Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 563 del 20/01/2016

Ripresa della discussione del disegno di legge costituzionale n. 1429-D (ore 16,32)

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Repetti. Ne ha facoltà.

REPETTI (AL-A). Signor Presidente, signora Ministra, il lungo iter di approvazione della riforma costituzionale sta finalmente giungendo a conclusione.

Si tratta di una riforma che ha un grande valore storico, se non altro per il fatto di essere attesa da decenni. Da decenni, infatti, le forze politiche e il Parlamento ne hanno discusso senza arrivare mai ad una conclusione e senza che mai i tanti progetti presentati in Parlamento giungessero ad un'approvazione definitiva.

Può sorprendere anche il fatto che questa legislatura, nata con una forte instabilità politica, sia divenuta una legislatura costituente, mentre nel passato Parlamenti con maggioranze ben più ampie e solide non avevano saputo portare a termine riforme solennemente annunciate.

Questo - occorre riconoscerlo - si deve soprattutto all'accelerazione impressa alla politica dal segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, poi divenuto Presidente del Consiglio. Ciò ha fatto sì che la legislatura potesse divenire una legislatura delle riforme istituzionali e delle riforme economiche, elementi strettamente collegati, che, a mio avviso, costituiscono le due facce di una stessa medaglia.

Non ci può essere infatti stabilità politica e azione riformatrice del Governo se le istituzioni non vengono ammodernate e adattate ad un contesto che, oggi più che mai, richiede decisioni rapide e tempestive, dunque l'abolizione del bicameralismo perfetto e il rafforzamento del potere esecutivo pur nel rispetto dei poteri di controllo del Parlamento.

Come sappiamo, nel passato destra e sinistra hanno vicendevolmente bocciato le riforme proposte dagli altri, azzerando sempre il lavoro intrapreso dagli altri ed imponendo sempre di ricominciare da capo. In questa legislatura, invece, l'accordo sulle riforme fra il Partito Democratico, tra la maggioranza e Forza Italia, aveva fatto sperare, al di là dei numeri in Parlamento, che questo gioco finisse e si potesse finalmente approvare una nuova legge elettorale e la riforma delle istituzioni con un patto condiviso nell'interesse del Paese.

Purtroppo questo patto è stato rinnegato, come sappiamo, e a mio avviso irragionevolmente. C'è chi però, come il nuovo Gruppo parlamentare di AL-A, cui appartengo, non intende cambiare idea e non intende cambiare posizione senza una ragione plausibile e argomentata. E anche con il contributo di AL-A le riforme tanto attese e necessarie al nostro Paese saranno approvate dal Parlamento.

Le forze di opposizione tuttavia si propongono di bocciarle al referendum. Per correttezza e per onestà, va detto che vi sono forze politiche che possono vantare almeno una coerenza in questa opposizione. (Commenti dal Gruppo M5S). Parlo di voi. Ma ve ne sono altre che incomprensibilmente, avendo incluso nel proprio programma il rinnovamento delle istituzioni e soprattutto avendo approvato questa riforma al primo passaggio parlamentare per poi rinnegarla, oggi si uniscono al coro di chi vuole bocciarla. Avremo così un fronte per l'abolizione delle riforme che va dalla Lega a Fassina, da Forza Italia a Di Pietro e Rodotà, dalla Meloni al Movimento 5 Stelle: tutti insieme per la conservazione dell'esistente che non funziona, che è una delle cause del fallimento del sistema politico italiano. Proprio per queste assurdità sono infatti convinta che a trasformare il referendum in un sì o in un no al presidente Renzi - e non a caso dico al presidente Renzi e non al Governo - non sia il Premier ma l'opposizione, che forma un'assurda e non credibile accozzaglia pur di contestare 1'operato di Renzi, nell'illusione di dare una spallata al Governo prescindendo dai contenuti di una riforma.

Ebbene, credo che i cittadini sapranno comprendere l'ennesimo inganno e atto d'irresponsabilità di certe forze politiche, di chi parla di cambiamento e poi si oppone strenuamente all'unico cambiamento che il Parlamento ha reso possibile e che può permettere di uscire dalla paralisi di questi anni. Dunque chi chiederà ai cittadini italiani di votare no al referendum per cancellare una riforma che supera finalmente il bicameralismo perfetto, dovrà spiegarne le ragioni. Chi chiederà di votare no ad una riforma che istituisce una Assemblea delle autonomie locali, come completamento del federalismo, dovrà dire il perché. Chi chiederà di votare no alla revisione della famigerata riforma del Titolo V della Costituzione, che, per ammissione universale ha paralizzato l'azione di governo nazionale a causa di un'endemica conflittualità e di un'assoluta confusione fra i diversi poteri dello Stato, dovrà dare delle spiegazioni. Chi infine chiederà di votare no a una riforma che semplifica le procedure di approvazione delle leggi, restituendo una vera centralità al Parlamento, dovrà rendere conto di questa sciagurata scelta di fronte alle generazioni future.

Io sono convinta, tuttavia, che gli italiani sapranno comprendere la faziosità di questa opposizione che raggruppa forze politiche così lontane e diverse, unite dal solo scopo di non riconoscere il merito di questa maggioranza e di questo Governo nel dare una svolta epocale alle istituzioni.

Sono convinta che gli italiani sapranno compiere la scelta migliore, quella che farà fare dei passi in avanti all'Italia in fatto di progresso economico e sociale e in fatto di diritti e di civiltà democratica. E l'esito di questo referendum segnerà un rinnovamento profondo della vita politica italiana.

Dunque, signor Presidente, signora Ministra, al referendum votare sì sarà un sì al futuro; votare sì sarà un sì al cambiamento; votare sì sarà il sì ad un'Italia che vuole diventare un Paese finalmente moderno, capace di affrontare le dure sfide che abbiamo di fronte a noi.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Cristofaro. Ne ha facoltà.

DE CRISTOFARO (Misto-SEL). Signor Presidente, farò alcune considerazioni anche perché ormai da diversi mesi in quest'Aula mi è capitato, a me come ai colleghi del mio Gruppo, di spiegare le ragioni per cui, con grande convinzione e con grande forza elettorale, non condividiamo e respingeremo, insieme al popolo sovrano, questa idea sbagliata di riforma costituzionale.

Per motivare le ragioni per cui penso che l'operazione politica fatta dalla maggioranza di Governo in questi mesi sia stata profondamente sbagliata, vorrei partire da una riflessione di fondo e contestualizzare la discussione che facciamo questa sera che rischia, e ha rischiato sempre in questi mesi, di essere presentata come slegata rispetto al contesto politico e finanche al contesto sociale che viviamo. Innanzitutto, dopo avere ascoltato l'intervento del mio collega, senatore Fornaro, io vorrei dire che condivido un elemento del suo ragionamento, soprattutto quanto da lui detto in premessa.

