Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 563 del 20/01/2016

Passiamo alla votazione finale.

ROMANI Maurizio (Misto-Idv). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ROMANI Maurizio (Misto-Idv). Signor Presidente, sarò molto breve.

Come abbiamo già sottolineato in sede di discussione generale, la riforma in esame non è l'ottimo, ma è sicuramente un bene laddove risponde ad un dibattito parlamentare, iniziato con la cosiddetta Commissione Bozzi nel 1983, che negli ultimi trent'anni ha prodotto, in ambito politico ed accademico, la consapevolezza della necessità di terminare l'esperienza, pressoché unica nello scenario delle attuali democrazie, del bicameralismo perfetto. (Il senatore Zavoli entra in Aula accompagnato dagli assistenti parlamentari. Applausi).

PRESIDENTE. L'applauso è rivolto al senatore Zavoli che, nonostante le condizioni di salute, ha scelto di essere presente e partecipare alla seduta odierna.

ROMANI Maurizio (Misto-Idv). Ringrazio anche io il senatore Zavoli, la cui presenza in Aula fa onore al suo impegno politico.

PRESIDENTE. A nome dell'Assemblea, ringrazio il senatore Zavoli.

Prego, senatore Romani.

ROMANI Maurizio (Misto-Idv). Siamo convinti che l'attuale generazione abbia il diritto di essere chiamata a dare il proprio contributo per una Carta fondamentale e rinnovata. Siamo convinti che i comitati pro e contro la riforma porteranno ad una larga partecipazione al referendum e, se il voto non verrà trasformato in una battaglia ideologica di parte e di status quo ed in un plebiscito sul Presidente del Consiglio, si tratterà di un percorso di grande democrazia partecipata, dal momento che l'Italia, come ha ricordato stamani il senatore Fornaro, fa parte di quei 117 Paesi su 195 in cui vige la democrazia ed è uno dei 90 Paesi in cui c'è una democrazia effettiva.

La riforma che ci apprestiamo a votare prova a rispondere al tempo in cui ci troviamo e al momento storico in cui viviamo. Vogliamo invitare gli elettori a comprendere fino in fondo l'importanza della loro scelta referendaria. Occorrono istituzioni democratiche autorevoli e legittimate dal popolo, in grado di dare risposte certe al fine di essere accreditabili agli occhi dei cittadini e - perché no - avere un positive credit, un rating che non screditi il nostro Paese, ma ci renda affidabili in Europa ed oltre. Lo faremo con la consapevolezza e l'onestà intellettuale di chi riconosce i meriti ed i limiti di questa riforma e non farà propaganda elettorale sulla nostra Costituzione.

Noi, senatori della componente Italia dei valori del Gruppo Misto, voteremo a favore di questa riforma, perché siamo convinti che non sia un attentato alla democrazia, né un passaggio all'oligarchia. Crediamo che sia una Costituzione viva se si ha il coraggio di riformarla al netto della legge elettorale. (Applausi dal Gruppo PD. Brusio).

PRESIDENTE. Prego i senatori di recarsi al proprio posto o uscire dall'Aula. Non si può consentire che le dichiarazioni di voto si svolgano con questo brusio, che non permette di ascoltare chi parla.

BISINELLA (Misto-Fare!). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BISINELLA (Misto-Fare!). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio dei ministri, signori Ministri, noi senatori della componente Fare! del Gruppo Misto ci siamo stufati, come del resto gli italiani, della palude e dell'immobilismo che paralizzano l'Italia da oltre quarant'anni e diciamo basta.

La riforma in esame non è la migliore possibile e in prima lettura e in seconda ne abbiamo esaminato i vari ambiti di contenuto. Tuttavia, insieme alla riforma del sistema elettorale, che era necessaria, garantisce almeno la governabilità, che è condizione indispensabile perché le cose vengano finalmente fatte nel Paese.

Oggi questo sistema, a differenza del precedente, vede finalmente la fine del bicameralismo perfetto. Pertanto questa riforma, proprio con la fine del bicameralismo perfetto e insieme alla riforma della legge elettorale (che, lo ricordo a tutti, era necessaria), chiarisce finalmente chi vince. Si saprà l'esito delle votazioni, che uno solo avrò vinto, e quell'unico avrà il diritto di governare.

Per i cittadini italiani devono tornare prioritari, nelle parole e nel linguaggio della politica, i temi legati al lavoro, alle nostre imprese, ai lavoratori, alla famiglia, all'agricoltura, al commercio. Questi devono essere i temi che devono diventare prioritari nell'azione politica. Noi allora diciamo basta all'immobilismo, basta alla palude che paralizza qualsiasi cambiamento.

Per noi, ciò che è importante è che comunque il processo riformatore nel Paese vada avanti. Tra questa riforma - che ribadisco, non è il miglior testo possibile - e nessuna riforma è comunque preferibile avere un cambiamento, che è ciò che gli italiani giustamente pretendono.

Noi ascolteremo con attenzione le dichiarazioni che si svolgeranno in quest'Aula, perché stiamo valutando il percorso delle riforme e vogliamo vedere che piega avrà il percorso del cambiamento. Ma una cosa è certa: noi diciamo basta alla palude, basta ai giochi dell'ostruzionismo, sempre e comunque, basta alla politica del tanto peggio tanto meglio. Noi stiamo valutando, e di sicuro il nostro non sarà contrario, perché pensiamo che le riforme debbano andare avanti e che si debbano realizzare. L'immobilismo e la palude li lasciamo agli altri. (Applausi dai Gruppi PD, Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE e dei senatori Bellot e Romani Maurizio. Brusio).

PRESIDENTE. Prima di proseguire nelle dichiarazioni, continuo a pregare i colleghi di fare un po' di silenzio. Non si possono svolgere le dichiarazioni di voto in questo clima. Per favore, abbassate i toni o, meglio, andate fuori a discutere.

BONFRISCO (CoR). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BONFRISCO (CoR). Signor Presidente, soprattutto in occasione di questo voto finale per quel che riguarda il Senato, io mi unisco alle sue parole per pregare i senatori di avere rispetto per l'Assemblea, innanzitutto per l'istituzione, e per chi cerca di rappresentare i cittadini nel migliore dei modi, sostenendo le ragioni dei cittadini e degli italiani.

Vede, signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, signor Presidente del Consiglio... (Brusio). Signor Presidente, io le chiedo scusa ma non intendo svolgere il mio intervento in queste condizioni penose. Non lo farò!

Signor Presidente del Consiglio, se quella che lei ha appena concluso la chiama una replica alla riforma costituzionale più importante della nostra epoca, noi invece... (Brusio).

DI MAGGIO (CoR). Presidente, cacci i Ministri che fanno confusione!

PRESIDENTE. Io prego gli assistenti e i senatori Questori di intervenire per eliminare le persone... (Applausi ironici dal Gruppo M5S). Ma è chiaro che mi riferivo alla presenza in Aula e a chi sta colloquiando. Senatore D'Ascola, senatore Pagliari, mi spiace di dover indicare i nomi, ma vi prego di continuare a parlare fuori dall'Aula. Senatore Gotor, può invitare il senatore Zanda di accomodarsi fuori a parlare?

BONFRISCO (CoR). Signor Presidente, la ringrazio.

Senatore Gotor, sospendete un attimo l'eterno congresso del Partito Democratico e lasciateci svolgere la nostra dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Senatrice Bonfrisco, la prego però di non provocare. Io mi sono adoperato molto per farla parlare, ma lei non provochi.

BONFRISCO (CoR). E io mi adopero molto per rispettare quest'Assemblea, signor Presidente.

Al Presidente del Consiglio vorrei dire che se quella che ha appena concluso la chiama una replica alla discussione generale sulla riforma costituzionale; noi invece la definiamo un'autoesaltazione pericolosa, che ci fa apprezzare ancora di più il lavoro del ministro Boschi, che in quest'Aula ha provato, ogni giorno della lunga discussione sulle riforme, a condividere e a confrontarsi con l'intera Aula nel merito del testo, un testo di riforma al quale io ribadisco fin da subito, e parto dalla fine, il nostro convinto no.

Il nostro no è convinto, signor Presidente, non certo perché il mio Gruppo considera la Costituzione un intoccabile totem; al contrario, noi Conservatori e Riformisti riteniamo che si possa e si debba cambiarla per renderla coerente con le mutate esigenze del nostro Paese. È che mi rammarica, signor Presidente, vedere come questa importante occasione riformatrice sia stata perduta, nonostante il disperato bisogno del Paese di un reale riassetto in chiave moderna del proprio sistema istituzionale.

Signori della maggioranza, siete partiti all'inizio della discussione, giustamente dico io, dalla necessità di riforme per la modernizzazione del Paese. Cosa avete fatto, però? Avete adottato la soluzione di scambiare un'Assemblea legislativa vera con un carrozzone, la cui composizione più che alla partecipazione pare rispondere solo alla logica dei premi di consolazione per politici locali. Potevate abolirlo questo Senato, come noi vi avevamo proposto. Perché avete rifiutato? Grazie alle vostre mancate riforme, grazie anche ai no che avete detto alle proposte di modifica del mio Gruppo, in Italia si potrà continuare senza limiti ad inseguire le spese con le entrate, ad abusare dei redditi e dei patrimoni dei cittadini, senza uno straccio di garanzia che ponga degli argini sia alla fama illimitata dei soldi dello Stato che ai suoi sperperi.

Avete anche ristretto gli spazi dell'autonomia regionale, anziché sfidare le Regioni a un salto di qualità che preveda la gestione di tasse e di spese equivalenti alle tasse. Voi invece centralizzate e deresponsabilizzate, anziché procedere nella direzione opposta.

Signor Presidente, lo dico soprattutto a lei, per me una riforma può essere degna di questo nome solo in un modo, cioè con il pieno rispetto delle modalità e delle procedure che la stessa Carta costituzionale impone - sarebbe meglio dire, avrebbe imposto - a garanzia della fondamentale natura delle sue disposizioni che rappresentano l'architettura portante dello Stato.

Questa riforma invece - e lo dico con sincero rammarico - non è degna di questo nome. Non lo è perché è avvenuta una vera e propria espropriazione di sovranità, un vero esproprio condotto dal Governo ai danni dell'intero Parlamento e quindi dei cittadini. Non lo è perché una riforma costituzionale non può chiamarsi Boschi-Renzi (o Renzi-Boschi, come abbiamo appreso oggi) riconducendo al Governo un'attività che la Costituzione riserva all'iniziativa e all'azione parlamentare. È un errore già commesso nel passato: lo fece il Governo Berlusconi e sappiamo tutti come è andata a finire. Non lo è perché il Senato, che dovrà essere eletto con un bizzarro sistema da determinare con legge ordinaria, è stato configurato come una sorta di Camera delle autonomie, che avrebbe avuto un senso se cucita dentro un modello di Stato federale (quale l'Italia non è, e purtroppo mostra di non voler essere), anche alla luce della riforma del Titolo V, quella operata da voi, anche in questa occasione di marcato ritorno ad uno stampo centralizzante.

Non lo è, perché la scelta di far eleggere i senatori-consiglieri dai Consigli regionali, come scritta da voi, genererà molte incertezze, visto che i consiglieri sembrano sottoposti ad una sorta di doppia investitura (popolare e consiliare), mentre invece l'elezione dei sindaci rimarrà affare esclusivo dei Consigli regionali e della loro discrezionalità. Per non parlare poi dell'opzione sulla modalità di collegamento del voto popolare all'elezione consiliare, che è stata interamente rinviata ad una legge elettorale bicamerale.

Signora ministra Boschi, perciò, in attesa dell'intervento del legislatore ordinario (chissà quando avverrà), saranno i Consigli regionali ad eleggere i membri del nuovo Senato. La disposizione transitoria indica come procedere all'elezione con metodo proporzionale, senza nulla prevedere però sulla prima elezione, quella vera, quella che dovrebbe essere popolare, la cui disciplina viene rinviata interamente ad una assai incerta e futura legge elettorale. Se poi analizziamo il gran numero di volte in cui i termini fissati dalle disposizioni di rango costituzionale sono stati disattesi dal legislatore ordinario (si pensi al recente caso del federalismo), risulta altissimo il rischio che anche tale forma di elezione indiretta, anche quel poco di elezione che c'è, rimanga lettera morta.

