Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 795 del 29/03/2017

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 2705
e della questione di fiducia (ore 10,17)

MAZZONI (ALA-SCCLP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MAZZONI (ALA-SCCLP). Signora Presidente, il decreto-legge al nostro esame ha in tutta evidenza lo scopo di far uscire dall'approccio emergenziale un fenomeno ormai strutturale come quello dell'immigrazione per distribuire in modo più omogeneo e meno invasivo i migranti che arrivano sul territorio nazionale.

Nel solo 2016 gli sbarchi dalla rotta del Mediterraneo sono stati più di 181.000 e i dati dei primi mesi del 2017 indicano una tendenza continua all'aumento. Dunque, qualcosa si doveva necessariamente fare, e il nuovo Ministro dell'interno ha dimostrato un approccio al problema molto più incisivo rispetto ai precedenti Governi. Questo in assenza di un sostegno reale dell'Unione europea che, facendosi scudo del regolamento di Dublino, ha di fatto disatteso tutti gli impegni di relocation assunti nei tanti e inutili vertici che hanno portato solo a una serie interminabile di direttive rivelatesi poi punitive per gli Stati di primo approdo come l'Italia e la Grecia.

La ratio di questo decreto-legge va quindi nella direzione auspicata da gran parte dell'opinione pubblica, nel senso di accogliere chi ne ha diritto, accelerando il processo decisionale sulle richieste di asilo e rendendo più certi i tempi di rimpatrio per i migranti che non hanno diritto alla protezione internazionale. Nel triennio 2014 - 2016 il tempo medio per le decisioni delle commissioni territoriali, che pure sono nel frattempo aumentate, è stato di duecentosessanta giorni di attesa, molto più alto di quanto avviene negli altri Stati europei. Un lasso di tempo lunghissimo, al quale va aggiunto quello determinato dai ricorsi, in presenza di un incremento delle domande di asilo di più del 60 per cento. Nel 2016, infine, i migranti ospitati nelle diverse tipologie dei nostri centri di accoglienza erano circa 176.000, il 70 per cento in più rispetto al 2015.

Questo decreto arriva quindi in una situazione molto complessa, che ha trovato un parziale miglioramento grazie all'accordo con l'ANCI che prevede l'ospitalità a tre migranti ogni 1.000 abitanti e secondo il quale i Comuni che aderiscono al sistema SPRAR godono della cosiddetta clausola di salvaguardia per cui i prefetti non possono più concentrare centinaia di migranti in territori molto piccoli. Qualcosa dunque si sta facendo, e riconosciamo al ministro Minniti l'impegno che sta mettendo nel gestire un quadro che ha implicazioni sociali, di integrazione e di sicurezza, molto rilevanti.

Ma anche questo provvedimento, purtroppo, rischia di cadere nelle maglie dell'incostituzionalità, come hanno rilevato molti esperti auditi in Commissione. Partiamo dalle sezioni specializzate: c'è stato un apprezzamento generalizzato per l'istituzione di queste sezioni, una scelta volta a rafforzare la specializzazione e le competenze di coloro che sono chiamati a valutare le domande di protezione internazionale. Ma l'intento di assicurare una giurisdizione unica e specializzata in capo alla magistratura ordinaria appare contraddetto in modo irrazionale dalla mancata concentrazione nel nuovo giudice di altre competenze concernenti le stesse materie che invece oggi restano disperse tra giudice di pace, giudice amministrativo e giudice ordinario. Noi abbiamo già sezioni speciali nei nostri tribunali: quelle delle imprese ad esempio, ma sono sezioni istituite per materia. Qui, invece, siamo di fronte a sezioni specializzate per una categoria di persone, i migranti cosiddetti irregolari, per i quali è già prevista, e solo per loro, la detenzione amministrativa.

Il punto è, insomma, che l'efficienza del sistema non può andare a detrimento delle garanzie di una categoria di persone, i richiedenti asilo, che godono secondo l'articolo 10 della Costituzione di un diritto soggettivo pieno, perché il diritto di asilo viene considerato come un diritto inalienabile della persona umana.

Anche il nuovo rito per i ricorsi giurisdizionali in materia di protezione internazionale appare carente sotto il profilo della legittimità costituzionale. La previsione di un unico grado di merito nel quale l'udienza è solo un'eventualità e ha forma camerale, per molti costituzionalisti viola il principio del contraddittorio e della pubblicità del processo, garantiti dall'articolo 111 della Costituzione. L'eliminazione dell'appello non viola certo la Costituzione, ma rappresenta sicuramente un'anomalia nell'ordinamento italiano, in cui la garanzia del doppio grado di merito è prevista anche per controversie civili di ben minor valore rispetto all'accertamento se sussista o meno in capo allo straniero un fondato rischio di persecuzione in caso di rientro nel proprio Paese. L'eliminazione dell'appello, inoltre, finirà per gravare pesantemente sui carichi della Corte di cassazione.

Passando ad un altro punto, l'uso della videoregistrazione per l'audizione del richiedente asilo, potenzialmente sostitutivo dell'audizione dello straniero da parte del giudice, non è conforme all'obiettivo indicato dal legislatore dell'Unione europea, il cui diritto valorizza la valutazione piena e diretta del giudice di tutte le fonti di prova per cui sarebbe sempre essenziale l'ascolto diretto e personale del richiedente, essendo spesso le sue dichiarazioni gli unici elementi su cui si basa la domanda. A questo proposito - questo è un punto su cui riflettere dal punto di vista pratico - la norma secondo cui l'audizione davanti al giudice sarà invece dovuta se nel ricorso al tribunale la parte invocherà «elementi non dedotti nel corso della procedura amministrativa di primo grado» rischia addirittura di incoraggiare tattiche difensive strumentali, finalizzate a ottenere la fissazione dell'udienza: mentre oggi il cambiamento di versione dalla fase amministrativa a quella giudiziaria è ragionevolmente considerato un elemento di minore attendibilità del racconto di persecuzione, in futuro questa valutazione non sarà possibile, perché giustificata dall'esercizio di una facoltà difensiva prevista dalla legge. Così lo straniero avrà interesse a mentire nel ricorso al tribunale pur di ottenere di essere ascoltato dal giudice su quanto raccontato alla commissione. Il pericolo, insomma, è quello di allungare i tempi invece di accorciarli.

