioni avvenute nel corso di milioni di anni, l'essere umano si è spostato su tutto il pianeta, anche in Europa. La conclusione dei ragazzi, nella loro ingenuità e logica incontrovertibile, è stata chiedersi perché, se quelle migrazioni hanno portato alla civiltà moderna, quale è oggi, alziamo barriere e muri. Anche noi ci uniamo alla logica dei ragazzi domandaci perché.

Oggi l'Italia e l'Europa si trovano ad affrontare questo fenomeno che non è nuovo, ma è il naturale spostamento degli esseri umani da alcune terre verso altre, a volte per motivi climatici, altre volte per motivi economici e oggi più che mai per motivi legati alla propria sicurezza, per fuggire da guerre e persecuzioni. Il diritto internazionale riconosce a chi scappa da guerra e persecuzione di essere accolto e protetto. E su questo credo che nessuno di noi abbia dubbi. Non servono leggi per dire che, se per strada c'è una persona che soffre o che è in difficoltà, va aiutata.

Questo è quanto oggi l'Italia si trova ad affrontare: fratelli e sorelle, esseri umani come noi, che vedono minacciata la propria vita e fuggono verso altre terre per salvare se stessi, le proprie famiglie e i propri figli. A queste persone dobbiamo garantire l'accoglienza e non c'è bisogno di alcuna norma internazionale che ce lo dica.

Le condizioni economiche del nostro Paese, oggi, non consentono un'accoglienza generalizzata - questo è un dato di fatto - per tutti coloro che arrivano da altre parti del mondo. Non ce lo nascondiamo e anche su questo non ci sono dubbi. Ciò avviene perché anche il nostro Paese soffre: dietro la cortina fumogena di un Paese che si autocelebra come potenza economica mondiale, ci sono milioni di poveri. Non vergogniamoci a dirlo, chiamiamo le cose con il loro nome: povertà. Finché non saranno prese misure strutturali per risollevare le sorti di questo Paese, finché non riusciremo a garantire a tutti gli italiani di poter vivere una vita dignitosa, finché non sarà varato un reddito di cittadinanza che consenta veramente di affermare che nessuno deve rimanere indietro, fino a quel momento non riusciremo a garantire l'accoglienza a chiunque voglia venire da altre parti del mondo nel nostro Paese.

È per questo motivo che siamo costretti a limitare l'accoglienza a quei fratelli e a quelle sorelle che fuggono da morte certa. Per garantire l'accoglienza che meritano questi fratelli, però, è necessario che siano definite regole chiare per valutare chi ha diritto a quest'accoglienza e chi no. Affinché l'accoglienza sia garantita - e lo sia nel miglior modo possibile - a chi ne ha diritto, è necessario che a tutti coloro che non ne hanno diritto sia negata. È una scelta sofferta, tengo a dirlo, ma necessaria. Se non possiamo garantire a tutti l'accoglienza, dobbiamo limitarci a coloro per i quali non possiamo farne a meno. Saperli individuare tra le centinaia di migliaia di migranti e saper individuare chi ha bisogno e chi invece ne ha meno è una scelta sofferta, lo ribadisco, ma necessaria. Altrimenti, il rischio è che non si riesca a garantire il minimo livello di assistenza e accoglienza a nessuno, almeno finché questo Paese non uscirà dal buio in cui l'avete condotto, senza rendervene conto, come macchinisti di una locomotiva cieca che conduce un treno verso un binario morto.

Questo decreto-legge, però, non è una soluzione, ma l'ennesima cortina fumogena, l'ennesima arma di distrazione di massa. A fronte dell'aumento delle richieste di protezione internazionale, la risposta non prevede di mettere in campo un sistema di selezione e vaglio efficiente ed efficace, che sappia valutare in tempi rapidi chi ha bisogno e chi no e sappia dare le risposte in termini di accoglienza che servono. La risposta di questo decreto-legge è sbagliata: è la risposta sbagliata a un problema reale.

Esso interviene limitando al massimo il ricorso all'autorità giudiziaria, attribuendo alla decisione della commissione territoriale la funzione quasi di una sentenza definitiva, riducendo le garanzie costituzionali che dovrebbero essere garantite a ogni cittadino presente nel territorio italiano, e non solo. Viene abolito il grado di appello per i ricorsi contro le decisioni di diniego della protezione internazionale. Il giudizio verrà effettuato da un giudice, fortunatamente collegiale, come da noi richiesto, ma con un'udienza eventuale. Questo decreto-legge, quindi, serve esclusivamente a deflazionare il contenzioso giudiziario.

Un Paese che si rispetti, davanti a un problema di eccessivo contenzioso giudiziario, fornisce le risposte di giustizia che servono, strumenti e uomini per affrontarlo; invece, come già fatto in passato, decidete di cedere le armi, gettare la spugna e ridurre la possibilità di accesso alla giustizia. È una deriva che è stata già presa in altre tipologie di interventi, nei quali, anziché dare le risposte di giustizia che servono, pensate esclusivamente a ridurre l'accesso alla giustizia, trasformandolo in un percorso a ostacoli sempre più oneroso.