Questo è solo un caso, anche se emblematico, del rosario di leggi che dovranno essere approvate per attuare aspetti decisivi della riforma costituzionale. Come quella sulle modalità ed anche sull'incisività dei controlli del Senato sulle nomine governative, oppure quella in tema di pari opportunità, care colleghe del PD, per le donne negli incarichi politici, che rischiano concretamente di rimanere l'ennesimo spot, senza l'intervento del legislatore ordinario (chissà quando arriverà).

Anche un mediocre giurista - e io non sono nemmeno quello - sarebbe in grado di comprendere che su temi fondamentali la riforma non decide, ma si limita a rinviare ogni decisione a leggi che forse, a buon cuore delle future maggioranze, si faranno in futuro. Noi in realtà stiamo per votare non una modifica costituzionale, ma una legge costituzionale delega. Credo sia la prima volta che ciò capita in questo Parlamento e non è un bel record, signor Presidente del Consiglio.

Ecco perché questa è una riforma che non riforma e che, grazie anche alla nuova legge elettorale, consacrerà lo strapotere del Governo sul Parlamento, un Parlamento ridotto ad uno straccio. Non c'è più il Senato, il cui ruolo poteva essere compensato da un aumento dei poteri del Capo dello Stato (il nostro garante per antonomasia), i cui poteri, anzi, sono stati anch'essi ridotti al lumicino. Teniamo presente, cari colleghi, che non sarà più il Presidente della Repubblica a consegnare al Presidente del Consiglio le chiavi del Governo, bensì lo farà il premio di maggioranza di una legge elettorale (che vi siete votati) distorsiva della democrazia, come da noi sempre denunciato.

Ma non solo. Al Presidente della Repubblica è stato persino sottratto il potere di sciogliere il Senato e, implicitamente, anche la Camera, che sarà nelle mani del leader del partito maggioritario che verrà incoronato grazie all'ltalicum, il quale ne decreterà la vita o la morte. Infatti, stiamo discutendo qui di una modifica che cambia sì il verso - come piace dire al premier Renzi - ma in senso contrario: contro la sovranità popolare, che viene ulteriormente compressa ed annullata. Questo è il punto.

Si viene a creare un aperto conflitto con i cosiddetti principi supremi dell'ordinamento, tra i quali, appunto, quello per cui - ahivoi! - la sovranità appartiene al popolo.

Oggi qui siamo chiamati a ratificare lo scippo ai cittadini di due schede elettorali importanti: quella per il Senato, ma anche quella referendaria. Infatti, anziché eliminare il quorum per la validità dei referendum, avete innalzato la soglia di firme necessarie per presentarlo. Per non parlare poi delle leggi di iniziativa popolare, le cui firme necessarie sono addirittura quintuplicate. Mettete assieme poi il fatto che - come ho già detto - i senatori non verranno più eletti dai cittadini e si chiude il cerchio del vostro complicato rapporto con il voto popolare.

È dal 1948 che ci bisticciate con il suffragio universale. All'epoca, la chiamata alle urne, per la prima volta, delle donne italiane fece sfumare la vittoria già in tasca del Fronte popolare. Vi è capitato ancora nel 1994, persino quando disponevate di una gioiosa macchina da guerra, ma il popolo italiano vi ha ancora una volta detto no.

È proprio a quel popolo che Renzi si rivolgerà nella lunga campagna elettorale sul referendum, che non riguarderà il merito o, anzi, il demerito delle riforme, ma la sua persona, nel suo ruolo di Presidente del Consiglio, che è anche segretario del partito. Ci manca solo che assuma l'incarico di leader spirituale ed ecco come ti trasformo una democrazia - ahimè! - imperfetta come tutte, in una democrazia che solo Orwell poteva immaginare. Ma siccome siamo ai tempi di «Matrix» e non a quelli di Orwell; è per questo che forse è necessario che qualche amico di partito si occupi della cybersicurezza? Già mi sembra di sentir dire dal presidente Renzi, a reti unificate, di aver soppresso il Senato. Magari l'avesse fatto! Lo sentiremo dire anche che le leggi si faranno più velocemente. Dirà poi di aver ridotto i costi della politica e di aver aumentato le garanzie di governabilità. Sento già l'eco di questi ritornelli. (Brusio).

Signora Ministra, le chiedo scusa. So che lei ha molte cose da fare e il Sottosegretario non l'aiuta a farle, ma la prego di ascoltare.

PRESIDENTE. Senatrice Bonfrisco, concluda prego. Il tempo è scaduto da molto.

BONFRISCO (CoR). Sento già l'eco di questi ritornelli.

Presidente, certo che concludo, ma voglio ricordare che il nostro Premier ha parlato a lungo di cose serie e importanti che non c'entravano nulla con le riforme. Sono certa che, anche in virtù di questo, lei mi concederà un minuto per concludere.

PRESIDENTE. Ne ho già concessi tre.

BONFRISCO (CoR). Pensi a quanti me ne ha sottratti l'esempio che ha dato quest'Assemblea oggi.

Come spiegherà, invece, il Presidente del Consiglio agli italiani di aver tolto a loro la sovranità? Dirà anche a loro, come ha detto in questa Aula oggi, che non entra nel merito delle riforme? Infatti, non può entrarci in quel merito perché l' obiettivo per lui era e rimane una colossale propaganda per costringere voi senatori di maggioranza a votare questa dannosa bruttura. (Applausi della senatrice Bignami). Ma attenzione però, potreste aver fatto i conti senza l'oste ed aver sbagliato del tutto i vostri calcoli, come vi è già successo in altre epoche e ve l'ho appena ricordato. Può darsi infatti che, ad accomodarsi sulle comode poltrone che avete predisposto, gli italiani ci spediscano qualcun altro che non avevate previsto!

Per tutte queste ragioni, per quelle che ho detto e per quelle che individueranno gli italiani quando voteranno no a quel referendum che nasconde un imbroglio gigantesco (come sottrarre potere agli italiani e concentrarlo nelle mani di pochi), ribadisco il convinto no a questa riforma del Gruppo Conservatori e Riformisti. (Applausi dal Gruppo CoR).

CALDEROLI (LN-Aut). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CALDEROLI (LN-Aut). Signor Presidente, le chiedo di garantirmi non di esser ascoltato, ma perlomeno di poter parlare perché la poveretta che mi ha preceduto non è stata messa in condizioni di farlo e mi scuso io per gli altri colleghi.

Mi spiace che il Presidente del Consiglio sia già scappato perché, dopo essermi sorbito il suo sermone di mezz'ora (Applausi dai Gruppi LN-Aut, M5S, Misto-AEcT e della senatrice Bignami), volevo fargli sapere la sintesi del suo intervento che traduco in due parole: «Quo vado». Non so se qualcuno ha visto il film, ma se ha visto Renzi ha già visto tutto. «Quo vado» è quella cosa lì.

Sono veramente rammaricato, Presidente, perché non capisco il perché di tutta questa violenza rispetto alla Carta dei diritti e dei doveri. Non capisco perché si doveva venire in Assemblea senza relatore; non capisco perché si doveva votare entro oggi una riforma che, come tutti sappiamo, fino al 12 aprile non potrà essere presa in mano dalla Camera. Siamo di fronte alla solita volontà di far vedere i muscoli per nascondere tutto il resto che casca, perché il mondo economico sta cascando. (Applausi dai Gruppi LN-Aut, GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E) e dei senatori Bignami, Buccarella, Liuzzi e Rizzotti).

Che bisogno c'era di quell'inutile sceneggiata di questa notte con la notturna e con quel che - immagino - è costata? Forse c'è bisogno del buio perché con il buio si aggirano le bande bassotti, i malfattori e, quindi, tanto meno si vede e tanto meno si sa di questa riforma e tanto più probabilità ha di passare. È possibile che ci debba essere, addirittura, sempre la corte dei miracoli?

Signor Presidente, Ministro, ho passato la mia vita politica e metà della mia età anagrafica a seguire le riforme e, oltre ad averci dedicato la vita, ci ho anche sacrificato la salute: ricordo quando, nel 2012, ero ricoverato in una stanza di ospedale, essendo stato appena operato di un tumore maligno e con addosso ancora vari tubicini, vennero il presidente Gasparri e tutti i Capigruppo di maggioranza, per scrivere con me gli emendamenti alla riforma del 2012. Ricordo anche il 2014 quando, come un cretino, ero presente alle sedute di Commissione e Aula con i fili di metallo che mi tenevano insieme le varie fratture delle dita e un blocco che mi sosteneva tre vertebre fratturate. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Rizzotti). Nonostante tutto, sono rimasto qui, perché mi ero illuso, e ci sono rimasto anche quando è venuta a mancare la mia povera mamma. Se oggi ci ripenso a quei momenti, penso che sarebbe stato meglio portare un bracere e bruciarmi una mano piuttosto che aver creduto a persone, che, in quell'occasione, hanno dimostrato una disonestà intellettuale assoluta. (Applausi dai Gruppi LN-Aut, CoR e GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E) e della senatrice Bignami).

Non posso, dunque, non fare il confronto con quanto accaduto nel 1947. Nel 1947, il liberale e laico Benedetto Croce - sottolineo l'aggettivo laico - chiese ai Padri costituenti un'ispirazione allo Spirito Santo. Abbiamo una Costituzione che ha avuto, allora, un'ispirazione dallo Spirito Santo. Mi chiedo a chi si sia ispirata questa pseudoriforma. Questa è la riforma del demonio, è la riforma del diavolo! (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice De Pin). Dopo aver dedicato tante energie e tanti sacrifici e aver fatto di tutto, prima per costruirla e poi per fermarla - non ci sono riuscito con gli 85 milioni di emendamenti che, con la truffa e l'inganno, avete bloccato - ho pregato il buon Dio di fermarvi. E, non essendoci riuscito, ho ripensato all'opera del dottor Faust, quello studioso che scambiò la propria anima col diavolo, per ventiquattro anni di conoscenza di tutte le scienze. Mi sono, a questo punto, detto: mi rivolgo anch'io al diavolo! Non è stato facile contattarlo, nonostante di satanassi in politica ne abbia conosciuti diversi (Ilarità), e si stanno aggirando anche ora in quest'Aula.

Ho pensato, quindi, di rivolgermi al diavolo custode. Ciascuno di noi, infatti, a destra ha l'angelo custode, che ci spinge a fare il bene e a non fare il male, e a sinistra - casualmente - c'è il diavoletto custode. Allora mi sono rivolto a lui - mi pare si chiamasse Mefistofele - dicendogli: «Caro diavoletto, ho bisogno di parlare con il tuo capo». E lui mi ha risposto che non era possibile perché, essendo cattolico praticante, non potevo incontrare Satana in persona. Dopo avergli detto che avrei messo sul piatto l'anima, lui ha fissato un appuntamento e me lo ha fatto incontrare il giorno dopo. Ho, quindi, incontrato Satana al quale ho detto: «Caro dottor Satana, se lei non dà i 161 voti a Renzi, per approvare la sua riforma, le do la mia anima». Il dottor Satana, a quel punto, mi ha guardato stranito, si è messo a ridere e mi ha detto: «Caro Calderoli, sei arrivato in ritardo con la tua anima, perché qui è già passato Renzi col su' babbo» (Applausi dal Gruppo LN-Aut e delle senatrici Rizzotti, Bignami e De Pin). È curioso che anche Satana parli in toscano. (Ilarità). «Caro Calderoli, qui è passata la Boschi col su' babbo (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Rizzotti)e quindi non posso perché, nello scambio di quattro anime con una, ci smenerei. E poi, francamente, un rompiballe come te, qui all'inferno non ce lo voglio, perché mi faresti richiami al regolamento dell'inferno, le pregiudiziali sull'accesso delle varie anime. E, quindi, vai su dal buon Dio, che è tanto buono, clemente e paziente. Ma vai tranquillo, perché i voti per la riforma li avranno, perché hanno dato l'anima. Ma ricorda sempre che la farina del sacco del diavolo finisce tutta in crusca e questo accadrà anche questa volta». (Applausi dai Gruppi LN-Aut e GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E) e della senatrice De Pin).