Faccio, signora Presidente, due considerazioni conclusive sulle occasioni perse nella conversione in legge di questo decreto: i centri permanenti per il rimpatrio hanno cambiato nome rispetto ai CIE, ma di fatto sono la prosecuzione dei rimpatri forzati di questi ultimi anni, il cui numero è risultato quasi indipendente sia dalla durata della detenzione che dal numero dei posti disponibili. In questo senso è sbagliata la scelta di non fornire alcuna disciplina di questi centri definiti punti di crisi, per il cui funzionamento si rinvia a testi normativi (come la cosiddetta legge Puglia del 1995) che non contengono alcuna precisazione sulla natura giuridica di questi luoghi e sulle funzioni che vi si svolgono, in violazione della riserva di legge in materia di stranieri e della riserva assoluta di legge in materia di provvedimenti restrittivi della libertà personale. A causa della limitata regolamentazione della loro funzione, questi punti di crisi rischiano di introdurre un elemento di incoerenza nella complessa architettura del sistema d'accoglienza italiano.

Ultimo punto critico, già sottolineato da chi mi ha preceduto, è la decisione di non inserire nel decreto-legge l'abrogazione dei reati di ingresso e soggiorno illegali, puniti quali mere contravvenzioni, che hanno inutilmente accresciuto il numero dei procedimenti penali, peraltro quasi mai giunti a conclusione senza ottenere alcuna dissuasione dell'immigrazione irregolare, che anzi è aumentata. L'abrogazione avrebbe recepito ciò che già prevedeva la legge delega sulla depenalizzazione e accoglieva un auspicio più volte formulato davanti alle Camere dallo stesso Ministro della giustizia. Ma inspiegabilmente il Presidente della Commissione giustizia ha dichiarato questi emendamenti inammissibili o ultronei al testo.

Per tutti questi motivi il nostro voto sarà contrario.

DE PETRIS (Misto-SI-SEL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DE PETRIS (Misto-SI-SEL). Signora Presidente, i senatori di Sinistra Italiana voteranno contro la fiducia e contro questo decreto-legge, in coerenza con le battaglie che hanno condotto in Commissione e con il giudizio negativo espresso sul provvedimento, per i suoi contenuti e per l'impostazione; ciò anche in coerenza con i valori che professiamo, non a chiacchiere. È sempre, infatti, molto comodo e ipocrita parlare di solidarietà e accoglienza e poi fare operazioni che non hanno nulla a che vedere con questi valori.

Il nostro voto è un voto chiaro e limpido. Si comprende facilmente perché noi voteremo no, e poi motiverò questo no ancora di più nel merito, ma abbiamo qualche difficoltà a comprendere alcuni sì che vengono dati. Soprattutto perché, avendo ascoltato alcune dichiarazioni di voto, ci rendiamo conto che esse provengono da coloro che in queste settimane hanno parlato della promozione della giornata internazionale dell'accoglienza e di manifestazioni in tal senso, e che continuano ipocritamente a parlare di solidarietà.

Il problema è molto serio. Io richiamo tutti al fatto che non possono esistere sensi di responsabilità per la fiducia quando, appunto, si fa un'operazione come questa. Perché siamo contrari al decreto-legge, signor Ministro? Approfitto, tra l'altro, della sua presenza, che ho ieri richiesto, non solo per questo provvedimento ma anche perché venga a riferire sui gravi fatti avvenuti ieri a Melendugno, sulle cariche violentissime contro alcuni cittadini che stavano solo difendendo la propria terra, dimostrando il loro dissenso verso un'opera assurda.

Siamo contrari nel merito, perché lei ha tentato un'operazione, nel combinato disposto con l'altro provvedimento, quello sulla sicurezza urbana, volta quasi ad accarezzare il pelo della bestia: nel senso che vi è una sorta di opinione pubblica in questo Paese (cavalcata, per fortuna, non dalla maggioranza, ma ancora dalla minoranza) che nutre timore e avversione verso l'immigrazione e percepisce un'idea di insicurezza urbana. E questi decreti-legge tentano un'operazione di rassicurazione, per far vedere che si ha il pugno fermo.

In realtà, entrambi i provvedimenti, in particolare il decreto-legge sull'immigrazione, sono di stampo puramente emergenziale e securitario. Credo, signor Ministro, che si tratti ancora una volta di un provvedimento di stampo emergenziale per un motivo molto semplice; voi avete rinunciato a fare quello che era necessario, cioè un'ampia e organica revisione delle strategie di governo dei flussi migratori e la rivisitazione delle norme del Testo unico sull'immigrazione. Vorrei infatti ricordare che abbiamo ancora la cosiddetta legge Bossi- Fini. A nostro avviso, non fare questa operazione significa rinunciare davvero al governo del fenomeno stesso. Crediamo infatti che non rivedere profondamente le norme impedisca un ordinato programma di regolarizzazione e di inserimento controllato dei migranti. Voi non avete voluto prendere atto del fallimento di tutte le gestioni fatte fino ad oggi e continuate con la stessa logica, la logica del decreto-legge. Un decreto che pensa di poter accorciare i tempi magari per il riconoscimento della protezione internazionale, ma che in realtà ha lo scopo - neanche tanto nascosto - di diminuire il numero di riconoscimenti di protezione internazionale per trasformare i richiedenti in semplici migranti economici e passare poi alla fase di espulsione.

Nel fare questa operazione producete però due risultati che non solo sono, dal nostro punto di vista, inaccettabili, ma su cui credo anche la Corte costituzionale interverrà pesantemente. Voi, infatti, sempre con questa logica di emergenza, producete una sorta di diritto speciale. Infatti, sebbene sia positivo l'aumento del numero delle sezioni speciali in commissione, di fatto continuano ad esserci un disordine ed una frammentazione della materia, per cui noi avremo delle sezioni speciali non specializzate per materia, ma per soggetti. Questo è il primo vulnus che non è stato fugato assolutamente neanche dal lavoro svolto in Commissione, che pur qualche miglioramento ha apportato.

Sul piano delle garanzie processuali è inutile che ci giriamo intorno; quelle che sono garantite dalla nostra Costituzione a tutti i soggetti e a tutte le persone sono messe in discussione. Per quanto riguarda il contraddittorio infatti per quanto, per fortuna, la Commissione abbia prodotto una modifica per cui l'audizione, anche su richiesta, potrebbe esserci e su di essa deciderà ovviamente sempre il giudice, e per quanto siano aumentate le possibilità, esso continua a rimanere sempre un'eventualità. Non sarà la norma, non saranno il processo sommario cognitivo e la regola del contraddittorio a presiedere il ricorso avverso le commissioni territoriali. Questo punto non è banale. Tutto questo si basa sulla videoregistrazione, con tutto quello che ciò comporta e comporterà.

Viene eliminato un grado dell'appello; si dice che anche in altri Paesi europei questo è prodotto. Lì, però, vi è un altro ordinamento. Lei sa meglio di me, Ministro, che nel nostro sistema il doppio grado è previsto per la stragrande maggioranza delle controversie civili e ricordo che noi qui stiamo intervenendo su persone vulnerabili, la maggior parte delle quali rischiano, tra l'altro, la vita. Stiamo intervenendo su questioni molto delicate; sono perseguitati politici e religiosi, che corrono un altissimo rischio per la loro libertà e per la vita stessa.

