Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 563 del 20/01/2016
Azioni disponibili
RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza della vice presidente FEDELI
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 9,34).
Si dia lettura del processo verbale.
SIBILIA, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del 14 gennaio.
Sul processo verbale
SCILIPOTI ISGRO' (FI-PdL XVII). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SCILIPOTI ISGRO' (FI-PdL XVII). Signor Presidente, chiedo la votazione del processo verbale, previa verifica del numero legale.
Verifica del numero legale
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.
(Segue la verifica del numero legale).
Il Senato è in numero legale.
Ripresa della discussione sul processo verbale
PRESIDENTE. Metto ai voti il processo verbale.
È approvato.
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico
PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.
Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 9,38).
Sui lavori del Senato
PRESIDENTE. Informo che, come già comunicato ai Gruppi parlamentari per le vie brevi, nella seduta di question time di domani alle ore 16 il Ministro dello sviluppo economico risponderà a quesiti sui seguenti argomenti: prospettive dell'industria italiana, con particolare riferimento al comparto chimico; iniziative per consumatori ed imprese nel settore energetico.
Seguito della discussione e approvazione in seconda deliberazione del disegno di legge costituzionale:
(1429-D) Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del Titolo V della Parte II della Costituzione (Approvato in prima deliberazione dal Senato; modificato in prima deliberazione dalla Camera dei deputati; nuovamente modificato in prima deliberazione dal Senato e approvato senza modificazioni in prima deliberazione dalla Camera dei deputati) (Votazione finale qualificata ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento)(ore 9,39)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge costituzionale n. 1429-D, già approvato in prima deliberazione dal Senato, modificato in prima deliberazione dalla Camera dei deputati, nuovamente modificato in prima deliberazione dal Senato e approvato senza modificazioni in prima deliberazione dalla Camera dei deputati.
Ricordo che nella seduta di ieri la Presidente della 1a Commissione permanente ha riferito sui lavori della Commissione e ha avuto inizio la discussione generale.
Sulla votazione della richiesta di chiusura anticipata della discussione generale avanzata dal senatore Candiani, a nome del prescritto numero di senatori, è mancato il numero legale. Comunico che i senatori Candiani e Crimi hanno ritirato la richiesta di chiusura anticipata.
È iscritta a parlare la senatrice Nugnes. Ne ha facoltà.
NUGNES (M5S). Signora Presidente, ringrazio i colleghi per l'attenzione che mi vorranno dare. Sono qui anche io, come tutti i miei colleghi, a provare a dare una testimonianza su questa riforma della Costituzione. È una testimonianza importante che ieri abbiamo provato a dare in una solitudine sconcertante in questa Aula. Eppure, è un dato di grande importanza, soprattutto in vista di un referendum. Nonostante l'importanza che questo dibattito dovrebbe cominciare da subito ad avere, ieri in Commissione 1a non si è permesso a tutti di fare le loro dichiarazioni. Ben 15 senatori non hanno potuto fare il loro intervento. La volta scorsa fu detto che gli emendamenti erano troppi e non si poteva discuterli. Gli emendamenti furono ritirati, ma erano ancora troppi. Anche uno solo sarebbe stato troppo, visto che nessun emendamento delle opposizioni e sicuramente nessun emendamento del Movimento 5 Stelle è passato.
Parlerò delle forme, delle procedure e del metodo, che sempre sottintendono la sostanza dei fatti. È importante parlare, perché qui siamo arrivati a svuotare del senso le cose e a lasciare solo la formalità di far parlare le opposizioni in un'Aula vuota dove gli altri colleghi non sono presenti e non si prendono neanche la briga di ascoltare le motivazioni. Non c'è confronto; non c'è ascolto.
Cosa si sta realizzando esattamente in questi giorni? Quella stessa decostituzionalizzazione che nel 1994 era fortemente voluta dalla destra, ma fu allora contenuta da una certa sinistra. Quella stessa sinistra che oggi sta realizzando il medesimo progetto che nel 2001, quando mise mano ad una piccola parte della Costituzione, verificò che la riforma non era stata molto partecipata e dichiarò che mai più avrebbe fatto una cosa del genere. Si tenne anche un referendum poco partecipato e la sinistra, allora, seppe dire che questa non era una buona cosa. Eppure, oggi avviene esattamente il contrario.
C'è dunque un passaggio dalla democrazia rappresentativa, che a nostro avviso era matura per diventare una democrazia diretta, alla democrazia decisionale. Perché è accaduto ciò, visto che c'era un tempo in cui qualcuno, in questo Paese, dibatteva per andare in un' altra direzione? Perché sono altre le forze che ci dettano l'agenda: si tratta di forze internazionali e sovranazionali. Quindi, la Boschi dei conflitti di interesse e delle banche e Renzi, con il suo pressappochismo, non sono altro che degli strumenti, dei guanti calzati da altri, più potenti.
Cosa sta accadendo, dunque? È giusto ripeterlo, perché ripeterlo aiuta. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 1 del 2014, dichiarò l'incostituzionalità del cosiddetto Porcellum, in forza del quale è stata eletta la XVII legislatura (Brusio. Richiami del Presidente), ma il Governo e la maggioranza parlamentare non rispettarono i limiti che tale sentenza imponeva al legislatore. Avvenne infatti che la Corte, pur dichiarando incostituzionale il Porcellum per alcune sue parti, ossia per il premio di maggioranza, consentì alle Camere di continuare ad operare, ma secondo il principio di continuità dello Stato. La Corte, per attuare tale prorogatio, fece espressamente riferimento a due articoli della Costituzione: l'articolo 61, secondo cui le Camere possono continuare il loro lavoro fin quando non vengono elette quelle nuove, e l'articolo 77, che prevede la possibilità per le Camere, anche se sciolte, di essere convocate per convertire in legge i decreti-legge, ossia per legiferare d'urgenza. Ricordo infatti a tutti voi che i decreti-legge sono previsti proprio per i casi di urgenza. Ebbene, tale principio di continuità dello Stato incontra limiti di tempo assai brevi: non più di tre mesi. Fu detto però che non era possibile e che la contingenza economica internazionale e nazionale non permetteva di andare ad elezioni in tre mesi. Si sarebbe forse potuto farlo in un anno; e invece no! Un anno sarebbe stato sufficiente a rivedere la legge elettorale e a tornare alle urne, per avere finalmente un Parlamento legittimo e costituzionale. Invece, si è pensato di fare un azzardo istituzionale, ossia si è messo mano alla revisione della Costituzione, con uomini e donne che siedono illegittimamente sugli scanni di questo Parlamento grazie ad un premio di maggioranza anticostituzionale.
E cosa fanno questi uomini e queste donne? Pigiano dei bottoni che fanno la differenza tra il far passare e il non far passare un determinato provvedimento, tra cui anche la riforma costituzionale. Sono uomini e donne non eletti ma nominati, ricattabili per la loro paura di perdere un posto che non appartiene loro. Quando si ha la percezione dell'illegittimità, si ha il timore di perdere quello che - appunto - non è un diritto. Infatti, grazie a questo ricatto, si sono cambiate le regole del gioco prima ancora che queste fossero regole, ossia si è attuato uno stato di fatto, lo si è dato già per appurato, quando ancora non era, a colpi di richieste di voti di fiducia e di decreti-legge. Oggi noi già viviamo un Parlamento diverso da quello dettato dalla Costituzione, anche se la Costituzione non vieta certe prassi, perché chiaramente lascia ampia discrezionalità; infatti, è vero che certe pratiche non sono espressamente vietate, ma il fatto di ricorrere sistematicamente al voto di fiducia e al decreto-legge imponendo il volere e la maggioranza vuol dire che si è già cambiato il gioco.
Torniamo alle questioni di metodo. Oltre a quella testé analizzata, vi è il fatto che la proposta di revisione della Costituzione al nostro esame è di iniziativa governativa. Si tratta di una palese anomalia, anche questa non esplicitamente vietata, ma che non rientra nella logica delle cose. Cosa c'entra il Governo, ossia il potere esecutivo che dovrebbe occuparsi della concreta attuazione delle leggi emanate dal Parlamento, con la revisione della Costituzione? Non c'entra nulla! Avrebbe dovuto essere uno spettatore. Infatti, non è casuale che la Corte costituzionale, cioè l'organo supremo che vigila sul rispetto della Costituzione, sia nominato dal Parlamento, dal Presidente della Repubblica e dalla magistratura, ma non dal Governo. Eppure ciò sta avvenendo.
Vi è poi un'altra brutta anomalia rappresentata dal fatto di paragonare, di mettere a confronto in parallelo il permanere nella vita politica di Renzi con la vittoria al referendum. Si sta dunque mettendo sullo stesso piano la vita di un uomo politico, non eletto e assolutamente molto discutibile, con quella che dovrebbe essere la Carta costituzionale di tutti gli italiani. Non si tratta di un disegno di legge da poco, di una decisione momentanea, ma - ripeto - della Carta costituzionale. Si sta chiedendo in maniera esplicita che il referendum sia rapportato alla permanenza di Renzi in politica: esprimere un sì o un no per la Costituzione equivarrà a dare un sì o un no per Renzi. Questo è inaccettabile, megalomane ed infantile! È un vero e proprio ricatto!
Cos'è la Costituzione? Purtroppo mi trovo qui a doverlo ripetere, perché sembra che lo abbiamo dimenticato: è uno strumento per limitare il potere ed evitare gli abusi e per evitare innanzi tutto la concentrazione del potere nelle mani di pochi.
Ebbene, è quello che si vuole fare: si vuole distruggere l'architettura della Costituzione proprio perché portatrice di questi valori e noi lo denunciammo già nel luglio 2013, dopo che uscì un rapporto della JP Morgan, una società finanziaria privata, che faceva un'analisi delle Costituzioni europee e le valutava troppo liberali, troppo socialiste, perché prevedevano esecutivi deboli nei confronti dei Parlamenti, perché tutelavano troppo i diritti dei lavoratori e permettevano la licenza di protestare. Allora noi presentammo un'interrogazione e chiedemmo se il Governo era a conoscenza di questa relazione di una società finanziaria privata di oltre oceano e chiedevamo al Governo di dare una risposta chiara in difesa della nostra Costituzione. Noi non abbiamo avuto risposta a questa interrogazione, la JP Morgan sì con questo disegno di legge governativo. Grazie. Ho compreso anche io.
Qual è, dunque, l'architettura della Costituzione? Essa prevede una netta divisione, orizzontale e verticale. La divisione orizzontale è tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario. Per chi non se lo ricorda, una divisione netta dei tre poteri è assolutamente necessaria per mantenere e garantire la democrazia e dopo l'approvazione di questo disegno di legge non sarà più così netta. La divisione verticale è tra gli enti: lo Stato, le Regioni e gli Enti locali. Poi prevede la presenza di organismi di garanzia, appunto la Corte costituzionale e il Presidente della Repubblica, ma anche in questo campo si mette mano.
Insomma, tutto l'iter che ha caratterizzato la discussione e la preparazione di questa proposta di legge denota una deficitaria cultura costituzionale e laddove non è insipienza è dolo, perché non credo che nessuno si renda conto della gravità di questa proposta e chi se ne rende conto è colpevole. Si è proceduto a colpi di maggioranza.
Ripeto ancora, voglio ricordarlo a tutti voi, che nel 2001 la riforma costituzionale del Centro‑Sinistra fu da tutti definita come un'esperienza da non ripetere e qualcuno di voi sicuramente era lì a dire queste cose. La Costituzione del 1948 fu approvata da oltre il 90 per cento dei consensi. Il Governo Renzi, invece, in questo iter parlamentare non ha il consenso di nessuno; non ha il consenso delle opposizioni e anche alcuni parlamentari della maggioranza manifestano alcune perplessità, o almeno le manifestavano. Poi cosa è successo? Questi rigurgiti di coscienza, di etica, sono stati zittiti. C'è sempre una moneta, un obolo, che serve a zittire le coscienze, a farci sentire in pace e tornare a casa soddisfatti. È successo con l'eleggibilità e l'ineleggibilità dei senatori. Nell'articolo 57, un comma che contraddice l'altro ci dice che forse sì, i senatori saranno eletti anche se non si sa come perché saranno pescati da un calderone di eletti per gli enti territoriali. Però a molti di voi questo è sembrato un giusto riparo alle proprie perplessità e si è andati avanti.
Ma le regole del gioco democratico si devono cambiare insieme, perché la Costituzione non è uno strumento oggetto di battaglie politiche.
L'attuale maggioranza è, quindi, alterata da questo premio di maggioranza. Questa distorsione, che già sta permettendo la manipolazione della Costituzione, insieme alle legge elettorale con cui si accoppia - l'Italicum - prospetterà una situazione ancora peggiore, perché consentirà, nero su bianco, analoghi premi di maggioranza e sicuramente permetterà a un partito che possa prendere anche un quarto dei voti dei votanti (e non degli aventi diritto, quindi veramente una misera parte del totale) di comandare su tutti.
C'è, poi, questo referendum che non entra nello specifico del disegno di legge, perché non si occupa delle funzioni del Senato, del metodo di elezione dei senatori, dell'elezione del Presidente della Repubblica, dei senatori di nomina presidenziale, delle competenze delle Regioni, che ormai restano senza competenze: si chiederà agli elettori di esprimere solo un sì o un no, non c'è un modo di diversificare.
Signora Presidente, mi permetta di parlare un altro minuto, perché ci terrei a sottolineare anche qualche punto rispetto al procedimento che questa revisione costituzionale ha avuto. Innanzitutto ricordo la rimozione di ben tre senatori nel giugno 2014 dalla Commissione affari costituzionali del Senato: il senatore Mauro, il senatore Mineo e il senatore Chiti; poiché avevano invocato il rispetto della libertà di coscienza furono sollevati dall'incarico.
Vi è una seconda questione che mi lascia molto perplessa.
PRESIDENTE. Le ho già dato un minuto in più. Mi raccomando, concluda.
NUGNES (M5S). Mi avvio a concludere.
In prima lettura c'erano la senatrice Finocchiaro come relatrice di maggioranza e, come relatore di minoranza, il senatore Calderoli; in seconda lettura è rimasta soltanto la senatrice Finocchiaro e non più il senatore Calderoli: è venuto meno il relatore di minoranza.
Ancora - da ultimo - nell'ottobre 2015, colpo di scena: la votazione dell'emendamento Cociancich, strutturato in modo da precludere tutta una serie di votazioni che avrebbero richiesto il voto segreto. Devo dire che abbiamo vissuto un grande, alto momento in questa Camera quando è uscito fuori quell'emendamento. (Applausi dal Gruppo M5S).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Scavone. Ne ha facoltà.
SCAVONE (AL-A). Signora Presidente, intervengo per comunicare che rinunzio all'esposizione dell'intervento in Assemblea e consegno agli atti il testo.
PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.
È iscritto a parlare il senatore Alicata. Ne ha facoltà.
ALICATA (FI-PdL XVII). Signora Presidente, onorevoli colleghi, il testo che ci apprestiamo a votare con un sì o con un no in questo ultimo passaggio al Senato è ben lontano da quello presentato dal Governo. In quel testo si potevano ritrovare alcune delle linee guida della riforma costituzionale del 2005 promossa dal Governo Berlusconi, come la fine del bicameralismo perfetto e un Senato rappresentativo delle realtà regionali.
Quella nostra riforma prevedeva l'abolizione della competenza concorrente tra Stato e Regioni che, approvata dalle modifiche costituzionali della sinistra del 2001, ha creato, in oltre un decennio, un vasto contenzioso tra Stato e Regioni presso la Corte costituzionale. Quel contenzioso ha pesato enormemente, ritardando lo sviluppo del Paese.
Tutte le modifiche apportate durante questo iter parlamentare, che è stato lungo ma privo di un reale confronto, non hanno risolto gli aspetti critici della riforma; al contrario, si è banalizzato un testo che, viceversa, andava approfondito, non raggiungendo peraltro le finalità che si volevano perseguire.
Il percorso di dialogo intrapreso con il principale partito di opposizione, che non era un vero e proprio articolato ma un tentativo di condivisione delle riforme, è stato non solo calpestato, ma addirittura banalizzato. Il risultato è proprio una riforma banale e inutile perché scritta dalla maggioranza, scavalcando un confronto serio con l'opposizione.
Per quanto riguarda le funzioni attribuite al nuovo Senato, quelle assegnategli tentano di ottenere il superamento del bicameralismo perfetto, modificando il peso istituzionale della seconda Camera. Il fine della riforma è quello di escludere il Senato dal circuito fiduciario - la fiducia viene chiesta solo alla Camera - e di ridurne il peso nel procedimento legislativo. Ma mentre il Senato viene trasformato in Assemblea rappresentativa degli enti territoriali, si procede ad un riassetto fortemente centralistico della forma di Stato e dunque ad una evidente marginalizzazione del suo ruolo.
La compensazione che si è cercato di attuare verso il ruolo del Senato, aumentando il numero delle leggi bicamerali, continua ad evidenziare una forma di Governo che rimane parlamentare, pur avendo escluso, come detto, il Senato dal circuito fiduciario.
Buona parte delle funzioni del Senato, come quella sulla valutazione delle politiche e delle attività pubbliche delle pubbliche amministrazioni, risultano sminuite proprio perché attribuite ad una seconda Camera cui è stato reciso il vincolo fiduciario con il Governo, così come è ambigua - e necessiterà di interventi normativi per la sua attuazione - la disposizione per l'elezione dei 95 senatori. Non si capisce come possano esplicarsi le scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri: un'espressione assai confusa e indeterminata che genererà una confusione istituzionale tra i ruoli di sindaci, consiglieri, Presidenti di Regione e senatori.
Siamo inoltre di fronte ad un pasticcio laddove si prevede che i Comuni siano rappresentati in Senato, ma i loro rappresentanti non saranno scelti dai cittadini e nemmeno dai Comuni stessi, ma dai Consigli regionali; con quale criterio non è dato sapere. Molto è lasciato alla legge attuativa, ma sarebbe stato più confacente definire da subito le questioni.
Anche sui tempi di attuazione della legge bicamerale che regola l'elezione dei senatori rimane una contraddizione di fondo tra i due termini previsti in uno stesso articolo del disegno di legge. Ci si chiede se sono previsti sei mesi dalla data di svolgimento delle elezioni della Camera oppure sei mesi della data di entrata in vigore della legge costituzionale. Una grande confusione, insomma, a meno che l'intenzione reale della maggioranza non fosse semplicemente quella di dequalificare la seconda Camera, che non troverebbe più la sua legittimazione in un'elezione diretta, tra l'altro violando palesemente l'articolo 1 della Costituzione, che prevede che la sovranità appartiene al popolo.
L'ulteriore elemento di disomogeneità è quello che prevede la nomina di cinque senatori da parte del Presidente della Repubblica, non più a vita, ma per un periodo di sette anni. A questi si aggiungono quelli di diritto, gli ex Presidenti della Repubblica, che continuano a essere membri del Senato a vita.
Lo scopo è anche quello, dichiarato nel titolo del disegno di legge, di ridurre i costi, ma in realtà i costi, valutati da più parti, non diminuiscono affatto e questo rimane solo un banale, banalissimo argomento di collaudata propaganda.
Va registrata poi una stretta connessione tra questa riforma costituzionale, che altera fortemente il sistema dei pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione vigente, e la nuova legge elettorale, il cosiddetto Italicum, modellata per essere applicata alla sola Camera dei deputati. Proprio il superamento del bicameralismo paritario e la ridefinizione di una serie di poteri in capo al Governo e delle funzioni della Camera, che è titolare del rapporto fiduciario con l'Esecutivo, e che viene eletta dando alla lista vincente un forte premio di maggioranza, alterano in modo sostanziale il sistema di pesi e contrappesi in favore dell'Esecutivo, ponendo a serio rischio proprio quell'ingegneria costituzionale creata dai Padri costituenti per evitare che fosse un potere ad assoggettare gli altri.
L'attribuzione di poteri così ampi ad un Esecutivo sostenuto dalla lista vincente, che beneficia del premio di maggioranza, ma che potrebbe essere minoranza nel Paese, ci consegna aspetti molto inquietanti non solo per la qualità delle leggi che verrebbero prodotte per i cittadini, ma anche per la nostra democrazia.
Proprio le riforme al nostro esame ne sono un esempio lampante, se una minoranza (il Partito Democratico) che ha ottenuto il premio di maggioranza dichiarato incostituzionale può cambiare in maniera gravissima la nostra Costituzione. La riforma invece doveva essere scritta da un largo schieramento parlamentare proprio per essere più seria, più autorevole e duratura e questo proprio perché la sentenza della Corte costituzionale sul cosiddetto Porcellum ha delegittimato il premio di maggioranza, e quindi l'azione del Partito Democratico, riducendone la legittimità politica e morale. Si sono quindi superati a colpi di maggioranza non solo i limiti alla possibilità di revisione costituzionale dettati dalla Costituzione stessa e dalla giurisprudenza costituzionale in sentenze plurime, ma persino i limiti politici e morali che legittimano una riscrittura della Costituzione di così ampia portata. (Applausi dei senatori Compagna e Malan).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Micheloni. Ne ha facoltà.
MICHELONI (PD). Signora Presidente, questo non è un intervento facile per me, quindi vi chiedo un po' di pazienza.
Per quanto riguarda il merito di questa riforma, vi chiedo di rifarvi al mio intervento del 15 luglio 2014 svolto in questa Aula perché non cambio nulla delle cose che ho detto allora con riferimento alla mia contrarietà.
Però ho seguito il dibattito generale fino alla chiusura dei lavori dell'Aula di questa mattina e vorrei - se le opposizioni me lo concedono - dire due parole per ricordare alle amiche e agli amici dell'opposizione che in democrazia si può anche incorrere nella sfortuna di trovarsi nella maggioranza un giorno. Ed allora tutti gli eccessi verbali, tutti gli attacchi lontani dal buon senso e dalla logica del dibattito parlamentare torneranno come dei boomerang. Dunque, credo farebbe bene a tutti moderare un po' i toni. I discorsi di oggi riferiti alle dittature, alle persone legate alle poltrone e altre cose del genere un giorno potrebbero tornare indietro.
Come ho già detto una volta - ma voglio ripeterlo perché sono convinto che è il problema vero del nostro Paese - l'antipolitica è un problema che in tutti i Paesi d'Europa si sta affrontando. Da noi c'è una differenza, ed è una differenza drammatica che dovrebbe far riflettere tutti e consiste nel fatto che l'antipolitica ha raggiunto una tale violenza da trasformarsi in anti-istituzione: il nostro popolo oggi ha un rigetto delle istituzioni.
Pertanto, gli attacchi al senatore Micheloni (parlo di me per evitare riferimenti ad altri, ma il principio vale per tutti i parlamentari ed i politici) sono giustificati, fanno parte delle regole della democrazia. Quando però questi attacchi, questa antipolitica ricade sulle istituzioni, allora più nessuno controlla alcunché in un Paese e allora le strade che si aprono sono sconosciute e pericolose.
Vorrei dunque (esprimo un desiderio) che tutti abbassassero i toni quando si parla di questo tema.
C'è poi una questione che mi preoccupa molto. Da diversi mesi tutti noi siamo bombardati nelle mail per la questione delle unioni civili. Per carità, un problema serio, che riguarda alcune decine di milioni di nostri cittadini. Personalmente per la riforma costituzionale non ho subito attacchi di questa portata. Tale aspetto della vita quotidiana del parlamentare mi preoccupa moltissimo, perché dimostra qual è la sensibilità nei nostri confronti e nei confronti delle istituzioni da parte del nostro popolo.
Questo non toglie niente alla mia contrarietà a questa riforma della Costituzione.
Io annuncio qui che farò campagna referendaria contro questa legge, aderirò ai comitati referendari per il no e posso anche preannunciare che all'estero, dove vivo, in Europa, si stanno preparando comitati per il no. Ma perché sono contrario?
Come ho detto, nel merito ho parlato nel 2014 e le cose dette restano valide. Sono contrario perché sono convinto che il sistema che ci viene proposto oggi non funzioni per il Paese, sia pericoloso per il nostro Paese e non garantirà la coesione della Nazione.
È questo l'altro problema che abbiamo in Italia: non abbiamo il senso dello Stato, non abbiamo il senso di appartenenza ad una comunità nazionale. Ebbene, questo sistema aggrava il problema e questa riforma, secondo me, non dà risposta alla distanza che si è creata tra il cittadino e le istituzioni, anzi, credo che aggravi tale aspetto. Questo è il motivo della mia contrarietà.
La riforma è necessaria? Sì, una riforma è necessaria. Molti colleghi si sono impegnati molto meglio di me nel proporre interventi per riformare questa nostra Costituzione, modernizzarla e rendere più governabile il Paese superando il bicameralismo. Abbiamo avanzato tutte le proposte e non sono state accolte.
Tuttavia, quando si dice che qualcosa non funziona, mi torna in mente un proverbio francese, che recita: «I cattivi operai hanno sempre cattivi attrezzi» (non so se si dica così anche in italiano). Forse allora, se il sistema non funziona è perché non siamo buoni operai di questo sistema e dovremmo riflettere un po' di più su noi stessi.
Infine, voglio toccare un aspetto che mette in evidenzia i limiti ed i problemi del sistema se lo si metterà in piedi in questo modo. Mi è stata comunicata una informazione che non voglio credere; la considero una bufala monumentale, tuttavia, sperando che sia una bufala, il fatto che qualcuno ad essa abbia pensato dovrebbe farci preoccupare di come questo sistema potrà un giorno essere utilizzato.
Se ricordate, da eletto nel collegio estero avevo proposto di togliere i deputati dalla Camera che dà la fiducia al Governo, perché riterrei un passo in avanti per la comunità che qui rappresento essere presente solo nella Camera che non dà la fiducia al Governo ma che esprime bisogni, direttive e proposte di azione, svincolata dal rapporto di fiducia con il Governo. Neanche questa proposta è stata accolta. Ebbene, la bufala che circola è la seguente (e, ripeto, mi auguro veramente che mi sia fatto intossicare da questa informazione): sembra che sia in discussione un accordo tra il MAIE - Movimento associativo italiani all'estero, che ha qui un senatore e due o tre deputati alla Camera - ed il collega Verdini per ottenere una modifica della legge elettorale che ci dà l'obbligo di residenza all'estero, prevedendo candidature all'estero, in Europa, tramite il MAIE, di alcune persone. Ripeto: mi auguro che sia una bufala, comunque lo capiremo se ci verrà proposto di modificare quella legge. Questo è preoccupante per il pensiero che sottende. Non mi sarebbe venuto in mente, dunque sono ammirato dalle capacità inventive di chi pensa queste cose, ma questo è uno dei rischi.
Concludo chiarendo che determinerò il mio voto oggi e non voglio nascondere perché non lo annuncio adesso: per rispetto della mia storia, per rispetto - e mi rivolgo alla collega Nugnes, che dice che noi abbiamo avuto solo rigurgiti o che siamo legati a queste poltrone - di mia moglie e dei miei figli, che hanno vissuto senza di me perché ho vissuto per la politica. Ho vissuto per la politica e non della politica e la mia famiglia ha vissuto del mio lavoro di costruttore in Svizzera e non di quello che ho percepito in politica e oggi, come diversi colleghi (ne vedo uno davanti a me), siamo qui a perdere soldi perché ce lo possiamo permettere, avendo lavorato prima. Per rispetto di queste persone non posso prendere il rischio - almeno ad ora e voglio capire esattamente - di essere io questa sera a far sì che questa riforma passi con qualche voto di un'altra forza politica e non del partito al quale ancora appartengo. Questo è il dubbio che ancora ho.
