Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 563 del 20/01/2016
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Ripresa della discussione del disegno di legge costituzionale n. 1429-D (ore 12,28)
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Donno. Ne ha facoltà.
DONNO (M5S). Signora Presidente, «la Costituzione è la bussola da seguire, politica e soprattutto morale». «Dietro ogni articolo della Carta costituzionale (...) stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza. Quindi la Repubblica è una conquista nostra e dobbiamo difenderla, costi quel che costi. Ma dobbiamo difenderla anche dalla corruzione. La corruzione è una nemica della Repubblica. E i corrotti devono essere colpiti senza nessuna attenuante, senza nessuna pietà. E dare la solidarietà, per ragioni di amicizia o di partito, significa diventare complici di questi corrotti». «Bisogna essere degni del popolo italiano. Non è degno di questo popolo colui che compie atti di disonestà e deve essere colpito senza alcuna considerazione. Guai se qualcuno, per amicizia o solidarietà di partito, dovesse sostenere questi corrotti e difenderli. In questo caso l'amicizia di partito diventa complicità ed omertà. Deve essere dato il bando a questi disonesti e a questi corrotti che offendono il popolo italiano. Offendono i milioni e milioni di italiani che pur di vivere onestamente impongono gravi sacrifici a se stessi e alle loro famiglie. Quindi, la legge sia implacabile, inflessibile contro i protagonisti di questi scandali, che danno un esempio veramente degradante al popolo italiano».
Alcune delle parole che ho appena letto sono state pronunciate da Sandro Pertini nel suo messaggio di fine anno del 31 dicembre 1979, nel suo appello ai giovani. Pertini fa riferimento ai partiti. Oggi possiamo definirli partitini, considerati ormai uno dei mali più profondi di questo martoriato Paese. Qui, nei palazzi romani, i loro esponenti fanno la sponda tra una finta opposizione in Assemblea, gli inciuci sussurrati nelle orecchie e le pressioni su chi cerca di dare seguito ad un piccolo sussulto di dignità.
Cittadini, sapete di cosa parlo: il Partito Democratico, per far digerire ai suoi parlamentari questo boccone indigesto, ha dato il via al grande mercato delle Presidenze e Vice Presidenze delle Commissioni. Per tale motivo è stato rimandato il rinnovo delle cariche di Commissione a dopo la trattazione di questa "schiforma", usata come merce di scambio nelle trattative. È aperto il totoscommesse. Per sapere chi ha piegato la testa, chi si è venduto, dovreste aspettare giovedì. Qualcuno ancora resiste; qualcuno ha già abbassato la testa. A chi resiste chiedo di farlo ancora e di non perdere la propria dignità.
Questo è solo un passaggio di ciò che accade in questi palazzi, nei palazzi del potere, ma il copione è sempre lo stesso da decenni, stessa pappa da dare in pasto all'opinione pubblica. Le solite grandi strategie delle transumanze di pedine numerate e senza nome, perché questo siete. È una pratica squallida essere considerati solo dei numeri e non persone. È evidente che la priorità per il Partito Democratico e per l'armata Brancaleone di alleati che si porta dietro è quella di dare il colpo di grazia all'unico documento valido che ci è rimasto: la Costituzione italiana.
In questo festival della follia, ogni singola modifica vista in un quadro complessivo mostra un disegno chiaro: si vuole demolire la sovranità popolare e consentire una sommaria, ingiusta costruzione di un sistema che di democratico ha solo il nome. Un pericoloso balzo a ritroso che ricorda tanto quella crisi che ha preparato il terreno per l'assestamento del totalitarismo. Quella stessa crisi che, a suo tempo, ha permesso l'insediamento di un dominio che ha distrutto la capacità politica del singolo, lo ha allontanato dalla vita pubblica e ha annullato i gruppi e le aggregazioni critiche del tessuto sociale in nome di una sola parola: potere.
La storia, in questo, è maestra. Si sa che nei periodi di crisi si approfitta del popolo per approvare, con sistemi di distrazione di massa, piani accentratori architettati con abili colpi di mano. Ed è quello che sta accadendo ora. Il Senato, quello che oggi è un funzionante ramo del Parlamento che svolge in pieno le proprie funzioni, diventerà un ostello, un parcheggio politico, dove stazioneranno sindaci e consiglieri che, di fatto, dovranno dotarsi del dono dell'onnipresenza.
Le funzioni dei futuri componenti del Senato sono designate in maniera negativa, inversa. I nuovi componenti, infatti, non approveranno, né emenderanno, né bocceranno le leggi e non saranno più chiamati ad esprimere il voto di fiducia. Il Senato, perciò, verrà estromesso dalla relazione fiduciaria con il Governo, gestita esclusivamente dall'unico ramo rimanente del Parlamento. Nessuna funzione di indirizzo politico ma, soprattutto, nessun controllo sull'operato del Governo. È grave tutto questo.
Questo Senato farà da guardone, potendosi permettere mere osservazioni su atti o documenti all'esame della Camera, un'attività che equivale a scrutare dal buco della serratura senza poter entrare in casa, nella propria casa.
Ma che senso ha dar vita ad una struttura parlamentare dove c'è una sovra rappresentanza di organi esecutivi regionali e locali se già esiste un potere esecutivo ed è costituito dal Governo? Che senso ha conservare un organo svuotato delle proprie funzioni, svilito e reso inutile?
In tutto questo, poi, la Camera diventerà un mero prolungamento del braccio forte del Governo, in barba all'equilibrio dei poteri dello Stato e dei pesi e contrappesi di cui parlano gli esperti costituzionalisti. E se nell'unico ramo rimasto del Parlamento si verranno a creare spaccature interne al partito di maggioranza, basterà fare del sano ostracismo: tagliare qualche testa, come siete abituati a fare, ed il gioco è fatto.
I tre poteri dello Stato, di fatto, si intrecceranno per diventare un solo monolitico potere nelle mani di un solo uomo, ossia il Premier. Si vuole ridurre il potere degli elettori e, con esso, la sovranità delle singole unità che fanno l'identità di questa Nazione, vale a dire i cittadini. In un contesto in cui vengono a mancare gli organi di controllo e di supervisione, le garanzie democratiche si tritureranno e si metterà il bavaglio alla voce dei singoli, falsandone le determinazioni.
Ripetete che tutto ciò è volto al risparmio delle risorse. Falsi! Bugiardi! Il sistema può essere ammodernato attraverso dei semplici passaggi, come il dimezzamento degli stipendi di ogni singolo parlamentare di Camera e Senato o l'abolizione dei finanziamenti pubblici ai partiti, tutte buone pratiche di cui potremmo sempre insegnarvi l'operato. Noi siamo la dimostrazione di tutto questo. Dove sono finiti gli intenti di semplificazione e di decurtazione degli aggravi economici di cui tanto vi vantate?
Quello di cui stiamo parlando non è un brutto sogno, non è una visione distopica del futuro: è ciò che sta accadendo al nostro Paese. È ciò che voi state facendo accadere. E tutto questo è drammatico. Pertini lo avrebbe mai permesso? Avrebbe permesso questo sistema balordo? Avrebbe permesso di aiutare le banche anziché i cittadini? Ricordo lo scandalo della Banca Etruria. Non è un episodio lontano, anche se la stampa asservita al potere ha fatto in modo di non parlarne più. Le responsabilità sono tuttora presenti e pesanti; pesano sulle spalle delle migliaia di famiglie che hanno perso i loro risparmi. Loro. E noi? Noi non dimentichiamo come le capacità oratorie della ministra Boschi vi abbiano potuto incantare. Solo i galletti del pollaio renziano continuano ad essere imboccati, ma intanto i problemi restano. Cosa importa se gli obbligazionisti e gli azionisti truffati non potranno più rivalersi sugli ex amministratori delle quattro banche fallite? Cosa importa se rischiamo di ritrovarci questi stessi manager incapaci alla guida di qualche altra banca? Cosa importa se il sistema di sorveglianza e controllo sulle banche è stato e continua ad essere fallimentare? Cosa importa se il papà di miss fiducia Boschi, l'ex vice presidente di Banca Etruria, è uscito a testa alta da questo vergognoso scandalo grazie alle doti della diletta figlia, formata nella prestigiosa scuola della Leopolda? Cosa importa se oggi solo un laureato su due trova lavoro dopo il conseguimento del titolo, oppure è costretto a trasferirsi all'estero per cercarlo? Cosa importa se le tasse strozzano i piccoli imprenditori e le aziende chiudono, mettendo per strada migliaia di lavoratori; se il popolo è affamato, disperato, svilito nella sua sovranità?
Questa pseudo riforma rischia di aggravare in maniera irreversibile il declino istituzionale e culturale dell'Italia. Questa "schiforma" consiste in una parvenza di monocameralismo, imperfetto: un Parlamento di nominati, strettamente controllato e diretto dal Governo.
Il Movimento 5 Stelle si oppone fortemente a tutto questo, così come ci opponiamo ancora più duramente a questa sorta di oscurantismo renziano, fatto di regalie, di corrotti, di mafiosi, di Rolex da 15.000 euro. Ci opponiamo ad un'idea di Stato concepito come un bancomat, al quale all'occorrenza, magari quando fallisce una banca di famigghia, si possa liberamente attingere. Dovete affamare l'ISIS, non il popolo italiano!
Ci opponiamo al venir meno del patto di fiducia tra istituzioni e cittadini, oggi traditi e stuprati vilmente nella loro sovranità, per fare posto ad una nuova dittatura massonica. Questa è la verità. Bisogna essere degni del popolo italiano e voi non lo siete. Lo state dimostrando.
Mi avvio alla conclusione. Auspico una trasformazione di questo doloroso frammento di una storia scritta a più mani in una prossima vittoria. Noi difenderemo la democrazia e la Costituzione. Se vuoi la pace prepara la guerra: noi ci stiamo preparando, siamo pronti, andremo avanti, costi quel che costi. (Applausi dal Gruppo M5S).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Galimberti. Ne ha facoltà.
GALIMBERTI (FI-PdL XVII). Signora Presidente, oggi, in quest'Aula, la maggioranza vorrebbe mandare in soffitta la Costituzione che ha rappresentato l'ossatura e l'armatura della nostra Repubblica, che ha assicurato il contrappeso dei poteri dello Stato garantendo ai cittadini una vera democrazia, che ha permesso alle nostre istituzioni di adeguarsi, forse non sempre perfettamente, alle necessità contemporanee. Un'opera che reca le firme di statisti come De Gasperi, Saragat, Calamandrei e Togliatti che oggi, disgraziatamente, potrebbe cedere il passo a questo obbrobrio istituzionale che di principi democratici ha davvero ben poco.
Non discuto la necessità di cambiare le regole per garantire uno Stato veramente più efficiente per il bene del Paese.
Certamente si devono razionalizzare i processi legislativi e si devono migliorare i meccanismi che favoriscono la governabilità del Paese. Si deve anche e soprattutto definire i limiti e le competenze di Stato e Regioni.
Proprio per queste ragioni avevo avallato il progetto di riforma, convinto che per un cambiamento così importante fosse necessario garantire il più ampio coinvolgimento dell'arco parlamentare, nel pieno rispetto dello spirito costituente. Un concetto semplice, ben chiaro a tutti, ma purtroppo non condiviso dal Governo e dalla sua maggioranza di cui è espressione che in questi mesi ha voluto una continua dimostrazione di forza nei confronti di un Parlamento ormai ridotto a semplice scribacchino dell'Esecutivo, costantemente umiliato e imbavagliato, destituito del suo stesso potere legislativo. Umiliazioni a cui ancora oggi siamo sottoposti, costretti ad una discussione contingentata; uno sfregio all'autorevolezza dell'Assemblea e alla libertà dei suoi componenti.
Con la scusa dell'approvazione in tempi stretti non si vuole permettere quel necessario dibattito che potrebbe smuovere le coscienze e formare un'opinione, magari diversa, da quell'uomo solo al comando. Non si deve, quindi, correre per ragioni di urgenza, ma piuttosto per il timore che la democrazia, quella che la nostra attuale Costituzione garantisce, possa sopraffare quell'autoritarismo previsto dalla nuova riforma ma oggi de facto già attuata dal Governo.
Un'imposizione frutto della megalomania di questa maggioranza, più attenta a rincorrere la sensazionalità della notizia e di un tweet di tendenza che alla realizzazione di scelte politiche assennate. Nulla di nuovo.
L'intero percorso di questo provvedimento è costellato di simili oltraggi: dalla sostituzione in Commissione di alcuni colleghi di maggioranza non in linea con il pensiero unico imposto dalla dirigenza del PD, alle modifiche del testo, volute sempre dalla dirigenza del PD, per finire alla calendarizzazione forzata della settimana scorsa, imposta ancora una volta dalla dirigenza del PD. E lasciatemi dire che si potrebbe sostituire al termine «dirigenza» quello di «dirigente», che sarebbe forse più appropriato.
Una tendenza che non potrà che aggravarsi, stanti le modifiche costituzionali previste da questa riforma, a cominciare dalla riduzione del Senato a semplice poltronificio di rappresentanti di Regioni e autonomie. Avrà solo funzioni secondarie di controllo, senza mai contribuire al processo legislativo, quando invece la maggioranza del mondo occidentale conserva un sistema bicamerale quale massima garanzia di democrazia per i cittadini. Umiliare così il Senato non ha neanche una valenza economica, perché il misero risparmio verrà compensato con ulteriori costi in capo alle Regioni (e sempre di soldi pubblici si parla).
Il depotenziamento del Senato fa sì che tutte le competenze legislative saranno in capo ad una sola Camera. Grazie al combinato disposto tra riforma costituzionale e legge elettorale, per effetto dello spropositato premio di maggioranza, il partito che vincerà le prossime elezioni, pur non rappresentando la maggioranza degli italiani, avrà il controllo della Camera dei deputati, eleggerà da solo il Presidente della Repubblica, accorderà da solo la fiducia al Governo e al Presidente del Consiglio, nominerà da solo i Presidenti di tutte le Authority e direttamente e indirettamente controllerà da solo la maggioranza dei componenti della Corte costituzionale e del Consiglio superiore della magistratura.
È la fine di quel check and balance su cui si fonda la democrazia. Potere legislativo, potere esecutivo, potere giudiziario nelle mani di un solo partito: è la fine della libertà.
Alla luce di tutto ciò, mi chiedo ancora una volta dove sia finita quella fiamma costituzionale che ardeva nelle parole del presidente Mattarella quando, il 20 ottobre 2005, in veste di deputato, si scagliò contro la riforma del Governo Berlusconi che, contrariamente alla proposta ora in discussione, oltre a garantire la governabilità, prevedeva anche indispensabili meccanismi di equilibrio istituzionale. Proprio ora che rappresenta la massima autorità garante della Costituzione, perché, presidente Mattarella, tace davanti ad un simile attacco alle nostre libertà?
Ebbene ad ella e ai colleghi di maggioranza, effettiva ed in qualche modo allargata, vorrei ricordare le parole pronunciate da Don Sturzo proprio in questo Senato il 27 giugno 1957: «La Costituzione è il fondamento della Repubblica. Se cade dal cuore del popolo, se non è rispettata dalle autorità politiche, se non è difesa dal Governo e dal Parlamento, se è manomessa dai partiti, verrà a mancare il terreno sodo sul quale sono fabbricate le nostre istituzioni e ancorate le nostre libertà». Spero che queste parole, che ancora riecheggiano in quest'Aula così forti ed attuali, possano risvegliare le coscienze di tutti i presenti affinché antepongano il futuro del Paese al miserrimo gioco politico.
Con il voto di oggi il Senato potrebbe mortificare ancora una volta non solo se stesso, ma il Paese intero, scrivendo una delle pagine più povere della storia delle istituzioni italiane. Non mi assocerò mai ad un tale oltraggio; non scriverò mai il mio nome tra coloro che hanno danneggiato la libertà degli italiani e lo sottolineerò con il mio voto contrario, sperando che allo stesso modo voteranno tutti coloro che potranno agire in libertà di coscienza. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII e del senatore Consiglio).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Chiti. Ne ha facoltà.
CHITI (PD). Signora Presidente, colleghi, signori del Governo, il testo sottoposto al nostro esame non ha subìto modificazioni nel passaggio alla Camera dei deputati. Su di esso, quindi, a differenza del primo progetto, confermo, come in occasione della precedente lettura nell'autunno scorso, il mio voto positivo.
Nel corso della precedente lettura ho illustrato le ragioni del mio consenso. Il superamento del bicameralismo paritario è una necessità per la nostra democrazia e penso che il non riuscirci darebbe un colpo definitivo alla credibilità della politica nel nostro Paese, nel dilagare in tutta Europa dei populismi che sfidano la democrazia rappresentativa e lo stesso futuro dell'Unione europea.
Il superamento del bicameralismo paritario avviene ora, dopo le modifiche che abbiamo apportato in Senato la volta scorsa, su basi che sono per me condivisibili nella sostanza. Faccio anzitutto riferimento alle competenze affidate al Senato, al mantenimento del bicameralismo paritario sulle revisioni della Costituzione e sui referendum e ad un ruolo di rilievo del Senato nel controllo delle politiche pubbliche e delle nomine del Governo, compiti che possono essere di primo piano nel rapporto con l'Unione europea e con il sistema delle Regioni e delle autonomie locali.
Naturalmente, come sempre avviene in democrazia e nella riforma delle istituzioni, i compiti bisogna poi saperli svolgere, ma a me pare sbagliato e forse frutto di una cultura parlamentare non aggiornata il fatto che si ritenga, ad esempio, che funzioni di controllo sulle politiche pubbliche o sulle nomine governative siano qualcosa di non rilevante per una Camera.
Rispetto poi al tema di un più complessivo equilibrio nel sistema democratico, ricordo che le modalità per l'elezione del Presidente della Repubblica, anche se per me sarebbe stata auspicabile una più precisa norma di chiusura che non abbiamo trovato, hanno tolto questa elezione alla forza di un solo partito o di una maggioranza. Da questo punto di vista, mi ha stupito il senatore Quagliariello - lo dico perché lo stimo ed ho con lui un rapporto cordiale di confronto - quando ieri ha usato l'elezione del Presidente della Repubblica come uno dei motivi della sua presa di distanza, almeno come simbolo di scelta, in questo passaggio del voto al Senato. Così per la disposizione che fa sì che il Senato in modo autonomo elegga i tre giudici della Corte costituzionale. Anche questi aspetti, con le correzioni che noi abbiamo introdotto, rappresentano a mio giudizio un passo in avanti.
Così, per quanto si riferisce al referendum propositivo e di indirizzo. Sono stupito dal fatto che nel dibattito gli interventi che ho ascoltato qui o alla televisione non abbiano messo con forza in evidenza l'attuazione di questi strumenti che sono stati introdotti. Questo è corretto, bisogna ora dare loro attuazione, ma i referendum propositivi e di indirizzo sono una scelta significativa nel rapporto tra istituzioni della democrazia e cittadini in una fase in cui la democrazia rappresentativa ha bisogno di far proprio e di rendere complementari momenti e strumenti di partecipazione diretta.
Infine, per me è stata e resta decisiva la fonte di legittimità su cui si regge il Senato che verrà e cioè il fatto che i consiglieri regionali e i senatori saranno scelti dai cittadini. È una innovazione, anche questa, introdotta nel precedente passaggio al Senato e confermata alla Camera.
Naturalmente, anch'io ritengo che vi siano aspetti per me, dal mio punto di vista, meno convincenti e li ho richiamati la volta scorsa: il non bicameralismo paritario per le grandi questioni etico-politiche (penso e temo che lo comprenderemo solo nei prossimi anni se questo sarà un rischio di divisione e contrapposizione nel nostro Paese); la riduzione, che anch'io avevo proposto con altri colleghi, del numero dei deputati, la collocazione istituzionale, cioè in quale Camera, dei senatori di nomina presidenziale, non più a vita ma comunque eletti per sette anni, degli ex Presidenti della Repubblica o, come ha ricordato il collega Micheloni, degli eletti nel collegio estero.
Tuttavia, ritengo che i temi che ora ho richiamato siano certamente rilevanti, così come alcuni aspetti del nuovo Titolo V, ma non siano prevalenti, per il loro peso, così da far fallire o da portare a far fallire il percorso della riforma: esistono, dal mio punto di vista - per altri magari no - ma non mi pare che il loro peso possa oggi considerarsi prevalente rispetto all'approdo e all'esito del percorso della riforma.
Del resto, anche io avrei visto bene altre soluzioni, come ha richiamato poco fa il presidente Casini: un rigoroso modello Bundesrat, cioè il Bundesrat in quanto tale (ma comporta anche un tipo di forma di Governo e di legge elettorale), o un complessivo ed autentico modello francese, ma - vorrei dire al senatore Casini - anche questo non semplicemente per come si elegge il Senato in Francia (corpo più ristretto e competenze), ma anche per come si elegge, con un sistema a doppio turno e collegi uninominali, l'Assemblea nazionale.
Voglio dire allora che questi elementi, che ci sono, non mi portano però, come ho detto, ad assumere in coscienza la responsabilità di non sostenere l'approdo di un percorso su cui penso si giochi una parte rilevante della credibilità, non dell'una o dell'altra parte politica, ma della politica nel nostro Paese.
Non voglio, in questo intervento, tornare su polemiche con i Gruppi parlamentari o con i colleghi di altri Gruppi che, dal loro punto di vista, sono contrari al progetto di riforma. In me c'è un rammarico, che considero una sconfitta per tutti: ognuno può variare i pesi delle responsabilità, ma penso sia una sconfitta per tutti di non essere riusciti a dar vita ad una riforma più ampiamente condivisa. Avrei voluto una riforma che segnasse, con lo stesso svolgimento del referendum (che comunque ci sarà ed è una scelta, non è soltanto un fatto dovuto ai numeri, e darà ai cittadini l'ultima parola sulla riforma), un nuovo inizio nel riconoscimento reciproco e tra i partiti ed una ricostruzione di fiducia tra partiti e cittadini.
Temo, sentendo toni e argomenti di molti interventi, che il referendum stesso potrà portare non a un punto di confronto e a un momento alto di democrazia per un confronto di merito sulle diverse valutazioni della riforma, ma al rischio di una contrapposizione politica frontale che non penso sarebbe auspicabile.
D'altra parte, la strada della delegittimazione o quella delle offese, anche se fatte in modo cordiale, non evidenzia la forza delle idee, quanto piuttosto la loro debolezza e, soprattutto, non ricostruisce una fiducia nei rapporti tra cittadini e istituzioni. Dice un proverbio che seminare vento produce tempesta: tempesta, e non una convivenza più avanzata.
Né si può sostenere che la sentenza della Corte costituzionale sulla legge elettorale, in vigore ancora nel 2013, impedirebbe al Parlamento di realizzare le riforme (si dovrebbe occupare solo di questioni ordinarie, stabilendo poi quali siano). È ordinario eleggere i giudici della Corte? È ordinario eleggere i Presidenti della Repubblica? Mi pare una strada che non abbia molto senso e, soprattutto, non è la verità. Se tra noi non ci diciamo ciò che corrisponde alla verità, è difficile ricostruire qualcosa con i cittadini.