Avete istituito le sezioni specializzate spacciandole per sezioni specializzate per materia, ma in realtà - è inutile che ce lo nascondiamo - si tratta di sezioni specializzate per ricorrenti, per persone, basate sulla persona anziché sulla materia. Sono forse prove generali di una riduzione delle garanzie e dell'istituzione di giudici speciali?

Ci sono poi i CIE, i centri d'identificazione ed espulsione, una vergogna tutta italiana: veri e propri non luoghi, nei quali non esistono forme di rispetto della dignità umana; veri e propri lager, dove neanche le minime condizioni previste per i detenuti sono state garantite. Commissioni d'inchiesta, inchieste giudiziarie, decessi e violenze non sono bastati a farvi comprendere che è un sistema che non funziona. Cosa vi siete inventati, quindi? Cambiamogli il nome, diamogli una tinteggiata e facciamo finta che siano un'altra cosa. E così, da oggi li chiamate centri permanenti per il rimpatrio.

Innanzitutto, come sempre accade, alle parole non seguono i fatti. Abbiamo sentito dire, signor Ministro, che sarebbero stati uno per Regione, quindi 20 centri da 80 posti (1.600 totali), parole sue: ebbene, da nessuna parte nel testo del decreto-legge - glielo garantisco - trovo scritto questo; da nessuna parte nel decreto-legge si parla di un'equa distribuzione sul territorio nazionale, cosa che avevamo chiesto anche con emendamenti, ma solo dell'ampliamento della rete delle strutture esistenti; da nessuna parte si prevede la chiusura degli attuali CIE. È inutile che ce lo nascondiamo, signor Ministro: se apriamo questi centri per il rimpatrio, dobbiamo dare una risposta a quei CIE, quelle realtà che sono state sottoposte alle inchieste di Commissioni parlamentari e a inchieste giudiziarie, per porre fine a quest'esempio negativo di gestione del trattenimento delle persone.

Non una delle richieste che avevamo proposto è stata accolta. Avevamo chiesto che questi centri fossero gestiti direttamente dalla pubblica amministrazione e non da privati o, tutt'al più, se gestiti da privati, che questi non fossero gli stessi soggetti che già gestiscono altri tipi d'accoglienza. Avevamo chiesto che fossero garantite procedure trasparenti di affidamento della gestione e individuate caratteristiche minime necessarie per il rispetto della dignità umana e non solo un suo generico riferimento. Avevamo chiesto che fossero individuati protocolli certi per l'assegnazione ai vari centri, che tengano conto dei rischi di convivenza di tali soggetti. Niente di tutto questo è stato accolto ed è stato tutto lasciato nel vago.

Oggi abbiamo un Ministro, domani potremmo averne un altro e ognuno potrà interpretare le norme come meglio crede.

Nulla si dice dei rimpatri e di come questi avverranno, ma si stanziano solo i soldi; il nulla più assoluto sulle cause che portano migliaia di migranti a scappare dalle loro terre per trovare rifugio da noi. Non una parola si trova nel decreto e nemmeno una parola in tutta la discussione, perché forse significherebbe ammettere i propri errori e le responsabilità di chi dice di voler esportare la democrazia e invece esporta guerra, morte e sofferenza. Significherebbe ammettere che, dietro la facciata del contribuire allo sviluppo dei Paesi più poveri, si nasconde invece lo sfruttamento incondizionato delle loro risorse che li rende ancora più poveri.

Vi è il silenzio dell'Europa in tutto questo, l'inerzia di chi parla di Unione solo quando si tratta di quattrini, ma nulla fa per condividere anche le situazioni emergenziali in cui un Paese, come l'Italia, si trova. Se davvero Europa deve essere, allora l'Italia deve essere trattata come un confine dell'Europa e come tale l'accesso dei richiedenti protezione internazionale deve essere affrontato dall'intera Unione europea e non solo dall'Italia.

Deve essere superato davvero il Regolamento di Dublino e deve essere rivisto l'obbligo per il Paese di ingresso di gestire tutta la fase dell'accoglienza di richiedenti asilo, altrimenti questa non è una comunità. L'Europa deve decidere di sanzionare quei Paesi che si rifiutano di adempiere ai doveri di mutua assistenza e accoglienza delle quote di ricollocazione previste. (Applausi dal Gruppo M5S e del senatore Cervellini). Se non è una comunità di popoli, l'Unione europea non ha allora più senso di esistere. È un dato di fatto.

Infine, tornando in Italia, a chi fa comodo la continua emergenza del fenomeno migratorio e dell'accoglienza? Sicuramente a soggetti spregiudicati che speculano sul business dei migranti e dell'accoglienza. Ma non dimentichiamo il ruolo della politica: quella politica di sinistra che dell'accoglienza fa la sua bandiera e quella di destra che della difesa dei confini fa la sua bandiera. L'emergenza migranti viene usata come un vessillo in battaglia per radunare i propri eserciti elettorali. Ma davanti a questo uso distorto ci sono persone che soffrono, persone che fuggono da guerre e da persecuzioni e chiedono solo un posto dove vivere. Vivere: non chiedono altro che vivere. (Applausi dal Gruppo M5S e dei senatori Cervellini e Molinari).