Io sono convinto - signor Presidente, mi ha convinto il signor Satana - che la vicenda finirà veramente così, perché qui dentro avete conquistato una maggioranza, e domani ci sarà il rinnovo delle Presidenze delle Commissioni e qualche posto da Sottosegretario o da Ministro verrà redistribuito. Ebbene, un terzo di coloro che voterà questa riforma è stato eletto nel centrodestra ed è andato a votare con la sinistra. (Applausi dal Gruppo LN-Aut). Questo è il paradosso e tutti abbiamo dato in questo senso. Non ce l'ho solo con i colleghi del Nuovo Centrodestra, perché casi del genere sono avvenuti nel PdL, in Forza Italia, nel Movimento 5 Stelle, in SEL, nel Gruppo Misto e anche nella Lega Nord. Ciò che devo sottolineare come curiosità è che quelli che erano stati eletti nel centrodestra votano per la sinistra, ma abbiamo un Presidente del Consiglio e segretario di un partito di sinistra che fa o finge di fare politiche di destra. Egli, infatti, finge di litigare con l'Europa (Applausi della senatrice Bignami), adesso passa a licenziare i fannulloni, ricordandomi quello che diceva Brunetta. Tra un po' dirà addirittura che bisogna espellere i clandestini per cercare di rincorrere il treno del buon Salvini. E poi vi sono i candidati: a Roma chi candidiamo? Non uno di sinistra, ma un radicale. A Milano chi candidiamo? Uno di centrodestra, e mi sembra giusto.

Non funziona così il mondo, perché quello che avete ottenuto nelle Aule parlamentari si sconterà quando si uscirà di qui e si andrà al referendum, e là vi aspetta il popolo. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e delle senatrici Bignami e Rizzotti).

Mi spiace, presidente Renzi, lei ha sbagliato quando ha dichiarato che, se verrà bocciato, visto che sarà un plebiscito su di lei e non sulle riforme, se ne andrà a casa. C'è tutto il Paese ad aspettarla alle forche caudine! (Applausi dai Gruppi LN-Aut e FI-PdL XVII e della senatrice Bignami). Non basteranno, infatti, i 340 che hanno voltato la gabbana. Là fuori ad aspettare ci sono i truffati di Banca Etruria, quelli che saranno truffati dalle prossime banche, le povere vittime della legge Fornero, chi non arriva alla fine del mese, i dottori, gli insegnanti, gli studenti. (Applausi dai Gruppi LN-Aut e FI-PdL XVII e della senatrice Bignami). Ve la faranno vedere e andrete a casa!

La settimana scorsa ho detto: caro Renzi, prepari gli scatoloni. Oggi le dico: prepari gli scatoloni, perché a ottobre va a casa e inizi a cercarsi, per la prima volta, un lavoro. (Applausi dai Gruppi LN-Aut, FI-PdL XVII e M5S e delle senatrici Bignami e De Pin). Solo il lavoro nobilita e forse, attraverso quella strada, riuscirà a salvarsi dall'inferno. Se lei si ritira dalla politica, sicuramente si salverà il Paese da quell'inferno in cui ci avete cacciato con la vostra arte governativa.

Concludo con uno dei tanti riferimenti ai filosofi che ha fatto quest'oggi il nostro Presidente del Consiglio. Ne cito uno anch'io. Il selvaggio si sveglia all'alba, vede il sole che sorge e dice: «Il sole è sorto perché io mi sono svegliato». Lei va oltre: è convinto di essere il sole, un sole in un giorno di eclissi. (Applausi dai Gruppi LN-Aut, FI-PdL XVII, M5S e GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E) e dei senatori Di Maggio e Bignami).

MAURO Mario (GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MAURO Mario (GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)). Signor Presidente, vorrei innanzitutto esprimere il mio rallegramento e la mia contentezza perché vedo che si è unito a noi il caro e gentile senatore Zavoli. E lo dico perché la sua presenza ci ricorda che siamo stati oggi qui convenuti con un ordine del giorno ben preciso: dovevamo parlare della modifica costituzionale. Ci ha, però, distratto da questo impegno l'intervento del caro e gentile Presidente del Consiglio, che ha utilizzato il tempo generoso a lui concesso per una lunga propaganda a favore dell'azione di Governo. (Applausi dal Gruppo GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E) e della senatrice Bignami).

Ora vorrei dire, a vantaggio degli italiani che ci seguono e dei mezzi di informazione, qual è il motivo per cui il Presidente del Consiglio deve riassumere in positivo l'azione di Governo: il Governo Renzi ha truccato i conti della legge di stabilità. (Applausi dai Gruppi GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E), M5S e LN-Aut e delle senatrici Bignami e Rizzotti).

Ha truccato i conti dello Stato! I funzionari dell'Unione europea da mesi stanno cercando di dirglielo e di metterlo sull'avviso. E il Presidente del Consiglio ritiene più opportuno trascinare il Paese in una infruttuosa e delirante guerra con le istituzioni europee per nascondere il fatto di aver truccato i conti dello Stato. Questo è il primo problema! (Applausi dai Gruppi GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E), FI-PdL XVII e LN-Aut e della senatrice Bignami).

Chiusa la parentesi che riguarda la propaganda di Governo, parliamo della Costituzione. Anche sulla Costituzione è in atto una truffa. La riforma della Costituzione, infatti, aveva come obiettivo consentire lo sveltimento delle procedure parlamentari, mettendo il Paese in grado di confrontarsi con gli altri Paesi, per tornare competitivo. Invece che cosa ci hanno dato, amici miei, amici cittadini italiani? Un campo da calcio dove si gioca a baseball con le regole del football americano: la confusione più assoluta; una struttura nella quale lo Stato fa guerra alla Repubblica, alle istituzioni delle autonomie; dove, in realtà, non c'è un incremento di decisionismo, ma l'impossibilità per sempre che sia il popolo a prendere le decisioni.

Cosa ci dà come retaggio questa realtà di modifica costituzionale perpetrata da Padri costituenti? No, solo "padri prepotenti", che hanno inchiodato per tutti quanti noi la possibilità di avere un domani migliore. Questa è la realtà. Questo è il fondamento del nostro no, di un no che andremo a dire casa per casa, perché la gente si possa rendere conto, essere consapevole fino in fondo del motivo per cui è venuto qui, questa sera, il senatore Zavoli: la passione civile per la nostra Costituzione, per le regole del nostro stare insieme, la motivazione che può impedire al nostro Paese di degenerare nella guerra civile.

Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 18,51)

(Segue MAURO Mario). Vorrei, infatti, che ricordaste tutti un piccolo particolare. L'argomento principe di molti perplessi sulla modifica costituzionale è: facciamo qualcosa, purché si muova, mettiamo lo Stato nella condizione di migliorarsi. Cosa succede, però, se togliete il freno a mano a un'auto che è su un piano inclinato che dà su un precipizio? Quell'auto si muove, ma precipita nel vuoto. Ed è quello che ci accadrà con una modifica costituzionale che ha dentro il nulla. (Applausi dai Gruppi GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E), LN-Aut e della senatrice Bignami). Nei fatti, è una modifica costituzionale che schianta, distrugge, disintegra le parti portanti dello Stato.

Ma c'è ancora un'opportunità, e l'ha ricordata bene il presidente Napolitano, quando, nel suo ultimo intervento, ci ha detto di fare attenzione al combinato disposto tra la riforma costituzionale e la legge elettorale, perché lì potrebbero annidarsi delle incognite, delle insidie che è bene cercare di risolvere e superare e a cui è bene guardare con un'intelligenza che sappia prospettare esattamente quanto ci ha richiamato il Presidente del Consiglio.

Che cosa dice il Presidente del Consiglio? Nessun problema per i conflitti di competenza tra poteri dello Stato. È vero il contrario: è un corto circuito, in cui il potere giudiziario e quello legislativo vengono subordinati al potere esecutivo e, alla fine, questo si traduce con una sola espressione: la fine della democrazia, la fine della Repubblica, non la fine del Senato. (Applausi dai Gruppi GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E), LN-Aut e CoR e della senatrice Bignami).

MAZZONI (AL-A). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MAZZONI (AL-A). Signor Presidente, onorevoli senatori, dal 1982 ad oggi, dall'VIII fino alla XVII, non c'è stata una legislatura nella storia repubblicana in cui non si sia affrontato il nodo delle riforme costituzionali, e tutti i disegni di legge presentati si sono posti il problema di giungere a una profonda revisione della seconda parte della Costituzione. Se tutti questi tentativi sono falliti, il motivo c'è.

L'Italia - e la sua classe politica ne è lo specchio - è rimasta divisa e arroccata dietro le vecchie barriere ideologiche: prima c'erano i comunisti e gli anticomunisti, i democristiani e gli antidemocristiani, i craxiani e gli anticraxiani; poi, nella seconda Repubblica, i berlusconiani e gli antiberlusconiani, in un crescendo di rancori e di delegittimazione reciproca che hanno penalizzato il Paese, il suo sviluppo e soprattutto la qualità della sua democrazia.

Il dibattito di questi giorni, purtroppo, dimostra che nulla o quasi è cambiato, perché oggi la politica continua a dividersi pregiudizialmente, e questa volta tra renziani e antirenziani, e in modo pavloviano ripete gli stessi schemi consunti, le stesse accuse artefatte, gli stessi insulti a prescindere, di quando al Governo c'era Berlusconi, del quale la sinistra diceva che aveva pulsioni autoritarie, che con lui l'Italia non contava nulla in Europa e che andava cacciato nell'interesse supremo della salvaguardia dei valori costituzionali.

Ieri l'aspirante tiranno era Silvio Berlusconi, oggi lo è diventato Matteo Renzi, e, a parti curiosamente invertite, il centrodestra - lo stesso che a Monti e Letta imputava di essere succubi dell'Unione europea - inveisce contro l'attuale Premier, perché osa alzare la voce contro i burocrati di Bruxelles. È, insomma, uno scenario tristemente ripetitivo, uno sfascismo politico a fasi alterne che ha portato la sinistra ad affondare la riforma costituzionale del centrodestra col referendum del 2006, e induce ora il centrodestra a scagliarsi contro questa riforma, che ha prima condiviso e contribuito a scrivere e poi inspiegabilmente ripudiato. È un albo dello sfascismo al quale noi non vogliamo orgogliosamente iscriverci.

Quando il Parlamento avrà varato questa riforma, ci confronteremo finalmente nel Paese, e sarà allora interessante assistere allo spettacolo dei fan della Costituzione più bella del mondo e degli ex riformisti del centrodestra, che per vent'anni si sono fronteggiati su sponde opposte, andare a braccetto per sostenere davanti ai cittadini che in Italia siamo all'anticamera del golpe istituzionale. E spiacerà molto vedere alla testa di questo nuovo popolo viola, di questo girotondo controriformista, proprio il leader di Forza Italia, il liberale che ha modernizzato la politica e ha invocato per anni il rafforzamento dei poteri del Premier, ma che ora denuncia la deriva autoritaria, trovandosi così in singolare sintonia con un suo pervicace avversario, il professor Zagrebelsky, fondatore del comitato del no, per il quale col disegno di legge Boschi assistiamo alla blindatura del potere, alla sua concentrazione nelle mani dell'Esecutivo ai danni del Parlamento e dei cittadini.

La verità è un'altra: dopo quasi settant'anni il Parlamento sta finalmente dando concreta attuazione all'ordine del giorno Perassi, quello che impegnava l'Assemblea costituente a trovare dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell'azione di Governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo. Ebbene, riforma elettorale e riforma costituzionale hanno proprio l'ambizione di consegnare al Paese non un regime autarchico, ma un Governo più stabile e un parlamentarismo senza degenerazioni, perché fondato sulla netta distinzione dei ruoli tra una Camera titolare del rapporto di fiducia con l'Esecutivo e un Senato delle autonomie, superando così quel bicameralismo paritario che è diventato la palla al piede della nostra democrazia.

È esattamente quello che avviene da tempo in tante altre democrazie occidentali che hanno leggi elettorali con premi impliciti o espliciti ultramaggioritari e un sistema monocamerale, ma dove nessuno si è mai permesso di adombrare rischi autoritari. Si tratta di un passo avanti storico verso una democrazia più matura. Avere un Esecutivo più forte non significa, infatti, svuotare le prerogative parlamentari. Significa solo garantire la stabilità politica e mettersi alle spalle l'assemblearismo assurto a sistema che ha prodotto tanti Governi deboli e troppi Premier travicelli.

Apro qui una parentesi per lanciare un avviso ai naviganti: l'Italicum rivisto e aggiornato a causa dei compromessi al ribasso, che Renzi ha dovuto fare col suo partito e con la sua coalizione di Governo, che prevede un premio di maggioranza di soli 24 deputati, rischia di riconsegnare gli Esecutivi che verranno, nonostante la riforma costituzionale, ai ricatti politici di minoranze organizzate - e nel PD, orfano del centralismo democratico, sono particolarmente agguerrite - in grado di far valere in ogni momento il loro potere di veto. Sarebbe, insomma, necessario rivedere la nuova legge elettorale, ma per il motivo opposto a quello sostenuto da chi grida al golpe e all'uomo solo al comando.

