Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 563 del 20/01/2016

DE CRISTOFARO (Misto-SEL). Signor Presidente, farò alcune considerazioni anche perché ormai da diversi mesi in quest'Aula mi è capitato, a me come ai colleghi del mio Gruppo, di spiegare le ragioni per cui, con grande convinzione e con grande forza elettorale, non condividiamo e respingeremo, insieme al popolo sovrano, questa idea sbagliata di riforma costituzionale.

Per motivare le ragioni per cui penso che l'operazione politica fatta dalla maggioranza di Governo in questi mesi sia stata profondamente sbagliata, vorrei partire da una riflessione di fondo e contestualizzare la discussione che facciamo questa sera che rischia, e ha rischiato sempre in questi mesi, di essere presentata come slegata rispetto al contesto politico e finanche al contesto sociale che viviamo. Innanzitutto, dopo avere ascoltato l'intervento del mio collega, senatore Fornaro, io vorrei dire che condivido un elemento del suo ragionamento, soprattutto quanto da lui detto in premessa.

Noi viviamo davvero dentro una fase storico molto particolare, nella quale abbiamo a che fare con una sorta di paradosso: la democrazia che diventa, fortunatamente, la forma di Governo più significativa in molti Paesi del mondo, con un livello crescente molto importante rispetto anche a pochi anni fa. Finalmente, tanti Paesi del globo assumono la forma democratica come unica forma possibile di Governo.

Dentro, però, questa espansione delle forme democratiche, c'è la crisi profonda della democrazia rappresentativa e naturalmente tutto quanto ciò significa. Anche nel nostro Paese, infatti, abbiamo visto come sia stato stringente e penetrante questo elemento di crisi. Mi pare questo un punto di fondo della discussione che stiamo svolgendo, perché io dico al Governo che, a mio avviso, l'errore più significativo di questa discussione nasce su questo tema.

Noi, Paese Italia, avremmo dovuto, nel momento in cui andavamo a riformare la Costituzione, innanzitutto porci questo problema: dinanzi a questi elementi di crisi quali sono gli strumenti più efficaci per contrastarli e come si inverte la tendenza rispetto a quanto è accaduto in questi anni. Vorrei aggiungere un ulteriore elemento di premessa, che è l'altro punto che mi sembra essere completamente mancato nella riflessione di tutti questi mesi.

Io ritengo vi sia un grande elemento di sottovalutazione, di come la crisi sociale e la crisi economica che incombono drammaticamente da una parte e la crisi morale con la perdita di rappresentatività finanche dei corpi intermedi, così come li abbiamo conosciuti storicamente, rappresentano una miscela potenzialmente esplosiva rispetto alla quale le risposte che una maggioranza di Governo che si fa carico fino in fondo della gravità di questi processi avrebbe dovuto mettere in campo.

Non sottovalutate questo aspetto. Nel nostro Paese un combinato disposto così potente (crisi economica da una parte e crisi morale dall'altra) non l'abbiamo mai conosciuto nella storia recente, e anche meno recente.

Certo, c'è stata una fase storica in cui la crisi economica era molto strisciante, molto forte e molto pervasiva. Pensate all'Italia che usciva dalla guerra, alla miseria nera che attraversava il nostro Paese, alla gente che scappava ed era costretta ad emigrare. Però, dentro quella fase storica così difficile e così complessa e a quella fase economica così strisciante, perlomeno avevi un punto di riferimento: una classe dirigente, una speranza, una possibilità. Insomma, sì, c'era la crisi economica, ma c'era anche la moralità della politica, i Padri costituenti, le grandi storie che abbiamo dietro di noi, il Novecento in tutto il suo peso, in questo caso sì davvero straordinario.

Ci sono stati invece momenti in cui abbiamo vissuto situazioni opposte: grande crisi morale, grande crisi democratica, crisi della rappresentanza, i partiti politici in situazione di grandissima difficoltà, però almeno un'economia che reggeva o che, comunque, non era stretta nella tenaglia con cui combatte in questi anni.

Noi ci troviamo invece, in questa fase storica, con un combinato disposto anomalo per la storia di questo Paese, in cui questi elementi, la crisi sociale, la crisi economica e la crisi morale, sono esattamente il tema attorno al quale si determina l'elemento di crisi della democrazia rappresentativa. Non è che l'elemento di crisi della democrazia rappresentativa nasce dalla sera alla mattina. Esso nasce dentro un percorso storico, che appunto comincia nel corso degli anni passati, trova nella fase storica che stiamo vivendo oggi un momento massimo di crisi e si traduce in un risultato molto banale e molto semplice da osservare, che qualunque osservatore può focalizzare con la sua lente di ingrandimento. Il nostro Paese aveva visto storicamente una partecipazione straordinaria alle forme della vita democratica; pensate all'affluenza alle elezioni politiche, così come si è determinata negli ultimi cinquant'anni. Il nostro Paese, da questo punto di vista, è stato finanche un faro e un modello per altre democrazie europee. Pensate invece a come oggi questi elementi incidono profondamente sul fatto che un pezzo sempre più significativo di opinione pubblica considera la politica, quando ci va bene, come una cosa altra, separata, diversa, che non gli interessa e, quando invece ci va male, addirittura come una cosa che gli fa schifo (se posso utilizzare questa espressione un po' forte).