Non c'è dubbio sulla riforma e su quanto ho annunciato circa la mia intenzione di fare campagna contro di essa, ma questo nulla ha a che vedere con il rapporto di fiducia con il Governo. Voglio anche chiarire con i colleghi con i quali ho fatto battaglia nelle prime letture che se devo rimproverare qualcosa a questo Governo rimprovero l'insufficienza di alcune decisioni e delle azioni compiute. Il jobs act a me ha disturbato perché non ci ha portato ancora in un sistema nordeuropeo della gestione del lavoro. Dunque a me non sta bene non per gli stessi motivi dei quali leggo sempre sulla stampa. Non mi sta bene perché non ha modernizzato le regole del lavoro come avviene in tutto il Nord Europa, area di nostro interesse in quanto in competizione con noi e con cui noi dobbiamo competere come Paese.
Questo Governo, il Governo che sostengo, non mi sta bene perché nella pubblica amministrazione non ha fatto abbastanza. Proponiamo da tempo la riforma del Ministero degli esteri e non ce n'è ombra. Per questo ho dei problemi con l'attuale Governo, non per opposizione o per mancanza di fiducia.
Pertanto, questa sera mi assumerò le mie responsabilità, come ho sempre fatto nella mia vita. Poi, all'interno del mio partito, chi deve decidere deciderà quali saranno i rapporti futuri.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Petrocelli. Ne ha facoltà.
PETROCELLI (M5S). Buongiorno signora Presidente e buongiorno ai colleghi, senatrici e senatori, e soprattutto buongiorno agli italiani che ci ascoltano in questa giornata, come ci hanno ascoltato ieri, e che seguono abitualmente i lavori del Senato. Ma sarà davvero un buongiorno? Ne dubito, davvero.
Come il collega Micheloni, che mi ha preceduto poc'anzi, non starò a ripetere i motivi per i quali dubito che questa sarà ricordata come una buona giornata. Infatti, nell'ultimo atto dei passaggi parlamentari relativi alle controriforme costituzionali, voglio solo sottolineare, in apertura dell'intervento che farò con questi ultimi 20 minuti di riflessione, che nonostante tutto sono ancora convinto che si tratti di controriforme.
Meno male che saranno gli storici e la storia a stabilire l'aggettivo più adeguato al percorso che stiamo purtroppo portando avanti, perché è la storia che dà i titoli definitivi ai provvedimenti di legge. Infatti, per quanto il Presidente del Consiglio possa chiamare Sblocca Italia un provvedimento, sarà la storia del nostro Paese e dell'Unione europea e saranno le condizioni materiali di chi ci vive e ci vivrà a dire se questo percorso potrà rappresentare davvero uno sblocco per il nostro Paese e avere effetti positivi sulle condizioni di vita dei suoi cittadini e sull'intera economia o se invece produrrà condizioni nefaste, come purtroppo temo.
Meno male che non basta, con un'attività di pura propaganda, mettere titoli roboanti agli interventi legislativi affinché la storia si ricordi di rinominarli come meglio meritano. Il nostro Paese ne ha di esempi. Una controriforma come quella che stiamo deliberando assomiglia a tante altre propagandate riforme che nel corso dei secoli abbiamo visto, a partire dal Concilio di Trento e da ciò che avvenne in quegli anni, poi giudicate per quello che erano dando ad esse la giusta etichetta. E non solo in questo settore. Siamo un esempio di termini che sicuramente non avevano connotazioni negative quando sono stati coniati. Voglio qui ricordare, e il riferimento non è puramente casuale, il termine fascismo, che nel momento della sua ideazione non aveva alcun connotato negativo, ma che oggi sappiamo bene quali pesanti conseguenze di lacrime e sangue ha prodotto nel corso degli anni e che ancora oggi ci trasciniamo dietro come questione mai del tutto risolta nel nostro Paese. Ripeto, non cito un termine a caso, la mia citazione è volutamente non casuale.
Ciò che abbiamo davanti agli occhi è un percorso già analizzato abbastanza approfonditamente. Non starò qui a ripetere cose già dette nei precedenti passaggi, voglio fare però due distinzioni: ciò che potrebbe avvenire se avremo un uomo solo al comando nei prossimi mesi ed anni e, brevemente, ciò che in molti, in quest'ultimo periodo e comunque in questa legislatura, hanno detto a proposito di questo percorso di controriforme costituzionali. Recupererò alcuni passaggi, alcune riflessioni fatte da altri, alcune posizioni mie e del mio Gruppo.
Parto da una considerazione di carattere generale che riassumerei nella seguente frase: queste controriforme sono un pretesto o una realtà? E da questo partirei per dire che oggettivamente ritengo che il percorso che stiamo affrontando, che sia un pretesto o che sia realtà, mi sembra che serva a tenere in piedi il Governo attuale, il precedente e quello che l'ha proceduto ancora prima, in un contesto in cui governa una contraddizione principale, quella tra moneta e lavoro. Non per altro andiamo a cancellare una Costituzione scritta in modo tale che ci fosse un riferimento esplicito al lavoro proprio del primo articolo della Costituzione del 1948.
Parlo di contraddizione tra moneta e lavoro, perché non me la sento di recuperare vecchi cliché quali quelli della contraddizione tra capitale e lavoro: qui siamo proprio alla contraddizione tra monetarismo e lavoro. Tale contraddizione ritengo che si stia facendo davvero palese, e non credo che vi sia un pretesto migliore, dal momento della nomina dei quindici saggi, per fare del percorso delle cosiddette riforme costituzionali, che io continuo a chiamare controriforma, il pretesto principe per guadagnare tempo e per tenere in piedi tutte le maggioranze, reali e presunte, che si sono succedute nella diciassettesima legislatura.
Ricordo che più di qualcuno ha scritto, in questi tre anni circa di legislatura, che questo pretesto della controriforma costituzionale probabilmente serviva a tenere in piedi proprio maggioranze di Governo, almeno - io aggiungerei - fino a quando un giorno non saranno chiare le vere intenzioni di chi il processo di riforma o di controriforma, sta realmente gestendo, ovvero le esigenze del Governo della cancelliera Merkel. Quando saranno chiare quelle esigenze, che sono anche le esigenze della parte più reazionaria dell'Unione europea, non sarà assolutamente importante che queste riforme cosiddette costituzionali, e mi sento di dire anche la riforma elettorale, siano state fatte per davvero o per finta.
E qui ritorno al punto principale: pretesto o realtà? A quel punto sono convinto che sopravviverà, nelle istituzioni del nostro Paese, ma anche tra le parti sociali, i sindacati, i rapporti sociali tra le persone che in questo Paese vivono, chi sarà stato in grado di agganciarsi alle regole imposte dall'Unione europea e dalle sue istituzioni sovranazionali. Per il resto, probabilmente per più della metà della società italiana, ci sarà soltanto una parola di conforto, che magari forse arriverà in maniera purtroppo qualunquista da Papa Francesco.
Io voglio ora qui ricordare che sono stati in tanti a dire, in questa legislatura, che la capacità della nostra Costituzione del 1948 era fondamentalmente quella di tenere insieme diverse culture politiche (non mi soffermo sui metodi e sui mezzi utilizzati allora per tenere insieme queste differenti culture). Questo riconoscimento che veniva dato alla Costituzione del 1948 è stato ora completamente cancellato. Allora il Paese aveva una sorta biodiversità, non soltanto sociale, ma soprattutto politica. Tale biodiversità, nella controriforma che questo Parlamento sta approvando, viene trasformata. Io parlerei piuttosto di una Costituzione che usa il concetto di competitività, sostituendolo a quello di biodiversità politica e sociale. Anche questo ci viene dalle istituzioni sovranazionali, soprattutto da quelle non votate dai cittadini. Non sto parlando del Parlamento europeo, che pure, a mio modo di vedere, non sta svolgendo il proprio compito come dovrebbe. Sostituire il concetto di competitività (una parola che ha radici nei meccanismi economici e finanziari) a quello della biodiversità politica (che identificava la Costituzione del 1948) è il danno più grosso che le operazioni messe in atto da questo Governo potevano fare alla nostra Carta costituzionale.
Questo passaggio, consistente nel sostituire la competitività ad altro, ha le sue radici nel 2003, nel percorso che è partito proprio in quegli anni. Si tratta di un passaggio che io non ritengo irrilevante. Sostanzialmente esso cosa fa? Fa sì che la Costituzione che approveremo - per chi la approverà, io ovviamente voterò contro - perda buona parte delle proprie capacità di aggregazione sociale, compensandole proprio con una competitività elettorale, che però, a mio modesto modo di vedere, è un fenomeno che presuppone il passaggio verso una dinamica economica piuttosto che verso una dinamica squisitamente politica. Si perde di centralità politica nella Carta fondamentale del Paese e la si sostituisce con operazioni raffazzonate; concetti, ipotesi, assiomi che vengono proprio dalla degenerazione dovuta al fatto che in questo Paese e nell'Europa intera il sopravvento, il predominio della cultura dell'economia monetaria e fiscale ha preso nei confronti della cultura della convivenza sociale e della politica intesa nella sua forma più pura e semplice, perché purezza, in questo caso, è sinonimo di semplicità e non di complicazione.
Questo è quello che io credo sia avvenuto in questa legislatura. Ma, se l'uomo solo al comando che verrà - io spero che non venga mai, considerando quello che potrebbe significare per la vita di tutti i cittadini italiani - sarà chiamato a governare le sorti di questo Paese seguendo i dettami di imprecisate lobby e categorie economico-finanziarie che dettano le regole dall'alto di un mandato che non gli è stato concesso da nessuno, allora voglio completare il mio discorso con una prospettiva: cosa ci vedo, qual è il guasto principale che potrebbe portare l'uomo solo al comando che verrà alle cose che sono all'ordine del giorno della cronaca politica, economica e finanziaria nazionale ed internazionale di questi giorni?
Lo faccio prendendo a riferimento qualcosa che potrebbe accadere nei prossimi mesi e che mi preoccupa forse più di quanto l'avvento dell'antipolitica in tutta l'Europa preoccupa il collega Micheloni. Non vorrei che in questi mesi i segnali che stanno arrivando sulla possibilità di un intervento italiano nello scenario Nordafricano e, in particolare, in Libia possano trasformarsi in realtà. I segnali che mi arrivano denunciano una pressione fortissima del Partito Socialista Europeo che si falobby e che vorrebbe una parte dei Paesi europei e, in particolare, proprio il nostro Paese, insieme alla Grecia, alla Francia e alla Spagna, in azione contraria alla politica ormai classica di austerity, che, ancora oggi, è guidata proprio dal Governo tedesco della cancelliere Merkel.
In questa operazione, ovviamente si inseriscono altri temi all'ordine del giorno ormai da anni nello scenario politico italiano come la questione dei migranti, che viene usata come testa di ariete per sfondare il consenso interno ed esterno al momento dal presidente del Consiglio Matteo Renzi e dal suo fido scudiero Angelino Alfano. (Applausi del senatore Airola). Credo che sia in atto una trappola che va contro la politica del rigore promossa soprattutto dal Governo Merkel e l'idea che il cancellierato tedesco si è fatto del futuro dell'Europa. In questa trappola, che costituisce anche parte di questo piano potenziale o ossessione politica direi del Partito Socialista Europeo (PSE), il nostro Paese potrebbe avere un ruolo centrale e purtroppo nefasto. Io spero davvero di no. Qual è il piano e l'ossessione al momento del PSE nel contesto generale in cui si inserisce proprio il processo di controriforma costituzionale qui in Italia? Nel caso specifico, per sconfiggere l'ISIS in Libia servano soldi oppure, se questi soldi non arrivano, che ci sia la minaccia che il nostro Paese viva nel terrore di quello che potrebbe accadere a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste. Qual è, allora, la trappola potenziale? Vorrei capire se è una trappola per il Governo Renzi o ordita anche dal Governo Renzi e dai suoi mandanti occulti o palesi. L'Unione europea deve autorizzare lo sforamento di tutti i parametri finanziari, compresi il debito e il fiscal compact, per poter permettere il finanziamento del prossimo e probabile intervento e poter dare alle industrie che verranno coinvolte i guadagni che sono stati promessi nella campagna elettorale del Presidente del Consiglio che l'ha portato alla Presidenza del Consiglio stesso. (Applausi dal Gruppo M5S). Il Presidente del Consiglio è oggettivamente ossessionato dal conquistare consensi oggi soprattutto in tre aree del Paese, il Triveneto, il Bresciano e la Liguria spezzina che, guarda caso, sono notoriamente terre di armi e tecnologie militari. Perché? Perché deve pagare il conto a quella parte impaziente dell'establishment affaristico che l'ha portato a palazzo Chigi.
Qual è, allora, il pericolo oggettivo? Imitando lo zar Putin, Matteo Renzi (assieme al collega francese, con il quale si sta riconsolidando un'alleanza politica, economica, ma soprattutto energetica nel Nord dell'Africa) cerca una vera e propria situazione di guerra che possa giustificare l'oggettivo fallimento economico e politico ora in atto nel nostro Paese e la utilizzi come grimaldello per forzare gli accordi già presi in sede europea e, soprattutto, per forzare le decisioni della Banca centrale europea.
Se l'Unione europea non concede lo sforamento dei parametri, il sistema economico, ritengo almeno in cinque Paesi dell'Unione, vedrà il collasso. Qual è, dunque, la merce di scambio che può fornire il Governo Renzi? È carne, in cambio di argenteria. E Dio non voglia - per chi è credente - o il futuro voglia - per chi, come me, non è credente - che comincino ad arrivare i sacchi neri, per le insane scelte che verranno dettate, imposte o suggerite al nostro Governo - e di cui questo processo di controriforma è l'emblema - per garantirsi le credenziali di affidabilità e di stabilità, nei confronti dei poteri forti europei. Altrimenti, se non sarà pagato il prezzo - carne in cambio di argenteria - il Governo vedrà miseramente fallire le presunte riforme economiche, che ha promesso all'Unione e alla Commissione europea e che oggettivamente non può garantire - è cronaca di questi giorni - perché dietro vi sono soltanto menzogne.
Sarà una trappola per Renzi? Sarà una trappola ordita da Renzi e dai suoi mandanti? Questo purtroppo non posso saperlo: so soltanto che, in questo momento, quello che qui verrà votato è soltanto un piccolo tassello - che nel nostro Paese la propaganda di regime alternativamente esalta o tiene nascosto, a seconda delle convenienze - di quello che ci riserverà il futuro e di cui siamo attori partecipanti. Se i Padri costituenti di questa riforma non saranno altrettanto orgogliosi, come lo furono i Padri costituenti della Costituzione del 1948, certamente ritengo che non sarà colpa di chi si sta opponendo a questa controriforma, ma solo del lassismo con il quale è stata proposta al Paese, che purtroppo avrà altissimi prezzi da pagare, nel prossimo futuro. (Applausi dal Gruppo M5S).
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Salutiamo le studentesse e gli studenti dell'«Istituto San Giuseppe» di Grottaferrata, in provincia di Roma. Benvenute e benvenuti al Senato. (Applausi).
Ripresa della discussione del disegno di legge costituzionale n. 1429-D (ore 10,41)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Gaetti. Ne ha facoltà.
GAETTI (M5S). Signora Presidente, siamo qui per raccontarci quest'ultimo passaggio della riforma costituzionale, in una discussione che mi appare un poco assurda. A cosa serve, infatti, discutere di un provvedimento che non si può cambiare? Serve soprattutto per due motivi. Il primo è dovuto al rispetto che si deve a questa istituzione, come diceva poco fa il collega Micheloni. Il rispetto è estremamente importante e forse molti di noi non lo hanno considerato e hanno quindi generato la crescita del concetto di antipolitica. Voglio ricordare che, in Germania, un rampante giovane governativo si è dimesso per aver copiato un pezzo di tesi. In questo Senato, invece, ci sono persone con un tale curriculum che, in altri Paesi, non li vedreste seduti in Parlamento, ma nelle patrie galere. (Applausi dal Gruppo M5S). Credo dunque che, se c'è un rigurgito di antipolitica, sia anche un po' per colpa nostra.
Sono veramente dispiaciuto del fatto che ieri, dalle 18,30 alle 20,30 non ho potuto sedere in questi scanni, per rispetto a questo Senato, ma ero impegnato in Commissione parlamentare antimafia. Concluso il mio impegno in Commissione, sono arrivato qui e sono rimasto fino alle 2,26, quando è stata chiusa la seduta, ed eravamo 29 parlamentari del Movimento 5 Stelle e 11 degli altri Gruppi. Forse anche per questo sta montando l'antipolitica: lo dico con molta tristezza, perché il ruolo del Senato è estremamente importante. È un ruolo che ci dovrebbe veramente riempire di gioia, è un ruolo di servizio nei confronti dei nostri cittadini; invece lo maltrattiamo in questo modo. Di ciò si fa gioco forza chi vuole distruggere il nostro modo di operare.
La seconda considerazione è che in tal modo mi permetto di essere a posto con la mia coscienza. Domani, quando i miei nipoti mi chiederanno dove ero quando hanno stravolto la Costituzione e cosa ho fatto per evitarlo, risponderò che ho fatto tutto il possibile. (Applausi dal Gruppo M5S). Sono intervenuto in Commissione e in Assemblea tutte le volte che mi è stato concesso e ho sempre cercato di esprimere il mio pensiero, a tal punto che l'ultima volta, nonostante fossi presente, non ho partecipato al voto di 2.000 emendamenti. Questo mi è stato anche rimproverato da qualcuno, perché non è stato capito che si trattava di un'azione politica.
Voglio raccontare il fatto: correva il giorno 6 agosto 2014 ed era in corso una votazione segreta (era un emendamento che lo consentiva), ed il Governo andò sotto. Chiamai il senatore Quagliariello e gli feci notare che dopo qualche minuto vi sarebbero stati altri sette emendamenti con possibilità di voto segreto. Ne ero al corrente e avrei potuto chiederlo: ero delegato d'Assemblea, ne avevo contezza. Invece non lo feci in quanto credevo che in Parlamento valessero la ragione, l'intelligenza e la mediazione. Purtroppo ciò non avvenne mai e non passò neanche un emendamento del Gruppo Movimento 5 Stelle. Anzi il mio comportamento fu considerato una debolezza. Ho già raccontato questa storia in Aula il 7 agosto scorso, nella seduta n. 302 (come riportato a pagina 217 del Resoconto stenografico).
Ciò dimostra che non è vero che non vi era disponibilità da parte nostra ad un dialogo. Questa modifica alla Costituzione, invece, è frutto della vostra protervia, superbia ed arroganza. Non si può certamente affermare che noi non volevamo contribuire al cambiamento: noi ci crediamo e avremmo voluto cambiare la Costituzione perché fosse davvero quella più bella del mondo!
Ho fatto tale premessa affinché sia chiaro quale siano stati il mio sentimento ed il mio comportamento di fronte ad un oggetto che va manipolato con cura, con amore e con la massima attenzione e delicatezza possibile. Proprio per non avere visto gli stessi atteggiamenti da parte vostra, mi permetto di utilizzare qualche tono forte, che sottolinea ulteriormente il mio rammarico ed il mio sdegno per tanto vilipendio nei confronti della Costituzione.
Ritengo che, per coerenza, dopo l'approvazione - che sarà certa - di questa Carta costituzionale dovreste abrogare l'articolo 348 del codice penale ovvero «l'esercizio abusivo di professione». È difficile sostenere che una persona non possa esercitare una professione in quanto priva di un titolo accademico professionale quando un Parlamento di nominati con una legge incostituzionale e quindi senza titolo (come i professionisti) opera e cambia le leggi. Se l'intervento su alcuni ambiti legislativi potrebbe essere accettabile in quanto è stato fatto per stato di necessità, per urgenza, questo non è certo il caso della riforma costituzionale: si tratta di una riforma che accentra il potere in poche mani, che non accorcia le distanze tra il Governo ed i cittadini, anzi li espropria da quel poco di autonomia decisionale che era loro rimasto.
Innanzi tutto, è bene ricordare che il procedimento disciplinato dall'articolo 138 della Carta fondamentale presuppone che l'esercizio di revisione costituzionale spetti ai membri delle due Camere rappresentative del popolo, cui appartiene chiaramente la sovranità, secondo il dettato dell'articolo 1, i quali devono essere eletti con un voto, chiaramente dei cittadini, che è un voto personale, uguale, libero e segreto, a norma dell'articolo 48 della Costituzione. Peccato che questo sia un Parlamento in carica nel quale i deputati sono stati proclamati eletti secondo l'applicazione di meccanismi dichiarati costituzionalmente illegittimi della Corte costituzionale con la sentenza n. 1 del 2014, dalla quale discende una palese ed evidente carenza di legittimità di queste due Camere a procedere alla revisione del testo costituzionale e, a maggior ragione, alla modifica dell'intera II Parte dello stesso.
Dalle audizioni formali sono emersi degli spunti decisamente interessanti. Infatti dei sette costituzionalisti comparsi, cinque hanno detto chiaramente che non si poteva procedere con la convalida del premio di maggioranza. Si sta parlando di 148 deputati su 630; 148 voti che oggi, nella sede della Camera, hanno pesato sulla votazione di queste riforme costituzionali. Questi cinque costituzionalisti si sono esposti anche chiaramente sul principio di continuità dello Stato, sostenendo che le Camere avrebbero potuto continuare ad operare grazie a questo principio implicito ma limitato nel tempo, come esemplificato dalla stessa Corte in quella sentenza con il richiamo alla prorogatio prevista dagli articoli 61 e 77, secondo comma, della Costituzione che prevede tutt'al più un allungamento di qualche mese ma non certo di una legislatura intera.
Il professor De Fiores, per esempio, disse che dubitava che il Parlamento fosse nella condizione giuridico-costituzionale per esercitare il potere di revisione per due ragioni, e cioè che un Parlamento eletto con una legge elettorale incostituzionale non potesse essere legittimato a riformare la Carta costituzionale dalle cui superiori disposizioni discende, per contrasto, la sua illegittimità, e che la revisione costituzionale si colloca al di fuori del principio di continuità delle funzioni degli organi costituzionali. A sostegno di questa tesi vi è anche il professor Sorrentino.
Questi non sono gli unici cinque costituzionalisti che si sono espressi in questo senso, tant'è che proprio in quelle audizioni venne citata la pubblicazione di una nota, che era uscita su Confronti costituzionali, del professor Gino Scaccia della LUISS, il quale ha sostenuto che, nel momento in cui la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale la legge elettorale, al di là delle questioni giuridiche, la legittimità politica del Parlamento viene meno.
In una ulteriore intervista rilasciata lo scorso agosto dal professor Alessandro Pace, che è professore emerito di diritto costituzionale presso la facoltà di giurisprudenza de La Sapienza di Roma, anche egli si è espresso in merito alla legittimazione di queste Camere con parole che qualche freno dovrebbero mettervelo.
Nonostante quanto vi ho riferito e quanto è stato detto dalla Corte costituzionale e dalla maggior parte degli studiosi siete andati avanti, partorendo una riforma fortemente sbilanciata in favore del Governo. È una finalità che appare ancora più evidente se si valuta il combinato disposto di queste riforme insieme alla legge elettorale Italicum da voi concepita. La nostra Repubblica parlamentare, che ci è stata lasciata in eredità da ben più saggi di noi Padri costituenti, diventerà sostanzialmente una Repubblica presidenziale. Si sposterà, infatti, l'asse istituzionale in favore dell'Esecutivo. Tanto per essere chiari, avremo un Governo che con il suo Presidente del Consiglio gestirà totalmente l'agenda dei lavori parlamentari, ovvero deciderà quali leggi verranno calendarizzate e quali verranno approvate o meno, e una Camera che, a maggioranza, eseguirà. Sarà una mera esecutrice, forte anche di quella maggioranza numerica che gli verrà garantita dal premio di maggioranza che è inserito all'interno dell'Italicum. È un problema che, per chi non è addetto ai lavori, può non sembrare così nodale, ma in realtà lo è. Infatti, una riforma di questo genere non si può fare così come l'avete fatta voi, tant'è che è zeppa di profili di criticità costituzionale.
Al Senato avete votato questa legge tra mercimoni, scambi, ricatti e trasformismi: quello che anche a livello giornalistico è stato definito un «mercato». Era stato aggiunto un altro sostantivo che non intendo riferire per rispetto. Avete procrastinato persino il rinnovo delle Commissioni di sei mesi per utilizzarle come merce di scambio.
Con questo testo di legge la nostra Carta costituzionale sarà completamente sepolta insieme ai suoi valori fondamentali; l'avete demolita al Senato sulla base di questi indicibili accordi. Questo va quantomeno detto, Presidente, perché un pluri indagato per concorso in corruzione e bancarotta fraudolenta lo avete fatto diventare padre costituente. (Applausi dal Gruppo M5S).
Che tristezza, veramente, vedere parlamentari che nel corso dei vari passaggi hanno prima detto una cosa, poi diametralmente l'opposto, per poi ritornare sui loro passi al cambio della loro fazione politica. Questa è la dimostrazione che la sostanza della "cosiddetta riforma" non era l'oggetto della discussione ma erano altri i criteri di valutazione.
Una delle principali motivazioni che utilizzate per sostenere questo scellerato testo di legge è che il bicameralismo perfetto non funziona; eppure, quando volete e vi fa comodo, riuscite ad approvare leggi in un lampo, per tenervi, per esempio, i rimborsi elettorali senza controlli sui bilanci dei partiti. L'esempio che stiamo qui citando è quello della legge cosiddetta Boccadutri.
Cosa accade? In questa legislatura, nella quale almeno formalmente c'è ancora il bicameralismo, accade che questa Camera dopo l'estate ha approvato una legge, cosiddetta Boccadutri perché il primo firmatario ha questo cognome, che non introduce altro che una sanatoria per quanto riguarda i rimborsi ai partiti; ovvero, una Commissione per legge doveva controllare i rendiconti dei partiti, cui non è stato dato, a quanto pare, abbastanza personale, e quindi non ha potuto fare gli adeguati controlli previsti per legge. Ebbene, con una piccola norma inserita appunto nella cosiddetta legge Boccadutri, si è creata la sanatoria e si è permesso ai partiti di ottenere tali rimborsi, nonostante i controlli della Commissione competente previsti per legge non siano stati effettuati.
Questo è un esempio di come in realtà il bicameralismo funziona quando c'è la volontà; ma voi non avete la volontà dì approvare delle leggi serie, come quella, per esempio, sulla class action, che è stata approvata alla Camera (la tenete ancora insabbiata e al Senato non vede la luce), o come, per esempio, una riforma importante come la legge sul reddito di cittadinanza, che vi ostinate non voler calendarizzare nei lavori d'Aula del Senato, o come il conflitto di interessi che coinvolge il ministro Boschi, il Ministro per le riforme, coinvolta a pieno titolo nello scandalo delle quattro banche ed in particolare su Banca Etruria-Boschi.
Che ruolo ha avuto il Ministro in queste manovre di insider trading, che potrebbero coinvolgere anche la società finanziaria di Davide Serra, uno dei principali finanziatori di Renzi con sede a Londra? Ricordo che, a seguito dell'annuncio del decreto-legge sulle banche popolari, in quindici giorni, dal 16 al 30 gennaio, Banca Etruria ha guadagnato il 67 per cento; la maggiore delle altre banche il 13 per cento: anche questo dovrebbe essere spiegato.
Permettetemi una battuta sul concetto efficienza-produttività, che francamente non ho mai capito. Qualche mese fa è apparso su una testata nazionale un lavoro fatto molto bene in cui si diceva che il Governo Letta, rimasto in carica dal 28 aprile 2013 al 21 febbraio 2014, per un totale di trecento giorni, ovvero nove mesi e venticinque giorni, ha approvato 35 leggi, di cui 25 decreti-legge, 4 disegni di legge e 6 disegni di legge di ratifica. L'articolo, molto lungo, poi prende in considerazione tutti gli altri Governi, ma non sto qui ad elencare gli altri numeri.