Noi viviamo davvero dentro una fase storico molto particolare, nella quale abbiamo a che fare con una sorta di paradosso: la democrazia che diventa, fortunatamente, la forma di Governo più significativa in molti Paesi del mondo, con un livello crescente molto importante rispetto anche a pochi anni fa. Finalmente, tanti Paesi del globo assumono la forma democratica come unica forma possibile di Governo.

Dentro, però, questa espansione delle forme democratiche, c'è la crisi profonda della democrazia rappresentativa e naturalmente tutto quanto ciò significa. Anche nel nostro Paese, infatti, abbiamo visto come sia stato stringente e penetrante questo elemento di crisi. Mi pare questo un punto di fondo della discussione che stiamo svolgendo, perché io dico al Governo che, a mio avviso, l'errore più significativo di questa discussione nasce su questo tema.

Noi, Paese Italia, avremmo dovuto, nel momento in cui andavamo a riformare la Costituzione, innanzitutto porci questo problema: dinanzi a questi elementi di crisi quali sono gli strumenti più efficaci per contrastarli e come si inverte la tendenza rispetto a quanto è accaduto in questi anni. Vorrei aggiungere un ulteriore elemento di premessa, che è l'altro punto che mi sembra essere completamente mancato nella riflessione di tutti questi mesi.

Io ritengo vi sia un grande elemento di sottovalutazione, di come la crisi sociale e la crisi economica che incombono drammaticamente da una parte e la crisi morale con la perdita di rappresentatività finanche dei corpi intermedi, così come li abbiamo conosciuti storicamente, rappresentano una miscela potenzialmente esplosiva rispetto alla quale le risposte che una maggioranza di Governo che si fa carico fino in fondo della gravità di questi processi avrebbe dovuto mettere in campo.

Non sottovalutate questo aspetto. Nel nostro Paese un combinato disposto così potente (crisi economica da una parte e crisi morale dall'altra) non l'abbiamo mai conosciuto nella storia recente, e anche meno recente.

Certo, c'è stata una fase storica in cui la crisi economica era molto strisciante, molto forte e molto pervasiva. Pensate all'Italia che usciva dalla guerra, alla miseria nera che attraversava il nostro Paese, alla gente che scappava ed era costretta ad emigrare. Però, dentro quella fase storica così difficile e così complessa e a quella fase economica così strisciante, perlomeno avevi un punto di riferimento: una classe dirigente, una speranza, una possibilità. Insomma, sì, c'era la crisi economica, ma c'era anche la moralità della politica, i Padri costituenti, le grandi storie che abbiamo dietro di noi, il Novecento in tutto il suo peso, in questo caso sì davvero straordinario.

Ci sono stati invece momenti in cui abbiamo vissuto situazioni opposte: grande crisi morale, grande crisi democratica, crisi della rappresentanza, i partiti politici in situazione di grandissima difficoltà, però almeno un'economia che reggeva o che, comunque, non era stretta nella tenaglia con cui combatte in questi anni.

Noi ci troviamo invece, in questa fase storica, con un combinato disposto anomalo per la storia di questo Paese, in cui questi elementi, la crisi sociale, la crisi economica e la crisi morale, sono esattamente il tema attorno al quale si determina l'elemento di crisi della democrazia rappresentativa. Non è che l'elemento di crisi della democrazia rappresentativa nasce dalla sera alla mattina. Esso nasce dentro un percorso storico, che appunto comincia nel corso degli anni passati, trova nella fase storica che stiamo vivendo oggi un momento massimo di crisi e si traduce in un risultato molto banale e molto semplice da osservare, che qualunque osservatore può focalizzare con la sua lente di ingrandimento. Il nostro Paese aveva visto storicamente una partecipazione straordinaria alle forme della vita democratica; pensate all'affluenza alle elezioni politiche, così come si è determinata negli ultimi cinquant'anni. Il nostro Paese, da questo punto di vista, è stato finanche un faro e un modello per altre democrazie europee. Pensate invece a come oggi questi elementi incidono profondamente sul fatto che un pezzo sempre più significativo di opinione pubblica considera la politica, quando ci va bene, come una cosa altra, separata, diversa, che non gli interessa e, quando invece ci va male, addirittura come una cosa che gli fa schifo (se posso utilizzare questa espressione un po' forte).

È questo lo stato in cui versa il nostro Paese oggi oppure no? È quello appunto in cui le forme di democrazia e di partecipazione democratica si sono andate consumando oppure no? È quello in cui anche la forma organizzata dei partiti politici ha vissuto un elemento di crisi probabilmente irreversibile oppure no? In questo elemento di difficoltà sta l'errore politico decisivo di questa vicenda, che mi fa dire un no molto convinto, oggi in Aula e domani nel referendum costituzionale che ci sarà.

La domanda di fondo è: quali strumenti si potevano immaginare dinanzi ad una crisi di questa portata? C'erano due strade. Purtroppo, è stata scelta la strada sbagliata, quella che accentuerà questo elemento di crisi e di distacco. Una strada era quella di dire: riconosciamo che esiste un problema gigantesco, che riguarda la rappresentanza e la rappresentatività e lavoriamo, in questo Paese, per ricostruire questo elemento di nesso saltato in aria tra popolo e istituzioni. Come? Attraverso forme di partecipazione democratica, attraverso elementi di allargamento profondo della democrazia, finanche attraverso elementi di controtendenza rispetto alla linea politica generale scelta in questi anni. La linea politica generale scelta in questi anni invece era un'altra, esattamente quella che si ripercorre in questa riforma costituzionale, non soltanto senza cambiare verso, ma invece interpretando fino in fondo quel verso costruito nella narrazione degli ultimi vent'anni. La linea secondo cui la causa principale di questo elemento di difficoltà fosse da ricercarsi nella crisi della rappresentanza; si individuava pertanto, come rimedio alla crisi della rappresentanza, l'aumento dell'efficacia della governabilità. Questa tesi è stata al centro di un'intera riflessione politica ed è stata anche respinta dal popolo sovrano in qualchereferendum costituzionale passato. Anche l'esperienza di questi anni avrebbe dovuto avvertire della pericolosità di questa tesi, che magari sul breve periodo può anche avere un elemento di forza, ma che però sul medio e lungo periodo è destinata a produrre un ulteriore elemento di aggravamento della crisi già oggi molto profonda della democrazia nel nostro Paese.

