Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 563 del 20/01/2016

MINEO (Misto). Signora Presidente, signore senatrici e signori senatori, penso che in occasione del terzo esame da parte del Senato di questo disegno di legge non si debbano ripetere le passioni e le argomentazione che si sono espresse prima in Commissione e poi nel corso della prima lettura, perché, a questo punto, la ratio costituzionale non è quella di ripetere se si è d'accordo o no, ma quella di cercare di capire se, nonostante tutto, la riforma che si è fatta possa servire e possa inserirsi utilmente nell'assetto costituzionale.

Provo a straniarmi, come avrebbe detto Ettore Scola, che si occupava professionalmente di questi tentativi di guardare le cose fuori da sé, per porre in essere un certo tipo di relazione e di racconto.

La prima cosa che noto dal testo è che, come sostiene Ainis, su molti aspetti decisivi la riforma non decide, o meglio rinvia la decisione alla legge che verrà: è una riforma incompiuta. Se dovessi spiegare a degli studenti universitari, o a un pubblico di spettatori televisivi di un programma di approfondimento, come e quando saranno scelti i prossimi senatori, non saprei come rispondere, balbetterei. Mi chiedo infatti cosa voglia dire, come scritto in un articolo del disegno di legge di riforma costituzionale, che saranno eletti dai Consigli regionali e, come scritto in un altro articolo, che saranno scelti direttamente dagli elettori al momento del voto del Consiglio regionale. Dipende tutto dalla legge che verrà. La riforma è incompiuta e nessuno sa quando sarà approvata la legge che la renderà compiuta.

Sempre Ainis nota, in quell'articolo del «Corriere della Sera» che è stato secondo me impropriamente citato dall'amico Vannino Chiti, che per l'elezione dei Consigli regionali era previsto nella Costituzione un vincolo ultimativo di un anno, ma l'elezione dei Consigli regionali che si doveva tenere nel 1948, come tutti sapete, si è fatta poi nel 1970. Non sappiamo quindi da chi e come saranno scelti i nuovi senatori, né quando saranno scelti con il nuovo rito.

In secondo luogo, la legge che sottoporremo al referendum è contraddittoria, perché da una parte trasforma il Senato della Repubblica (che si chiamerà sempre così) in un Senato delle autonomie, portando a Roma sindaci e consiglieri regionali; dall'altra, il disegno di legge in esame è protagonista di uno svuotamento dei poteri autonomi delle Regioni, tanto da far dire a un emblema della moderazione, qual è il senatore Casini, che c'è una tensione centralista quando nel disegno di legge si introduce la clausola di supremazia sulle Regioni a favore del Governo. Vi è, però, ben altro. Quando si elimina la legislazione concorrente, cari senatori, si toglie in realtà alle Regioni l'ambizione, la possibilità di contribuire alla legislazione nazionale e le si tiene in un recinto. Se sono allora in un recinto, che senso ha trasformare la Camera alta in una Camera delle autonomie? C'è una contraddizione implicita.

La terza questione che mi colpisce molto è che si tratta di un disegno di legge imprevidente, perché tocca in modo raffazzonato e politicante uno dei nodi centrali dell'equilibrio fra i poteri fissato dalla Costituzione: mi riferisco alla questione del Presidente della Repubblica. Visto che naturalmente c'è un rapporto tra il disegno di legge di riforma costituzionale e l'Italicum, sempre Ainis nota che il Premier verrà deciso dal premio di maggioranza e il Presidente della Repubblica cede espressamente (articolo 88) il potere di sciogliere il Senato, ma implicitamente anche la Camera, con un partito maggioritario (per effetto dell'Italicum) il cui leader potrà decretare vita e morte della legislatura. Non solo il Presidente della Repubblica perde il potere di sciogliere il Senato e implicitamente anche la Camera ma, come è stato notato in seconda lettura, viene eletto con una procedura che manca di una clausola di chiusura. Cioè, per evitare che si potesse dire (ecco quello che definisco politicantismo) che lo sceglieva il Premier, il Presidente della Repubblica viene eletto con un quorum qualificato e con molte votazioni. Tuttavia, per effetto dell'Italicum e di quello che accade dopo, se le minoranze fossero compatte assisteremmo a spettacoli indecorosi come quelli della elezione (o non elezione) dei giudici della Corte costituzionale, perché sarà molto difficile che passi il candidato del Premier; se invece alla fine le opposizioni cedessero e passasse il candidato del Premier, probabilmente l'elezione del Presidente della Repubblica diventerebbe oggetto di uno scambio politico.