Bisogna capire - questo lo avevo già detto e nessuno mi ha mai dato una risposta - che cosa intendiamo per produttività. Se il nostro lavoro viene valutato per il numero delle leggi prodotte, allora è interessante: io sono qui da tre anni e ho già visto 7-8 decreti sull'ILVA e tra qualche giorno ne vedremo un altro. (Applausi dal Gruppo M5S).
A questo punto siamo fortemente produttivi. Credo invece che dovremmo parlare del concetto di qualità. Abbiamo, per esempio, visto numerosi provvedimenti che parlavano dell'IMU. È di qualche giorno fa la notizia che il TAR ha rinviato alla Corte costituzionale l'interpretazione della legge, perché pare che vi sia un passaggio incostituzionale. Credo quindi che dovremmo prestare un po' più di attenzione alla qualità dei provvedimenti che voi fate.
Scusate se faccio un paragone con la mia professione. Voi come giudichereste un chirurgo che, finito un intervento, si accorge di qualcosa che non va e riopera lo stesso paziente numerose volte? Certamente lo denuncereste, come minimo, per lesioni personali colpose (o, se le cose andassero peggio, per omicidio colposo) e lo mandereste a casa. Non si capisce perché il chirurgo sì e voi invece no.
Noi in questi mesi di proposte ne abbiamo fatte tante. Al Senato abbiamo cercato di modificare nel merito alcune criticità, con soli 200 emendamenti. Erano proposte chiare e semplici, che volevano riscrivere ed integrare questo disegno di legge, pessimo e assurdo; ripeto, testo che viene dal Governo, quindi una riforma costituzionale che viene dal Governo.
In quella sede, tra le altre proposte, abbiamo chiesto, per esempio, di dimezzare il numero dei parlamentari; abbiamo chiesto l'elettività diretta dei cento membri del Senato, l'abolizione dell'immunità parlamentare; abbiamo chiesto maggiori garanzie per l'opposizione, la decadenza dalla carica di parlamentare in caso di reiterata assenza e la decadenza dei senatori sottoposti a processo penale; l'inserimento dei referendum consultivi (niente di speciale, credo).
Vorrei ricordare come questa sia la Costituzione dell'esclusione e non dell'inclusione. Aumentare le firme per le leggi di iniziativa popolare e per i referendum abrogativi è indice di poca lungimiranza e poca capacità di analisi.
Nel 2014 in Italia ci sono stati 500.000 nascite e 600.000 morti: un delta di 100.000 abitanti, a cui si devono aggiungere, secondo la fondazione Migrantes e l'Associazione italiana dei residenti all'estero, altri 100.000 emigrati. Nel 2015 il solo delta tra nati e morti sarà 160.000 abitanti. E se calcolate che nel 2040 quando, per ragioni anagrafiche, moriranno il milione di persone nate del 1960, a fronte di 300.000 nascite, l'Italia perderà 700.000 abitanti. Se a questo aggiungete che già oggi, in certe Province, come la mia e quella di Mantova, quasi il due per cento della popolazione vive in case di riposo, e quindi non ha una vita sociale, vi renderete conto che la raccolta di un numero elevato di firme sarà una cosa sempre più complicata. Di fatto terrete sempre più lontani i cittadini dalle decisioni e dal Parlamento. Abbiamo proposto anche i referendum propositivi e di indirizzo e la riduzione dello stipendio dei parlamentari insieme alla soppressione dei loro vitalizi. Si tratta di proposte che, forse, qui dentro sono sconvolgenti, ma che sono chieste veramente - queste sì - dai cittadini.
PRESIDENTE. La invito a concludere, senatore.
GAETTI (M5S). Presidente, ho molte altre cose da aggiungere.
PRESIDENTE. Se vuole può anche consegnare il testo; ha già esaurito i venti minuti.
GAETTI (M5S). D'accordo, Presidente, allora concludo con le ultime tre righe, se me lo consente.
Spero di aver detto il minimo sufficiente. Molto altro ci sarebbe da aggiungere, per essere assolto quantomeno dai miei nipoti quando mi rimprovereranno di non aver efficacemente contrastato lo scempio della nostra Costituzione. (Applausi dal Gruppo M5S e della senatrice Bignami. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Scoma. Ne ha facoltà.
SCOMA (FI-PdL XVII). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi senatori, signori del Governo, vorrei parlarvi non della riforma costituzionale che ci apprestiamo a votare, ma delle mancate riforme di Renzi.
Comincio subito da quella che, secondo me, è la più importante: la mancata riforma del fisco. La pressione fiscale è aumenta al 43,7 per cento nel 2015: siamo ad uno 0,4 punti sul 2014. Nonostante la cancellazione di IMU e TASI sulla prima casa, contributi più leggeri per gli imprenditori che assumono, meno IRAP per le aziende e sgravi sugli investimenti, la pressione fiscale continua a crescere.
Renzi accumula annunci e l'efficacia dei provvedimenti e i loro effetti, la loro sostenibilità, sul bilancio dello Stato sono invece negativi. Renzi finanzia i tagli alle tasse accumulando nuovo deficit e approfittando dei margini di flessibilità concessi forse - lo vedremo nei giorni a venire - dall'Unione europea. Non si tratta, quindi, di tagli reali, ma solo virtuali. E per di più, le eventuali maggiori tasse non vengono cancellate, ma solo contabilmente rinviate: al 2017, al 2018, al 2019, con la nuova imposizione legata alle clausole di salvaguardia per 56 miliardi (diminuzione delle detrazioni fiscali, dentista, medicine, istruzione dei figli, cittadini, aumento accise e aumento IVA sino al 13 per e al 25,5 per cento).
Renzi ha detto che tagliare le tasse non è di destra. È giusto. Lo ha detto a Udine il 17 ottobre 2015, ma se andiamo a vedere quello che è successo nel frattempo, Renzi ha aumentato l'IMU per le seconde case: rialzi fino al 700 per cento.
Renzi ha aumentato l'IMU sui terreni agricoli, la tassa sul risparmio dal 20 al 26 per cento, la tassazione dei fondi pensione dall'11,5 al 20 per cento, la tassazione dei rendimenti delle polizze vita, la tassazione sulla rivalutazione del TFR dall'11 al 17 per cento, la tassa sul passaporto da 40 a 73,50 euro, tra il 4 e il 5 per cento le imposte sul pacchetto di sigarette, la ritenuta sulle spese di riqualificazione edilizia e di efficientamento energetico, che è passata dal 4 all'8 per cento, la tassazione sugli enti non commerciali attraverso la riduzione della quota esente da tassazione dei dividendi percepiti, il bollo per le auto e le moto storiche, immatricolate tra 20 e 30 anni fa, mediante l'abolizione delle agevolazioni; l'imposta sostitutiva sulla rideterminazione dei valori di acquisto delle partecipazioni, dei terreni edificabili e dei terreni con destinazione agricola, le tasse sull'acquisto di dispositivi dotati di memoria digitale (smartphone o tablet) di circa il 500 per cento, le tasse sulle energie rinnovabili: entrate da produzione di energia pulita che sono tassate al 25 per cento, mentre prima venivano considerate reddito agricolo.
Inoltre, Renzi ha svuotato il fondo per la riduzione della pressione fiscale, per 3.300 milioni, ha ridotto i crediti di imposta per il gas ed il gasolio da riscaldamento nelle zone svantaggiate di montagna.
Voi pensate che tutto ciò non sia importante e che non incida su chi usufruiva di questi piccoli vantaggi ed oggi non deve invece pensare che siano diventati svantaggi.
Vogliamo parlare della spending review? Vogliamo parlare delle privatizzazioni, della pubblica amministrazione, dei debiti della pubblica amministrazione? Vogliamo parlare del Sud? Renzi ha dichiarato: «prima della legge di stabilità vorrei che il PD uscisse con un vero e proprio masterplan per il Sud, con una serie di proposte concrete». Questo lo ha detto alla direzione del Partito Democratico il 7 agosto 2015. Come sappiamo, era stata convocata per metà settembre una riunione per il Piano per il Sud ed invece il giorno della inaugurazione della Fiera del Levante di Bari il Premier è volato a New York per assistere alla finale degli US Open Pennetta-Vinci e l'annunciata svolta non si è mai vista.
E con la presentazione della legge di stabilità è arrivata poi la delusione più cocente. Per settimane si è parlato di misure speciali: credito di imposta per le aziende meridionali, riduzione delle tasse alle imprese del Sud, decontribuzione per i nuovi assunti nelle Regioni del Sud. (Il microfono si disattiva automaticamente. Il Presidente ne dispone la riattivazione).
Invece, solo provvedimenti ad hoc: l'ILVA di Taranto, la bonifica della Terra dei fuochi in Campania (450 milioni di euro), il completamento della Salerno-Reggio Calabria, un evergreen dei Governi di ogni colore.
PRESIDENTE. Comunque, senatore, la invito a concludere.
SCOMA (FI-PdL XVII). E la questione del Mediterraneo, la questione dei marò, l'immigrazione, lo ius soli e le questioni dei diritti civili, della trasparenza del potere, delle nomine nei Consigli di amministrazione delle aziende pubbliche e della Rai?
Per tutte queste ragioni credo sia lampante e chiaro che il Governo Renzi ha fallito e tutte queste riforme, che non ci sono state e che noi giudichiamo molto importanti, non sono certamente di secondo piano rispetto ad una riforma costituzionale che ci apprestiamo a votare e che noi assolutamente disconosciamo. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cioffi. Ne ha facoltà.
CIOFFI (M5S). Signora Presidente, potremmo iniziare questo piccolo ragionamento con le parole dette dal ministro Boschi quando venne in Commissione la prima volta, il primo giorno in cui venne ad illustrarci quella che nella sua testa era la riforma costituzionale. Fu molto interessante, perché per 35 minuti lesse un documento che probabilmente qualcuno le aveva scritto (lo fece senza mostrare una particolare anima, come si legge il compitino) e durante questa lettura, ad un certo punto, disse che siccome il Senato era percepito dall'opinione pubblica come un doppione forse era il caso di passare oltre e di superare il bicameralismo paritario. Fu molto interessante sentir dire queste parole dal ministro Boschi, perché immediatamente svelò quale fosse il mantra, il loro motivo, il loro pensiero: «è percepito dall'opinione pubblica».
Noi facciamo una "schiforma" costituzionale perché il Senato è percepito dall'opinione pubblica come un inutile doppione? È questo il motivo per il quale interveniamo in una parte fondamentale della convivenza di tutti cittadini, perché è ciò che vuole la gente. Forse avremmo dovuto spiegare a tutti i cittadini non informati, ma che sappiamo non essere fessi, come credono il Governo e la maggioranza che lo sostiene, che ciò che stanno provando a fare non è altro che il solito accentramento di potere nelle mani di pochi. Dovremmo chiederci perché vogliamo accentrare il potere. Il potere si accentra, sempre secondo il mantra utilizzato, perché così siamo più efficienti, facciamo le leggi più velocemente, prendiamo decisioni che al momento non si prendono perché questo Paese è bloccato proprio dal fatto di non prendere decisioni.
Ma siamo sicuri che questo sia il bene dei cittadini? Forse in Italia - l'abbiamo detto diverse volte in quest'Aula, sempre parlando della riforma costituzionale - abbiamo il problema di avere troppe leggi, probabilmente le facciamo male e sono anche scritte male. Anche un normale cittadino che deve leggere la Costituzione si troverebbe in difficoltà. Sappiamo che la Costituzione dovrebbe essere scritta in maniera abbastanza semplice in modo da essere comprensibile a tutti. Chi legge il testo di una Costituzione deve poterlo capire immediatamente, perché deve essere scritto come se fosse rivolto ad un bambino di 10 anni. Sarebbe bello che la Costituzione fosse così semplice e chiara. Invece in questo testo, persone che probabilmente hanno studiato - magari si sono laureate e qualcuno potrà aver fatto persino un master - non capiscono realmente cosa c'è scritto e certe volte vengono dubbi anche a me, perché è un continuo mescolare, confondere.
Come ho detto prima però un aspetto è chiaro: l'accentramento di potere. Non c'è bisogno di ribadire cosa significa aver fintamente abolito il Senato e aver accentrato la funzione legislativa nelle mani di un'unica Camera, che verrà eletta, come tutti sappiamo, con l'Italicum, in cui il famoso premio di maggioranza metterà nelle mani del partito di maggioranza, in questo caso assoluta, il potere di fare le leggi, di nominare i giudici della Corte costituzionale, di eleggere il Presidente della Repubblica e tutti gli organi di garanzia.
Quando si accentra il potere in maniera così forte, come è stato già detto, si va verso quello che potremmo chiamare regime. Ma un sistema monarchico, di regime o dittatoriale, fintamente perché c'è una parvenza di democrazia, è più auspicabile rispetto ad un sistema come quello attuale in cui sono presenti pesi e contrappesi per raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi? Forse è il caso di parlare di quali sono gli obiettivi che intendiamo raggiungere, di quali situazioni accadono e che potrebbero indurci verso questa direzione. Ovviamente quando dico «ci» intendo tutti tranne noi del Movimento 5 Stelle. È quasi inutile specificarlo, quindi forse dovrei usare il «voi» invece che il «noi», anche perché il «voi» ci sta bene in un sistema di regime.
Cosa accade nel mondo? Nel mondo accadono tante cose e forse occorre esaminarne alcune.
Ad esempio, tutti sappiamo e abbiamo letto che la Germania, insieme alla Russia, ha proposto il raddoppio del gasdotto Nordstream. Per chi non lo sa, il Nordstream è quel tubo che parte dalla Russia, passa sotto il Mare del Nord, arriva direttamente in Germania e fornisce a quest'ultima, e quindi all'Europa, di cui la Germania è naturalmente l'esponente più forte, rappresentativo e importante, 55 miliardi di metri cubi. Con il raddoppio arriveremo a 110 miliardi di metri cubi. La Russia rifornisce l'Europa anche tramite un altro gasdotto, che si chiama Yamal e che porta circa 20 miliardi di metri cubi. Questo vuol dire che sostanzialmente l'Europa è fornita completamente, quando sarà fatto il raddoppio del Nordstream, tramite la Germania (che sarebbe la nuova Ucraina). Quindi avremo il transito di tutto il gas russo, che fornisce, come tutti sappiamo, circa il 30 per cento del fabbisogno europeo, tramite la Germania.
Oltretutto in Germania accade un altro fatto interessante. Nella Borsa di Francoforte è stato aperto il primo mercato dove è possibile trattare titoli di aziende cinesi non in euro o in dollari, ma direttamente in yuan; è il primo mercato, al di fuori della Cina continentale, dove questo avviene. Sembra che la Germania, che era divisa in due (ovviamente tutti noi ricordiamo la divisione tra blocco orientale e blocco occidentale), sta provando ad avvicinarsi al blocco orientale.
Succede anche che negli USA, dopo quarant'anni di blocco, è stato cancellato il divieto di esportare petrolio greggio e il primo carico di petrolio greggio il 20 gennaio (ormai ci siamo), arriverà proprio in Germania passando per il porto di Trieste, che è il più grande porto di transito petrolifero del Mediterraneo. Quindi il petrolio americano, invece di seguire le rotte del Mare del Nord, passerà nel Mediterraneo, arriverà a Trieste e, tramite l'oleodotto, porterà il petrolio in Germania.
D'altra parte succede che negli Stati Uniti prima viene scoperto lo scandalo Volkswagen, indubbiamente una industria importante in Germania e poi si vocifera di una class action contro Deutsche Bank: il vecchio gioco del bastone e della carota è evidente a tutti.
Un'altra cosa interessante che sta avvenendo, come tutti sappiamo, è che gli Stati Uniti stanno provando a contenere la Cina: il famoso "pivot to Asia", che è la strategia di difesa americana nel mar della Cina. Ovviamente la Cina risponde con lo "string of pearls", ossia il sistema che hanno sostanzialmente i cinesi per contrapporsi al "pivot to Asia". Siccome l'80 per cento dei trasporti di petrolio in Cina transita attraverso lo Stretto di Malacca, i cinesi hanno ben pensato di fare un oleodotto e un gasdotto che passa per la Birmania e arriva direttamente in Cina. Adesso stanno facendo il corridoio economico pakistano che permetterà, tramite il porto di Ghawar (che sta a 80 chilometri dall'Iran) di arrivare, con un oleodotto e un gasdotto, direttamente in Cina nella parte Nord. In quel porto, che è pakistano (ricordiamo che il Pakistan è una potenza nucleare e storica alleata degli USA), si creerà una base navale, per adesso civile, cinese; è all'inizio dello Stretto di Hormuz, che è l'altro punto di transito fondamentale per gli scambi petroliferi.
Un altro punto interessante da verificare è che l'Iran, dopo la fine delle sanzioni, ha messo a disposizione del mondo le sue immense riserve di gas (37 trilioni di metri cubi) e queste risorse possono andare a Oriente o a Occidente. Se vanno a Oriente possono seguire la strada del gasdotto Iran-Pakistan-India o Iran-Pakistan-Cina. Gli indiani, che erano usciti dalla partita per fare un favore agli americani, visto che i cinesi hanno detto che metteranno i soldi per fare la tratta di gasdotto che sta in Pakistan, hanno anche detto che sono disponibili a prolungarlo fino alla Cina; e dopo che è successo questo gli indiani sono rientrati nella partita. Hanno detto: un momento, interessa anche a noi il vostro gas.
Sull'altro fronte abbiamo due gasdotti molto interessanti: il primo è il Qatar-Arabia Saudita-Giordania-Siria-Turchia e l'altro gasdotto è Iran-Iraq-Siria: guarda caso, entrambi passano per la Siria, e guarda caso in Siria c'è una situazione un po' di crisi.
Chiaramente, se il gas iraniano o il gas del Qatar arriva in Europa, i russi perdono la loro forza, perché gran parte del gas lo vendono all'Europa e quindi non vogliono. Questo forse è il motivo reale che ha determinato il conflitto in Siria, perché si vuole tappare la possibilità di fare questi due gasdotti. Bisognerebbe capire bene qual è l'interesse europeo - ammesso che ci consideriamo ancora europei - in quella partita. Il collega Petrocelli vi ha ricordato di quello che avviene in Libia e quindi non lo sto a ribadire.
Ovviamente ENI ha scoperto il giacimento Zohr, che è in Egitto e che, insieme a Leviathan e ad Afrodite, che sono due giacimenti uno israeliano e uno cipriota, fornisce un totale di circa 2 trilioni di metri cubi. Siccome l'impianto di liquefazione di Damietta, in Egitto, è posseduto al 50 per cento da ENI, noi la nostra partita, nel nostro piccolo, la stiamo giocando tramite questa partita per utilizzare i nostri rigassificatori, che sostanzialmente non funzionano.
In questo strano scenario, con la contrapposizione molto forte che c'è in maniera sottesa (perché oramai la guerra si fa con le armi, ma fino ad un certo punto) nella grande competizione tra USA, Cina, Russia, Europa, quello che sta facendo la Germania e compagnia cantando, noi ci troviamo sempre in questa situazione ondivaga che siamo amici degli americani, ma siamo anche amici dei russi; noi siamo sempre quelli. Però questi livelli di essere amici di tutti e due forse li poteva fare Giulio Andreotti, che aveva uno spessore notevole; quindi non credo che questo Governo abbia quello spessore. Per carità, Andreotti rimane quel Belzebù che era, però, questo era il livello.
Allora, perché abbiamo detto queste cose? Per non parlare di quello che avviene - è l'ultima nota che voglio aggiungere - con i trattati economici che sono in discussione. Ovviamente sapete che parliamo del TTIP e del già firmato TPP, anche se deve essere ratificato dagli Stati, che è la strategia USA per contenere sia la Russia che la Cina su entrambi i lati. Questo è lo scenario, turbolento, visto quello che avviene sulle borse con il petrolio a 28 dollari; insomma, c'è tutta una strategia in atto.
Forse questo accentramento di potere, che sta dentro la Costituzione, potrebbe servire ad essere pronti ad intervenire, perché non sappiamo cosa può succedere. Noi veramente non lo sappiamo. Ovviamente nessuno si augura che succeda quello che nessuno vorrebbe che succedesse. Però i venti - come già ho detto una volta in quest'Aula - sono molto brutti, signora Presidente. Spirano venti cattivi, molto cattivi. E forse questo è un motivo recondito nella testa di colui che crede di poter intervenire e di avere le mani libere per intervenire rapidamente in una situazione in divenire. Ma, se vogliamo avere le mani libere per intervenire rapidamente in una situazione della quale non conosciamo il futuro, lo facciamo a scapito dei cittadini? Lo facciamo a scapito di quella democrazia che è l'unico vero baluardo che abbiamo per evitare una situazione di regime dittatoriale? Questo stiamo facendo? Qual è il motivo recondito per cui state facendo questa cosa?
Noi lo dovremmo capire, sennò possiamo parlare indubbiamente del dimezzamento del numero dei parlamentari, del fatto che il Senato non conterà niente, che vengono a fare il dopolavoro ferroviario. Ma i ferrovieri erano pure quelli lì che prendevano la locomotiva ed usavano la bomba contro l'ingiustizia, come diceva un vecchio cantante tanti anni fa. Se noi usiamo questa cosa in questo modo, al netto di tutto quello che implica nella dinamica parlamentare, al netto del fatto che state facendo una cosa che non ha senso, perché la facciamo? Ce lo siamo posti questo problema? Siamo pronti ad entrare in guerra? Usiamola questa parola, così non ne parliamo più. Siamo pronti ad entrare in guerra?
Il mio collega Petrocelli prima vi parlava del problema delle armi. La nostra Finmeccanica è la nona azienda al mondo per vendita di armi. L'anno scorso ha venduto più di 10 miliardi di euro di armi; 10 miliardi di euro, mica una lira. E perché ci siamo rifocalizzati nel core business dell'aerospazio, che nient'altro significa che le armi? Quello significa Finmeccanica. Perché? Ci stiamo preparando ad andare a fare la battaglia? Con chi? Con gli americani? 10 portaerei nucleari, 110 tonnellate di dislocazione ognuna, 1.780 testate nucleari pronte. Vogliamo parlare di quelle che hanno i russi? Vogliamo parlare di questo, vogliamo parlare dei francesi, di cosa vogliamo parlare? Vogliamo parlare delle testate nucleari che abbiamo sui nostri aerei e che ovviamente non possono essere usate senza l'ok del Presidente degli Stati Uniti e senza l'ok della NATO?
Siamo pronti ad andare in guerra? Volete fare questo? Maledizione, ce lo volete dire? Se questo è il motivo profondo per il quale dobbiamo essere pronti a intervenire perché siamo in una situazione che non sappiamo come diverrà - maledizione - allora siamo pazzi. Non è possibile essere così pazzi. Non sia mai che succeda una cosa del genere. Cosa pensiamo di poter fare? Chi siamo? Siamo sempre stati una piccola Nazione. Siamo la Nazione che, per due volte, è entrata in guerra dal lato degli sconfitti e l'ha finita dal lato dei vincitori. Questa è l'Italia. Siamo questo o no? Allora, vogliamo cambiare la Costituzione per essere pronti e brillanti? Perché non ce lo viene a dire la Boschi; forse a queste cose non ci pensa; non ci arriva. Forse non ha la capacità culturale e intellettiva, dal punto di vista della sua capacità di elaborazione del pensiero, di arrivare a questi discorsi, ma ci arriva Matteo Renzi, quello di cui fa l'imitazione Crozza. Lascio stare l'imitazione di Crozza del mio presidente, Vincenzo De Luca, che saluto caramente. Lui è molto bravo a fare il condottiero, l'unico uomo solo al comando. Però, se questa è la deriva profonda verso la quale stiamo andando, è un altro motivo per il quale ci troverete sempre contro. Se la deriva autoritaria serve a fare queste e altre cose, a indirizzare la nuova economia, allora noi siamo sconfitti non come Movimento 5 Stelle, che è qui a testa alta a spiegare perché questa cosa è un'idiozia, ma come cittadini e persone che dovrebbero essere la punta di diamante dell'intelligenza di questa Italia. Pensate come siamo ridotti. Pensate come è ridotta l'Italia se noi siamo la punta di diamante. Vuol dire che siamo «inguaiati». Scusate la parola in dialetto. Vuol dire che siamo messi male.
Allora, giochiamo a carte scoperte: questa cosa non serve assolutamente a niente. Forse è meglio fare poche leggi chiare, cancellare tante leggi e cercare di fare cose per la gente, per loro. (Applausi dal Gruppo M5S. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bignami. Ne ha facoltà.
BIGNAMI (Misto-MovX). Signora Presidente, Governo, sono un po' in imbarazzo perché, in realtà, ho pensato per tutto questo tempo se fosse il caso di intervenire. Poi ho concluso che fa parte dei miei compiti.
Cito il senatore Calderoli dal resoconto di ieri: «A me sembra che voi abbiate veramente aperto il vaso di Pandora. Qui non si è studiato neanche l'incrocio tra il contenuto dei due provvedimenti. Ne abbiamo già parlato nella precedente occasione, ma desidero ricordare la questione un'altra volta, affinché resti agli atti dei lavori che hanno portato alla creazione di questo mostro».
Il senatore Di Maggio ha detto, sempre nella seduta di ieri: «Siamo l'unico Paese al mondo dove una riforma costituzionale, anziché partire dalle Aule del Parlamento, parte dal Governo. È l'unico caso al mondo».
Il senatore Airola, invece: «Lo rammento per tutti: avrebbe dovuto imporre che l'esame fosse prima concluso in Commissione per far arrivare solo successivamente il testo in Assemblea, ma qui dobbiamo essere sempre succubi degli slogan e delle iniziative di unPremier che si sta prendendo tutto il nostro Paese». «È incredibile che in trenta anni di vostri Governi ci ritroviamo a questo punto: a votare oggi questa emerita schifezza».
Il senatore D'Alì è intervenuto dicendo: «Se dopo l'eventuale approvazione attraverso il referendum (...) e quindi dinanzi alla ratifica finale di questo disegno di legge, il Senato della Repubblica tuttora esistente, in limine mortis, dovesse per esempio, esitare una mozione di sfiducia, dato che la Costituzione non prevede più che il Senato possa sfiduciare il Governo, ella cosa farà, signor Presidente? Consentirà il dibattito su una mozione di sfiducia per espletare un compito del Senato non più previsto dalla Costituzione? Sicuramente si aprirebbe quantomeno un forte contenzioso costituzionale al riguardo.
E così per tante altre cose: per la formazione delle leggi, che non saranno più di competenza del Senato. Continueremo a farle, pur non essendo più previsto in Costituzione?»
Il senatore Arrigoni: «Già, questa riforma rischia fortemente di portare il Paese in un pericoloso crinale. È antistorico insistere nel voler concentrare ogni scelta decisiva nelle mani di un potere centrale che presume di sapere meglio di tutti qual è il bene comune. Bisogna invece puntare sulla libertà, sulla responsabilità e sulla creatività delle persone, delle imprese, delle comunità, dei soggetti sociali e dei territori; dunque sul decentramento e sull'autonomia».
La senatrice Petraglia: «L'Italicum consegna alla lista vincitrice delle elezioni un premio di maggioranza vergognoso, in base al quale, con il 40 per cento dei voti presi, qualunque sia il livello di partecipazione al voto dei cittadini, vengono assegnati il 54 per cento dei seggi o, meglio, una maggioranza schiacciante, che consegna il Parlamento nelle mani di un solo partito e di un solo uomo».
Contino a fare citazioni. Il senatore Bulgarelli: «Autorevoli costituzionalisti hanno rilevato che il combinato tra il sistema elettorale e questa riscrittura mina le basi della democrazia e comporta seri e concreti rischi di deriva autoritaria. Chi vince le elezioni deve, sì, poter governare, ma non può avere il controllo di tutto».