Lei dice che dobbiamo far presto; non si farà presto e il risultato sarà quello di produrre gravi lesioni al sistema delle garanzie; garanzie processuali che sono riconosciute in capo a tutti i soggetti che sono nello Stato italiano.

Quindi voi rinunciate ad affrontare la vera questione di come si governa questo processo. Chiedo a lei, infatti, come si entra regolarmente in questo Paese. Continuiamo ad utilizzare la categoria dei clandestini.

Ma qualcuno mi deve spiegare come si fa ad entrare regolarmente in questo Paese. È chiaro che alla fine l'unico canale è la protezione, perché non si vuole affrontare il problema. Non basteranno gli accordi, di cui poi vedremo anche l'ultimo fatto con un pezzo della Libia, con tutte le conseguenze e i rischi che produce. Bisognava affrontare la questione con serietà. Noi ci siamo permessi di sottoporre emendamenti e ordini del giorno. Il fatto che non si voglia affrontare davvero la revisione del testo unico per l'ingresso si evince dalla dichiarazione di inammissibilità dell'emendamento per l'abrogazione del reato di clandestinità. Tutti a parole ci siamo riempiti la bocca - per questo non capisco l'ipocrisia che regna sovrana in questa Assemblea - e poi abbiamo dichiarato inammissibile l'emendamento e continuiamo ad andare avanti con un decreto-legge che è di stampo securitario ed emergenziale. I CIE - tutti l'abbiamo detto, compreso il suo partito, Ministro - sono luoghi non luoghi in cui viene messa a rischio la libertà delle persone e sono luoghi orribili, ma non si chiudono, come tutte le Commissioni hanno detto: si cambia loro il nome. Vengono chiamati CPR e continua la questione molto delicata dal punto di vista costituzionale e arbitraria della detenzione amministrativa.

Signora Presidente, vi illudete che con questo provvedimento si possa fare un passo in avanti. Non sarà così e, in compenso, si mette a rischio ancora una volta la nostra civiltà giuridica e i valori di solidarietà e accoglienza.

Per tutti questi motivi, noi fieramente voteremo contro. (Applausi dal Gruppo Misto-SI-SEL).

CRIMI (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CRIMI (M5S). Signora Presidente, colleghi e onorevoli cittadini che ci ascoltate, qualche giorno fa in Campidoglio, nell'ambito di una manifestazione di robotica, ho assistito a una performance di un gruppo di ragazzi di una scuola romana che, unendo robotica e teatro, hanno messo in scena una narrazione della storia dell'uomo fin dalla preistoria. Ci hanno ricordato che le teorie più accreditate indicano le prime tracce di essere umano nella zona tra l'Etiopia, il Kenia e la Tanzania. Da quelle terre, in Africa, con migrazioni avvenute nel corso di milioni di anni, l'essere umano si è spostato su tutto il pianeta, anche in Europa. La conclusione dei ragazzi, nella loro ingenuità e logica incontrovertibile, è stata chiedersi perché, se quelle migrazioni hanno portato alla civiltà moderna, quale è oggi, alziamo barriere e muri. Anche noi ci uniamo alla logica dei ragazzi domandaci perché.

Oggi l'Italia e l'Europa si trovano ad affrontare questo fenomeno che non è nuovo, ma è il naturale spostamento degli esseri umani da alcune terre verso altre, a volte per motivi climatici, altre volte per motivi economici e oggi più che mai per motivi legati alla propria sicurezza, per fuggire da guerre e persecuzioni. Il diritto internazionale riconosce a chi scappa da guerra e persecuzione di essere accolto e protetto. E su questo credo che nessuno di noi abbia dubbi. Non servono leggi per dire che, se per strada c'è una persona che soffre o che è in difficoltà, va aiutata.

Questo è quanto oggi l'Italia si trova ad affrontare: fratelli e sorelle, esseri umani come noi, che vedono minacciata la propria vita e fuggono verso altre terre per salvare se stessi, le proprie famiglie e i propri figli. A queste persone dobbiamo garantire l'accoglienza e non c'è bisogno di alcuna norma internazionale che ce lo dica.

Le condizioni economiche del nostro Paese, oggi, non consentono un'accoglienza generalizzata - questo è un dato di fatto - per tutti coloro che arrivano da altre parti del mondo. Non ce lo nascondiamo e anche su questo non ci sono dubbi. Ciò avviene perché anche il nostro Paese soffre: dietro la cortina fumogena di un Paese che si autocelebra come potenza economica mondiale, ci sono milioni di poveri. Non vergogniamoci a dirlo, chiamiamo le cose con il loro nome: povertà. Finché non saranno prese misure strutturali per risollevare le sorti di questo Paese, finché non riusciremo a garantire a tutti gli italiani di poter vivere una vita dignitosa, finché non sarà varato un reddito di cittadinanza che consenta veramente di affermare che nessuno deve rimanere indietro, fino a quel momento non riusciremo a garantire l'accoglienza a chiunque voglia venire da altre parti del mondo nel nostro Paese.

È per questo motivo che siamo costretti a limitare l'accoglienza a quei fratelli e a quelle sorelle che fuggono da morte certa. Per garantire l'accoglienza che meritano questi fratelli, però, è necessario che siano definite regole chiare per valutare chi ha diritto a quest'accoglienza e chi no. Affinché l'accoglienza sia garantita - e lo sia nel miglior modo possibile - a chi ne ha diritto, è necessario che a tutti coloro che non ne hanno diritto sia negata. È una scelta sofferta, tengo a dirlo, ma necessaria. Se non possiamo garantire a tutti l'accoglienza, dobbiamo limitarci a coloro per i quali non possiamo farne a meno. Saperli individuare tra le centinaia di migliaia di migranti e saper individuare chi ha bisogno e chi invece ne ha meno è una scelta sofferta, lo ribadisco, ma necessaria. Altrimenti, il rischio è che non si riesca a garantire il minimo livello di assistenza e accoglienza a nessuno, almeno finché questo Paese non uscirà dal buio in cui l'avete condotto, senza rendervene conto, come macchinisti di una locomotiva cieca che conduce un treno verso un binario morto.

Questo decreto-legge, però, non è una soluzione, ma l'ennesima cortina fumogena, l'ennesima arma di distrazione di massa. A fronte dell'aumento delle richieste di protezione internazionale, la risposta non prevede di mettere in campo un sistema di selezione e vaglio efficiente ed efficace, che sappia valutare in tempi rapidi chi ha bisogno e chi no e sappia dare le risposte in termini di accoglienza che servono. La risposta di questo decreto-legge è sbagliata: è la risposta sbagliata a un problema reale.