Così come voglio notare, in conclusione, l'atteggiamento dei colleghi di Forza Italia quando esprimono insoddisfazioni, punti di critica, che li portano ad alzare i toni e il livello del confronto per testimoniare il loro no alla riforma. Addirittura, anche loro parlano di un attacco alla libertà e alla democrazia. Io penso, però, che i cittadini non seguiranno questa strada, perché i cittadini che decidono hanno consapevolezza quanto noi delle cose. Ripeto, resterei al merito, ma soprattutto, come giustificano questi colleghi di aver votato per la riforma quando l'innovazione cui ho fatto riferimento non c'era? Quindi, oggi votano perché le innovazioni sono insoddisfacenti o inconcludenti, ma hanno già votato quando queste non c'erano. Così come hanno votato a favore dell'Italicum, quando alcuni di noi hanno, rispetto a esso, sollevato alcune riserve, che erano riserve non soltanto, come ieri ancora diceva il senatore Quagliariello, legate alla possibilità di introdurre nel ballottaggio il realizzarsi di una coalizione, ma anche alla pienezza della rappresentanza (e anche questo aspetto va tenuto presente, e non è secondario) rispetto ai capilista bloccati.
Infine, conta molto ciò che avverrà nei prossimi mesi, da qui al referendum. Io ho in mente un editoriale del professor Ainis sul «Corriere della Sera» del 14 gennaio scorso, nel quale mi sono ritrovato, come argomentazioni, rispetto alle mie valutazioni. Il professor Ainis diceva che occorrono misure per rendere più rapida e più efficace l'attuazione di impostazioni contenute nella riforma. Egli ne citava diverse, ma tra le prime vi era la legge per l'elezione dei consiglieri senatori. Alcuni di noi hanno già avanzato proposte (il primo firmatario è il collega Fornaro) per la legge elettorale con cui dare forma concreta al fatto che saranno i cittadini a scegliere e designare i futuri consiglieri senatori. Se su questa, o su altre proposte che potranno esserci, si dà vita subito ad un confronto e si incardinano le proposte (certo, di più non si può fare, ma l'incardinamento e il confronto può esserci), se questa situazione sarà già in essere durante il referendum e se, come io penso, il referendum approverà la riforma, l'assunzione dell'impegno ad applicare la riforma sarà efficace e rapido.
Concludo davvero, signora Presidente. Dico ad alcuni colleghi con cui ho fatto dei tratti di strada (ad esempio il collega Micheloni, il cui intervento ho ascoltato questa mattina), che in questo nostro viaggio verso la riforma della Costituzione le posizioni si sono intrecciate, unite, talvolta divise, com'è normale, perché ognuno di noi fa riferimento alle proprie convinzioni. Penso che fra noi, non solo dentro il PD, ma tra noi senatori e parlamentari, prima di tutto debba esservi rispetto, tanto più - vorrei dire - quando c'è un dissenso legittimo. Di fronte a passaggi di così grande rilievo, ancor più per ognuno si pone il tema, che non è semplice e che è richiamato anche in testi di cultura politica, del rapporto tra l'etica dei valori, cioè i propri convincimenti ideali, e l'etica della responsabilità, cioè i punti di equilibrio, di ascolto, di ricerca, di costruzione paziente di convergenze e - se si vuole - di compromessi, che non siano bloccati da assoluti personali, perché questo consente di assumere decisioni, di far avanzare scelte che mantengono coerenza con i principi, quelli irrinunciabili, che ci guidano.
Se non si opera questo sforzo, si può restare o nella testimonianza nobile, seria, ma che non costruisce opere e soluzioni concrete, oppure si può cadere in un pragmatismo senza ideali, che può diventare anche cinico. Non esiste naturalmente un automatismo che segni in modo inequivocabile dove sia il terreno, il confine sul quale si incontrano l'etica dei valori e quella della responsabilità. Ognuno per definire questo terreno deve seguire la propria riflessione, la propria coscienza, assumersi il dovere di una scelta di cui poi rispondere. Per me personalmente questo confine e questo terreno di incontro nella riforma si è realizzato con le innovazioni che sono state introdotte e che ho richiamato. Io rispetto chi non le ritiene sufficienti o soddisfacenti, se nel merito le argomenta e al merito sta; per me invece rendono il progetto di riforma in grado di poter essere sostenuto; l'impegno deve essere poi quello di attuare, dopo il referendum, le innovazioni fondamentali che vi sono contenute. Questo è l'impegno e la convinzione che accompagna il mio voto positivo. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Catalfo. Ne ha facoltà.
CATALFO (M5S). Signora Presidente, voglio iniziare il mio intervento immaginando i pensieri e i discorsi dei prossimi senatori all'interno dell'Aula in cui siamo presenti noi in questo momento: «Sono un senatore della Repubblica nominato grazie all'ex presidente del Consiglio Matteo Renzi. Chi lo doveva dire! Sono uno dei tanti consiglieri regionali italiani che adesso siedono insieme a me sugli scranni di questo senato. Siamo in cento. Caspita che occasione! Chi lo doveva dire che un plurindagato come me sarebbe arrivato qui, seduto tra il rosso di questi scranni dove sedevano i primi senatori della Repubblica; l'ho scampata bella!» - pensa il senatore sfregandosi le mani - «Mi hanno dato pure l'immunità».
Rivolgendosi poi al collega senatore, consigliere regionale nominato anche lui a ricoprire tale carica gli dice: «Sai quegli interessi che abbiamo con quell'imprenditore? Beh, adesso con l'immunità non ci tocca nessuno! Poi quegli affari che abbiamo con quei tali che gestiscono i servizi per gli svantaggiati sono grossi e coprono tutto il territorio nazionale: anche quelli possiamo favorire. E quell'opera, quella di cui ti parlavo, quella grande opera ci porterà miliardi. Lo sai che possiamo cambiare la Costituzione, amico mio? Sai quell'articolo della Costituzione, l'articolo 3, quello che dice che "è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese"? Ho pensato che potremmo togliere quella parola, "di fatto". Sai quante porte si apriranno per i nostri affari? Quanti soldi potremo recuperare per distrarli in opere che più ci aggradano? La gente così dovrà essere a nostra disposizione.
Noi gestiremo la politica e l'economia. Noi gestiremo la stampa. La libertà sarà nostra, solo nostra!». «Ma non lo aveva introdotto la Mattei quel "di fatto"?» - gli chiede il collega - «Mattei chi? Non so chi sia la Mattei! Non farmi perdere tempo, non so chi sia questa tizia. L'importante è ciò che potremo ottenere e gestire togliendo solo due paroline: "di fatto". Così, di fatto, i liberi saremo solo noi!». E si sfrega di nuovo le mani.
Ecco, questo è un breve spaccato di quello che sarà lo scempio voluto da questo Governo. Siamo arrivati al voto finale di questa che mi piace chiamare "deforme" costituzionale. Durante il suo lungo iter abbiamo potuto osservare l'azione di questo Governo: maggioranze variabili, con annessi nazareni conditi da cambi di casacca. Ultimo della serie, il gruppo di responsabili capitanati da Verdini allo scorso passaggio parlamentare qui al Senato.
Ma parliamo del merito della riforma, dei suoi contenuti, dei punti di debolezza e degli strascichi che questa riforma porterà con sé negli equilibri costituzionali. È lì che possiamo veramente metterci le mani nei capelli. La prima obiezione di fondo è quella dichiarata da alcuni costituzionalisti (e più volte ribadita in quest'Aula nel corso dell'iter), i quali ritengono che, dopo la sentenza n. l del 2014 della Corte costituzionale, questo Parlamento non sia idoneo ad intraprendere un percorso di riforme così impegnativo. In democrazia la sovranità è del popolo e non dell'assemblea del PD; è il popolo ad eleggere i propri rappresentanti. Con la soppressione dell'elezione diretta dei rappresentanti dei cittadini nel Senato della Repubblica, si costituirà a tutti gli effetti un lungo passo indietro nel tempo, precisamente a quando l'elettorato passivo spettava a pochi ed era riservato solo a coloro che assolvevano a determinati requisiti di potere. Ed è questo quello che volete.
Nel progetto di riforma, proposto da un Governo presieduto da un nominato, i membri del Senato verranno scelti in base ad un meccanismo ibrido, tra «il cumulo di cariche» e «le elezioni ristrette», dove i votanti in pratica sono solamente i titolari di altri incarichi politici pubblici di rilievo (sindaci e consiglieri regionali).
Un'altra grana, un altro ibrido che avete prodotto nel testo riguarda proprio l'articolo 116 della Costituzione, contenuto nel Titolo V. Le Regioni potranno vedersi devolute dallo Stato «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia», su giustizia, istruzione, turismo e beni culturali, ma a condizione che esse siano «in condizione di equilibrio tra le entrate e le spese». Anche qui avete aggirato l'ostacolo e non avete affrontato realmente la questione.
Per quanto riguarda la materia lavoristica, non è si voluto imparare nulla dalla lezione dataci dalla riforma del Titolo V. Infatti la necessità di una strutturazione organica delle politiche attive del lavoro si scontra, anche questa volta, con le frammentazioni che questa riforma causerà (semiriforma). Garantire infatti la possibilità di demandare le politiche attive del lavoro alla competenza regionale, di nuovo, farà sì di acuire ancora di più i divari regionali. C'è bisogno, soprattutto in questo caso, di un disegno comune sia per l'organizzazione degli uffici, che per la pianificazione delle politiche del lavoro; solo così potremo finalmente puntare alla convergenza tra Regioni e territori.
Abolire il bicameralismo perfetto significa alterare irrimediabilmente la capacità legislativa del Parlamento; e voi ne sarete responsabili. L'attuale Governo spiega che eliminando il bicameralismo si avrebbe un considerevole risparmio per le casse dello Stato. Tale risparmio però, tutt'altro che considerevole, si avrebbe soltanto per le funzioni del Senato e non per i suoi costi, che rimangono di fatto pressoché uguali. La sua abolizione invece influirà sull'andamento democratico del nostro Paese. La previsione dei Padri costituenti del bicameralismo paritario, infatti, era stata espressa proprio per timore di una possibile futura svolta autoritaria delle istituzioni. Rischiamo di far piombare l'Italia, paradossalmente, in una situazione di crisi istituzionale mai vista in precedenza.
Si fa sempre riferimento a Paesi quali Francia e Gran Bretagna, sia per le riforme costituzionali, che per altri tipi di riforme, come Paesi da prendere ad esempio per efficienza parlamentare. Bene, sono proprio questi Paesi, culle del moderno parlamentarismo, che per tradizione delle istituzioni democratiche (la prima Paese natale del moderno stato di diritto; la seconda culla del parlamentarismo) possono permettersi un bicameralismo non paritario. Il nostro Paese si dimostra ancora ora non pronto per un passo così grande e brusco. Lo spettro di un nuovo autoritarismo si aggira ancora nelle stanze e nei luoghi di questa ancora acerba democrazia, che non è stata capace di applicare gli articoli della Costituzione in più di sessant'anni dalla nascita della stessa.
È sotto gli occhi di tutti, tra l'altro, come la corruzione, i favoritismi e le clientele siano ancora ben radicati e presenti nel nostro Paese. Garantire il principio democratico reale, cioè diretto, è per il Movimento 5 Stelle un presupposto fondamentale. Garantire una rappresentanza e un controllo diretto da parte del cittadino, che voi volete rendere sempre meno partecipe alla vita del Paese, è invece principio fondamentale su cui si poggiano le fondamenta del Movimento.
Riepilogando il copione degli ultimi mesi, abbiamo una maggioranza incostituzionale che mette mano alla Costituzione con un atto di forza da parte di un Governo nominato. La chiamerei vergogna incostituzionale. Più volte il Movimento ha indicato la strada giusta per ridurre i costi della politica, concetti molto semplici, ma che hanno avuto scarso seguito tra gli scranni del Parlamento; lo abbiamo detto più volte: riduzione dei Parlamentari, dimezzamento degli stipendi, rendicontazione obbligatoria delle diarie, restituzione del non speso, abolizione dell'indennità di carica, dell'assegno di fine mandato e abolizione reale del finanziamento pubblico ai partiti.
Dite di volere questa riforma per la lentezza delle procedure di approvazione delle leggi, ma non mi sembra che sia stato tanto lento l'iter che ha portato all'approvazione della legge Boccadutri per potere intascare voi, con una maxisanatoria, 45 milioni di euro senza alcun controllo sui bilanci o allo spot elettorale sugli 80 euro, che nulla ha influito sull'economia italiana e sulla diminuzione della povertà. È, quindi, una questione di mera volontà e non di procedure parlamentari. La riprova sta nel fatto che il nostro provvedimento sul reddito di cittadinanza latita in Commissione lavoro da più di un anno. Pertanto, l'interrogativo rimane; anzi, a questo se ne aggiunge un altro, considerando che lo spirito di una riforma costituzionale deve essere necessariamente quello di applicare nel mutato contesto sociale i principi ai quali è ispirata la Carta costituzionale. Questo Parlamento e questo Governo, nella loro inconsueta formazione, non sono in grado di offrire una valida riforma costituzionale e finiranno per fare entrare all'interno della nostra Costituzione il decadentismo politico di questi anni e anche di questo vi assumerete la responsabilità.
È veramente questa la riforma di cui ha bisogno il nostro Paese? Avete chiesto agli italiani cosa vogliono? Siete andati per le strade? Avete visto in che condizioni versano i nostri giovani, le famiglie e i pensionati? Avete ascoltato la gente? Dovremmo imparare; dovreste imparare ad avere un ascolto attivo - così si chiama - a capire quali sono i problemi delle persone, ad applicare realmente gli articoli della Costituzione e ad applicare quel modello sociale che tanto si sente nelle vostre bocche e, a volte, si vede sui vostri scritti, ma che mai si vede applicato in Italia per i nostri cittadini.
Il Movimento 5 Stelle ha chiare le proprie idee: reddito di cittadinanza come riforma strutturale per affrontare i veri problemi reali del Paese e delle persone che, ad oggi, non sanno come arrivare a fine mese. Non serve una diatriba su riforme che questo Parlamento non può fare. Ci vuole un reddito per ridare dignità - è nel famoso articolo 3 di cui parliamo e di cui ho parlato prima e per cui tanto si sono battuti i nostri Padri costituenti - a milioni di famiglie, a queste istituzioni ormai lontane dal quotidiano. La legge sul reddito di cittadinanza è stata incardinata in Commissione più di un anno fa. Ancora oggi non sappiamo quanto lungo sia il suo iter, perché le priorità di questo Governo e di questo Parlamento sono altre.
Questo dimostra quanto il Parlamento sia impegnato in tematiche cruciali, a tutela dei cittadini. Si tratta di una misura concreta, che farebbe uscire dalla condizione di povertà 10 milioni di cittadini italiani e 1,5 milioni di bambini poveri, quei bambini poveri di cui tanto vi riempite la bocca nelle trasmissioni televisive e nei comunicati stampa ma per i quali non fate nulla. Si tratta di 1,5 milioni di bambini poveri e di un italiano su sei! Così, venite a dirci che il Parlamento ha ben altro da fare, forse perché, per l'appunto, il cittadino è l'ultimo degli interessi di questo Parlamento e forse perché il Parlamento non ha alcuna intenzione di applicare quelle due paroline, di cui parlavano i due senatori citati all'inizio del mio intervento: «di fatto»; quelle paroline, introdotte in Costituzione da Teresa Mattei, che ha impiegato tutta la sua vita in difesa dei poveri.
Avete iniziato con il negare ai cittadini italiani gli strumenti per poter vivere dignitosamente. Avete tolto loro l'istruzione di qualità: ricordo il pericolo che i Padri costituenti citavano, a proposito della questione della cultura, della scuola e dell'istruzione pubblica. Avete eliminato la sicurezza del lavoro e la certezza di un futuro per i lavoratori e le famiglie italiane. Avete tolto la speranza ai giovani e avete eliminato il progetto di vita delle famiglie e dei giovani italiani. Avete chiamato le vostre riforme con nomi inglesi, così da confondere gli italiani.
Infine, dopo tutto questo, quando il cittadino sarà disperato e non avrà alcuna certezza, sarà pronto a non vedersi più rappresentato all'interno delle istituzioni. Sappiamo tutti che il prossimo passo sarà portar via loro anche il diritto di voto ed è quello che state facendo. Questo è il vostro progetto. Ci sarà l'uomo solo al comando, sogno infranto della destra berlusconiana, che invece, il signor Renzi, presidente nominato e non eletto, sta portando finalmente a compimento.
Vogliamo darvi però questo messaggio, dicendo che il Movimento 5 Stelle non demorde, che non tutto è perduto e che la Costituzione ci dà ancora gli strumenti per fermare questa riforma, una volta per tutte, attraverso il referendum costituzionale. Saranno i cittadini, in una prova di democrazia - questa volta quella vera, diretta - a darvi torto, tramite la consultazione referendaria. Noi del Movimento 5 Stelle non abbiamo paura di scendere per le strade e nelle piazze, parleremo con la gente, come facciamo già ogni giorno, ogni momento, da anni, da prima di essere presenti in Parlamento, e spiegheremo i rischi e le conseguenze di questa "deforma", voluta da un Governo di nominati. (Applausi dal Gruppo M5S. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mineo. Ne ha facoltà.
MINEO (Misto). Signora Presidente, signore senatrici e signori senatori, penso che in occasione del terzo esame da parte del Senato di questo disegno di legge non si debbano ripetere le passioni e le argomentazione che si sono espresse prima in Commissione e poi nel corso della prima lettura, perché, a questo punto, la ratio costituzionale non è quella di ripetere se si è d'accordo o no, ma quella di cercare di capire se, nonostante tutto, la riforma che si è fatta possa servire e possa inserirsi utilmente nell'assetto costituzionale.
Provo a straniarmi, come avrebbe detto Ettore Scola, che si occupava professionalmente di questi tentativi di guardare le cose fuori da sé, per porre in essere un certo tipo di relazione e di racconto.
La prima cosa che noto dal testo è che, come sostiene Ainis, su molti aspetti decisivi la riforma non decide, o meglio rinvia la decisione alla legge che verrà: è una riforma incompiuta. Se dovessi spiegare a degli studenti universitari, o a un pubblico di spettatori televisivi di un programma di approfondimento, come e quando saranno scelti i prossimi senatori, non saprei come rispondere, balbetterei. Mi chiedo infatti cosa voglia dire, come scritto in un articolo del disegno di legge di riforma costituzionale, che saranno eletti dai Consigli regionali e, come scritto in un altro articolo, che saranno scelti direttamente dagli elettori al momento del voto del Consiglio regionale. Dipende tutto dalla legge che verrà. La riforma è incompiuta e nessuno sa quando sarà approvata la legge che la renderà compiuta.
Sempre Ainis nota, in quell'articolo del «Corriere della Sera» che è stato secondo me impropriamente citato dall'amico Vannino Chiti, che per l'elezione dei Consigli regionali era previsto nella Costituzione un vincolo ultimativo di un anno, ma l'elezione dei Consigli regionali che si doveva tenere nel 1948, come tutti sapete, si è fatta poi nel 1970. Non sappiamo quindi da chi e come saranno scelti i nuovi senatori, né quando saranno scelti con il nuovo rito.
In secondo luogo, la legge che sottoporremo al referendum è contraddittoria, perché da una parte trasforma il Senato della Repubblica (che si chiamerà sempre così) in un Senato delle autonomie, portando a Roma sindaci e consiglieri regionali; dall'altra, il disegno di legge in esame è protagonista di uno svuotamento dei poteri autonomi delle Regioni, tanto da far dire a un emblema della moderazione, qual è il senatore Casini, che c'è una tensione centralista quando nel disegno di legge si introduce la clausola di supremazia sulle Regioni a favore del Governo. Vi è, però, ben altro. Quando si elimina la legislazione concorrente, cari senatori, si toglie in realtà alle Regioni l'ambizione, la possibilità di contribuire alla legislazione nazionale e le si tiene in un recinto. Se sono allora in un recinto, che senso ha trasformare la Camera alta in una Camera delle autonomie? C'è una contraddizione implicita.
La terza questione che mi colpisce molto è che si tratta di un disegno di legge imprevidente, perché tocca in modo raffazzonato e politicante uno dei nodi centrali dell'equilibrio fra i poteri fissato dalla Costituzione: mi riferisco alla questione del Presidente della Repubblica. Visto che naturalmente c'è un rapporto tra il disegno di legge di riforma costituzionale e l'Italicum, sempre Ainis nota che il Premier verrà deciso dal premio di maggioranza e il Presidente della Repubblica cede espressamente (articolo 88) il potere di sciogliere il Senato, ma implicitamente anche la Camera, con un partito maggioritario (per effetto dell'Italicum) il cui leader potrà decretare vita e morte della legislatura. Non solo il Presidente della Repubblica perde il potere di sciogliere il Senato e implicitamente anche la Camera ma, come è stato notato in seconda lettura, viene eletto con una procedura che manca di una clausola di chiusura. Cioè, per evitare che si potesse dire (ecco quello che definisco politicantismo) che lo sceglieva il Premier, il Presidente della Repubblica viene eletto con un quorum qualificato e con molte votazioni. Tuttavia, per effetto dell'Italicum e di quello che accade dopo, se le minoranze fossero compatte assisteremmo a spettacoli indecorosi come quelli della elezione (o non elezione) dei giudici della Corte costituzionale, perché sarà molto difficile che passi il candidato del Premier; se invece alla fine le opposizioni cedessero e passasse il candidato del Premier, probabilmente l'elezione del Presidente della Repubblica diventerebbe oggetto di uno scambio politico.
Ora, la clausola di chiusura nei sistemi maggioritari esiste, l'ho citata nel corso del dibattito in seconda lettura e la ricordo ancora oggi. In Grecia, ad esempio, se per tre volte non si raggiunge il quorum qualificato, decade la Camera, si scioglie il Parlamento e si va al voto. Non l'abbiamo voluto fare, mantenendo la confusione su questo aspetto e ciò mi fa dire che la riforma è anche imprevidente.
Per queste tre ragioni, senza alcuno stato d'animo particolare, voterò "no" al disegno di legge al nostro esame.
Tuttavia, non vorrei parlare soltanto dell'aspetto istituzionale di quello che stiamo approvando ma anche dell'aspetto politico, che è rilevantissimo. Ieri ho seguito da casa, in streaming, il dibattito in Aula fino a notte tarda e l'impressione che ne ho avuta è penosa: perché abbiamo dovuto fare la seduta notturna? Soltanto perché qualcuno aveva detto che si doveva votare il 20, non il 21, non il 22? Non c'era alcun senso, alcun obbligo di calendario, soltanto una scelta, ipse dixit, bisogna farlo. Ma questo, cari colleghi, nasconde, e tutti voi lo sapete, una gravissima difficoltà politica del Premier e del nostro Governo, che oggi si trova in difficoltà nel suo rapporto con l'Europa. Infatti, per volersi togliere di dosso il ruolo dell'allievo diligente che aveva avuto, in una prima fase, con Angela Merkel e con Draghi, quando l'ha chiamato nell'estate del 2014 (incontro dal quale è partito il jobs act), e per cavalcare l'insoddisfazione diffusa in molti strati della popolazione nei confronti dell'Europa, il Premier ha fatto degli errori imperdonabili che pagherà l'intero Paese.
