Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 563 del 20/01/2016

MICHELONI (PD). Signora Presidente, questo non è un intervento facile per me, quindi vi chiedo un po' di pazienza.

Per quanto riguarda il merito di questa riforma, vi chiedo di rifarvi al mio intervento del 15 luglio 2014 svolto in questa Aula perché non cambio nulla delle cose che ho detto allora con riferimento alla mia contrarietà.

Però ho seguito il dibattito generale fino alla chiusura dei lavori dell'Aula di questa mattina e vorrei - se le opposizioni me lo concedono - dire due parole per ricordare alle amiche e agli amici dell'opposizione che in democrazia si può anche incorrere nella sfortuna di trovarsi nella maggioranza un giorno. Ed allora tutti gli eccessi verbali, tutti gli attacchi lontani dal buon senso e dalla logica del dibattito parlamentare torneranno come dei boomerang. Dunque, credo farebbe bene a tutti moderare un po' i toni. I discorsi di oggi riferiti alle dittature, alle persone legate alle poltrone e altre cose del genere un giorno potrebbero tornare indietro.

Come ho già detto una volta - ma voglio ripeterlo perché sono convinto che è il problema vero del nostro Paese - l'antipolitica è un problema che in tutti i Paesi d'Europa si sta affrontando. Da noi c'è una differenza, ed è una differenza drammatica che dovrebbe far riflettere tutti e consiste nel fatto che l'antipolitica ha raggiunto una tale violenza da trasformarsi in anti-istituzione: il nostro popolo oggi ha un rigetto delle istituzioni.

Pertanto, gli attacchi al senatore Micheloni (parlo di me per evitare riferimenti ad altri, ma il principio vale per tutti i parlamentari ed i politici) sono giustificati, fanno parte delle regole della democrazia. Quando però questi attacchi, questa antipolitica ricade sulle istituzioni, allora più nessuno controlla alcunché in un Paese e allora le strade che si aprono sono sconosciute e pericolose.

Vorrei dunque (esprimo un desiderio) che tutti abbassassero i toni quando si parla di questo tema.

C'è poi una questione che mi preoccupa molto. Da diversi mesi tutti noi siamo bombardati nelle mail per la questione delle unioni civili. Per carità, un problema serio, che riguarda alcune decine di milioni di nostri cittadini. Personalmente per la riforma costituzionale non ho subito attacchi di questa portata. Tale aspetto della vita quotidiana del parlamentare mi preoccupa moltissimo, perché dimostra qual è la sensibilità nei nostri confronti e nei confronti delle istituzioni da parte del nostro popolo.

Questo non toglie niente alla mia contrarietà a questa riforma della Costituzione.

Io annuncio qui che farò campagna referendaria contro questa legge, aderirò ai comitati referendari per il no e posso anche preannunciare che all'estero, dove vivo, in Europa, si stanno preparando comitati per il no. Ma perché sono contrario?

Come ho detto, nel merito ho parlato nel 2014 e le cose dette restano valide. Sono contrario perché sono convinto che il sistema che ci viene proposto oggi non funzioni per il Paese, sia pericoloso per il nostro Paese e non garantirà la coesione della Nazione.

È questo l'altro problema che abbiamo in Italia: non abbiamo il senso dello Stato, non abbiamo il senso di appartenenza ad una comunità nazionale. Ebbene, questo sistema aggrava il problema e questa riforma, secondo me, non dà risposta alla distanza che si è creata tra il cittadino e le istituzioni, anzi, credo che aggravi tale aspetto. Questo è il motivo della mia contrarietà.

La riforma è necessaria? Sì, una riforma è necessaria. Molti colleghi si sono impegnati molto meglio di me nel proporre interventi per riformare questa nostra Costituzione, modernizzarla e rendere più governabile il Paese superando il bicameralismo. Abbiamo avanzato tutte le proposte e non sono state accolte.

Tuttavia, quando si dice che qualcosa non funziona, mi torna in mente un proverbio francese, che recita: «I cattivi operai hanno sempre cattivi attrezzi» (non so se si dica così anche in italiano). Forse allora, se il sistema non funziona è perché non siamo buoni operai di questo sistema e dovremmo riflettere un po' di più su noi stessi.