Esso interviene limitando al massimo il ricorso all'autorità giudiziaria, attribuendo alla decisione della commissione territoriale la funzione quasi di una sentenza definitiva, riducendo le garanzie costituzionali che dovrebbero essere garantite a ogni cittadino presente nel territorio italiano, e non solo. Viene abolito il grado di appello per i ricorsi contro le decisioni di diniego della protezione internazionale. Il giudizio verrà effettuato da un giudice, fortunatamente collegiale, come da noi richiesto, ma con un'udienza eventuale. Questo decreto-legge, quindi, serve esclusivamente a deflazionare il contenzioso giudiziario.

Un Paese che si rispetti, davanti a un problema di eccessivo contenzioso giudiziario, fornisce le risposte di giustizia che servono, strumenti e uomini per affrontarlo; invece, come già fatto in passato, decidete di cedere le armi, gettare la spugna e ridurre la possibilità di accesso alla giustizia. È una deriva che è stata già presa in altre tipologie di interventi, nei quali, anziché dare le risposte di giustizia che servono, pensate esclusivamente a ridurre l'accesso alla giustizia, trasformandolo in un percorso a ostacoli sempre più oneroso.

Avete istituito le sezioni specializzate spacciandole per sezioni specializzate per materia, ma in realtà - è inutile che ce lo nascondiamo - si tratta di sezioni specializzate per ricorrenti, per persone, basate sulla persona anziché sulla materia. Sono forse prove generali di una riduzione delle garanzie e dell'istituzione di giudici speciali?

Ci sono poi i CIE, i centri d'identificazione ed espulsione, una vergogna tutta italiana: veri e propri non luoghi, nei quali non esistono forme di rispetto della dignità umana; veri e propri lager, dove neanche le minime condizioni previste per i detenuti sono state garantite. Commissioni d'inchiesta, inchieste giudiziarie, decessi e violenze non sono bastati a farvi comprendere che è un sistema che non funziona. Cosa vi siete inventati, quindi? Cambiamogli il nome, diamogli una tinteggiata e facciamo finta che siano un'altra cosa. E così, da oggi li chiamate centri permanenti per il rimpatrio.

Innanzitutto, come sempre accade, alle parole non seguono i fatti. Abbiamo sentito dire, signor Ministro, che sarebbero stati uno per Regione, quindi 20 centri da 80 posti (1.600 totali), parole sue: ebbene, da nessuna parte nel testo del decreto-legge - glielo garantisco - trovo scritto questo; da nessuna parte nel decreto-legge si parla di un'equa distribuzione sul territorio nazionale, cosa che avevamo chiesto anche con emendamenti, ma solo dell'ampliamento della rete delle strutture esistenti; da nessuna parte si prevede la chiusura degli attuali CIE. È inutile che ce lo nascondiamo, signor Ministro: se apriamo questi centri per il rimpatrio, dobbiamo dare una risposta a quei CIE, quelle realtà che sono state sottoposte alle inchieste di Commissioni parlamentari e a inchieste giudiziarie, per porre fine a quest'esempio negativo di gestione del trattenimento delle persone.

Non una delle richieste che avevamo proposto è stata accolta. Avevamo chiesto che questi centri fossero gestiti direttamente dalla pubblica amministrazione e non da privati o, tutt'al più, se gestiti da privati, che questi non fossero gli stessi soggetti che già gestiscono altri tipi d'accoglienza. Avevamo chiesto che fossero garantite procedure trasparenti di affidamento della gestione e individuate caratteristiche minime necessarie per il rispetto della dignità umana e non solo un suo generico riferimento. Avevamo chiesto che fossero individuati protocolli certi per l'assegnazione ai vari centri, che tengano conto dei rischi di convivenza di tali soggetti. Niente di tutto questo è stato accolto ed è stato tutto lasciato nel vago.

Oggi abbiamo un Ministro, domani potremmo averne un altro e ognuno potrà interpretare le norme come meglio crede.

Nulla si dice dei rimpatri e di come questi avverranno, ma si stanziano solo i soldi; il nulla più assoluto sulle cause che portano migliaia di migranti a scappare dalle loro terre per trovare rifugio da noi. Non una parola si trova nel decreto e nemmeno una parola in tutta la discussione, perché forse significherebbe ammettere i propri errori e le responsabilità di chi dice di voler esportare la democrazia e invece esporta guerra, morte e sofferenza. Significherebbe ammettere che, dietro la facciata del contribuire allo sviluppo dei Paesi più poveri, si nasconde invece lo sfruttamento incondizionato delle loro risorse che li rende ancora più poveri.

Vi è il silenzio dell'Europa in tutto questo, l'inerzia di chi parla di Unione solo quando si tratta di quattrini, ma nulla fa per condividere anche le situazioni emergenziali in cui un Paese, come l'Italia, si trova. Se davvero Europa deve essere, allora l'Italia deve essere trattata come un confine dell'Europa e come tale l'accesso dei richiedenti protezione internazionale deve essere affrontato dall'intera Unione europea e non solo dall'Italia.

Deve essere superato davvero il Regolamento di Dublino e deve essere rivisto l'obbligo per il Paese di ingresso di gestire tutta la fase dell'accoglienza di richiedenti asilo, altrimenti questa non è una comunità. L'Europa deve decidere di sanzionare quei Paesi che si rifiutano di adempiere ai doveri di mutua assistenza e accoglienza delle quote di ricollocazione previste. (Applausi dal Gruppo M5S e del senatore Cervellini). Se non è una comunità di popoli, l'Unione europea non ha allora più senso di esistere. È un dato di fatto.

Infine, tornando in Italia, a chi fa comodo la continua emergenza del fenomeno migratorio e dell'accoglienza? Sicuramente a soggetti spregiudicati che speculano sul business dei migranti e dell'accoglienza. Ma non dimentichiamo il ruolo della politica: quella politica di sinistra che dell'accoglienza fa la sua bandiera e quella di destra che della difesa dei confini fa la sua bandiera. L'emergenza migranti viene usata come un vessillo in battaglia per radunare i propri eserciti elettorali. Ma davanti a questo uso distorto ci sono persone che soffrono, persone che fuggono da guerre e da persecuzioni e chiedono solo un posto dove vivere. Vivere: non chiedono altro che vivere. (Applausi dal Gruppo M5S e dei senatori Cervellini e Molinari).

ANITORI (AP-CpE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ANITORI (AP-CpE). Signora Presidente, onorevoli colleghi, prima di tutto vorrei ringraziare la Presidenza per l'opportunità che mi ha concesso di intervenire.

