Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 563 del 20/01/2016
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FINOCCHIARO (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FINOCCHIARO (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei innanzitutto ringraziare il mio Gruppo, che mi consente questa dichiarazione di voto a conclusione di un impegno che è stato certamente il più duro e il più faticoso, ma anche il più appassionante di una lunga (secondo alcuni colleghi, troppo lunga) esperienza parlamentare che con questa legislatura finirà.
Vorrei cominciare con le parole pronunciate da Meuccio Ruini il 22 dicembre 1947, nel corso dell'ultima seduta dall'Assemblea costituente. In quella occasione Meuccio Ruini da un lato espresse la certezza che la Costituzione sarebbe durata a lungo. «Forse non finirà mai», disse. Dall'altro, disse che si sarebbe adattata al mutamento dei tempi e all'esperienza; dall'altra parte ancora, dando una valutazione complessiva di questa opera, ne dette un giudizio tutt'altro che trionfalistico.
Mentre sottolineò la grandezza (così vorrei definirla) e il successo della prima parte della Costituzione, riconobbe che la seconda aveva presentato gravi difficoltà e che essi non avevano risolto tutti i problemi istituzionali: ad esempio, per la composizione delle due Camere e il sistema elettorale, rimesso peraltro alla legge ordinaria. Insomma, una esplicita indicazione di ciò che già nella Costituzione, già nel momento solenne della sua approvazione, appariva mal riuscito.
Né poteva essere altrimenti. E oggi il presidente Casini ce lo ha ricordato. Se contestualizziamo quel dibattito, ricordiamo che eravamo alla vigilia delle prime elezioni e ricordiamo non soltanto la tensione esistente tra i due grandi partiti di massa, la Democrazia cristiana e il Partito comunista, ma il fatto che essi alludessero a un sistema politico, culturale e sociale, davvero alternativo. E ciascuno dei due partiti, di consistenza pressoché analoga, temeva che alle elezioni successive, le prime elezioni libere della Repubblica, una forza avrebbe potuto prevalere sull'altra.
Fu così che, dopo una discussione che oggi non è stata ricordata in quest'Aula, ma neanche durante il dibattito di questi giorni, se non da pochissimi interventi, scegliendo tra soluzioni assai diverse e cambiando ciascun partito politico e ciascun esponente addirittura la propria posizione originaria (la DC partiva da una impostazione regionalista mentre il PCI partiva da una impostazione monocameralista), si giunse a una soluzione che era quella di un bicameralismo perfetto: due Camere che avessero le stesse identiche funzioni, entrambe legate da rapporto fiduciario al Governo, ma elette con sistemi elettorali diversi e con elettorato attivo e passivo diverso.
Ciò che si introduceva nell'ordinamento era cioè un elemento di blocco, un elemento di farraginosità, il tentativo d'impedire che la vittoria di una parte fosse vittoria compiuta.
Questo tema, esplicitato già nella relazione conclusiva del 22 dicembre del 1947, viene ininterrottamente ripreso dagli stessi costituenti negli anni seguenti, e ripetutamente. Ne abbiamo una testimonianza straordinaria nella ricostruzione di quel colloquio tra Elia e Scoppola, da una parte, e Dossetti e Lazzati dall'altro, che è del 1984, ma che è stato pubblicato anni dopo.
Già nel 1951 Dossetti torna su questa questione e, parlando del sistema costituzionale, dice: «È stato strutturalmente predisposto sulla premessa di un contrappeso reciproco e quindi di un funzionamento complesso, lento e raro, come quello di uno Stato che non avesse da compiere che pochi e infrequenti atti sia normativi che esecutivi, perché non tenuto ad adempiere un'azione di mediazione (...) e tanto meno un'azione continua di reformatio, di propulsione del corpo sociale».
Sostanzialmente, questo tema è poi al centro, ad esempio, delle riflessioni di Mortati (di quelle consegnate tra il 1972 e il 1974), il quale parlando di bicameralismo dice: «Problema al quale non può tardarsi a dare soluzione».
E se ripercorriamo la storia repubblicana di tale questione, che è stata assente dal dibattito di quest'Aula e che è la ragione prima per la quale questa riforma viene fatta, si continua a discutere nei sessantasette, sessantotto, settant'anni della Repubblica, tentando di ovviare con strumenti diversi, il primo già negli anni Cinquanta è la legge elettorale con il premio maggioritario. E se viene abbandonata non è soltanto per le reazioni che comportò la legge truffa - l'hanno ricordato tanti colleghi - ma anche perché cambia la strategia politica, e il rafforzamento del Governo da parte della Democrazia cristiana viene invece perseguito con un sistema proporzionale che possa moltiplicare i soggetti politici e le alleanze.
Ma il problema è sempre lo stesso ed è quello di un difetto nel circuito Parlamento-maggioranza-Governo che rende i Governi deboli, che rende i Governi incapaci di assumere quella funzione di propulsione del sistema complessivo del Paese che oggi registriamo con tanta tragica evidenza, anche per il fatto che il contesto è cambiato e la forza e la competitività del nostro sistema nazionale ha necessità di un'ulteriore spinta.
Peraltro, allo stesso tentativo di ovviare a quel difetto originario possiamo ricondurre i tentativi di irrobustire, ad esempio, il Presidente della Repubblica, sul quale si affannarono costituzionalisti e politici, oppure il ricorso al semipresidenzialismo, che è stata una costante nel dibattito italiano a partire dagli anni Settanta. Perché il punto - lo ricordava ieri un collega o una collega del mento 5 Stelle - era, come ha individuato Zagrebelsky, di definire un nuovo punto di equilibrio tra inconcludenza e forza, ripeto tra inconcludenza e forza. Ed è esattamente questo il tentativo che stiamo cercando, finalmente, dopo tanti decenni di fare: trovare un nuovo punto di equilibrio.
