Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 563 del 20/01/2016

BRUNI (CoR). Signor Presidente, con un certo imbarazzo, con grande insoddisfazione, sia come cittadino che come rappresentante degli elettori, torno ad intervenire sul presente disegno di legge di riforma della nostra Carta costituzionale.

Ogni volta che quest'Assemblea torna ad occuparsi delle riforme il dibattito, più che incentrarsi sul merito della stessa, tende sempre di più a focalizzarsi sulla perversa regia del Governo, sulle inappropriate accelerazioni e sulla cieca compressione di ogni dialettica parlamentare. Tutte queste considerazioni confermano, una volta ancora, che per il PD ed il Governo non si trattava di condurre a termine un vero progetto di revisione della Costituzione, ma si cercava solo un simbolo, una riforma spot per radicare il consenso elettorale di un Governo nato nell'incubatore delle primarie per l'elezione del segretario del Partito Democratico, ma mai legittimato dal popolo.

Renzi e i suoi sgangherati sodali, con il Nazareno prima e con il tutoring verdiniano poi, hanno smontato la stagione costituente, avviata con fatica nella primavera del 2013 e, evitando ogni confronto con le forze parlamentari d'opposizione , hanno imposto un modello di riforma blindato, modificato nei primi passaggi parlamentari solo in alcuni aspetti marginali, e complementare alla perversa legge elettorale approvata nello scorso anno. Altro che legislatura costituente!

Il Governo in carica ha compiuto lo stesso percorso delle riforme del 2001 (il Titolo V) e del 2005, che si caratterizzarono per l'imposizione unilaterale operata dalle maggioranze dell'epoca e per una scarsa condivisione con le forze sociali e politiche ad esse estranee. E i risultati di quei tentativi sono ben noti a tutti noi: la riforma del Titolo V ha prodotto una serie di conseguenze negative, i cui effetti sono destinati purtroppo a non esaurirsi. Il tentativo del Governo Berlusconi del 2005, invero ben più equilibrato del disegno di legge attuale, finì indecorosamente con il naufragio del referendum del 2006.

E proprio partendo da quest'ultimo insuccesso, l'attuale Premier - consapevole del deficit di partecipazione e condivisione registrato nella presente riforma - punta tutto sul referendum del prossimo autunno, tentando di trasformarlo in un plebiscito sulla sua sempre più debole leadership. La riforma costituzionale, quindi, diventa solo uno strumento elettorale: la Carta costituzionale trasformata in un modulo, un foglio di calcolo per un sondaggio elettorale. Non era mai successo.

Si cambiano e trasformano parti rilevanti della nostra Carta fondamentale solo per consentire i giochini demagogici ed elettorali di Renzi e i suoi accoliti. Così si spiega che, già da qualche giorno, il Premier ha avviato la campagna referendaria, un periodo di dieci mesi in cui la politica italiana sarà arroventata da un' incandescente contrapposizione tra sostenitori ed avversari delle riforme.

Nel frattempo i problemi dell'Italia rimarranno sullo sfondo. Il Governo, impegnato nel sostegno al referendum, trascura già da oggi - e lo farà per tutto il 2016 - i gravi problemi del nostro Paese. A fronte di un improduttivo e penoso scontro con l'Europa, restano insolute le questioni che riguardano la vita di ogni giorno degli italiani. Solo a titolo esemplificativo, restano finora senza risposte le migliaia di risparmiatori delle quattro banche, nonostante le ripetute promesse del Governo nelle scorse settimane.

Attendono ancora di sapere i cittadini e gli operai di Taranto cosa ne sarà dell'Ilva e se, dopo l'insuccesso del decreto-legge (ancora in corso di conversione), ne avremo ancora un altro per allungare l'agonia della fabbrica ionica. E cosa succederà, a proposito di referendum, in tutte le Regioni costiere interessate dalle trivellazioni: prevarrà la linea Descalzi-Guidi o quella dei governatori, con il Premier che si affanna ad inseguire anche le ultime decisioni della Corte costituzionale nel ruolo di arbitro incapace, che cambia tattica ogni settimana?

E le più volte ipotizzate riprese dei consumi e del prodotto interno lordo? Con un Governo inerte e inconcludente (tutto preso dai comizi e dalle manifestazioni referendarie) sarà difficile che si possa registrare un miglioramento delle condizioni economiche del nostro Paese. Eppure Paesi come Spagna e Irlanda (che hanno vissuto una crisi ben più grave della nostra negli scorsi anni) hanno invertito la tendenza con numeri sensibilmente più significativi.