La senatrice Fattori: «Signor Presidente, ringrazio i pochi colleghi presenti». Era infatti notte fonda. «È normale che siamo pochi, perché ormai siamo alla dirittura finale di questa "schiforma"».
Il senatore Molinari: «In questo ultimo passaggio non posso non ribadire a futura memoria quello che potrebbe scaturirne e spero veramente di non essere una Cassandra: sarà un nuovo Parlamento, che nulla avrà a che fare con il tanto decantato equilibrio racchiuso nel cosiddetto Senato delle autonomie locali, pur presente in altre democrazie, ma qualcosa che somiglierà - ahimè! - al Senato voluto da Cesare».
Il senatore Tarquinio: «Si tratta di una riforma che, senza offese, ho definito demenziale, che non risolve alcun problema, ma li aggrava; una riforma che offende il Senato, per quello che esso ha rappresentato in questo Paese dal 1948 in poi, che offende i personaggi che qui si sono succeduti, di ogni colore politico, le intelligenze e le culture di gente (...) che ha saputo vedere lontano e ha saputo mettere insieme posizioni, idealità e valori diversi, raggiungendo una sintesi per me eccezionale».
Il senatore Amidei: «C'è una volontà, da parte della maggioranza di Governo, di lasciare il Senato in un limbo, senza dargli un compito ben preciso, né una allocazione a livello istituzionale. Si avrà un Senato non eletto, composto esclusivamente da consiglieri regionali - sappiamo che ci saranno anche 21 sindaci - in cui continuerà a crescere il potere dei lobbisti territoriali e corporativi».
La senatrice Comaroli: «Provare a fare una riforma seria era possibile e nemmeno era tanto difficile, visto che da vent'anni è maturata l'idea di modificare la Costituzione e che anche l'ultima riforma prevedeva, ad esempio, il contenimento dei costi e la riduzione di senatori e deputati. C'è quindi voglia di fare, però, proprio perché si tratta della riforma della Costituzione, essa deve essere valutata attentamente e condivisa, non decisa dal Governo».
Cito infine quanto detto dalla senatrice Bignami, nella seduta pomeridiana del 22 luglio del 2014: «Sappiamo molto bene che l'uguaglianza e la libertà sono, nella loro misura, i principali indicatori del grado di democrazia di una società. Sappiamo (...) che caratteristica fondamentale della forma democratica è il suffragio universale, che garantisce l'espressione di quell'uguaglianza e di quella libertà che ho citato poc'anzi. Primario e fondamentale nel volere dei Padri costituenti è il volere del popolo, che si esprime proprio con il suffragio universale. Bene, cari senatori con le valigie, dovreste sapere che più il suffragio è vasto e più gli uomini sono liberi ed uguali. Dove sta finendo questo suffragio? Demolito insieme alla cancellazione di una delle due Camere pensate dai nostri Padri costituenti», e alla sua riduzione ad un circolino politico-culturale di sindaci e consiglieri, da blindare con l'immunità parlamentare. Perché poi si prevede l'immunità parlamentare per chi non è parlamentare?
Ci sentite? Ci state ascoltando? Non siamo tutti dello stesso partito, non siamo tutti della stessa parte; eppure stiamo dicendo tutti la stessa cosa. Qui abbiamo due punti di vista. Tutti, quelli qui citati ma anche altri (mi dispiace non poterli citare, ma questa mattina, alle ore 6, il Resoconto stenografico non era a disposizione), appartenenti a schieramenti politici diversi, abbiamo punti di vista differenti, ma affermiamo la stessa cosa. D'altra parte, alla mia destra siete tutti dalla stessa parte, a dire la medesima cosa. Mi chiedo, allora, chi delle due ha la maggiore possibilità di avere ragione. Lascio la risposta ai posteri.
La riforma doveva essere fatta da tutti, perché l'Italia è di tutti, perché la Costituzione è di tutti. Siamo in una democrazia, in uno Stato sociale, ricordiamocelo. Questo è quanto è stato affermato ieri per tutto il giorno. Oggi cosa c'era sui giornali? Di cosa parlano i media? Silenzio, niente, nessun titolo, nessuna prima pagina. (Applausi dal Gruppo Misto-MovX). Nessuno ci scrive mail al riguardo. Tutto è silenziato. Avete azzittito gli italiani mediaticamente facendo credere loro che la stepchild adoption sia il male del mondo. A che serve un figlio se non ho il lavoro? A che serve una famiglia se poi non saremo liberi? Qui vi è una battaglia da fare: la battaglia per la nostra libertà, per la libertà del pensiero, per la libertà di voto, per il rispetto di essere una minoranza.
Sottolineo la percezione di quanto sta succedendo ed altro: come può esserci un silenzio stampa su una questione che riguarda tutti? Rassegnati e sconfitti a questo potere. Di quale potere si tratta? Si tratta di un potere illegittimo, caro Renzi. Sei forse stato votato? A Roma si dice (anche se non sono una grande conoscitrice del dialetto): «ma chi t'ha votato?». È un potere accentratore: ogni tuo atto governativo cova nell'intimo questa cosa, cioè ha in seno la volontà di accentrare il potere, un potere che azzittisce. La Corte costituzionale ti ha vietato, ha vietato a questo Parlamento eletto con una legge elettorale con qualche problema, di uscire dall'ordinario. E noi cosa facciamo? Facciamo una riforma costituzionale! La riforma costituzionale entra nell'ordinario? Questa è una domanda che pongo.
È un potere incosciente, perché non si sa a chi potrebbe andare in mano. La storia purtroppo è magistra vitae. È un potere ormai - ahimè! - senza controllo. È possibile che nessuno possa imporsi alle tue volontà?
Qual è il ruolo di noi senatori? Avere la funzione di garanzia e la funzione di controllo. Ebbene, le abbiamo già perse tutte. Le abbiamo perse da quando avete iniziato ad avallare ogni piccolo passo verso questo potere assoluto, ogni piccolo passo nella direzione di questo scempio.
Guardate i giornali che avrebbero dovuto titolare in prima pagina: oggi uccidiamo la democrazia, e invece non fanno cenno a tutto questo. (Applausi della senatrice De Pin).
Non voglio votare, non voglio avallare questo metodo scorretto, vorrei tanto evitare questo voto, eppure è uno dei miei compiti. È un metodo quello che lui utilizza, quello che ha forzato tutte le regole e in molti casi le ha anche spazzate via. Altro che Calamandrei! A questo punto voglio fare una battuta: "io ca me ne andrei".
Dove sei relatore? Batti un colpo. Qui non abbiamo il relatore. Qual è, infatti, lo scopo del relatore? È quello del mediatore; il relatore deve mediare tra il Governo e noi senatori. Ma in questo caso non c'è bisogno di mediatore perché lui ha confuso la parola "medio" con "centro", e questo è un problema di matematica molto profondo perché il mediatore non è un accentratore, comunque non si può pretendere anche questo. Abbiamo il mediatore del nulla, nessun relatore presente. Con tutto il rispetto e l'amicizia parlamentare che mi lega alla senatrice Finocchiaro, non posso che aborrire la scomoda posizione in cui si trova oggi.
Purtroppo si sa perché non si riesce più ad attrarre questo nostro Premier, perché, cara relatrice, i suoi pregi non hanno peso. Per lui essere intelligenti non serve. Per lui essere istruiti non conta e tantomeno conta essere un giurista con i fiocchi. Lei, cara relatrice fantasma, qui ha la posizione più scomoda.
Ormai è finita l'epoca dei Padri costituenti, ora inizia quella, per citare un mio collega, dei "padri prostituenti". È così che si sceglie il potere. È così che si accentra, togliendo potere, togliendo cariche, rimuovendo dissidenti, rimuovendo senatori dalle Commissioni per raggiungere la maggioranza, imbavagliando i pensanti e riempiendosi di cortigiani e cortigiane non dissenzienti.
Voglio azzardare e fare Cassandra: fra cinque anni, forse meno, ci troveremo a discutere la necessità di abolire un Senato ormai sedato, capace tuttavia di creare vera e propria confusione, anche perché potrà intervenire ancora sulla questione più importante della vita parlamentare (mi riferisco evidentemente alla riforma costituzionale). Potrà essere un Senato tutto dello stesso colore? Sì, potrà. Esiste la possibilità che il Senato abbia tutto lo stesso colore perché non è previsto alcun rispetto per le minoranze, non è previsto perché non è tra gli obiettivi del Premier il rispetto della minoranza. Questo è segno di governabilità? No, questo sarà qualcosa che gli si ritorcerà contro, perché bisogna legiferare non per i propri interessi, pensando a cosa succederà a noi stessi, ma bisogna legiferare pensando a che cosa è giusto per tutti.
Ora voglio sorridere e condividere con tutti una mia meditazione, una mia osservazione sui ruoli, sui nomi e sul senso che si dà alle cose. Io sono, e chi mi conosce lo sa, una donna che lavora e che ha sempre lavorato e ritengo, visto che l'articolo 1 della nostra Costituzione lo prevede, che il lavoro sia fondante. Quindi ho rispetto per tutti i ruoli e tutti i lavori. Il senatore è un lavoro, come è un lavoro anche fare il sindaco, ed è un lavoro faticoso. Io non l'ho fatto, ma sono stata vicino ad alcuni sindaci e so che è un lavoro veramente molto impegnativo. Anche fare il consigliare regionale è un lavoro. Infatti, grazie al mio ruolo, ho avuto l'occasione di conoscere molti consiglieri e ho visto che lavorano tanto, lavoriamo tutti e tre. Dire che il senatore da ora in poi lo farà il consigliere regionale e il sindaco, ontologicamente significa affermare che se uno di questi tre può fare il lavoro dell'altro, uno di questi non lavora, perché di solito il lavoro è intiero e non si possono fare due lavori. Se sono consigliere regionale come potrò fare il senatore? Qui si sta implicitamente affermando che il senatore non è un lavoro e, mi dispiace, questo non si può affermare. (Applausi della senatrice Bulgarelli).
Ci troveremo, quindi, come Cassandra, a discutere tra qualche anno di una legge elettorale che avrà definitivamente ucciso la rappresentanza; e ci lamenteremo, sì, come abbiamo sempre fatto (perché agli italiani piace lamentarsi), e diremo cose terribili tutti quanti, smentendo noi stessi, come spesso accade. Oggi, però, la maggioranza voterà questa porcheria.
Voglio dirlo come prima cosa: la riforma non è una risposta alla crisi della democrazia e della rappresentanza, al disorientamento dei partiti e della loro funzione storica: è il trionfo di questa crisi. Confondiamo sempre la causa con l'effetto. Avremmo dovuto lavorare sulla diffusione del potere e favorire la partecipazione politica dei cittadini e la centralità del Parlamento, mentre al contrario così la riforma porta la crisi alle estreme conseguenze.
Avremmo dovuto introdurre la democrazia diretta, non "diretta" verbo, alla Grillo, ma "diretta" aggettivo, alla podemos.
Ormai sarà troppo tardi e qui mi faccio Cassandra di nuovo. Voglio citare - anzi, la conoscete tutti, quindi la lascio agli atti - le famose parole attribuite a Bertold Brecht. Le cito in parte: «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento (...). Poi vennero a prendere gli ebrei (...). Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare». Ecco, io non voglio essere questo: voglio protestare prima.
Non è fuori tema. No. Chi pensa che questo malefico accentramento dei poteri non sia casuale si sbaglia. Chi pensa che sia possibile tornare indietro da domani si sbaglia. Domani sarà tardi, domani il puzzle sarà composto, una tela intessuta con una maestria lodevole (è questa l'unica lode che faccio a Renzi).
Obiettivo non è il bene del Paese, obiettivo non è il bene comune; obiettivo è quello di lasciarci immobili, impotenti ed esautorati da ogni forma di controllo e garanzia. La mano destra non sa cosa fa la sinistra e nel suo caso, l'emisfero sinistro non sa quello che fa quello destro. Qui siamo di fronte ad un apparente gioco schizofrenico, un gioco bipolare che punta sempre nella direzione dell'accentramento del potere. Tutto sarà in suo potere.
Fate un voto riformista? Forse lo fate nel senso che votate le riforme, ma ne state facendo anche uno conservatore, nel senso che vi state conservando il vostro posto.
PRESIDENTE. Concluda, prego.
BIGNAMI (Misto-MovX). Ho finito, è l'ultima frase. Ma fintanto che noi non prendiamo coscienza che possiamo dire di no, fintanto che non prendiamo tutti insieme il coraggio di dire di no, Renzi e i suoi "taxisti-caronti" faranno leva sulle nostre debolezze, faranno leva sulle nostre fragilità, faranno leva su tutti i mezzi diabolici che avranno a disposizione.
È arrivato il momento di far capire che questa Aula può ancora, questa Aula tutta insieme si può riprendere la sua dignità, tutta questa Aula può dire di no a questa nuova riforma.
Io voterò no ed è qui anche la mia dichiarazione di voto. Altrimenti abbiate il coraggio, prendetelo a tutte mani, e sostituite il termine democrazia con quello di oligarchia. Fate bene il vostro lavoro: votate e siate fieri di aver ridotto il Senato ad un manipolo di burattini. (Applausi delle senatrici Bulgarelli e De Pin).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tocci. Ne ha facoltà.
TOCCI (PD). Signora Presidente, la revisione costituzionale è invecchiata prima di nascere. È rivolta al passato, sigilla il presente, non dice nulla al futuro del Paese.
Le decisioni più importanti sono rinviate o nascoste o negate. È rinviata la riduzione del numero delle Regioni. È nascosta la cancellazione del Senato. È negata la riduzione del numero dei deputati.
Diventa più difficile e più conflittuale il rapporto tra Stato e Regioni, poiché entrambi i livelli sono dotati di competenze definite esclusive, che non possono quindi trovare alcuna mediazione dopo la cancellazione della legislazione concorrente. Il superamento delle piccole Regioni, invece, avrebbe creato macroregioni più adatte a cooperare con la politica nazionale e a muoversi nello spazio europeo. Il Governo ha promesso di realizzarle con una prossima revisione costituzionale, ammettendo clamorosamente che oggi si approva una legge non risolutiva.
Il nuovo procedimento legislativo è farraginoso. Aumentano i conflitti di competenza e si producono nuovi contenziosi presso la Consulta.
Palazzo Madama diventa un dopolavoro per amministratori locali, un'Assemblea senza prestigio che cercherà di riguadagnare i poteri perduti ricorrendo allo scambio consociativo con il Governo. Se doveva cadere così in basso, era più dignitoso abolirlo. (Applausi dai Gruppi M5S e Misto).
In una sola Camera era ineludibile definire i contrappesi del sistema maggioritario: votazioni qualificate sui diritti fondamentali, poteri di iniziativa delle minoranze, controllo dell'attività governativa. Il monocameralismo ben temperato è preferibile a un bicameralismo pasticciato. La maldestra propaganda sui costi della politica si è arenata in Transatlantico. Si conserva l'anomalia di una Camera di 630 membri, che non ha pari in alcun Parlamento europeo. Un'Assemblea tanto grande quanto debole, i cui membri devono tutto alla nomina dei capipartito oppure all'aumento dei seggi connessi con l'elezione del Premier.
Si doveva invece ridurre il numero dei deputati e selezionarli nei collegi uninominali, senza ricorrere ai signori delle preferenze e ai nominati dell'Italicum; si sarebbe dovuta rafforzare l'autorevolezza della Camera nei confronti dell'Esecutivo.
La democrazia americana, pur guidando un impero, non ha mai rinunciato all'equilibrio di poteri tra Governo e Parlamento. Perché allora tante occasioni perse?
La mancanza di una vera riforma ha prodotto un testo lunghissimo, di scadente fattura normativa, di sgradevole gergo burocratico. Basta leggere, ad esempio, le ulteriori competenze del Senato definite - cito testualmente - nelle «leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma». Sì, è scritto proprio così: sembra un decreto milleproroghe, e invece è un brano costituzionale: uno scarabocchio che offende l'italiano semplice e intenso dei Costituenti. (Applausi dai Gruppi M5S e Misto e del senatore Volpi). Da come parli capisco che cosa vuoi, suggerisce il buon senso popolare: la forma sciatta rivela il basso profilo politico.
Il vizio di origine consiste nel cambiare la Costituzione per stabilizzare un Governo altrimenti privo del mandato elettorale. Bisognava modificare subito il Porcellum per restituire la parola agli elettori. Invece, l'esigenza politica contingente prevale su ogni garanzia istituzionale, fino al paradosso di riscrivere la Seconda parte della Carta in un Parlamento eletto in forma illegittima.
In Italia non si governa per migliorare lo Stato; si cambia lo Stato per rafforzare il Governo. Al contrario, le Costituzioni disciplinano la politica perché conquistano la lunga durata. Su questo principio sono fallite le riforme dell'ultimo ventennio, approvate sempre da una parte contro l'altra, per puntellare i Governi che avevano perso la fiducia degli elettori. Così fece Berlusconi nel 2005 e - ahimè! - anche la mia parte con il Titolo V. Si ripetono tutti gli errori già commessi da destra e da sinistra, mettendoci anzi oggi più entusiasmo, fino a chiedere un plebiscito personale.
Il presidente Renzi è il grande conservatore della seconda Repubblica. Si erige un monumento alle ideologie del ventennio proprio mentre tramontano in tutta Europa.
Tutto era cominciato negli anni Novanta, con le speranze di una sorta di modello Westminster all'italiana. Oggi il bipolarismo è in affanno anche in quell'antico palazzo inglese; non esiste più in Spagna, è travolto in Francia dal lepenesimo, è sterilizzato dalle larghe intese in Germania. L'Italicum e la legge Boschi si accaniscono a tenerlo in vita artificialmente, ricorrendo al premierato assoluto senza contrappesi: una minoranza del 20 per cento degli aventi diritto al voto conquista il banco e impone la propria volontà alla maggioranza del Paese. Tutto ciò aumenta l'astensionismo e riduce il consenso verso la competizione bipolare. Ovunque la vecchia dialettica tra i partiti è travolta dalla nuova frattura tra élite e popolo. I Paesi europei sono diventati ingovernabili per eccesso di governabilità.
Si è dimenticata una semplice verità: per guidare le società frammentate di oggi occorre un consenso più ampio di quello di ieri; le classi politiche debbono imparare a convincere i popoli piuttosto che ridurre la rappresentanza; i premi di maggioranza alla lunga non riescono a surrogare gli elettori che non votano.
Si è ridotta la politica a mera amministrazione di sistema. Da qui è scaturito il primato degli Esecutivi sui Parlamenti.
Ma nell'orizzonte europeo tornano i grandi dilemmi della pace e della guerra, dei limiti e dei nessi tra religione e politica, dell'accoglienza e del rifiuto dei migranti, della libertà individuale e dell'etica pubblica, della potenza tecnologica e della intangibilità della vita, dello sviluppo economico e della durata del pianeta.
Non sono problemi risolvibili dagli Esecutivi, sono i conflitti contemporanei che hanno bisogno di nuovi riconoscimenti culturali e politici e saranno possibili solo in una inedita democrazia parlamentare come non l'abbiamo ancora conosciuta. Quella del secolo passato seppe neutralizzare i conflitti fra Stato e Chiesa, città e campagna, capitale e lavoro. Sono ancora da immaginare i Parlamenti capaci di ricomporre le fratture della civiltà europea nel nuovo secolo.
Il mondo che abbiamo davanti è molto diverso da quello degli anni Novanta. Le riforme istituzionali della Seconda Repubblica sono ormai vecchi arnesi. La riforma costituzionale per il futuro italiano non è stata ancora scritta. (Applausi dai Gruppi M5S e Misto e dei senatori De Pin e Liuzzi. Congratulazioni).
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Salutiamo le studentesse e gli studenti dell'istituto «Leonardo da Vinci» di Fasano, in provincia di Brindisi. Benvenuti al Senato. (Applausi).
Ripresa della discussione del disegno di legge costituzionale n. 1429-D (ore 11,55)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Crimi. Ne ha facoltà.
CRIMI (M5S). Signora Presidente, signori, non parlo a voi perché sarebbe fiato sprecato. Cerco invece di parlare ai cittadini, a quei cittadini che ci stanno seguendo da casa e che ascolteranno o leggeranno un giorno questi interventi. Parlo alla storia, a quella storia che prima o poi vi chiederà conto di quanto state facendo.
All'inizio di questo discorso voglio farmi innanzitutto portavoce di alcuni commenti che mi sono arrivati attraverso la rete.
Gabriele: «Mercoledì scorso mi sono trovato di fronte alla Costituzione custodita alla Camera e mi è venuto il magone pensando al sacrificio dei nostri padri martirizzati in guerra nei propri Paesi per conquistare ogni sillaba scritta in quel testo. Prima di modificarne una sola virgola bisognerebbe riflettere su ciò che è costata la nostra Carta costituzionale da sempre presa a modello in tutti i Paesi del mondo come esempio di grande maturità giuridica e normativa. Piegarla agli interessi di politici sconsiderati e corrotti è un insulto alla memoria dei padri e ai diritti di ogni cittadino onesto e i cittadini metteranno presto una croce per cancellare questo abominio».
Scrive Nike: «Dire addio alla Costituzione spezza in me qualcosa che mi dava sicurezza e saggezza: a volte mi è sembrata anche troppo per essere stata emanata da uomini e credo che ora si rivoltino. Non credo che al momento ci siano uomini o politici così grandi da poter aver il permesso di toccare la Costituzione».
Emanuele scrive: «Come può un Parlamento fare leggi costituzionali se la legge che li ha eletti è stata dichiarata incostituzionale? Il Presidente della Repubblica, garante della Costituzione, perché è omissivo?».
Scrive Giulio: «C'è anche da dire che aumentano le firme per il referendum da 500.000 a 800.000 e quelle per la proposta di legge di iniziativa popolare da 50.000 a 150.000. Il succo è sempre lo stesso: togliere potere al popolo e concentrarlo sempre di più nelle mani di pochi».
Andrea: «Ora è chiaro che le riforme le ha dettate la massoneria, che ha deciso questo destino per l'Italia».
Claudia: «Quando alcuni parlamentari 5 Stelle stavano sul tetto di Montecitorio io stavo sotto. Con molti altri abbiamo letto al microfono molti articoli della Costituzione e alla fine facevamo questa domanda: "è stato attuato?" Ed era sempre un "no" che veniva dalla piazza. Forse può essere un'idea ripetere solo per qualche articolo questa cosa durante questi interventi per ricordare cosa è stato fatto o attuato della Costituzione».
Manuel: «Come ogni regime che si rispetti, si teme il controllo dei cittadini».
Massimiliano: «Sui libri di storia scriveranno che un Governo non eletto da nessuno ha regalato un ramo del Parlamento alla classe politica più inquisita del Paese e così anche le relative immunità. Addio democrazia!».
Pasquale: «Io voterò "no" al referendum perché la riforma non risolve il bicameralismo: crea un Senato delle Regioni che non serve mettendolo nelle mani di nominati. Non riduce i costi o, meglio, i tanti sprechi e dà un enorme potere ai Consigli regionali, invece di ridurlo».
Rita: «In una democrazia che si rispetti il popolo deve dettare leggi, il popolo deve eleggere i suoi rappresentanti, il popolo deve stabilire lo stipendio dei politici, il popolo deve essere sovrano e non servo».
Josè: «In questa finta democrazia ci rimane solo il referendum».
Francesca: «Dovrebbe intervenire il Presidente della Repubblica».
Daniele: «Avete tolto ai cittadini la sovranità, il lavoro, i risparmi, la speranza, la possibilità di curarsi, il tutto incostituzionalmente, protetti da Presidenti della Repubblica massoni o inadeguati. Vi aspettiamo fuori, nelle urne intendo, con l'unico potere che ci avete ancora lasciato: dirvi no al referendum costituzionale».
Elisabetta scrive: «Ditegli che abbiamo capito, perché la loro arroganza ed il loro senso di invulnerabilità li hanno spinti ad essere troppo spudorati e quindi abbiamo capito i loro giochi ed i loro intenti, che nulla hanno a che vedere con il benessere del popolo e nemmeno della Nazione. Abbiamo capito le loro becere menzogne e le loro ancora più becere motivazioni di tali bugie. Ora li aspettiamo al varco, al varco del referendum, al varco dei tribunali, al varco delle piazze, perché sono loro che non hanno capito che la prepotenza del potere è nulla davanti alla forza della moltitudine di un intero popolo».
Presidenza della vice presidente LANZILLOTTA(ore 11,59)
(Segue CRIMI). Gianluca ha scritto: «Ammesso pure che ci sia necessità, per alcuni articoli della Costituzione, di essere modificati (ma in meglio, si spera, cioè portandoli a tutelare maggiormente i diritti dei cittadini) è il momento che è sbagliato: le priorità nelle esigenze dei cittadini in questo momento sono altre. Per esempio, partendo dall'applicare realmente e immediatamente l'articolo 36. È soltanto nel momento del raggiungimento dell'equilibrio economico che allora si può procedere a ridiscutere alcuni degli articoli della Costituzione».
Andrea ha scritto: «Ora è chiaro che le riforme le ha dettate la massoneria che ha deciso questo destino per l'Italia. Combatterle sarà difficilissimo se il Governo ha un simile alleato, ma è obbligatorio tentare con tutti i nostri mezzi».
Concetta ha scritto: «La Costituzione non va riformata, va attuata».
Questi sono alcuni commenti che ho letto ed ho raccolto in rete. Non li ho potuti leggere tutti, perché sono stati tantissimi in questa lunga notte. (Applausi dal Gruppo M5S).
Oggi ucciderete la democrazia in questo Paese e non avete avuto neanche l'accortezza di ucciderla con dignità, è questa la cosa che fa ancora più male. Lo fate come Parlamento incostituzionale che avete elevato ad Assemblea costituente, un Parlamento eletto con una legge incostituzionale.
Lo fate con un testo che fa acqua da tutte le parti, con un testo che è un accrocco ed è pieno di errori, un testo che rende questo documento fondamentale paragonabile al regolamento di un condominio di periferia, con tutto rispetto per gli amministratori di condominio, che forse scrivono meglio.
Il professore Alessandro Pace, stimato e noto costituzionalista, ha definito questo testo «uno scatafascio». Questa è la parola che ha usato per definire questo testo pieno di errori: scatafascio.
Questa «cosa», perché forse neanche merita di essere chiamata «riforma», è sbagliata per i seguenti motivi. Questa «cosa» privilegia la governabilità sulla rappresentatività. I cittadini saranno sempre meno rappresentati, sempre meno presenti, il Parlamento sempre più distante dalla realtà e sempre più avremo un uomo solo al comando.
Leggo testualmente il programma del Partito Democratico, con il quale vi siete presentati ai cittadini, che all'inizio del terzo punto recita: «Dobbiamo sconfiggere l'ideologia della fine della politica e delle virtù prodigiose di un uomo solo al comando». Dobbiamo sconfiggere l'ideologia della virtù prodigiosa di un uomo solo al comando: questo era il programma con cui vi siete presentati agli elettori ed oggi elevate l'uomo solo al comando come il vostro punto di riferimento. Avete ingannato i vostri elettori per primi! Li avete ingannati, avete ordito una truffa, in tutti i sensi. Siete veramente dei truffatori nei confronti dei vostri elettori! (Applausi dal Gruppo M5S).
Questa «cosa», che mi vergogno di chiamare riforma, elimina i contropoteri esterni alla Camera e non li compensa con contropoteri interni; militarizza di fatto, con uomini espressione di un unico partito, gli organi di garanzia; riduce il potere di iniziativa legislativa del Parlamento a vantaggio di quella del Governo, rendendo sempre più il ruolo del Parlamento succube di quello dell'Esecutivo; prevede talmente tanti tipi di votazione per le leggi ordinarie che, come ci raccontano i costituzionalisti, ci saranno conseguenze disastrose per la funzionalità delle Camere; elimina la elettività del Senato ma gli lascia, in modo contraddittorio, la funzione legislativa e di revisione costituzionale: o l'una o l'altra, o il Senato è eletto e come tale ha diritto di partecipare ai processi legislativi più importanti, o se non è eletto, forse tanto valeva abolirlo del tutto.