Primo errore: mentre con una come Angela Merkel si può legittimamente dire: «Non sono d'accordo con te e cerco alleanze per cambiare la politica europea», quello che non si può fare, e Renzi l'ha fatto, è usare Kaczynski e Orban per farle uno scherzetto facendoli votare contro il gasdotto Nord Stream, salvo poi incontrarsi con Putin e forse parlare di commesse italiane. Questo tipo di atteggiamento - ve lo dice uno che un po' la politica europea l'ha dovuta seguire - genera reazioni non di poco momento. Io immagino che Angela Merkel non dirà mai nulla, mai una parola nei confronti del nostro Premier e del nostro Governo; ma ci ha messo la croce sopra, e parlano altri per lei.
Lo stesse vale per Draghi. Guardate che Draghi è un protagonista - lo sapete meglio di me - politico della nuova Europa, non è soltanto il presidente tecnico della Banca centrale europea e davanti ad un Draghi che è impegnato in una battaglia difficilissima con la Bundesbank e con certi ambienti della finanza che non condividono, per esempio, il quantitative easing, e cioè la sua politica monetaria, la nostra posizione che non affronta, come ha provato ad affrontarlo Tsipras, il problema del pareggio di bilancio ma che pretende per sé, di volta in volta, comunicandolo più alla stampa che alle riunioni formali, clausole di salvaguardia e di vantaggio e favori, è una posizione che rompe profondamente le scatole. Anche da quel punto di vista aspettiamoci dei problemi.
Questo spiega anche lo scandalo che ha generato la posizione di Federica Mogherini, della quale voglio dire che è stata nominata forse senza una preparazione appropriata, ma che ha lavorato bene, ed è stata lodata da Lavrov e Kerry - che non sono proprio gli ultimi venuti - sulla vicenda dell'Iran. Federica Mogherini si è subito smarcata dalla posizione del Governo italiano e naturalmente l'incubo, come scrivono i giornali, è che si prepari in Europa un piattino come quello che fu confezionato per il Premier Silvio Berlusconi.
Io, che sono per una critica della politica economica europea, credo però che tale critica vada fatta lealmente, costruendo alleanze. Se si usa questo schema dello spianare e dell'asfaltare in Europa si fanno guai molto seri. La ragione per cui bisogna umiliare questo Senato e farlo votare quando decide il Governo senza discussione è un modo di nascondere questa profonda difficoltà.
Esiste poi un'altra difficoltà, e lo voglio dire. In queste ore si fa pressione sulla maggioranza del Governo e sui Capigruppo perché votino a favore della riforma anche se non sono convinti perché, dicono, altrimenti i voti di Verdini diventerebbero determinanti, fondamentali. Verdini lo ha detto: «Io sono l'idraulico di Renzi». I rubinetti della maggioranza a destra e a sinistra perdono continuamente; per fortuna che c'è lui che ripara il tubo.
Signori, mi rivolgo ai miei colleghi, con passione: io ho fatto il giornalista tutta la vita e non c'è nulla di peggio dell'autocensura. È molto meglio che la legge passi con 161 voti con il contributo di Verdini, piuttosto che ci si autocensuri cambiando le proprie posizioni, perché in questo modo si apre una deriva che si sa dove comincia e non si sa dove finisce.
Terza e ultima cosa: il referendum. La campagna elettorale per il referendum è già partita e non riguarda la Costituzione, né la modifica costituzionale, ma l'insieme delle cose che il nostro Governo e il nostro Presidente del Consiglio hanno fatto. È una campagna elettorale che, in modo trasparente, vuole risolvere un gap di legittimazione che Renzi ha: è stato votato da tantissimi alle primarie del PD, poi alle prime prove il Partito Democratico ha avuto un magnifico risultato nelle elezioni europee, ma questo Premier una legittimazione propria non ce l'ha. Avendo cambiato proprio tutto, è lui il primo - perché è un uomo particolarmente intelligente - a capire di aver bisogno di una legittimazione.
Ma, invece di fare come ha fatto Tsipras, che ha difficoltà molto grandi (oggi sta facendo passare una riforma delle pensioni molto complicata, poi c'è il problema dell'immigrazione, che colpisce lui quanto noi e anche molto di più) e che si è sottoposto a unreferendum popolare su una questione centrale e poi è andato ad elezioni, qui si carica un referendum confermativo di un ruolo del tutto improprio. Chi voterà «sì» al referendum confermativo non starà votando per la riforma che il senatore Chiti - bontà sua - ha promosso in occasione del secondo e terzo esame in quest'Assemblea, ma starà votando per il jobs act, per la riforma della scuola, per la riforma della RAI, per l'esibizione muscolare alla pubblica amministrazione per cui in quarantott'ore noi abbiamo risolto il problema dei funzionari infedeli. Sono balle, perché in questo Paese c'è soprattutto un deficit di governo: non è che non ci siano leggi per cacciare quelli che timbrano il cartellino e se ne vanno; non siamo capaci perché abbiamo una cattiva amministrazione, perché non abbiamo saputogestire i nostri manager, perché abbiamo un gap di governo che va avanti da quarant'anni. Stiamo trasferendo su altro, sul Parlamento e su questa politica assolutamente muscolare e populista, la nostra profonda incapacità.
Voglio solo dire veramente un'ultimissima cosa. Oggi Verderami scrive sul «Corriere della Sera» che anche con il premio di maggioranza dell'Italicum la maggioranza non sarebbe solida, perché il Premier, di riffa o di raffa, dovrebbe dare il 10 per cento alla minoranza PD. Questo va a ricasco delle cose dette da Verdini. Il punto è allora il seguente. Io non ho mai detto e altri non hanno mai detto che corriamo un rischio autoritario nel nostro Paese, perché abbiamo capito tutti che il rischio che corriamo è di continuare come prima, cioè con una mediazione corporativa estenuante. Solo che i luoghi di questa mediazione, invece di essere quelli deputati ad essa (il Parlamento), sono altrove. Questo è il pericolo: i luoghi della mediazione sono altrove. Oggi, invece di essere "condite" nelle Commissioni, le leggi vengono "condite" dall'ufficio legislativo del Governo, diretto dall'ex capo dei vigili di Firenze, Manzione. Oggi i luoghi di confronto si spostano in altri ambienti. Ecco perché ritornano non soltanto i Verdini, ma anche Carboni: professionisti, facilitatori, creatori di strutture in cui si media quello che non trova più nei ruoli propri il suo luogo di mediazione. Questo è pericoloso, perché naturalmente rende non più efficiente il sistema, ma ancora più corporativo e untuoso.
Da questo punto di vista, spero che nel prosieguo del dibattito e anche nel dibattito sul referendum qualcuno ripensi alle proprie posizioni e si preoccupi, cercando di guardare il quadro in modo un po' più complessivo. (Applausi dal Gruppo Misto-SEL e del senatore Bocchino).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bertorotta. Ne ha facoltà.
BERTOROTTA (M5S). Signora Presidente, a questo punto della discussione è veramente difficile parlare di riforme senza essere ripetitivi. Del resto, da quando il premier Renzi si è appropriato della più importante poltrona, quella di Palazzo Chigi, ne discutiamo in maniera più assidua. In fondo, attorno a questo tema gira tutta la partita di questo Esecutivo.
Ricordo ancora le parole pronunciate a marzo dello scorso anno dallo stesso Presidente, in ordine alla possibilità che la riforma non passi: non solo cade il Governo, «io mi gioco tutta la mia storia politica». Voi ci credete? Io veramente no. Credo piuttosto che sarà il referendum a dimostrare a Renzi cosa pensano veramente gli italiani della riforma costituzionale.
Tutti gli italiani di buon senso tengono alla nostra Costituzione, sanno che è il frutto dei sacrifici dei loro nonni, quelli che hanno combattuto in guerra. Questi sanno che state provando a cancellare la Carta fondamentale dei loro diritti civili e politici, la base della vita democratica di questo Paese, e io penso che non ve lo permetteranno.
Non vi state rendendo conto del male che state facendo all'Italia. Non vi state rendendo conto che, cedendo il passo a Renzi, cederete il passo al fallimento totale di questo splendido Paese. Che tristezza l'ottusità! Vendersi per pochi danari, vendere l'anima al diavolo, pur sapendo di sbagliare.
Il tempo che mi è concesso voglio impiegarlo bene; per questo ho intenzione di ribadire le osservazioni critiche che sono pervenute da molte autorevoli voci.
Il testo del disegno di legge costituzionale non è definitivamente stabilito e ai gravi punti di disaccordo ne corrispondono altri non meno essenziali, sui quali il famoso patto del Nazareno prima era sicuro, mentre oggi pare sia stato superato dal patto Renzi-Verdini.
L'esigenza di modificare l'assetto del bicameralismo è superficialmente condivisa da voi della maggioranza, non tanto per autonomia intellettuale, ma per un Diktat calato dall'alto, così come condividete l'idea di superare il bicameralismo perfetto forse perché siete certi di andare a sedere sulle poltrone di Montecitorio, convinti che, lasciando alla sola Camera il potere di dare la fiducia al Governo, e di revocarla, risolverete il problema.
Forse avete in mente che, con questa riforma, attribuendo al nuovo Senato la rappresentanza delle autonomie territoriali, l'impianto democratico resisterà ugualmente. Ma voglio chiedervi una cosa: come va costruito un Senato destinato a rappresentare il punto di vista delle autonomie? Di chi sarà davvero espressione: dei cittadini o dei loro Governi?
Il Senato rappresenterà le istituzioni territoriali, ma neanche l'ombra del popolo. Questa diventa la giustificazione della scelta di far eleggere i senatori dalle istituzioni regionali anziché dal popolo di ciascuna Regione. Una scelta, invece, bizzarra per le modalità di tale elezione: i consiglieri regionali designano chi di loro debba essere eletto, così tutto resta all'interno di ciascun Consiglio, con la sola aggiunta di qualche povero sindaco. In realtà, per chi ha redatto questo grandioso progetto non sarà stato facile ignorare i Comuni, considerato il loro antico radicamento nel Paese.
Me lo immagino qualche sindaco della mia Regione, che sarà sin d'ora in fibrillazione: non vede l'ora di sedere sugli scranni di Palazzo Madama. Eppure, a pochi è balenato il vero e serio problema. Non vi viene da pensare che questi sindaci-senatori, come del resto i consiglieri regionali, avranno difficoltà a svolgere un doppio ruolo? Corsi e ricorsi, doppi ruoli, doppi incarichi. Del resto, l'Italia è il Paese dei Mastrapasqua, che riescono a svolgere ben 25 incarichi contemporaneamente.
Un'altra questione incerta riguarda le funzioni da attribuire al Senato. In una vera democrazia, esercitare le più alte funzioni costituzionali è consentito soltanto a chi sia dotato di legittimazione popolare, ed invece, un Senato così malamente costruito partecipa addirittura alla funzione legislativa del più alto livello, la revisione della Costituzione, con i medesimi poteri della Camera elettiva. È perfino chiamato ad eleggere ben due giudici della Corte costituzionale, acquisendo così un potere ben più decisivo di quello del Senato attuale. La riforma attribuisce l'elezione di tre giudici alla Camera dei deputati (dove i deputati sono più di seicento) e di due giudici al nuovo Senato, composto da soli cento membri.
Il divario di potere tra le due Camere e tra i loro componenti è tanto evidente, quanto ingiustificato: solo se il nuovo Senato fosse concepito quale organo di garanzia, come previsto da alcune proposte emendative un simile potere potrebbe trovare giustificazione, ma è evidente che nella composizione stabilita è del tutto impensabile considerare i senatori una garanzia. Del resto, chi considererà garante un sindaco o un consigliere regionale divenuto senatore? Io penso nessuno. Il ruolo decisivo delle segreterie dei partiti sulla loro elezione (o, per meglio dire, sulla loro nomina) di certo non lo consente e la funzione loro attribuita non può che apparire un espediente per mettere le mani, in modo indiretto, sulla Corte costituzionale, vale a dire sulla composizione dell'organo che ha l'alto compito di garantire il rispetto della nostra Carta costituzionale. Del resto, due giudici a disposizione dei politici possono spostare i delicati equilibri della Corte costituzionale e anche far diventare una legge palesemente e fondatamente incostituzionale una legge costituzionalmente orientata.
Il nodo politico di fondo - cioè la rappresentatività democratica del Parlamento, se non addirittura la sorte del popolo sovrano - emerge più chiaramente guardando al complesso delle riforme, come noi abbiamo sostenuto, ovvero guardando la riforma del Senato e la nuova legge elettorale insieme. Ricordo che si tratta di una legge approvata con forzature procedimentali evidenti e, di fatto, senza un reale confronto, che distorce la volontà degli elettori attraverso l'attribuzione di un ingente premio e può consentire ad una minoranza esigua di impadronirsi di tutte le istituzioni, comprese quelle di garanzia.
Parlo di una minoranza esigua perché la soglia del 40 per cento richiesta per ottenere il premio è solo un ingannevole schermo: se nessun partito la raggiunge il risultato non è, come disposto dalla cosiddetta legge truffa del 1953, che nessuna «coalizione» (altra essenziale differenza) gode del premio e ciascuno ottiene i seggi corrispondenti ai voti ottenuti. Con la legge attuale, i due partiti più votati partecipano comunque al ballottaggio, qualunque percentuale abbiano raggiunto, e uno dei due necessariamente supererà l'altro, ottenendo il premio in seggi e il dominio su tutti, pur avendo un consenso elettorale bassissimo.
Senza una soglia per partecipare al ballottaggio e la possibilità di coalizzarsi, un solo partito prende tutto, in nome della stabilità, della governabilità e della velocità nel decidere, ma la stabilità prodotta artificialmente da meccanismi elettorali creati per tacitare il dissenso e nascondere le fratture sociali serve solo a portarci fuori dalla democrazia costituzionale.
State per votare un provvedimento che annulla le voci, ma non certo le fratture, mentre è il divario tra le persone e tra le fasce sociali a mettere a rischio la stabilità del sistema politico. È questo divario che si dovrebbe colmare, come la Costituzione vigente esige.
Tirando le somme, i cittadini non eleggono più il Senato e nell'elezione della Camera dei deputati la loro volontà viene distorta ed ha scarsissimo peso. Insomma, da questo increscioso processo riformatore il popolo esce privo di voce e sconfitta la democrazia.
L'unica speranza che noi del Movimento 5 Stelle nutriamo risiede nello strumento referendario, che permetterà ai cittadini di esprimere la loro voce. La democrazia partecipativa è l'unico strumento per poter dare risposte concrete ai bisogni delle comunità. Abbiamo sempre detto che una convivenza democratica si struttura nel dialogo serrato tra il momento della partecipazione e quello della responsabilità decisionale. Sicuramente non si struttura in una dittatura soft che mette in silenzio la voce dei comuni cittadini.
Non si può chiamare democrazia quella che assegna potere solo ad una persona, men che meno ad un Presidente del Consiglio nemmeno eletto dai cittadini.
Partecipazione e responsabilità non stanno su sponde diverse dello stesso fiume: partecipare compete anche a chi ha il mandato e il dovere di prendere le decisioni e la responsabilità investe chi partecipa ben oltre il singolo momento elettorale.
La democrazia in difetto di partecipazione è quella circoscritta ad una tecnica politica, come bilancia di poteri, come strumento di consenso e come metodo, tra gli altri, per decidere chi deve decidere.
Avevate il compito di irrobustire le istituzioni democratiche per affrontare le difficili sfide dei nostri tempi, quelle sfide di cui non vi state preoccupando, sfide che hanno un nome ed un cognome, e sono la crisi economica, la crisi politica, la crisi sociale e la crisi morale.
Ci aspettavamo che il Governo cogliesse le potenzialità attuali e future di una Costituzione che è e rimane norma viva e vitale e, invece, non avete fatto altro che distruggerla, l'avete fatta a pezzi come avete fatto a pezzi il cuore degli italiani che hanno sempre deposto fiducia nei suoi 139 articoli.
Ci auguriamo che il leader di questo Governo, che si erge a paladino della democrazia, ottenga tutta la disapprovazione del popolo italiano, disapprovazione che verrà espressa sicuramente al prossimo referendum costituzionale, che finalmente metterà fine alla vita politica di Matteo Renzi e di tutti coloro che sino ad oggi lo hanno sostenuto, dimenticando i loro padri, i loro nonni e persino i loro figli e nipoti.
Personalmente inserirei nella Costituzione l'obbligo di approvare almeno il 10 per cento degli emendamenti presentati dalle opposizioni. Così ci sarebbe un vero confronto ed avrebbe un senso l'opposizione. Questo Parlamento, così come è istituito adesso, è - a mio avviso - inutile. Sarebbe lo stesso lasciare solamente il Governo: il risultato non cambierebbe. Non cambieremmo di una virgola quello che sta accadendo. Quello che stiamo facendo è tempo sprecato, denaro pubblico sprecato. Questo è quanto stiamo facendo. (Applausi dal Gruppo M5S).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Floris. Ne ha facoltà.
FLORIS (FI-PdL XVII). Signora Presidente, rappresentante del Governo, colleghe e colleghi, mi pare obbligo ricordare in quest'Aula, come necessaria premessa, il riferimento al deficit di democrazia più volte ripreso nel corso del dibattito da numerosi senatori, e non solo di Forza Italia.
Presiede il Consiglio dei ministri un Presidente non eletto dal popolo, frutto di una scelta interna al Partito Democratico di cui è il segretario, il quale, da convinto sostenitore delle riforme introdotte da Enrico Letta, dopo averlo "serenamente" silurato ne ha preso il posto. Da allora, il presidente Renzi ha imposto al partito la sua linea politica e oggi la impone al Parlamento, soprattutto in tema di riforme grandi e piccole e di economia.
Le sue scelte e il suo modo di fare, certamente autoritario - bisogna riconoscerlo - hanno affascinato gli italiani, che lo hanno identificato come il grande rinnovatore nella politica ed in questo contesto nasce il patto del Nazareno (lo dico rivolgendomi al senatore Chiti). Tutto sembrava andare per il meglio e chiunque lo criticasse era bersaglio delle sue ritorsioni, sia all'interno del PD e della maggioranza che lo sostiene, sia all'esterno.
Sembrava che il feeling non dovesse esaurirsi e che i gufi, come definiva i suoi oppositori, fossero solo gli invidiosi del suo successo nazionale ed internazionale. Il grande riformatore appassionava i politici e il popolo.
Ma tra i gufi vi erano tante persone che manifestavano perplessità e preoccupazione sulle misure prospettate e adottate per superare la crisi economica e politica. «L'Italia c'è!», «L'Italia sta recuperando»: questo il leitmotiv del presidente Renzi.
A distanza di due anni, però, la capacità di rappresentare i dati economici in modo surreale con la complicità di molti mass media, RAI in testa, si sta scontrando con la realtà.
Oggi gli istituti di statistica, le organizzazioni sociali, gli osservatori industriali, i dati delle imprese dimostrano che i fondamentali economici nulla o poco sono cambiati e la disoccupazione imperversa, soprattutto al Sud, ma anche il Nord "non ride". Aumenta vertiginosamente il numero delle nuove povertà.
Il confronto con i nostri concorrenti europei, soprattutto Francia, Germania e Spagna, non ci vede, eufemisticamente parlando, primeggiare. Bene o, meglio, male, perché in questo contesto affrontiamo oggi la riforma costituzionale più importante, ovvero la trasformazione del sistema politico bicamerale paritario e/o perfetto ad un sistema bicamerale imperfetto.
Sopravvivranno, infatti, due Camere sulla Carta costituzionale, ma una sarà solo un ripostiglio o una camera di servizio o meglio al servizio di qualche compensazione per politici scontenti. Utilizzando una metafora calcistica, si avrà una Camera di serie A, la Camera dei deputati, vero centro politico e decisionale - Renzi permettendo - e una Camera che milita nel girone dei dilettanti, magari in Promozione se all'interno della stessa giocasse qualche politico da promuovere.
Ma torniamo alla riforma del Senato. D'obbligo la domanda: chi saranno gli eletti o meglio i futuri senatori, dal momento che saranno compresi in una lista assolutamente bloccata? E che funzioni svolgerà il nuovo Senato? Per quanto attiene alla composizione, come faranno i consiglieri regionali e i sindaci eletti a risolvere i problemi del territorio di appartenenza? Mi chiedo, avendo ricoperto per dieci anni il ruolo di sindaco e per sette quello di consigliere regionale, come riusciranno a svolgere appieno il loro mandato. Soprattutto i sindaci, e in particolare gli eletti nelle Città metropolitane, come riusciranno ad assicurare anche solo la loro presenza a Roma?
Facile, purtroppo, preconizzare cosa succederà. Stiamo imitando l'esperienza fallimentare del Senato francese in cui sono presenti numerosi sindaci. I francesi definiscono il Senato come la casa di riposo per i privilegiati della politica: assenteismo, lassismo e nullafacenza in palazzi di inestimabile bellezza, ricolmi di arte. Bene, colleghi senatori, in Francia si sta parlando di riforma del Senato per cambiare la composizione e la funzione e noi, invece, stiamo copiando il desueto e fallimentare sistema francese.
Sulle funzioni del nuovo Senato non c'è da rallegrarsi: non più fiducia, non più economia, ma poteri, o meglio compiti residuali al nuovo Senato delle autonomie, come lo si definisce. Sembra proprio una beffa che un Governo come quello attuale, a forte connotazione centralista, che sta spogliando di poteri e riducendo i trasferimenti di risorse alle autonomie locali, Comuni e Regioni, può tenere in debito conto ciò che proverrà da una siffatta Camera. A voi la risposta.
Un'ultima considerazione vorrei fare sulla motivazione, in senso economico e politico, concernente il risparmio della spesa pubblica fortemente sponsorizzata dal presidente Renzi, che ha parlato di un miliardo prima e poi di 500 o 600 milioni. In effetti, il risparmio della spesa che si otterrà sarà di 70 milioni circa, che non compenseranno neanche gli 80 milioni che andranno a essere spesi nella nuova Camera per le nuove funzioni che le verranno attribuite.
Mi accingo a concludere il mio intervento accennando, come altri colleghi hanno fatto prima e meglio di me, al combinato disposto tra la riforma del Senato e la legge elettorale. Avremo in Italia, in pratica, una sola Camera e un Presidente eletto, se va bene, da un settimo degli italiani con un potere assoluto, senza controllo e senza contrappesi scomodi. Potere assoluto: vero obiettivo del Premier e della sua maggioranza, o meglio del suo partito. E il Parlamento che fine farà, se già oggi, a Costituzione vigente, il Governo impone i temi da affrontare e i tempi per discutere delle leggi ordinarie e anche costituzionali?
Facile la risposta: ci avviamo verso un presidenzialismo assoluto con una sola Camera al suo servizio. Ecco qual è il vero pericolo della paventata deriva democratica; un solo uomo al comando, il pericolo del ripristino in Italia di un sistema dittatoriale di neanche antica memoria, che non risolve i problemi della nostra Nazione.