Ma qui di altro abbiamo parlato, in una confusione - guardate, colleghi - che rappresenta a mio avviso una miscela altamente esplosiva in un Paese che ha le caratteristiche di cui oggi ha parlato il senatore Tronti e che vede questa relazione tra cittadini e politica così difficile, aspra, talvolta inquinata.
Io capisco che il Movimento 5 Stelle abbia fatto e faccia dell'assemblearismo la sua cifra identitaria, ma penso che forse per la sua giovinezza questo movimento abbia anche bisogno di depurare un po' e definire meglio la proprio cultura politica. Perché io ho sentito cose incredibili in quest'Aula: da una parte questa esaltazione della rappresentatività e dall'altra parte la mortificazione di alcune rappresentanze. Penso a quello che è stato detto sui consiglieri regionali direttamente eletti e complessivamente sulla casta degli eletti, con giudizi tanto sommari quanto molto spesso ingiusti. Da una parte si è contestata la legittimità, ad esempio, di questo Governo e di questo Presidente del Consiglio, che non è stato mai eletto (come se la Costituzione vigente questo richiedesse, ma non lo richiede affatto); dall'altra parte però c'è stata una damnatio nei confronti delle forme di premierato.
Da una parte si è ragionato di abolizione dei costi in tutta la fase anche della campagna elettorale che ha condotto all'affermazione elettorale del Movimento 5 Stelle, dall'altra parte oggi si rivendica che questa abolizione dei costi ha mortificato la rappresentanza.
Io francamente credo che occorrerebbe ragionare con una maggiore freddezza e tornare alle questioni che pochi interventi oggi - mi riferisco agli interventi del senatore Fornaro, del senatore Chiti e del senatore Casini - hanno tentato di mettere a fuoco. Ma ciò che opera in realtà, mi è sembrato, in questo dibattito è esattamente quella prevenzione che aveva ispirato i costituenti, che lavorò durante l'elaborazione della Costituzione e che alla fine prevalse; mi riferisco alla tentazione di perpetuare la debolezza del nostro sistema.
Francamente - come ho già detto molte volte in quest'Aula - non mi ha mai convinto, durante questa lunga discussione parlamentare, neanche l'idea che un Senato eletto direttamente, senza rapporto con le istituzioni regionali, potesse essere un contrappeso, un Senato delle garanzie. Questa è certamente una prospettazione attraente, ma è assolutamente velleitario pensare che 95 persone direttamente elette (peraltro con metodo proporzionale), ma non strette da un vincolo fiduciario, possano essere un contrappeso. Rispetto a cosa? Rispetto ad una Camera nella quale il vincolo di maggioranza e il peso della maggioranza possa consentire di affrontare le molte questioni e le molte sfide di una democrazia governante - voglio adoperare proprio questo termine - di cui il nostro Paese ha bisogno.
Del tutto inspiegabile è poi la posizione dei colleghi di Forza Italia. Ho apprezzato l'eleganza elusiva con cui il senatore Romani oggi ha svolto la propria dichiarazione di voto e devo dire che sono rimasta affascinata dal rutilante benaltrismo dell'intervento del senatore Gasparri, che di tutto ha parlato, tranne che di riforma costituzionale. (Applausi dal Gruppo PD).
Questo è il testo migliore possibile, colleghi. Probabilmente ciascuno di noi e io stessa - come ha detto oggi il presidente Renzi - ho esercitato una certa attività critica sull'impostazione originaria del testo del disegno di legge governativo. È il miglior frutto della migliore transazione possibile e dunque è la migliore legge possibile.
Io credo che non occorra qui che ve ne illustri il contenuto (l'abbiamo fatto tante volte in quest'Aula), né credo che valga sottolineare l'importanza per me storica di questo momento. Però voglio dire una cosa, anche a coloro i quali questo testo non l'hanno votato e non lo voteranno e a chi l'ha votato e non lo voterà stasera. Ho apprezzato un riferimento fatto ieri dalla collega Mussini, la quale diceva che le forme istituzionali non possono essere solo forme. I greci dicevano che la democrazia è prassi. Bene, io credo che sia assolutamente così. Se noi approviamo questo testo, se lo approverà di nuovo la Camera, se il referendum lo confermerà, toccherà a ciascuno di noi, maggioranza ed opposizione, classe dirigente politica di questo Paese, farlo vivere e farlo vivere al meglio delle potenzialità che avrà questo Senato, nel suo potere di rappresentanza delle istituzioni territoriali e del loro peso...
VOCI DAI GRUPPI LN-AUT E M5S. Basta! (Commenti dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. Silenzio, fate concludere, per favore. Il tempo lo decido io, così come ho dato la possibilità anche agli altri di continuare. (Commenti dai Gruppi LN-Aut e M5S).
Prego, senatrice Finocchiaro, concluda.
FINOCCHIARO (PD). ...nella sua capacità, così sottovalutata, di essere un luogo nel quale l'integrazione del Paese, delle sue diverse anime e dei suoi diversi territori può trovare rappresentanza, autorevolezza, ruolo, parola, voce, nelle decisioni, nel suo straordinario potenziale di essere potente fattore di integrazione europea. Questo è il Senato che noi stiamo consegnando, se così saremo capaci di farlo vivere. (Applausi dai Gruppi PD, AP (NCD-UDC) e Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE e dei senatori Romani Maurizio, Bencini, Bondi e Repetti. Congratulazioni).