Questa «cosa» sottodimensiona irrazionalmente la composizione del Senato, rendendo irrilevante il voto dei senatori nelle riunioni del Parlamento in seduta comune: 100 senatori e 630 deputati. Perché 100 senatori? Questo numero 100 non è dettato da una logica, da un calcolo, ma dalla semplicità comunicativa: è più facile dire 100 che altri numeri, perché è così che ragiona il nostro Presidente del Consiglio, con i twitter, e quindi 100 era più facile da comunicare.
Questo testo pregiudica inoltre il corretto adempimento delle funzioni senatoriali, che diventerebbero part-time, delle funzioni dei consiglieri regionali e dei sindaci.
Se davvero volevate il monocameralismo, avreste dovuto chiudere definitivamente questo Senato. Ma non potevate farlo, è questo il punto, perché dovevate preparare un parcheggio per indagati e condannati, un polmone in cui parcheggiare i consiglieri regionali indagati. Questo nuovo Senato sarà composto appunto da consiglieri regionali, casta che genera casta, come avete fatto per le Province invece di abolirle.
Saranno i consiglieri regionali, la classe politica più indagata e corrotta di tutta la storia repubblicana, ad essere parcheggiati in un dopolavoro, godendo dell'immunità parlamentare. Ma perché non riservarsi un posticino anche per qualche sindaco da salvare? Così ci mettiamo anche un sindaco, uno per Regione, che la maggioranza di quella Regione potrà scegliere. E chi sarà il prescelto che potrà essere proiettato verso l'immunità parlamentare?
So già che litigherete ferocemente, perché sono talmente tanti i sindaci indagati che dovranno andare a ricoprire quel ruolo che sceglierne uno solo da salvare sarà difficile. (Applausi dal Gruppo M5S). E ovviamente si alza la posta, sarà quello che offre di più.
Concludo con un appello, signora Presidente. Come ho detto, mi sono rivolto ai cittadini più che ai presenti, ma l'appello lo rivolgo ai colleghi che sono in quest'Aula, a coloro che in questi due anni ci hanno avvicinato più volte nei corridoi, hanno bisbigliato a margine delle Commissioni. Voi lo sapete. Non faccio un elenco di nomi perché ciascuno di voi lo sa: qualche sms, qualche messaggio o mail, qualche scambio di battute nei corridoi in cui avete detto con chiarezza che questa riforma vi fa schifo. Voi lo sapete e siete voi i responsabili di questa riforma e siete voi coloro ai quali verrà chiesto conto.
Si è parlato di mercato delle vacche, ma a me sembra irrispettoso per le vacche (Applausi dal Gruppo M5S), animali inconsapevoli e vittime di uomini. Qui invece ci sono degli irresponsabili, degli ignavi, e sono coloro che oggi voteranno questa riforma consapevoli delle conseguenze. Coloro che nei corridoi ci dicono che fa schifo, ma che oggi la voteranno saranno i veri responsabili e ci sarà un momento in cui la storia vi chiederà conto di questo.
Concludo, signora Presidente, dicendo che ho letto la Costituzione italiana e alla fine... lei muore! (Applausi dal Gruppo M5S).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Casini. Ne ha facoltà.
CASINI (AP (NCD-UDC)). Signora Presidente, ho chiesto di intervenire nella discussione generale sul disegno di legge di riforma costituzionale, oggi all'esame del Senato per la seconda deliberazione parlamentare, per testimoniare le ragioni del mio voto favorevole.
Da quando sono entrato in Parlamento, nel 1983, la discussione pubblica sulle riforme costituzionali, peraltro avviata già a partire dagli anni Settanta, ha avuto al centro il tema del superamento del bicameralismo paritario, che ha rappresentato una costante del dibattito ed è stato oggetto di molteplici tentativi di revisione.
Ricordo, in proposito, l'istituzione della Commissione Bozzi, proprio nel 1983, e i successivi tentativi che hanno occupato il Parlamento nel corso di questi trent'anni: la Commissione De Mita-Iotti nella XII legislatura e la Commissione D'Alema nella XIII legislatura, nella quale si riuscì soltanto a riformare il Titolo V della Costituzione.
Ricordo, inoltre, il tentativo di revisione costituzionale approvato dalle Camere nella XIV legislatura, ma non confermato dal referendum, come pure i tentativi di revisione costituzionale avviati e non conclusi nella XV e nella XVI legislatura.
Nel corso quindi degli ultimi trent'anni, le istanze riformatrici più avanzate che hanno attraversato il dibattito di politica costituzionale si sono orientate in maniera decisa verso un modello di bicameralismo differenziato, in linea con i modelli parlamentari di altri ordinamenti costituzionali europei, nei quali le seconde Camere svolgono funzioni diverse rispetto alle Camere politiche e seguono criteri di composizioni differenziati.
Si tratta, quindi, di una scelta non certamente estemporanea, né in alcun modo improntata alla pretesa di realizzare una democrazia a costo zero, perché i costi della democrazia non possono essere considerati dannosi: questa è una pericolosa demagogia. Stiamo attenti, colleghi, perché la storia è piena di corsi e ricorsi, ed è fin troppo facile ricordare la polemica antiparlamentare che diede un contributo straordinario all'avvento del fascismo.
Ma la scelta non è estemporanea e - lo ribadisco - non è legata ai temi del costo della politica, per quanto mi riguarda, ma frutto di una lunga e approfondita riflessione, che affonda le sue radici nello stesso dibattito in Assemblea Costituente. In esso emerge la consapevolezza della incompiutezza e, per certi aspetti, della debolezza della scelta operata in favore di un sistema bicamerale perfetto, nonostante molti autorevoli membri di quell'Assemblea, tra i quali desidero ricordare Costantino Mortati, si espressero in favore di un bicameralismo differenziato. Mentre la Camera politica avrebbe dovuto rappresentare la rappresentanza indistinta, ovvero la rappresentanza della Nazione nel suo complesso, l'altra Camera avrebbe dovuto offrire un diverso canale di espressione della rappresentanza, portando a livello centrale istanze e interessi diversificati, in particolare quelli riconducibili al territorio.
Nella stessa Costituzione vigente vi è traccia di questo dibattito. Basta leggere l'articolo 57 della Costituzione nel quale si afferma, al primo comma, che il Senato è eletto su base regionale. Occorre certamente essere consapevoli che il testo, ora all'esame del Senato, frutto di un iter parlamentare complesso e articolato, che ha avuto inizio nell'aprile del 2014, non è privo di criticità.
In primo luogo, resta incerta la natura della seconda Camera, sia per quanto riguarda alcune delle sue funzioni, sia per quanto concerne la sua composizione. In riferimento a quest'ultimo aspetto, le modalità di composizione dell'organo si fondano, come noto, su un sistema elettorale indiretto: saranno i consiglieri regionali ad eleggere i senatori tra i membri dello stesso Consiglio regionale e tra i sindaci della Regione. In seconda lettura, al Senato, è stato introdotto un correttivo importante, il quale prevede che l'elezione indiretta debba aver luogo in conformità alle scelte espresse dagli elettori in sede di rinnovo dei consigli regionali, così ancorando le scelte dei consiglieri alla volontà popolare.
Vi è da parte mia un forte rammarico per non aver tentato più coraggiosamente di ispirarsi, pur all'interno di un sistema di elezione indiretta, a modelli costituzionali già conosciuti. Mi riferisco, in particolare, al modello francese, nel quale i senatori sono eletti con un sistema elettorale indiretto, ove però l'elettorato attivo è attribuito ad un platea ampia di soggetti, che assicura all'organo una forte legittimazione democratica.
Quanto alle nuove funzioni attribuite al Senato, certamente qualificate e aperte a possibili sviluppi che soltanto l'esperienza potrà confermare (in questo senso sarà molto importante l'insediamento del Senato e il raccordo tra le Presidenze delle due Camere), ovvero valutazione delle politiche pubbliche, verifiche e attuazione delle leggi dello Stato, controllo sull'operato delle pubbliche amministrazioni, e alla loro proiezione europea, esse, se ben valorizzate, potranno consentire al Senato di essere effettivamente, oltre che un organo di raccordo con le autonomie locali, anche - se non soprattutto - una Camera di interlocuzione con le istituzioni comunitarie.
Uno sforzo maggiore poteva essere compiuto in riferimento alla partecipazione della seconda Camera al processo legislativo. So che il presidente Finocchiaro ha dedicato non poche delle sue energie a questo fine. Il sistema definito dal nuovo articolo 70 della Costituzione prefigura un sistema che potrebbe rendere meno fluido il procedimento di approvazione delle leggi e favorire possibili conflitti tra le due Camere, in quanto i procedimenti sono diversificati in base all'oggetto e alla tipologia della legge, criteri che - come si può comprendere - possono essere oggetto di interpretazioni difformi e quindi alimentare ricorsi alla Corte costituzionale per vizi in procedendo delle leggi.
Come già emerso nel corso di diversi passaggi parlamentari, elementi di criticità possono essere riscontrati anche in altri articoli della riforma, non direttamente connessi con il tema del superamento del bicameralismo paritario. Mi riferisco alle modalità di elezione del Presidente della Repubblica, su cui sono intervenuto nell'esame in seconda lettura, contribuendo perché la decisione finale - ho cercato di farlo - fosse quanto più possibile orientata a conservare quei caratteri di indipendenza e terzietà dei quali il Capo dello Stato - nelle forme di governo parlamentari - non può essere privo.
Altre critiche, in parte condivisibili, sono state mosse alle modifiche apportate al Titolo V della Parte seconda della Costituzione, riguardante l'assetto delle competenze legislative dello Stato e delle Regioni. La possibile torsione centralista impressa all'ordinamento, soprattutto con l'inserimento della cosiddetta "clausola di supremazia", che consente allo Stato di intervenire, in presenza di determinate condizioni, su materie riservate alla competenza legislativa regionale, potrebbero ulteriormente mortificare le istanze regionaliste già fortemente in sofferenza. Pur tuttavia, occorre riconoscere che l'intervento su quella parte della Costituzione si è reso necessario per correggere alcune incompiutezze e criticità che la riforma costituzionale del 2001 ha mostrato in questi anni, tanto da alimentare un ampio contenzioso davanti alla Corte costituzionale.
In conclusione, colleghi, ogni considerazione critica non mi sembra tale da vincere le ragioni che mi inducono a pronunciarmi favorevolmente sul testo della riforma in esame. Non si può più attendere, come ha ricordato in più occasioni il presidente della Repubblica emerito Giorgio Napolitano. Troppi sono stati i tentavi falliti. Un insuccesso, anche questa volta, potrebbe alimentare una spirale irreversibile di sfiducia dei cittadini nei confronti della capacità delle forze politiche di riformare le istituzioni. Peraltro è ai cittadini che consegniamo la responsabilità finale di adottare questa riforma, secondo una procedura limpida e trasparente. Il Parlamento ha deciso una strada, che gli italiani confermeranno o no. Il Governo Renzi ha spinto questo processo di riforma ed è giusto che ad essa abbia collegato e in qualche modo colleghi il suo destino. Ma gli italiani dovranno scegliere non sulla base di fuorvianti personalizzazioni, bensì nel merito di una riforma fin da troppo tempo attesa. (Applausi dal Gruppo AP (NCD-UDC) e della senatrice Finocchiaro. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Gibiino. Ne ha facoltà.
GIBIINO (FI-PdL XVII). Signora Presidente, questa è una riforma che non ci piace e non mi piace.
Sarei stato più tranchant, approfittando di una volontà del popolo italiano e di tutto il Parlamento, nel dire che sarebbe stato opportuno arrivare ad un sistema monocamerale più snello, più veloce; se poi la Camera nel futuro dovesse adottare il sistema di funzionamento dell'attuale Senato sarebbe meglio dal momento che quello oggi vigente - lo dico per chi non l'ha frequentata - non è valido.
Abolire il Senato sarebbe stato giusto; avrebbe fatto risparmiare centinaia e centinaia di milioni di euro e avrebbe dato chiarezza e trasparenza nel processo legislativo. Invece ci siamo ridotti a fare una riforma molto simile a quella delle Province che continuiamo a chiamare in questo modo ma che in realtà non prevedono più l'elezione diretta bensì quella indiretta, non hanno più risorse economiche, partecipano alle dinamiche del bilancio nazionale per cui ciò che raccolgono lo versano a Roma, al contrario di quanto avveniva prima, e non erogano più servizi.
A cosa servirà il futuro Senato? A nulla. Costerà quanto l'attuale. Sarebbe più giusto che non fosse più chiamato Senato, per non creare confusione con l'organismo attualmente in carica.
Il Senato del futuro avrà una composizione variegata e variabile. Infatti, al di là di quanto sostenuto dal collega Casini, cioè dell'elezione indiretta o mediatamente indiretta cui i cittadini parteciperanno per eleggere chi dovrà venire qui a Roma per ricoprire anche il ruolo di senatore, non vi è dubbio che a mano a mano che le elezioni regionali si svolgeranno Regione per Regione la composizione sarà variabile. Ma tanto questo non conta nulla, perché sarà rimessa ad una autonomia secondaria la facoltà di richiedere una revisione di un processo normativo che poi, comunque, dovrà essere esaminato dalla Camera. Sarà, forse, quella anche l'occasione per qualcuno di fare una passeggiatina per qualcuno per venire a trovare i deputati che, in effetti, legifereranno.
Poi ci sarà ancora da definire un conflitto di competenze con la Conferenza Stato-Regioni che dovrà confrontarsi con il Governo mediante i Presidenti e i Vice Presidenti di Regione.
Non ci piace questa riforma perché, nel frattempo, è stata varata l'altra riforma, quella del sistema elettorale, l'Italicum, che, disciplinando l'elezione dei futuri deputati della Camera, in realtà, con questo sistema, consentirà a chi raggiungerà il 25, 26 o 28 per cento di avere il 55 per cento dei seggi, cioè la maggioranza del Parlamento.
A questo si aggiunge poi una riforma che, strada facendo, non avevamo pensato potesse essere varata. Mi riferisco a quella della RAI. Questa, che è rappresentanza dei cittadini, del popolo ed espressione del Parlamento, diventa un pezzo del Governo. Si inizia attraverso il suo direttore generale e l'amministratore delegato a influenzare le masse con una comunicazione che deriva esclusivamente dal Governo.
E, allora, abbiamo una Camera che rappresenta il Governo, un Senato che non funziona e un sistema radiotelevisivo pubblico che comunicherà ai cittadini ciò che è giusto e ciò che non lo è.
In queste condizioni mi pare che questa riforma non possa essere assolutamente votata. Non produce nulla: fa solo danno e confusione. È un altro pezzo delle istituzioni che se ne va; un altro pezzo della democrazia che non ci sarà più, a favore di una monarchia del futuro. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice De Pin. Ne ha facoltà.
DE PIN (GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)). Signora Presidente, Sottosegretario, onorevoli colleghi, in questi giorni mi è capitato di pensare - e lo si è ribadito più volte anche in questa Assemblea - a quanto ingiusta possa essere la vita. C'è un uomo che avrebbe avuto tutto il diritto di essere oggi ospite d'onore in questa Aula e che, invece, come Mosè, caduto prima di raggiungere la terra promessa, ha potuto solo intravvedere il frutto dell'opera sua, di un'intera esistenza dedicata all'intrigo e alla lotta contro la democrazia.
Mi riferisco, naturalmente, al venerabile maestro della loggia P2, Licio Gelli, morto ad Arezzo lo scorso dicembre. Chiunque legga il «Piano di rinascita democratica» da lui concepito non potrà non notare la sconcertante attualità di quel documento. I punti in cui si articolava il programma eversivo di Gelli sono stati tutti realizzati. Dapprima si è preso il controllo dell'intero sistema mediatico; successivamente si è introdotto un innaturale bipolarismo; infine - ed è quanto sta avvenendo oggi - si vuole sovvertire la Costituzione nata dalla Resistenza. Con l'approvazione della riforma si darà l'ultimo sigillo al progetto piduista.
La gravità di quanto sta avvenendo dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. L'abolizione del Senato elettivo, che fa seguito alla soppressione delle Province e all'introduzione di un sistema elettorale - l'Italicum - dal carattere truffaldino, in quanto volto a predeterminare l'esito del voto, costituisce un colpo durissimo alla nostra democrazia. Da domani saremo tutti meno liberi. L'Italia cesserà di essere una Repubblica parlamentare, per trasformarsi in una sorta di monarchia populista, in cui il Presidente del Consiglio potrà nominare la maggioranza assoluta dei parlamentari, la maggioranza dei giudici della Corte costituzionale, potrà decidere chi sarà il Presidente della Repubblica, potrà decidere se e quando cambiare le regole del gioco elettorale, potrà rimuovere, come già è avvenuto a Roma, i sindaci che non gli sono graditi, facendosi beffa del responso elettorale. Tutti i poteri verranno in buona sostanza spostati sull'Esecutivo, il quale, a sua volta, sarà mani e piedi legato alle autorità europee ed atlantiche, che già ora indirizzano la vita del nostro Paese.
È bene ricordare che, quando nel 2006, l'allora Premier Berlusconi e compagnia bella decisero di mettere mano alla Costituzione per concedere più poteri al Premier a discapito del Parlamento, il nostro attuale Premier, Renzi, che ai tempi era Presidente della Provincia di Firenze, si schierò apertamente e fermamente per il no al referendum in quanto - sono parole sue - sarebbe stato un grosso affronto alla Costituzione, che ne sarebbe uscita stravolta, soprattutto perché quella riforma avrebbe (udite udite) conferito al Premier poteri tanto ampi da non essercene altro esempio in alcun altro Stato democratico. Succedeva nove anni fa. Succedeva, perché il Premier non era lui.
In verità, la nostra Costituzione è già stata violata e stravolta con la modifica dell'articolo 81, che ha introdotto l'obbligo del pareggio di bilancio, obbligo che non ha fatto altro che produrre una serie di ecatombi, fatta di austerità e tagli indiscriminati alla spesa pubblica. È così che le iscrizioni all'università sono calate vertiginosamente, che l'edilizia scolastica sta letteralmente cadendo a pezzi, che molti ospedali hanno chiuso i battenti, che molta gente ha perso il lavoro e che ci si appresta ad andare in pensione a 70 anni, se tutto andrà bene, e dopo una vita di stenti.
Questo è ciò che occorrerebbe estirpare dalla nostra Costituzione. Ben venga l'indebitamento, quando abbia come primo obiettivo l'investimento infrastrutturale e quando consenta, parlando in termini di principio di sussidiarietà, ai Comuni di gestire davvero il territorio e di avere la possibilità di svolgere una politica espansiva dell'azione pubblica, a sostegno dei bisogni sociali. Si contrasti, dunque, chi governa facendo leva su crisi economiche e sul ricatto del debito pubblico, per giustificare le nefandezze di una politica basata solo sullo sfrenato capitalismo liberista e un pareggio di bilancio che subordina alla coesione economica e alla libertà concorrenziale le politiche sociali su cui si dovrebbe fondare il nostro Stato.
Dobbiamo comprendere e dare per assodato che oggi più che mai la nostra economia è in mano alle banche: gli Stati sono costretti a rivolgersi ad esse che sono rimaste le uniche emissarie di moneta.
PRESIDENTE. Senatrice De Pin, la prego di concludere il suo intervento.
DE PIN (GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)). Se non riesco a concludere, chiedo di poter lasciare agli atti la restante parte del mio intervento.
Ci hanno privati della nostra sovranità monetaria, determinando che si potrà spendere solo quanto ricavabile dalla tassazione, stando le nostre sorti nelle mani della Commissione europea, del Fondo monetario internazionale e della Banca centrale europea, tutte istituzioni non elette.
Concludo consegnando alla Presidenza la restante parte del testo scritto del mio intervento e sottolineando che anche io esprimerò un voto contrario. Spero tanto, però, in una sollevazione di popolo per il no al referendum. (Applausi dal Gruppo GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E) e del senatore Barozzino).
PRESIDENTE. La Presidenza la autorizza in tal senso.
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Diamo il benvenuto agli allievi dell'Istituto omnicomprensivo «Guido Marcelli» di Foiano della Chiana, in provincia di Arezzo, che oggi sono in visita al Senato. Benvenuti. (Applausi).
Ripresa della discussione del disegno di legge costituzionale n. 1429-D (ore 12,28)
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Donno. Ne ha facoltà.
DONNO (M5S). Signora Presidente, «la Costituzione è la bussola da seguire, politica e soprattutto morale». «Dietro ogni articolo della Carta costituzionale (...) stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza. Quindi la Repubblica è una conquista nostra e dobbiamo difenderla, costi quel che costi. Ma dobbiamo difenderla anche dalla corruzione. La corruzione è una nemica della Repubblica. E i corrotti devono essere colpiti senza nessuna attenuante, senza nessuna pietà. E dare la solidarietà, per ragioni di amicizia o di partito, significa diventare complici di questi corrotti». «Bisogna essere degni del popolo italiano. Non è degno di questo popolo colui che compie atti di disonestà e deve essere colpito senza alcuna considerazione. Guai se qualcuno, per amicizia o solidarietà di partito, dovesse sostenere questi corrotti e difenderli. In questo caso l'amicizia di partito diventa complicità ed omertà. Deve essere dato il bando a questi disonesti e a questi corrotti che offendono il popolo italiano. Offendono i milioni e milioni di italiani che pur di vivere onestamente impongono gravi sacrifici a se stessi e alle loro famiglie. Quindi, la legge sia implacabile, inflessibile contro i protagonisti di questi scandali, che danno un esempio veramente degradante al popolo italiano».
Alcune delle parole che ho appena letto sono state pronunciate da Sandro Pertini nel suo messaggio di fine anno del 31 dicembre 1979, nel suo appello ai giovani. Pertini fa riferimento ai partiti. Oggi possiamo definirli partitini, considerati ormai uno dei mali più profondi di questo martoriato Paese. Qui, nei palazzi romani, i loro esponenti fanno la sponda tra una finta opposizione in Assemblea, gli inciuci sussurrati nelle orecchie e le pressioni su chi cerca di dare seguito ad un piccolo sussulto di dignità.
Cittadini, sapete di cosa parlo: il Partito Democratico, per far digerire ai suoi parlamentari questo boccone indigesto, ha dato il via al grande mercato delle Presidenze e Vice Presidenze delle Commissioni. Per tale motivo è stato rimandato il rinnovo delle cariche di Commissione a dopo la trattazione di questa "schiforma", usata come merce di scambio nelle trattative. È aperto il totoscommesse. Per sapere chi ha piegato la testa, chi si è venduto, dovreste aspettare giovedì. Qualcuno ancora resiste; qualcuno ha già abbassato la testa. A chi resiste chiedo di farlo ancora e di non perdere la propria dignità.
Questo è solo un passaggio di ciò che accade in questi palazzi, nei palazzi del potere, ma il copione è sempre lo stesso da decenni, stessa pappa da dare in pasto all'opinione pubblica. Le solite grandi strategie delle transumanze di pedine numerate e senza nome, perché questo siete. È una pratica squallida essere considerati solo dei numeri e non persone. È evidente che la priorità per il Partito Democratico e per l'armata Brancaleone di alleati che si porta dietro è quella di dare il colpo di grazia all'unico documento valido che ci è rimasto: la Costituzione italiana.
In questo festival della follia, ogni singola modifica vista in un quadro complessivo mostra un disegno chiaro: si vuole demolire la sovranità popolare e consentire una sommaria, ingiusta costruzione di un sistema che di democratico ha solo il nome. Un pericoloso balzo a ritroso che ricorda tanto quella crisi che ha preparato il terreno per l'assestamento del totalitarismo. Quella stessa crisi che, a suo tempo, ha permesso l'insediamento di un dominio che ha distrutto la capacità politica del singolo, lo ha allontanato dalla vita pubblica e ha annullato i gruppi e le aggregazioni critiche del tessuto sociale in nome di una sola parola: potere.
La storia, in questo, è maestra. Si sa che nei periodi di crisi si approfitta del popolo per approvare, con sistemi di distrazione di massa, piani accentratori architettati con abili colpi di mano. Ed è quello che sta accadendo ora. Il Senato, quello che oggi è un funzionante ramo del Parlamento che svolge in pieno le proprie funzioni, diventerà un ostello, un parcheggio politico, dove stazioneranno sindaci e consiglieri che, di fatto, dovranno dotarsi del dono dell'onnipresenza.
Le funzioni dei futuri componenti del Senato sono designate in maniera negativa, inversa. I nuovi componenti, infatti, non approveranno, né emenderanno, né bocceranno le leggi e non saranno più chiamati ad esprimere il voto di fiducia. Il Senato, perciò, verrà estromesso dalla relazione fiduciaria con il Governo, gestita esclusivamente dall'unico ramo rimanente del Parlamento. Nessuna funzione di indirizzo politico ma, soprattutto, nessun controllo sull'operato del Governo. È grave tutto questo.
Questo Senato farà da guardone, potendosi permettere mere osservazioni su atti o documenti all'esame della Camera, un'attività che equivale a scrutare dal buco della serratura senza poter entrare in casa, nella propria casa.
Ma che senso ha dar vita ad una struttura parlamentare dove c'è una sovra rappresentanza di organi esecutivi regionali e locali se già esiste un potere esecutivo ed è costituito dal Governo? Che senso ha conservare un organo svuotato delle proprie funzioni, svilito e reso inutile?
In tutto questo, poi, la Camera diventerà un mero prolungamento del braccio forte del Governo, in barba all'equilibrio dei poteri dello Stato e dei pesi e contrappesi di cui parlano gli esperti costituzionalisti. E se nell'unico ramo rimasto del Parlamento si verranno a creare spaccature interne al partito di maggioranza, basterà fare del sano ostracismo: tagliare qualche testa, come siete abituati a fare, ed il gioco è fatto.
I tre poteri dello Stato, di fatto, si intrecceranno per diventare un solo monolitico potere nelle mani di un solo uomo, ossia il Premier. Si vuole ridurre il potere degli elettori e, con esso, la sovranità delle singole unità che fanno l'identità di questa Nazione, vale a dire i cittadini. In un contesto in cui vengono a mancare gli organi di controllo e di supervisione, le garanzie democratiche si tritureranno e si metterà il bavaglio alla voce dei singoli, falsandone le determinazioni.
Ripetete che tutto ciò è volto al risparmio delle risorse. Falsi! Bugiardi! Il sistema può essere ammodernato attraverso dei semplici passaggi, come il dimezzamento degli stipendi di ogni singolo parlamentare di Camera e Senato o l'abolizione dei finanziamenti pubblici ai partiti, tutte buone pratiche di cui potremmo sempre insegnarvi l'operato. Noi siamo la dimostrazione di tutto questo. Dove sono finiti gli intenti di semplificazione e di decurtazione degli aggravi economici di cui tanto vi vantate?