Allora, io credo che a questa domanda di fondo si è proprio scelto di mettere in campo la strada politica sbagliata. Quando abbiamo detto, sgolandoci invano in questi mesi, che sarebbe servito un altro tipo di approccio, abbiamo voluto porre l'attenzione su altro punto che vorrei fosse sottolineato in questa discussione: metodo e merito, mai come in una discussione come questa segnata dal contesto con il quale ci misuriamo e abbiamo alle spalle, inevitabilmente diventano un intreccio ineludibile. Credo che quello spirito costituente, che abbiamo tante volte tentato di richiamare all'interno di quest'Aula, avrebbe dovuto suggerire un altro tipo di strada da intraprendere. Io non ho ancora capito, dinanzi a una crisi così seria come quella che attraversa oggi la democrazia italiana, perché non si può pensare di scegliere la strada maestra, che è sempre e solo una: immaginare un'Assemblea costituente, magari eletta con una legge proporzionale perfettamente rappresentativa dei corpi sociali ed elettorali del Paese, senza premi di maggioranza che squilibrino la rappresentatività reale, che possa mettere in campo un ragionamento coeso e condiviso di come si cambia e di come si migliora la Costituzione italiana. Io, che sono uno di quelli che difende fortemente la Costituzione italiana, vedo che ci sono punti rispetto ai quali andrebbero introdotti elementi di miglioramento, anche sul tema del bicameralismo, che però avrebbe meritato questo tipo di approccio e non l'idea che si potesse risolvere il problema con la strada presa.

Credo che le scelte del Governo non produrranno un avanzamento della crisi profonda che oggi attraversiamo, ma anzi diventeranno un ulteriore momento di aggravamento della crisi. Penso per queste ragioni che sarebbe servito un altro spirito per fare esattamente il contrario di quella che è stato fatto: il contrario di andare avanti a colpi di maggioranza, il contrario di quella che ho definito mille volte in quest'Aula - e lo ha fatto anche qualche mio collega nel corso di questa discussione - demagogia dall'alto, che si immagina come risposta al populismo, alla demagogia dal basso, ma che però evidentemente, non fosse altro che per definizione, è ancora più pericolosa e, in ogni caso, ancora una volta, nel lungo periodo, non risolvere il problema, anzi, lo accentua. Ci sarebbe voluto il contrario di questa idea plebiscitaria per cui si chiama il popolo sovrano a esprimersi in un referendum costituzionale, però, invece di chiedergli sostanzialmente cosa pensa della riforma costituzionale, si immette un meccanismo plebiscitario per cui "o stai con me o contro di me" stravolgendo la discussione rispetto a come sarebbe stata utile.

C'è poi la critica di merito. Spero che in campagna elettorale - sono certo che riusciremo a farlo - quando le ragioni del sì e del no potranno essere non più semplicemente una questione di cui si discute in questa Aula, ma nel Paese, avremo il tempo di metterle in fila una per una. Penso che sia un errore - lo dicevo poco fa ‑ l'idea di accentuare la tesi secondo la quale la crisi si risolve aumentando i poteri dell'Esecutivo a scapito dei poteri del Parlamento. È un errore drammatico di cui vi pentirete quando la situazione politica che ne scaturirà diventerà un elemento di difficoltà.

È evidente che legge costituzionale e legge elettorale - non dico niente perché è stata ricordata mille volte nel corso della discussione - non possono essere lette come se fossero due cose distanti. Sono, invece, talmente intrecciate da rappresentare anche qui alcuni elementi di torsione e finanche temi giganteschi come quello della pace e della guerra - tema rispetto al quale bisognerebbe avere un approccio metodologico molto rispettoso - rischiano di essere, in un combinato disposto come questo, discussione di una direzione nazionale dell'unico partito che vince le elezioni.

A me preoccupa una situazione come questa. Penso anche - e lo abbiamo detto tante volte - che il meccanismo elettorale immaginato, al di là di qualche proposta di modifica, rimane però, sostanzialmente, quello del secondo livello.

Signora Ministra, mi sono sgolato per evidenziare, in Aula, che è stato molto grave che il Parlamento non abbia mai fatto un bilancio su quelle elezioni di secondo livello, che nel nostro Paese già esistono. Forse a molti osservatori sfugge che in Italia ci sono già alcuni enti, che votano con elezioni di secondo livello. Si tratta delle cosiddette città metropolitane, che hanno sostituito le Province. In tutti i casi in cui ci siamo confrontati con quel tipo di elezione di secondo livello, nei pochi mesi in cui esse sono avvenute, hanno rappresentato il peggiore, il più volgare e il più drammatico mercato dei voti, se così lo vogliamo chiamare, o compravendita di bassissimo livello. Questa è stata, almeno nella rappresentazione italiana, l'elezione di seconda livello e, forse, prima di immaginare che addirittura una delle due Camere della Repubblica venisse eletta con questo tipo di meccanismo, andava fatto un bilancio su come hanno funzionato le elezioni di secondo livello. Penso dunque che ciò sia fortemente mancato.

Mi chiedo inoltre se non sia mai possibile che, davanti ad una crisi così strisciante della rappresentanza democratica, e dinanzi al fatto che, per l'appunto, interi segmenti sempre più ampi della popolazione guardano alla politica come ad una cosa sempre più distante, non si sia posto il tema di lavorare profondamente sugli strumenti di democrazia diretta, irrobustendoli, facendoli diventare effettivamente degli strumenti che potessero mettere in campo un contributo decisivo. Non si è fatto, però, nemmeno questo.

Credo allora che, per tutte queste ragione, il tema non è se ci sia o meno una svolta autoritaria o cose di questo genere. Il tema è che questa riforma non risolve la crisi della democrazia italiana, ma purtroppo accentuerà drammaticamente gli elementi di crisi, così come li abbiamo conosciuti. Certo, si tratta di una riforma che serve a dire che si fa qualcosa, ma non credo, onestamente, che basti semplicemente questo per poter mettere mano alla Costituzione repubblicana. Forse sarebbero servite più modestia e più umiltà, rispetto ad una Carta costituzionale che ha una sua storia e una sua dignità, talmente ampia e straordinaria, che, forse, chi ha provato a difenderla, in questi anni, avrebbe dovuto essere ascoltato di più, invece che essere etichettato semplicemente come nemico del cambiamento. Quest'Aula è stata sorda dinanzi a tali elementi, che sono stati avanzati ormai da molti mesi a questa parte. È stata sorda di fronte alle opposizioni, pur diversissime: ci troviamo di fronte a questa vera anomalia, per cui la riforma non sarà condivisa da opposizioni che la pensano in maniera opposta su molte cose. Queste opposizioni, che la pensano in maniera opposta su tantissime cose, ritengono invece che, sulle regole di fondo - sulle regole: non sulle linee politiche e sulle culture politiche - sarebbero serviti invece quell'approfondimento, quella sintesi e quell'avanzamento, che avrebbero forse consentito al Paese di provare a cambiare verso, rispetto alla crisi profonda in cui siamo finiti in questi anni.