Il provvedimento su cui siamo chiamati a confermare la fiducia al Governo assume una valenza fondamentale se viene inquadrato in un ragionamento ampio e risalente nel tempo. L'Italia è stata, per gran parte della sua storia, terra di emigrazione, e molte terre dalle quali prima si scappava dalla fame oggi sono fra le più potenti locomotive dello sviluppo italiano ed europeo.

Tuttavia, lo sviluppo della normativa italiana sull'immigrazione sembra sia rimasta fedele alla prima impostazione, quella dell'Italia come terra di emigranti.

Fino alla metà degli anni Ottanta, infatti, l'entrata di stranieri in Italia era regolata da leggi risalenti al periodo fascista. Questo stato di cose si poneva in netta antitesi con i dettami costituzionali, espressi dall'articolo 10, comma 2, il quale recita che «La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali».

La prima legge della Repubblica italiana in materia fu la legge n. 943 del 1986, la quale affrontava il tema dell'immigrazione, peraltro solo in relazione alla tematica del lavoro, in maniera emergenziale e non organica. Per avere la prima vera legge organica in materia di immigrazione, anch'essa dettata da motivazioni emergenziali, si dovrà attendere il 1990 e la legge Martelli, la quale introduceva per la prima volta in Italia interventi di tipo sociale nei confronti degli immigrati, delineando un sistema di entrata dei migranti basato sulla programmazione dei flussi d'ingresso mediante la previsione di quote massime.

Per quasi tutti gli anni Novanta si andò avanti con la struttura adottata dalla legge Martelli, fino al 1998, anno in cui venne approvata la legge n. 40 del 1998, cosiddetta Turco-Napolitano: questa legge, la prima in Italia riguardante l'immigrazione e non approvata in situazione di emergenza, sebbene lontana dalla perfezione, si mostrò comunque come la più coerente e organica in materia d'immigrazione approvata fino ad allora. Fra i punti positivi che è possibile ascriverle ci fu la previsione di delega per l'approvazione del decreto legislativo che creò il cosiddetto Testo unico sull'immigrazione, il quale riordinava la materia in tutte le sue componenti e che, nonostante le numerose modifiche intervenute a modificarlo negli anni, è ancora in vigore.

Il decreto che oggi siamo chiamati a convertire in legge cerca di mettere un po' di chiarezza in tutto questo sistema, nell'ottica di una maggiore razionalità, efficacia e celerità dei procedimenti di tipo giurisdizionale.

Il macrotema dei massicci flussi migratori esplosi negli ultimi anni coinvolge, in varie dimensioni e per vari motivi, quasi tutti i Paesi del nostro mondo. L'Italia è al centro di uno dei maggiori crocevia di tali flussi e deve costantemente aggiornare sul piano funzionale il proprio modello di accoglienza e trattamento dei migranti. Tale evoluzione quotidiana serve per stare al passo con i tempi e dare risposte concrete sia alle richieste umanitarie dei migranti, sia a quelle di convivenza pacifica ed equilibrata della società che li riceve.

In questo processo dobbiamo tenere fermi ed essere guidati da alcuni principi, come quello enunciato all'articolo 10, comma 3, della nostra Costituzione, che recita: «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l'esercizio effettivo delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto di asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge». Pertanto, tutti coloro che non possono beneficiare nel proprio Paese delle libertà democratiche garantite nel nostro hanno diritto di chiedere asilo in Italia. Ciò prevale anche su tutte le convenzioni internazionali che comunque riconoscono un diritto d'asilo, anche se a condizioni più restrittive. Ma il nostro Paese e la nostra Costituzione, che è stata definita la più bella del mondo, garantiscono questo tipo di diritto.

D'altra parte, il legislatore deve tenere in conto che il sistema di accoglienza non può prescindere da alcune caratteristiche, come l'efficienza dei passaggi burocratici, la sostenibilità sociale dell'inclusione, la sicurezza (anche quella percepita) della popolazione e la determinazione delle destinazioni ultime che i migranti intendono raggiungere e quest'ultimo è un punto che impone un'urgente revisione del Regolamento di Dublino.

Il decreto-legge in esame affronta proprio molte delle questioni finora nominate. Vengono dettate disposizioni per l'accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, con l'istituzione delle sezioni specializzate in materia di migrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini nell'Unione europea. L'esame in sede di Commissioni riunite ha consentito di ampliare l'elenco delle sedi di queste sezioni specializzate, portandole a un numero corrispondente a quello delle sedi di corte d'appello in Italia, quindi a 26. I magistrati assegnati a queste sezioni dovranno dimostrare di possedere, acquisire e mantenere aggiornate particolari competenze in materia di immigrazione, anche tramite appositi corsi organizzati dalla Scuola superiore della magistratura, in collaborazione con l'Ufficio europeo di sostegno per l'asilo e con l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Prevedere un livello estremamente alto di specializzazione per tali magistrati, garantendo anche la loro formazione continua, risponde all'esigenza di disporre di professionisti preparati ad affrontare e risolvere i problemi che nella quotidianità si stanno oggi presentando nel rapporto con i migranti.

Inoltre, ricordo che le controversie in materia di riconoscimento della protezione internazionale, in precedenza decise con rito sommario di cognizione, saranno trattate con rito camerale a contraddittorio scritto e a udienza eventuale. Sono fatti salvi, comunque, casi particolari in cui il giudice deve sempre valutare quando l'udienza si debba comunque tenere.

L'esame in sede referente ha migliorato il testo originario anche sul fronte della ricorribilità alla Corte di cassazione per i provvedimenti del tribunale, introducendo misure che evitano un uso dilatorio di tale tutela, anche al fine di scongiurare un ingolfamento del funzionamento della Corte.

Altro importantissimo obiettivo delle novelle legislative è quello di favorire la celerità e la certezza del regime delle notificazioni e di agevolare lo svolgimento dei colloqui, utilizzando la videoregistrazione, anche secondo metodi a tutela della privacy dei migranti, introdotti in sede di esame nelle Commissioni.

Rispetto all'altro ordine di obiettivi che ho ricordato in precedenza, relativo alle esigenze di sicurezza e pacifica convivenza sociale, ricordo due norme. La prima prevede che chi abbia irregolarmente varcato il confine o sia stato salvato in mare venga condotto in appositi punti di crisi presso i centri di prima accoglienza e che sia sottoposto al rilevamento delle impronte e alla fotosegnalazione. La seconda norma impone che il richiedente protezione internazionale in attesa dell'esecuzione di un provvedimento di respingimento sia trattenuto nel centro dove è ospitato quando si ritenga che la domanda sia stata presentata solo per ritardare o impedire l'esecuzione del respingimento stesso.