È questo lo stato in cui versa il nostro Paese oggi oppure no? È quello appunto in cui le forme di democrazia e di partecipazione democratica si sono andate consumando oppure no? È quello in cui anche la forma organizzata dei partiti politici ha vissuto un elemento di crisi probabilmente irreversibile oppure no? In questo elemento di difficoltà sta l'errore politico decisivo di questa vicenda, che mi fa dire un no molto convinto, oggi in Aula e domani nel referendum costituzionale che ci sarà.

La domanda di fondo è: quali strumenti si potevano immaginare dinanzi ad una crisi di questa portata? C'erano due strade. Purtroppo, è stata scelta la strada sbagliata, quella che accentuerà questo elemento di crisi e di distacco. Una strada era quella di dire: riconosciamo che esiste un problema gigantesco, che riguarda la rappresentanza e la rappresentatività e lavoriamo, in questo Paese, per ricostruire questo elemento di nesso saltato in aria tra popolo e istituzioni. Come? Attraverso forme di partecipazione democratica, attraverso elementi di allargamento profondo della democrazia, finanche attraverso elementi di controtendenza rispetto alla linea politica generale scelta in questi anni. La linea politica generale scelta in questi anni invece era un'altra, esattamente quella che si ripercorre in questa riforma costituzionale, non soltanto senza cambiare verso, ma invece interpretando fino in fondo quel verso costruito nella narrazione degli ultimi vent'anni. La linea secondo cui la causa principale di questo elemento di difficoltà fosse da ricercarsi nella crisi della rappresentanza; si individuava pertanto, come rimedio alla crisi della rappresentanza, l'aumento dell'efficacia della governabilità. Questa tesi è stata al centro di un'intera riflessione politica ed è stata anche respinta dal popolo sovrano in qualchereferendum costituzionale passato. Anche l'esperienza di questi anni avrebbe dovuto avvertire della pericolosità di questa tesi, che magari sul breve periodo può anche avere un elemento di forza, ma che però sul medio e lungo periodo è destinata a produrre un ulteriore elemento di aggravamento della crisi già oggi molto profonda della democrazia nel nostro Paese.

Allora, io credo che a questa domanda di fondo si è proprio scelto di mettere in campo la strada politica sbagliata. Quando abbiamo detto, sgolandoci invano in questi mesi, che sarebbe servito un altro tipo di approccio, abbiamo voluto porre l'attenzione su altro punto che vorrei fosse sottolineato in questa discussione: metodo e merito, mai come in una discussione come questa segnata dal contesto con il quale ci misuriamo e abbiamo alle spalle, inevitabilmente diventano un intreccio ineludibile. Credo che quello spirito costituente, che abbiamo tante volte tentato di richiamare all'interno di quest'Aula, avrebbe dovuto suggerire un altro tipo di strada da intraprendere. Io non ho ancora capito, dinanzi a una crisi così seria come quella che attraversa oggi la democrazia italiana, perché non si può pensare di scegliere la strada maestra, che è sempre e solo una: immaginare un'Assemblea costituente, magari eletta con una legge proporzionale perfettamente rappresentativa dei corpi sociali ed elettorali del Paese, senza premi di maggioranza che squilibrino la rappresentatività reale, che possa mettere in campo un ragionamento coeso e condiviso di come si cambia e di come si migliora la Costituzione italiana. Io, che sono uno di quelli che difende fortemente la Costituzione italiana, vedo che ci sono punti rispetto ai quali andrebbero introdotti elementi di miglioramento, anche sul tema del bicameralismo, che però avrebbe meritato questo tipo di approccio e non l'idea che si potesse risolvere il problema con la strada presa.

Credo che le scelte del Governo non produrranno un avanzamento della crisi profonda che oggi attraversiamo, ma anzi diventeranno un ulteriore momento di aggravamento della crisi. Penso per queste ragioni che sarebbe servito un altro spirito per fare esattamente il contrario di quella che è stato fatto: il contrario di andare avanti a colpi di maggioranza, il contrario di quella che ho definito mille volte in quest'Aula - e lo ha fatto anche qualche mio collega nel corso di questa discussione - demagogia dall'alto, che si immagina come risposta al populismo, alla demagogia dal basso, ma che però evidentemente, non fosse altro che per definizione, è ancora più pericolosa e, in ogni caso, ancora una volta, nel lungo periodo, non risolvere il problema, anzi, lo accentua. Ci sarebbe voluto il contrario di questa idea plebiscitaria per cui si chiama il popolo sovrano a esprimersi in un referendum costituzionale, però, invece di chiedergli sostanzialmente cosa pensa della riforma costituzionale, si immette un meccanismo plebiscitario per cui "o stai con me o contro di me" stravolgendo la discussione rispetto a come sarebbe stata utile.