Detto questo, mi chiedo, comunque, come sia possibile che chi ha condiviso lo spirito e la sostanza della devolution nel 2005 possa oggi stroncare con tanta virulenza questa riforma, che sarà anche la riforma del demonio, ma chiediamoci perché allora, ieri come oggi, era previsto che il Senato fosse rappresentativo degli interessi del territorio. Ieri come oggi si proponeva la riduzione del numero dei parlamentari (770 e 730); ieri come oggi si prevedeva l'abolizione del bicameralismo paritario. Inoltre, entrambe le riforme riportano in capo allo Stato alcune materie strategiche che la revisione del Titolo V aveva consegnato alle Regioni, facendo nascere un perenne contenzioso istituzionale. (Brusio. Richiami del Presidente).

È terminato il tempo a mia disposizione, signor Presidente?

PRESIDENTE. No. Cercavo di richiamare l'attenzione di chi amabilmente si fa i fatti propri e la disturba.

Prego, senatore Mazzoni.

MAZZONI (AL-A). Grazie, signor Presidente.

Infine, entrambe le riforme rafforzano il potere sostitutivo statale a garanzia dell'unità nazionale.

Certo, questa non è una riforma perfetta, a partire dal pasticcio sull'eleggibilità diretta o meno del nuovo Senato e dalla mancata facoltà del Premier di sciogliere le Camere, ma meglio una riforma imperfetta che nessuna riforma. E a chi contesta che si produrrà uno squilibrio nei rapporti di forza tra la Camera ed il Governo e tra il Governo ed il Capo dello Stato basti ricordare che sono invece molti i contrappesi previsti: per eleggere il Presidente della Repubblica - ad esempio - non sarà più sufficiente la sola maggioranza assoluta, ma quella dei tre quinti, ed il Senato eleggerà autonomamente due giudici costituzionali. Non solo: vengono limitati i casi di ricorso ai decreti-legge e viene finalmente previsto lo statuto delle opposizioni.

E queste - mi preme sottolinearlo - sono non solo le riforme del Premier o del Governo, ma anche e soprattutto le riforme del Parlamento e delle forze politiche che hanno contribuito a riscriverle, perché il testo originario uscito dal Consiglio dei ministri è stato notevolmente migliorato.

Signor Presidente, onorevoli senatori, oggi quest'Assemblea scriverà una pagina decisiva nella storia politica del nostro Paese. Dopo un dibattito ultradecennale, arriveremo finalmente all'ammodernamento del sistema istituzionale. Riteniamo di aver assunto una posizione responsabile, nella consapevolezza che non è nell'interesse del Paese accantonare il bene per il meglio e che la politica del rilancio continuo significa solo la continuazione della guerra alle riforme con altri mezzi. Noi non intendiamo, dunque, mischiarci all'armata Brancariforme dei girotondini di sempre e di quelli saliti in corsa sul treno del massimalismo conservatore.

Confermo quindi il voto favorevole del Gruppo Alleanza Liberalpopolare-Autonomie a questo disegno di legge di riforma costituzionale. Ad aprile si concluderà il percorso iniziato il 18 gennaio del 2014, il giorno in cui i leader del centrosinistra e del centrodestra strinsero il cosiddetto patto del Nazareno. Sono passati due anni da quell'incontro e nel prossimo ottobre, mille giorni dopo, ci sarà il referendum confermativo. Avevamo sperato che quel patto, con Berlusconi che varcava la soglia del Nazareno, chiudesse definitivamente vent'anni di sterili contrapposizioni e paralizzante scontro ideologico.

Non è andata così ed è stato un errore che toccherà prima al popolo italiano e poi alla storia giudicare. Ma noi abbiamo la convinzione di aver scelto la parte giusta. (Applausi dal Gruppo AL-A. Congratulazioni.).

ZELLER (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ZELLER (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Signor Presidente, all'inizio di questa legislatura nessuno avrebbe detto che il Parlamento e, in primo luogo, questo Senato sarebbero stati in grado di approvare delle riforme costituzionali attese da decenni, specie se si considerano i numerosi passati tentativi di riforma falliti nonostante maggioranze ben più consistenti.

Io stesso ho partecipato ai lavori della Commissione bicamerale presieduta da Massimo D'Alema negli anni Novanta e alla cosiddetta riforma Calderoli dieci anni fa. Entrambe, dopo un inizio che sembrava promettente, non hanno raggiunto il traguardo auspicato.

Le esperienze da me citate servono a dimostrare che non basta l'obiettivo di fare una buona riforma, ma che bisogna anche tener conto della fattibilità politica della riforma stessa, il che porta inevitabilmente a delle mediazioni rispetto a quanto inizialmente voluto dai proponenti.

Siamo in presenza di un progetto di riforma ambizioso, che non sarà in assoluto il migliore e che presenta sicuramente qualche difetto, ma che finora ha trovato il consenso di questo Parlamento.

Il Senato, in particolare, ha dato prova di grande responsabilità: raramente nella storia repubblicana un'istituzione parlamentare decide di spogliarsi di buona parte dei propri poteri. Mentre la Camera non ha subito modifiche significative, il Senato ha riformato se stesso, perdendo gran parte dei propri poteri e dimostrando la massima apertura possibile alla revisione e al mutamento del proprio ruolo, della propria composizione, delle proprie funzioni e competenze.

Il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione significativa del numero dei parlamentari e la trasformazione del Senato in una Camera di rappresentanza delle autonomie territoriali sono - a nostro giudizio - obiettivi raggiunti.

Non nego che noi, in quanto Gruppo per le autonomie, avremmo auspicato un potenziamento dell'impianto regionalista della riforma del Titolo V, versione 2001, mentre ora ci troviamo davanti a un ritorno all'accentramento dei poteri e a un indebolimento delle Regioni ordinarie. È vero anche che siamo di fronte a una riforma promossa dal Governo, in particolare dal Presidente del Consiglio e dal ministro Boschi, che ha quindi il suo baricentro a favore dell'Esecutivo e del leader del partito vincente dalle elezioni politiche.

È però altrettanto vero che, nei diversi passaggi (oggi siamo al quinto passaggio nelle Aule parlamentari), vi è stato un confronto parlamentare reale, talvolta anche aspro, e potremo sicuramente, al di là del voto, continuare a ragionare sui necessari equilibri istituzionali. Ma noi non condividiamo la posizione di chi presenta questa riforma come del tutto priva di contrappesi al rafforzato ruolo del Governo. E non è una riforma che, insieme alla nuova legge elettorale, introduce nel nostro sistema istituzionale e parlamentare un deficit di democrazia o sancisce la fine, addirittura, della Repubblica nata con la Carta costituzionale.

Il sistema democratico sancito dal meccanismo parlamentare resta, ma diventa più semplice e snello, eliminando quella anomalia che era il bicameralismo perfetto, dove due Camere facevano esattamente le stesse cose ed erano entrambe titolari del rapporto di fiducia con il Governo. E la rinnovata organizzazione costituzionale introduce il sistema più razionale del processo legislativo, demandando al Senato solo poche e meno incisive forme di controllo e intervento, salvo che per le leggi costituzionali e poche altre leggi.

È una riforma necessaria e indilazionabile, come ha opportunamente affermato il presidente emerito Giorgio Napolitano, il quale ha avuto un ruolo decisivo nel sostenere il processo di riforma costituzionale. E ne approfittiamo per ribadirlo. È una riforma che non ammette una personalizzazione politica del referendum confermativo sul quale i cittadini saranno chiamati ad esprimersi, richiedendo invece che le parti politiche si confrontino sul referendum nella sua oggettività, sulla sostanza e sul contenuto.

Ed è una riforma che concepisce il Senato come sostanziale Camera di rappresentanza delle autonomie territoriali, seppure - a nostro giudizio - tale opzione avrebbe potuto avere un percorso più organico e coerente con riferimento compiuto alla realtà e al ruolo del Bundesrat tedesco.

Non consideriamo positivo che, nella sostanza, le Regioni non abbiano più una competenza legislativa concorrente ma, di fatto, una competenza attuativa di minore rilievo pratico: l'inserimento di una nuova clausola di supremazia dello Stato e, soprattutto, il nuovo limite delle nuove norme generali dello Stato, che introduce nelle Regioni ordinarie una sorta di competenza concorrente affievolita, non aiuteranno a ridurre i contenziosi.

In ogni caso credo che, sebbene le funzioni del Senato siano meno incisive rispetto a quelle attuali, ci siano delle potenzialità da sviluppare. Molto dipende dalla scelta delle Regioni. Se manderanno al Senato degli esponenti di seconda o terza fila, esso diventerà un organo ininfluente e, forse, anche inutile. Se, invece, sarà la sede dove si confronteranno tutti i Governatori delle 19 Regioni e delle due Province autonome, allora potrà avere un notevole peso politico e assumere la funzione di una vera Camera delle autonomie.

Per noi, rappresentanti delle autonomie speciali, la presente riforma tutela invece le competenze e i poteri in essere, perché esclude le Regioni speciali dall'applicazione del nuovo Titolo V, demandando la revisione dei nostri statuti a una futura legge costituzionale sulla base di intesa. In questo modo è stata introdotta per la prima volta nella storia repubblicana la clausola pattizia, il che consentirà alle assemblee regionali di svolgere una vera iniziativa riformatrice senza dover temere imposizioni unilaterali da parte del Parlamento. Restano evidentemente in vigore anche gli accordi internazionali, in particolare le garanzie dell'accordo De Gasperi-Gruber.

È, in buona sostanza, una riforma che garantisce anche la rappresentanza equilibrata delle Regioni speciali e delle due Province autonome di Trento e Bolzano nel nuovo Senato. Si è tenuto conto anche della specificità della Provincia autonoma di Bolzano, assicurando la rappresentanza di tutti e due i maggiori gruppi linguistici, tedesco e italiano. È una riforma che, con la riformulazione dell'articolo 116, introdotta nell'ultima lettura qui al Senato, prevede la procedura nuova e semplificata per il trasferimento di competenze di per sé statali, quali l'ambiente, applicabile non soltanto alle Regioni ordinarie ma anche alle Regioni speciali virtuose.

Bisogna, infine, riconoscere al Governo e alla maggioranza che si sono dimostrati sensibili nei confronti delle nostre richieste essenziali, e colgo qui l'occasione per ringraziare il ministro Boschi, il sottosegretario Pizzetti e la presidente Finocchiaro per il loro costante e grande impegno.

Dichiaro, quindi, il voto favorevole del Gruppo. (Applausi dai Gruppi (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE) e PD).

Presidenza della vice presidente FEDELI (ore 19,10)

DE PETRIS (Misto-SEL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DE PETRIS (Misto-SEL). Signora Presidente, un grande intellettuale laico come Benedetto Croce, l'11 marzo del 1947, concludeva il suo discorso all'Assemblea costituente con le parole dell'inno sublime - come da lui definito - «Veni, creator spiritus», per sottolineare la solennità e la sacralità di quel momento e di quell'Assemblea, pur nel confronto aspro e talvolta lacerante che l'attraversò, ma appunto sacro, perché si stava scrivendo la Costituzione repubblicana, cioè la legge delle leggi.

Ben altri sono stati il clima e lo spirito - non certo quello santo - che hanno accompagnato questa profonda modifica della Costituzione. Ma forse non poteva andare diversamente, visto che mai come in questo caso c'è stata una così piena omogeneità tra i contenuti di questa riforma e il metodo con cui la si è voluta discutere e votare. Dopo un iter nel quale ogni dibattito è stato smorzato e contingentato, a prezzo di forzature pesanti nelle procedure, senza che sia stata accolta alcuna istanza dell'opposizione, sta per essere approvata una revisione della Costituzione che segnerà il passaggio dalla democrazia parlamentare all'oligarchia, come ha giustamente sostenuto Zagrebelsky in una sua recente intervista. Perché di questo si tratta.

È inutile ormai, arrivati a questo punto, nascondersi dietro formule ipocrite. La legge Boschi - e il Ministro ne sarà orgoglioso, forse - coniugata con l'Italicum consegnerà tutti i poteri nelle mani dell'Esecutivo e, in particolare, in quelle del Primo ministro e leader del partito relativamente più forte: un vero e proprio rovesciamento della piramide. È un sentiero che questo Governo ha imboccato sin dall'inizio, e sul quale si inoltra ogni giorno di più. Pensiamo agli ultimi avvenimenti.