Ora, la clausola di chiusura nei sistemi maggioritari esiste, l'ho citata nel corso del dibattito in seconda lettura e la ricordo ancora oggi. In Grecia, ad esempio, se per tre volte non si raggiunge il quorum qualificato, decade la Camera, si scioglie il Parlamento e si va al voto. Non l'abbiamo voluto fare, mantenendo la confusione su questo aspetto e ciò mi fa dire che la riforma è anche imprevidente.

Per queste tre ragioni, senza alcuno stato d'animo particolare, voterò "no" al disegno di legge al nostro esame.

Tuttavia, non vorrei parlare soltanto dell'aspetto istituzionale di quello che stiamo approvando ma anche dell'aspetto politico, che è rilevantissimo. Ieri ho seguito da casa, in streaming, il dibattito in Aula fino a notte tarda e l'impressione che ne ho avuta è penosa: perché abbiamo dovuto fare la seduta notturna? Soltanto perché qualcuno aveva detto che si doveva votare il 20, non il 21, non il 22? Non c'era alcun senso, alcun obbligo di calendario, soltanto una scelta, ipse dixit, bisogna farlo. Ma questo, cari colleghi, nasconde, e tutti voi lo sapete, una gravissima difficoltà politica del Premier e del nostro Governo, che oggi si trova in difficoltà nel suo rapporto con l'Europa. Infatti, per volersi togliere di dosso il ruolo dell'allievo diligente che aveva avuto, in una prima fase, con Angela Merkel e con Draghi, quando l'ha chiamato nell'estate del 2014 (incontro dal quale è partito il jobs act), e per cavalcare l'insoddisfazione diffusa in molti strati della popolazione nei confronti dell'Europa, il Premier ha fatto degli errori imperdonabili che pagherà l'intero Paese.

Primo errore: mentre con una come Angela Merkel si può legittimamente dire: «Non sono d'accordo con te e cerco alleanze per cambiare la politica europea», quello che non si può fare, e Renzi l'ha fatto, è usare Kaczynski e Orban per farle uno scherzetto facendoli votare contro il gasdotto Nord Stream, salvo poi incontrarsi con Putin e forse parlare di commesse italiane. Questo tipo di atteggiamento - ve lo dice uno che un po' la politica europea l'ha dovuta seguire - genera reazioni non di poco momento. Io immagino che Angela Merkel non dirà mai nulla, mai una parola nei confronti del nostro Premier e del nostro Governo; ma ci ha messo la croce sopra, e parlano altri per lei.

Lo stesse vale per Draghi. Guardate che Draghi è un protagonista - lo sapete meglio di me - politico della nuova Europa, non è soltanto il presidente tecnico della Banca centrale europea e davanti ad un Draghi che è impegnato in una battaglia difficilissima con la Bundesbank e con certi ambienti della finanza che non condividono, per esempio, il quantitative easing, e cioè la sua politica monetaria, la nostra posizione che non affronta, come ha provato ad affrontarlo Tsipras, il problema del pareggio di bilancio ma che pretende per sé, di volta in volta, comunicandolo più alla stampa che alle riunioni formali, clausole di salvaguardia e di vantaggio e favori, è una posizione che rompe profondamente le scatole. Anche da quel punto di vista aspettiamoci dei problemi.

Questo spiega anche lo scandalo che ha generato la posizione di Federica Mogherini, della quale voglio dire che è stata nominata forse senza una preparazione appropriata, ma che ha lavorato bene, ed è stata lodata da Lavrov e Kerry - che non sono proprio gli ultimi venuti - sulla vicenda dell'Iran. Federica Mogherini si è subito smarcata dalla posizione del Governo italiano e naturalmente l'incubo, come scrivono i giornali, è che si prepari in Europa un piattino come quello che fu confezionato per il Premier Silvio Berlusconi.

Io, che sono per una critica della politica economica europea, credo però che tale critica vada fatta lealmente, costruendo alleanze. Se si usa questo schema dello spianare e dell'asfaltare in Europa si fanno guai molto seri. La ragione per cui bisogna umiliare questo Senato e farlo votare quando decide il Governo senza discussione è un modo di nascondere questa profonda difficoltà.