Credo però che non sarà così e credo che, per l'appunto, se questa riforma dovesse essere approvata, se il referendum dovesse confermarla e se dovesse essere accompagnata, come sarà, dalla legge elettorale attualmente in vigore, ciò rappresenterebbe per la democrazia italiana un pericoloso, sbagliato e grave punto di arretramento. Penso però anche che, per fortuna, la saggezza dei Padri costituenti, quando scrissero la Carta costituzionale, tanti anni fa, diede comunque al popolo sovrano la possibilità di dire la parola finale. Nonostante tutto, credo molto alla serietà, alla capacità e anche alla lungimiranza del popolo sovrano e penso che, anche questa volta, saprà fare un lavoro migliore dei suoi rappresentanti. (Applausi dal Gruppo Misto-SEL e Misto-AEcT).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Chiavaroli. Ne ha facoltà.

CHIAVAROLI (AP (NCD-UDC)). Signor Presidente, signora Ministra, onorevoli colleghi, il disegno di legge di riforma costituzionale che ci accingiamo a votare in quest'Aula ci ha affidato un compito oneroso e di grande responsabilità. Oggi stiamo cambiando l'assetto della nostra Carta fondamentale, quell'insieme di regole che ha garantito per oltre sessant'anni - certamente in modo ora più efficace ora meno - una funzione democratica piena. Oggi stiamo cambiando il nostro Paese e con esso il nostro futuro.

Quanto tempo è passato da quando si cominciò per la prima volta a sostenere la necessità di cambiare la Costituzione? Da oltre trent'anni l'Italia aspetta una riforma del suo assetto istituzionale, per i limiti evidenti che esso ha mostrato nel garantire al Paese una capacità decisionale tempestiva quanto ponderata. Ci provarono in passato altri illustri colleghi, senza mai riuscire in quell'intento per il prevalere della paura del cambiamento. Furono accusati, allora come ora, di autoritarismo da quegli stessi che ora come allora organizzano e mobilitano i comitati del no, che però è sempre stato un no a prescindere. Lasciatemi dire che dispiace vedere oggi schierati sulle stesse posizioni di rifiuto a prescindere i partiti di centrodestra, per ragioni che appaiono più legate alla contingenza politica che non alla loro storia e alla loro stessa prospettiva.

Tuttavia, onorevoli colleghi, non è più il tempo del gattopardismo. Non possiamo più permettercelo. Lo dobbiamo ai nostri figli, ai quali già abbiamo sottratto troppo delle loro speranze e del loro futuro. Non è il decisionismo esasperato di un Governo di coalizione a sostenerlo, ma sono i tempi e i modi della politica. C'è la necessità di riformare un sistema istituzionale che risale ad un'epoca storica superata e che ha mostrato tutti i suoi limiti. Sono i nuovi assetti internazionali, gli andamenti dei mercati finanziari, l'emergenza emigrazione, i problemi della sicurezza, la profonda crisi sociale prima che economica e politica di cui ancora curiamo le ferite ad imporci un ammodernamento del nostro sistema istituzionale, che non può più essere rimandato. Non dobbiamo, non possiamo lasciare alle generazioni future un Paese incapace di affrontare l'imprevedibilità politica ed economica con i tempi e i modi giusti.

Allo scoppio della crisi dei debiti sovrani e dell'economia reale, l'Italia si è mostrata vulnerabile, più degli altri Paesi dell'Unione europea, a causa di un sistema istituzionale che non è stato in grado di reagire velocemente e che non è sembrato in grado di esprimere un indirizzo politico stabile. Noi tutti in quest'Aula non possiamo aver dimenticato lo stallo venutosi a creare dopo le elezioni politiche del 2013. Questa legislatura nacque con fatica, senza una maggioranza, senza la possibilità di formare un nuovo Governo, né di riuscire ad eleggere un nuovo Presidente della Repubblica. Fu l'apporto generoso del presidente Napolitano e dei rappresentanti delle due coalizioni maggiormente rappresentative a far sì che si riuscisse a mettere fine ad uno stallo istituzionale che avrebbe messo in ginocchio il Paese, che lo avrebbe reso ancora più vulnerabile agli occhi degli alleati europei, esposto alle peggiori speculazioni finanziarie.

Questa riforma scrive le condizioni affinché quanto accaduto, ovvero la nascita di un governo di larghe intese, non avvenga più per necessità e per imposizione.

Certo quella che ci apprestiamo ad approvare non è la riforma perfetta. Non lo è questa come non lo fu quella del 1948. Basta leggere gli atti e le dichiarazioni di quei mesi che portarono alla promulgazione della Carta per capire che fu il frutto di un compromesso che molti allora considerarono al ribasso, ma necessario se si voleva scongiurare il rischio di una nuova deriva autoritaria.

Ecco, neppure questa è la riforma perfetta. Un po' per definizione - così come per la Carta del 1948, che a lungo è stata considerata la Costituzione migliore del mondo, ne scopriremo solo vivendo i limiti - e molto per i compromessi interni alla maggioranza che l'ha approvata.

Ad esempio, un limite è la mancata modifica degli articoli della Costituzione riguardanti direttamente la forma dì governo, per cui non vi saranno quei «dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità di governo» chiesti dal famoso ordine del giorno Perassi, approvato dall'Assemblea costituente.

Un altro limite è il non aver previsto una norma di chiusura per l'elezione del Presidente della Repubblica. Il quorum dei tre quinti potrebbe determinare una situazione di impasse pericolosa, mentre sarebbe stato preferibile ampliare il collegio di elezione del Presidente della Repubblica, prevedendo un quorum pari alla maggioranza assoluta.

Ma questa riforma non sarà la morte del Parlamento, come - ahimè! - ho sentito dire in quest'Aula. Non sarà la fine della democrazia, ma non sarà l'ennesima occasione perduta. Al contrario, questa riforma nasce per rafforzare la forma di governo parlamentare, valorizzando la sede della rappresentanza in una più serrata ed efficiente dialettica con la maggioranza di governo scelta dagli elettori.

Grazie a questa riforma non ci si potrà più nascondere dietro le lungaggini delle staffette tra le due Camere, non si potrà più giocare allo "scarica barile" tra i due rami del Parlamento. La semplificazione dell'iter di formazione delle leggi sarà l'occasione per concentrare e rendere più efficace il confronto in Parlamento sulle scelte di fondo. E l'operato del Parlamento sarà chiaro agli elettori, che avranno quindi maggiori poteri per giudicare l'attività svolta. Altro che fine della democrazia!