Quello di cui stiamo parlando non è un brutto sogno, non è una visione distopica del futuro: è ciò che sta accadendo al nostro Paese. È ciò che voi state facendo accadere. E tutto questo è drammatico. Pertini lo avrebbe mai permesso? Avrebbe permesso questo sistema balordo? Avrebbe permesso di aiutare le banche anziché i cittadini? Ricordo lo scandalo della Banca Etruria. Non è un episodio lontano, anche se la stampa asservita al potere ha fatto in modo di non parlarne più. Le responsabilità sono tuttora presenti e pesanti; pesano sulle spalle delle migliaia di famiglie che hanno perso i loro risparmi. Loro. E noi? Noi non dimentichiamo come le capacità oratorie della ministra Boschi vi abbiano potuto incantare. Solo i galletti del pollaio renziano continuano ad essere imboccati, ma intanto i problemi restano. Cosa importa se gli obbligazionisti e gli azionisti truffati non potranno più rivalersi sugli ex amministratori delle quattro banche fallite? Cosa importa se rischiamo di ritrovarci questi stessi manager incapaci alla guida di qualche altra banca? Cosa importa se il sistema di sorveglianza e controllo sulle banche è stato e continua ad essere fallimentare? Cosa importa se il papà di miss fiducia Boschi, l'ex vice presidente di Banca Etruria, è uscito a testa alta da questo vergognoso scandalo grazie alle doti della diletta figlia, formata nella prestigiosa scuola della Leopolda? Cosa importa se oggi solo un laureato su due trova lavoro dopo il conseguimento del titolo, oppure è costretto a trasferirsi all'estero per cercarlo? Cosa importa se le tasse strozzano i piccoli imprenditori e le aziende chiudono, mettendo per strada migliaia di lavoratori; se il popolo è affamato, disperato, svilito nella sua sovranità?
Questa pseudo riforma rischia di aggravare in maniera irreversibile il declino istituzionale e culturale dell'Italia. Questa "schiforma" consiste in una parvenza di monocameralismo, imperfetto: un Parlamento di nominati, strettamente controllato e diretto dal Governo.
Il Movimento 5 Stelle si oppone fortemente a tutto questo, così come ci opponiamo ancora più duramente a questa sorta di oscurantismo renziano, fatto di regalie, di corrotti, di mafiosi, di Rolex da 15.000 euro. Ci opponiamo ad un'idea di Stato concepito come un bancomat, al quale all'occorrenza, magari quando fallisce una banca di famigghia, si possa liberamente attingere. Dovete affamare l'ISIS, non il popolo italiano!
Ci opponiamo al venir meno del patto di fiducia tra istituzioni e cittadini, oggi traditi e stuprati vilmente nella loro sovranità, per fare posto ad una nuova dittatura massonica. Questa è la verità. Bisogna essere degni del popolo italiano e voi non lo siete. Lo state dimostrando.
Mi avvio alla conclusione. Auspico una trasformazione di questo doloroso frammento di una storia scritta a più mani in una prossima vittoria. Noi difenderemo la democrazia e la Costituzione. Se vuoi la pace prepara la guerra: noi ci stiamo preparando, siamo pronti, andremo avanti, costi quel che costi. (Applausi dal Gruppo M5S).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Galimberti. Ne ha facoltà.
GALIMBERTI (FI-PdL XVII). Signora Presidente, oggi, in quest'Aula, la maggioranza vorrebbe mandare in soffitta la Costituzione che ha rappresentato l'ossatura e l'armatura della nostra Repubblica, che ha assicurato il contrappeso dei poteri dello Stato garantendo ai cittadini una vera democrazia, che ha permesso alle nostre istituzioni di adeguarsi, forse non sempre perfettamente, alle necessità contemporanee. Un'opera che reca le firme di statisti come De Gasperi, Saragat, Calamandrei e Togliatti che oggi, disgraziatamente, potrebbe cedere il passo a questo obbrobrio istituzionale che di principi democratici ha davvero ben poco.
Non discuto la necessità di cambiare le regole per garantire uno Stato veramente più efficiente per il bene del Paese.
Certamente si devono razionalizzare i processi legislativi e si devono migliorare i meccanismi che favoriscono la governabilità del Paese. Si deve anche e soprattutto definire i limiti e le competenze di Stato e Regioni.
Proprio per queste ragioni avevo avallato il progetto di riforma, convinto che per un cambiamento così importante fosse necessario garantire il più ampio coinvolgimento dell'arco parlamentare, nel pieno rispetto dello spirito costituente. Un concetto semplice, ben chiaro a tutti, ma purtroppo non condiviso dal Governo e dalla sua maggioranza di cui è espressione che in questi mesi ha voluto una continua dimostrazione di forza nei confronti di un Parlamento ormai ridotto a semplice scribacchino dell'Esecutivo, costantemente umiliato e imbavagliato, destituito del suo stesso potere legislativo. Umiliazioni a cui ancora oggi siamo sottoposti, costretti ad una discussione contingentata; uno sfregio all'autorevolezza dell'Assemblea e alla libertà dei suoi componenti.
Con la scusa dell'approvazione in tempi stretti non si vuole permettere quel necessario dibattito che potrebbe smuovere le coscienze e formare un'opinione, magari diversa, da quell'uomo solo al comando. Non si deve, quindi, correre per ragioni di urgenza, ma piuttosto per il timore che la democrazia, quella che la nostra attuale Costituzione garantisce, possa sopraffare quell'autoritarismo previsto dalla nuova riforma ma oggi de facto già attuata dal Governo.
Un'imposizione frutto della megalomania di questa maggioranza, più attenta a rincorrere la sensazionalità della notizia e di un tweet di tendenza che alla realizzazione di scelte politiche assennate. Nulla di nuovo.
L'intero percorso di questo provvedimento è costellato di simili oltraggi: dalla sostituzione in Commissione di alcuni colleghi di maggioranza non in linea con il pensiero unico imposto dalla dirigenza del PD, alle modifiche del testo, volute sempre dalla dirigenza del PD, per finire alla calendarizzazione forzata della settimana scorsa, imposta ancora una volta dalla dirigenza del PD. E lasciatemi dire che si potrebbe sostituire al termine «dirigenza» quello di «dirigente», che sarebbe forse più appropriato.
Una tendenza che non potrà che aggravarsi, stanti le modifiche costituzionali previste da questa riforma, a cominciare dalla riduzione del Senato a semplice poltronificio di rappresentanti di Regioni e autonomie. Avrà solo funzioni secondarie di controllo, senza mai contribuire al processo legislativo, quando invece la maggioranza del mondo occidentale conserva un sistema bicamerale quale massima garanzia di democrazia per i cittadini. Umiliare così il Senato non ha neanche una valenza economica, perché il misero risparmio verrà compensato con ulteriori costi in capo alle Regioni (e sempre di soldi pubblici si parla).
Il depotenziamento del Senato fa sì che tutte le competenze legislative saranno in capo ad una sola Camera. Grazie al combinato disposto tra riforma costituzionale e legge elettorale, per effetto dello spropositato premio di maggioranza, il partito che vincerà le prossime elezioni, pur non rappresentando la maggioranza degli italiani, avrà il controllo della Camera dei deputati, eleggerà da solo il Presidente della Repubblica, accorderà da solo la fiducia al Governo e al Presidente del Consiglio, nominerà da solo i Presidenti di tutte le Authority e direttamente e indirettamente controllerà da solo la maggioranza dei componenti della Corte costituzionale e del Consiglio superiore della magistratura.
È la fine di quel check and balance su cui si fonda la democrazia. Potere legislativo, potere esecutivo, potere giudiziario nelle mani di un solo partito: è la fine della libertà.
Alla luce di tutto ciò, mi chiedo ancora una volta dove sia finita quella fiamma costituzionale che ardeva nelle parole del presidente Mattarella quando, il 20 ottobre 2005, in veste di deputato, si scagliò contro la riforma del Governo Berlusconi che, contrariamente alla proposta ora in discussione, oltre a garantire la governabilità, prevedeva anche indispensabili meccanismi di equilibrio istituzionale. Proprio ora che rappresenta la massima autorità garante della Costituzione, perché, presidente Mattarella, tace davanti ad un simile attacco alle nostre libertà?
Ebbene ad ella e ai colleghi di maggioranza, effettiva ed in qualche modo allargata, vorrei ricordare le parole pronunciate da Don Sturzo proprio in questo Senato il 27 giugno 1957: «La Costituzione è il fondamento della Repubblica. Se cade dal cuore del popolo, se non è rispettata dalle autorità politiche, se non è difesa dal Governo e dal Parlamento, se è manomessa dai partiti, verrà a mancare il terreno sodo sul quale sono fabbricate le nostre istituzioni e ancorate le nostre libertà». Spero che queste parole, che ancora riecheggiano in quest'Aula così forti ed attuali, possano risvegliare le coscienze di tutti i presenti affinché antepongano il futuro del Paese al miserrimo gioco politico.
Con il voto di oggi il Senato potrebbe mortificare ancora una volta non solo se stesso, ma il Paese intero, scrivendo una delle pagine più povere della storia delle istituzioni italiane. Non mi assocerò mai ad un tale oltraggio; non scriverò mai il mio nome tra coloro che hanno danneggiato la libertà degli italiani e lo sottolineerò con il mio voto contrario, sperando che allo stesso modo voteranno tutti coloro che potranno agire in libertà di coscienza. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII e del senatore Consiglio).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Chiti. Ne ha facoltà.
CHITI (PD). Signora Presidente, colleghi, signori del Governo, il testo sottoposto al nostro esame non ha subìto modificazioni nel passaggio alla Camera dei deputati. Su di esso, quindi, a differenza del primo progetto, confermo, come in occasione della precedente lettura nell'autunno scorso, il mio voto positivo.
Nel corso della precedente lettura ho illustrato le ragioni del mio consenso. Il superamento del bicameralismo paritario è una necessità per la nostra democrazia e penso che il non riuscirci darebbe un colpo definitivo alla credibilità della politica nel nostro Paese, nel dilagare in tutta Europa dei populismi che sfidano la democrazia rappresentativa e lo stesso futuro dell'Unione europea.
Il superamento del bicameralismo paritario avviene ora, dopo le modifiche che abbiamo apportato in Senato la volta scorsa, su basi che sono per me condivisibili nella sostanza. Faccio anzitutto riferimento alle competenze affidate al Senato, al mantenimento del bicameralismo paritario sulle revisioni della Costituzione e sui referendum e ad un ruolo di rilievo del Senato nel controllo delle politiche pubbliche e delle nomine del Governo, compiti che possono essere di primo piano nel rapporto con l'Unione europea e con il sistema delle Regioni e delle autonomie locali.
Naturalmente, come sempre avviene in democrazia e nella riforma delle istituzioni, i compiti bisogna poi saperli svolgere, ma a me pare sbagliato e forse frutto di una cultura parlamentare non aggiornata il fatto che si ritenga, ad esempio, che funzioni di controllo sulle politiche pubbliche o sulle nomine governative siano qualcosa di non rilevante per una Camera.
Rispetto poi al tema di un più complessivo equilibrio nel sistema democratico, ricordo che le modalità per l'elezione del Presidente della Repubblica, anche se per me sarebbe stata auspicabile una più precisa norma di chiusura che non abbiamo trovato, hanno tolto questa elezione alla forza di un solo partito o di una maggioranza. Da questo punto di vista, mi ha stupito il senatore Quagliariello - lo dico perché lo stimo ed ho con lui un rapporto cordiale di confronto - quando ieri ha usato l'elezione del Presidente della Repubblica come uno dei motivi della sua presa di distanza, almeno come simbolo di scelta, in questo passaggio del voto al Senato. Così per la disposizione che fa sì che il Senato in modo autonomo elegga i tre giudici della Corte costituzionale. Anche questi aspetti, con le correzioni che noi abbiamo introdotto, rappresentano a mio giudizio un passo in avanti.
Così, per quanto si riferisce al referendum propositivo e di indirizzo. Sono stupito dal fatto che nel dibattito gli interventi che ho ascoltato qui o alla televisione non abbiano messo con forza in evidenza l'attuazione di questi strumenti che sono stati introdotti. Questo è corretto, bisogna ora dare loro attuazione, ma i referendum propositivi e di indirizzo sono una scelta significativa nel rapporto tra istituzioni della democrazia e cittadini in una fase in cui la democrazia rappresentativa ha bisogno di far proprio e di rendere complementari momenti e strumenti di partecipazione diretta.
Infine, per me è stata e resta decisiva la fonte di legittimità su cui si regge il Senato che verrà e cioè il fatto che i consiglieri regionali e i senatori saranno scelti dai cittadini. È una innovazione, anche questa, introdotta nel precedente passaggio al Senato e confermata alla Camera.
Naturalmente, anch'io ritengo che vi siano aspetti per me, dal mio punto di vista, meno convincenti e li ho richiamati la volta scorsa: il non bicameralismo paritario per le grandi questioni etico-politiche (penso e temo che lo comprenderemo solo nei prossimi anni se questo sarà un rischio di divisione e contrapposizione nel nostro Paese); la riduzione, che anch'io avevo proposto con altri colleghi, del numero dei deputati, la collocazione istituzionale, cioè in quale Camera, dei senatori di nomina presidenziale, non più a vita ma comunque eletti per sette anni, degli ex Presidenti della Repubblica o, come ha ricordato il collega Micheloni, degli eletti nel collegio estero.
Tuttavia, ritengo che i temi che ora ho richiamato siano certamente rilevanti, così come alcuni aspetti del nuovo Titolo V, ma non siano prevalenti, per il loro peso, così da far fallire o da portare a far fallire il percorso della riforma: esistono, dal mio punto di vista - per altri magari no - ma non mi pare che il loro peso possa oggi considerarsi prevalente rispetto all'approdo e all'esito del percorso della riforma.
Del resto, anche io avrei visto bene altre soluzioni, come ha richiamato poco fa il presidente Casini: un rigoroso modello Bundesrat, cioè il Bundesrat in quanto tale (ma comporta anche un tipo di forma di Governo e di legge elettorale), o un complessivo ed autentico modello francese, ma - vorrei dire al senatore Casini - anche questo non semplicemente per come si elegge il Senato in Francia (corpo più ristretto e competenze), ma anche per come si elegge, con un sistema a doppio turno e collegi uninominali, l'Assemblea nazionale.
Voglio dire allora che questi elementi, che ci sono, non mi portano però, come ho detto, ad assumere in coscienza la responsabilità di non sostenere l'approdo di un percorso su cui penso si giochi una parte rilevante della credibilità, non dell'una o dell'altra parte politica, ma della politica nel nostro Paese.
Non voglio, in questo intervento, tornare su polemiche con i Gruppi parlamentari o con i colleghi di altri Gruppi che, dal loro punto di vista, sono contrari al progetto di riforma. In me c'è un rammarico, che considero una sconfitta per tutti: ognuno può variare i pesi delle responsabilità, ma penso sia una sconfitta per tutti di non essere riusciti a dar vita ad una riforma più ampiamente condivisa. Avrei voluto una riforma che segnasse, con lo stesso svolgimento del referendum (che comunque ci sarà ed è una scelta, non è soltanto un fatto dovuto ai numeri, e darà ai cittadini l'ultima parola sulla riforma), un nuovo inizio nel riconoscimento reciproco e tra i partiti ed una ricostruzione di fiducia tra partiti e cittadini.
Temo, sentendo toni e argomenti di molti interventi, che il referendum stesso potrà portare non a un punto di confronto e a un momento alto di democrazia per un confronto di merito sulle diverse valutazioni della riforma, ma al rischio di una contrapposizione politica frontale che non penso sarebbe auspicabile.
D'altra parte, la strada della delegittimazione o quella delle offese, anche se fatte in modo cordiale, non evidenzia la forza delle idee, quanto piuttosto la loro debolezza e, soprattutto, non ricostruisce una fiducia nei rapporti tra cittadini e istituzioni. Dice un proverbio che seminare vento produce tempesta: tempesta, e non una convivenza più avanzata.
Né si può sostenere che la sentenza della Corte costituzionale sulla legge elettorale, in vigore ancora nel 2013, impedirebbe al Parlamento di realizzare le riforme (si dovrebbe occupare solo di questioni ordinarie, stabilendo poi quali siano). È ordinario eleggere i giudici della Corte? È ordinario eleggere i Presidenti della Repubblica? Mi pare una strada che non abbia molto senso e, soprattutto, non è la verità. Se tra noi non ci diciamo ciò che corrisponde alla verità, è difficile ricostruire qualcosa con i cittadini.
Così come voglio notare, in conclusione, l'atteggiamento dei colleghi di Forza Italia quando esprimono insoddisfazioni, punti di critica, che li portano ad alzare i toni e il livello del confronto per testimoniare il loro no alla riforma. Addirittura, anche loro parlano di un attacco alla libertà e alla democrazia. Io penso, però, che i cittadini non seguiranno questa strada, perché i cittadini che decidono hanno consapevolezza quanto noi delle cose. Ripeto, resterei al merito, ma soprattutto, come giustificano questi colleghi di aver votato per la riforma quando l'innovazione cui ho fatto riferimento non c'era? Quindi, oggi votano perché le innovazioni sono insoddisfacenti o inconcludenti, ma hanno già votato quando queste non c'erano. Così come hanno votato a favore dell'Italicum, quando alcuni di noi hanno, rispetto a esso, sollevato alcune riserve, che erano riserve non soltanto, come ieri ancora diceva il senatore Quagliariello, legate alla possibilità di introdurre nel ballottaggio il realizzarsi di una coalizione, ma anche alla pienezza della rappresentanza (e anche questo aspetto va tenuto presente, e non è secondario) rispetto ai capilista bloccati.
Infine, conta molto ciò che avverrà nei prossimi mesi, da qui al referendum. Io ho in mente un editoriale del professor Ainis sul «Corriere della Sera» del 14 gennaio scorso, nel quale mi sono ritrovato, come argomentazioni, rispetto alle mie valutazioni. Il professor Ainis diceva che occorrono misure per rendere più rapida e più efficace l'attuazione di impostazioni contenute nella riforma. Egli ne citava diverse, ma tra le prime vi era la legge per l'elezione dei consiglieri senatori. Alcuni di noi hanno già avanzato proposte (il primo firmatario è il collega Fornaro) per la legge elettorale con cui dare forma concreta al fatto che saranno i cittadini a scegliere e designare i futuri consiglieri senatori. Se su questa, o su altre proposte che potranno esserci, si dà vita subito ad un confronto e si incardinano le proposte (certo, di più non si può fare, ma l'incardinamento e il confronto può esserci), se questa situazione sarà già in essere durante il referendum e se, come io penso, il referendum approverà la riforma, l'assunzione dell'impegno ad applicare la riforma sarà efficace e rapido.
Concludo davvero, signora Presidente. Dico ad alcuni colleghi con cui ho fatto dei tratti di strada (ad esempio il collega Micheloni, il cui intervento ho ascoltato questa mattina), che in questo nostro viaggio verso la riforma della Costituzione le posizioni si sono intrecciate, unite, talvolta divise, com'è normale, perché ognuno di noi fa riferimento alle proprie convinzioni. Penso che fra noi, non solo dentro il PD, ma tra noi senatori e parlamentari, prima di tutto debba esservi rispetto, tanto più - vorrei dire - quando c'è un dissenso legittimo. Di fronte a passaggi di così grande rilievo, ancor più per ognuno si pone il tema, che non è semplice e che è richiamato anche in testi di cultura politica, del rapporto tra l'etica dei valori, cioè i propri convincimenti ideali, e l'etica della responsabilità, cioè i punti di equilibrio, di ascolto, di ricerca, di costruzione paziente di convergenze e - se si vuole - di compromessi, che non siano bloccati da assoluti personali, perché questo consente di assumere decisioni, di far avanzare scelte che mantengono coerenza con i principi, quelli irrinunciabili, che ci guidano.
Se non si opera questo sforzo, si può restare o nella testimonianza nobile, seria, ma che non costruisce opere e soluzioni concrete, oppure si può cadere in un pragmatismo senza ideali, che può diventare anche cinico. Non esiste naturalmente un automatismo che segni in modo inequivocabile dove sia il terreno, il confine sul quale si incontrano l'etica dei valori e quella della responsabilità. Ognuno per definire questo terreno deve seguire la propria riflessione, la propria coscienza, assumersi il dovere di una scelta di cui poi rispondere. Per me personalmente questo confine e questo terreno di incontro nella riforma si è realizzato con le innovazioni che sono state introdotte e che ho richiamato. Io rispetto chi non le ritiene sufficienti o soddisfacenti, se nel merito le argomenta e al merito sta; per me invece rendono il progetto di riforma in grado di poter essere sostenuto; l'impegno deve essere poi quello di attuare, dopo il referendum, le innovazioni fondamentali che vi sono contenute. Questo è l'impegno e la convinzione che accompagna il mio voto positivo. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Catalfo. Ne ha facoltà.
CATALFO (M5S). Signora Presidente, voglio iniziare il mio intervento immaginando i pensieri e i discorsi dei prossimi senatori all'interno dell'Aula in cui siamo presenti noi in questo momento: «Sono un senatore della Repubblica nominato grazie all'ex presidente del Consiglio Matteo Renzi. Chi lo doveva dire! Sono uno dei tanti consiglieri regionali italiani che adesso siedono insieme a me sugli scranni di questo senato. Siamo in cento. Caspita che occasione! Chi lo doveva dire che un plurindagato come me sarebbe arrivato qui, seduto tra il rosso di questi scranni dove sedevano i primi senatori della Repubblica; l'ho scampata bella!» - pensa il senatore sfregandosi le mani - «Mi hanno dato pure l'immunità».
Rivolgendosi poi al collega senatore, consigliere regionale nominato anche lui a ricoprire tale carica gli dice: «Sai quegli interessi che abbiamo con quell'imprenditore? Beh, adesso con l'immunità non ci tocca nessuno! Poi quegli affari che abbiamo con quei tali che gestiscono i servizi per gli svantaggiati sono grossi e coprono tutto il territorio nazionale: anche quelli possiamo favorire. E quell'opera, quella di cui ti parlavo, quella grande opera ci porterà miliardi. Lo sai che possiamo cambiare la Costituzione, amico mio? Sai quell'articolo della Costituzione, l'articolo 3, quello che dice che "è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese"? Ho pensato che potremmo togliere quella parola, "di fatto". Sai quante porte si apriranno per i nostri affari? Quanti soldi potremo recuperare per distrarli in opere che più ci aggradano? La gente così dovrà essere a nostra disposizione.
Noi gestiremo la politica e l'economia. Noi gestiremo la stampa. La libertà sarà nostra, solo nostra!». «Ma non lo aveva introdotto la Mattei quel "di fatto"?» - gli chiede il collega - «Mattei chi? Non so chi sia la Mattei! Non farmi perdere tempo, non so chi sia questa tizia. L'importante è ciò che potremo ottenere e gestire togliendo solo due paroline: "di fatto". Così, di fatto, i liberi saremo solo noi!». E si sfrega di nuovo le mani.
Ecco, questo è un breve spaccato di quello che sarà lo scempio voluto da questo Governo. Siamo arrivati al voto finale di questa che mi piace chiamare "deforme" costituzionale. Durante il suo lungo iter abbiamo potuto osservare l'azione di questo Governo: maggioranze variabili, con annessi nazareni conditi da cambi di casacca. Ultimo della serie, il gruppo di responsabili capitanati da Verdini allo scorso passaggio parlamentare qui al Senato.
Ma parliamo del merito della riforma, dei suoi contenuti, dei punti di debolezza e degli strascichi che questa riforma porterà con sé negli equilibri costituzionali. È lì che possiamo veramente metterci le mani nei capelli. La prima obiezione di fondo è quella dichiarata da alcuni costituzionalisti (e più volte ribadita in quest'Aula nel corso dell'iter), i quali ritengono che, dopo la sentenza n. l del 2014 della Corte costituzionale, questo Parlamento non sia idoneo ad intraprendere un percorso di riforme così impegnativo. In democrazia la sovranità è del popolo e non dell'assemblea del PD; è il popolo ad eleggere i propri rappresentanti. Con la soppressione dell'elezione diretta dei rappresentanti dei cittadini nel Senato della Repubblica, si costituirà a tutti gli effetti un lungo passo indietro nel tempo, precisamente a quando l'elettorato passivo spettava a pochi ed era riservato solo a coloro che assolvevano a determinati requisiti di potere. Ed è questo quello che volete.
Nel progetto di riforma, proposto da un Governo presieduto da un nominato, i membri del Senato verranno scelti in base ad un meccanismo ibrido, tra «il cumulo di cariche» e «le elezioni ristrette», dove i votanti in pratica sono solamente i titolari di altri incarichi politici pubblici di rilievo (sindaci e consiglieri regionali).
Un'altra grana, un altro ibrido che avete prodotto nel testo riguarda proprio l'articolo 116 della Costituzione, contenuto nel Titolo V. Le Regioni potranno vedersi devolute dallo Stato «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia», su giustizia, istruzione, turismo e beni culturali, ma a condizione che esse siano «in condizione di equilibrio tra le entrate e le spese». Anche qui avete aggirato l'ostacolo e non avete affrontato realmente la questione.
Per quanto riguarda la materia lavoristica, non è si voluto imparare nulla dalla lezione dataci dalla riforma del Titolo V. Infatti la necessità di una strutturazione organica delle politiche attive del lavoro si scontra, anche questa volta, con le frammentazioni che questa riforma causerà (semiriforma). Garantire infatti la possibilità di demandare le politiche attive del lavoro alla competenza regionale, di nuovo, farà sì di acuire ancora di più i divari regionali. C'è bisogno, soprattutto in questo caso, di un disegno comune sia per l'organizzazione degli uffici, che per la pianificazione delle politiche del lavoro; solo così potremo finalmente puntare alla convergenza tra Regioni e territori.
Abolire il bicameralismo perfetto significa alterare irrimediabilmente la capacità legislativa del Parlamento; e voi ne sarete responsabili. L'attuale Governo spiega che eliminando il bicameralismo si avrebbe un considerevole risparmio per le casse dello Stato. Tale risparmio però, tutt'altro che considerevole, si avrebbe soltanto per le funzioni del Senato e non per i suoi costi, che rimangono di fatto pressoché uguali. La sua abolizione invece influirà sull'andamento democratico del nostro Paese. La previsione dei Padri costituenti del bicameralismo paritario, infatti, era stata espressa proprio per timore di una possibile futura svolta autoritaria delle istituzioni. Rischiamo di far piombare l'Italia, paradossalmente, in una situazione di crisi istituzionale mai vista in precedenza.
Si fa sempre riferimento a Paesi quali Francia e Gran Bretagna, sia per le riforme costituzionali, che per altri tipi di riforme, come Paesi da prendere ad esempio per efficienza parlamentare. Bene, sono proprio questi Paesi, culle del moderno parlamentarismo, che per tradizione delle istituzioni democratiche (la prima Paese natale del moderno stato di diritto; la seconda culla del parlamentarismo) possono permettersi un bicameralismo non paritario. Il nostro Paese si dimostra ancora ora non pronto per un passo così grande e brusco. Lo spettro di un nuovo autoritarismo si aggira ancora nelle stanze e nei luoghi di questa ancora acerba democrazia, che non è stata capace di applicare gli articoli della Costituzione in più di sessant'anni dalla nascita della stessa.
È sotto gli occhi di tutti, tra l'altro, come la corruzione, i favoritismi e le clientele siano ancora ben radicati e presenti nel nostro Paese. Garantire il principio democratico reale, cioè diretto, è per il Movimento 5 Stelle un presupposto fondamentale. Garantire una rappresentanza e un controllo diretto da parte del cittadino, che voi volete rendere sempre meno partecipe alla vita del Paese, è invece principio fondamentale su cui si poggiano le fondamenta del Movimento.
Riepilogando il copione degli ultimi mesi, abbiamo una maggioranza incostituzionale che mette mano alla Costituzione con un atto di forza da parte di un Governo nominato. La chiamerei vergogna incostituzionale. Più volte il Movimento ha indicato la strada giusta per ridurre i costi della politica, concetti molto semplici, ma che hanno avuto scarso seguito tra gli scranni del Parlamento; lo abbiamo detto più volte: riduzione dei Parlamentari, dimezzamento degli stipendi, rendicontazione obbligatoria delle diarie, restituzione del non speso, abolizione dell'indennità di carica, dell'assegno di fine mandato e abolizione reale del finanziamento pubblico ai partiti.