Con la scusa di liberare la RAI dai partiti, il servizio pubblico radiotelevisivo è appena stato posto sotto il diretto controllo dell'Esecutivo. Per la guida di un settore delicatissimo come la cybersicurezza di Palazzo Chigi, circola da giorni, senza che nessuno abbia smentito, il nome del testimone di nozze e amico intimo del Presidente del Consiglio.

Questa che voi chiamate riforma costituzionale non è nata in Parlamento e dal Parlamento. È stata decisa e poi imposta dal Governo, con un obiettivo semplice e brutale: dare molto più potere al potere e toglierlo definitivamente ai cittadini e alla loro rappresentanza parlamentare. Dietro la vostra facile propaganda c'è in realtà solo questo.

Anche il tentativo in atto di trasformare il referendum confermativo in un vero e proprio plebiscito sulla persona di Renzi è un modo per spogliare i cittadini, gli elettori, il popolo, del loro potere e dei loro diritti. A cosa altro serve infatti questa torsione, se non a impedire che gli elettori possano decidere, in piena coscienza e con tutte le informazioni necessarie, se veramente vogliono seppellire la democrazia parlamentare per sostituirla con la formula dell'uomo solo al comando?

Non è vero che si sta modificando solo la Parte II della Costituzione senza intaccare la prima, quella relativa ai principi fondamentali. La verità è opposta. Questa riforma incide profondamente proprio sulla Parte I della Costituzione perché, dopo aver relegato il Parlamento in funzione ancillare rispetto all'Esecutivo, espropria anche il popolo della sua sovranità, garantita dall'articolo 1 della nostra Carta, nel combinato disposto con l'Italicum e con le altre cosiddette riforme, dalla scuola al jobs act, alla RAI, alla pubblica amministrazione, che mirano a demolire e a cancellare diritti costituzionalmente protetti.

Il frutto della riforma e della legge elettorale, aggravata dal sistema del ballottaggio, che potrà consegnare la maggioranza dei seggi anche ad una forza che magari al primo turno ha raggiunto a mala pena il 20 per cento, sarà una Camera dei deputati in mano ad un solo partito o, meglio, al segretario del partito, nonché Premier, e in cui almeno 400 deputati saranno di fatto nominati grazie alle liste bloccate e alle pluricandidature, e il pluralismo sarà ridotto a poco più che diritto di tribuna. E, quindi, anche la Camera vedrà fortemente indebolita la sua rappresentatività.

Il Senato, ridotto di numero e spogliato di tutte le sue funzioni autonome, avrà un ruolo indeterminato e confuso e, comunque, non certo in grado di essere un punto di riequilibrio e di controllo. Una cosa è, però, chiara: non sarà più eletto a suffragio universale, e questo confligge con i poteri che comunque avrà il Senato sulle leggi elettorali e di revisione costituzionale. La modifica introdotta per l'elezione dei senatori non cambia questa realtà. Anzi, quello che vi siete inventati, con un rimando ad una legge e alla parola «conformità», sarà solo un ulteriore elemento di confusione, di pasticcio e di delegittimazione agli occhi dei cittadini.

Una maggioranza parlamentare, che corrisponderà certamente a una minoranza e forse a una minoranza esigua degli elettori aventi diritto, potrà eleggere da sola il Presidente della Repubblica, i giudici costituzionali, il Consiglio superiore della magistratura. Il sistema di pesi e contrappesi e la separazione dei poteri, che costituisce il cuore stesso della democrazia, diventerà un ricordo del passato. E così il grande rottamatore avrà rottamato anche Montesquieu. Il leader del partito di maggioranza e Presidente del Consiglio, a cui quei parlamentari di maggioranza, in gran parte da lui scelti e nominati, dovranno rispondere in tutto e per tutto, sarà né più né meno che il padrone del Governo, del Parlamento e del Paese.

Questa forzatura estrema e definitiva è stata incubata per anni e preparata meticolosamente non solo da voi, ma dalla narrazione che si è fatta. Si è addossata alla Costituzione, e non ai limiti delle classi politiche che, per decenni, hanno guidato il Paese, la responsabilità di aver frenato la crescita. Nasce così il mantra della governabilità e della Costituzione da modificare. Si è fatto ricorso alla più bassa demagogia, con la piena complicità di un sistema mediatico mai prima tanto docile e plaudente, travestendo questo colpo di mano con il manto della lotta alla casta e agli sprechi della politica. Non avremmo mai immaginato che il Partito Democratico si sarebbe alla fine reso colpevole dello smantellamento del patto costituzionale e, quindi, della messa in discussione profonda della Costituzione stessa.

Si è contrabbandata questa riforma come uno strumento necessario per tagliare i costi della politica. È falso. È solo una cortina fumogena, stesa per mascherare il vero obiettivo, che è quello di rovesciare l'equilibrio dei poteri definito dalla Costituzione a tutto ed esclusivo vantaggio del potere esecutivo. Si è detto che il disegno di legge Boschi serve a semplificare il procedimento legislativo. È falso. L'iter delle leggi sarà molto più complicato. Sono circa una decina le modalità previste per l'approvazione di una legge.

Non è vero, come racconta ogni giorno la stessa propaganda bugiarda e come ripete in continuazione il Presidente del Consiglio, che chi si oppone a questa riforma vuole difendere lo status quo ed è animato solo da una resistenza corporativa al cambiamento. Se si fosse veramente voluto intervenire sulla crisi della rappresentanza, sulla crisi profonda del rapporto tra cittadini ed istituzioni, si sarebbe dovuto fare tutt'altro. Si sarebbe dovuto certo intervenire, ma per ridare forza alla nostra democrazia e ricostruire quel rapporto di fiducia interrotto. Si sarebbe dovuto garantire più democrazia e non meno democrazia: esattamente il contrario di questa riforma.

Voi pensate di sostituire il legame tra popolo e istituzioni, tra popolo e le sue rappresentanze con la chiamata plebiscitaria, con un consenso passivo comprato con qualche mancetta, oppure conquistato grazie a un martellamento propagandistico menzognero. Ma la realtà, purtroppo per voi, si cura poco degli slogan e della propaganda trionfalista. Si può nascondere la verità, però mai troppo a lungo. I nuovi posti di lavoro che vantate - abbiamo sentito oggi tutto il repertorio - sono finti. Sono frutto soltanto di passaggi a un certo tipo di contratto. La ripresa economica è quasi inesistente. Le riforme istituzionali sono inutili ai fini di uno Stato più efficiente e dannose per la tenuta della nostra democrazia. Il popolo che state ingannando vi chiederà presto il conto.

Abbiamo già dato vita ai comitati per il no al referendum, il cui primo compito sarà informare gli italiani sulla vera natura di questa riforma, in modo che sappiano su cosa sono chiamati a scegliere: sulla democrazia italiana, e non sugli indici di gradimento di Matteo Renzi. Ma contemporaneamente - vi do l'annuncio - saranno in corso le raccolte di firme per promuovere i referendum sulla scuola, sul jobs act, sull'Italicum e saremo chiamati al referendum contro la scelta scellerata delle trivelle, per impedire che tutte queste riforme contro il lavoro, la scuola pubblica e la devastazione ambientale arrivino a compimento in un processo di vera e propria sostituzione del modello di democrazia, di Stato e di modello economico e sociale delineati dalla nostra Costituzione.

Il vento cambia, cari Renzi e Boschi, e su di voi e sul Partito Democratico ricadrà la responsabilità di aver alla fine messo in discussione i valori e i principi della nostra Costituzione nata dalla Resistenza. La storia - come ha detto Renzi - si occuperà di voi e, quando la storia si occupa di qualcuno, credo che bisogna soltanto rivolgersi allo Spirito Santo che ho invocato all'inizio.

Noi senatori di SEL, L'Altra Europa e molti altri senatori del Gruppo Misto, che ringrazio per il lavoro degli ultimi due anni, voteremo no a questo obbrobrio istituzionale, per dire no all'abrogazione della nostra Costituzione. (Applausi dal Gruppo Misto-SEL e dei senatori Bignami, De Pin e Bocchino).

TORRISI (AP (NCD-UDC)). Domando di parlare per dichiarazione di voto. (Brusio).

PRESIDENTE. Prima di dare la parola al senatore Torrisi, vorrei informare l'Aula che, per chi ha bisogno di fare riunioni o di alzare molto il tono della voce, ci sono comodi divani fuori.

Ha facoltà di parlare, senatore Torrisi.

TORRISI (AP (NCD-UDC)). Signora Presidente, signori Ministri e onorevoli colleghi, il Gruppo di Area Popolare voterà convintamente sì alla riforma della Parte II della Costituzione, per il superamento del bicameralismo paritario e la revisione del Titolo V, in quest'ultima e decisiva deliberazione da parte del Senato.

È una riforma che l'Italia attende da più di trent'anni, dopo il fallimento di innumerevoli tentativi riformatori che si sono susseguiti in ogni legislatura, a partire dalla prima Commissione bicamerale Bozzi del 1983. Abbiamo già pagato costi elevatissimi per il mancato ammodernamento del nostro sistema istituzionale, risalente ad un periodo storico superato, riforme che le altre grandi democrazie hanno invece realizzato da tempo.

Di fronte alle sfide della competizione internazionale e della globalizzazione, un nuovo fallimento è un lusso che l'Italia non può assolutamente permettersi. C'è una connessione strettissima tra l'assetto del sistema istituzionale e l'economia, tra una recessione settennale che ha messo in crisi la coesione sociale, da un lato, e la debolezza delle istituzioni politiche, dall'altro. Come ha sottolineato due anni fa un costituzionalista come Mario Dogliani, con riferimento ai diritti fondamentali previsti dalla prima parte della nostra Carta: «È giusto dire che la prima e la seconda parte della Costituzione non possono essere separate. Ma la prima può trovare attuazione solo se la seconda funziona». Meuccio Ruini, nel 1947, in quest'Aula, pronunciava le seguenti parole: «Abbiamo la certezza che la Costituzione durerà a lungo e forse non finirà mai, ma si verrà sempre completando ed adattando alle esigenze dell'esperienza storica».

Nessuno di noi può dimenticare quella vera e propria crisi istituzionale emersa drammaticamente a seguito delle elezioni politiche del 2013, quando la legislatura sembrava non in grado di avviarsi, proprio a causa del bicameralismo paritario e di due Camere elette addirittura da due corpi elettorali diversi. Non vi era una maggioranza in entrambe le Camere; non si riusciva a formare un Governo né ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Eravamo in uno stallo istituzionale dal quale si è usciti solo grazie alla rielezione del presidente Napolitano e alla formazione di un Governo di convergenza, con l'obiettivo fondamentale di realizzare finalmente, in questa legislatura, le riforme della Costituzione e del sistema elettorale, oltre all'obiettivo anch'esso fondamentale di far uscire il Paese dalla crisi economica.

Qui mi sia consentito rivolgere un ringraziamento particolare ai senatori del Nuovo Centrodestra e di Area Popolare perché, se oggi possiamo conseguire questo grande risultato, lo si deve a quei senatori e a quei deputati che, nell'ottobre del 2013, hanno salvato la legislatura e le riforme, con un atto insieme doloroso e coraggioso, e sono rimasti e rimangono fedeli a quell'impegno assunto solennemente da tutti coloro che tributarono vere e proprie ovazioni al discorso di Napolitano, di fronte al Parlamento in seduta comune.

La riforma non è frutto di un'improvvisazione, ma di un confronto trentennale di posizioni culturali, accademiche e politiche. Il suo impianto generale corrisponde alle conclusioni espresse a larga maggioranza dalla Commissione per le riforme, istituita dal Governo Letta. E se l'esame è partito da un testo del Governo, si deve sottolineare che a quel testo sono state apportate numerosissime e importanti modifiche, frutto di un significativo lavoro parlamentare, in specie da parte del Senato, a partire dai relatori Finocchiaro e, nella prima fase, Calderoli. A tale lavoro hanno contribuito in modo rilevante i senatori di Area Popolare, su molti decisivi aspetti, proponendo - ad esempio - per primi la soluzione per l'elezione dei senatori che poi, in sostanza, è stata adottata. Si tratta di una riforma alla quale ha contribuito, per lo meno in prima lettura, anche il Gruppo parlamentare di Forza Italia, mentre oggi viene osteggiata e alcuni dei suoi esponenti ricorrono addirittura ad iperboli allarmistiche sull'emergenza democratica, che la riforma determinerebbe, dimenticando la coincidenza tra i contenuti della riforma e i programmi elettorali e le posizioni espresse, anche in sede parlamentare, fin dal 1994. Il Senato è artefice della riforma, ma anche il suo principale oggetto.