Parallelamente, mi piace ricordare la disposizione assolutamente virtuosa che introduce prospettive di impiego dei migranti che, volontariamente, possono contribuire a iniziative di utilità sociale per le collettività locali che li ospitano. L'avviamento al lavoro e il sentirsi parte di una comunità costituiscono fattori fondamentali per il pieno rispetto dei diritti umani dei migranti e, allo stesso tempo, rappresentano il deterrente a quelle situazioni di emarginazione ed esclusione alla base delle tensioni sociali che registriamo nelle aree più impattate dal fenomeno migratorio.

Il provvedimento, d'altra parte, potenzia gli organismi amministrativi che esaminano le domande di protezione internazionale e prevede l'assunzione di funzionari con professionalità giuridico-pedagogica, di servizio sociale e di mediatore culturale per sostenere interventi educativi e di inserimento al lavoro.

Potrei citare molte altre disposizioni positive, come quella che prevede una nuova ipotesi di rito abbreviato in caso di ricorsi di chi è stato espulso per motivi di ordine pubblico e sicurezza nazionale e per motivi di prevenzione del terrorismo; o ancora l'interconnessione delle banche dati ministeriali e delle Forze dell'ordine o la sospensione dei tributi per le imprese e i lavoratori autonomi dell'isola di Lampedusa, territorio da sempre al centro della pressione migratoria.

Per concludere, colleghi, il provvedimento risponde in modo urgente a problematiche legate alla gestione del fenomeno migratorio che sono diventate sempre più complesse negli ultimi mesi. Le norme introdotte dal Governo e perfezionate con il prezioso lavoro delle Commissioni riunite 1a e 2a, i cui componenti ringrazio sentitamente, rappresentano soluzioni efficaci ed equilibrate nell'assicurare un effettivo coordinamento degli interventi da organizzare nei confronti dei migranti in arrivo, nel garantire le tutele e i diritti degli stessi e nell'offrire ai cittadini delle aree più esposte al fenomeno migratorio la testimonianza che lo Stato è presente ed è al loro fianco.

Per questi motivi, annuncio il voto favorevole del Gruppo Alternativa popolare al provvedimento in esame. (Applausi dal Gruppo AP-CpE).

CALIENDO (FI-PdL XVII). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CALIENDO (FI-PdL XVII). Signora Presidente, signor Ministro, signora Sottosegretario, il Gruppo di Forza Italia è sconcertato di fronte a questa richiesta di fiducia. Signor Ministro, noi abbiamo molto apprezzato - e sa quando io personalmente lo abbia fatto - le sue dichiarazioni in materia di immigrazione e avremmo voluto, come abbiamo fatto con gli emendamenti, dare una mano al Governo perché ci fosse un provvedimento che avesse effettive conseguenze in materia di immigrazione. Siamo quindi un po' sconcertati di fronte a questo testo normativo che presenta alcune luci, ma molte ombre.

Noi abbiamo apprezzato il fatto che avete introdotto i centri di identificazione ed espulsione della dimensione in cui sono stati realizzati. Avete determinato in 250 l'aumento delle commissioni territoriali. Noi avevamo dato indicazioni perché fossero 400, ma la logica del Governo di esprimere parere contrario vi ha costretto, ieri pomeriggio, a correggere il maxiemendamento per la fiducia. Il parere della scheda tecnica vi ha indotto, cioè, a introdurre una correzione per cui quei 250 devono considerati componenti delle commissioni. Bastava accogliere l'emendamento di Forza Italia e non avreste fatto una brutta figura.

In secondo luogo, io ho molto creduto alla volontà di accelerare i tempi che servono per la verifica di coloro che effettivamente hanno diritto di asilo, dei rifugiati. E ci eravamo immediatamente preoccupati di dire che, se in ogni distretto di corte d'appello realizziamo una sezione specializzata, è giusto che in ogni Provincia ci sia una commissione territoriale, in modo da ridurre i relativi tempi, e avevamo proposto di aumentare quel numero da 250 a 400.

Nello stesso tempo, però, noi dobbiamo condurre la battaglia sull'immigrazione su alcuni punti fondamentali. Manca nel provvedimento in esame - e mi auguro che lei, Ministro, ci metterà mano - qualsiasi precisazione sull'ingresso legale nel nostro Paese. Dobbiamo correggere la legge Bossi-Fini: come può ricordare, secondo tale normativa il cittadino straniero che è già nel nostro Paese deve tornare nel suo Paese d'origine. Qualcosa, quindi, non funziona, allora bisogna fare una riflessione. Una volta che creiamo un ingresso legale, dobbiamo però non permettere - come lei giustamente ha detto - l'accoglienza di tutti i migranti economici e avere le normative necessarie perché rientrino nei loro Paesi.

Dove, poi, il provvedimento è veramente folle? Con esso introduciamo una normativa distonica rispetto all'ordinamento attualmente esistente. Stiamo parlando di diritti soggettivi. Siamo convinti che anche gli stranieri, quelli che arrivano, hanno diritti soggettivi che vanno rispettati, e per fare questo era necessario tener conto dell'organizzazione del nostro ordinamento.

In tutte le materie che riguardano i diritti soggettivi anche dei cittadini italiani, nel caso in cui una commissione di tipo amministrativo riconosca o neghi un determinato diritto, quel provvedimento è impugnabile - esistono decine di casi nel nostro sistema - davanti alla corte d'appello.

Vi siete intestarditi con i tribunali, con una logica di specializzazione. Mi rivolgo a lei, Ministro, perché un Sottosegretario che sta al Ministero della giustizia dovrebbe sapere quello che le sto per dire.

Ormai non sono più necessari decreti del Presidente della Repubblica o modifiche legislative, poiché il Ministro della giustizia, con decreto ministeriale, ha la possibilità di determinare le piante organiche modificandole, in relazione ai flussi dei carichi di lavoro, anche due volte in un anno. Avevamo, quindi, proposto che il Ministro determinasse le piante organiche delle sezioni specializzate. Ma ci è stato risposto di no e che è già nel sistema. Che cosa significava determinare le piante organiche? Determinare quante persone dovevano far parte di ciascuna delle sezioni specializzate e avere così la possibilità di riutilizzare quelli che veramente hanno un'esperienza. Invece ci è stato detto di no. E la conseguenza è che questa normativa, com'è stata scritta, è un provvedimento tabellare, e cioè il presidente del tribunale, come qualsiasi altra sezione, dovrà determinare quali sono i giudici e il Consiglio superiore, nella valutazione della tabella, terrà conto di quanto ha detto il presidente del tribunale. Ma, dopo vent'anni che stiamo discutendo di queste argomentazioni, ormai i magistrati che si sono occupati della materia si sono specializzati e hanno un'anzianità tale che devono andare in appello. Non potete bloccarli.

