Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 563 del 20/01/2016
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CHIAVAROLI (AP (NCD-UDC)). Signor Presidente, signora Ministra, onorevoli colleghi, il disegno di legge di riforma costituzionale che ci accingiamo a votare in quest'Aula ci ha affidato un compito oneroso e di grande responsabilità. Oggi stiamo cambiando l'assetto della nostra Carta fondamentale, quell'insieme di regole che ha garantito per oltre sessant'anni - certamente in modo ora più efficace ora meno - una funzione democratica piena. Oggi stiamo cambiando il nostro Paese e con esso il nostro futuro.
Quanto tempo è passato da quando si cominciò per la prima volta a sostenere la necessità di cambiare la Costituzione? Da oltre trent'anni l'Italia aspetta una riforma del suo assetto istituzionale, per i limiti evidenti che esso ha mostrato nel garantire al Paese una capacità decisionale tempestiva quanto ponderata. Ci provarono in passato altri illustri colleghi, senza mai riuscire in quell'intento per il prevalere della paura del cambiamento. Furono accusati, allora come ora, di autoritarismo da quegli stessi che ora come allora organizzano e mobilitano i comitati del no, che però è sempre stato un no a prescindere. Lasciatemi dire che dispiace vedere oggi schierati sulle stesse posizioni di rifiuto a prescindere i partiti di centrodestra, per ragioni che appaiono più legate alla contingenza politica che non alla loro storia e alla loro stessa prospettiva.
Tuttavia, onorevoli colleghi, non è più il tempo del gattopardismo. Non possiamo più permettercelo. Lo dobbiamo ai nostri figli, ai quali già abbiamo sottratto troppo delle loro speranze e del loro futuro. Non è il decisionismo esasperato di un Governo di coalizione a sostenerlo, ma sono i tempi e i modi della politica. C'è la necessità di riformare un sistema istituzionale che risale ad un'epoca storica superata e che ha mostrato tutti i suoi limiti. Sono i nuovi assetti internazionali, gli andamenti dei mercati finanziari, l'emergenza emigrazione, i problemi della sicurezza, la profonda crisi sociale prima che economica e politica di cui ancora curiamo le ferite ad imporci un ammodernamento del nostro sistema istituzionale, che non può più essere rimandato. Non dobbiamo, non possiamo lasciare alle generazioni future un Paese incapace di affrontare l'imprevedibilità politica ed economica con i tempi e i modi giusti.
Allo scoppio della crisi dei debiti sovrani e dell'economia reale, l'Italia si è mostrata vulnerabile, più degli altri Paesi dell'Unione europea, a causa di un sistema istituzionale che non è stato in grado di reagire velocemente e che non è sembrato in grado di esprimere un indirizzo politico stabile. Noi tutti in quest'Aula non possiamo aver dimenticato lo stallo venutosi a creare dopo le elezioni politiche del 2013. Questa legislatura nacque con fatica, senza una maggioranza, senza la possibilità di formare un nuovo Governo, né di riuscire ad eleggere un nuovo Presidente della Repubblica. Fu l'apporto generoso del presidente Napolitano e dei rappresentanti delle due coalizioni maggiormente rappresentative a far sì che si riuscisse a mettere fine ad uno stallo istituzionale che avrebbe messo in ginocchio il Paese, che lo avrebbe reso ancora più vulnerabile agli occhi degli alleati europei, esposto alle peggiori speculazioni finanziarie.
Questa riforma scrive le condizioni affinché quanto accaduto, ovvero la nascita di un governo di larghe intese, non avvenga più per necessità e per imposizione.
Certo quella che ci apprestiamo ad approvare non è la riforma perfetta. Non lo è questa come non lo fu quella del 1948. Basta leggere gli atti e le dichiarazioni di quei mesi che portarono alla promulgazione della Carta per capire che fu il frutto di un compromesso che molti allora considerarono al ribasso, ma necessario se si voleva scongiurare il rischio di una nuova deriva autoritaria.
Ecco, neppure questa è la riforma perfetta. Un po' per definizione - così come per la Carta del 1948, che a lungo è stata considerata la Costituzione migliore del mondo, ne scopriremo solo vivendo i limiti - e molto per i compromessi interni alla maggioranza che l'ha approvata.
Ad esempio, un limite è la mancata modifica degli articoli della Costituzione riguardanti direttamente la forma dì governo, per cui non vi saranno quei «dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità di governo» chiesti dal famoso ordine del giorno Perassi, approvato dall'Assemblea costituente.
Un altro limite è il non aver previsto una norma di chiusura per l'elezione del Presidente della Repubblica. Il quorum dei tre quinti potrebbe determinare una situazione di impasse pericolosa, mentre sarebbe stato preferibile ampliare il collegio di elezione del Presidente della Repubblica, prevedendo un quorum pari alla maggioranza assoluta.