I cittadini, onorevoli colleghi, come ben sappiamo, stanno perdendo la fiducia nell'istituzione che abbiamo l'onore di rappresentare per la "lentocrazia" dei veti e controveti di un vetusto bicameralismo paritario. Per questo ritengo sia di straordinaria importanza l'introduzione della cosiddetta corsia preferenziale per i disegni essenziali per l'attuazione del programma di governo, con deliberazione a data certa, entro un massimo di novanta giorni. Un tempo congruo per discutere e per migliorare il disegno di legge, prerogativa imprescindibile del Parlamento. Un tempo, però, alla fine del quale bisogna decidere. Solo così saremo capaci di avere governi che eviteranno dì abusare della decretazione di urgenza, dei maxiemendamenti e dei voti di fiducia, modalità di intervento che qualsiasi esecutivo ha utilizzato per poter governare.

Chi ritiene che questa riforma porterà ad una deriva autoritaria, sbaglia profondamente. Basti pensare che il Governo, come già sottolineato, non avrà i poteri che hanno le altre democrazie europee. Il Presidente del Consiglio non potrà revocare i ministri, né proporre il ricorso anticipato alle urne, né porre il veto sulle deliberazioni che comportino oneri per la finanza pubblica.

Ma c'è un altro aspetto che mi preme oggi qui sottolineare. Finalmente questa riforma mira a raddrizzare l'albero storto di quel federalismo in cui ha predominato la irresponsabilità degli amministratori regionali e locali. La trasformazione del Senato in Senato delle autonomie: non più, quindi una seconda Camera politica, ma una Camera che rappresenterà le autonomie territoriali al fine di superare gli errori posti dalla modifica del Titolo V realizzata nel 2001. Quella riforma, frettolosa aggiungiamo oggi con la prova dei fatti, con una ripartizione di competenze mal concepita tra Stato centrale e Regioni, ha di fatto alimentato il contenzioso costituzionale, moltiplicando i titolari di poteri di veto finendo per paralizzare il sistema, con danni enormi per l'economia del nostro Paese.

Il nuovo Titolo V, invece, riconferisce centralità allo Stato unitario. La ricentralizzazione di una serie di materie, impropriamente attribuita alla competenza concorrente dalla revisione del 2001, sarà però ampiamente compensata, dalla partecipazione di Regioni e Comuni all'attuazione delle politiche pubbliche nazionali e delle leggi dello Stato, attraverso la presenza in Senato dei loro rappresentanti.

Mi auguro che i futuri membri che faranno parte del Senato delle autonomie sapranno comprendere l'importanza di questo obiettivo.

Mi preme ricordare a tutti che prima di arrivare a quest'ultima lettura la riforma è stata ampiamente condivisa in Parlamento, anche da forze politiche di opposizione. Parlare di uno strappo istituzionale della maggioranza mi sembra a dir poco fuori luogo. Questa riforma è frutto prima di tutto del lavoro della commissione dei saggi istituita ad hoc dal Governo Letta, dell'operato delle Commissioni affari costituzionali che hanno migliorato il testo presentato dal Governo, grazie anche all'apporto dei colleghi dì Forza Italia che votarono favorevolmente la prima lettura sia in Senato che alla Camera.

Quello che oggi qui stiamo per portare a termine, cari colleghi, non è il punto di arrivo, ma è solo una tappa fondamentale di un cammino ben più lungo di riforme istituzionali, economiche e sociali, che hanno l'obiettivo di realizzare il progetto di un Paese migliore di quello che ci è stato affidato. Ai cittadini spetterà l'ultima parola mediante il referendum confermativo, ma siamo certi che sapranno condividere con tutti noi che oggi ci apprestiamo a votare la riforma la costruzione di uno Stato più moderno, più efficiente, più competitivo. (Applausi dal Gruppo AP (NCD-UDC). Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Giarrusso. Ne ha facoltà.

GIARRUSSO (M5S). Signor Presidente, rinuncio ad intervenire.

Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 17,11)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Gasparri. Ne ha facoltà.

Tutti in fremente attesa dell'intervento del vice presidente Gasparri.

GASPARRI (FI-PdL XVII). Signor Presidente, il nostro Gruppo non è ostile alla riforma della nostra Costituzione, anzi rivendica, nel percorso politico del centrodestra, il varo, anni fa, di una riforma organica della Costituzione, che riguardava i rapporti tra lo Stato centrale e le autonomie, l'elezione diretta delpremier, il superamento del bicameralismo perfetto. Quella riforma, sicuramente molto più equilibrata e utile di quella che stiamo discutendo, non entrò in vigore perché, legittimamente, le opposizioni dell'epoca promossero ilreferendum, cosa che anche noi ci accingiamo a fare qualora il Parlamento dovesse varare questa riforma. Con le polemiche sulla devolution e altre strumentali argomentazioni, essendo il referendum confermativo privo di quorum, quella riforma non entrò in vigore.

Anche in questa legislatura, come sempre, l'impegno di Berlusconi, del centrodestra, prima del PdL, poi di Forza Italia, è stato teso a fare riforme serie. Oggi non votiamo quello che ci viene propinato perché il testo è stato via via peggiorato.

Quando abbiamo fatto l'ultimo esame, quello precedente, quello che ci ha consentito di entrare nel merito degli articoli e di emendare la riforma, abbiamo assistito alla fiera delle asinerie: sono state scritte norme, che rischiano di diventare Costituzione dello Stato, che non hanno né capo, né coda, con l'intervento dei vari consulenti e delle persone che sono arrivate in soccorso, gli Aquilanti di occasione, che si sono trasformati, soprattutto con la legge elettorale, nei demiurghi di testi incomprensibili.

Anche sulla norma che riguarda la presunta elezione diretta dei senatori, che era stata oggetto di una trattativa privata del Partito Democratico (come se la Costituzione fosse un problema di soluzione del permanente congresso del Partito Democratico, dell'assetto tra le varie correnti), ci fu un negoziato, che - lo ricordo anche alla presidente Finocchiaro - francamente non resta una pagina splendida nella storia del Parlamento. Infatti, invece di riunire la Commissione affari costituzionali, per giorni e giorni gli Uffici della Commissione affari costituzionali furono sequestrati da un Gruppo - che poteva riunirsi tranquillamente altrove - che ha deciso come bisognava scrivere la norma riguardante la presunta elezione diretta dei componenti del futuro Senato, partorendo un testo oscuro, pasticciato - vedremo poi le leggi di attuazione e tutto il resto - al quale mi sembrano anche condizionati gli atteggiamenti successivi di quelle componenti del Partito Democratico che voteranno questa riforma, con la riserva di vedere come sarà la legge elettorale del Senato, che avete ipotizzato attraverso quel modo di trattare. Allo stesso modo, tante altre norme sono state scritte in maniera incomprensibile; ma noi ne facciamo anche una questione di natura politica. Oltre al merito, che è andato peggiorando infatti vi è la vicenda della legge elettorale, che è connessa. Perché - diciamoci la verità - le leggi elettorali sono importanti quanto le regole costituzionali. Infatti, pur non essendo la legge elettorale una legge costituzionale, attiene alla Costituzione materiale della vita democratica del Paese: determina schieramenti, alleanze ed esiti della democrazia. Ebbene, anche sulla legge elettorale abbiamo visto modifiche, passo dopo passo, non concordate né frutto di un confronto.

