Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 563 del 20/01/2016

TORRISI (AP (NCD-UDC)). Domando di parlare per dichiarazione di voto. (Brusio).

PRESIDENTE. Prima di dare la parola al senatore Torrisi, vorrei informare l'Aula che, per chi ha bisogno di fare riunioni o di alzare molto il tono della voce, ci sono comodi divani fuori.

Ha facoltà di parlare, senatore Torrisi.

TORRISI (AP (NCD-UDC)). Signora Presidente, signori Ministri e onorevoli colleghi, il Gruppo di Area Popolare voterà convintamente sì alla riforma della Parte II della Costituzione, per il superamento del bicameralismo paritario e la revisione del Titolo V, in quest'ultima e decisiva deliberazione da parte del Senato.

È una riforma che l'Italia attende da più di trent'anni, dopo il fallimento di innumerevoli tentativi riformatori che si sono susseguiti in ogni legislatura, a partire dalla prima Commissione bicamerale Bozzi del 1983. Abbiamo già pagato costi elevatissimi per il mancato ammodernamento del nostro sistema istituzionale, risalente ad un periodo storico superato, riforme che le altre grandi democrazie hanno invece realizzato da tempo.

Di fronte alle sfide della competizione internazionale e della globalizzazione, un nuovo fallimento è un lusso che l'Italia non può assolutamente permettersi. C'è una connessione strettissima tra l'assetto del sistema istituzionale e l'economia, tra una recessione settennale che ha messo in crisi la coesione sociale, da un lato, e la debolezza delle istituzioni politiche, dall'altro. Come ha sottolineato due anni fa un costituzionalista come Mario Dogliani, con riferimento ai diritti fondamentali previsti dalla prima parte della nostra Carta: «È giusto dire che la prima e la seconda parte della Costituzione non possono essere separate. Ma la prima può trovare attuazione solo se la seconda funziona». Meuccio Ruini, nel 1947, in quest'Aula, pronunciava le seguenti parole: «Abbiamo la certezza che la Costituzione durerà a lungo e forse non finirà mai, ma si verrà sempre completando ed adattando alle esigenze dell'esperienza storica».

Nessuno di noi può dimenticare quella vera e propria crisi istituzionale emersa drammaticamente a seguito delle elezioni politiche del 2013, quando la legislatura sembrava non in grado di avviarsi, proprio a causa del bicameralismo paritario e di due Camere elette addirittura da due corpi elettorali diversi. Non vi era una maggioranza in entrambe le Camere; non si riusciva a formare un Governo né ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Eravamo in uno stallo istituzionale dal quale si è usciti solo grazie alla rielezione del presidente Napolitano e alla formazione di un Governo di convergenza, con l'obiettivo fondamentale di realizzare finalmente, in questa legislatura, le riforme della Costituzione e del sistema elettorale, oltre all'obiettivo anch'esso fondamentale di far uscire il Paese dalla crisi economica.

Qui mi sia consentito rivolgere un ringraziamento particolare ai senatori del Nuovo Centrodestra e di Area Popolare perché, se oggi possiamo conseguire questo grande risultato, lo si deve a quei senatori e a quei deputati che, nell'ottobre del 2013, hanno salvato la legislatura e le riforme, con un atto insieme doloroso e coraggioso, e sono rimasti e rimangono fedeli a quell'impegno assunto solennemente da tutti coloro che tributarono vere e proprie ovazioni al discorso di Napolitano, di fronte al Parlamento in seduta comune.