Per queste ragioni assecondiamo il sorgere di comitati referendari per il no. E, terminato questo fittizio iter parlamentare, soprattutto nella sua ultima fase, ci rivolgeremo fiduciosi al popolo italiano, sicuri che la consultazione popolare boccerà questa riforma e con essa - speriamo - anche chi l'ha proposta. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).
COCIANCICH (PD). Signora Presidente, siamo arrivati all'ultima lettura qui in Senato di questa riforma e credo sia giunto il momento di fare una verifica complessiva di come è andato il dibattito parlamentare che ha impegnato questa Assemblea, la nostra compagine senatoriale, così a lungo e in maniera davvero intensa.
Credo che la domanda fondamentale che ci dobbiamo porre e che tutti noi ci sentiremo rivolgere quando andremo davanti ai cittadini è la seguente: alla fin fine, qual è il progetto per il Paese che siete stati in grado di presentare? E questa domanda verrà rivolta alla maggioranza e all'opposizione. Da questo punto di vista, credo che anche il dibattito appena trascorso e che sta trascorrendo abbia dato indicazioni precise: forze politiche che si sono opposte a questo disegno costituzionale, legittimamente, in tutta sincerità non sono state in grado di presentare alcuna proposta alternativa. Questa è la vera domanda e la grande occasione perduta. E vorrei fare anche alcuni nomi.
Con rammarico, cito il Movimento 5 Stelle, a cui invidio la capacità e l'inventiva di trovare sempre nuove forme di insulto e denigrazione degli avversari, una capacità francamente straordinaria, e al cui interno credo ci sia anche una sorta di competizione tra chi riesce a dire l'offesa più creativa e che ferisce maggiormente. (Commenti della senatrice Fattori). Ma alla fin fine, signora Presidente, mi pare sia rimasto prigioniero di un linguaggio un po' delegittimante e offensivo. Alla fin fine, è un Movimento che ha perso la grande sfida, visto che aveva la possibilità di vincere e contribuire positivamente al rinnovamento di questo Paese. (Applausi ironici del senatore Santangelo).
C'era una grande aspettativa nei suoi confronti e, purtroppo, di questo Movimento rimarrà soltanto un genere di comportamenti, e cioè impedire agli altri di parlare. Siamo stati qui delle ore a sentirli parlare, e loro non vogliono che gli altri parlino.
LUCIDI (M5S). Ma cosa c'entra?
COCIANCICH (PD). Loro parlano dell'uomo solo al comando, ma è solo un Gruppo che ha perso per espulsione un terzo dei suoi componenti... (Commenti del senatore Santangelo).
PRESIDENTE. Senatore Santangelo, tutti hanno ascoltato...
SANTANGELO (M5S). Ma stai a sentire quello che dice!
PRESIDENTE. Prima di tutto si rivolga con calma alla Presidenza.
SANTANGELO (M5S). Stai a sentire quello che dice, invece di interrompere!
PRESIDENTE. Tutti hanno sentito gli interventi degli altri esponenti e, quindi, ascolti anche lei quanto sta dicendo il senatore Cociancich.
SANTANGELO (M5S). Ma ascolti lei, che è Presidente.
PRESIDENTE. Io ascolto, come hanno ascoltato tutti i Presidenti. Si tranquillizzi e lasci parlare il senatore Cociancich. (Commenti del senatore Airola).
LUCIDI (M5S). Ma basta!
COCIANCICH (PD). Signora Presidente, non sono sorpreso di questa reazione del senatore Santangelo e credo sia esattamente la conferma... (Commenti dei senatori Lucidi e Santangelo).
AIROLA (M5S). Te li scrivono gli altri gli emendamenti e tu metti la firma. (Commenti del senatore Verducci).
PRESIDENTE. Senatore Verducci, non risponda. (Commenti dei senatori Airola, Lucidi e Santangelo).
Vi prego di sedere e fare silenzio. Ci sono stati molti interventi del vostro Gruppo, che sono stati ascoltati in silenzio da tutti. Quindi, vi prego di comportarvi come gli altri. (Commenti dei senatori Airola, Lucidi e Santangelo).
COCIANCICH (PD). Signora Presidente, mi dispiace molto che le mie parole non piacciano al senatore Santangelo, ma io fino a quando... (Commenti del senatore Santangelo).
PRESIDENTE. La prego di proseguire con il suo intervento, senatore Cociancich.
COCIANCICH (PD). Io proseguo. Come ho ascoltato gli altri, gradirei di poter continuare ad esprimere la mia opinione.
Penso sia stata questa un'occasione persa anche per la Lega Nord. Su detto punto credo ci sia una riflessione da fare, perché è stato interessante vedere come si è sviluppata la posizione della Lega Nord rispetto alla riforma. (Commenti del senatore Centinaio).
Voglio ricordare che il presidente Calderoli - tutti noi abbiamo stima e considerazione delle sue grandi capacità in materia di Regolamento - nella prima lettura è stato correlatore della riforma, ed è stato in qualche modo coautore di una riforma nei cui confronti alla fine il suo stesso Gruppo lo ha abbandonato. Lui si è astenuto in prima battuta...
CONSIGLIO (LN-Aut). Cosa cerchi, rogne?
COCIANCICH (PD). Cerco rogne? Ma scusi, signora Presidente...
CENTINAIO (LN-Aut). Ma se non riconosci neanche la firma che metti sugli emendamenti!
PRESIDENTE. Senatore Centinaio, la prego.
CONSIGLIO (LN-Aut). Sei un vassallo!
COCIANCICH (PD). Prendo atto che un senatore della Lega ha chiesto se cerco rogne. (Commenti del senatore Centinaio). Vorrei che questa frase rimanesse agli atti e venisse identificato il senatore che l'ha pronunciata.
CENTINAIO (LN-Aut). Vai a firmare gli emendamenti!
COCIANCICH (PD). Stavo solo esprimendo considerazioni nei confronti del senatore Calderoli, la cui vicenda parlamentare mi sembra sintomatica dell'incapacità della Lega di assumere una responsabilità dei confronti del Paese. (Commenti del senatore Consiglio).
Nonostante avessero avuto, all'interno del proprio Gruppo parlamentare, una persona della sua esperienza, alla fine hanno votato contro alla prima versione in Senato e poi si sono barricati dietro 85 milioni di emendamenti in seconda lettura, fatti con un algoritmo. Il grande progetto che la Lega ha per il nostro Paese è rinunciare ad intervenire nel merito e consegnare le armi delle sue argomentazioni ad un algoritmo, ad un sistema software che ha determinato un numero di emendamenti di cui i suoi componenti non conoscono neanche la cifra esatta, perché avendo inizialmente parlato di 85 milioni, poi di 83 milioni e ieri di 80 milioni non sanno neanche quanti milioni di emendamenti hanno proposto.
Credo che questa sia un'altra grande sconfitta politica che la Lega ha dimostrato di subire nel dibattito e che si è autoinflitta. Nulla le precludeva di dare un contributo utile di idee, così come effettivamente era emerso in prima lettura. Ma alla fine è prevalso lo spirito della foresta: cercare di andare ad uno scontro - e anche le dimostrazioni di intolleranza dimostrano qual è la vera ispirazione di questo Gruppo politico - che alla fine si è rivelato un'autosconfitta, con una totale irrilevanza di fronte alla grande sfida storica di poter contribuire a disegnare, insieme agli altri, una riforma della nostra Costituzione e del nostro sistema politico.
Dispiace infine che Forza Italia, che addirittura aveva votato a favore di questa riforma in un primo momento, per il disappunto del proprio leader Silvio Berlusconi di non essere stato ascoltato quando voleva far eleggere un proprio candidato alla Presidenza della Repubblica, alla fine abbia fatto un passo indietro, revocando il proprio consenso ad una riforma che aveva addirittura votato in prima battuta.
Quindi, quando guarderemo chi ha vinto e chi ha perso, credo che dovremo vedere innanzitutto la grande occasione perduta, da parte delle opposizioni, di contribuire ad un dibattito verso il quale c'è stata sempre la massima disponibilità. Al contrario, il Partito Democratico, così tanto oltraggiato, offeso e dileggiato nelle ultime ore, ha avuto un progetto per il Paese e lo ha difeso anche a prezzo di una dura discussione interna. Ha saputo, però, trovare un accordo, nel rispetto reciproco di tutte le persone, e delle soluzioni positive.
Il futuro Senato non sarà un Senato inutile, ma sarà un Senato che - com'è stato scritto in un famoso emendamento - avrà una funzione di raccordo tra l'Europa, il livello nazionale e le Regioni. Si tratta di un livello di raccordo necessario per il futuro del nostro Paese, perché altrimenti saremo sempre vittima del nostro andare ciascuno per la propria strada.
Attualmente lamentiamo uno scarso impatto a livello europeo e anche oggi abbiamo sentito rievocare delle critiche sulla posizione del Governo italiano a livello europeo. Ma oggi noi non siamo, come altri Paesi, con una forza coesa di fronte all'Europa. Il Bundesrat, di cui abbiamo parlato, e la Francia, con un Senato importante, hanno una capacità di rappresentazione degli interessi nazionali, della collettività degli interessi nazionali a livello europeo, che oggi il nostro Paese non ha, al di là di quelle che possono essere le buone o le cattive intenzioni, le grandi o le modeste capacità dei Governi di turno. Noi non abbiamo la capacità di fare una sintesi degli interessi del nostro Paese di fronte al livello europeo. E questa è stata una riflessione che noi, in Commissione politiche dell'Unione europea, abbiamo condiviso fra tutti i partiti e fra tutti i Gruppi politici. È quindi sorprendente che, oggi, colleghi che hanno riflettuto e convenuto su questo tema non siano in grado di riconoscere il grande passo in avanti, l'esigenza da tutti quanti sollevata e portata come una necessità urgente.
E siamo stati anche protagonisti di un cambiamento importante laddove la riforma prevede il principio della parità di genere, un elemento che nessuno ha sollevato in questo dibattito, e che, invece, porta avanti, dal punto di vista non solo istituzionale ma anche culturale, la riforma del nostro Paese, del nostro Senato e delle nostre istituzioni. Questa riforma non si limita semplicemente ad essere un piccolo ritocco dei meccanismi giuridici, ma incide sui valori civili e fondanti, come innanzitutto la parità di genere. Importanti sono anche - lo voglio sottolineare - i passaggi che riguardano la pubblica amministrazione e l'obbligo di trasparenza per la stessa.
Il Senato del futuro sarà prestigioso ed avrà al suo interno, con ogni probabilità, la stragrande maggioranza dei Presidenti di Regione. È difficile immaginare che, in futuro, il Presidente della Regione Piemonte non voglia fare parte di questo consesso perché ha avuto una legittimazione popolare molto forte. Il Presidente della Regione Piemonte è stato eletto con più di un milione di voti. Per quale motivo non dovrebbe intervenire nell'ambito di questo consesso così alto a livello nazionale? Per quale motivo non dovrebbero farlo il Presidente della Lombardia e gli altri Presidenti? Per quale motivo non dovrebbero intervenire anche i sindaci delle grandi Città?
Io credo che noi avremo un Senato fortemente autorevole, con una fortissima legittimazione popolare e desideroso di pesare. Avrà delle funzioni importanti nel dibattito sulle riforme costituzionali future e delle leggi elettorali. Avrà la possibilità di interloquire su tutti i disegni di legge approvati dalla Camera. Avrà un grande ruolo anche politico, con una grande semplificazione dal punto di vista dell'approvazione delle legge perché, laddove la Camera, titolare dell'unico rapporto di fiducia con il Governo, non dovesse alla fine approvare le riforme proposte dal Senato, ci sarà la possibilità di chiudere il discorso senza le estenuanti navette che hanno reso il nostro Paese molto complicato, meno competitivo e meno europeo.
Spero che in futuro ci sia la possibilità per il nostro Paese di essere più coeso. E mi dispiace che oggi si metta il veleno nei pozzi e si vada già a delegittimare i senatori del futuro dicendo che saranno più corrotti di tutti. E ci delegittima altresì affermare che oggi non siamo autorizzati a stare qui in forza di una sentenza costituzionale molto mal letta da chi la cita o, probabilmente, non letta affatto. Quella sentenza, infatti, dice precisamente che il Parlamento è pienamente legittimato a legiferare senza limiti, ed è quanto stiamo facendo. Si insiste non solo ad un continuo atteggiamento delegittimante, ma lo si porta anche avanti nella direzione della delegittimazione del Parlamento futuro. È un grande peccato, un'altra sfida persa perché la sfida del futuro ci dovrebbe accomunare tutti.
Spero che i cittadini, votando favorevolmente al referendum, porranno fine a questa diatriba e ci permetteranno di fare un passo in avanti verso un Paese migliore per il quale oggi noi, come Gruppo del Partito Democratico, ci siamo fortemente impegnati. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tosato. Ne ha facoltà.
TOSATO (LN-Aut). Signora Presidente, non intendo replicare alle parole del senatore che ha appena terminato il suo intervento. Non ne vale la pena. Al sottoscritto e alla Lega Nord non interessa, soprattutto dal momento che quel parlamentare, in questo dibattito, verrà ricordato esclusivamente per un motivo: per un emendamento a sua firma palesemente falso, non autografo, che ha inciso profondamente sul dibattito della riforma della Costituzione.
Rispetto a questa vicenda, direi di stendere un velo pietoso e di andare oltre, perché il dibattito è importante, riguarda la Carta costituzionale. E dispiace onestamente che sia trattato dal Governo e dalla maggioranza come una mera formalità, vista la presenza dei senatori in Aula negli ultimi due giorni, nei quali c'è stata data la possibilità di approfondire il provvedimento in esame. E non si può dire che si tratta di una formalità perché siamo in seconda lettura e tutto il lavoro che doveva essere fatto è stato già eseguito nei passaggi precedenti. Se i Padri costituenti hanno previsto una doppia lettura per le modifiche della Carta costituzionale, ogni passaggio ha pari dignità e deve rappresentare un tassello di un percorso fondamentale, di fronte al quale il Parlamento doveva avere consapevolezza dei cambiamenti che dovevano essere apportati.
Questa riforma, il cui titolo cita l'abrogazione del CNEL e la modifica del Titolo V, in realtà non va ad incidere su questi temi, né, tantomeno, esclusivamente su una modifica della composizione o della rappresentanza del Senato e nemmeno forse, sul rafforzamento del potere dell'Esecutivo. Questa riforma ha una valenza ben diversa, ben più profonda e - a nostro avviso - ben più grave. Di fatto, questa riforma, associata alla riforma elettorale sulla composizione della Camera dei deputati, rompe un equilibrio tra i poteri dello Stato, che è il suo elemento fondante. E lo rompe con un'operazione studiata a tavolino, che non è casuale ed è stata studiata non dalla composizione parlamentare di questa Assemblea e dalle varie forze politiche qui rappresentate, ma da un gruppo ristretto di persone, e cioè dal Consiglio dei ministri e forse, ancora di più, è stata voluta esclusivamente dal Presidente del Consiglio dei ministri. Questa è la riforma costituzionale non del Parlamento, ma del presidente Renzi.
C'è un accentramento evidente dei poteri. C'è una rottura degli equilibri tra i poteri dello Stato: di fatto avremo il Presidente di un partito che indicherà se stesso come Presidente del Consiglio e avrà il potere di incidere sulla lista degli eletti, a cui chiederà di votare il Presidente della Repubblica e i componenti della Corte costituzionale e del CSM. Mi chiedo se questa non sia una concentrazione di poteri e credo che chi lo nega sia in malafede o voglia negare la verità a se stesso, pur di giustificare il proprio voto a favore di questo provvedimento. Sono certo che, se i parlamentari del Partito Democratico si fossero trovati di fronte ad un provvedimento del genere, a parti invertite, ovvero con una diversa maggioranza, si sarebbero sicuramente stracciati le vesti, avrebbero gridato all'accentramento di poteri, che si sarebbe potuto identificare in una forma di regime e di dittatura, e avrebbero organizzato varie manifestazioni. Questa ipocrisia è intollerabile e rende ancora più odioso il percorso parlamentare verso il quale ci stiamo avviando.
Le riforme che state portando avanti stanno, di fatto, allontanando i cittadini dalle scelte importanti che riguardano la vita del Paese. Lo avete fatto con le leggi elettorali e lo state facendo con la riforma in esame. E vorrei fare un breve riferimento alla legge elettorale per l'elezione dei rappresentanti della Camera dei deputati.
Avete introdotto una normativa che ha peggiorato il sistema elettorale precedente, che era stato varato del centrodestra, ma, di fatto, con l'accordo dell'opposizione dell'epoca. Con la legge elettorale in vigore è stato, infatti, introdotto un principio ulteriore rispetto ai listini bloccati, che dà agli elettori l'illusione di poter esprimere una preferenza. Tale preferenza, però, avrà un valore in sé e porterà all'elezione di rappresentanti solo per la lista di maggioranza che avrà vinto le elezioni, la quale eleggerà i candidati sia tra i capilista bloccati dei 100 collegi, sia tra coloro che hanno ricevuto le preferenze.
C'è invece la certezza, per tutti gli altri partiti, che le preferenze non varranno niente, per cui avremo candidati votati da decine di migliaia di elettori che non verranno eletti, perché con questo sistema, per tutte le liste diverse da quella vincitrice, verranno eletti solo i capilista indicati dai partiti. Questo, dunque, è un sistema peggiore di quello precedente, perché illude l'elettore che il proprio voto di preferenza serva a qualcosa. È, dunque, un ulteriore peggioramento.
Solleviamo, quindi, delle critiche forti rispetto al provvedimento in esame, perché rappresenta una concezione di democrazia ben diversa dalla nostra.
Probabilmente Renzi ritiene che il popolo non vada rappresentato, ma governato, comandato ed occorrano strumenti per poterlo fare, e la riforma che state per approvare va proprio in questa direzione.
Ritengo, peraltro, che la fase di incertezza economica e nei confronti delle istituzioni che stiamo vivendo sia il terreno fertile sul quale Renzi cerchi di affermare questa volontà. È evidente che, di fronte alle crisi economiche, esiste il pericolo che i cittadini si allontanino dalla rappresentanza politica, ritenendo che nulla possa cambiare e che tutti i partiti e i politici siano uguali. È, quindi, più facile creare un meccanismo attraverso il quale accettino delle modifiche della Costituzione che riducano gli spazi di democrazia: si crea un meccanismo secondo il quale, piuttosto che una democrazia malata e incapace di decidere, è preferibile affidarsi a qualcuno che prende le decisioni e comandi. E noi stiamo vivendo proprio questa situazione ed è su questo terreno che Renzi lavora ed opera per ottenere consenso rispetto alla riforma in esame.
Un pericolo evidente abbiamo cercato di rappresentare in tutte le sedi, che ha però incontrato il sostanziale disinteresse e la mancanza di risposte da parte del Partito Democratico. L'opposizione, da ogni parte (dal Movimento 5 Stelle a Forza Italia, dalla Lega Nord a SEL), ha mosso le stesse obiezioni, ma è rimasta sempre inascoltata. Non è, quindi, vero che non c'è stato dibattito e non sono state sollevate richieste di modifica: sono state sollevate e sono state espresse più volte e più che chiaramente, ma rispetto a tutte non c'è mai stato un atteggiamento responsabile da parte del Partito Democratico.
Ci stiamo avviando verso un sistema che porterà al comando non so se un uomo solo, ma certamente un gruppo ristretto di persone che potrà incidere sulla vita di tutti i cittadini delle nostre comunità, e questo pericolo è evidente. Si sta creando quella sorta di oligarchia di fronte alla quale il cittadino non avrà più la possibilità di incidere e di fare scelte sul proprio futuro. E questo è il rischio che noi evidenziamo e che è ancor più chiaro rispetto alla situazione che stiamo vivendo.
Onestamente, mi stupisce il fatto che un partito che si richiama alla tradizione dei Padri fondatori di questa Costituzione, e quindi alla Democrazia Cristiana e al Partito Comunista, possa approvare una modifica come quella in esame. Quei partiti, dopo il regime fascista e la Seconda guerra mondiale, approvarono un testo costituzionale equilibrato, che non potesse più rappresentare un pericolo per la democrazia nel nostro Paese. Oggi il Partito Democratico si richiama a quella tradizione, ma fa esattamente l'opposto, mettendo in pericolo l'equilibrio tra i poteri e andando in una direzione che oggi può essere affidata alle mani di Renzi, ma un domani a quelle di chiunque altro assumerà il potere nel nostro Paese. E questo pericolo non viene percepito dall'opinione pubblica e nemmeno in questa sede parlamentare, ma è reale.
Onestamente, mi sono chiesto se nei confronti del dibattito passato ci fosse un eccesso di preoccupazione, di retorica ed allarmismo da parte delle forze di opposizione; se ci fosse un eccessivo gioco delle parti, secondo il quale tutto ciò che fa la controparte è sbagliato e le preoccupazioni delle opposizioni sono immotivate. Mi sono interrogato rispetto a tale dubbio e credo che questo pericolo sia reale. Ogni qual volta si pongono in essere limiti al potere democratico, probabilmente lo si fa perché non si ha una reale percezione di quanto sta avvenendo; altrimenti in passato, nella maggior parte dei casi, i cambiamenti non sarebbero mai avvenuti.
Io credo che stiamo sottovalutando le modifiche alla Costituzione che stiamo per votare, e lo stiamo facendo noi in Parlamento e lo sta facendo l'opinione pubblica all'esterno. Si parte da un concetto molto banale: la Costituzione è datata, è necessario modificarla e affidare più poteri a chi gestisce la cosa pubblica, per cui avviamoci in questo percorso e fiduciosi andiamo avanti.
Io credo sia sbagliato e pericoloso ed è per questo che tutti noi partecipiamo al dibattito: deve rimanere traccia, quantomeno nella memoria della collettività non solo di oggi ma anche del prossimo futuro, del fatto che questa riforma ha trovato nelle Aule del Senato e della Camera dei deputati alcuni rappresentanti dei cittadini che hanno evidenziato il pericolo, il rischio e hanno cercato, nei limiti delle proprie possibilità, con le azioni emendative, con le parole e gli interventi svolti in queste sedi, di far riflettere coloro che hanno il compito di assumere le decisioni. Noi lo abbiamo fatto e ritengo che possiamo dire di avere la coscienza a posto.
Non ritengo, invece, che altrettanto si possa dire soprattutto di quei parlamentari della maggioranza che hanno criticato più volte il provvedimento, che io credo siano consapevoli dei suoi difetti, ma si sono trincerati alla fine, dopo qualche schermaglia, dietro una auto-assoluzione, partendo dalla considerazione di aver fatto quanto potevano, di aver cercato di modificare il testo e di aver ottenuto delle piccole e poco significative modifiche. E, quindi, hanno fatto il proprio dovere.
In realtà, quei parlamentari sono forse più responsabili di quanto sta avvenendo rispetto a quelli che non si rendono conto della gravità di ciò che contiene il testo in esame. E, forse, hanno responsabilità maggiori di chi invece, coscientemente, approva un testo costituzionale che riduce i poteri del popolo e del Parlamento e li accentra tutti nelle mani di poche persone, e in particolare in quelle del Presidente del Consiglio.