Quindi, siamo qui a votare no convintamente, non perché abbiamo cambiato idea, ma perché è cambiato il modo di procedere, sono cambiati i contenuti, così come è cambiato l'assetto di potere complessivo.

Il presidente del Consiglio Renzi dice di trasformare le elezioni in un referendum su se stesso offrendoci mille motivazioni in più per dire no. Diciamo no per la concentrazione di potere che si sta verificando.

Poc'anzi, insieme al capogruppo di Forza Italia alla Camera, Brunetta, d'accordo con il capogruppo del Senato, Paolo Romani, ho simbolicamente fatto un'"occupazione", rimanendo alcuni minuti negli Uffici del Copasir per contestare, ad esempio, una lesione democratica gravissima. Lo dico ai membri del Governo: tuttora il Gruppo di Forza Italia-Il Popolo della Libertà XVII Legislatura non fa parte del Copasir mentre l'Italia è sotto la minaccia di terrorismo. Incombono eventi più o meno bellici con la Libia. L'Italia - senatore Latorre, come lei sa, in quanto Presidente della Commissione difesa - fa operazioni sostanzialmente militari di soccorso di feriti in Libia, e noi siamo esclusi da un comitato parlamentare di controllo, laddove si dovrebbe controllare la vergogna delle vergogne, dove Renzi vorrebbe mettere il compagno di merende Carrai a controllare di fatto i Servizi di sicurezza: una vergogna inaudita. A questo punto chiediamo anche a tutti i colleghi: siete d'accordo su questa concentrazione di potere?

Presidenza del presidente GRASSO (ore 17,17)

(Segue GASPARRI). Renzi si fa la legge elettorale in un certo modo, con la lista che, casomai, può prendere la maggioranza dei seggi (lista unica); poi, pensa alla nomina ai servizi segreti di Carrai, che era quello che abitava in via degli Alfani, dove Renzi stabilì la sua residenza senza però pagare l'affitto. L'inchiesta è stata archiviata e adesso qual è il premio dopo l'aeroporto di Firenze? Con la scusa di affinare le tecnologie per la cybersecurity, gli diamo in mano tutto il flusso della sicurezza? Cosa c'entra questo con le riforme? C'entra, perché stiamo assistendo in questi mesi alla costruzione di un sistema di potere arbitrario.

Potrei parlare delle banche, di cui ancora oggi si discute con preoccupazione: la bad bank, gli scontri con Europa. Renzi finge di litigare con Juncker per oscurare le figuracce delle vicende bancarie.

Oggi abbiamo letto che nella vicenda della Banca dell'Etruria, oltre ai problemi familiari di Ministri e altri, c'erano addirittura funzionari che facevano risultare le persone dotate di titoli di studio che non avevano per dimostrare così che erano clienti consapevoli: finti diplomati, laureati. Ad un signore di novantatre anni, ministro Boschi, la Banca dell'Etruria ha fatto scrivere che aveva un'aspettativa di vita di dieci anni, e quindi poteva investire in un certo modo. Auguro a questo signore di novantatre anni di campare non dieci, cinquant'anni, ma non per essere fregato dalla Banca dell'Etruria e dai compagni di merende di Renzi e dei suoi Ministri! Questo sta accadendo in questo Paese: un Carrai qua, una Banca dell'Etruria là.

E Carboni quando fece due pranzi, vero Verdini? La P3. Adesso a quale P siamo? La P3-bis, la P5 o quale P? Carboni è un vecchietto inoffensivo; in altri momenti era un pericolo devastante per la democrazia. Forse era un pericolo anche allora, o era un vecchietto anche allora, o è un pericolo oggi e un vecchietto allora; non lo so, ma stiamo assistendo ad un degrado totale.

Lo stesso dicasi per la materia dell'informazione dove, mentre si facevano le discussioni sulla riforma della Costituzione, Renzi cercava di realizzare una concentrazione di potere, dimostrando la sua debolezza. Infatti, mosse come quella di Carrai, le vicende delle banche e i decreti adottati favorendo l'insider trading di Serra e degli altri suoi amici, dimostrano debolezza e nervosismo. Se ci si senti sicuri non si compie infatti una mossa assurda come quella di Carrai. In questa sede tutti la pensano come me - ne sono certo - però qualcuno farà finta di dire che va bene. Se qualcuno pensa che va bene, si alzi e lo dica.

Anche nel campo dell'informazione abbiamo assistito ad una revisione parziale della legge vigente, dando al Governo tutti i poteri di gestione del servizio pubblico radiotelevisivo. La Polonia ha adottato una legge uguale e l'Unione europea se ne sta interessando. Siccome in Polonia c'è un Governo considerato di destra, la legge che conferisce al Governo tutti i poteri di controllo della televisione pubblica è già nel mirino delle autorità europee. La legge italiana è peggiore di quella polacca, prevedendo la nomina dell'amministratore delegato della RAI da parte del Governo, che ha competenza su tutte le nomine.

Sottoporremo questa legge all'attenzione dell'Unione europea perché si tratta di un altro tassello della riforma sostanziale della politica e delle istituzioni italiane: un po' di banche, un po' di Carrai, un po' di Campo Dall'Orto e un po' di stravolgimento dei principi costituzionali in materia di RAI (le sentenze della Corte costituzionale sanciscono infatti che è il Parlamento a dover esercitare il controllo ed il governo del servizio pubblico e non il Governo). Noi mettiamo insieme tutti questi elementi: i Carrai, i banchieri di Banca Etruria, le vicende dell'insider trading di Serra grazie all'adozione improvvisa del decreto-legge sulle banche popolari e le tante altre manovre.

Dopo di che, non ci commuovono le liti con l'Unione europea. Quando contestavamo i meccanismi di governo dell'Unione europea, la sinistra plaudiva a coloro che non facevano gli interessi dell'Italia. Per carità, abbiamo a cuore l'Italia e quindi oggi faremo tutto ciò che è necessario per difendere l'interesse nazionale e le nostre critiche nei confronti delle burocrazie europee, se c'erano ieri, ci sono anche oggi. Le nostre critiche ad alcune regole dell'economia europea c'erano ieri e ci sono oggi, però non ci incanta chi ieri plaudiva a chi strangolava l'Italia e oggi usa la lite con Juncker solo per tentare di far sparire dalle pagine dei giornali, senza riuscirci, Banca Etruria e tutto il resto. Il trucchetto è chiaro.