Dite di volere questa riforma per la lentezza delle procedure di approvazione delle leggi, ma non mi sembra che sia stato tanto lento l'iter che ha portato all'approvazione della legge Boccadutri per potere intascare voi, con una maxisanatoria, 45 milioni di euro senza alcun controllo sui bilanci o allo spot elettorale sugli 80 euro, che nulla ha influito sull'economia italiana e sulla diminuzione della povertà. È, quindi, una questione di mera volontà e non di procedure parlamentari. La riprova sta nel fatto che il nostro provvedimento sul reddito di cittadinanza latita in Commissione lavoro da più di un anno. Pertanto, l'interrogativo rimane; anzi, a questo se ne aggiunge un altro, considerando che lo spirito di una riforma costituzionale deve essere necessariamente quello di applicare nel mutato contesto sociale i principi ai quali è ispirata la Carta costituzionale. Questo Parlamento e questo Governo, nella loro inconsueta formazione, non sono in grado di offrire una valida riforma costituzionale e finiranno per fare entrare all'interno della nostra Costituzione il decadentismo politico di questi anni e anche di questo vi assumerete la responsabilità.
È veramente questa la riforma di cui ha bisogno il nostro Paese? Avete chiesto agli italiani cosa vogliono? Siete andati per le strade? Avete visto in che condizioni versano i nostri giovani, le famiglie e i pensionati? Avete ascoltato la gente? Dovremmo imparare; dovreste imparare ad avere un ascolto attivo - così si chiama - a capire quali sono i problemi delle persone, ad applicare realmente gli articoli della Costituzione e ad applicare quel modello sociale che tanto si sente nelle vostre bocche e, a volte, si vede sui vostri scritti, ma che mai si vede applicato in Italia per i nostri cittadini.
Il Movimento 5 Stelle ha chiare le proprie idee: reddito di cittadinanza come riforma strutturale per affrontare i veri problemi reali del Paese e delle persone che, ad oggi, non sanno come arrivare a fine mese. Non serve una diatriba su riforme che questo Parlamento non può fare. Ci vuole un reddito per ridare dignità - è nel famoso articolo 3 di cui parliamo e di cui ho parlato prima e per cui tanto si sono battuti i nostri Padri costituenti - a milioni di famiglie, a queste istituzioni ormai lontane dal quotidiano. La legge sul reddito di cittadinanza è stata incardinata in Commissione più di un anno fa. Ancora oggi non sappiamo quanto lungo sia il suo iter, perché le priorità di questo Governo e di questo Parlamento sono altre.
Questo dimostra quanto il Parlamento sia impegnato in tematiche cruciali, a tutela dei cittadini. Si tratta di una misura concreta, che farebbe uscire dalla condizione di povertà 10 milioni di cittadini italiani e 1,5 milioni di bambini poveri, quei bambini poveri di cui tanto vi riempite la bocca nelle trasmissioni televisive e nei comunicati stampa ma per i quali non fate nulla. Si tratta di 1,5 milioni di bambini poveri e di un italiano su sei! Così, venite a dirci che il Parlamento ha ben altro da fare, forse perché, per l'appunto, il cittadino è l'ultimo degli interessi di questo Parlamento e forse perché il Parlamento non ha alcuna intenzione di applicare quelle due paroline, di cui parlavano i due senatori citati all'inizio del mio intervento: «di fatto»; quelle paroline, introdotte in Costituzione da Teresa Mattei, che ha impiegato tutta la sua vita in difesa dei poveri.
Avete iniziato con il negare ai cittadini italiani gli strumenti per poter vivere dignitosamente. Avete tolto loro l'istruzione di qualità: ricordo il pericolo che i Padri costituenti citavano, a proposito della questione della cultura, della scuola e dell'istruzione pubblica. Avete eliminato la sicurezza del lavoro e la certezza di un futuro per i lavoratori e le famiglie italiane. Avete tolto la speranza ai giovani e avete eliminato il progetto di vita delle famiglie e dei giovani italiani. Avete chiamato le vostre riforme con nomi inglesi, così da confondere gli italiani.
Infine, dopo tutto questo, quando il cittadino sarà disperato e non avrà alcuna certezza, sarà pronto a non vedersi più rappresentato all'interno delle istituzioni. Sappiamo tutti che il prossimo passo sarà portar via loro anche il diritto di voto ed è quello che state facendo. Questo è il vostro progetto. Ci sarà l'uomo solo al comando, sogno infranto della destra berlusconiana, che invece, il signor Renzi, presidente nominato e non eletto, sta portando finalmente a compimento.
Vogliamo darvi però questo messaggio, dicendo che il Movimento 5 Stelle non demorde, che non tutto è perduto e che la Costituzione ci dà ancora gli strumenti per fermare questa riforma, una volta per tutte, attraverso il referendum costituzionale. Saranno i cittadini, in una prova di democrazia - questa volta quella vera, diretta - a darvi torto, tramite la consultazione referendaria. Noi del Movimento 5 Stelle non abbiamo paura di scendere per le strade e nelle piazze, parleremo con la gente, come facciamo già ogni giorno, ogni momento, da anni, da prima di essere presenti in Parlamento, e spiegheremo i rischi e le conseguenze di questa "deforma", voluta da un Governo di nominati. (Applausi dal Gruppo M5S. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mineo. Ne ha facoltà.
MINEO (Misto). Signora Presidente, signore senatrici e signori senatori, penso che in occasione del terzo esame da parte del Senato di questo disegno di legge non si debbano ripetere le passioni e le argomentazione che si sono espresse prima in Commissione e poi nel corso della prima lettura, perché, a questo punto, la ratio costituzionale non è quella di ripetere se si è d'accordo o no, ma quella di cercare di capire se, nonostante tutto, la riforma che si è fatta possa servire e possa inserirsi utilmente nell'assetto costituzionale.
Provo a straniarmi, come avrebbe detto Ettore Scola, che si occupava professionalmente di questi tentativi di guardare le cose fuori da sé, per porre in essere un certo tipo di relazione e di racconto.
La prima cosa che noto dal testo è che, come sostiene Ainis, su molti aspetti decisivi la riforma non decide, o meglio rinvia la decisione alla legge che verrà: è una riforma incompiuta. Se dovessi spiegare a degli studenti universitari, o a un pubblico di spettatori televisivi di un programma di approfondimento, come e quando saranno scelti i prossimi senatori, non saprei come rispondere, balbetterei. Mi chiedo infatti cosa voglia dire, come scritto in un articolo del disegno di legge di riforma costituzionale, che saranno eletti dai Consigli regionali e, come scritto in un altro articolo, che saranno scelti direttamente dagli elettori al momento del voto del Consiglio regionale. Dipende tutto dalla legge che verrà. La riforma è incompiuta e nessuno sa quando sarà approvata la legge che la renderà compiuta.
Sempre Ainis nota, in quell'articolo del «Corriere della Sera» che è stato secondo me impropriamente citato dall'amico Vannino Chiti, che per l'elezione dei Consigli regionali era previsto nella Costituzione un vincolo ultimativo di un anno, ma l'elezione dei Consigli regionali che si doveva tenere nel 1948, come tutti sapete, si è fatta poi nel 1970. Non sappiamo quindi da chi e come saranno scelti i nuovi senatori, né quando saranno scelti con il nuovo rito.
In secondo luogo, la legge che sottoporremo al referendum è contraddittoria, perché da una parte trasforma il Senato della Repubblica (che si chiamerà sempre così) in un Senato delle autonomie, portando a Roma sindaci e consiglieri regionali; dall'altra, il disegno di legge in esame è protagonista di uno svuotamento dei poteri autonomi delle Regioni, tanto da far dire a un emblema della moderazione, qual è il senatore Casini, che c'è una tensione centralista quando nel disegno di legge si introduce la clausola di supremazia sulle Regioni a favore del Governo. Vi è, però, ben altro. Quando si elimina la legislazione concorrente, cari senatori, si toglie in realtà alle Regioni l'ambizione, la possibilità di contribuire alla legislazione nazionale e le si tiene in un recinto. Se sono allora in un recinto, che senso ha trasformare la Camera alta in una Camera delle autonomie? C'è una contraddizione implicita.
La terza questione che mi colpisce molto è che si tratta di un disegno di legge imprevidente, perché tocca in modo raffazzonato e politicante uno dei nodi centrali dell'equilibrio fra i poteri fissato dalla Costituzione: mi riferisco alla questione del Presidente della Repubblica. Visto che naturalmente c'è un rapporto tra il disegno di legge di riforma costituzionale e l'Italicum, sempre Ainis nota che il Premier verrà deciso dal premio di maggioranza e il Presidente della Repubblica cede espressamente (articolo 88) il potere di sciogliere il Senato, ma implicitamente anche la Camera, con un partito maggioritario (per effetto dell'Italicum) il cui leader potrà decretare vita e morte della legislatura. Non solo il Presidente della Repubblica perde il potere di sciogliere il Senato e implicitamente anche la Camera ma, come è stato notato in seconda lettura, viene eletto con una procedura che manca di una clausola di chiusura. Cioè, per evitare che si potesse dire (ecco quello che definisco politicantismo) che lo sceglieva il Premier, il Presidente della Repubblica viene eletto con un quorum qualificato e con molte votazioni. Tuttavia, per effetto dell'Italicum e di quello che accade dopo, se le minoranze fossero compatte assisteremmo a spettacoli indecorosi come quelli della elezione (o non elezione) dei giudici della Corte costituzionale, perché sarà molto difficile che passi il candidato del Premier; se invece alla fine le opposizioni cedessero e passasse il candidato del Premier, probabilmente l'elezione del Presidente della Repubblica diventerebbe oggetto di uno scambio politico.
Ora, la clausola di chiusura nei sistemi maggioritari esiste, l'ho citata nel corso del dibattito in seconda lettura e la ricordo ancora oggi. In Grecia, ad esempio, se per tre volte non si raggiunge il quorum qualificato, decade la Camera, si scioglie il Parlamento e si va al voto. Non l'abbiamo voluto fare, mantenendo la confusione su questo aspetto e ciò mi fa dire che la riforma è anche imprevidente.
Per queste tre ragioni, senza alcuno stato d'animo particolare, voterò "no" al disegno di legge al nostro esame.
Tuttavia, non vorrei parlare soltanto dell'aspetto istituzionale di quello che stiamo approvando ma anche dell'aspetto politico, che è rilevantissimo. Ieri ho seguito da casa, in streaming, il dibattito in Aula fino a notte tarda e l'impressione che ne ho avuta è penosa: perché abbiamo dovuto fare la seduta notturna? Soltanto perché qualcuno aveva detto che si doveva votare il 20, non il 21, non il 22? Non c'era alcun senso, alcun obbligo di calendario, soltanto una scelta, ipse dixit, bisogna farlo. Ma questo, cari colleghi, nasconde, e tutti voi lo sapete, una gravissima difficoltà politica del Premier e del nostro Governo, che oggi si trova in difficoltà nel suo rapporto con l'Europa. Infatti, per volersi togliere di dosso il ruolo dell'allievo diligente che aveva avuto, in una prima fase, con Angela Merkel e con Draghi, quando l'ha chiamato nell'estate del 2014 (incontro dal quale è partito il jobs act), e per cavalcare l'insoddisfazione diffusa in molti strati della popolazione nei confronti dell'Europa, il Premier ha fatto degli errori imperdonabili che pagherà l'intero Paese.
Primo errore: mentre con una come Angela Merkel si può legittimamente dire: «Non sono d'accordo con te e cerco alleanze per cambiare la politica europea», quello che non si può fare, e Renzi l'ha fatto, è usare Kaczynski e Orban per farle uno scherzetto facendoli votare contro il gasdotto Nord Stream, salvo poi incontrarsi con Putin e forse parlare di commesse italiane. Questo tipo di atteggiamento - ve lo dice uno che un po' la politica europea l'ha dovuta seguire - genera reazioni non di poco momento. Io immagino che Angela Merkel non dirà mai nulla, mai una parola nei confronti del nostro Premier e del nostro Governo; ma ci ha messo la croce sopra, e parlano altri per lei.
Lo stesse vale per Draghi. Guardate che Draghi è un protagonista - lo sapete meglio di me - politico della nuova Europa, non è soltanto il presidente tecnico della Banca centrale europea e davanti ad un Draghi che è impegnato in una battaglia difficilissima con la Bundesbank e con certi ambienti della finanza che non condividono, per esempio, il quantitative easing, e cioè la sua politica monetaria, la nostra posizione che non affronta, come ha provato ad affrontarlo Tsipras, il problema del pareggio di bilancio ma che pretende per sé, di volta in volta, comunicandolo più alla stampa che alle riunioni formali, clausole di salvaguardia e di vantaggio e favori, è una posizione che rompe profondamente le scatole. Anche da quel punto di vista aspettiamoci dei problemi.
Questo spiega anche lo scandalo che ha generato la posizione di Federica Mogherini, della quale voglio dire che è stata nominata forse senza una preparazione appropriata, ma che ha lavorato bene, ed è stata lodata da Lavrov e Kerry - che non sono proprio gli ultimi venuti - sulla vicenda dell'Iran. Federica Mogherini si è subito smarcata dalla posizione del Governo italiano e naturalmente l'incubo, come scrivono i giornali, è che si prepari in Europa un piattino come quello che fu confezionato per il Premier Silvio Berlusconi.
Io, che sono per una critica della politica economica europea, credo però che tale critica vada fatta lealmente, costruendo alleanze. Se si usa questo schema dello spianare e dell'asfaltare in Europa si fanno guai molto seri. La ragione per cui bisogna umiliare questo Senato e farlo votare quando decide il Governo senza discussione è un modo di nascondere questa profonda difficoltà.
Esiste poi un'altra difficoltà, e lo voglio dire. In queste ore si fa pressione sulla maggioranza del Governo e sui Capigruppo perché votino a favore della riforma anche se non sono convinti perché, dicono, altrimenti i voti di Verdini diventerebbero determinanti, fondamentali. Verdini lo ha detto: «Io sono l'idraulico di Renzi». I rubinetti della maggioranza a destra e a sinistra perdono continuamente; per fortuna che c'è lui che ripara il tubo.
Signori, mi rivolgo ai miei colleghi, con passione: io ho fatto il giornalista tutta la vita e non c'è nulla di peggio dell'autocensura. È molto meglio che la legge passi con 161 voti con il contributo di Verdini, piuttosto che ci si autocensuri cambiando le proprie posizioni, perché in questo modo si apre una deriva che si sa dove comincia e non si sa dove finisce.
Terza e ultima cosa: il referendum. La campagna elettorale per il referendum è già partita e non riguarda la Costituzione, né la modifica costituzionale, ma l'insieme delle cose che il nostro Governo e il nostro Presidente del Consiglio hanno fatto. È una campagna elettorale che, in modo trasparente, vuole risolvere un gap di legittimazione che Renzi ha: è stato votato da tantissimi alle primarie del PD, poi alle prime prove il Partito Democratico ha avuto un magnifico risultato nelle elezioni europee, ma questo Premier una legittimazione propria non ce l'ha. Avendo cambiato proprio tutto, è lui il primo - perché è un uomo particolarmente intelligente - a capire di aver bisogno di una legittimazione.
Ma, invece di fare come ha fatto Tsipras, che ha difficoltà molto grandi (oggi sta facendo passare una riforma delle pensioni molto complicata, poi c'è il problema dell'immigrazione, che colpisce lui quanto noi e anche molto di più) e che si è sottoposto a unreferendum popolare su una questione centrale e poi è andato ad elezioni, qui si carica un referendum confermativo di un ruolo del tutto improprio. Chi voterà «sì» al referendum confermativo non starà votando per la riforma che il senatore Chiti - bontà sua - ha promosso in occasione del secondo e terzo esame in quest'Assemblea, ma starà votando per il jobs act, per la riforma della scuola, per la riforma della RAI, per l'esibizione muscolare alla pubblica amministrazione per cui in quarantott'ore noi abbiamo risolto il problema dei funzionari infedeli. Sono balle, perché in questo Paese c'è soprattutto un deficit di governo: non è che non ci siano leggi per cacciare quelli che timbrano il cartellino e se ne vanno; non siamo capaci perché abbiamo una cattiva amministrazione, perché non abbiamo saputogestire i nostri manager, perché abbiamo un gap di governo che va avanti da quarant'anni. Stiamo trasferendo su altro, sul Parlamento e su questa politica assolutamente muscolare e populista, la nostra profonda incapacità.
Voglio solo dire veramente un'ultimissima cosa. Oggi Verderami scrive sul «Corriere della Sera» che anche con il premio di maggioranza dell'Italicum la maggioranza non sarebbe solida, perché il Premier, di riffa o di raffa, dovrebbe dare il 10 per cento alla minoranza PD. Questo va a ricasco delle cose dette da Verdini. Il punto è allora il seguente. Io non ho mai detto e altri non hanno mai detto che corriamo un rischio autoritario nel nostro Paese, perché abbiamo capito tutti che il rischio che corriamo è di continuare come prima, cioè con una mediazione corporativa estenuante. Solo che i luoghi di questa mediazione, invece di essere quelli deputati ad essa (il Parlamento), sono altrove. Questo è il pericolo: i luoghi della mediazione sono altrove. Oggi, invece di essere "condite" nelle Commissioni, le leggi vengono "condite" dall'ufficio legislativo del Governo, diretto dall'ex capo dei vigili di Firenze, Manzione. Oggi i luoghi di confronto si spostano in altri ambienti. Ecco perché ritornano non soltanto i Verdini, ma anche Carboni: professionisti, facilitatori, creatori di strutture in cui si media quello che non trova più nei ruoli propri il suo luogo di mediazione. Questo è pericoloso, perché naturalmente rende non più efficiente il sistema, ma ancora più corporativo e untuoso.
Da questo punto di vista, spero che nel prosieguo del dibattito e anche nel dibattito sul referendum qualcuno ripensi alle proprie posizioni e si preoccupi, cercando di guardare il quadro in modo un po' più complessivo. (Applausi dal Gruppo Misto-SEL e del senatore Bocchino).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bertorotta. Ne ha facoltà.
BERTOROTTA (M5S). Signora Presidente, a questo punto della discussione è veramente difficile parlare di riforme senza essere ripetitivi. Del resto, da quando il premier Renzi si è appropriato della più importante poltrona, quella di Palazzo Chigi, ne discutiamo in maniera più assidua. In fondo, attorno a questo tema gira tutta la partita di questo Esecutivo.
Ricordo ancora le parole pronunciate a marzo dello scorso anno dallo stesso Presidente, in ordine alla possibilità che la riforma non passi: non solo cade il Governo, «io mi gioco tutta la mia storia politica». Voi ci credete? Io veramente no. Credo piuttosto che sarà il referendum a dimostrare a Renzi cosa pensano veramente gli italiani della riforma costituzionale.
Tutti gli italiani di buon senso tengono alla nostra Costituzione, sanno che è il frutto dei sacrifici dei loro nonni, quelli che hanno combattuto in guerra. Questi sanno che state provando a cancellare la Carta fondamentale dei loro diritti civili e politici, la base della vita democratica di questo Paese, e io penso che non ve lo permetteranno.
Non vi state rendendo conto del male che state facendo all'Italia. Non vi state rendendo conto che, cedendo il passo a Renzi, cederete il passo al fallimento totale di questo splendido Paese. Che tristezza l'ottusità! Vendersi per pochi danari, vendere l'anima al diavolo, pur sapendo di sbagliare.
Il tempo che mi è concesso voglio impiegarlo bene; per questo ho intenzione di ribadire le osservazioni critiche che sono pervenute da molte autorevoli voci.
Il testo del disegno di legge costituzionale non è definitivamente stabilito e ai gravi punti di disaccordo ne corrispondono altri non meno essenziali, sui quali il famoso patto del Nazareno prima era sicuro, mentre oggi pare sia stato superato dal patto Renzi-Verdini.
L'esigenza di modificare l'assetto del bicameralismo è superficialmente condivisa da voi della maggioranza, non tanto per autonomia intellettuale, ma per un Diktat calato dall'alto, così come condividete l'idea di superare il bicameralismo perfetto forse perché siete certi di andare a sedere sulle poltrone di Montecitorio, convinti che, lasciando alla sola Camera il potere di dare la fiducia al Governo, e di revocarla, risolverete il problema.
Forse avete in mente che, con questa riforma, attribuendo al nuovo Senato la rappresentanza delle autonomie territoriali, l'impianto democratico resisterà ugualmente. Ma voglio chiedervi una cosa: come va costruito un Senato destinato a rappresentare il punto di vista delle autonomie? Di chi sarà davvero espressione: dei cittadini o dei loro Governi?
Il Senato rappresenterà le istituzioni territoriali, ma neanche l'ombra del popolo. Questa diventa la giustificazione della scelta di far eleggere i senatori dalle istituzioni regionali anziché dal popolo di ciascuna Regione. Una scelta, invece, bizzarra per le modalità di tale elezione: i consiglieri regionali designano chi di loro debba essere eletto, così tutto resta all'interno di ciascun Consiglio, con la sola aggiunta di qualche povero sindaco. In realtà, per chi ha redatto questo grandioso progetto non sarà stato facile ignorare i Comuni, considerato il loro antico radicamento nel Paese.
Me lo immagino qualche sindaco della mia Regione, che sarà sin d'ora in fibrillazione: non vede l'ora di sedere sugli scranni di Palazzo Madama. Eppure, a pochi è balenato il vero e serio problema. Non vi viene da pensare che questi sindaci-senatori, come del resto i consiglieri regionali, avranno difficoltà a svolgere un doppio ruolo? Corsi e ricorsi, doppi ruoli, doppi incarichi. Del resto, l'Italia è il Paese dei Mastrapasqua, che riescono a svolgere ben 25 incarichi contemporaneamente.
Un'altra questione incerta riguarda le funzioni da attribuire al Senato. In una vera democrazia, esercitare le più alte funzioni costituzionali è consentito soltanto a chi sia dotato di legittimazione popolare, ed invece, un Senato così malamente costruito partecipa addirittura alla funzione legislativa del più alto livello, la revisione della Costituzione, con i medesimi poteri della Camera elettiva. È perfino chiamato ad eleggere ben due giudici della Corte costituzionale, acquisendo così un potere ben più decisivo di quello del Senato attuale. La riforma attribuisce l'elezione di tre giudici alla Camera dei deputati (dove i deputati sono più di seicento) e di due giudici al nuovo Senato, composto da soli cento membri.
Il divario di potere tra le due Camere e tra i loro componenti è tanto evidente, quanto ingiustificato: solo se il nuovo Senato fosse concepito quale organo di garanzia, come previsto da alcune proposte emendative un simile potere potrebbe trovare giustificazione, ma è evidente che nella composizione stabilita è del tutto impensabile considerare i senatori una garanzia. Del resto, chi considererà garante un sindaco o un consigliere regionale divenuto senatore? Io penso nessuno. Il ruolo decisivo delle segreterie dei partiti sulla loro elezione (o, per meglio dire, sulla loro nomina) di certo non lo consente e la funzione loro attribuita non può che apparire un espediente per mettere le mani, in modo indiretto, sulla Corte costituzionale, vale a dire sulla composizione dell'organo che ha l'alto compito di garantire il rispetto della nostra Carta costituzionale. Del resto, due giudici a disposizione dei politici possono spostare i delicati equilibri della Corte costituzionale e anche far diventare una legge palesemente e fondatamente incostituzionale una legge costituzionalmente orientata.
Il nodo politico di fondo - cioè la rappresentatività democratica del Parlamento, se non addirittura la sorte del popolo sovrano - emerge più chiaramente guardando al complesso delle riforme, come noi abbiamo sostenuto, ovvero guardando la riforma del Senato e la nuova legge elettorale insieme. Ricordo che si tratta di una legge approvata con forzature procedimentali evidenti e, di fatto, senza un reale confronto, che distorce la volontà degli elettori attraverso l'attribuzione di un ingente premio e può consentire ad una minoranza esigua di impadronirsi di tutte le istituzioni, comprese quelle di garanzia.
Parlo di una minoranza esigua perché la soglia del 40 per cento richiesta per ottenere il premio è solo un ingannevole schermo: se nessun partito la raggiunge il risultato non è, come disposto dalla cosiddetta legge truffa del 1953, che nessuna «coalizione» (altra essenziale differenza) gode del premio e ciascuno ottiene i seggi corrispondenti ai voti ottenuti. Con la legge attuale, i due partiti più votati partecipano comunque al ballottaggio, qualunque percentuale abbiano raggiunto, e uno dei due necessariamente supererà l'altro, ottenendo il premio in seggi e il dominio su tutti, pur avendo un consenso elettorale bassissimo.
Senza una soglia per partecipare al ballottaggio e la possibilità di coalizzarsi, un solo partito prende tutto, in nome della stabilità, della governabilità e della velocità nel decidere, ma la stabilità prodotta artificialmente da meccanismi elettorali creati per tacitare il dissenso e nascondere le fratture sociali serve solo a portarci fuori dalla democrazia costituzionale.
State per votare un provvedimento che annulla le voci, ma non certo le fratture, mentre è il divario tra le persone e tra le fasce sociali a mettere a rischio la stabilità del sistema politico. È questo divario che si dovrebbe colmare, come la Costituzione vigente esige.
Tirando le somme, i cittadini non eleggono più il Senato e nell'elezione della Camera dei deputati la loro volontà viene distorta ed ha scarsissimo peso. Insomma, da questo increscioso processo riformatore il popolo esce privo di voce e sconfitta la democrazia.
L'unica speranza che noi del Movimento 5 Stelle nutriamo risiede nello strumento referendario, che permetterà ai cittadini di esprimere la loro voce. La democrazia partecipativa è l'unico strumento per poter dare risposte concrete ai bisogni delle comunità. Abbiamo sempre detto che una convivenza democratica si struttura nel dialogo serrato tra il momento della partecipazione e quello della responsabilità decisionale. Sicuramente non si struttura in una dittatura soft che mette in silenzio la voce dei comuni cittadini.
Non si può chiamare democrazia quella che assegna potere solo ad una persona, men che meno ad un Presidente del Consiglio nemmeno eletto dai cittadini.
Partecipazione e responsabilità non stanno su sponde diverse dello stesso fiume: partecipare compete anche a chi ha il mandato e il dovere di prendere le decisioni e la responsabilità investe chi partecipa ben oltre il singolo momento elettorale.
La democrazia in difetto di partecipazione è quella circoscritta ad una tecnica politica, come bilancia di poteri, come strumento di consenso e come metodo, tra gli altri, per decidere chi deve decidere.
Avevate il compito di irrobustire le istituzioni democratiche per affrontare le difficili sfide dei nostri tempi, quelle sfide di cui non vi state preoccupando, sfide che hanno un nome ed un cognome, e sono la crisi economica, la crisi politica, la crisi sociale e la crisi morale.
Ci aspettavamo che il Governo cogliesse le potenzialità attuali e future di una Costituzione che è e rimane norma viva e vitale e, invece, non avete fatto altro che distruggerla, l'avete fatta a pezzi come avete fatto a pezzi il cuore degli italiani che hanno sempre deposto fiducia nei suoi 139 articoli.
Ci auguriamo che il leader di questo Governo, che si erge a paladino della democrazia, ottenga tutta la disapprovazione del popolo italiano, disapprovazione che verrà espressa sicuramente al prossimo referendum costituzionale, che finalmente metterà fine alla vita politica di Matteo Renzi e di tutti coloro che sino ad oggi lo hanno sostenuto, dimenticando i loro padri, i loro nonni e persino i loro figli e nipoti.
Personalmente inserirei nella Costituzione l'obbligo di approvare almeno il 10 per cento degli emendamenti presentati dalle opposizioni. Così ci sarebbe un vero confronto ed avrebbe un senso l'opposizione. Questo Parlamento, così come è istituito adesso, è - a mio avviso - inutile. Sarebbe lo stesso lasciare solamente il Governo: il risultato non cambierebbe. Non cambieremmo di una virgola quello che sta accadendo. Quello che stiamo facendo è tempo sprecato, denaro pubblico sprecato. Questo è quanto stiamo facendo. (Applausi dal Gruppo M5S).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Floris. Ne ha facoltà.