Queste persone, Renzi in particolare, hanno un disegno preciso, sono convinte e sanno quello che stanno facendo, ma lo sanno anche coloro che si sono opposti e che, alla fine, hanno ceduto le armi, si sono arresi e probabilmente in quest'Aula voteranno addirittura a favore di questa riforma costituzionale assolutamente sbagliata e pericolosa per il nostro Paese. Su di loro ricadrà la responsabilità di una tale scelta, e soprattutto su di loro, perché erano e sono consapevoli di quanto stiamo facendo.
Ed è ancora più grave che il Presidente del Consiglio affermi che, sul referendum che seguirà inevitabilmente all'approvazione di questa riforma, porrà una questione di fiducia sul proprio operato. E farà non un dibattito referendario sul merito del cambiamento che verrà apportato alla nostra Costituzione, ma una sorta di referendum plebiscitario sul proprio operato, sulla propria persona. E questo non è un metodo da Paese democratico, ma una mentalità da figure che non hanno nulla a che fare con la democrazia. Sembra un po' quanto hanno fatto in passato Presidenti del Consiglio di altri Paesi, dove il livello di democrazia credo sia diverso. Analoghi discorsi hanno fatto Chávez in Venezuela ed Erdoğan in Turchia e non so se quelli siano il modello di Presidente del Consiglio e di democrazia al quale fa riferimento Renzi. Forse sì e questa - secondo me - non è una concezione propriamente democratica del dibattito politico.
Che in Renzi esista questa concezione lo evidenzia anche il nome presunto del partito che nascerà dopo l'esperienza parlamentare e che lo vedrà leader: il Partito della Nazione. Anche in detto caso si evidenziano quasi la volontà e la presunzione di poter creare un partito che rappresenti tutta la Nazione, ogni parte politica e ogni cittadino. Anche questo accentua in noi la convinzione che il rapporto tra Renzi e la democrazia sia alquanto discutibile, che non riscontra certamente la nostra condivisione.
È anche preoccupante che il testo che uscirà dal Parlamento rispecchi, in molti suoi aspetti, testi che sono nati in altre sedi, che sono nati nei dibattiti di forze non propriamente democratiche. E la massoneria è stata citata più volte, e credo non a sproposito. Abbiamo letto tutti i testi che uscivano da quegli ambienti, che rispecchiano, quasi in modo pedissequo o molto simile, il testo che uscirà da questo Parlamento. C'è un'attinenza nelle cose e non solo nelle nostre parole e preoccupazioni.
Voglio ricordare in questa sede una frase pronunciata dal presidente della Repubblica Napolitano quando è arrivato in quest'Aula da senatore emerito. Egli ha affermato che, di fronte alla crisi mondiale, serviva un nuovo ordine mondiale. Anche questa è un'espressione preoccupante, che non condividiamo, che sembra evidenziare una rinuncia ai principi della democrazia; rinuncia che viene in un periodo difficile, come se di fronte alle crisi che stiamo vivendo, che non sono finite ma si aggraveranno e accentueranno il malessere e le difficoltà in cui si troveranno i nostri cittadini, serva non un'autoriforma di se stessi, una messa in discussione del potere, di coloro che hanno governato in questi decenni la cosa pubblica, bensì una reazione opposta, volta a concentrare i poteri e ad avere più forza nel reprimere il probabile dissenso dei cittadini e del popolo; serva essere pronti, con poteri straordinari, ad evitare che si manifesti il dissenso.
La sensazione che viviamo noi è proprio questa ed è assolutamente pericolosa, e noi la guardiamo con grande preoccupazione. Di fronte a una crisi che sta incidendo gravemente sulla qualità della vita dei nostri cittadini, che vede una concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi e una povertà crescente, la reazione dello Stato qual è?
PRESIDENTE. Deve concludere, senatore.
TOSATO (LN-Aut). Togliere potere alle amministrazioni locali, togliere ai cittadini il diritto di voto, accentrare il potere nelle mani di pochi per poter comandare e governare il popolo. Non ci riconosciamo in questo disegno, non ci riconosciamo assolutamente, ed è evidente, quindi, che la nostra battaglia continuerà anche nella campagna referendaria che ci vedrà impegnati nei prossimi mesi. (Applausi della senatrice Comaroli).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Scibona. Ne ha facoltà.
SCIBONA (M5S). Signora Presidente, molto è stato detto e da gente sicuramente più titolata di me, ma ci tengo, anch'io, indegnamente, a lasciare qualche frase agli atti sulla modifica costituzionale in esame. E, per il momento, chiamiamola modifica.
Prima di tutto, due parole vorrei dire al senatore Cociancich (non è ora presente, ma le sentirà), che mi sembra alquanto confuso. Magari è anche questo il motivo per cui pensa di aver firmato degli emendamenti.
Il Presidente di Regione non può ma deve assolutamente entrare nel dibattito per quanto riguarda la sua Presidenza e la sua territorialità di competenza, e ci sono tutti i sistemi istituzionali per poterlo fare. Più volte ci è capitato di vedere in zona Presidenti di Regione che vengono dai parlamentari a chiedere di sistemare giuste questioni territoriali. Se venissero in questa sede come senatori, non potrebbero essere Presidenti e, quindi, qualcosa non quadra nel ragionamento fatto con le modifiche in esame, tanto per dirne una.
E abbiamo sentito avanzare tantissime critiche reali a questo tipo di modifica. Noi ne abbiamo espresse tante, ma non sono state recepite, perché la maggioranza è sorda ad un'attività parlamentare costruttiva.
E quello che è successo ieri sera è esemplificativo: noi diciamo delle cose, facciamo proposte e la maggioranza le prende come mera opposizione ostruzionistica, tanto da lasciare al Parlamento le sedute notturne, tanto la gente ha parlato, e pensano che diciamo solo sciocchezze mentre loro sanno tutto, hanno la scienza infusa ed agiscono andando avanti dritti come un fuso.
L'ostruzionismo è altra cosa. Noi abbiamo presentato pochi emendamenti di sostanza, segnalando le criticità delle modifiche costituzionali. Ma, al di là di questo, cosa vuole realmente il popolo? Noi, infatti, siamo qua sempre e solo perché, per necessità, la volontà popolare ci ha voluto affinché amministrassimo il sistema Paese.
Mi sembra - lo abbiamo già detto - che non sia proprio il momento di andare a valutare modifiche costituzionali, di questo tipo oltretutto, e mi domando come i cittadini le percepiscono.
Noi per primi parliamo sempre di evolvere, di modificare e migliorare, ma in questo senso una riforma costituzionale che va ad eliminare la Camera alta deve quantomeno seguire determinati principi, quali l'onestà, la trasparenza, l'economicità e l'efficienza. Ecco, sull'efficienza, ma anche sugli altri principi, abbiamo già detto. Effettivamente l'efficienza di una Camera si vede da quanto velocemente possono passare determinati proponimenti, ovviamente quelli che interessano i partiti, la maggioranza, i politici (quelli con la lettera p minuscola).
Abbiamo visto la Boccadutri - lo abbiamo già detto e non è la sola - mentre altre proposte di modifica giacciono per intere legislature nei cassetti, per essere poi riproposte il giro dopo, anche per appagare la faccia davanti al Paese, ma mai per portarle davvero a compimento.
Sull'economicità è stato già detto: non sarà sicuramente la via per risparmiare denaro. A differenza di quanto detto, non concordo sulla diminuzione del numero dei parlamentari, o almeno non in linea di massima; in seconda istanza sì. In prima istanza, memore e conscio della storia di questo Paese, dove qualcuno si è avvantaggiato economicamente per agevolare una maggioranza un po' tentennante, il fatto che ci siano più parlamentari può essere, purtroppo, una garanzia per questo modo di vedere lo Stato, per avere comunque più possibilità che qualcuno non riesca a pagare tutti, o comunque debba pagarne di più.
L'onestà e la trasparenza sono ormai un sogno, almeno per quanto riguarda questa politica, perché tutto viene fatto nelle segrete stanze, a colpi di decreto e, quindi, anche la parola democrazia ormai ha perso di significato.
Politicamente anche l'attività della Camera può essere influenzata da quella governativa perché, con tutti i decreti portati avanti, non rimane più spazio per la vera attività legislativa della Camera (intesa sia alta che bassa).
Insomma, questa riforma non rispecchia assolutamente quella che può essere una necessità da parte della popolazione. E, allora, perché si fa questa "schiforma" istituzionale, come è stato già detto e stradetto? Ci sarà sicuramente dell'interesse a portare in queste Aule qualcuno di affidabile, più controllabile e malleabile ai dettami di qualcuno.
Cosa sente in realtà la popolazione? Sono già stati letti degli interventi di gente comune, del popolo. Anche io ne vorrei leggere uno, tanto per lasciare un altro segno. Mamma Silvia (che non è mia moglie, si chiama così) mi ha scritto quanto segue: «Se puoi di' per me queste parole: sono indignata, sono atterrita dalla vostra fredda assenza di senso etico, di responsabilità, di attenzione alle reali necessità delle persone di questo Paese. Non siete padri, non siete madri, perché altrimenti vi comportereste diversamente. Se anche avete figli state tradendo il loro futuro e anche quello di tutti i figli nostri. Siete il peggior esempio di cittadini e di esseri umani. La coscienza è molto che ha abbandonato il vostro animo, il cuore evidentemente è un mero organo e nient'altro. Non voglio dire che mi fate schifo, perché è riduttivo di ciò che davvero provo. Se davvero foste capaci di vedervi dall'esterno onestamente, vedreste lo sguardo meschino che vi caratterizza quando aprite bocca in nome del popolo italiano (...) in ogni vostro pensiero, teso solo ad accumulare ed accumulare tutte cose che nella tomba non vi potrete portare. Non sentite i vostri passi pesanti su questo mondo, su questa bella terra che è l'Italia? Sono sicura che non potrete mai assaporare la leggerezza euforica che dà l'essere onesti, limpidi e trasparenti, l'essere buoni e generosi e più di ogni altra cosa disinteressati e responsabili. Il vostro passo pesante rimbomba, fa tremare la terra e spero che prima o poi possiate sprofondare nelle voragini buie da voi stessi create. Mamma Silvia». Questa lettera è abbastanza esemplificativa.
La questione costituzionale ha anche un valore profondo, nel senso che l'Italia è sempre stata un agglomerato di territorialità e non c'è mai stata una coscienza unitaria nazionale, proprio perché nelle varie zone si sono sviluppate società governative amministrative distinte e separate, poi agglomerate (o almeno si è cercato e si sta ancora tentando di agglomerarle) a partire dalla Costituzione. Quindi, la Costituzione è anche un mezzo per creare una coscienza nazionale.
Di questo ed altro parlava anche Dossetti, un vero Padre costituente, non come voi. Nei suoi discorsi tratta anche dette questioni. Ne cito alcune parti di uno: «Orbene, la Costituzione del '48 - la prima non elargita, ma veramente datasi da una gran parte del popolo italiano, e la prima coniugante le garanzie di uguaglianza per tutti e le strutture basali di una corrispondente forma di Stato e di Governo - può concorrere a sanare ferite vecchie o nuove del nostro processo unitario, e a fondare quello che, già vissuto in America, è stato ampiamente teorizzato da giuristi e da sociologi nella Germania di Bonn, e chiamato: "Patriottismo della Costituzione"».
E ancora: «possano assumere la Costituzione del '48 come un presidio di difesa e di legalità comune a tutti»: e poi: «Tutte le attuali parti politiche dovrebbero considerare la funzione che la nostra Legge fondamentale ha esercitato negli anni difficili della prima costruzione della nostra vita democratica: anni di divisioni profonde, ricollegantisi ad una radicale spaccatura del mondo, tra Ovest ed Est; anni di contrapposizioni durissime tra i partiti che, pur lottando con indicibile asprezza, tuttavia mai pensarono di denunciare il Patto, e anzi proprio in virtù di esso riuscirono a mantenere le ragioni di una reciproca coesistenza. Questo "Patriottismo della Costituzione" può concorrere, per oggi e per domani, a un rinsaldamento della nostra unità.»
Certo, posso convenire con Norberto Bobbio che questo patriottismo si pone su un altro piano da quello del patriottismo nazionale: ma lo stesso Bobbio ammette per lo meno che l'uno e l'altro patriottismo si possono completare e rafforzare a vicenda. E che anche il "Patriottismo della Costituzione" non deriva da un semplice contratto paritario, ma si fonda, così come risulta dallo stesso testo, su alcuni principi ultimi non negoziabili: esso può perciò costruire e garantire uno spazio sottratto alla negoziazione ed al semplice do ut des, e quindi uno spazio sottratto sia al conflitto politico sia alla contrattazione. Quindi, in definitiva, esso può riuscire, come dicevo, ad essere di garanzia per qualsiasi parte politica, in qualunque situazione, di maggioranza o di minoranza, si venga essa a trovare».
Questo è un problema serio che abbiamo più volte segnalato, ovviamente nell'assoluta indifferenza della maggioranza; un nodo che verrà per forza al pettine, perché la ciclicità è cosa normale nelle Assemblee parlamentari e bisognerà vedere cosa succederà.
Non la tirerei molto alla lunga, anche perché arriviamo da giorni e giorni di lavoro. Vorrei concludere dicendo che, per certi versi, abbiamo anche noi del Movimento 5 Stelle alcune colpe, perché abbiamo stilato un programma che andava verso il bene comune dei cittadini e non siamo riusciti ad impedire che questo Governo prendesse i titoli del nostro programma e ne cambiasse il contenuto. Così, parlare di riduzione dei costi della politica si risolve, in mani ad un Renzi qualsiasi, nell'abolizione della democraticità della Camera alta, Camera alta che fa parte della storia di questo Paese e non solo, della storia della civiltà.
Penso al significato della sigla SPQR: Senatus populusque romanus. Adesso potremo cambiarlo in: «Sono pazzi questi renziani», sulla falsariga di quanto diceva Asterix. (Applausi dal Gruppo M5S).
In effetti, mi sento un po', se non l'Asterix, l'Obelix della situazione e noi tutti lo siamo. Effettivamente, i renziani sono pazzi a voler cambiare un gioiello come la Carta che ci è stata donata dai nostri Padri costituenti. (Applausi dal Gruppo M5S).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bocchino. Ne ha facoltà.
BOCCHINO (Misto-AEcT). Signora Presidente, il dibattito sulla riforma costituzionale, che già è stato avviato nel Paese, è inquinato, perché il nostro Presidente del Consiglio è intervenuto in esso pesantemente, legando le sue sorti politiche al risultato del referendum costituzionale.
Nella sua narrazione, Renzi prospetta una partita tra due squadre: gli innovatori e gli immobilisti, coloro che non vogliono il cambiamento; una partita tra chi vuole ammodernare il Paese e chi invece lo vuole conservare e lo vuole preda di antichi retaggi. Questo è il tipo di dibattito che lui sta forzando presso l'opinione pubblica.
Ebbene, non mi sento affatto un nostalgico senza se e senza ma. E, proprio per smontare questo tipo di narrazione e potermi in qualche modo presentare non solo ai cittadini, ma anche presso i media ed il grande pubblico, al di fuori di questo schema, voglio spendere i minuti a disposizione del mio ultimo intervento sulla riforma costituzionale cercando di analizzare le ragioni vere e presunte della riforma.
Perché stiamo procedendo a questa riforma? E soprattutto, signora Presidente: perché dovremmo effettuare una riforma?
Ho scelto, tra le tante cose che ho letto in questi giorni, un passo dell'intervento del professor Azzariti durante l'assemblea svoltasi alla Camera dei deputati lo scorso 11 gennaio per la presentazione del Comitato per il no al referendum costituzionale, comitato cui io sono fiero di aver dato l'adesione.
Scrive il professore Azzariti che due sono «le questioni da porre al centro del dibattito. Da un lato, il tema della crisi del ruolo del Parlamento, privato della sua essenza e del suo valore; dall'altro il problema della rappresentanza politica, svuotata dalla distanza sempre più preoccupante tra governati e governanti. La domanda da porre allora è la seguente: la riforma costituzionale riesce ad invertire la rotta, a dare nuovo impulso alle due questioni indicate sulle quali si regge la democrazia pluralista, oppure continua a farci restare nel pantano?»
Il professore Azzariti continua e analizza la prima delle due questioni: «Iniziamo dal Parlamento», egli dice. «Si è modificato il bicameralismo perfetto. Bene. Ma veramente si pensa - o si vuol fare credere - che i mali del parlamentarismo si possono affrontare passando dal bicameralismo perfetto ad un bicameralismo confuso com'è quello che è stato immaginato?».
E qui egli fa riferimento naturalmente agli iter legislativi previsti dalla riforma, che diventano, da uno, addirittura dieci. E continua dicendo: «Ci si può veramente illudere che la crisi del sistema parlamentare si possa affrontare intervenendo solo sulla redistribuzione delle funzioni e sulla composizione delle due Camere, non considerando per nulla le ragioni strutturali che sono alla base dello svuotamento del potere parlamentare?»
Cerchiamo di capire le ragioni strutturali dello svuotamento del potere parlamentare. Ebbene, signora Presidente, proprio per capire queste ragioni strutturali ho collezionato dei dati: dati sul numero delle leggi, dati sul loro tempo di permanenza in Parlamento prima di essere promulgate. Tra l'altro, per formazione io sono un ricercatore, uno scienziato, e quindi per me i dati sono fondamentali. Se io debbo analizzare un problema e ricavarne le soluzioni, devo partire dai dati, altrimenti non capisco niente e faccio solo sfasci e sconquassi.
Cominciamo dal numero delle leggi nelle varie legislature. Ebbene, nella XVI legislatura il Parlamento italiano ha approvato 391 leggi, delle quali 71 nel 2011 e 102 nel 2012. Questi sono dati che ho ricavato dal Servizio studi del Senato.
Per fare un raffronto anche con altri Parlamenti, perché è chiaro che noi dobbiamo rapportarci anche con realtà presenti in altri Paesi, il Parlamento tedesco ha approvato 153 leggi nel 2011 e 128 nel 2012, in un ordinamento dove, si badi, sovente si interviene con legge per puntuali interventi di manutenzione normativa. Quindi, è un numero paragonabile a quello del Parlamento italiano.
Il Parlamento francese ha approvato 111 leggi nel 2011, 82 nel 2012. Quindi, ancora una volta sono numeri comparabili, addirittura minori di quelli italiani. Il Parlamento spagnolo ha approvato solo 50 leggi nel 2011 e solo 25 nel 2012. Il Parlamento britannico ha approvato 25 leggi nel 2011 e 23 nel 2012.
Un primo dato salta subito agli occhi. Questo bicameralismo perfetto, così tanto accusato di essere un impedimento al funzionamento del Parlamento, alla fine si scopre, numeri alla mano, essere adesso assolutamente funzionale, nella sua funzione di legislatore. Il numero di leggi approvate è esattamente in linea con quelli di altri Parlamenti e anzi, in alcuni casi, anche maggiore.
Sulle famose navette, si è detto che le leggi si muovono come in una partita di ping pong, facendo avanti e indietro dalle Camere. Ancora una volta i numeri ci possono aiutare ad avere un quadro un po' più chiaro di quanto effettivamente succede. Riferiamoci sempre alla XVI legislatura (2008-2013) che, lo ricordo, ha visto due Governi: il Governo Berlusconi IV e il Governo Monti I. Ebbene, delle 391 leggi approvate da quel Parlamento, 301 hanno avuto soltanto le due letture previste. Quasi l'80 per cento delle leggi non ha richiesto nessuna navetta; 75 leggi hanno richiesto tre letture. Quindi, la quasi totalità delle leggi ha previsto fino a tre letture; invece, 24 leggi hanno avuto quattro letture.
Fra queste leggi che hanno avuto quattro letture ci sono dei grandi interventi (le disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione della competitività, disposizioni in materia di processo civile), leggi complesse, che richiedono effettivamente quattro letture. Quelle pochissime che sono tornate più di tre volte nelle Camere sono leggi complesse, per cui effettivamente valeva la pena di aprire delle discussioni più ampie.
Quindi per ancora una volta, signora Presidente, si smentisce questo falso mito del bicameralismo quale fautore e promotore del ping pong e delle navette tra una Camera e l'altra. Non è così.
Tempi di approvazione delle leggi. Ecco un altro mantra: il Parlamento italiano è lento, il bicameralismo causa lentezza nell'approvazione delle leggi. Qui ci sono dati interessanti. Nel corso della presente legislatura sono state approvate 188 leggi, in linea con la XVI legislatura. Pensate che in media, se si fanno i conti, il Parlamento approva tre leggi ogni due settimane, quindi è abbastanza efficiente. Ebbene, circa i tempi di approvazione delle leggi, quelle di origine parlamentare in questa legislatura hanno richiesto un tempo medio di trecentonovantadue giorni, poco più di un anno, per essere approvate. Ma i disegni di legge governativi in realtà ci hanno messo soltanto 150 giorni, circa cinque mesi. Ecco che si delinea una differenza fondamentale in base all'origine delle leggi: leggi parlamentari contro leggi governative.
Naturalmente, tra le leggi di origine governativa vi sono anche i decreti-legge: sappiamo che questi necessitano per forza di un tempo minore, sessanta giorni. Ma se si tolgono questi ultimi dal calcolo, le leggi di origine governativa ci mettono comunque duecentoventi giorni per essere approvate: molto meno dei trecentonovanta giorni per le leggi di origine parlamentare.
Se andiamo indietro nel tempo e consideriamo invece la XVI legislatura, vediamo che il tempo di approvazione delle leggi di origine parlamentare era molto inferiore rispetto a questa legislatura: era di circa duecentosessanta giorni, se si fa la media tra Camera e Senato. Quindi, stiamo parlando di poco più di otto mesi. Le leggi di origine governativa si approvano anch'esse in maniera molto più rapida: un tempo medio di circa quaranta giorni. Anche se si espungono ancora una volta i decreti‑legge, abbiamo che le leggi ordinarie di natura governativa venivano approvate nella scorsa legislatura in un tempo medio di sessanta-settanta giorni, ossia appena due mesi.
Se andiamo ancora indietro, alla legislatura XV, che è durata due anni, quella del Governo Prodi, anche qui i tempi di approvazione delle leggi sono estremamente rapidi: per quelle di iniziativa parlamentare soltanto ottanta giorni; per quelle di origine governativa addirittura trentasette giorni di media: un Parlamento Speedy Gonzales.
Se andiamo ancora indietro, alla XIV legislatura, anche qui tempi di approvazione decisamente normali: le leggi di iniziativa parlamentare ci mettevano circa duecentoventi giorni per essere approvate e quelle di origine governativa soltanto quarantacinque giorni. Ancora una volta, se si espungono i decreti-legge i tempi di approvazione delle leggi ordinarie di origine governativa impiegavano soltanto sessanta giorni.