La riforma non è frutto di un'improvvisazione, ma di un confronto trentennale di posizioni culturali, accademiche e politiche. Il suo impianto generale corrisponde alle conclusioni espresse a larga maggioranza dalla Commissione per le riforme, istituita dal Governo Letta. E se l'esame è partito da un testo del Governo, si deve sottolineare che a quel testo sono state apportate numerosissime e importanti modifiche, frutto di un significativo lavoro parlamentare, in specie da parte del Senato, a partire dai relatori Finocchiaro e, nella prima fase, Calderoli. A tale lavoro hanno contribuito in modo rilevante i senatori di Area Popolare, su molti decisivi aspetti, proponendo - ad esempio - per primi la soluzione per l'elezione dei senatori che poi, in sostanza, è stata adottata. Si tratta di una riforma alla quale ha contribuito, per lo meno in prima lettura, anche il Gruppo parlamentare di Forza Italia, mentre oggi viene osteggiata e alcuni dei suoi esponenti ricorrono addirittura ad iperboli allarmistiche sull'emergenza democratica, che la riforma determinerebbe, dimenticando la coincidenza tra i contenuti della riforma e i programmi elettorali e le posizioni espresse, anche in sede parlamentare, fin dal 1994. Il Senato è artefice della riforma, ma anche il suo principale oggetto.

Mi sia consentito un altro ringraziamento a tutti i senatori, perché oggi portiamo a compimento un fatto storico, che rende merito a questa Assemblea che, dopo trent'anni, mette fine ad un paradosso ritenuto invalicabile: quello del riformatore che deve riformare se stesso. Il Senato cambia completamente la sua natura, il suo ruolo e le sue funzioni, ma non è affatto una Camera dequalificata. Esso è, anzi, una Camera che svolgerà un ruolo fondamentale nel nuovo assetto del nostro bicameralismo: innanzitutto, di rappresentare gli enti territoriali ed essere sede di raccordo tra i legislatori regionali e il legislatore statale, in particolare attraverso il concorso alla legislazione nazionale, allo scopo di porre fine a quell'abnorme contenzioso costituzionale tra lo Stato e le Regioni, che la frettolosa e mal concepita modifica del 2001 ha determinato, con grave danno alla certezza del diritto e all'economia del Paese. Il Senato svolgerà, però, altre importantissime funzioni di raccordo con l'Unione europea, di valutazione delle politiche pubbliche, di verifica dell'attuazione delle leggi dello Stato e di nomina di due giudici costituzionali.

Sarà solo la Camera dei deputati, come sede della rappresentanza nazionale, ad accordare e revocare la fiducia al Governo, come nelle altre democrazie europee, ponendo così fine al nostro bicameralismo paritario, che tanto ha nuociuto non solo alla stabilità e all'efficacia dell'azione di Governo, ma anche all'autorevolezza e alla centralità della sede della sovranità popolare.

Lo snellimento e la semplificazione del procedimento legislativo, con tempi certi per l'approvazione delle leggi, sono volti a realizzare una "democrazia governante", che superi finalmente quella incapacità decisionale che affligge da tempo il sistema politico-istituzionale e che può mettere a rischio il funzionamento della democrazia. Ne saranno rafforzate e rese più efficaci l'azione di Governo, ma anche il confronto e la dialettica parlamentare, poiché la riforma mantiene complessivamente la forma di Governo parlamentare. E anche il sistema delle garanzie è assicurato, grazie alla modifica di diversi articoli della Carta, che prevedono forti limiti alla decretazione d'urgenza, lo statuto delle opposizioni, il ricorso preventivo di legittimità costituzionale delle leggi elettorali di Camera e Senato, il quorum dei tre quinti per l'elezione del Presidente della Repubblica dopo il terzo scrutinio, la garanzia di esame delle proposte di legge di iniziativa popolare, l'abbassamento del quorum di validità del referendum abrogativo.

Complementare alla riforma del bicameralismo è la revisione del Titolo V della Costituzione, che pone rimedio - come già sottolineato - ai guasti prodotti dalla improvvida modifica del 2001. Non è, infine, da trascurare la riduzione dei costi della politica, e non solo con la riduzione del numero di senatori, ma anche con la limitazione delle spese dei Consigli regionali, con la soppressione del CNEL e delle Province.