Per quando riguarda altri ambiti, abbiamo visto anche la vicenda della nomina di un membro del Governo a rappresentante dell'Esecutivo a Bruxelles. In Italia c'era la prassi di riservare questi incarichi a diplomatici di carriera, che si può cambiare (in altre parti del mondo gli ambasciatori sono spesso anche di designazione politica e gli Stati Uniti ne sono un esempio). Ma dove si è deciso tutto questo? Dove si è discussa una modifica di questa natura? Gli ambienti della burocrazia sono in rivolta, così come quelli dei servizi di sicurezza e che difendono la libera informazione e anche i comitati del no, che, da destra a sinistra, fino alla società civile, coglieranno l'occasione per bocciare una riforma che avete peggiorato nel merito e una politica di arroganza che il Governo Renzi sta attuando. E l'arroganza eccessiva è dimostrazione non di forza, ma di debolezza.

Non per difendere il Senato; noi vogliamo riforme ancora più radicali, presidenzialistiche e di modernizzazione vera della democrazia italiana e non le vostre norme sgrammaticate, che avete scritto operando una revisione della Costituzione che, se dovesse essere approvata, sarà una vergogna sotto il profilo della grammatica, oltre che dei contenuti. Faremo una battaglia per difendere la libertà, il pluralismo e la democrazia. E ricordatevi che i Renzi passano, mentre la democrazia resterà. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Amati. Ne ha facoltà.

AMATI (PD). Signor Presidente, intervengo per pronunciare pochissime parole, perché, alla fine di questo lungo dibattito, non ho alcuna intenzione di entrare nel merito di una riforma complessa, che finora non ho votato nelle precedenti letture.

La mia storia politico-istituzionale ed il rapporto che ho con il Partito Democratico e con il Gruppo del Partito Democratico mi invitano, in un momento complesso e delicato come quello attuale, a mettere da parte le questioni di coscienza e pensare al valore dell'unità e della forza del Partito Democratico.

Per questo motivo, darò il mio voto a questa riforma affinché il partito ed il Gruppo non debbano dipendere da strane alleanze e perché so bene che alla fine di questa seduta si guarderanno i numeri e le appartenenze e la mia è l'appartenenza al Partito Democratico. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tronti. Ne ha facoltà.

TRONTI (PD). Signor Presidente, colleghe e colleghi, signor Presidente del Consiglio, Ministro, ho sentito il bisogno, ad un certo punto, di lasciare una mia riflessione - libera, ma consideratela anche molto impegnata - su questo passaggio parlamentare molto delicato e così importante.

Viene a conclusione un lungo percorso di riassetto costituzionale che ha visto tanti tentativi e altrettanti fallimenti.

Nel merito della soluzione su cui ci troviamo a decidere, permettetemi di esprimermi con una sintetica formula, di cui vi invito a cogliere anche l'ironia, una formula del resto nota: non sarei sincero se dicessi che questa proposta di riforma mi ha del tutto convinto.

Ho espresso due voti di astensione nei due passaggi precedenti, senza dichiararlo in Aula per una certa allergia alla dichiarazione di voto in dissenso dal proprio Gruppo di appartenenza, ma l'ho fatto per lasciare agli atti di questo Parlamento alcune delle mie perplessità e per spingere a qualche ulteriore modifica. Adesso che siamo al voto finale, che non ammette modifiche, è spirito di responsabilità non ostacolare la chiusura del procedimento complessivo che ha come segno identificante la fine, da tempo inseguita e finalmente raggiunta, del bicameralismo cosiddetto paritario.

È segno sempre di buona politica concludere un processo iniziato e di buona politica abbiamo bisogno e considero questa conclusione di un lunghissimo percorso di tentativi di riforma della Costituzione un atto di buona politica.

Quali sono le perplessità? Confesso (ma questa forse è una mia mancanza) di non avere una mentalità regionalista, di non avere una sensibilità autonomista. Sono un cultore della forma-Stato, che ho attraversato nella sua grande e travagliata vicenda moderna, dello Stato come detentore del monopolio della forza legittima secondo la classica definizione weberiana. E penso che oggi, quando sono in discussione ed in via di superamento le sovranità nazionali, proprio oggi, in questo grande passaggio di transizione, c'è bisogno non di meno Stato, ma di più Stato.

È una bella utopia che i popoli facciano l'Europa politica. Questa nuova Europa, in realtà, la potrebbero fare soltanto gli Stati, se prendessero questa decisione politica: gli Stati, non i Governi.

Mi sarebbe piaciuto vedere la riforma costituzionale discussa ed elaborata dentro questo contesto di discorso. Mai come in questo momento qui, nella contingenza italiana, ci sarebbe bisogno di approntare un luogo istituzionale, una Camera alta nel senso letterale della parola, con il compito, direi con il mandato imperativo di assicurare e riallacciare i rapporti, per usare i termini tradizionali, tra Paese legale e Paese reale, tra istituzioni e cittadini, tra governanti e governati, in una parola tra élite e popolo.

Questo rapporto oggi è bruscamente, violentemente interrotto. Forse non ce ne rendiamo conto ed è vero che a volte lo diciamo, ma per passare subito a fare e a parlare d'altro. Il problema invece va assunto in grande.

I Costituenti avevano immaginato una simile forma di Senato quando, nella prima legislatura, mandarono qui per diritto uomini e donne che avevano subito anni di carcere fascista e quando istituirono la figura dei senatori a vita, che hanno dato e danno tuttora lustro a questo ramo del Parlamento.

Ecco, io immaginavo un Senato che, liberato dal rapporto fiduciario con il Governo di turno, libero dalla legislazione ordinaria, composto da un numero ristretto di personalità di altissimo merito potesse concentrare il suo lavoro nel riallacciare quel rapporto interrotto.

Oggi l'unica istituzione che raccoglie ancora la fiducia dei cittadini è la Presidenza della Repubblica, grazie anche agli ultimi eccellenti Presidenti. Ma questa istituzione assolve a questa funzione in assoluta solitudine. Avrebbe bisogno di un organo operativo.

Mi rivolgo a voi, che siete in grado di cogliere anche le sfumature del discorso. Non sono così ingenuo da ritenere questa soluzione fattibile in questa forma. Lo dico così, metto le cose così, per esasperare il problema. Colleghi, noi tutti che sediamo in questi seggi siamo messi sotto accusa, e non per via di una legge elettorale più o meno buona, più o meno cattiva, ma per qualcosa di più serio, per un diffuso giudizio popolare. Facciamo fatica a dire fuori di qui che siamo qui, che facciamo questo lavoro, che svolgiamo questa funzione.