C'è poi la critica di merito. Spero che in campagna elettorale - sono certo che riusciremo a farlo - quando le ragioni del sì e del no potranno essere non più semplicemente una questione di cui si discute in questa Aula, ma nel Paese, avremo il tempo di metterle in fila una per una. Penso che sia un errore - lo dicevo poco fa ‑ l'idea di accentuare la tesi secondo la quale la crisi si risolve aumentando i poteri dell'Esecutivo a scapito dei poteri del Parlamento. È un errore drammatico di cui vi pentirete quando la situazione politica che ne scaturirà diventerà un elemento di difficoltà.

È evidente che legge costituzionale e legge elettorale - non dico niente perché è stata ricordata mille volte nel corso della discussione - non possono essere lette come se fossero due cose distanti. Sono, invece, talmente intrecciate da rappresentare anche qui alcuni elementi di torsione e finanche temi giganteschi come quello della pace e della guerra - tema rispetto al quale bisognerebbe avere un approccio metodologico molto rispettoso - rischiano di essere, in un combinato disposto come questo, discussione di una direzione nazionale dell'unico partito che vince le elezioni.

A me preoccupa una situazione come questa. Penso anche - e lo abbiamo detto tante volte - che il meccanismo elettorale immaginato, al di là di qualche proposta di modifica, rimane però, sostanzialmente, quello del secondo livello.

Signora Ministra, mi sono sgolato per evidenziare, in Aula, che è stato molto grave che il Parlamento non abbia mai fatto un bilancio su quelle elezioni di secondo livello, che nel nostro Paese già esistono. Forse a molti osservatori sfugge che in Italia ci sono già alcuni enti, che votano con elezioni di secondo livello. Si tratta delle cosiddette città metropolitane, che hanno sostituito le Province. In tutti i casi in cui ci siamo confrontati con quel tipo di elezione di secondo livello, nei pochi mesi in cui esse sono avvenute, hanno rappresentato il peggiore, il più volgare e il più drammatico mercato dei voti, se così lo vogliamo chiamare, o compravendita di bassissimo livello. Questa è stata, almeno nella rappresentazione italiana, l'elezione di seconda livello e, forse, prima di immaginare che addirittura una delle due Camere della Repubblica venisse eletta con questo tipo di meccanismo, andava fatto un bilancio su come hanno funzionato le elezioni di secondo livello. Penso dunque che ciò sia fortemente mancato.

Mi chiedo inoltre se non sia mai possibile che, davanti ad una crisi così strisciante della rappresentanza democratica, e dinanzi al fatto che, per l'appunto, interi segmenti sempre più ampi della popolazione guardano alla politica come ad una cosa sempre più distante, non si sia posto il tema di lavorare profondamente sugli strumenti di democrazia diretta, irrobustendoli, facendoli diventare effettivamente degli strumenti che potessero mettere in campo un contributo decisivo. Non si è fatto, però, nemmeno questo.

Credo allora che, per tutte queste ragione, il tema non è se ci sia o meno una svolta autoritaria o cose di questo genere. Il tema è che questa riforma non risolve la crisi della democrazia italiana, ma purtroppo accentuerà drammaticamente gli elementi di crisi, così come li abbiamo conosciuti. Certo, si tratta di una riforma che serve a dire che si fa qualcosa, ma non credo, onestamente, che basti semplicemente questo per poter mettere mano alla Costituzione repubblicana. Forse sarebbero servite più modestia e più umiltà, rispetto ad una Carta costituzionale che ha una sua storia e una sua dignità, talmente ampia e straordinaria, che, forse, chi ha provato a difenderla, in questi anni, avrebbe dovuto essere ascoltato di più, invece che essere etichettato semplicemente come nemico del cambiamento. Quest'Aula è stata sorda dinanzi a tali elementi, che sono stati avanzati ormai da molti mesi a questa parte. È stata sorda di fronte alle opposizioni, pur diversissime: ci troviamo di fronte a questa vera anomalia, per cui la riforma non sarà condivisa da opposizioni che la pensano in maniera opposta su molte cose. Queste opposizioni, che la pensano in maniera opposta su tantissime cose, ritengono invece che, sulle regole di fondo - sulle regole: non sulle linee politiche e sulle culture politiche - sarebbero serviti invece quell'approfondimento, quella sintesi e quell'avanzamento, che avrebbero forse consentito al Paese di provare a cambiare verso, rispetto alla crisi profonda in cui siamo finiti in questi anni.

Credo però che non sarà così e credo che, per l'appunto, se questa riforma dovesse essere approvata, se il referendum dovesse confermarla e se dovesse essere accompagnata, come sarà, dalla legge elettorale attualmente in vigore, ciò rappresenterebbe per la democrazia italiana un pericoloso, sbagliato e grave punto di arretramento. Penso però anche che, per fortuna, la saggezza dei Padri costituenti, quando scrissero la Carta costituzionale, tanti anni fa, diede comunque al popolo sovrano la possibilità di dire la parola finale. Nonostante tutto, credo molto alla serietà, alla capacità e anche alla lungimiranza del popolo sovrano e penso che, anche questa volta, saprà fare un lavoro migliore dei suoi rappresentanti. (Applausi dal Gruppo Misto-SEL e Misto-AEcT).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Chiavaroli. Ne ha facoltà.