E i nostri marò? E la nostra titubante politica estera, che ci vede passivi spettatori anche di quanto succede a pochi passi da casa, nel Mediterraneo meridionale?

Tutte queste domande, insieme a molte altre rimarranno, purtroppo, senza risposte, dal momento che il Presidente del Consiglio dovrà girare la Penisola, di paese in paese, per sostenere il suo referendum, il suo fantomatico plebiscito. Ma questa non è riforma costituzionale, bensì solo vuota campagna elettorale per l'affermazione egoistica dei propri individuali interessi politici.

Queste ragioni ci conducono a sostenere la nostra posizione contraria a questa riforma. Per la verità si tratta di ribadire quanto noi, Conservatori e Riformisti, abbiamo dichiarato sin dell'agosto del 2014, allorché nel Gruppo di Forza Italia avemmo il coraggio di prendere le distanze dal pactum sceleris del Nazareno, dichiarando tutte le nostre perplessità sul disegno di legge oggi al nostro esame. Lo facemmo quasi da soli, venendo additati negativamente dal duo Romani-Verdini. Il tempo, però, è stato galantuomo: la maggior parte del Gruppo di Forza Italia, a cominciare dallo stesso presidente Romani, si è poi allineata alla nostra posizione, rinnegando clamorosamente le pattuizioni contenute nel contratto del Nazareno. Verdini, da par suo, ha invece calato ogni velo di ipocrisia ed è passato, armi e bagagli, nella compagine renziana, tornando nel Granducato. È un'amara constatazione, ma nell'estate 2014 avevamo visto giusto. Il patto concluso da Berlusconi e Renzi era il peggior negozio con cui si cercava di dare sostegno politico ad una pessima riforma delle nostre istituzioni.

Oltre a queste riflessioni, restano intatte le ragioni di merito per cui siamo contrari a questa riforma. Su tutte, lo ribadiamo ancora, grande attenzione va posta all'effetto perverso che la nuova architettura costituzionale, sommandosi alle previsioni della nuova legge elettorale (l'Italicum), comporterà per il nostro sistema. Chi vincerà le elezioni potrà dominare le nostre istituzioni - lo hanno detto tanti colleghi - eleggendo direttamente o influenzando effettivamente le più alte cariche dello Stato. In nome di una declamata efficienza, il partito di maggioranza controllerà non solo il Parlamento (come pure è lecito), ma tutte le istituzioni più importanti, dal Presidente della Repubblica alla Consulta. Chiedo agli esponenti del PD: con Italicum e riforma della Costituzione, quante leggi ad personam potrebbero essere approvate nel futuro prossimo?

Infine desidero in questa sede riaffermare il rimpianto per la mancanza totale di confronto e dialogo che ha caratterizzato questa riforma, cui pure, in circostanze diverse, avremmo desiderato offrire il nostro contributo. Come ho avuto modo di rappresentare nella precedente discussione di ottobre, il nostro Gruppo ha tentato di portare dei correttivi al testo del disegno di legge, con emendamenti che non esagero a definire di qualità. Abbiamo proposto di inserire nel testo della Costituzione il principio del tetto fiscale, ovvero l'introduzione di una soglia massima della pressione fiscale in grado di proteggere il contribuente e scongiurare le perverse azioni dei Governi. Abbiamo suggerito di fissare il concetto della cosiddetta perequazione infrastrutturale, al fine di armonizzare la crescita tra le diverse aree del Paese (quelle ricche ed evolute e quelle in ritardo ed arretrate dal punto di vista socioeconomico). Degna di nota era pure la proposta di inserire e regolare le primarie, come strumento costituzionale per la selezione democratica delle nuove classi dirigenti: emendamenti di qualità - dicevo - e, forse proprio perché poco demagogici e troppo costruttivi, completamente ignorati dalla maggioranza.

Anche per questi motivi, oltre alle ragioni di opportunità evidenziate all'inizio del mio intervento, il nostro no al disegno di legge sarà ancora una volta forte e convinto. Continueremo a non piegarci dinanzi alle deboli argomentazioni del governo e continueremo la nostra opposizione convinta, con lo stile serio e responsabile che ci ha caratterizzato nel corso degli ultimi due anni, cui si contrappone il dannoso pressappochismo e la narcisistica vanagloria del Presidente del Consiglio. (Applausi dal Gruppo CoR. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Candiani. Ne ha facoltà.