E non so voi colleghi, ma io vivo questa condizione con grande sofferenza. C'è questo umor nero che circola - come si dice - nella pancia del Paese. Non è critica della politica - magari lo fosse - è odio per la politica, è disprezzo per chi la pratica, è dichiarazione di sfiducia nei confronti della stessa parola "politica".

Questa situazione non va sopportata, e tanto meno va cavalcata: va cambiata. Abbiamo di fronte a noi il problema, teorico e pratico, di come e quando le democrazie contemporanee, i sistemi democratici attuali, siano diventati produttori e riproduttori, in forma allargata, di antipolitica.

So per certo che le odierne forme democratiche certificano una sorta di dittatura dell'opinione. Bisogna distinguere tra consenso e opinione. Un problema politico di oggi è come curare, giustamente, il consenso senza rimanere vittime e subalterni all'opinione. L'antipolitica è oggi il nemico da battere per tutti noi che siamo qui, maggioranze e minoranze.

Si dice che questo umor nero antipolitico è più che giustificato, viste le prestazioni di un certo ceto politico, più o meno recente. È vero, ma la giustificazione di una cosa non per questo rende quella cosa giusta.

Un esempio di questi giorni: è giusto procedere alla depenalizzazione dei reati di clandestinità. È anche opportuno, come sostengono gli operatori del settore, magistratura e Forze dell'ordine. Ma non si può fare, perché la percezione d'insicurezza da parte della gente non cambierebbe. Compito della politica è dimostrare, far capire, convincere che concentrare quella percezione su quel punto è sbagliato.

La politica, certo che deve ascoltare, ma deve anche saper parlare, tornare a parlare alle persone e, per questa via, orientare e dirigere. Questa è la sua naturale funzione. È proprio quando non assolve a questa funzione che non viene riconosciuta e viene a volte giustamente contestata.

Io sono convinto di una cosa: se non si esce dall'antipolitica, non c'è possibilità di effettivo buon Governo. Perché il Governo più volte è costretto a inseguire queste pulsioni e adeguare ad esse le sue decisioni. E badate, non c'è nemmeno possibilità di buona opposizione, perché l'opposizione sarà portata addirittura ad anticipare il Governo nell'ascolto di quelle istanze che vengono definite nobilmente di base. Allora, la decisione politica, che è una cosa seria, non può andare a rimorchio del sondaggio, che non è una cosa seria; così sì producono solo leggi sbagliate e in più si accresce confusione e disorientamento.

Voglio dire una cosa ai cittadini 5 Stelle, e non la prendete come una lezioncina che fa il professore, perché lo dico con simpatia. Sentendo crescere il consenso intorno a voi, vi proponete correttamente come prossima forza di governo. Badate, per essere forza di governo, bisogna imparare l'arte del governare, che è l'arte politica più difficile, complessa e complicata. (Commenti dal Gruppo M5S e del senatore Crosio). Per fare opposizione, basta una qualche tecnica, come fate tenendo sempre aperto quel testo del Regolamento del Senato. State sperimentando le difficoltà dell'amministrare. Al Governo quelle difficoltà crescono in modo esponenziale. Tenete presente che amministrare e governare sono due cose diverse: una sta molto sotto, l'altra molto sopra.

Colleghi del Governo, mi rivolgo a voi direttamente. Io registro sempre un brivido di reazione quando sento pronunciare la formula «il sindaco d'Italia». No, l'Italia, come ogni grande Paese, non ha bisogno di un sindaco, forse non le basta in queste condizioni nemmeno un tradizionale Presidente del Consiglio: ha bisogno di un Capo del Governo che si vesta della figura dell'uomo di Stato. Penso che il nostro giovane Presidente sia in grado di fare, per il bene del Paese, questo cammino.

Signor Presidente, concludo pronunciando brevemente proposizioni, ciascuna delle quali avrebbe necessità di articolazioni ben più argomentate, anche perché non sono proprio nella tradizione della parte di emiciclo da cui sto parlando. La crisi della politica c'è: è crisi dei suoi fondamenti moderni, quindi nient'affatto cosa da poco. Per me, da quanto ne ho capito, e posso naturalmente sbagliare, la crisi della politica oggi, non in generale, in questa contingenza, è meno crisi di rappresentanza e di più crisi di autorità.

Mi è capitato in altre occasioni di osservare, sempre con l'ironia che dobbiamo tenere in campo, ma anche con verità, che si rappresenta anche troppo, si rappresenta tutto, e tutto passivamente, senza gerarchizzare le domande, secondo necessità e urgenze. E vedo a volte messe sullo stesso piano la manifestazione di bisogni primari e le esigenze di diritti secondari. Così non va. Di qui, anche da qui, ha origine la caduta di autorità della politica. Auctoritas è potere riconosciuto, e solo così diventa vera, efficace, efficiente potestas, cioè potere che responsabilmente decide. E oggi questo riconoscimento non c'è, va ricostruito e va riconquistato. Inoltre, il problema della politica, qui e ora, è meno un problema di legalità e più un problema di legittimità. Grandi categorie queste, legalità e legittimità, che la politica moderna ha a lungo pensato e che oggi vanno ripensate e riproposte. La politica va rilegittimata e va rilegittimata la classe politica nel senso e nel nome che le conferivano i nostri elitisti: Pareto, Mosca, Michels.

Direi che questo processo riguarda più in generale le classi dirigenti. Sono stati pericolosamente svuotati e sterilizzati i due luoghi tradizionali di selezione della classe politica, Parlamento e partiti. Chi ha avuto la responsabilità di questo ha una grande e negativa responsabilità, perché non ci si è preoccupati di approntarne di nuovi. E allora per favore - questa è una mia cosa personale che voglio dire - non ditemi che questo oggi fanno o potrebbero fare, una volta magari regolamentate, le primarie. Se per una volta casualmente selezionano il meglio, per nove volte puntualmente selezionano il peggio. Il grande problema è ricostruire classi dirigenti professionalmente capaci, eticamente irreprensibili, politicamente responsabili; l'unico modo questo, tra l'altro, per delimitare ragionevolmente l'attuale eccessiva personalizzazione della politica.

E la ripartenza è - badate - dall'alto. Come vedete, quel motivo della Camera alta era solo, in forma di suggestione e di piccola utopia, il modo per introdurre qualche tema di fondo nel dibattito su questo essenziale e fondamentale passaggio di riforma della nostra Costituzione. (Applausi dai Gruppi PD e AP (NCD‑UDC)).