Infine, voglio toccare un aspetto che mette in evidenzia i limiti ed i problemi del sistema se lo si metterà in piedi in questo modo. Mi è stata comunicata una informazione che non voglio credere; la considero una bufala monumentale, tuttavia, sperando che sia una bufala, il fatto che qualcuno ad essa abbia pensato dovrebbe farci preoccupare di come questo sistema potrà un giorno essere utilizzato.

Se ricordate, da eletto nel collegio estero avevo proposto di togliere i deputati dalla Camera che dà la fiducia al Governo, perché riterrei un passo in avanti per la comunità che qui rappresento essere presente solo nella Camera che non dà la fiducia al Governo ma che esprime bisogni, direttive e proposte di azione, svincolata dal rapporto di fiducia con il Governo. Neanche questa proposta è stata accolta. Ebbene, la bufala che circola è la seguente (e, ripeto, mi auguro veramente che mi sia fatto intossicare da questa informazione): sembra che sia in discussione un accordo tra il MAIE - Movimento associativo italiani all'estero, che ha qui un senatore e due o tre deputati alla Camera - ed il collega Verdini per ottenere una modifica della legge elettorale che ci dà l'obbligo di residenza all'estero, prevedendo candidature all'estero, in Europa, tramite il MAIE, di alcune persone. Ripeto: mi auguro che sia una bufala, comunque lo capiremo se ci verrà proposto di modificare quella legge. Questo è preoccupante per il pensiero che sottende. Non mi sarebbe venuto in mente, dunque sono ammirato dalle capacità inventive di chi pensa queste cose, ma questo è uno dei rischi.

Concludo chiarendo che determinerò il mio voto oggi e non voglio nascondere perché non lo annuncio adesso: per rispetto della mia storia, per rispetto - e mi rivolgo alla collega Nugnes, che dice che noi abbiamo avuto solo rigurgiti o che siamo legati a queste poltrone - di mia moglie e dei miei figli, che hanno vissuto senza di me perché ho vissuto per la politica. Ho vissuto per la politica e non della politica e la mia famiglia ha vissuto del mio lavoro di costruttore in Svizzera e non di quello che ho percepito in politica e oggi, come diversi colleghi (ne vedo uno davanti a me), siamo qui a perdere soldi perché ce lo possiamo permettere, avendo lavorato prima. Per rispetto di queste persone non posso prendere il rischio - almeno ad ora e voglio capire esattamente - di essere io questa sera a far sì che questa riforma passi con qualche voto di un'altra forza politica e non del partito al quale ancora appartengo. Questo è il dubbio che ancora ho.

Non c'è dubbio sulla riforma e su quanto ho annunciato circa la mia intenzione di fare campagna contro di essa, ma questo nulla ha a che vedere con il rapporto di fiducia con il Governo. Voglio anche chiarire con i colleghi con i quali ho fatto battaglia nelle prime letture che se devo rimproverare qualcosa a questo Governo rimprovero l'insufficienza di alcune decisioni e delle azioni compiute. Il jobs act a me ha disturbato perché non ci ha portato ancora in un sistema nordeuropeo della gestione del lavoro. Dunque a me non sta bene non per gli stessi motivi dei quali leggo sempre sulla stampa. Non mi sta bene perché non ha modernizzato le regole del lavoro come avviene in tutto il Nord Europa, area di nostro interesse in quanto in competizione con noi e con cui noi dobbiamo competere come Paese.

Questo Governo, il Governo che sostengo, non mi sta bene perché nella pubblica amministrazione non ha fatto abbastanza. Proponiamo da tempo la riforma del Ministero degli esteri e non ce n'è ombra. Per questo ho dei problemi con l'attuale Governo, non per opposizione o per mancanza di fiducia.

Pertanto, questa sera mi assumerò le mie responsabilità, come ho sempre fatto nella mia vita. Poi, all'interno del mio partito, chi deve decidere deciderà quali saranno i rapporti futuri.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Petrocelli. Ne ha facoltà.