Qual è, allora, la ragione per la quale avete introdotto un sistema che, anche a chi lo legge, indipendentemente da quello che ho detto (ovvero che nel nostro sistema i diritti vanno tutelati in quel modo) appare come meno garantista? Eppure, abbiamo combattuto il terrorismo nel nostro Paese, senza alterare le regole che sono il fondamento del nostro Stato democratico; regole che imponevano che alla corte d'appello avevamo un organo collegiale, con l'opportunità di delegare uno dei membri del collegio per svolgere un'udienza, e avevamo la possibilità di avere un procedimento - lo avete individuato - della camera di consiglio, che era corretto. Questa situazione determina un'assurdità.

Abbiamo presentato emendamenti per dare una mano al Governo, ma voi mettete la fiducia; il che significa non avere la possibilità di discutere in questa sede.

Devo dirle, poi, Ministro, che mi aspettavo un'altra riflessione, che abbiamo sollecitato più volte sia in Commissione sia in Assemblea. Lei sa meglio di me che la protezione umanitaria è stata introdotta nel nostro Paese dalla legge Turco-Napolitano e rafforzata dal Governo Berlusconi, il quale aveva altresì garantito quello che io mi auguro lei faccia e che sta facendo, ossia instaurare rapporti con i Paesi del Nord Africa al fine di realizzare possibili centri presso quegli Stati. Che cosa è avvenuto, signor Ministro? Nel 2010, grazie all'impegno del Governo Berlusconi, abbiamo ridotto gli ingressi nel nostro Paese a 2.750. La protezione umanitaria aveva circa 4.000 beneficiari ed era giusto, quindi, rafforzarla. Lei, però, sa meglio di me che in tutti i Paesi europei non ci sono norme sulla protezione umanitaria. Esistono solo in Germania, dove il fenomeno, però, è particolarmente ristretto - come lei ben sa - visto che parliamo di numeri massimi che si aggirano intorno a 7.000. Da noi parliamo di 100.000 o più.

Noi avremmo dovuto fare una riflessione e chiederci se quella normativa è ancora attuale, se ha bisogno di una rilettura o di una riscrittura. Era questo il momento. Lei, infatti, sa meglio di me che quelli ai quali è riconosciuta la protezione umanitaria restano nel nostro Paese e, nell'ottica dei rapporti con altri Stati, non possiamo avere alcuna possibilità di mandarli in altri Paesi; nemmeno la Germania li prende, perché la nostra normativa è molto più ampia rispetto alla loro.

È questa la logica con la quale ci eravamo impegnati a dare una serie di indicazioni, che non erano per nulla ostruzionistiche: era solo un tentativo, a fronte di quello che abbiamo vissuto in questi anni, ossia una serie - ormai arrivano quasi a 100 - di decreti-legge e di voti di fiducia.

Pazienza, noi voteremo contro la fiducia per queste ragioni, ma le chiedo di impegnarsi sulle tematiche che ho appena citato, per apportare le correzioni necessarie. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).

RUSSO (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

RUSSO (PD). Signora Presidente, colleghi senatori, rappresentanti del Governo, Ministri, quello che stiamo per votare è un provvedimento ambizioso. Il tempo dirà se tutte le soluzioni scelte saranno le più adeguate. Ma certamente in esso troviamo la dimostrazione che c'è ancora spazio e bisogno di una politica che guarda lontano, seria e coraggiosa; che non si rassegna al respiro corto e al consenso facile, perché sappiamo che sul tema dell'immigrazione il nostro continente si gioca oggi forse la sfida più decisiva, quella che definirà la sua stessa composizione sociale, la qualità del nostro continuare a vivere in comunità aperte e coese, il nostro ruolo nel mondo.

Credo allora che, per capire fino in fondo la qualità e il livello della scommessa di ciò che stiamo per approvare e delle politiche che il Governo sta promuovendo in queste settimane, sia necessario provare a cambiare prospettiva. Vorrei davvero, cari colleghi, che oggi votassimo guardando ad Agadez e a Berlino.

Agadez è una città del Niger sconosciuta alla stragrande maggioranza dei cittadini italiani, è la mecca dei trafficanti di donne e di uomini; un girone infernale attraverso il quale ogni anno passano almeno 150.000 disperati che sognano di raggiungere le coste libiche e poi il nostro Paese, non senza esser vittime di violenze, rapimenti, torture e schiavitù. È l'emblema di un fenomeno migratorio che riguarderà centinaia di milioni di persone nei prossimi anni in tutto il mondo e che ci costringe a elaborare strategie di lungo periodo, come provano ad esserlo quelle previste in questo provvedimento.

E poi c'è Berlino, perché l'accordo diplomatico fra Italia e Germania siglato la settimana scorsa, che coinvolgerà fortunatamente anche Austria e Svizzera (e, in prospettiva, Francia e Slovenia), vede finalmente alcuni dei principali Paesi europei affiancare l'Italia nella gestione dell'emergenza immigrazione.

Rivendichiamolo, per cortesia, tutti insieme: non si tratta di concessioni generose nei confronti del nostro Paese, ma dei primi frutti di un proficuo lavoro diplomatico che vedrà come primo risultato l'accoglienza di 500 rifugiati al mese da parte tedesca nell'ambito del piano europeo di ricollocamento. Ma soprattutto è il riconoscimento del ruolo che l'Italia si è assunta negli ultimi anni come Paese di primo arrivo dei migranti e, al tempo stesso, degli errori che molti partner hanno compiuto nel lasciar solo il nostro Paese, trincerandosi dietro i meccanismi europei, Dublino in primis, ritardando per troppo tempo la ricerca di una soluzione condivisa.

Presidenza del presidente GRASSO (ore 11,07)

(Segue RUSSO). In questo senso, quella che votiamo può essere davvero una buona norma, che fa fare all'Italia e all'Europa un passo avanti per uscire dalla logica dell'improvvisazione e dell'emergenza; una norma che ci fa essere più protagonisti nel contesto internazionale, che ci rende più credibili, anche perché accompagna iniziative politiche importanti, come quelle svolte dal ministro Minniti in Libia, che spingono i nostri partner a seguirci su un percorso virtuoso.

E tutto ciò accadrà anche grazie alle novità introdotte da questo provvedimento, al fatto che viene prevista l'istituzione di sezioni specializzate in materia di migrazione, protezione internazionale, libera circolazione dei cittadini dell'Unione europea; sezioni nelle quali i magistrati, dotati di specifiche competenze e ai quali verrà assicurata una formazione continua dedicata, potranno rispondere all'esigenza di assicurare una maggiore celerità ai ricorsi giurisdizionali. E in questa direzione vanno anche le nuove procedure relative al riconoscimento della protezione internazionale.

