Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 563 del 20/01/2016
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FLORIS (FI-PdL XVII). Signora Presidente, rappresentante del Governo, colleghe e colleghi, mi pare obbligo ricordare in quest'Aula, come necessaria premessa, il riferimento al deficit di democrazia più volte ripreso nel corso del dibattito da numerosi senatori, e non solo di Forza Italia.
Presiede il Consiglio dei ministri un Presidente non eletto dal popolo, frutto di una scelta interna al Partito Democratico di cui è il segretario, il quale, da convinto sostenitore delle riforme introdotte da Enrico Letta, dopo averlo "serenamente" silurato ne ha preso il posto. Da allora, il presidente Renzi ha imposto al partito la sua linea politica e oggi la impone al Parlamento, soprattutto in tema di riforme grandi e piccole e di economia.
Le sue scelte e il suo modo di fare, certamente autoritario - bisogna riconoscerlo - hanno affascinato gli italiani, che lo hanno identificato come il grande rinnovatore nella politica ed in questo contesto nasce il patto del Nazareno (lo dico rivolgendomi al senatore Chiti). Tutto sembrava andare per il meglio e chiunque lo criticasse era bersaglio delle sue ritorsioni, sia all'interno del PD e della maggioranza che lo sostiene, sia all'esterno.
Sembrava che il feeling non dovesse esaurirsi e che i gufi, come definiva i suoi oppositori, fossero solo gli invidiosi del suo successo nazionale ed internazionale. Il grande riformatore appassionava i politici e il popolo.
Ma tra i gufi vi erano tante persone che manifestavano perplessità e preoccupazione sulle misure prospettate e adottate per superare la crisi economica e politica. «L'Italia c'è!», «L'Italia sta recuperando»: questo il leitmotiv del presidente Renzi.
A distanza di due anni, però, la capacità di rappresentare i dati economici in modo surreale con la complicità di molti mass media, RAI in testa, si sta scontrando con la realtà.
Oggi gli istituti di statistica, le organizzazioni sociali, gli osservatori industriali, i dati delle imprese dimostrano che i fondamentali economici nulla o poco sono cambiati e la disoccupazione imperversa, soprattutto al Sud, ma anche il Nord "non ride". Aumenta vertiginosamente il numero delle nuove povertà.
Il confronto con i nostri concorrenti europei, soprattutto Francia, Germania e Spagna, non ci vede, eufemisticamente parlando, primeggiare. Bene o, meglio, male, perché in questo contesto affrontiamo oggi la riforma costituzionale più importante, ovvero la trasformazione del sistema politico bicamerale paritario e/o perfetto ad un sistema bicamerale imperfetto.
Sopravvivranno, infatti, due Camere sulla Carta costituzionale, ma una sarà solo un ripostiglio o una camera di servizio o meglio al servizio di qualche compensazione per politici scontenti. Utilizzando una metafora calcistica, si avrà una Camera di serie A, la Camera dei deputati, vero centro politico e decisionale - Renzi permettendo - e una Camera che milita nel girone dei dilettanti, magari in Promozione se all'interno della stessa giocasse qualche politico da promuovere.
Ma torniamo alla riforma del Senato. D'obbligo la domanda: chi saranno gli eletti o meglio i futuri senatori, dal momento che saranno compresi in una lista assolutamente bloccata? E che funzioni svolgerà il nuovo Senato? Per quanto attiene alla composizione, come faranno i consiglieri regionali e i sindaci eletti a risolvere i problemi del territorio di appartenenza? Mi chiedo, avendo ricoperto per dieci anni il ruolo di sindaco e per sette quello di consigliere regionale, come riusciranno a svolgere appieno il loro mandato. Soprattutto i sindaci, e in particolare gli eletti nelle Città metropolitane, come riusciranno ad assicurare anche solo la loro presenza a Roma?
Facile, purtroppo, preconizzare cosa succederà. Stiamo imitando l'esperienza fallimentare del Senato francese in cui sono presenti numerosi sindaci. I francesi definiscono il Senato come la casa di riposo per i privilegiati della politica: assenteismo, lassismo e nullafacenza in palazzi di inestimabile bellezza, ricolmi di arte. Bene, colleghi senatori, in Francia si sta parlando di riforma del Senato per cambiare la composizione e la funzione e noi, invece, stiamo copiando il desueto e fallimentare sistema francese.
Sulle funzioni del nuovo Senato non c'è da rallegrarsi: non più fiducia, non più economia, ma poteri, o meglio compiti residuali al nuovo Senato delle autonomie, come lo si definisce. Sembra proprio una beffa che un Governo come quello attuale, a forte connotazione centralista, che sta spogliando di poteri e riducendo i trasferimenti di risorse alle autonomie locali, Comuni e Regioni, può tenere in debito conto ciò che proverrà da una siffatta Camera. A voi la risposta.
Un'ultima considerazione vorrei fare sulla motivazione, in senso economico e politico, concernente il risparmio della spesa pubblica fortemente sponsorizzata dal presidente Renzi, che ha parlato di un miliardo prima e poi di 500 o 600 milioni. In effetti, il risparmio della spesa che si otterrà sarà di 70 milioni circa, che non compenseranno neanche gli 80 milioni che andranno a essere spesi nella nuova Camera per le nuove funzioni che le verranno attribuite.
Mi accingo a concludere il mio intervento accennando, come altri colleghi hanno fatto prima e meglio di me, al combinato disposto tra la riforma del Senato e la legge elettorale. Avremo in Italia, in pratica, una sola Camera e un Presidente eletto, se va bene, da un settimo degli italiani con un potere assoluto, senza controllo e senza contrappesi scomodi. Potere assoluto: vero obiettivo del Premier e della sua maggioranza, o meglio del suo partito. E il Parlamento che fine farà, se già oggi, a Costituzione vigente, il Governo impone i temi da affrontare e i tempi per discutere delle leggi ordinarie e anche costituzionali?
Facile la risposta: ci avviamo verso un presidenzialismo assoluto con una sola Camera al suo servizio. Ecco qual è il vero pericolo della paventata deriva democratica; un solo uomo al comando, il pericolo del ripristino in Italia di un sistema dittatoriale di neanche antica memoria, che non risolve i problemi della nostra Nazione.
Per queste ragioni assecondiamo il sorgere di comitati referendari per il no. E, terminato questo fittizio iter parlamentare, soprattutto nella sua ultima fase, ci rivolgeremo fiduciosi al popolo italiano, sicuri che la consultazione popolare boccerà questa riforma e con essa - speriamo - anche chi l'ha proposta. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).