Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 563 del 20/01/2016
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MAZZONI (AL-A). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MAZZONI (AL-A). Signor Presidente, onorevoli senatori, dal 1982 ad oggi, dall'VIII fino alla XVII, non c'è stata una legislatura nella storia repubblicana in cui non si sia affrontato il nodo delle riforme costituzionali, e tutti i disegni di legge presentati si sono posti il problema di giungere a una profonda revisione della seconda parte della Costituzione. Se tutti questi tentativi sono falliti, il motivo c'è.
L'Italia - e la sua classe politica ne è lo specchio - è rimasta divisa e arroccata dietro le vecchie barriere ideologiche: prima c'erano i comunisti e gli anticomunisti, i democristiani e gli antidemocristiani, i craxiani e gli anticraxiani; poi, nella seconda Repubblica, i berlusconiani e gli antiberlusconiani, in un crescendo di rancori e di delegittimazione reciproca che hanno penalizzato il Paese, il suo sviluppo e soprattutto la qualità della sua democrazia.
Il dibattito di questi giorni, purtroppo, dimostra che nulla o quasi è cambiato, perché oggi la politica continua a dividersi pregiudizialmente, e questa volta tra renziani e antirenziani, e in modo pavloviano ripete gli stessi schemi consunti, le stesse accuse artefatte, gli stessi insulti a prescindere, di quando al Governo c'era Berlusconi, del quale la sinistra diceva che aveva pulsioni autoritarie, che con lui l'Italia non contava nulla in Europa e che andava cacciato nell'interesse supremo della salvaguardia dei valori costituzionali.
Ieri l'aspirante tiranno era Silvio Berlusconi, oggi lo è diventato Matteo Renzi, e, a parti curiosamente invertite, il centrodestra - lo stesso che a Monti e Letta imputava di essere succubi dell'Unione europea - inveisce contro l'attuale Premier, perché osa alzare la voce contro i burocrati di Bruxelles. È, insomma, uno scenario tristemente ripetitivo, uno sfascismo politico a fasi alterne che ha portato la sinistra ad affondare la riforma costituzionale del centrodestra col referendum del 2006, e induce ora il centrodestra a scagliarsi contro questa riforma, che ha prima condiviso e contribuito a scrivere e poi inspiegabilmente ripudiato. È un albo dello sfascismo al quale noi non vogliamo orgogliosamente iscriverci.
Quando il Parlamento avrà varato questa riforma, ci confronteremo finalmente nel Paese, e sarà allora interessante assistere allo spettacolo dei fan della Costituzione più bella del mondo e degli ex riformisti del centrodestra, che per vent'anni si sono fronteggiati su sponde opposte, andare a braccetto per sostenere davanti ai cittadini che in Italia siamo all'anticamera del golpe istituzionale. E spiacerà molto vedere alla testa di questo nuovo popolo viola, di questo girotondo controriformista, proprio il leader di Forza Italia, il liberale che ha modernizzato la politica e ha invocato per anni il rafforzamento dei poteri del Premier, ma che ora denuncia la deriva autoritaria, trovandosi così in singolare sintonia con un suo pervicace avversario, il professor Zagrebelsky, fondatore del comitato del no, per il quale col disegno di legge Boschi assistiamo alla blindatura del potere, alla sua concentrazione nelle mani dell'Esecutivo ai danni del Parlamento e dei cittadini.
La verità è un'altra: dopo quasi settant'anni il Parlamento sta finalmente dando concreta attuazione all'ordine del giorno Perassi, quello che impegnava l'Assemblea costituente a trovare dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell'azione di Governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo. Ebbene, riforma elettorale e riforma costituzionale hanno proprio l'ambizione di consegnare al Paese non un regime autarchico, ma un Governo più stabile e un parlamentarismo senza degenerazioni, perché fondato sulla netta distinzione dei ruoli tra una Camera titolare del rapporto di fiducia con l'Esecutivo e un Senato delle autonomie, superando così quel bicameralismo paritario che è diventato la palla al piede della nostra democrazia.
È esattamente quello che avviene da tempo in tante altre democrazie occidentali che hanno leggi elettorali con premi impliciti o espliciti ultramaggioritari e un sistema monocamerale, ma dove nessuno si è mai permesso di adombrare rischi autoritari. Si tratta di un passo avanti storico verso una democrazia più matura. Avere un Esecutivo più forte non significa, infatti, svuotare le prerogative parlamentari. Significa solo garantire la stabilità politica e mettersi alle spalle l'assemblearismo assurto a sistema che ha prodotto tanti Governi deboli e troppi Premier travicelli.