Ma questa riforma non sarà la morte del Parlamento, come - ahimè! - ho sentito dire in quest'Aula. Non sarà la fine della democrazia, ma non sarà l'ennesima occasione perduta. Al contrario, questa riforma nasce per rafforzare la forma di governo parlamentare, valorizzando la sede della rappresentanza in una più serrata ed efficiente dialettica con la maggioranza di governo scelta dagli elettori.
Grazie a questa riforma non ci si potrà più nascondere dietro le lungaggini delle staffette tra le due Camere, non si potrà più giocare allo "scarica barile" tra i due rami del Parlamento. La semplificazione dell'iter di formazione delle leggi sarà l'occasione per concentrare e rendere più efficace il confronto in Parlamento sulle scelte di fondo. E l'operato del Parlamento sarà chiaro agli elettori, che avranno quindi maggiori poteri per giudicare l'attività svolta. Altro che fine della democrazia!
I cittadini, onorevoli colleghi, come ben sappiamo, stanno perdendo la fiducia nell'istituzione che abbiamo l'onore di rappresentare per la "lentocrazia" dei veti e controveti di un vetusto bicameralismo paritario. Per questo ritengo sia di straordinaria importanza l'introduzione della cosiddetta corsia preferenziale per i disegni essenziali per l'attuazione del programma di governo, con deliberazione a data certa, entro un massimo di novanta giorni. Un tempo congruo per discutere e per migliorare il disegno di legge, prerogativa imprescindibile del Parlamento. Un tempo, però, alla fine del quale bisogna decidere. Solo così saremo capaci di avere governi che eviteranno dì abusare della decretazione di urgenza, dei maxiemendamenti e dei voti di fiducia, modalità di intervento che qualsiasi esecutivo ha utilizzato per poter governare.
Chi ritiene che questa riforma porterà ad una deriva autoritaria, sbaglia profondamente. Basti pensare che il Governo, come già sottolineato, non avrà i poteri che hanno le altre democrazie europee. Il Presidente del Consiglio non potrà revocare i ministri, né proporre il ricorso anticipato alle urne, né porre il veto sulle deliberazioni che comportino oneri per la finanza pubblica.
Ma c'è un altro aspetto che mi preme oggi qui sottolineare. Finalmente questa riforma mira a raddrizzare l'albero storto di quel federalismo in cui ha predominato la irresponsabilità degli amministratori regionali e locali. La trasformazione del Senato in Senato delle autonomie: non più, quindi una seconda Camera politica, ma una Camera che rappresenterà le autonomie territoriali al fine di superare gli errori posti dalla modifica del Titolo V realizzata nel 2001. Quella riforma, frettolosa aggiungiamo oggi con la prova dei fatti, con una ripartizione di competenze mal concepita tra Stato centrale e Regioni, ha di fatto alimentato il contenzioso costituzionale, moltiplicando i titolari di poteri di veto finendo per paralizzare il sistema, con danni enormi per l'economia del nostro Paese.
Il nuovo Titolo V, invece, riconferisce centralità allo Stato unitario. La ricentralizzazione di una serie di materie, impropriamente attribuita alla competenza concorrente dalla revisione del 2001, sarà però ampiamente compensata, dalla partecipazione di Regioni e Comuni all'attuazione delle politiche pubbliche nazionali e delle leggi dello Stato, attraverso la presenza in Senato dei loro rappresentanti.
Mi auguro che i futuri membri che faranno parte del Senato delle autonomie sapranno comprendere l'importanza di questo obiettivo.
Mi preme ricordare a tutti che prima di arrivare a quest'ultima lettura la riforma è stata ampiamente condivisa in Parlamento, anche da forze politiche di opposizione. Parlare di uno strappo istituzionale della maggioranza mi sembra a dir poco fuori luogo. Questa riforma è frutto prima di tutto del lavoro della commissione dei saggi istituita ad hoc dal Governo Letta, dell'operato delle Commissioni affari costituzionali che hanno migliorato il testo presentato dal Governo, grazie anche all'apporto dei colleghi dì Forza Italia che votarono favorevolmente la prima lettura sia in Senato che alla Camera.
Quello che oggi qui stiamo per portare a termine, cari colleghi, non è il punto di arrivo, ma è solo una tappa fondamentale di un cammino ben più lungo di riforme istituzionali, economiche e sociali, che hanno l'obiettivo di realizzare il progetto di un Paese migliore di quello che ci è stato affidato. Ai cittadini spetterà l'ultima parola mediante il referendum confermativo, ma siamo certi che sapranno condividere con tutti noi che oggi ci apprestiamo a votare la riforma la costruzione di uno Stato più moderno, più efficiente, più competitivo. (Applausi dal Gruppo AP (NCD-UDC). Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Giarrusso. Ne ha facoltà.