Allora, cari colleghi, il problema dove sta? Dove sta il problema del bicameralismo perfetto, se sappiamo che il Parlamento italiano è estremamente efficiente nel legiferare e può metterci anche dei tempi assolutamente ragionevoli, come effettivamente è successo? Dove sta il problema? Sta da un'altra parte. Analizziamo ad esempio di che cosa si occupa il Parlamento e quale differenza ancora una volta c'è tra leggi di origine governativa e leggi di origine parlamentare. Il Governo si occupa di provvedimenti economici, di riforme, di modifiche costituzionali, di politica estera, mentre invece il Parlamento si occupa di questioni minori: istituzione di Commissioni, monumenti e celebrazioni, ratifiche di trattati internazionali e deleghe al Governo. Ecco che ancora una volta si delinea il vero problema del Parlamento: questa disuguaglianza, questa diversità che c'è tra leggi di origine governativa e leggi origine parlamentare.
Un dato finale, per tutti e sopra tutti: se si considera la percentuale delle leggi approvate di origine governativa e di origine parlamentare arriviamo al vero nocciolo della questione. In questa legislatura l'80 per cento delle leggi approvate sono di origine governativa e soltanto il 18 per cento sono di origine parlamentare. Gli stessi numeri si evidenziano anche nelle precedenti legislature.
La questione di fiducia è stata apposta nel 30 per cento delle leggi che sono state approvate. In particolare, abbiamo delle apposizioni pesanti di questioni di fiducia su provvedimenti importanti. Alcuni provvedimenti, più significativi, hanno richiesto tre voti di fiducia: la stabilità 2014, la stabilità 2015, il jobs act, la riforma della pubblica amministrazione e - badate - l'Italicum. La legge elettorale che accompagna questa riforma costituzionale ha necessitato di tre voti di fiducia alla Camera, su tre diversi articoli. In generale, il 30 per cento dei decreti-legge approvati richiede il voto di fiducia.
Ecco che raggiungiamo il nocciolo del problema: l'apposizione della questione di fiducia su provvedimenti importanti, persino sulla legge elettorale, che ha evocato, come sappiamo tutti, precedenti storici imbarazzanti (la legge Acerbo, che fu approvata con un voto di fiducia). Io adesso non vorrei scadere nel facile qualunquismo, nella demagogia, e dare del fascista a questo o a quello; ma non posso dimenticare la storia. Nelle elezioni del 1921, svolte con un sistema proporzionale, c'erano dei Governi di coalizione e Mussolini, diventato Presidente del Consiglio, ha ideato una legge per poter sminuire il ruolo del Parlamento. Non c'è un rischio autoritario, mi ha preceduto il mio collega Mineo. Questa volta il progetto, così come anche all'epoca, è quello di spostare le decisioni altrove. Mussolini ci riuscì con una legge che prevedeva un proporzionale con un premio di maggioranza dato a chi superava il 25 per cento dei voti. Grande fu la discussione, in Aula e nella Commissione apposita, per cercare di aumentare questa soglia del premio di maggioranza al 40 per cento (quello appunto dell'Italicum), ma non ci si riuscì in quel momento, a causa dell'opposizione del Governo. Ebbene oggi, a distanza di novant'anni, la soglia è del 40 per cento, ma il Governo con un escamotage, quello del ballottaggio, ha permesso di eluderla. Infatti è ben noto che, proprio a causa del ballottaggio e considerando la riduzione dei votanti che molto probabilmente si verificherà al turno di ballottaggio, un partito con solo il 20 per cento dei voti degli iscritti nelle liste elettorali può di fatto ottenere la maggioranza, equiparandosi negli effetti a quella legge Acerbo che poi fu, come tutti sappiamo, l'ultima legge elettorale ad essere applicata nelle elezioni. Le elezioni successive, infatti, prevedevano soltanto una scheda con un sì e con un no.
Ebbene, qual è la causa prima di queste riforme? Continua Azzariti nel suo intervento: «È la forma di governo parlamentare che deve essere ripensata, oggi in sofferenza a causa dello squilibrio nei rapporti tra Governo e Parlamento» - lo dicono i numeri e l'abbiamo visto - «sbilanciamento a favore del primo e a scapito del secondo. Il saggio revisore, il vero innovatore, anziché favorire l'involuzione rafforzando i poteri dell'Esecutivo e comprimendo ulteriormente quelli del legislativo, dovrebbe fare esattamente l'inverso. Bisognerebbe limitare e regolare lo strapotere del Governo in Parlamento, intervenendo sul profluvio ingiustificato di richieste di fiducia, sulla decretazione d'urgenza, sui maxiemendamenti, che umiliano l'autonomia del Parlamento e dei parlamentari; si dovrebbero riscrivere i regolamenti, per regolare il dibattito parlamentare ed evitare i tempi contingentati che impediscono il confronto; sarebbe necessario assegnare alle opposizioni uno statuto ben definito e di garanzia, ostacolando così le pratiche ostruzionistiche a volte impropriamente utilizzate; appare urgente intervenire sull'organizzazione dei lavori per ridefinire il rapporto tra Commissioni e Aula, ricollocando al centro le Commissioni - vero luogo di approfondimento e libera discussione - rispetto all'Aula che ormai non rappresenta altro che un teatro della divisione, raffigurazione vuota e solo spettacolare del nostro organo parlamentare e dei nostri - spesso scalmanati - rappresentanti». Così scrive Azzariti.
Ebbene, io non voglio negare la necessità di una riforma. Mi spingo anche oltre: discutiamo del bicameralismo perfetto. Ma, attenzione, discutiamone soltanto una volta che sono stati affrontati tutti questi nodi strutturali. Dati alla mano, una volta che abbiamo ripensato i Regolamenti, una volta che abbiamo ridefinito il ruolo delle Commissioni, ebbene solo allora un legislatore costituzionale, attento alla realtà delle cose e con la volontà di risolvere veramente i problemi, potrà rimettere in discussione anche il bicameralismo perfetto.
Farlo prima, no; farlo prima è un suicidio per la democrazia perché stiamo spostando ancora una volta - lo ripeto per la seconda volta - il luogo delle discussioni dal Parlamento ad altrove e questa non è più una democrazia.
Signora Presidente, non ho mai amato la nostra Costituzione come in questo momento. Faccio un mea culpa. Lei, la Costituzione, era lì ad esplicare i suoi benefici effetti sul nostro vivere civile; tirata con la giacchetta, a volte vituperata, a volte tradita, ma era lì a regolare il nostro vivere civile. Ed io - lo confesso e qui sta il mea culpa - la guardavo distrattamente. Ora, la nostra Costituzione è nuovamente a rischio. È un rischio concreto che vedo e di cui sono testimone facendo parte di questo Parlamento nel momento storico in cui viene messa a rischio. Lo vedo; è concreto; il rischio c'è. Ora che è a rischio e che maldestre manomissioni si paventano all'orizzonte, perché tali sono in assenza di una giustificazione valida per un processo di riforma che non risolve i problemi; solo ora, mea culpa, respiro profondamente ogni sillaba della nostra Costituzione, ne collego i vari pezzi e mi godo lo splendido e lungimirante disegno tracciato da chi ha visto con i propri occhi gli orrori del secolo passato. Ora difenderla è il mio più grande impegno. Ci sarà una nuova stagione costituente: quando questo referendum - così come io spero - boccerà questa riforma e si aprirà una nuova stagione costituente. Ci sarà il momento e il tempo di ricominciare una discussione sulla nostra Costituzione. Ora e oggi però, in questo momento, difendere questa Costituzione è il più grande impegno. (Applausi dal Gruppo Misto-SEL).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Endrizzi. Ne ha facoltà.
ENDRIZZI (M5S). Signora Presidente, questa deforma - così la chiamo io - non serve a ridurre i costi della politica perché altrimenti avrebbe accolto le nostre proposte di dimezzamento dei parlamentari anche alla Camera, che è più numerosa, di dimezzamento delle retribuzioni. Nulla invece è stato accolto. Non serve a velocizzare nemmeno l'iter legislativo, altrimenti sarebbe stata attribuita al Senato una funzione specifica, in modo da sollevare la Camera da alcuni compiti e avere due Camere che lavorano in parallelo senza sovrapporsi l'una all'altra. Non serve nemmeno a dare governabilità perché il nodo cruciale della governabilità sono i voltagabbana, cioè la facoltà che qualsiasi eletto oggi ha di tradire il mandato elettivo, collocandosi al di fuori della coalizione o del Gruppo con cui è stato eletto a seconda delle convenienze personali o dei mandanti.
A che serve, allora, questa Costituzione? Serve a suggellare una deriva che la propaganda politica ha già instillato, facendo passare concetti totalmente avulsi dalla nostra Costituzione come premierato e come Governatore della Regione. È aiutata in questo, come cavallo di Troia, anche dalle leggi maggioritarie che, però, hanno una legittimità nel momento in cui Regioni e sindaci hanno una limitazione nel potere normativo e legislativo. Questa deformazione semantica, però, Presidente, doveva essere arginata almeno da quelle componenti dell'architettura istituzionale che avevano questo specifico compito e che sulla Costituzione addirittura in alcuni casi giurano.
Perché la Costituzione più bella del mondo - così è stata definita - identifica il sistema italiano come una Repubblica parlamentare, cioè un sistema in cui la rappresentanza della volontà popolare è affidata al Parlamento che, in quanto eletto e scelto direttamente dal popolo, è titolare dell'azione legislativa, elegge il Presidente della Repubblica e legittima il Governo, attraverso il voto di fiducia e, oltretutto, ne indirizza l'azione.
Con disgusto, proprio in queste Aule mi sono sentito invece raccontare che alla Costituzione formale si contrappone una Costituzione di fatto, quella reale. Questi colleghi lo dicevano tra il serio e il faceto, come a volte si fa per canzonare gli ingenui. Ingenui? A nessuno di noi sfuggiva che una legge elettorale incostituzionale era stata prontamente firmata dal Presidente della Repubblica e che è stata utilizzata per tre elezioni, senza che nessuno obbiettasse e che loro - proprio loro, che ci facevano la lezione - nominati da un segretario di partito, incarnavano il tradimento della Costituzione e della volontà popolare. Lo denunciamo da anni, come denunciamo le leggi ad personam, ben prima delle sentenze della Corte costituzionale e prima di ogni altro. Dove sta l'ingenuità, allora? No, signor Presidente, non si può parlare di ingenuità, non si può definire così il saper invece mantenere viva la capacità di indignarsi e di non arrendersi di fronte allo sfacelo delle cose.
Non c'è alcuna ingenuità in questo. Ci provò Piero Fassino a farci passare per illusi, quando disse: fatevi un partito e vediamo chi vi vota. Eccoci qua; e più si alzano le mura delle vostra torre d'avorio, più aumenta la nostra forza e la nostra determinazione nel difendere la Costituzione, piegata e piagata, tanto nella sua mancata applicazione, quanto nel processo di revisione. Già oggi la Costituzione è tradita e il potere legislativo è usurpato in vario modo dal Governo, a volte in maniera sottile, ricorrendo agli azzeccagarbugli - dov'è il senatore Cociancich? - a volte in modo rozzo e brutale, come i bravi di manzoniana memoria.
È stato ricordato che l'80 per cento delle leggi approvate è di iniziativa governativa e quanto l'iter dei disegni di legge di iniziativa governativa sia più veloce, rispetto a quelli di iniziativa parlamentare, con un'unica eccezione, che conferma la regola: il cosiddetto disegno di legge Boccadutri, formalmente di iniziativa parlamentare, ma sostanzialmente voluto per coprire le responsabilità del Governo, che aveva scientemente omesso di fornire le dovute risorse alle commissioni che verificavano i rendiconti dei partiti, cosicché essi hanno potuto incassare, senza alcun controllo, il finanziamento pubblico.
Ebbene, in questo brodo legislativo rancido, è oltremodo impressionante la presenza di innumerabili abusi del Governo sul voto di fiducia e sulla decretazione d'urgenza. Si tratta di abusi incostituzionali, irrazionali, spesso imposti per correggere errori precedenti, oppure del tutto inutili, laddove mancano poi i decreti attuativi, e quindi buoni solo ad esaurire il tempo effimero dell'annuncio pubblicitario. Tutto ciò però non basta: sulle nomine pubbliche, dalla Presidenza dell'ISTAT a quella del Consiglio di Stato, passando per quella delicatissima del consiglio d'amministrazione amministrazione della RAI, il Governo ha voluto imporre i suoi Diktat, svelando il suo volto. Quella che Renzi chiama rottamazione è in realtà un sistema di sgombero e di occupazione personale dei gangli vitali dello Stato. Non sazio, Matteo Renzi ha accentrato nella Presidenza del Consiglio ulteriori poteri e competenze e incamerato risorse, come abbiamo visto nella legge Madia di riforma della pubblica amministrazione.
Già oggi, dunque, viviamo in un premierato di fatto. Perché, allora, modificare la Costituzione? Perché ciò che oggi accade, si poggia unicamente sull'ignavia, sulla cecità selettiva dei giusti, di chi dovrebbe vigilare e gira la testa o la china, ma il sistema non è perfetto e qualcuno potrebbe, come accadde per la legge elettorale o per il blocco delle pensioni, bloccare l'ingranaggio e svelarci che il re è nudo.
Con questa riforma tutto ciò diventerà impossibile o arduo. La riforma Renzi-Boschi completa, suggella e cristallizza il percorso segnato in questi anni, consegnando al partito di maggioranza tutti i poteri. Si tratta di una sanatoria all'occupazione di fatto di un potere (quello esecutivo), sul potere legislativo e su quello giudiziario; una sanatoria che renderà legale ciò che è illegale. Per questo parliamo di onestà, perché la legalità è ormai vuota, è addirittura un pericoloso paravento che nasconde i pericoli e i nemici della democrazia.
In altri Paesi esistono sistemi che privilegiano la democrazia governante piuttosto che la rappresentanza dei cittadini, ma hanno dei contrappesi affinché questo potere non diventi strapotere. Negli Stati Uniti e in Francia accade sovente che il Presidente sia espressione di un partito e la maggioranza parlamentare abbia matrice diversa; nulla di ciò è previsto nel premierato assoluto che scaturisce dalla tenaglia composta ad arte dalla legge elettorale patteggiata al Nazareno e da questa deforma del Parlamento, che consegna al Capo del Governo, sostenuto dal primo partito, il controllo assoluto della gran parte dei parlamentari, non più scelti dai cittadini ma nominati, ancora una volta nominati.
Avremo una Costituzione inversa: non più un Parlamento che dà la fiducia ai Governi, ma un uomo solo al comando che dà (chiamiamola così) fiducia a tempo ai parlamentari, uno di quei guinzagli per cagnolini di piccola taglia allungabile o accorciabile a discrezione del dominus. (Applausi dal Gruppo M5S).
Il procedimento legislativo sarà sostanzialmente governato dall'Esecutivo, mettendo in un angolo la Camera dei deputati. La marginalizzazione diventa addirittura umiliazione laddove l'Esecutivo avrà, tra gli altri, il potere di imporre al Parlamento le sue leggi, le sue priorità. Verranno concessi settanta giorni di tempo per fare ciò che il Governo vuole: si tratta del cosiddetto istituto del voto a data certa. Vedete che in questo caso si invertono il meccanismo di delega e la titolarità del potere legislativo. È tutto sotto sopra: come fate a non avere la nausea in questa vertigine?
Quanto agli organi di garanzia, il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale, in base ai nuovi meccanismi, saranno espressione del Governo, anzi di un segretario di partito, giacché proprio il Partito Democratico ha stabilito nel suo statuto che queste due figure, per la loro forza politica, dovranno coincidere. Il Premier assoluto disporrà (vede, signora Presidente, il risultato di questa deriva: se io stesso arrivo a dire Premier, vuol dire che veramente siamo arrivati al marasma semantico) dell'80 per cento dei parlamentari, delle nomine di garanzia e influirà ancor più di quanto non avvenga oggi sull'iter legislativo. L'impostazione di fondo che c'è dietro non mira alla revisione della Costituzione, ma al suo superamento. Si entra dunque in un nuovo territorio, quello delle decisioni semplici, perché per legge il Governo e anche il potere legislativo sono attribuiti a un'unica persona.
Che dire poi degli organi di controllo? Io sono preoccupato per la militarizzazione della Corte costituzionale. Ciò a cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi e anni, cioè pronunciamenti contrari alla volontà del Governo sulla legge elettorale e sul blocco delle pensioni, potrebbe essere disattivato in partenza.
Qui si vuole che i poteri forti abbiano una catena di trasmissione precisa, efficiente e che siano estromessi, invece, i cittadini: è l'abolizione implicita dell'articolo 1 della Costituzione.
Chi sono questi poteri? Lo dico chiaramente: parlo delle banche, delle multinazionali ma anche dei poteri massonici, spesso intrecciati con esse e con il potere politico. Come non rilevare le inquietanti assonanze tra il progetto istituzionale della cosca P2 e questa deforma? Come non rilevare gli inquietanti rapporti che emergerebbero ancora oggi tra il banchiere Boschi, padre del Ministro, e persone vicine alla nuova P3? Come possiamo dimenticare il nuovo ordine mondiale a cui ho sentito fare riferimento in quest'Aula proprio da chi sulla Costituzione ha giurato e in realtà di questa riforma è un ispiratore? (Applausi dal Gruppo M5S).
Questa riforma serve dunque da sanatoria per rendere la Carta costituzionale corrispondente ad una prassi virulenta, malata, un disegno che nulla ha a che fare, peraltro, con l'interesse nazionale, nulla ha a che fare con le vere riforme che potrebbero portarci ad occupare un posto più consono in seno all'Unione europea ma che viene vantata dal presidente Renzi ogni qual volta interloquisce con i veri artefici e conduttori del sistema euro.
Certo, dirà, non ho fatto quel che serve al mio Paese ma sto facendo quel che serve per blindare i Trattati, espropriare le forze critiche verso questa unione monetaria egemonizzata, coloro che propugnano il recupero delle sovranità alimentare, monetaria e democratica al popolo italiano. Questa riforma serve a blindare la catena di comando, dicevo, che dall'Europa strangola la nostra economia e di cui Matteo Renzi pensa di diventare un essenziale ingranaggio.
Ora, Presidente, mi resta solamente da ricordare come questa deforma viene imposta: con la forzatura, il sopruso, i blitz consentiti, mi permetta, da chi aveva il compito di tutelare, da lei e dalle persone che occupano il suo seggio di volta in volta. Quante volte abbiamo chiamato il Presidente del Senato ad esercitare questa tutela per scongiurare le ghigliottine sul dibattito, i canguri, le forzature del Regolamento, le calendarizzazioni forsennate. Abbiamo chiesto di far intervenire la Giunta per il Regolamento e il Presidente - parlo del ruolo - si è spesso dematerializzato, abdicando alla dittatura della maggioranza, sostenendo che l'Aula era sovrana anche dove era sua precipua prerogativa intervenire e decidere. (Applausi della senatrice Donno).
Mi spiace non sia qui presente, ma vorrei chiedere dov'è finito il Piero Grasso che seppe decidere, in una vicenda delicata, che il Senato si costituisse parte civile. In queste ultime ore abbiamo chiesto almeno l'ultimo gesto, perché non si consentisse che le cariche negli uffici di presidenza delle Commissioni fossero usate come elemento di mercimonio, come scambio per un voto sulla riforma. Questo è l'orrendo sospetto che nessuno ha voluto o potuto sgombrare. Il Presidente si è negato, porta peraltro il nome di Pietro e ora il gallo ha cantato per la terza e ultima volta.
Mi spiace questo attacco diretto perché molti, molti altri, sarebbero i soggetti da inchiodare alle loro responsabilità, ma voglio utilizzare il tempo rimanente per illustrare, oltre ai soggetti passivi, anche i soggetti attivi. Questa deforma porta il nome di Maria Elena Boschi, ministro appunto delle riforme. Dal 2011 fino al commissariamento dell'11 febbraio 2015, a causa di un buco di tre miliardi (sei volte il patrimonio netto) il padre, Pierluigi Boschi, era nel consiglio d'amministrazione di Banca Etruria diventando presidente non appena la figlia diventava Ministro. Non solo, il ministro era azionista e suo fratello era un dipendente della banca.
Banca Etruria venne commissariata, ma le obbligazioni subordinate vennero ancora vendute a ignari e incolpevoli risparmiatori. Banca d'Italia, constatando, poi, le forti criticità crescenti e una situazione disastrosa, infliggeva multe per due milioni e mezzo di euro al consiglio d'amministrazione e, di questi, 144.000 anche a Pierluigi Boschi, per carente organizzazione nei controlli interni, carente gestione e controllo del credito, violazioni in materia di trasparenza, omesse e inesatte segnalazioni.
Banca Etruria era una banca morta molto prima del commissariamento, eppure si continuava a spendere fino a 15 milioni di euro l'anno in consulenze esterne.
Da fine ottobre 2014 a gennaio 2015 scoppia la crisi della Banca, ma molti, di colpo, si mettono a comprare azioni, convinti che da marzo quelle azioni varranno molto di più. Come mai? Di lì a poco il Governo Renzi, tramite decreto, trasformava le banche popolari con almeno 8 miliardi di attivo in società per azioni e a guadagnarci di più è proprio Banca Etruria, che registra in borsa la miglior performance dell'anno: più 62 per cento in poco tempo.
La ministra Boschi, durante il Consiglio dei ministri che varava rapidamente il decreto, non c'era, era assente, ma qui la sua presenza si sente eccome, perché il Governo è una squadra e ognuno ha il suo compito.
Il secondo pensiero sui soggetti attivi di questa riforma va ai votanti. In seconda lettura in Senato, presumibilmente, il disegno passerà con i voti di un gruppo di fuoriusciti.
PRESIDENTE. Dovrebbe concludere, senatore. Il tempo è scaduto.
ENDRIZZI (M5S). Signora Presidente, ho quasi concluso.
Fuoriusciti da Forza Italia e capitanati da Denis Verdini, coinvolto in numerose vicende giudiziarie: caso della Maddalena (accusa di concorso in corruzione); caso della P3, già nominata (rinvio a giudizio per corruzione); caso L'Aquila assolto, ma caso del Credito cooperativo fiorentino rinvio a giudizio per truffa e bancarotta; caso dell'immobile di via della Stamperia (rinvio a giudizio per finanziamento illecito e truffa); e, ancora, caso dell'appalto della Scuola marescialli; caso della Toscana edizioni. Questi sono i voti decisivi per una riforma?
Tutto ciò sta avvenendo perché, da una parte, un Parlamento eletto con una legge dichiarata incostituzionale sta piegandosi alle logiche che lo hanno portato qui; e, dall'altra, perché la minoranza del Partito Democratico rimane ancora qui, forse preoccupata per la sua sopravvivenza politica, dimenticando che, poi, tutto e tutti saranno travolti.
PRESIDENTE. Concluda, prego.
ENDRIZZI (M5S). Non le mie parole, che rimarranno qui, non la nostra testimonianza che, comunque vadano le cose, sarà specchiata. Abbiamo un futuro da consegnare al Paese e qualcuno le mani continuerà ad averle pulite; gli altri faranno i conti con la storia. (Applausi dal Gruppo M5S. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Caliendo. Ne ha facoltà.