Apro qui una parentesi per lanciare un avviso ai naviganti: l'Italicum rivisto e aggiornato a causa dei compromessi al ribasso, che Renzi ha dovuto fare col suo partito e con la sua coalizione di Governo, che prevede un premio di maggioranza di soli 24 deputati, rischia di riconsegnare gli Esecutivi che verranno, nonostante la riforma costituzionale, ai ricatti politici di minoranze organizzate - e nel PD, orfano del centralismo democratico, sono particolarmente agguerrite - in grado di far valere in ogni momento il loro potere di veto. Sarebbe, insomma, necessario rivedere la nuova legge elettorale, ma per il motivo opposto a quello sostenuto da chi grida al golpe e all'uomo solo al comando.
Detto questo, mi chiedo, comunque, come sia possibile che chi ha condiviso lo spirito e la sostanza della devolution nel 2005 possa oggi stroncare con tanta virulenza questa riforma, che sarà anche la riforma del demonio, ma chiediamoci perché allora, ieri come oggi, era previsto che il Senato fosse rappresentativo degli interessi del territorio. Ieri come oggi si proponeva la riduzione del numero dei parlamentari (770 e 730); ieri come oggi si prevedeva l'abolizione del bicameralismo paritario. Inoltre, entrambe le riforme riportano in capo allo Stato alcune materie strategiche che la revisione del Titolo V aveva consegnato alle Regioni, facendo nascere un perenne contenzioso istituzionale. (Brusio. Richiami del Presidente).
È terminato il tempo a mia disposizione, signor Presidente?
PRESIDENTE. No. Cercavo di richiamare l'attenzione di chi amabilmente si fa i fatti propri e la disturba.
Prego, senatore Mazzoni.
MAZZONI (AL-A). Grazie, signor Presidente.
Infine, entrambe le riforme rafforzano il potere sostitutivo statale a garanzia dell'unità nazionale.
Certo, questa non è una riforma perfetta, a partire dal pasticcio sull'eleggibilità diretta o meno del nuovo Senato e dalla mancata facoltà del Premier di sciogliere le Camere, ma meglio una riforma imperfetta che nessuna riforma. E a chi contesta che si produrrà uno squilibrio nei rapporti di forza tra la Camera ed il Governo e tra il Governo ed il Capo dello Stato basti ricordare che sono invece molti i contrappesi previsti: per eleggere il Presidente della Repubblica - ad esempio - non sarà più sufficiente la sola maggioranza assoluta, ma quella dei tre quinti, ed il Senato eleggerà autonomamente due giudici costituzionali. Non solo: vengono limitati i casi di ricorso ai decreti-legge e viene finalmente previsto lo statuto delle opposizioni.
E queste - mi preme sottolinearlo - sono non solo le riforme del Premier o del Governo, ma anche e soprattutto le riforme del Parlamento e delle forze politiche che hanno contribuito a riscriverle, perché il testo originario uscito dal Consiglio dei ministri è stato notevolmente migliorato.
Signor Presidente, onorevoli senatori, oggi quest'Assemblea scriverà una pagina decisiva nella storia politica del nostro Paese. Dopo un dibattito ultradecennale, arriveremo finalmente all'ammodernamento del sistema istituzionale. Riteniamo di aver assunto una posizione responsabile, nella consapevolezza che non è nell'interesse del Paese accantonare il bene per il meglio e che la politica del rilancio continuo significa solo la continuazione della guerra alle riforme con altri mezzi. Noi non intendiamo, dunque, mischiarci all'armata Brancariforme dei girotondini di sempre e di quelli saliti in corsa sul treno del massimalismo conservatore.
Confermo quindi il voto favorevole del Gruppo Alleanza Liberalpopolare-Autonomie a questo disegno di legge di riforma costituzionale. Ad aprile si concluderà il percorso iniziato il 18 gennaio del 2014, il giorno in cui i leader del centrosinistra e del centrodestra strinsero il cosiddetto patto del Nazareno. Sono passati due anni da quell'incontro e nel prossimo ottobre, mille giorni dopo, ci sarà il referendum confermativo. Avevamo sperato che quel patto, con Berlusconi che varcava la soglia del Nazareno, chiudesse definitivamente vent'anni di sterili contrapposizioni e paralizzante scontro ideologico.
Non è andata così ed è stato un errore che toccherà prima al popolo italiano e poi alla storia giudicare. Ma noi abbiamo la convinzione di aver scelto la parte giusta. (Applausi dal Gruppo AL-A. Congratulazioni.).