Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 563 del 20/01/2016
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ALICATA (FI-PdL XVII). Signora Presidente, onorevoli colleghi, il testo che ci apprestiamo a votare con un sì o con un no in questo ultimo passaggio al Senato è ben lontano da quello presentato dal Governo. In quel testo si potevano ritrovare alcune delle linee guida della riforma costituzionale del 2005 promossa dal Governo Berlusconi, come la fine del bicameralismo perfetto e un Senato rappresentativo delle realtà regionali.
Quella nostra riforma prevedeva l'abolizione della competenza concorrente tra Stato e Regioni che, approvata dalle modifiche costituzionali della sinistra del 2001, ha creato, in oltre un decennio, un vasto contenzioso tra Stato e Regioni presso la Corte costituzionale. Quel contenzioso ha pesato enormemente, ritardando lo sviluppo del Paese.
Tutte le modifiche apportate durante questo iter parlamentare, che è stato lungo ma privo di un reale confronto, non hanno risolto gli aspetti critici della riforma; al contrario, si è banalizzato un testo che, viceversa, andava approfondito, non raggiungendo peraltro le finalità che si volevano perseguire.
Il percorso di dialogo intrapreso con il principale partito di opposizione, che non era un vero e proprio articolato ma un tentativo di condivisione delle riforme, è stato non solo calpestato, ma addirittura banalizzato. Il risultato è proprio una riforma banale e inutile perché scritta dalla maggioranza, scavalcando un confronto serio con l'opposizione.
Per quanto riguarda le funzioni attribuite al nuovo Senato, quelle assegnategli tentano di ottenere il superamento del bicameralismo perfetto, modificando il peso istituzionale della seconda Camera. Il fine della riforma è quello di escludere il Senato dal circuito fiduciario - la fiducia viene chiesta solo alla Camera - e di ridurne il peso nel procedimento legislativo. Ma mentre il Senato viene trasformato in Assemblea rappresentativa degli enti territoriali, si procede ad un riassetto fortemente centralistico della forma di Stato e dunque ad una evidente marginalizzazione del suo ruolo.
La compensazione che si è cercato di attuare verso il ruolo del Senato, aumentando il numero delle leggi bicamerali, continua ad evidenziare una forma di Governo che rimane parlamentare, pur avendo escluso, come detto, il Senato dal circuito fiduciario.
Buona parte delle funzioni del Senato, come quella sulla valutazione delle politiche e delle attività pubbliche delle pubbliche amministrazioni, risultano sminuite proprio perché attribuite ad una seconda Camera cui è stato reciso il vincolo fiduciario con il Governo, così come è ambigua - e necessiterà di interventi normativi per la sua attuazione - la disposizione per l'elezione dei 95 senatori. Non si capisce come possano esplicarsi le scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri: un'espressione assai confusa e indeterminata che genererà una confusione istituzionale tra i ruoli di sindaci, consiglieri, Presidenti di Regione e senatori.
Siamo inoltre di fronte ad un pasticcio laddove si prevede che i Comuni siano rappresentati in Senato, ma i loro rappresentanti non saranno scelti dai cittadini e nemmeno dai Comuni stessi, ma dai Consigli regionali; con quale criterio non è dato sapere. Molto è lasciato alla legge attuativa, ma sarebbe stato più confacente definire da subito le questioni.
Anche sui tempi di attuazione della legge bicamerale che regola l'elezione dei senatori rimane una contraddizione di fondo tra i due termini previsti in uno stesso articolo del disegno di legge. Ci si chiede se sono previsti sei mesi dalla data di svolgimento delle elezioni della Camera oppure sei mesi della data di entrata in vigore della legge costituzionale. Una grande confusione, insomma, a meno che l'intenzione reale della maggioranza non fosse semplicemente quella di dequalificare la seconda Camera, che non troverebbe più la sua legittimazione in un'elezione diretta, tra l'altro violando palesemente l'articolo 1 della Costituzione, che prevede che la sovranità appartiene al popolo.
L'ulteriore elemento di disomogeneità è quello che prevede la nomina di cinque senatori da parte del Presidente della Repubblica, non più a vita, ma per un periodo di sette anni. A questi si aggiungono quelli di diritto, gli ex Presidenti della Repubblica, che continuano a essere membri del Senato a vita.
Lo scopo è anche quello, dichiarato nel titolo del disegno di legge, di ridurre i costi, ma in realtà i costi, valutati da più parti, non diminuiscono affatto e questo rimane solo un banale, banalissimo argomento di collaudata propaganda.
Va registrata poi una stretta connessione tra questa riforma costituzionale, che altera fortemente il sistema dei pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione vigente, e la nuova legge elettorale, il cosiddetto Italicum, modellata per essere applicata alla sola Camera dei deputati. Proprio il superamento del bicameralismo paritario e la ridefinizione di una serie di poteri in capo al Governo e delle funzioni della Camera, che è titolare del rapporto fiduciario con l'Esecutivo, e che viene eletta dando alla lista vincente un forte premio di maggioranza, alterano in modo sostanziale il sistema di pesi e contrappesi in favore dell'Esecutivo, ponendo a serio rischio proprio quell'ingegneria costituzionale creata dai Padri costituenti per evitare che fosse un potere ad assoggettare gli altri.
L'attribuzione di poteri così ampi ad un Esecutivo sostenuto dalla lista vincente, che beneficia del premio di maggioranza, ma che potrebbe essere minoranza nel Paese, ci consegna aspetti molto inquietanti non solo per la qualità delle leggi che verrebbero prodotte per i cittadini, ma anche per la nostra democrazia.
Proprio le riforme al nostro esame ne sono un esempio lampante, se una minoranza (il Partito Democratico) che ha ottenuto il premio di maggioranza dichiarato incostituzionale può cambiare in maniera gravissima la nostra Costituzione. La riforma invece doveva essere scritta da un largo schieramento parlamentare proprio per essere più seria, più autorevole e duratura e questo proprio perché la sentenza della Corte costituzionale sul cosiddetto Porcellum ha delegittimato il premio di maggioranza, e quindi l'azione del Partito Democratico, riducendone la legittimità politica e morale. Si sono quindi superati a colpi di maggioranza non solo i limiti alla possibilità di revisione costituzionale dettati dalla Costituzione stessa e dalla giurisprudenza costituzionale in sentenze plurime, ma persino i limiti politici e morali che legittimano una riscrittura della Costituzione di così ampia portata. (Applausi dei senatori Compagna e Malan).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Micheloni. Ne ha facoltà.