Noi difendiamo questa riforma non per calcoli di parte, ma nell'interesse del Paese. Per questo, quando la maggioranza che sosteneva la riforma era più ampia dei due terzi, proponemmo, per primi, che la riforma potesse essere comunque soggetta al voto degli elettori attraverso il referendum, per il quale tanti parlamentari di Area Popolare hanno già aderito al comitato per il sì promosso dall'onorevole Adornato.

Su questo punto mi rivolgo apertamente e direttamente al Presidente del Consiglio e alla signora ministra Boschi, come ha già fatto l'onorevole Lupi alla Camera. Il nostro sì è alla riforma, ai suoi contenuti, ai benefici che essa potrà arrecare all'Italia e non certamente ad un plebiscito su una persona e sulla sua azione politica. Con tutta la considerazione e la stima della persona e delle sue capacità, non si commetta l'errore di una personalizzazione del referendum, alla quale spingono, non a caso, proprio coloro che si battono per il no. La riforma è stata proposta e seguita con grande determinazione dal Governo perché - come ho già ricordato - essa è il principale obiettivo, la stessa ragione d'essere della legislatura. Tuttavia, non è in gioco solo la legislatura; sono in gioco le sorti delle nostre istituzioni e la loro capacità di rispondere alle esigenze del Paese. È in gioco il futuro dell'Italia. Si conduca una campagna per il sì al referendum di natura inclusiva, si lavori per un fronte il più ampio possibile, che coinvolga parlamentari, esponenti della società civile e semplici cittadini.

Una Costituzione non è solo un testo giuridico, un atto normativo. Essa é, prima di tutto, un atto politico e storico. Si cambia la Costituzione se c'è la necessità storica di farlo e noi abbiamo creduto, e crediamo, che quella necessità ci sia, perché serve chiudere l'eterna transizione istituzionale nel nostro Paese come strumento per rilanciare l'Italia.

Cominciamo ad avere alle spalle anni difficili a causa di una crisi economica terribile, la più grave dal dopoguerra ad oggi; una crisi che ha impoverito ed indebolito il nostro Paese, che ha creato una frattura sociale ed aumentato le disuguaglianze tra i cittadini. Pertanto, come non mai, alla politica oggi spetta dare una risposta a questi temi ed è agendo che si trova una soluzione, poiché il rischio vero sarebbe non far nulla.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, recentemente, si è augurato che «le riforme giungano a compimento in questa legislatura» poiché «il senso di incompiutezza rischierebbe di produrre ulteriori incertezze e conflitti, oltre che ad alimentare sfiducia».

La riforma che approviamo oggi è il frutto del lavoro di una maggioranza, di forze politicamente autonome ma complementari in questa fase delicata e fondamentale della vita del nostro Paese, le quali hanno un unico denominatore: la volontà riformatrice.

Signora Presidente e colleghi, mi avvio alla conclusione del mio intervento richiamando quanto scriveva il giurista Vincenzo Cuoco, sul fatto che non esistono costituzioni perfette: «La Costituzione è come un abito: se tu sei gobbo, l'abito che va bene per te è un abito che più o meno riesce a maneggiare o a nascondere la gobba che hai e non va bene per un altro ma va bene solo per te».

La riforma di cui stiamo discutendo non è forse quella ideale, ma è la migliore che si possa fare oggi in questo Parlamento. Pertanto, e concludo signora Presidente, credo che andiamo a votare un testo di riforma complesso e compiuto, che chiude la tormentata stagione della seconda Repubblica e che intende proiettare un Paese più forte nel futuro, con delle istituzioni più forti, con basi economiche più solide, con una maggiore credibilità in Europa e, quindi, con maggiore possibilità di contare - come è giusto - in Europa e non solo.

Il Gruppo di Area Popolare, coerentemente con la responsabilità che si è assunto, contribuendo prima alla nascita del Governo Letta e poi a quella del Governo Renzi, sostiene e condivide questa riforma costituzionale. (Applausi dal Gruppo AP (NCD-UDC) e del senatore Santini).