Mi sia consentito un altro ringraziamento a tutti i senatori, perché oggi portiamo a compimento un fatto storico, che rende merito a questa Assemblea che, dopo trent'anni, mette fine ad un paradosso ritenuto invalicabile: quello del riformatore che deve riformare se stesso. Il Senato cambia completamente la sua natura, il suo ruolo e le sue funzioni, ma non è affatto una Camera dequalificata. Esso è, anzi, una Camera che svolgerà un ruolo fondamentale nel nuovo assetto del nostro bicameralismo: innanzitutto, di rappresentare gli enti territoriali ed essere sede di raccordo tra i legislatori regionali e il legislatore statale, in particolare attraverso il concorso alla legislazione nazionale, allo scopo di porre fine a quell'abnorme contenzioso costituzionale tra lo Stato e le Regioni, che la frettolosa e mal concepita modifica del 2001 ha determinato, con grave danno alla certezza del diritto e all'economia del Paese. Il Senato svolgerà, però, altre importantissime funzioni di raccordo con l'Unione europea, di valutazione delle politiche pubbliche, di verifica dell'attuazione delle leggi dello Stato e di nomina di due giudici costituzionali.

Sarà solo la Camera dei deputati, come sede della rappresentanza nazionale, ad accordare e revocare la fiducia al Governo, come nelle altre democrazie europee, ponendo così fine al nostro bicameralismo paritario, che tanto ha nuociuto non solo alla stabilità e all'efficacia dell'azione di Governo, ma anche all'autorevolezza e alla centralità della sede della sovranità popolare.

Lo snellimento e la semplificazione del procedimento legislativo, con tempi certi per l'approvazione delle leggi, sono volti a realizzare una "democrazia governante", che superi finalmente quella incapacità decisionale che affligge da tempo il sistema politico-istituzionale e che può mettere a rischio il funzionamento della democrazia. Ne saranno rafforzate e rese più efficaci l'azione di Governo, ma anche il confronto e la dialettica parlamentare, poiché la riforma mantiene complessivamente la forma di Governo parlamentare. E anche il sistema delle garanzie è assicurato, grazie alla modifica di diversi articoli della Carta, che prevedono forti limiti alla decretazione d'urgenza, lo statuto delle opposizioni, il ricorso preventivo di legittimità costituzionale delle leggi elettorali di Camera e Senato, il quorum dei tre quinti per l'elezione del Presidente della Repubblica dopo il terzo scrutinio, la garanzia di esame delle proposte di legge di iniziativa popolare, l'abbassamento del quorum di validità del referendum abrogativo.

Complementare alla riforma del bicameralismo è la revisione del Titolo V della Costituzione, che pone rimedio - come già sottolineato - ai guasti prodotti dalla improvvida modifica del 2001. Non è, infine, da trascurare la riduzione dei costi della politica, e non solo con la riduzione del numero di senatori, ma anche con la limitazione delle spese dei Consigli regionali, con la soppressione del CNEL e delle Province.

Noi difendiamo questa riforma non per calcoli di parte, ma nell'interesse del Paese. Per questo, quando la maggioranza che sosteneva la riforma era più ampia dei due terzi, proponemmo, per primi, che la riforma potesse essere comunque soggetta al voto degli elettori attraverso il referendum, per il quale tanti parlamentari di Area Popolare hanno già aderito al comitato per il sì promosso dall'onorevole Adornato.

Su questo punto mi rivolgo apertamente e direttamente al Presidente del Consiglio e alla signora ministra Boschi, come ha già fatto l'onorevole Lupi alla Camera. Il nostro sì è alla riforma, ai suoi contenuti, ai benefici che essa potrà arrecare all'Italia e non certamente ad un plebiscito su una persona e sulla sua azione politica. Con tutta la considerazione e la stima della persona e delle sue capacità, non si commetta l'errore di una personalizzazione del referendum, alla quale spingono, non a caso, proprio coloro che si battono per il no. La riforma è stata proposta e seguita con grande determinazione dal Governo perché - come ho già ricordato - essa è il principale obiettivo, la stessa ragione d'essere della legislatura. Tuttavia, non è in gioco solo la legislatura; sono in gioco le sorti delle nostre istituzioni e la loro capacità di rispondere alle esigenze del Paese. È in gioco il futuro dell'Italia. Si conduca una campagna per il sì al referendum di natura inclusiva, si lavori per un fronte il più ampio possibile, che coinvolga parlamentari, esponenti della società civile e semplici cittadini.

Una Costituzione non è solo un testo giuridico, un atto normativo. Essa é, prima di tutto, un atto politico e storico. Si cambia la Costituzione se c'è la necessità storica di farlo e noi abbiamo creduto, e crediamo, che quella necessità ci sia, perché serve chiudere l'eterna transizione istituzionale nel nostro Paese come strumento per rilanciare l'Italia.

Cominciamo ad avere alle spalle anni difficili a causa di una crisi economica terribile, la più grave dal dopoguerra ad oggi; una crisi che ha impoverito ed indebolito il nostro Paese, che ha creato una frattura sociale ed aumentato le disuguaglianze tra i cittadini. Pertanto, come non mai, alla politica oggi spetta dare una risposta a questi temi ed è agendo che si trova una soluzione, poiché il rischio vero sarebbe non far nulla.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, recentemente, si è augurato che «le riforme giungano a compimento in questa legislatura» poiché «il senso di incompiutezza rischierebbe di produrre ulteriori incertezze e conflitti, oltre che ad alimentare sfiducia».

La riforma che approviamo oggi è il frutto del lavoro di una maggioranza, di forze politicamente autonome ma complementari in questa fase delicata e fondamentale della vita del nostro Paese, le quali hanno un unico denominatore: la volontà riformatrice.

Signora Presidente e colleghi, mi avvio alla conclusione del mio intervento richiamando quanto scriveva il giurista Vincenzo Cuoco, sul fatto che non esistono costituzioni perfette: «La Costituzione è come un abito: se tu sei gobbo, l'abito che va bene per te è un abito che più o meno riesce a maneggiare o a nascondere la gobba che hai e non va bene per un altro ma va bene solo per te».

La riforma di cui stiamo discutendo non è forse quella ideale, ma è la migliore che si possa fare oggi in questo Parlamento. Pertanto, e concludo signora Presidente, credo che andiamo a votare un testo di riforma complesso e compiuto, che chiude la tormentata stagione della seconda Repubblica e che intende proiettare un Paese più forte nel futuro, con delle istituzioni più forti, con basi economiche più solide, con una maggiore credibilità in Europa e, quindi, con maggiore possibilità di contare - come è giusto - in Europa e non solo.

Il Gruppo di Area Popolare, coerentemente con la responsabilità che si è assunto, contribuendo prima alla nascita del Governo Letta e poi a quella del Governo Renzi, sostiene e condivide questa riforma costituzionale. (Applausi dal Gruppo AP (NCD-UDC) e del senatore Santini).

MORRA (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MORRA (M5S). Signora Presidente, signori Ministri, francamente mi spiace che non sia qui presente il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Mi spiace perché quantomeno, giacché lui ha alzato l'asticella, si sarebbe potuto elevare il tono del discorso, visto che oggi proprio lui ha citato Max Weber, Emmanuel Mounier e Jacques Maritain. Certo, rispetto alle citazioni dei Jalisse con cui ha esordito a febbraio del 2014, dopo due anni qualcosa ha imparato (Applausi dai Gruppi M5S e CoR). Per sua sfortuna, però, bisogna non soltanto citare Mounier, Maritain, Weber e magari anche alcuni altri, ma magari anche leggerli, meditarli ed elaborarli.

Pertanto ricordo, in particolare al senatore Corsini che, essendo bresciano, ha certamente consapevolezza di questa tradizione - Maritain è stato tradotto in Italia soprattutto per volontà di Montini - che un'opera decisiva di Maritain è stata «Distinguere per unire. I gradi del sapere». In quest'opera di non facile lettura si invitava alla precisione perché gnoseologicamente bisogna dire la verità se si vuole fare giustizia. È compito di un Presidente del Consiglio educare se stesso, oltre che i propri Ministri, alla giustizia innanzi tutto. (Applausi dal Gruppo M5S).

Bene: io ho preso appunti perché filologicamente bisogna sempre scontrarsi con la realtà. Gli appunti, insieme al resoconto stenografico, ci dicono che Matteo Renzi, come al solito, dà le carte facendo il baro perché è lui che dà i numeri, è lui che dice che nel 2014, a febbraio, quando è diventato Presidente del Consiglio - e ancora attendiamo una discussione in Assemblea per quella crisi, maledizione - è lui che ha ricordato che la disoccupazione era oltre il 13 per cento; peccato che sia un dato falso. Ed è sempre lui che ha ricordato che la disoccupazione giovanile, quella a cui tutti quanti dovremmo tenere, era ben superiore al 46 per cento. Peccato che sia un dato falso anche questo. (Applausi dal Gruppo M5S).

E allora è facile costruire discorsi artatamente convincenti. Lo facevano già i sofisti e magari qualcuno che ha letto Platone queste cose le ha imparate sui libri, standoci, e non citando le serie televisive. Lei, forse, adesso sarà andato a vedersi «House of cards» per imparare qualche altra mossa. (Applausi dai Gruppi M5S e LN-Aut).

E questo spiega perché - e mi fa specie che alla mia destra ma anche alla mia sinistra ci siano fior di persone che hanno letto quei libri, che hanno questa cultura e che dovrebbero pertanto avere un sussulto di coscienza - dopo aver citato quei nomi, Matteo Renzi, che continua a snocciolare dati falsi (che dopo se volete vi darò) citando sia pur indirettamente Fukuyama e la vetocrazia, se ne esca con parole che un Presidente del Consiglio non dovrebbe mai pronunciare. Sostenendo che si stia facendo un'operazione fondamentale e decisiva come quella della presunta soppressione del Senato, esattamente come presuntivamente sono state soppresse le Province, Matteo Renzi elenca i risultati che questo Esecutivo da lui guidato avrebbe portato a casa. Bene, fra questi, lui dice: «abbiamo portato a casa la riforma del lavoro, nessuno lo credeva eppure ci siamo riusciti». Lo ringrazio perché quantomeno ha parlato in italiano per uno che è abituato allo slang e allo "shish" almeno ha recuperato un pochino di sano orgoglio linguistico. Poi Matteo Renzi dice: «Poi abbiamo anche eliminato tasse giudicate a torto o a ragione insopportabili». Scusi, probabilmente qualunque contribuente potrebbe ritenere la propria tassazione una sorta di vessazione, poi poco importa se a torto o a ragione. Anche in questo caso Matteo Renzi dimostra la sua grettezza intellettuale e dunque morale perché le tasse non si tolgono a torto o a ragione perché sono considerate insopportabili. (Applausi dal Gruppo M5S).

Noi abbiamo una Costituzione che ci dice che la fiscalità deve essere progressiva e questa è stata una conquista di chi adesso approva uno stravolgimento di quei principi, a torto o a ragione. (Applausi dal Gruppo M5S).

Come se un Governo non si dovesse far orientare dalla ragione. Da che cosa si dovrebbe fare orientare: forse da Jim Messina, quel famoso specialista di comunicazione politica che forse lo accompagnerà casa per casa quando Matteo Renzi, così ci ha detto, dovrà andare a convincere gli italiani per il referendum confermativo. Perché a questo siamo arrivati, perché chi non ha il polso della situazione, chi non ha il controllo di quanto venga sentito dalle persone, dai cittadini, dai lavoratori, dai disoccupati, da tutti coloro che stanno pensando da troppo tempo all'emigrazione come unica via di fuga da questa situazione insopportabile, bene, chi quel rapporto non ce l'ha può anche pensare di spendere un botto di soldi per far venire un professionista statunitense di comunicazione politica.

E perché, signora Presidente? Mi dispiace che anche il ministro Boschi non ci sia; forse le parole di verità non fanno piacere. Poc'anzi il presidente Renzi discettava invitando a distinguere personalizzazione da personalismo. Ma chi è che ha detto «me ne vado» se ilreferendum dovesse andare male? (Applausi dal Gruppo M5S).