Esiste poi un'altra difficoltà, e lo voglio dire. In queste ore si fa pressione sulla maggioranza del Governo e sui Capigruppo perché votino a favore della riforma anche se non sono convinti perché, dicono, altrimenti i voti di Verdini diventerebbero determinanti, fondamentali. Verdini lo ha detto: «Io sono l'idraulico di Renzi». I rubinetti della maggioranza a destra e a sinistra perdono continuamente; per fortuna che c'è lui che ripara il tubo.

Signori, mi rivolgo ai miei colleghi, con passione: io ho fatto il giornalista tutta la vita e non c'è nulla di peggio dell'autocensura. È molto meglio che la legge passi con 161 voti con il contributo di Verdini, piuttosto che ci si autocensuri cambiando le proprie posizioni, perché in questo modo si apre una deriva che si sa dove comincia e non si sa dove finisce.

Terza e ultima cosa: il referendum. La campagna elettorale per il referendum è già partita e non riguarda la Costituzione, né la modifica costituzionale, ma l'insieme delle cose che il nostro Governo e il nostro Presidente del Consiglio hanno fatto. È una campagna elettorale che, in modo trasparente, vuole risolvere un gap di legittimazione che Renzi ha: è stato votato da tantissimi alle primarie del PD, poi alle prime prove il Partito Democratico ha avuto un magnifico risultato nelle elezioni europee, ma questo Premier una legittimazione propria non ce l'ha. Avendo cambiato proprio tutto, è lui il primo - perché è un uomo particolarmente intelligente - a capire di aver bisogno di una legittimazione.

Ma, invece di fare come ha fatto Tsipras, che ha difficoltà molto grandi (oggi sta facendo passare una riforma delle pensioni molto complicata, poi c'è il problema dell'immigrazione, che colpisce lui quanto noi e anche molto di più) e che si è sottoposto a unreferendum popolare su una questione centrale e poi è andato ad elezioni, qui si carica un referendum confermativo di un ruolo del tutto improprio. Chi voterà «sì» al referendum confermativo non starà votando per la riforma che il senatore Chiti - bontà sua - ha promosso in occasione del secondo e terzo esame in quest'Assemblea, ma starà votando per il jobs act, per la riforma della scuola, per la riforma della RAI, per l'esibizione muscolare alla pubblica amministrazione per cui in quarantott'ore noi abbiamo risolto il problema dei funzionari infedeli. Sono balle, perché in questo Paese c'è soprattutto un deficit di governo: non è che non ci siano leggi per cacciare quelli che timbrano il cartellino e se ne vanno; non siamo capaci perché abbiamo una cattiva amministrazione, perché non abbiamo saputogestire i nostri manager, perché abbiamo un gap di governo che va avanti da quarant'anni. Stiamo trasferendo su altro, sul Parlamento e su questa politica assolutamente muscolare e populista, la nostra profonda incapacità.

Voglio solo dire veramente un'ultimissima cosa. Oggi Verderami scrive sul «Corriere della Sera» che anche con il premio di maggioranza dell'Italicum la maggioranza non sarebbe solida, perché il Premier, di riffa o di raffa, dovrebbe dare il 10 per cento alla minoranza PD. Questo va a ricasco delle cose dette da Verdini. Il punto è allora il seguente. Io non ho mai detto e altri non hanno mai detto che corriamo un rischio autoritario nel nostro Paese, perché abbiamo capito tutti che il rischio che corriamo è di continuare come prima, cioè con una mediazione corporativa estenuante. Solo che i luoghi di questa mediazione, invece di essere quelli deputati ad essa (il Parlamento), sono altrove. Questo è il pericolo: i luoghi della mediazione sono altrove. Oggi, invece di essere "condite" nelle Commissioni, le leggi vengono "condite" dall'ufficio legislativo del Governo, diretto dall'ex capo dei vigili di Firenze, Manzione. Oggi i luoghi di confronto si spostano in altri ambienti. Ecco perché ritornano non soltanto i Verdini, ma anche Carboni: professionisti, facilitatori, creatori di strutture in cui si media quello che non trova più nei ruoli propri il suo luogo di mediazione. Questo è pericoloso, perché naturalmente rende non più efficiente il sistema, ma ancora più corporativo e untuoso.

Da questo punto di vista, spero che nel prosieguo del dibattito e anche nel dibattito sul referendum qualcuno ripensi alle proprie posizioni e si preoccupi, cercando di guardare il quadro in modo un po' più complessivo. (Applausi dal Gruppo Misto-SEL e del senatore Bocchino).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bertorotta. Ne ha facoltà.