Vogliamo dirlo con grande chiarezza: il nostro sarà un Paese che non chiuderà mai le porte a coloro che ne hanno diritto, a partire da quei minori non accompagnati che sono i più deboli fra i deboli, e sui quali noi ribadiamo che non faremo sconti a nessuna facile propaganda, perché sappiamo che su questi principi e valori si gioca la dignità e il profilo di civiltà del nostro Paese.

Con altrettanta chiarezza, però, vogliamo dare agli italiani un altro messaggio: questo provvedimento nasce dalla consapevolezza che un Paese come il nostro può accogliere solo se è in grado di valutare rapidamente chi ha davvero diritto di rimanere e chi questo diritto non ha, e che è necessario ottenere una risposta a tale quesito in tempi ragionevoli. Superare il vuoto dell'attesa, i tempi morti dovuti a lentezze procedurali, anche offrendo l'opportunità di un impegno a favore della comunità da cui si è ospitati, è un passaggio obbligato che dobbiamo alla dignità dei richiedenti asilo, i quali non possono rimanere parcheggiati per anni senza notizie certe sul loro futuro. Ma lo dobbiamo anche alla dignità delle nostre comunità che ci chiedono elementi di certezza, a partire dal fatto che chi non ha diritto o infrange le nostre leggi deve essere ricondotto celermente nel Paese di provenienza.

Da questo punto di vista vogliamo ribadire - e mi rivolgo anche alla collega De Petris - che i centri di permanenza per rimpatri saranno cosa distinta e distante dai vecchi CIE; anzi, questo procedimento chiude i CIE individuando 1.600 posti riservati unicamente alle persone in attesa di essere rimpatriate, persone per le quali sia stato chiarito che si trovano al di fuori del perimetro della legge o che costituiscono un potenziale rischio per la sicurezza del Paese.

Colleghi, è evidente che questo decreto-legge, e ancor più quello di cui discuteremo nelle prossime settimane, affronta anche il tema difficile e decisivo della sicurezza. Vogliamo affrontarlo senza tabù, perché sappiamo che solo garantendo sicurezza sapremo creare reali occasioni di accoglienza che arricchiscono il nostro Paese senza che ci siano fenomeni di rigetto. La sicurezza, infatti, è tra i principi fondativi di una democrazia ed è un tema che può e deve avere piena cittadinanza a destra come a sinistra. È un bene comune e come tale va tutelato e riguarda soprattutto i più deboli e i loro diritti di libertà. Voglio dire ad alcuni che pensano di eccitare gli animi giocando con la paura delle persone che è triste il Paese che costringe i propri cittadini anche solo a pensare di comprare una pistola o un fucile per difendere la propria casa o il proprio negozio. Quello è il far west. Non è la cultura di convivenza di cui siamo orgogliosi. Noi vogliamo difendere i capisaldi del nostro vivere in comunità aperte, solidali, sicure perché basate sul reciproco rispetto, sul dialogo e sulla collaborazione fra diversi.

Quello che stiamo affrontando - non nascondiamocelo - è un fenomeno gigantesco e inedito. È normale che faccia paura. Voglio essere onesto: fa paura a noi che dobbiamo provare a gestirlo con scelte politiche che avranno conseguenze sulle prossime generazioni. Così come fa paura ai tanti operatori della sicurezza e del sociale che sono in prima linea e fa paura ai cittadini, soprattutto quelli più deboli, che sperimentano, talora con un senso di solitudine, gli effetti dei repentini cambiamenti nelle vicende globali che entrano spesso violentemente nelle loro vite. Il provvedimento che stiamo votando va proprio in quella direzione e per questo è buona politica.

L'Italia può e deve essere un laboratorio e un modello avanzato di gestione di questi fenomeni. È una vocazione obbligata la nostra: ce lo dice la nostra collocazione geografica. Ma allora mettiamo in campo tutte le nostre migliori energie e risorse. Diamoci l'obiettivo ambizioso di dimostrare all'Europa e al mondo come si conciliano accoglienza e sicurezza, impegno umanitario e programmazione sostenibile dei flussi, lotta agli imperi economici che vivono del traffico odioso di donne e di uomini e integrazione di chi chiede solo di essere un buon cittadino italiano.

Noi siamo già orgogliosi di ciò che il nostro Paese ha saputo dimostrare prima col Governo Letta e poi con quello guidato da Matteo Renzi, con l'operazione Mare nostrum e con Triton. Siamo orgogliosi del fatto che in Europa la voce del Governo italiano, in un isolamento che a volte ha sfiorato la solitudine, abbia saputo ricordare che, prima di essere un problema, le donne e gli uomini sui barconi erano esseri umani, meritevoli come noi di un'opportunità di vita dignitosa. E, se non facciamo questo per le nostre comuni radici cristiane (il Vangelo recita: «Ero forestiero e mi avete accolto»), possiamo ricordare che noi europei condividiamo un'apertura all'altro che nasce nell'umanesimo di tante donne e tanti uomini di cultura, che hanno segnato la nostra civiltà millenaria, e nella rivoluzione francese, che più di duecento anni fa fondava libertà e uguaglianza sul valore della fraternità universale.

Signor Presidente, vorremmo che questo provvedimento parlasse agli italiani e dicesse loro cose molto semplici ma, al tempo stesso, estremamente chiare in un tempo di sfide magnifiche e terribili. Dobbiamo dire ai nostri concittadini che la buona politica ha un'idea ambiziosa per affrontare un fenomeno epocale come quello delle migrazioni; che non prendiamo in giro i cittadini dicendo loro che ci sono ricette semplici e a buon mercato per problemi tanto complessi; che siamo consapevoli che la vita nelle periferie delle nostre città, in molti posti di lavoro, nelle scuole dei nostri figli, sta cambiando a una velocità mai sperimentata e che tutti noi abbiamo bisogno di essere rassicurati sul fatto che questo non si trasformerà necessariamente in una minore sicurezza; che questo cambiamento non stravolgerà le nostre abitudini, i nostri stili di vita, i valori in cui crediamo e che caratterizzano il nostro essere comunità.

Ma vorremmo - permettetemi di dirlo - che da questo Parlamento arrivasse un segnale di unità, pur nella legittima diversità di opinioni e di soluzioni tecniche, per dimostrare che i timori degli italiani non restano inascoltati da parte della politica, ma al tempo stesso siamo capaci di prenderci un impegno a non trasformare le preoccupazioni di futuro dei cittadini in motivo di propaganda e di scontro strumentale. Su temi così importanti per il futuro di tutti non ci dovremmo dividere.

È con queste convinzioni e con questi auspici che il Gruppo del Partito Democratico voterà convintamente a favore del provvedimento oggi all'esame di quest'Aula. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Longo Fausto Guilherme).