Per caso l'ha detto qualcun altro o l'ha detto Matteo Renzi? È per questo voler schiacciare sulla sua persona che, grazie alla mitopoiesi, grazie a Filippo Sensi e allo stuolo di comunicatori, diventa sempre più un mito, capace di fare qualcosa di incredibile.

Sempre Matteo Renzi ribadiva come gli altri non conoscano lo stupore, non sappiano cosa sia la meraviglia; benissimo, per me e per tutti noi lo stupore sarà poter garantire un reddito di cittadinanza, perché di questo hanno necessità gli italiani e non di riforme costituzionali che sono semplicemente un diversivo.

Per me stupore è sapere che dei ragazzi che sono stati eletti all'Assemblea regionale siciliana, rinunciando a parte delle loro indennità, nella giornata di ieri, hanno acquistato l'immobile per cui l'anno passato un operaio si è suicidato, perché non riusciva a pagare la rata del mutuo: per 10.000 euro una persona non c'è più. (Applausi dal Gruppo M5S).

Queste cose noi le facciamo, non sono l'impossibile! È quello che una classe politica, una classe dirigente responsabile deve sentire il dovere di fare. Solo che questa classe dirigente è latitante. (Applausi dal Gruppo M5S).

Voglio dire poche cose ancora, perché manca poco. Noi siamo all'alba di momenti particolarmente significativi, e forse in negativo, per il nostro Paese; non soltanto c'è una svolta autoritaria segnata da accentramento, ma c'è, ad esempio, un'apertura irresponsabile alla globalizzazione. Io ancora da Matteo Renzi non ho sentito proferire parole in merito alla richiesta avanzata dalla Cina di poter entrare a pieno titolo nell'Organizzazione mondiale del commercio, come se questo fosse un dato irrilevante per la seconda economia manifatturiera del mondo.

Presidenza del presidente GRASSO (ore 19,40)

(Segue MORRA). Eppure Matteo Renzi latita.

Questa è la democrazia, non l'indifferenza. Democrazia significa ascolto e rispetto delle minoranze e delle opposizioni. Riforme costituzionali che vanno a comprimere gli spazi di dibattito, che vanno a comprimere i diritti di chi la pensa diversamente, a me ricordano tanto qualcosa che sui libri di storia - lo andasse a studiare Matteo Renzi - è già avvenuto in questo Paese.

Invito, pertanto, tutti i cittadini italiani, anche coloro che in quest'Aula saranno obbligati, per ragioni che sono indicibili, a votare in un certo modo, a fare riferimento all'eventuale coscienza, qualora l'abbiano, e soprattutto al pensiero per chi verrà. Infatti, come apprendiamo da «Il Sole 24 ore», l'Italia che riparte non è più ripartita per i 150.000 italiani che soltanto nel 2015 hanno dovuto abbandonare il nostro Paese. (Applausi dal Gruppo M5S).

Matteo Renzi andasse a chiedere scusa a tutti questi nostri ragazzi, che facciamo studiare, laureare e specializzare, condannandoli poi all'emigrazione. Per favore, qualcuno del Governo lo dica al Presidente del Consiglio. (Applausi dal Gruppo M5S. Congratulazioni).

ROMANI Paolo (FI-PdL XVII). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ROMANI Paolo (FI-PdL XVII). Signor Presidente, onorevoli senatori, finalmente, nel sostanziale disinteresse del Paese, che avverte altre più urgenti priorità, l'iter delle riforme al Senato giunge al termine.

Parliamo di una riforma sulla quale soltanto un italiano su tre, secondo un recentissimo sondaggio RAI, pensa di avere le idee chiare.

È un peccato che finisca così quella che sarebbe potuta essere la grande riforma delle istituzioni, l'occasione storica per cambiare davvero l'Italia, per rendere la nostra democrazia più libera, più europea, più efficiente.

Sarebbe dovuto essere un dibattito importante ed è stato invece ridotto in questo ultimo passaggio ad una serie di interventi nel cuore della notte, per la necessità di ingabbiare tutta la maggioranza sul voto alla riforma prima delle nomine nelle Commissioni. Era la grande occasione per dimostrare ai cittadini, sempre più scoraggiati e delusi, che la politica è capace di autorigenerarsi, di autoriformarsi, di tornare a rappresentare davvero e veramente gli italiani.

Poteva essere la grande risposta all'astensionismo che dilaga, all'antipolitica della protesta. Noi avevamo dato la nostra disponibilità per questo grande progetto.

Come ha ricordato ieri l'amico Quagliariello, avevamo veramente creduto che fosse possibile rimettere in collegamento culture giuridiche e costituzionali che si erano osteggiate per decenni; che fosse veramente giunto il momento di unire il Paese per scrivere insieme quelle nuove regole di cui l'Italia aveva e ha disperatamente bisogno. Abbiamo però dovuto prendere atto che ben presto quel grande progetto si è rivelato per quello che era: un piccolo disegno di potere funzionale solo al Partito Democratico.

Una riforma costituzionale che elimina l'elettività del Senato, una legge elettorale che consentirà ad un solo partito di governare, anche rappresentando solo il 20 per cento degli italiani; una trasformazione delle Province in istituzioni di secondo livello gestite dalla burocrazia locale e una riforma della RAI che consegna saldamente il servizio pubblico nelle mani del Governo. Siamo al paradosso per cui potrà bastare il consenso di un italiano su cinque per avere in mano tutto il potere del nostro Paese.

Un passo indietro sulla strada della democrazia, innegabilmente; così come un passo indietro è fare finta di abolire un organo costituzionale, il Senato, per abolire in verità solo il diritto dei cittadini italiani di scegliersi i propri senatori. (Applausi dal GruppoFI-PdL XVII).

Lo sapete bene anche voi: la riforma che state approvando è un vestito che vi siete cuciti su misura che non piace e non interessa agli italiani. Infatti, del merito della riforma non parlate più, se non in quest'Aula, per quest'ultima formalità, dell'approvazione definitiva.

«Se perdo il referendum sulle riforme costituzionali smetto di fare politica», ha detto nei giorni scorsi il Presidente del Consiglio, e l'intervento in replica oggi del presidente Renzi non ha fatto che confermare questa sua anticipazione. Poi si è affannato a spiegare che con questa frase non era alla ricerca del plebiscito. Chiamatelo come volete, ma quello che il presidente Renzi ha lanciato in realtà è unreferendum su se stesso, una richiesta di approvazione a prescindere dai contenuti e dal merito.

Parliamone, allora, di questo Governo, dell'operato di questo Primo Ministro. Lo inviterei prima di tutto a non farsi troppe illusioni: la luna di miele con il Paese è finita. (Applausi dal GruppoFI-PdL XVII). Gli italiani hanno preso atto della realtà perché stanno vivendo sulla loro pelle le conseguenze di quella che è stata fino ad oggi la vostra azione di Governo. Sanno che alle tante parole non sono quasi mai seguiti i fatti, e che i pochi fatti sono stati comunque ben lontani dalle promesse, dalle attese e dalle necessità.

Gli italiani sanno che avete condannato il nostro Paese alla irrilevanza internazionale: sul dramma della sicurezza, della lotta al terrorismo, del controllo dei flussi migratori, dell'opposizione all'integralismo religioso islamico, non avete una linea chiara e definita. L'Italia si distingue per la sua marginalità e per la sua incapacità di determinare e di favorire soluzioni credibili.

Avete perseguito ad ogni costo la guida della politica estera europea, e questo non ha portato ad alcun risultato per l'Italia. Anzi, oggi voi, Governo, siete in polemica con la stessa Mogherini che avete così tenacemente voluto. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).

E come si possono interpretare le parole di Juncker di venerdì scorso? Juncker ha detto: «Ritengo che il Primo Ministro italiano abbia torto a vilipendere la Commissione ad ogni occasione. Non capisco perché lo faccia». Quell'insinuazione, quasi un insulto, per cui l'Unione europea non trova interlocutori a Roma cosa è se non un'ulteriore dimostrazione di quanto poco siano considerati in Europa il nostro Governo e il nostro Primo Ministro?

Gli italiani hanno imparato sulla loro pelle a distinguere le promesse e gli annunci dai fatti. È inutile annunciare 500.000 nuovi contratti a tempo indeterminato se ciò non significa che la disoccupazione è calata. È inutile annunciare sgravi fiscali se il livello della fiscalità complessiva rimane immutato o continua a crescere. È inutile che vi riempiate la bocca con la spending review, che non avete nemmeno iniziato, tant'è vero che il debito pubblico continua a salire. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).

Infine, è del tutto inutile e velleitario gridare al complotto per la crisi bancaria che ci sta travolgendo. Certo, con la nostra storia non saremo certamente noi a negare la possibilità che sia in atto un attacco finanziario e speculativo al nostro Paese. Ma c'è sicuramente di più. L'insipienza e la mancanza di coraggio nella gestione del fallimento delle quattro banche hanno alimentato la mancanza di fiducia di correntisti ed investitori. Fretta, superficialità, promesse non seguite dai fatti, impreparazione.

Ma c'è di più. C'è la brutta sensazione che il premier Renzi si stia isolando dal Paese e perfino dal suo stesso partito e che si sia chiuso in un bunker da cui improvvisa mosse spesso disperate, discusse e preparate con nessuno, se non con i pochi fedelissimi che lo circondano, senza confronto con la dirigenza del suo partito, né tanto meno con il Parlamento o con le altre forze politiche.

Questa sensazione si fa ogni giorno più forte ed è confermata da quelle che speriamo siano solo indiscrezioni sulla nomina di Marco Carrai. Sarebbe gravissimo e pericoloso se la sicurezza cibernetica del nostro Paese fosse messa nelle mani di un privato cittadino. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII). Non discuto la persona, che può anche avere competenze straordinarie, ma - ribadisco - rimane un privato cittadino e non è un servitore dello Stato, nella sua accezione più alta. In un momento in cui l'analisi dell'enorme quantità di dati che viaggia sulla rete può essere decisiva nella lotta al terrorismo, è incomprensibile come questa responsabilità venga affidata ad un imprenditore privato, per di più in palese conflitto di interessi, e non sia riservata alle competenti strutture dello Stato. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).

Ancora, indiscrezioni ipotizzano da tempo la volontà del Presidente del Consiglio di ridisegnare completamente la struttura dei vertici di sicurezza del nostro Paese, immaginando la costituzione di una nuova figura, sulla scorta di quella statunitense, del consigliere per la sicurezza nazionale: una sola persona che raggrupperebbe in sé le funzioni del consigliere militare del Presidente del Consiglio (posizione d'altra parte vacante da tempo), del consigliere diplomatico, in uscita a breve (mi pare che forse stasera il Consiglio dei ministri nominerà un nuovo consigliere) e del direttore del DIS. L'assenza di un consigliere militare accanto al Presidente del Consiglio in piena crisi libica, siriana ed afgana e con la conseguente evoluzione della minaccia terroristica, sembra frutto di un'enorme superficialità o di un disegno preciso. Per rivoluzionare l'intero settore della sicurezza nazionale serve una legge, che deve passare dal Parlamento e con il parere del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica ed è inaccettabile - lo ribadiamo anche in questa occasione - che questo organismo non veda oggi la presenza di un esponente del maggior partito di opposizione. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).

Un altro indizio di questa sindrome da bunker è la frettolosa ed improvvisa sostituzione dell'ambasciatore Sannino con il vice ministro Calenda, come rappresentante del nostro Paese in Europa. Non voglio entrare nel merito delle scelte, ma vorrei sapere se il presidente Renzi si rende conto che sta aprendo un conflitto con l'intero corpo diplomatico della Farnesina. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII). Questa è la realtà, caro sottosegretario Della Vedova.

Non si può far ripartire l'Italia da soli. E non ci si può riuscire con queste riforme, con dichiarazioni senza fondamento che servono solo a strappare un titolo sui giornali, come quella sui dipendenti pubblici fannulloni da licenziare in quarantott'ore.

E infatti l'Italia non riparte, nonostante le condizioni internazionali non siano mai state da molti anni a questa parte così favorevoli. Prezzo del barile ai minimi storici, euro deprezzato, quantitative easing ottenuto da Mario Draghi: tre formidabili leve per lo sviluppo che il resto dell'Europa ha colto, mentre l'Italia le sta sprecando.

Vuole un referendum sulla sua persona, Presidente del Consiglio?

In democrazia non sono consentiti plebisciti su Governi e su Primi Ministri, e lei sta introducendo anche in questa occasione un'altra pericolosa forzatura. Noi siamo comunque pronti a raccogliere la sfida. Oggi in quest'Aula non possiamo che ribadire con forza il nostro no convinto, ma oggi nel Paese inizia la nostra battaglia referendaria.