CALIENDO (FI-PdL XVII). Signora Presidente, una riforma costituzionale, in genere, viene approvata da un'Assemblea costituente, oppure, attraverso il procedimento di revisione previsto dalla nostra Costituzione all'articolo 138, che presuppone la ricerca di convergenze le più ampie possibili.
Io sono rimasto sconcertato rispetto all'atteggiamento del Partito Democratico, che è la risultanza di due componenti politiche che hanno formato la democrazia del nostro Paese e che, però, l'hanno dimenticata. Infatti, in questa legislatura, che è stata dichiarata incostituzionale nella sua composizione, con un Presidente del Consiglio mai eletto e che registra la sua legittimazione solo da una elezione interna di partito, abbiamo avuto una scelta indicativa non soltanto della riforma costituzionale, ma anche delle modalità e dei tempi di approvazione.
L'assenza di molti al dibattito in questo momento deriva anche da una scelta scellerata del partito di maggioranza, che ha rigettato la richiesta di dedicare tre giorni al dibattito, per cui si è lavorato anche stanotte. Lo posso dire ad alta voce perché il mio partito, nonostante nella passata legislatura avessimo 180 voti in quest'Aula, ha garantito l'approvazione di una riforma costituzionale all'unanimità, grazie a quell'apporto intelligente, culturale, scientifico, della presidente Finocchiaro, del presidente Calderoli, del senatore Quagliariello e di altri. Oggi, invece, il Partito Democratico non ha avuto una capacità di intelligenza costituzionale.
È stato già ricordato che si può svuotare di contenuto il Parlamento o attraverso una riforma costituzionale o anche, come fece Mussolini, attraverso un sistema di elezione tale da svuotare il Parlamento, appunto, di contenuto, di potere, di funzioni. Cosa si fa in questa riforma, senza alcuna legittimazione?
Non avete alcuna legittimazione a modificare la Carta costituzionale, sulla quale io ho giurato. È una Carta costituzionale che si regge su valori che sono comuni e di equilibrio tra i poteri. Cos'è la nostra Carta costituzionale? Non riguarda solo gli organi costituzionali, ma tutte le singole articolazioni del nostro Paese in cui si esercita il potere. E se, secondo i principi costituzionali, quegli organi attraverso i quali si esercita il potere statuale non devono debordare dai propri poteri, è una regola altrettanto sacrosanta e fondamentale della nostra Costituzione quella che riconosce il principio del reciproco controllo tra i vari organi. Questo principio non può essere eluso da chi è preposto a quegli organi attraverso accordi strumentali, per realizzare interessi di partito, interessi di gruppi di pressione, di gruppi di potere, di associazioni segrete. In questa logica, l'aver depotenziato il Senato significa legittimare quelle forze, quelle lobby. Questa è una grave responsabilità che vi assumete, perché il problema non riguarda solo l'elezione del Senato (che comunque voi avete reso inutile). Eppure, nel bicameralismo che sbandierate di avere eliminato, gli conferite una presenza regolare e istituzionale sulle modifiche costituzionali, su alcune leggi fondamentali.
Guarda caso, una delle grandi intuizioni di quest'Assemblea - l'avere inserito alcuni principi fondamentali del bicameralismo che dovevano rimanere, tra cui gli articoli 29 e 30 della Costituzione - è stata eliminata. Perché? Nessuno di voi sa darmi una risposta, perché non c'è. C'è un'unica risposta: quella del padrone del vapore che ha inteso determinare, attraverso il sistema elettorale, la non possibilità di controllo. Basterà un colpo di bacchetta magica per ottenere 340 voti alla Camera a chiunque abbia vinto le elezioni, perché Renzi ha voluto queste norme pensando fossero utili a se stesso, ma potranno essere utili a qualcun altro. Chiunque si troverà in quella posizione avrà la tentazione di trasformare questo Paese in una dittatura strisciante.
È stato addirittura copiato il progetto legislativo che avevamo presentato nel 2012, però svuotandolo, anche in questo caso, rendendo consultivo il voto del Senato. Signora presidente Finocchiaro, quale raccordo c'è con il Presidente della Repubblica? Quale equilibrio c'è che investe anche il Governo? Potrei essere d'accordo nel rafforzare il potere esecutivo rispetto a quello legislativo, ma non convengo sull'idea di spostare il baricentro istituzionale dal Parlamento al Governo, perché l'Esecutivo senza controllo diventa una dittatura anche se non le si dà questo nome.
Ciò avviene nel momento in cui avremmo dovuto rafforzare strumenti di garanzia, come il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale. Due componenti della Corte costituzionale verranno eletti in Senato, ma da parte di chi? Di chi molte volte rappresenterà, attraverso lobby, interessi particolari territoriali e localistici. Questo, secondo voi, significa garanzia? Questo è un modo balordo di riformare lo Stato.
Non chiedevo la costituzione di un'Assemblea costituente, ma soltanto che vi fosse la possibilità di un'effettiva partecipazione dei cittadini. L'etica della responsabilità, in forza della quale siamo ritenuti responsabili di quello che compiamo con gli atti nelle Aule legislative, non può essere tradotta secondo la vulgata del Presidente del Consiglio.
Si dice che si è ridotto il numero dei parlamentari. Siccome può darsi che qualcuno, non in quest'Aula ma all'esterno, non lo sappia, e allora è bene che ricordi che nel 2012 proponemmo all'unanimità la riduzione del numero dei componenti del Senato a 250 e quello della Camera dei deputati a 450, prevedendo quindi una maggiore riduzione del numero dei parlamentari rispetto a quanto viene fatto oggi. Ma la finalità non era questa, né quella di garantire un processo legislativo più veloce, perché, come è stato poco fa ricordato dal senatore Bocchino, il tempo per l'approvazione di un disegno di legge nel nostro Paese è pari a centouno giorni. O si è ignoranti, o si fa finta di esserlo e si vuol vendere un qualche cosa... (La luce del microfono lampeggia). Certo, signora Presidente, capisco che lei mi interrompa, però devo pur dire...
PRESIDENTE. Purtroppo è il mio compito, senatore Caliendo.
CALIENDO (FI-PdL XVII). Devo pur dire che chi, come me e lei, ha letto gli atti dell'Assemblea costituente, ha visto che il dibattito, il confronto e la possibilità di esprimere fino in fondo le proprie idee presenti allora oggi non sono più consentiti in ragione del contingentamento dei tempi e perché il Presidente del Consiglio (ripeto: non il Parlamento, ma il Presidente del Consiglio e quindi la sua maggioranza) ha deciso che alle ore 17 debbano avere inizio le dichiarazioni di voto per poi passare alla votazione. In quel momento dirò no e lo stesso farò in occasione del referendum, a cui ho già aderito tramite il comitato. (Applausi dai Gruppi FI-PdL XVII, M5S e CoR e della senatrice Stefani. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Come lei sa, senatore Caliendo, ha deciso la Conferenza dei Capigruppo. (Commenti della senatrice Taverna).
CASTALDI (M5S). Ci vuole la schiena dritta per decidere!
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fornaro. Ne ha facoltà.
FORNARO (PD). Signora Presidente, colleghi, rappresentanti del Governo, vorrei iniziare partendo da una riflessione e da un paradosso che stiamo vivendo.
Mai tanta fiducia nel mondo è oggi riposta nella democrazia. Una ricerca condotta in 57 Paesi (pari all'85 per cento della popolazione mondiale) indica che i dei cittadini del mondo, per il 91,6 per cento, identificano la democrazia come un buon metodo per governare il proprio Paese. Non è sempre stato così. Alla fine della Seconda guerra mondiale erano solamente 12 le democrazie degne di questo nome; salirono a 44 nel 1972 e a 72 nel 1993, mentre oggi sono 117 su 195 Paesi, di cui 90 democrazie effettive. Ma dove sta il paradosso? Sta nel fatto che proprio nella fase storica in cui la democrazia diventa preponderante, proprio nel momento in cui essa vince sugli autoritarismi e sui totalitarismi, la democrazia rappresentativa è sotto scacco, è sotto attacco.
Nelle principali nazioni europee ed occidentali le affluenze alle urne sono in calo, cresce la tentazione della scorciatoia del leader forte, istituzioni e partiti sono ai livelli più bassi della fiducia. In buona sostanza, le istituzioni ed i partiti sono accusati di essere sostanzialmente inutili, di non incidere, e le decisioni sono prese altrove, in istituzioni non elette dai cittadini.
Ecco perché il superamento del bicameralismo paritario è oggi una scelta obbligata per rafforzare la democrazia, non per indebolirla: perché nei tempi in cui viviamo, quelli della globalizzazione, c'è bisogno di istituzioni democratiche autorevoli, legittimate democraticamente ed in grado di dare risposte nei tempi dettati dalla contemporaneità.
Oggi siamo all'ultima lettura del disegno di legge di riforma costituzionale per il Senato ed il pensiero non può che andare allo straordinario lavoro dei Costituenti, compiuto in un tempo breve e con risultati straordinari in termini di coesione nazionale e di rafforzamento e tenuta delle istituzioni democratiche. Ecco perché il referendum dovrebbe e deve essere un'occasione di confronto democratico di un Paese maturo, un confronto nel merito delle proposte di riforma, e sarebbe sbagliato trasformarlo, lo dico con forza, da una parte e dall'altra in una sorta di ordalia, in un duello rusticano, da una parte, con visioni apocalittiche ed insulti e, dall'altra, la trasformazione del referendum in una pronuncia su se stesso.
Il referendum è e deve rimanere sulle riforme: la pronuncia sulle attività del Governo, in democrazia, si chiama elezioni.
Oggi una buona Costituzione deve trovare un corretto ed efficiente equilibrio tra governabilità e rappresentanza; ecco perché il superamento del bicameralismo perfetto va nella direzione giusta. Il Senato però non deve essere interpretato come una sorta di dopolavoro o essere vissuto come un vecchio arnese di un tempo che fu, ma come uno strumento per rendere maggiormente efficace sia l'attività legislativa, sia la rappresentanza dei territori.
A questo punto, diventa fondamentale la fonte di legittimazione del nuovo Senato, che deve tenere assieme una legittimazione di tipo territoriale (le Regioni) ed il corpo elettorale. L'articolo 2 del testo che andremo a votare modifica l'articolo 57 della Costituzione e, al comma 2, prevede che i Consigli regionali eleggano i senatori, mentre al comma 5 è precisato che ciò dovrà avvenire in conformità alle scelte espresse dai cittadini. Su questo punto abbiamo discusso ed oggi, insieme ad altri ventitré colleghi, abbiamo depositato un disegno di legge, previsto dal comma 6 del nuovo articolo 57 della Costituzione, sulle norme per l'elezione del Senato della Repubblica, al fine di cercare di tenere insieme la doppia legittimazione dei nuovi senatori: quella territoriale, essendo loro consiglieri regionali, e quella dei cittadini, rispettando le scelte espresse da questi ultimi. Una proposta che rafforza il nuovo Senato, la rappresentanza e l'impianto complessivo delle riforme.
L'approvazione di tale disegno di legge sarebbe una risposta efficace anche alla critica, non del tutto infondata, secondo la quale il combinato disposto della nuova legge elettorale della Camera e di una cattiva legge elettorale per il Senato darebbe una maggioranza di parlamentari non scelti dai cittadini, bensì nominati.
La proposta è molto semplice: il giorno delle elezioni regionali i cittadini dovrebbero ricevere due schede, la prima per la elezione e per il rinnovo dei Consigli regionali e del nuovo Presidente della Regione, la seconda per scegliere i senatori assegnati a quella Regione, avendo prima, molto banalmente, diviso il territorio regionale in tanti collegi quanti sono i senatori assegnati alla Regione stessa.
Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 15,45)
(Segue FORNARO). In questa maniera, attribuendo in maniera assolutamente proporzionale i voti, trasformati in seggi, alle singole liste, si farebbe una graduatoria interna a ogni lista e i migliori risultati percentuali dei collegi rappresenterebbero quella graduatoria che darebbe sostanzialmente i nomi degli eletti.
E nella prima seduta del Consiglio regionale, sostanzialmente, come il Consiglio regionale prende atto dei risultati elettorali per il Consiglio regionale, prenderebbe atto anche dei risultati delle scelte espresse dai cittadini.
Ci attendiamo che possano esservi segnali positivi su questa nostra proposta, che è una ideale continuazione della battaglia da noi fatta per inserire quel famoso emendamento al comma 5 dell'articolo 2: segnali positivi, a cominciare dal Governo, perché non si capirebbe, lo dico con grande chiarezza ai Sottosegretari presenti, un arroccamento su modelli elettorali per l'elezione del nuovo Senato, previsti dal comma 6 dell'articolo 57, o su altri modelli, come ad esempio listini. Questi sarebbero letti come un camuffamento, come una nomina dei nuovi senatori, con esattamente gli stessi danni prodotti con il Porcellum, che è stato uno dei responsabili della caduta della rappresentatività del Senato e della Camera e ha sicuramente aumentato il divario tra cittadini e istituzioni, tra cittadini e propri rappresentanti.
Concludo da dove sono partito: oggi abbiamo bisogno di istituzioni autorevoli, legittimate, capaci di dare risposta nei tempi della contemporaneità. Ma il costituzionalista Ainis ci ha ricordato qualche giorno fa che ogni revisione costituzionale detta un principio di riforma, non è tutta la riforma. Questa riforma rimanda in passaggi decisivi, ricorda Ainis, alla legge ordinaria, a partire proprio dalla materia elettorale.
E su questo, sia in una auspicabile modifica dell'Italicum che elimini i capilista bloccati, sia aderendo a questa proposta di modello di elezione dei senatori, daremo una risposta molto forte, chiara e netta, e credo spianeremmo così la strada per una vittoria del referendum, soprattutto per ritornare al cuore del problema. Il cuore del problema è proprio il superamento del bicameralismo perfetto. Per questi motivi io voterò a favore, ricordando però a me stesso, al mio partito e al mio Governo, che una buona Costituzione deve accompagnarsi a una buona legge elettorale. Perché se una buona Costituzione si accompagna a una cattiva legge elettorale allora può diventare, all'atto pratico, una cattiva Costituzione.
Ecco perché noi, e insieme a me altri colleghi e - credo - gli italiani tutti, abbiamo il diritto di conoscere nel dettaglio la legge elettorale per il nuovo Senato prima del referendum, per potere esprimere compiutamente un giudizio nell'occasione massima prevista dai costituenti all'articolo 138 nel prossimo autunno. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bruni. Ne ha facoltà.
BRUNI (CoR). Signor Presidente, con un certo imbarazzo, con grande insoddisfazione, sia come cittadino che come rappresentante degli elettori, torno ad intervenire sul presente disegno di legge di riforma della nostra Carta costituzionale.
Ogni volta che quest'Assemblea torna ad occuparsi delle riforme il dibattito, più che incentrarsi sul merito della stessa, tende sempre di più a focalizzarsi sulla perversa regia del Governo, sulle inappropriate accelerazioni e sulla cieca compressione di ogni dialettica parlamentare. Tutte queste considerazioni confermano, una volta ancora, che per il PD ed il Governo non si trattava di condurre a termine un vero progetto di revisione della Costituzione, ma si cercava solo un simbolo, una riforma spot per radicare il consenso elettorale di un Governo nato nell'incubatore delle primarie per l'elezione del segretario del Partito Democratico, ma mai legittimato dal popolo.
Renzi e i suoi sgangherati sodali, con il Nazareno prima e con il tutoring verdiniano poi, hanno smontato la stagione costituente, avviata con fatica nella primavera del 2013 e, evitando ogni confronto con le forze parlamentari d'opposizione , hanno imposto un modello di riforma blindato, modificato nei primi passaggi parlamentari solo in alcuni aspetti marginali, e complementare alla perversa legge elettorale approvata nello scorso anno. Altro che legislatura costituente!
Il Governo in carica ha compiuto lo stesso percorso delle riforme del 2001 (il Titolo V) e del 2005, che si caratterizzarono per l'imposizione unilaterale operata dalle maggioranze dell'epoca e per una scarsa condivisione con le forze sociali e politiche ad esse estranee. E i risultati di quei tentativi sono ben noti a tutti noi: la riforma del Titolo V ha prodotto una serie di conseguenze negative, i cui effetti sono destinati purtroppo a non esaurirsi. Il tentativo del Governo Berlusconi del 2005, invero ben più equilibrato del disegno di legge attuale, finì indecorosamente con il naufragio del referendum del 2006.
E proprio partendo da quest'ultimo insuccesso, l'attuale Premier - consapevole del deficit di partecipazione e condivisione registrato nella presente riforma - punta tutto sul referendum del prossimo autunno, tentando di trasformarlo in un plebiscito sulla sua sempre più debole leadership. La riforma costituzionale, quindi, diventa solo uno strumento elettorale: la Carta costituzionale trasformata in un modulo, un foglio di calcolo per un sondaggio elettorale. Non era mai successo.
Si cambiano e trasformano parti rilevanti della nostra Carta fondamentale solo per consentire i giochini demagogici ed elettorali di Renzi e i suoi accoliti. Così si spiega che, già da qualche giorno, il Premier ha avviato la campagna referendaria, un periodo di dieci mesi in cui la politica italiana sarà arroventata da un' incandescente contrapposizione tra sostenitori ed avversari delle riforme.
Nel frattempo i problemi dell'Italia rimarranno sullo sfondo. Il Governo, impegnato nel sostegno al referendum, trascura già da oggi - e lo farà per tutto il 2016 - i gravi problemi del nostro Paese. A fronte di un improduttivo e penoso scontro con l'Europa, restano insolute le questioni che riguardano la vita di ogni giorno degli italiani. Solo a titolo esemplificativo, restano finora senza risposte le migliaia di risparmiatori delle quattro banche, nonostante le ripetute promesse del Governo nelle scorse settimane.
Attendono ancora di sapere i cittadini e gli operai di Taranto cosa ne sarà dell'Ilva e se, dopo l'insuccesso del decreto-legge (ancora in corso di conversione), ne avremo ancora un altro per allungare l'agonia della fabbrica ionica. E cosa succederà, a proposito di referendum, in tutte le Regioni costiere interessate dalle trivellazioni: prevarrà la linea Descalzi-Guidi o quella dei governatori, con il Premier che si affanna ad inseguire anche le ultime decisioni della Corte costituzionale nel ruolo di arbitro incapace, che cambia tattica ogni settimana?
E le più volte ipotizzate riprese dei consumi e del prodotto interno lordo? Con un Governo inerte e inconcludente (tutto preso dai comizi e dalle manifestazioni referendarie) sarà difficile che si possa registrare un miglioramento delle condizioni economiche del nostro Paese. Eppure Paesi come Spagna e Irlanda (che hanno vissuto una crisi ben più grave della nostra negli scorsi anni) hanno invertito la tendenza con numeri sensibilmente più significativi.
E i nostri marò? E la nostra titubante politica estera, che ci vede passivi spettatori anche di quanto succede a pochi passi da casa, nel Mediterraneo meridionale?
Tutte queste domande, insieme a molte altre rimarranno, purtroppo, senza risposte, dal momento che il Presidente del Consiglio dovrà girare la Penisola, di paese in paese, per sostenere il suo referendum, il suo fantomatico plebiscito. Ma questa non è riforma costituzionale, bensì solo vuota campagna elettorale per l'affermazione egoistica dei propri individuali interessi politici.
Queste ragioni ci conducono a sostenere la nostra posizione contraria a questa riforma. Per la verità si tratta di ribadire quanto noi, Conservatori e Riformisti, abbiamo dichiarato sin dell'agosto del 2014, allorché nel Gruppo di Forza Italia avemmo il coraggio di prendere le distanze dal pactum sceleris del Nazareno, dichiarando tutte le nostre perplessità sul disegno di legge oggi al nostro esame. Lo facemmo quasi da soli, venendo additati negativamente dal duo Romani-Verdini. Il tempo, però, è stato galantuomo: la maggior parte del Gruppo di Forza Italia, a cominciare dallo stesso presidente Romani, si è poi allineata alla nostra posizione, rinnegando clamorosamente le pattuizioni contenute nel contratto del Nazareno. Verdini, da par suo, ha invece calato ogni velo di ipocrisia ed è passato, armi e bagagli, nella compagine renziana, tornando nel Granducato. È un'amara constatazione, ma nell'estate 2014 avevamo visto giusto. Il patto concluso da Berlusconi e Renzi era il peggior negozio con cui si cercava di dare sostegno politico ad una pessima riforma delle nostre istituzioni.
Oltre a queste riflessioni, restano intatte le ragioni di merito per cui siamo contrari a questa riforma. Su tutte, lo ribadiamo ancora, grande attenzione va posta all'effetto perverso che la nuova architettura costituzionale, sommandosi alle previsioni della nuova legge elettorale (l'Italicum), comporterà per il nostro sistema. Chi vincerà le elezioni potrà dominare le nostre istituzioni - lo hanno detto tanti colleghi - eleggendo direttamente o influenzando effettivamente le più alte cariche dello Stato. In nome di una declamata efficienza, il partito di maggioranza controllerà non solo il Parlamento (come pure è lecito), ma tutte le istituzioni più importanti, dal Presidente della Repubblica alla Consulta. Chiedo agli esponenti del PD: con Italicum e riforma della Costituzione, quante leggi ad personam potrebbero essere approvate nel futuro prossimo?
Infine desidero in questa sede riaffermare il rimpianto per la mancanza totale di confronto e dialogo che ha caratterizzato questa riforma, cui pure, in circostanze diverse, avremmo desiderato offrire il nostro contributo. Come ho avuto modo di rappresentare nella precedente discussione di ottobre, il nostro Gruppo ha tentato di portare dei correttivi al testo del disegno di legge, con emendamenti che non esagero a definire di qualità. Abbiamo proposto di inserire nel testo della Costituzione il principio del tetto fiscale, ovvero l'introduzione di una soglia massima della pressione fiscale in grado di proteggere il contribuente e scongiurare le perverse azioni dei Governi. Abbiamo suggerito di fissare il concetto della cosiddetta perequazione infrastrutturale, al fine di armonizzare la crescita tra le diverse aree del Paese (quelle ricche ed evolute e quelle in ritardo ed arretrate dal punto di vista socioeconomico). Degna di nota era pure la proposta di inserire e regolare le primarie, come strumento costituzionale per la selezione democratica delle nuove classi dirigenti: emendamenti di qualità - dicevo - e, forse proprio perché poco demagogici e troppo costruttivi, completamente ignorati dalla maggioranza.
Anche per questi motivi, oltre alle ragioni di opportunità evidenziate all'inizio del mio intervento, il nostro no al disegno di legge sarà ancora una volta forte e convinto. Continueremo a non piegarci dinanzi alle deboli argomentazioni del governo e continueremo la nostra opposizione convinta, con lo stile serio e responsabile che ci ha caratterizzato nel corso degli ultimi due anni, cui si contrappone il dannoso pressappochismo e la narcisistica vanagloria del Presidente del Consiglio. (Applausi dal Gruppo CoR. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Candiani. Ne ha facoltà.