Poche ore fa, insieme ad altri Gruppi di opposizione, abbiamo presentato alla stampa i comitati per il no. Siamo convinti di avere la maggioranza del Paese e lo dimostreremo la sera del risultato per il referendum. Buona fortuna, Governo Renzi. Buona fortuna, presidente Renzi. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII. Congratulazioni).

FINOCCHIARO (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FINOCCHIARO (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei innanzitutto ringraziare il mio Gruppo, che mi consente questa dichiarazione di voto a conclusione di un impegno che è stato certamente il più duro e il più faticoso, ma anche il più appassionante di una lunga (secondo alcuni colleghi, troppo lunga) esperienza parlamentare che con questa legislatura finirà.

Vorrei cominciare con le parole pronunciate da Meuccio Ruini il 22 dicembre 1947, nel corso dell'ultima seduta dall'Assemblea costituente. In quella occasione Meuccio Ruini da un lato espresse la certezza che la Costituzione sarebbe durata a lungo. «Forse non finirà mai», disse. Dall'altro, disse che si sarebbe adattata al mutamento dei tempi e all'esperienza; dall'altra parte ancora, dando una valutazione complessiva di questa opera, ne dette un giudizio tutt'altro che trionfalistico.

Mentre sottolineò la grandezza (così vorrei definirla) e il successo della prima parte della Costituzione, riconobbe che la seconda aveva presentato gravi difficoltà e che essi non avevano risolto tutti i problemi istituzionali: ad esempio, per la composizione delle due Camere e il sistema elettorale, rimesso peraltro alla legge ordinaria. Insomma, una esplicita indicazione di ciò che già nella Costituzione, già nel momento solenne della sua approvazione, appariva mal riuscito.

Né poteva essere altrimenti. E oggi il presidente Casini ce lo ha ricordato. Se contestualizziamo quel dibattito, ricordiamo che eravamo alla vigilia delle prime elezioni e ricordiamo non soltanto la tensione esistente tra i due grandi partiti di massa, la Democrazia cristiana e il Partito comunista, ma il fatto che essi alludessero a un sistema politico, culturale e sociale, davvero alternativo. E ciascuno dei due partiti, di consistenza pressoché analoga, temeva che alle elezioni successive, le prime elezioni libere della Repubblica, una forza avrebbe potuto prevalere sull'altra.

Fu così che, dopo una discussione che oggi non è stata ricordata in quest'Aula, ma neanche durante il dibattito di questi giorni, se non da pochissimi interventi, scegliendo tra soluzioni assai diverse e cambiando ciascun partito politico e ciascun esponente addirittura la propria posizione originaria (la DC partiva da una impostazione regionalista mentre il PCI partiva da una impostazione monocameralista), si giunse a una soluzione che era quella di un bicameralismo perfetto: due Camere che avessero le stesse identiche funzioni, entrambe legate da rapporto fiduciario al Governo, ma elette con sistemi elettorali diversi e con elettorato attivo e passivo diverso.

Ciò che si introduceva nell'ordinamento era cioè un elemento di blocco, un elemento di farraginosità, il tentativo d'impedire che la vittoria di una parte fosse vittoria compiuta.

Questo tema, esplicitato già nella relazione conclusiva del 22 dicembre del 1947, viene ininterrottamente ripreso dagli stessi costituenti negli anni seguenti, e ripetutamente. Ne abbiamo una testimonianza straordinaria nella ricostruzione di quel colloquio tra Elia e Scoppola, da una parte, e Dossetti e Lazzati dall'altro, che è del 1984, ma che è stato pubblicato anni dopo.

Già nel 1951 Dossetti torna su questa questione e, parlando del sistema costituzionale, dice: «È stato strutturalmente predisposto sulla premessa di un contrappeso reciproco e quindi di un funzionamento complesso, lento e raro, come quello di uno Stato che non avesse da compiere che pochi e infrequenti atti sia normativi che esecutivi, perché non tenuto ad adempiere un'azione di mediazione (...) e tanto meno un'azione continua di reformatio, di propulsione del corpo sociale».

Sostanzialmente, questo tema è poi al centro, ad esempio, delle riflessioni di Mortati (di quelle consegnate tra il 1972 e il 1974), il quale parlando di bicameralismo dice: «Problema al quale non può tardarsi a dare soluzione».

E se ripercorriamo la storia repubblicana di tale questione, che è stata assente dal dibattito di quest'Aula e che è la ragione prima per la quale questa riforma viene fatta, si continua a discutere nei sessantasette, sessantotto, settant'anni della Repubblica, tentando di ovviare con strumenti diversi, il primo già negli anni Cinquanta è la legge elettorale con il premio maggioritario. E se viene abbandonata non è soltanto per le reazioni che comportò la legge truffa - l'hanno ricordato tanti colleghi - ma anche perché cambia la strategia politica, e il rafforzamento del Governo da parte della Democrazia cristiana viene invece perseguito con un sistema proporzionale che possa moltiplicare i soggetti politici e le alleanze.

Ma il problema è sempre lo stesso ed è quello di un difetto nel circuito Parlamento-maggioranza-Governo che rende i Governi deboli, che rende i Governi incapaci di assumere quella funzione di propulsione del sistema complessivo del Paese che oggi registriamo con tanta tragica evidenza, anche per il fatto che il contesto è cambiato e la forza e la competitività del nostro sistema nazionale ha necessità di un'ulteriore spinta.

Peraltro, allo stesso tentativo di ovviare a quel difetto originario possiamo ricondurre i tentativi di irrobustire, ad esempio, il Presidente della Repubblica, sul quale si affannarono costituzionalisti e politici, oppure il ricorso al semipresidenzialismo, che è stata una costante nel dibattito italiano a partire dagli anni Settanta. Perché il punto - lo ricordava ieri un collega o una collega del mento 5 Stelle - era, come ha individuato Zagrebelsky, di definire un nuovo punto di equilibrio tra inconcludenza e forza, ripeto tra inconcludenza e forza. Ed è esattamente questo il tentativo che stiamo cercando, finalmente, dopo tanti decenni di fare: trovare un nuovo punto di equilibrio.

Ma qui di altro abbiamo parlato, in una confusione - guardate, colleghi - che rappresenta a mio avviso una miscela altamente esplosiva in un Paese che ha le caratteristiche di cui oggi ha parlato il senatore Tronti e che vede questa relazione tra cittadini e politica così difficile, aspra, talvolta inquinata.

Io capisco che il Movimento 5 Stelle abbia fatto e faccia dell'assemblearismo la sua cifra identitaria, ma penso che forse per la sua giovinezza questo movimento abbia anche bisogno di depurare un po' e definire meglio la proprio cultura politica. Perché io ho sentito cose incredibili in quest'Aula: da una parte questa esaltazione della rappresentatività e dall'altra parte la mortificazione di alcune rappresentanze. Penso a quello che è stato detto sui consiglieri regionali direttamente eletti e complessivamente sulla casta degli eletti, con giudizi tanto sommari quanto molto spesso ingiusti. Da una parte si è contestata la legittimità, ad esempio, di questo Governo e di questo Presidente del Consiglio, che non è stato mai eletto (come se la Costituzione vigente questo richiedesse, ma non lo richiede affatto); dall'altra parte però c'è stata una damnatio nei confronti delle forme di premierato.

Da una parte si è ragionato di abolizione dei costi in tutta la fase anche della campagna elettorale che ha condotto all'affermazione elettorale del Movimento 5 Stelle, dall'altra parte oggi si rivendica che questa abolizione dei costi ha mortificato la rappresentanza.

Io francamente credo che occorrerebbe ragionare con una maggiore freddezza e tornare alle questioni che pochi interventi oggi - mi riferisco agli interventi del senatore Fornaro, del senatore Chiti e del senatore Casini - hanno tentato di mettere a fuoco. Ma ciò che opera in realtà, mi è sembrato, in questo dibattito è esattamente quella prevenzione che aveva ispirato i costituenti, che lavorò durante l'elaborazione della Costituzione e che alla fine prevalse; mi riferisco alla tentazione di perpetuare la debolezza del nostro sistema.

Francamente - come ho già detto molte volte in quest'Aula - non mi ha mai convinto, durante questa lunga discussione parlamentare, neanche l'idea che un Senato eletto direttamente, senza rapporto con le istituzioni regionali, potesse essere un contrappeso, un Senato delle garanzie. Questa è certamente una prospettazione attraente, ma è assolutamente velleitario pensare che 95 persone direttamente elette (peraltro con metodo proporzionale), ma non strette da un vincolo fiduciario, possano essere un contrappeso. Rispetto a cosa? Rispetto ad una Camera nella quale il vincolo di maggioranza e il peso della maggioranza possa consentire di affrontare le molte questioni e le molte sfide di una democrazia governante - voglio adoperare proprio questo termine - di cui il nostro Paese ha bisogno.

Del tutto inspiegabile è poi la posizione dei colleghi di Forza Italia. Ho apprezzato l'eleganza elusiva con cui il senatore Romani oggi ha svolto la propria dichiarazione di voto e devo dire che sono rimasta affascinata dal rutilante benaltrismo dell'intervento del senatore Gasparri, che di tutto ha parlato, tranne che di riforma costituzionale. (Applausi dal Gruppo PD).

Questo è il testo migliore possibile, colleghi. Probabilmente ciascuno di noi e io stessa - come ha detto oggi il presidente Renzi - ho esercitato una certa attività critica sull'impostazione originaria del testo del disegno di legge governativo. È il miglior frutto della migliore transazione possibile e dunque è la migliore legge possibile.

Io credo che non occorra qui che ve ne illustri il contenuto (l'abbiamo fatto tante volte in quest'Aula), né credo che valga sottolineare l'importanza per me storica di questo momento. Però voglio dire una cosa, anche a coloro i quali questo testo non l'hanno votato e non lo voteranno e a chi l'ha votato e non lo voterà stasera. Ho apprezzato un riferimento fatto ieri dalla collega Mussini, la quale diceva che le forme istituzionali non possono essere solo forme. I greci dicevano che la democrazia è prassi. Bene, io credo che sia assolutamente così. Se noi approviamo questo testo, se lo approverà di nuovo la Camera, se il referendum lo confermerà, toccherà a ciascuno di noi, maggioranza ed opposizione, classe dirigente politica di questo Paese, farlo vivere e farlo vivere al meglio delle potenzialità che avrà questo Senato, nel suo potere di rappresentanza delle istituzioni territoriali e del loro peso...

VOCI DAI GRUPPI LN-AUT E M5S. Basta! (Commenti dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Silenzio, fate concludere, per favore. Il tempo lo decido io, così come ho dato la possibilità anche agli altri di continuare. (Commenti dai Gruppi LN-Aut e M5S).

Prego, senatrice Finocchiaro, concluda.

FINOCCHIARO (PD). ...nella sua capacità, così sottovalutata, di essere un luogo nel quale l'integrazione del Paese, delle sue diverse anime e dei suoi diversi territori può trovare rappresentanza, autorevolezza, ruolo, parola, voce, nelle decisioni, nel suo straordinario potenziale di essere potente fattore di integrazione europea. Questo è il Senato che noi stiamo consegnando, se così saremo capaci di farlo vivere. (Applausi dai Gruppi PD, AP (NCD-UDC) e Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE e dei senatori Romani Maurizio, Bencini, Bondi e Repetti. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ricordo che ai sensi dell'articolo 138, primo comma, della Costituzione, dovendosi procedere alla votazione di un disegno di legge costituzionale, in seconda lettura è richiesta la maggioranza assoluta dei componenti del Senato.

Ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento, indíco la votazione nominale con scrutinio simultaneo per la seconda deliberazione sul disegno di legge costituzionale n. 1429-D, nel suo complesso.

(Segue la votazione). (Alcuni senatori del Gruppo LN-Aut espongono cartelli recanti la scritta «Con il referendumRenzi a casa»).

Prego gli assistenti di intervenire per rimuovere i cartelli.

Proclamo il risultato della votazione nominale con scrutinio simultaneo:

Senatori presenti

294

Senatori votanti

293

Maggioranza

161

Favorevoli

180

Contrari

112

Astenuti

1

Il Senato approva in seconda deliberazione con la maggioranza dei suoi componenti. (v. Allegato B). (Vivi e prolungati applausi dai Gruppi PD e AP (NCD-UDC)).