CANDIANI (LN-Aut). Signor Presidente, una riflessione appare doverosa, ormai al termine di questa discussione generale. Vorrei chiedere a lei, signor Presidente, e retoricamente, tramite la sua persona, a tutto il Senato, come è possibile che qui dentro si stia discutendo da più di quindici ore e il dibattito all'esterno sia totalmente assente dai mezzi di informazione di Stato e totalmente assente dai mezzi di comunicazione di stampa. Questa è innanzitutto la cifra di lettura all'interno della quale dobbiamo collocare questa chiusura di modifica costituzionale. Mi rifiuto parlare di riforma in questo caso, intendendo la parola «riforma» come qualcosa che modifica in meglio.
Cosa accade, signor Presidente? Accade che il presidente del Consiglio dei ministri Renzi sia molto abile nello sfruttare i coni d'ombra e sia molto abile a sfruttare le opportunità che la politica, negli anni, ha reso oggi possibili, per andare a modificare la Costituzione senza che neanche la gente stessa ne abbia coscienza. Io non ho visto qui fuori, colleghi, il popolo viola, il popolo fucsia, il popolo arancio, i girotondi, quelli che saltano il banco; non ho visto nessuno. E allora verrebbe da chiedersi qual è la ragione per la quale si modifica la Costituzione, se per parte popolare non se ne sentono istanze.
Allora, forse la questione è che occorre al Presidente del Consiglio nutrirsi costantemente e dare in pasto all'opinione pubblica inganni. Lo abbiamo visto con il jobs act e con le altre cosiddette pseudoriforme e modifiche di legge come la buona scuola, le tasse e tutte le altre sue dichiarazioni che dovevano andare ad incidere fortemente sull'economia del Paese e che, invece, nulla hanno cambiato.
Anche in questo caso cosa viene fatto? Viene lasciato credere che, con questa modifica costituzionale, il Paese avrà le carte in regola per ingranare una ripresa forte, così, senza colpo ferire, si chiude una riforma costituzionale che stravolge i pesi e i contrappesi democratici nell'indifferenza totale della gente, dando in pasto a chi se ne interessa la convinzione che questo sia nell'utilità della democrazia e dei cittadini.
Ma qual è lo scenario all'interno del quale si incardina questa modifica costituzionale? Vedo che è comparso da qualche ora il sottosegretario Scalfarotto, invece della ministra Boschi, che comparirà ragionevolmente insieme al presidente del Consiglio dei Ministri Renzi negli attimi finali.
Presidente, i momenti in cui stiamo concludendo questa riforma costituzionale sono accompagnati da titoli sui giornali che ci parlano dello scandalo di Banca Etruria: «Parla l'uomo dei misteri: i miei favori a Boschi»; «Un'associazione segreta dietro Etruria e papà Boschi»; «Se esce la verità su Boschi, salta per aria il Governo». Sono titoli del 16 gennaio. Stiamo parlando dello stesso Governo che ha presentato alle Camere la riforma e che vuole modificare la Costituzione democratica. Questi sono i presupposti che stanno alla base di quelli che saranno i futuri Padri costituenti, con l'aggiunta della mano sempre molto accorta che sta dietro le quinte del senatore Verdini. Questo è il Paese libero nel quale questo Parlamento e questo Senato cercano di alzare la voce per fare comprendere il rischio di deriva autoritaria che sta dietro a questa modifica della Costituzione. E quanti cambi di casacca hanno caratterizzato questa legislatura? Quanta gente, che si era fieramente opposta nelle prime letture alla modifica costituzionale improvvisamente, folgorata come san Paolo sulla strada di Damasco, si è convertita alla modifica costituzionale per il bene del Paese? Se si parla di corruzione, non c'è da stupirsene. Se si parla di senatori che cambiano opinione per attendere uno strapuntino in qualche Commissione non c'è da stupirsene. Ma domando ancora una volta retoricamente a lei, Presidente, per domandarlo a tutti i senatori: è questo uno spirito costituente? È questo uno spirito che dovrebbe dare al Paese nuovo slancio democratico e fiducia in se stesso? Oppure sono le manovre molto ben architettate di un autocrate che, sfruttando questi coni d'ombra, costruisce per se stesso e per i propri accoliti un sistema di gestione del potere autocratico? Questo è quello che sta avvenendo. Non ci saranno più i pesi e i contrappesi; non ci sarà più la capacità dei cittadini di scegliere chi siederà in questo Senato, con buona pace del senatore Fornaro e di tutta quella parte della minoranza del Partito Democratico che inizialmente lasciava credere che ci fosse ancora qualcosa di reale nella dicitura democratica del partito. Perché vi siete piegati? Che vi siete piegati lo rende evidente il fatto che alcuni tra di voi (il senatore Tocci e altri) non hanno modificato la propria posizione rimanendo indefessi e fermi in una linea di difesa di quei valori di Costituzione democratica che oggi caratterizzano ancora questo Paese.
Vede Presidente, nei giorni passati mi è capitato di sentirmi chiedere come mai, da senatore leghista, difendessi la Costituzione della Repubblica italiana. Per contro, domando come sia possibile che, sulla stessa linea, si trovino contemporaneamente la Lega, il Movimento 5 Stelle, SEL, Forza Italia e altre parti del Gruppo Misto. Come è possibile? Ciò significa che quello che viene messo in discussione non è qualcosa di superficiale rispetto alla Costituzione, ma è qualcosa di essenziale, ovvero i caratteri democratici e di partecipazione popolare, i caratteri di distinzione tra democrazia e autocrazia, tra democrazia espressa e oligarchia. Questo è quello che stiamo combattendo e, se sono qui dentro insieme ad altri colleghi, è perché una parte dei cittadini è contraria all'opinione del Governo e desidero e voglio continuare a dare a questi cittadini il diritto di tribuna, che sarà compromesso dall'approvazione di questa modifica costituzionale, insieme all'Italicum.
Questo è quello che stiamo facendo qua dentro, soffocati da una regia che vuole mettere una sordina - come ha fatto - a questo dibattito. Ma questa regia non riuscirà a mettere la sordina al referendum democratico, che si svolgerà il prossimo autunno. Fa male - anzi fa bene! - il Presidente del Consiglio a caricare su se stesso la responsabilità di questo referendum, togliendo il dibattito dal merito e portandolo su di sé. Chi voterà dovrà esprimersi a favore o contro Matteo Renzi. Allora mi rivolgo a tutti quei cittadini che fino ad ora sono stati ingannati, perché hanno perso la pensione, perché hanno fatto anni di attesa a scuola e oggi si trovano senza avere alcun dritto, perché hanno detto loro che sarebbero state ridotte le tasse e oggi non riescono ad arrivare a fine mese, perché si sta facendo credere loro che il Paese ha ingranato una ripresa quando ancora, purtroppo, siamo in attesa di politiche economiche a sostegno della ripresa. Dico a tutti questi i cittadini che quello sarà il momento per dare una svolta al Paese, per riprendersi, con voce democratica, il Governo.
Questo autocrate non è stato eletto: è lì dentro, dopo essersi autoincoronato. Si è messo a capo del Governo, sostituendo e facendo fuori un collega del suo stesso partito. Questa è la credibilità della persona, che diceva al sua collega «stai sereno» e il giorno dopo lo pugnalava alle spalle. Questa è la credibilità, caro senatore Fornaro, che vi lascia credere oggi che prima della modifica e del referendum ci sarà una legge, che dirà che i cittadini possono scegliere, senza scegliere, chi siederà in Senato. Ne abbiamo discusso anche poche ore fa ed era così semplice aderire alle proposte di emendamento che abbiamo presentato in questa sede, prevedendo che il Senato e la Camera dei deputati, ridotti nel numero, siano scelti a suffragio universale dai cittadini e non dalla segreteria del PD. Questa è la differenza tra quello che state facendo e quello che vogliamo per il popolo, affinché il popolo possa scegliere. Se è così facile, perché non avete scritto che sarà eletto a suffragio universale?
Signor Presidente, ci sono parecchie cose che non tornano in questa modifica costituzionale. Proprio leggendo qualche giorno fa un discorso tenuto da Dossetti, nel 1994, a Bologna, ho trovato alcune domande, che desidero rinnovare a questa Assemblea. Dossetti si domandava: «(...) donde è nata la Costituzione italiana entrata in vigore il 10 gennaio 1948? Qual è la sua radice più profonda?
Alcuni pensano che la Costituzione sia un fiore pungente nato quasi per caso da un arido terreno di sbandamenti postbellici e da risentimenti faziosi volti al passato.
Altri pensano che essa nasca da una ideologia antifascista di fatto coltivata da certe minoranze, che avevano vissuto soprattutto da esuli gli anni del fascismo.
Altri (...) si richiamano alla resistenza, con cui l'Italia può aver ritrovato il suo onore e in un certo modo si è omologata a una certa cultura nazionale.
E così si potrebbe continuare a lungo nella rassegna delle opinioni o sbagliate o insufficienti.
In realtà la Costituzione italiana è nata ed è stata ispirata - come e più di altre pochissime costituzioni - da un grande fatto globale, cioè i sei anni della seconda guerra mondiale.».
Per questo oggi chiedo, signor Presidente, dove nasce la riforma costituzionale che stiamo esaminando, chi ne sono gli ispiratori? Sono gli stessi che stanno nascondendo i disastri di Banca Etruria? Sono gli stessi che stanno ingannando i cittadini in merito allo stato reale del Paese? È lo stesso Presidente del Consiglio dei ministri che manda il suo amico Calenda in Europa, pensando così di poter compensare la sua totale assenza di forza contrattuale nei confronti di un'Europa che sta schiacciando questo Paese? Oppure, signor Presidente, l'ispirazione l'hanno trovata nelle 17 pagine che ho in mano, quelle che sono state sequestrate nel 1981 e che raccontano del piano di rinascita democratica. L'ispirazione l'hanno trovata in queste pagine in cui è scritto chiaramente l'ordinamento del Parlamento, che devono essere riviste le leggi elettorali e, per il Senato, che deve essere di rappresentanza di secondo grado e regionale; inoltre è scritto che devono essere rivisti la Corte costituzionale, il Presidente della Repubblica e le Regioni, con una modifica della Costituzione per ridurne il numero e determinarne i confini secondo criteri geoeconomici più che storici. È in queste pagine che hanno trovato l'ispirazione? È questo il piano di rinascita democratica a cui vi state ispirando?
È questa l'ispirazione che ha informato la sua mano, senatore Cociancich? Lo dico perché è stato molto bravo a dare il suo contributo di idee (cito le sue parole); un contributo che si è sostanziato nel prestare il suo nome a una mano provvidenziale giunta da Palazzo Chigi, che ha firmato al suo posto un documento che in seconda lettura ha tolto alle opposizioni qualsiasi possibilità di interlocuzione in questa Camera e di cui aspettiamo ancora oggi, signor Presidente, l'originale.
Infatti, di questa Costituzione si potrà dire una cosa per certo: è stata scritta basandosi sui falsi, sulle menzogne, sugli inganni. (Applausi del senatore Gaetti). Questa è la differenza tra la Costituzione del 1948 e quella che state approvando qui dentro; una Costituzione di cui i senatori sottoscrittori di emendamenti non possono presentare gli originali perché non esistono.
Spiace ancora una volta non aver trovato nella funzione del Presidente del Senato quell'equilibrio che abbiamo tante volte auspicato. Il presidente Grasso, che sicuramente ci sta ascoltando, avrebbe avuto modo di dimostrare che questa istituzione ha autonomia e indipendenza; lo avrebbe potuto fare in tanti modi, ma essenzialmente in uno: rispettando il Regolamento del Senato, di cui abbiamo chiesto l'applicazione e il rispetto.
Presidenza del vice presidente GASPARRI (ore 16,13)
(Segue CANDIANI). Mi riferisco a quel Regolamento che, quando era utile farlo, purtroppo è stato piegato alle esigenze della maggioranza e che, quando era utile farlo, è stato stracciato per imbavagliare l'opposizione. Qui dentro ci sono le umiliazioni subite dal Senato e, rivolgendomi ai senatori che sono stati costretti a svolgere i loro interventi ad Aula vuota, dico che quell'umiliazione non è nulla rispetto a quello che ha subito l'intera istituzione con la modifica costituzionale in discussione, perché tutti i precedenti che sono stati avallati sono uno schiaffo alla storia repubblicana precedente e sono certamente un impedimento all'esercizio democratico per il futuro.
Presidente, ci rifiutiamo di credere che questo possa essere il Senato della Repubblica. Noi siamo ancora convinti che qui dentro ci possa essere un sussulto di democrazia e di orgoglio e che i 161 voti che occorrono per modificare la Costituzione possano ancora venire meno. Dipenderà dalla scelta dei senatori che si sono piegati fino ad ora alle scelte del Governo e lo dico ai colleghi del Nuovo Centrodestra: basta farvi usare da questo autocrate! Non aspettatevi riconoscenza il giorno dopo, non sarete ricandidati, non aspettatevi riconoscenza sulle unioni civili, sarete piegati. Fate l'unica cosa che potete oggi fare: distinguetevi da questa marmaglia e lasciate che siano i senatori di Verdini a garantire la maggioranza che occorre per modificare la Costituzione perché quelli sono i farisei e gli scribi che hanno detto una cosa e ne hanno fatta un'altra, piegandosi ora per l'interesse di bottega e per l'interesse personale che nulla ha a che fare con la difesa dei cittadini che dovremmo attuare qui dentro.
Questa modifica costituzionale, Presidente, e mi avvio a concludere, dovrebbe essere fatta guardando a quello che è scritto sul soffitto di quest'Aula e che forse il Governo guarda troppo poco: c'è scritto fortezza, c'è scritto diritto, c'è scritto concordia. E la riforma costituzionale del 1948 fu approvata con il 90 per cento dei consensi mentre oggi si arriverà a malapena alla maggioranza assoluta. Questo non può dirsi un percorso democratico.
Infine su questo soffitto c'è scritto giustizia ma la giustizia qui dentro è morta e la state uccidendo voi, davanti ai cittadini.
Dico a coloro che voteranno contro questa riforma: ricordatevi come disse Churchill: abbiamo vinto la guerra perché non ci eravamo mai resi conto di averla già persa. Non si smette di combattere, si va fino in fondo e noi andremo fino in fondo. (Applausi dai Gruppi LN-Aut e M5S. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Compagna. Ne ha facoltà.
*COMPAGNA (GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)). Signor Presidente, onorevole rappresentante del Governo, colleghi senatori, il Senato giunge all'ultima tappa del proprio percorso. Mi auguro, come l'oratore che mi ha preceduto, che nel voto di stasera non si ottenga la maggioranza e quindi mi auguro che, in questi tre mesi di riflessione, ci siano molti colleghi che, a differenza di me, abbiano cambiato opinione sul merito di questo disegno di legge. Su di esso, quindi, non avrei che da ripetere le considerazioni che svolsi nel mio intervento precedente.
Credo però che, come disse il senatore Romani quando discutemmo del calendario, questo che potrebbe essere l'addio del Senato a se stesso meritasse un'atmosfera meno volgare di quella nella quale si è svolto. Abbiamo, in questi giorni, il tronfio protagonismo di un Presidente del Consiglio tutto contento perché annunzia un ritorno dell'Italia a petto in fuori in Europa. A me non sembra che sia così e soprattutto non mi sembra che operi in questo senso la riforma costituzionale della quale egli tanto si vanta.
Quello che mi pare ancora più doloroso è che da almeno una ventina di giorni viene dato per scontato il voto favorevole del Senato e il voto della Camera tra tre mesi e si annunci, nella scadenza referendaria, uno scontro politico sulla Costituzione tra il Presidente del Consiglio e il resto del Paese.
Penso che quest'Aula abbia il dovere di dire addio a una parte della storia d'Italia con molta maggiore compostezza di quella alla quale il presidente Grasso ha costretto l'andamento, i tempi, gli sviluppi della nostra discussione.
Il Senato, quello italiano, quello regio, quello non elettivo, nacque nella previsione di un disastro: si pensava che la grande aristocrazia siciliana e piemontese si sarebbe sottratta. Ricordo le parole del principe di Salina: non siamo interessati a fare i senatori, siamo gattopardi, altri facciano gli sciacalli. Il principe di Salina aveva torto marcio: quel Senato, quelle nomine, fatte al principio del Regno, furono di prim'ordine e il posto che nella storia d'Italia occupa il Senato regio è più che dignitoso, anche quando dovette prestarsi - pensiamo alla sconfitta nella guerra del 1866 - al lavoro più sporco, quello di giurisdizione sull'ammiraglio Persano.
Eppure nella storia d'Italia c'è un antiparlamentarismo antico. Non so se sia davvero antiparlamentarismo o delusione sull'unità d'Italia. Pensiamo a quel bellissimo reportage giornalistico, «I moribondi del Palazzo Carignano» (si parlava della Camera) di Petruccelli della Gattina: venne giudicato per alcune generazioni un testo di antiparlamentarismo. No, non era affatto così.
Per restare al terreno di gioco della letteratura siciliana, un antiparlamentarismo molto più forte, diretto verso la Camera e non verso il Senato, fu quello di un grande scrittore italiano, Federico De Roberto, nelle pagine de «L'imperio», (siamo nell'età giolittiana, nella seconda metà dell'Ottocentonovanta, 1895): il romanzo si svolge tutto a Montecitorio e il protagonista si appoggia su quello che gli sembra un riferimento marmoreo e si accorge che è di cartone.
Questo antiparlamentarismo ha molte volte accompagnato la storia d'Italia. Pensiamo a quella laida rivolta contro il Parlamento, guidata da Gabriele D'Annunzio, contro Giolitti, che portò l'Italia in guerra il 24 maggio del 1915.
Tre anni fa un volenteroso amico, il ministro Quagliariello, guidato con mano esperta dal magistero di influenza e persuasione dell'allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, disse di aver convocato nel Gabinetto 42 esponenti delle migliori culture giuridiche e politiche italiane; può darsi che lo fossero, ma nessuno se ne è accorto. Perché? Perché le culture giuridiche e politiche dell'Italia moderna erano scomparse, assorbite, inghiottite e digerite dal moralismo di massa, da quella perversa sottocultura dell'antipolitica. Così ha detto un collega del Partito Democratico, il senatore Micheloni, questa mattina. Io lo chiamo moralismo di massa. Ma forse alludiamo alla stessa cosa.
Oggi, allora, ci tocca giudicare un percorso, non quello di Quagliariello, ma direi un percorso un po' più lungo, quello che forse inizia nella metà degli anni Ottanta con le conclusioni dei lavori della Commissione Bozzi. Lì forse ci sono ancora delle vere e serie culture politiche e giuridiche. Si passarono in rassegna molti problemi, si creò un'istruttoria, sulla scia delle sollecitazioni riformatrici di Craxi. Si cercò di riprendere quel lavoro nel messaggio del presidente Cossiga dell'ultima fase del suo settennato. Si tornò alla carica con la Commissione bicamerale che nel 1992 doveva proporre insieme qualcosa di costituzionale e qualcosa per la legislazione elettorale. Perché non ci si riuscì? Perché il moralismo di piazza, il moralismo di massa, l'odiosa canea, che avevamo visto esprimersi soltanto negli spazi riservati del Consiglio superiore della magistratura e della magistratura associata, invase le piazze mediatiche e non solo.
Si travolsero intere culture politiche: quella socialista, quella liberale, quella repubblicana, quella democristiana e quella socialdemocratica. Della stessa cultura politica comunista, che si volle proteggere, è rimasto ben poco.
Nella sua vulgata, il prestigioso collega Napolitano ci dice che alla Costituente i vecchi comunisti fossero intransigentemente monocameralsti, per depositum fidei democraticistico-giacobino, e poi si piegarono al bicameralismo. Ma come si faceva a contestare uno strumento di garanzia a sei mesi delle elezioni decisive del 18 aprile?
Poi, dice il prestigioso collega - e molti in quest'Aula si rifanno a lui - nacque l'istituto regionale ed esso finalmente meritava una rappresentatività parlamentare o similparlamentare. Questo è un imbroglio, è una bugia: l'istituto regionale entrò in Costituzione con il ricatto secessionista, non di Calderoli e Bossi, ma della oligarchia siciliana. De Gasperi dovette firmare un decreto - e fece bene, perché la Sicilia, significa tanto nella storia d'Italia - che riconosceva l'autonomia siciliana. Ma ci furono nella Costituente quelli che si opposero all'istituto regionale.
Un discorso di Nitti del 1946 sembra che parlasse di oggi: senza una norma finanziaria lo Stato delle autonomie non potrà essere che a ricasco dello Stato nazionale: spesa pubblica allargata, partecipate e magari in prospettiva guapperia ai tavoli di gioco di Berlino e di Bruxelles.
L'imbroglio è continuato, e le Regioni nel 1970 furono fatte senza una legge finanziaria, a ricasco dello Stato nazionale. Si era incerti se dovessero essere di legislazione o di gestione. Oggi sono esclusivamente di gestione, e solo la volontà del volenterosissimo ministro Quagliariello poteva intravvedere nel nuovo cosiddetto Senato una Camera di compensazione che subentrasse allo squallore della Conferenza Stato-Regioni-Autonomie.
Quindi, come si vede, la riforma che abbiamo davanti è sbagliata.
Certo, il Senato esce di scena senza rimpianti. Nel nostro dibattito, giustamente, non vi è stato alcun gesto di omaggio al parlamentarismo voluto dalla Costituzione ed alle alte coscienze democratiche che hanno frequentato quest'Aula. Si è fatta riaffiorare qualche scombinata preoccupazione sulla scombinata Assemblea che ne erediterà il nome e che sarà, di fatto, la sala giochi dei consiglieri regionali. In un primo momento mi sembra che nel testo che il Governo ci sottopose prevalessero i sindaci. Insomma, c'è un regionalismo attovagliatosi senza onore, né gloria nel cuore della nostra Costituzione e del nostro bilancio. Questa Assemblea erediterà lessicalmente il nome Senato, però non ne avrà alcun titolo sotto qualsiasi codice di diritto parlamentare.
Quanto all'ultima discussione che facemmo in questa sede nell'ottobre scorso, allora fu perseguita - non ero pregiudizialmente contrario a ciò, anche se la Presidenza fu davvero infelice nel garantire libertà di opinione ai senatori - soprattutto l'idea di una pacificazione tra senatori del Partito Democratico. Allora la pace tra i senatori democratici parve, cioè, un bene pubblico da tutelare prima, più e meglio della libertà degli altri senatori: di qui il ricorso a canguri, tempi contingentati e ogni tipo di volgarità da parte di chi, in quanto Presidente del Senato, avrebbe dovuto avvertire l'onore di rappresentare la rappresentanza, e parve invece atteggiarsi ad esponente della società civile, cioè ad offendere il Senato assai più di quel consigliere di Stato Montagna che nel '45 fu preposto alla chiusura dell'istituzione regia.
Signor Presidente, senza alcuna tentazione di votare a favore, oggi - mi auguro di no, ma mi sembra fatale che ciò avvenga - diremo «no» ad un'istituzione della storia democratica di questo Paese. (Applausi dal Gruppo GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)).