FLORIS (FI-PdL XVII). Signora Presidente, rappresentante del Governo, colleghe e colleghi, mi pare obbligo ricordare in quest'Aula, come necessaria premessa, il riferimento al deficit di democrazia più volte ripreso nel corso del dibattito da numerosi senatori, e non solo di Forza Italia.
Presiede il Consiglio dei ministri un Presidente non eletto dal popolo, frutto di una scelta interna al Partito Democratico di cui è il segretario, il quale, da convinto sostenitore delle riforme introdotte da Enrico Letta, dopo averlo "serenamente" silurato ne ha preso il posto. Da allora, il presidente Renzi ha imposto al partito la sua linea politica e oggi la impone al Parlamento, soprattutto in tema di riforme grandi e piccole e di economia.
Le sue scelte e il suo modo di fare, certamente autoritario - bisogna riconoscerlo - hanno affascinato gli italiani, che lo hanno identificato come il grande rinnovatore nella politica ed in questo contesto nasce il patto del Nazareno (lo dico rivolgendomi al senatore Chiti). Tutto sembrava andare per il meglio e chiunque lo criticasse era bersaglio delle sue ritorsioni, sia all'interno del PD e della maggioranza che lo sostiene, sia all'esterno.
Sembrava che il feeling non dovesse esaurirsi e che i gufi, come definiva i suoi oppositori, fossero solo gli invidiosi del suo successo nazionale ed internazionale. Il grande riformatore appassionava i politici e il popolo.
Ma tra i gufi vi erano tante persone che manifestavano perplessità e preoccupazione sulle misure prospettate e adottate per superare la crisi economica e politica. «L'Italia c'è!», «L'Italia sta recuperando»: questo il leitmotiv del presidente Renzi.
A distanza di due anni, però, la capacità di rappresentare i dati economici in modo surreale con la complicità di molti mass media, RAI in testa, si sta scontrando con la realtà.
Oggi gli istituti di statistica, le organizzazioni sociali, gli osservatori industriali, i dati delle imprese dimostrano che i fondamentali economici nulla o poco sono cambiati e la disoccupazione imperversa, soprattutto al Sud, ma anche il Nord "non ride". Aumenta vertiginosamente il numero delle nuove povertà.
Il confronto con i nostri concorrenti europei, soprattutto Francia, Germania e Spagna, non ci vede, eufemisticamente parlando, primeggiare. Bene o, meglio, male, perché in questo contesto affrontiamo oggi la riforma costituzionale più importante, ovvero la trasformazione del sistema politico bicamerale paritario e/o perfetto ad un sistema bicamerale imperfetto.
Sopravvivranno, infatti, due Camere sulla Carta costituzionale, ma una sarà solo un ripostiglio o una camera di servizio o meglio al servizio di qualche compensazione per politici scontenti. Utilizzando una metafora calcistica, si avrà una Camera di serie A, la Camera dei deputati, vero centro politico e decisionale - Renzi permettendo - e una Camera che milita nel girone dei dilettanti, magari in Promozione se all'interno della stessa giocasse qualche politico da promuovere.
Ma torniamo alla riforma del Senato. D'obbligo la domanda: chi saranno gli eletti o meglio i futuri senatori, dal momento che saranno compresi in una lista assolutamente bloccata? E che funzioni svolgerà il nuovo Senato? Per quanto attiene alla composizione, come faranno i consiglieri regionali e i sindaci eletti a risolvere i problemi del territorio di appartenenza? Mi chiedo, avendo ricoperto per dieci anni il ruolo di sindaco e per sette quello di consigliere regionale, come riusciranno a svolgere appieno il loro mandato. Soprattutto i sindaci, e in particolare gli eletti nelle Città metropolitane, come riusciranno ad assicurare anche solo la loro presenza a Roma?
Facile, purtroppo, preconizzare cosa succederà. Stiamo imitando l'esperienza fallimentare del Senato francese in cui sono presenti numerosi sindaci. I francesi definiscono il Senato come la casa di riposo per i privilegiati della politica: assenteismo, lassismo e nullafacenza in palazzi di inestimabile bellezza, ricolmi di arte. Bene, colleghi senatori, in Francia si sta parlando di riforma del Senato per cambiare la composizione e la funzione e noi, invece, stiamo copiando il desueto e fallimentare sistema francese.
Sulle funzioni del nuovo Senato non c'è da rallegrarsi: non più fiducia, non più economia, ma poteri, o meglio compiti residuali al nuovo Senato delle autonomie, come lo si definisce. Sembra proprio una beffa che un Governo come quello attuale, a forte connotazione centralista, che sta spogliando di poteri e riducendo i trasferimenti di risorse alle autonomie locali, Comuni e Regioni, può tenere in debito conto ciò che proverrà da una siffatta Camera. A voi la risposta.
Un'ultima considerazione vorrei fare sulla motivazione, in senso economico e politico, concernente il risparmio della spesa pubblica fortemente sponsorizzata dal presidente Renzi, che ha parlato di un miliardo prima e poi di 500 o 600 milioni. In effetti, il risparmio della spesa che si otterrà sarà di 70 milioni circa, che non compenseranno neanche gli 80 milioni che andranno a essere spesi nella nuova Camera per le nuove funzioni che le verranno attribuite.
Mi accingo a concludere il mio intervento accennando, come altri colleghi hanno fatto prima e meglio di me, al combinato disposto tra la riforma del Senato e la legge elettorale. Avremo in Italia, in pratica, una sola Camera e un Presidente eletto, se va bene, da un settimo degli italiani con un potere assoluto, senza controllo e senza contrappesi scomodi. Potere assoluto: vero obiettivo del Premier e della sua maggioranza, o meglio del suo partito. E il Parlamento che fine farà, se già oggi, a Costituzione vigente, il Governo impone i temi da affrontare e i tempi per discutere delle leggi ordinarie e anche costituzionali?
Facile la risposta: ci avviamo verso un presidenzialismo assoluto con una sola Camera al suo servizio. Ecco qual è il vero pericolo della paventata deriva democratica; un solo uomo al comando, il pericolo del ripristino in Italia di un sistema dittatoriale di neanche antica memoria, che non risolve i problemi della nostra Nazione.
Per queste ragioni assecondiamo il sorgere di comitati referendari per il no. E, terminato questo fittizio iter parlamentare, soprattutto nella sua ultima fase, ci rivolgeremo fiduciosi al popolo italiano, sicuri che la consultazione popolare boccerà questa riforma e con essa - speriamo - anche chi l'ha proposta. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).
COCIANCICH (PD). Signora Presidente, siamo arrivati all'ultima lettura qui in Senato di questa riforma e credo sia giunto il momento di fare una verifica complessiva di come è andato il dibattito parlamentare che ha impegnato questa Assemblea, la nostra compagine senatoriale, così a lungo e in maniera davvero intensa.
Credo che la domanda fondamentale che ci dobbiamo porre e che tutti noi ci sentiremo rivolgere quando andremo davanti ai cittadini è la seguente: alla fin fine, qual è il progetto per il Paese che siete stati in grado di presentare? E questa domanda verrà rivolta alla maggioranza e all'opposizione. Da questo punto di vista, credo che anche il dibattito appena trascorso e che sta trascorrendo abbia dato indicazioni precise: forze politiche che si sono opposte a questo disegno costituzionale, legittimamente, in tutta sincerità non sono state in grado di presentare alcuna proposta alternativa. Questa è la vera domanda e la grande occasione perduta. E vorrei fare anche alcuni nomi.
Con rammarico, cito il Movimento 5 Stelle, a cui invidio la capacità e l'inventiva di trovare sempre nuove forme di insulto e denigrazione degli avversari, una capacità francamente straordinaria, e al cui interno credo ci sia anche una sorta di competizione tra chi riesce a dire l'offesa più creativa e che ferisce maggiormente. (Commenti della senatrice Fattori). Ma alla fin fine, signora Presidente, mi pare sia rimasto prigioniero di un linguaggio un po' delegittimante e offensivo. Alla fin fine, è un Movimento che ha perso la grande sfida, visto che aveva la possibilità di vincere e contribuire positivamente al rinnovamento di questo Paese. (Applausi ironici del senatore Santangelo).
C'era una grande aspettativa nei suoi confronti e, purtroppo, di questo Movimento rimarrà soltanto un genere di comportamenti, e cioè impedire agli altri di parlare. Siamo stati qui delle ore a sentirli parlare, e loro non vogliono che gli altri parlino.
LUCIDI (M5S). Ma cosa c'entra?
COCIANCICH (PD). Loro parlano dell'uomo solo al comando, ma è solo un Gruppo che ha perso per espulsione un terzo dei suoi componenti... (Commenti del senatore Santangelo).
PRESIDENTE. Senatore Santangelo, tutti hanno ascoltato...
SANTANGELO (M5S). Ma stai a sentire quello che dice!
PRESIDENTE. Prima di tutto si rivolga con calma alla Presidenza.
SANTANGELO (M5S). Stai a sentire quello che dice, invece di interrompere!
PRESIDENTE. Tutti hanno sentito gli interventi degli altri esponenti e, quindi, ascolti anche lei quanto sta dicendo il senatore Cociancich.
SANTANGELO (M5S). Ma ascolti lei, che è Presidente.
PRESIDENTE. Io ascolto, come hanno ascoltato tutti i Presidenti. Si tranquillizzi e lasci parlare il senatore Cociancich. (Commenti del senatore Airola).
LUCIDI (M5S). Ma basta!
COCIANCICH (PD). Signora Presidente, non sono sorpreso di questa reazione del senatore Santangelo e credo sia esattamente la conferma... (Commenti dei senatori Lucidi e Santangelo).
AIROLA (M5S). Te li scrivono gli altri gli emendamenti e tu metti la firma. (Commenti del senatore Verducci).
PRESIDENTE. Senatore Verducci, non risponda. (Commenti dei senatori Airola, Lucidi e Santangelo).
Vi prego di sedere e fare silenzio. Ci sono stati molti interventi del vostro Gruppo, che sono stati ascoltati in silenzio da tutti. Quindi, vi prego di comportarvi come gli altri. (Commenti dei senatori Airola, Lucidi e Santangelo).
COCIANCICH (PD). Signora Presidente, mi dispiace molto che le mie parole non piacciano al senatore Santangelo, ma io fino a quando... (Commenti del senatore Santangelo).
PRESIDENTE. La prego di proseguire con il suo intervento, senatore Cociancich.
COCIANCICH (PD). Io proseguo. Come ho ascoltato gli altri, gradirei di poter continuare ad esprimere la mia opinione.
Penso sia stata questa un'occasione persa anche per la Lega Nord. Su detto punto credo ci sia una riflessione da fare, perché è stato interessante vedere come si è sviluppata la posizione della Lega Nord rispetto alla riforma. (Commenti del senatore Centinaio).
Voglio ricordare che il presidente Calderoli - tutti noi abbiamo stima e considerazione delle sue grandi capacità in materia di Regolamento - nella prima lettura è stato correlatore della riforma, ed è stato in qualche modo coautore di una riforma nei cui confronti alla fine il suo stesso Gruppo lo ha abbandonato. Lui si è astenuto in prima battuta...
CONSIGLIO (LN-Aut). Cosa cerchi, rogne?
COCIANCICH (PD). Cerco rogne? Ma scusi, signora Presidente...
CENTINAIO (LN-Aut). Ma se non riconosci neanche la firma che metti sugli emendamenti!
PRESIDENTE. Senatore Centinaio, la prego.
CONSIGLIO (LN-Aut). Sei un vassallo!
COCIANCICH (PD). Prendo atto che un senatore della Lega ha chiesto se cerco rogne. (Commenti del senatore Centinaio). Vorrei che questa frase rimanesse agli atti e venisse identificato il senatore che l'ha pronunciata.
CENTINAIO (LN-Aut). Vai a firmare gli emendamenti!
COCIANCICH (PD). Stavo solo esprimendo considerazioni nei confronti del senatore Calderoli, la cui vicenda parlamentare mi sembra sintomatica dell'incapacità della Lega di assumere una responsabilità dei confronti del Paese. (Commenti del senatore Consiglio).
Nonostante avessero avuto, all'interno del proprio Gruppo parlamentare, una persona della sua esperienza, alla fine hanno votato contro alla prima versione in Senato e poi si sono barricati dietro 85 milioni di emendamenti in seconda lettura, fatti con un algoritmo. Il grande progetto che la Lega ha per il nostro Paese è rinunciare ad intervenire nel merito e consegnare le armi delle sue argomentazioni ad un algoritmo, ad un sistema software che ha determinato un numero di emendamenti di cui i suoi componenti non conoscono neanche la cifra esatta, perché avendo inizialmente parlato di 85 milioni, poi di 83 milioni e ieri di 80 milioni non sanno neanche quanti milioni di emendamenti hanno proposto.
Credo che questa sia un'altra grande sconfitta politica che la Lega ha dimostrato di subire nel dibattito e che si è autoinflitta. Nulla le precludeva di dare un contributo utile di idee, così come effettivamente era emerso in prima lettura. Ma alla fine è prevalso lo spirito della foresta: cercare di andare ad uno scontro - e anche le dimostrazioni di intolleranza dimostrano qual è la vera ispirazione di questo Gruppo politico - che alla fine si è rivelato un'autosconfitta, con una totale irrilevanza di fronte alla grande sfida storica di poter contribuire a disegnare, insieme agli altri, una riforma della nostra Costituzione e del nostro sistema politico.
Dispiace infine che Forza Italia, che addirittura aveva votato a favore di questa riforma in un primo momento, per il disappunto del proprio leader Silvio Berlusconi di non essere stato ascoltato quando voleva far eleggere un proprio candidato alla Presidenza della Repubblica, alla fine abbia fatto un passo indietro, revocando il proprio consenso ad una riforma che aveva addirittura votato in prima battuta.
Quindi, quando guarderemo chi ha vinto e chi ha perso, credo che dovremo vedere innanzitutto la grande occasione perduta, da parte delle opposizioni, di contribuire ad un dibattito verso il quale c'è stata sempre la massima disponibilità. Al contrario, il Partito Democratico, così tanto oltraggiato, offeso e dileggiato nelle ultime ore, ha avuto un progetto per il Paese e lo ha difeso anche a prezzo di una dura discussione interna. Ha saputo, però, trovare un accordo, nel rispetto reciproco di tutte le persone, e delle soluzioni positive.
Il futuro Senato non sarà un Senato inutile, ma sarà un Senato che - com'è stato scritto in un famoso emendamento - avrà una funzione di raccordo tra l'Europa, il livello nazionale e le Regioni. Si tratta di un livello di raccordo necessario per il futuro del nostro Paese, perché altrimenti saremo sempre vittima del nostro andare ciascuno per la propria strada.
Attualmente lamentiamo uno scarso impatto a livello europeo e anche oggi abbiamo sentito rievocare delle critiche sulla posizione del Governo italiano a livello europeo. Ma oggi noi non siamo, come altri Paesi, con una forza coesa di fronte all'Europa. Il Bundesrat, di cui abbiamo parlato, e la Francia, con un Senato importante, hanno una capacità di rappresentazione degli interessi nazionali, della collettività degli interessi nazionali a livello europeo, che oggi il nostro Paese non ha, al di là di quelle che possono essere le buone o le cattive intenzioni, le grandi o le modeste capacità dei Governi di turno. Noi non abbiamo la capacità di fare una sintesi degli interessi del nostro Paese di fronte al livello europeo. E questa è stata una riflessione che noi, in Commissione politiche dell'Unione europea, abbiamo condiviso fra tutti i partiti e fra tutti i Gruppi politici. È quindi sorprendente che, oggi, colleghi che hanno riflettuto e convenuto su questo tema non siano in grado di riconoscere il grande passo in avanti, l'esigenza da tutti quanti sollevata e portata come una necessità urgente.
E siamo stati anche protagonisti di un cambiamento importante laddove la riforma prevede il principio della parità di genere, un elemento che nessuno ha sollevato in questo dibattito, e che, invece, porta avanti, dal punto di vista non solo istituzionale ma anche culturale, la riforma del nostro Paese, del nostro Senato e delle nostre istituzioni. Questa riforma non si limita semplicemente ad essere un piccolo ritocco dei meccanismi giuridici, ma incide sui valori civili e fondanti, come innanzitutto la parità di genere. Importanti sono anche - lo voglio sottolineare - i passaggi che riguardano la pubblica amministrazione e l'obbligo di trasparenza per la stessa.
Il Senato del futuro sarà prestigioso ed avrà al suo interno, con ogni probabilità, la stragrande maggioranza dei Presidenti di Regione. È difficile immaginare che, in futuro, il Presidente della Regione Piemonte non voglia fare parte di questo consesso perché ha avuto una legittimazione popolare molto forte. Il Presidente della Regione Piemonte è stato eletto con più di un milione di voti. Per quale motivo non dovrebbe intervenire nell'ambito di questo consesso così alto a livello nazionale? Per quale motivo non dovrebbero farlo il Presidente della Lombardia e gli altri Presidenti? Per quale motivo non dovrebbero intervenire anche i sindaci delle grandi Città?
Io credo che noi avremo un Senato fortemente autorevole, con una fortissima legittimazione popolare e desideroso di pesare. Avrà delle funzioni importanti nel dibattito sulle riforme costituzionali future e delle leggi elettorali. Avrà la possibilità di interloquire su tutti i disegni di legge approvati dalla Camera. Avrà un grande ruolo anche politico, con una grande semplificazione dal punto di vista dell'approvazione delle legge perché, laddove la Camera, titolare dell'unico rapporto di fiducia con il Governo, non dovesse alla fine approvare le riforme proposte dal Senato, ci sarà la possibilità di chiudere il discorso senza le estenuanti navette che hanno reso il nostro Paese molto complicato, meno competitivo e meno europeo.
Spero che in futuro ci sia la possibilità per il nostro Paese di essere più coeso. E mi dispiace che oggi si metta il veleno nei pozzi e si vada già a delegittimare i senatori del futuro dicendo che saranno più corrotti di tutti. E ci delegittima altresì affermare che oggi non siamo autorizzati a stare qui in forza di una sentenza costituzionale molto mal letta da chi la cita o, probabilmente, non letta affatto. Quella sentenza, infatti, dice precisamente che il Parlamento è pienamente legittimato a legiferare senza limiti, ed è quanto stiamo facendo. Si insiste non solo ad un continuo atteggiamento delegittimante, ma lo si porta anche avanti nella direzione della delegittimazione del Parlamento futuro. È un grande peccato, un'altra sfida persa perché la sfida del futuro ci dovrebbe accomunare tutti.
Spero che i cittadini, votando favorevolmente al referendum, porranno fine a questa diatriba e ci permetteranno di fare un passo in avanti verso un Paese migliore per il quale oggi noi, come Gruppo del Partito Democratico, ci siamo fortemente impegnati. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tosato. Ne ha facoltà.
TOSATO (LN-Aut). Signora Presidente, non intendo replicare alle parole del senatore che ha appena terminato il suo intervento. Non ne vale la pena. Al sottoscritto e alla Lega Nord non interessa, soprattutto dal momento che quel parlamentare, in questo dibattito, verrà ricordato esclusivamente per un motivo: per un emendamento a sua firma palesemente falso, non autografo, che ha inciso profondamente sul dibattito della riforma della Costituzione.
Rispetto a questa vicenda, direi di stendere un velo pietoso e di andare oltre, perché il dibattito è importante, riguarda la Carta costituzionale. E dispiace onestamente che sia trattato dal Governo e dalla maggioranza come una mera formalità, vista la presenza dei senatori in Aula negli ultimi due giorni, nei quali c'è stata data la possibilità di approfondire il provvedimento in esame. E non si può dire che si tratta di una formalità perché siamo in seconda lettura e tutto il lavoro che doveva essere fatto è stato già eseguito nei passaggi precedenti. Se i Padri costituenti hanno previsto una doppia lettura per le modifiche della Carta costituzionale, ogni passaggio ha pari dignità e deve rappresentare un tassello di un percorso fondamentale, di fronte al quale il Parlamento doveva avere consapevolezza dei cambiamenti che dovevano essere apportati.
Questa riforma, il cui titolo cita l'abrogazione del CNEL e la modifica del Titolo V, in realtà non va ad incidere su questi temi, né, tantomeno, esclusivamente su una modifica della composizione o della rappresentanza del Senato e nemmeno forse, sul rafforzamento del potere dell'Esecutivo. Questa riforma ha una valenza ben diversa, ben più profonda e - a nostro avviso - ben più grave. Di fatto, questa riforma, associata alla riforma elettorale sulla composizione della Camera dei deputati, rompe un equilibrio tra i poteri dello Stato, che è il suo elemento fondante. E lo rompe con un'operazione studiata a tavolino, che non è casuale ed è stata studiata non dalla composizione parlamentare di questa Assemblea e dalle varie forze politiche qui rappresentate, ma da un gruppo ristretto di persone, e cioè dal Consiglio dei ministri e forse, ancora di più, è stata voluta esclusivamente dal Presidente del Consiglio dei ministri. Questa è la riforma costituzionale non del Parlamento, ma del presidente Renzi.
C'è un accentramento evidente dei poteri. C'è una rottura degli equilibri tra i poteri dello Stato: di fatto avremo il Presidente di un partito che indicherà se stesso come Presidente del Consiglio e avrà il potere di incidere sulla lista degli eletti, a cui chiederà di votare il Presidente della Repubblica e i componenti della Corte costituzionale e del CSM. Mi chiedo se questa non sia una concentrazione di poteri e credo che chi lo nega sia in malafede o voglia negare la verità a se stesso, pur di giustificare il proprio voto a favore di questo provvedimento. Sono certo che, se i parlamentari del Partito Democratico si fossero trovati di fronte ad un provvedimento del genere, a parti invertite, ovvero con una diversa maggioranza, si sarebbero sicuramente stracciati le vesti, avrebbero gridato all'accentramento di poteri, che si sarebbe potuto identificare in una forma di regime e di dittatura, e avrebbero organizzato varie manifestazioni. Questa ipocrisia è intollerabile e rende ancora più odioso il percorso parlamentare verso il quale ci stiamo avviando.
Le riforme che state portando avanti stanno, di fatto, allontanando i cittadini dalle scelte importanti che riguardano la vita del Paese. Lo avete fatto con le leggi elettorali e lo state facendo con la riforma in esame. E vorrei fare un breve riferimento alla legge elettorale per l'elezione dei rappresentanti della Camera dei deputati.
Avete introdotto una normativa che ha peggiorato il sistema elettorale precedente, che era stato varato del centrodestra, ma, di fatto, con l'accordo dell'opposizione dell'epoca. Con la legge elettorale in vigore è stato, infatti, introdotto un principio ulteriore rispetto ai listini bloccati, che dà agli elettori l'illusione di poter esprimere una preferenza. Tale preferenza, però, avrà un valore in sé e porterà all'elezione di rappresentanti solo per la lista di maggioranza che avrà vinto le elezioni, la quale eleggerà i candidati sia tra i capilista bloccati dei 100 collegi, sia tra coloro che hanno ricevuto le preferenze.
C'è invece la certezza, per tutti gli altri partiti, che le preferenze non varranno niente, per cui avremo candidati votati da decine di migliaia di elettori che non verranno eletti, perché con questo sistema, per tutte le liste diverse da quella vincitrice, verranno eletti solo i capilista indicati dai partiti. Questo, dunque, è un sistema peggiore di quello precedente, perché illude l'elettore che il proprio voto di preferenza serva a qualcosa. È, dunque, un ulteriore peggioramento.
Solleviamo, quindi, delle critiche forti rispetto al provvedimento in esame, perché rappresenta una concezione di democrazia ben diversa dalla nostra.
Probabilmente Renzi ritiene che il popolo non vada rappresentato, ma governato, comandato ed occorrano strumenti per poterlo fare, e la riforma che state per approvare va proprio in questa direzione.
Ritengo, peraltro, che la fase di incertezza economica e nei confronti delle istituzioni che stiamo vivendo sia il terreno fertile sul quale Renzi cerchi di affermare questa volontà. È evidente che, di fronte alle crisi economiche, esiste il pericolo che i cittadini si allontanino dalla rappresentanza politica, ritenendo che nulla possa cambiare e che tutti i partiti e i politici siano uguali. È, quindi, più facile creare un meccanismo attraverso il quale accettino delle modifiche della Costituzione che riducano gli spazi di democrazia: si crea un meccanismo secondo il quale, piuttosto che una democrazia malata e incapace di decidere, è preferibile affidarsi a qualcuno che prende le decisioni e comandi. E noi stiamo vivendo proprio questa situazione ed è su questo terreno che Renzi lavora ed opera per ottenere consenso rispetto alla riforma in esame.
Un pericolo evidente abbiamo cercato di rappresentare in tutte le sedi, che ha però incontrato il sostanziale disinteresse e la mancanza di risposte da parte del Partito Democratico. L'opposizione, da ogni parte (dal Movimento 5 Stelle a Forza Italia, dalla Lega Nord a SEL), ha mosso le stesse obiezioni, ma è rimasta sempre inascoltata. Non è, quindi, vero che non c'è stato dibattito e non sono state sollevate richieste di modifica: sono state sollevate e sono state espresse più volte e più che chiaramente, ma rispetto a tutte non c'è mai stato un atteggiamento responsabile da parte del Partito Democratico.
Ci stiamo avviando verso un sistema che porterà al comando non so se un uomo solo, ma certamente un gruppo ristretto di persone che potrà incidere sulla vita di tutti i cittadini delle nostre comunità, e questo pericolo è evidente. Si sta creando quella sorta di oligarchia di fronte alla quale il cittadino non avrà più la possibilità di incidere e di fare scelte sul proprio futuro. E questo è il rischio che noi evidenziamo e che è ancor più chiaro rispetto alla situazione che stiamo vivendo.
Onestamente, mi stupisce il fatto che un partito che si richiama alla tradizione dei Padri fondatori di questa Costituzione, e quindi alla Democrazia Cristiana e al Partito Comunista, possa approvare una modifica come quella in esame. Quei partiti, dopo il regime fascista e la Seconda guerra mondiale, approvarono un testo costituzionale equilibrato, che non potesse più rappresentare un pericolo per la democrazia nel nostro Paese. Oggi il Partito Democratico si richiama a quella tradizione, ma fa esattamente l'opposto, mettendo in pericolo l'equilibrio tra i poteri e andando in una direzione che oggi può essere affidata alle mani di Renzi, ma un domani a quelle di chiunque altro assumerà il potere nel nostro Paese. E questo pericolo non viene percepito dall'opinione pubblica e nemmeno in questa sede parlamentare, ma è reale.
Onestamente, mi sono chiesto se nei confronti del dibattito passato ci fosse un eccesso di preoccupazione, di retorica ed allarmismo da parte delle forze di opposizione; se ci fosse un eccessivo gioco delle parti, secondo il quale tutto ciò che fa la controparte è sbagliato e le preoccupazioni delle opposizioni sono immotivate. Mi sono interrogato rispetto a tale dubbio e credo che questo pericolo sia reale. Ogni qual volta si pongono in essere limiti al potere democratico, probabilmente lo si fa perché non si ha una reale percezione di quanto sta avvenendo; altrimenti in passato, nella maggior parte dei casi, i cambiamenti non sarebbero mai avvenuti.
Io credo che stiamo sottovalutando le modifiche alla Costituzione che stiamo per votare, e lo stiamo facendo noi in Parlamento e lo sta facendo l'opinione pubblica all'esterno. Si parte da un concetto molto banale: la Costituzione è datata, è necessario modificarla e affidare più poteri a chi gestisce la cosa pubblica, per cui avviamoci in questo percorso e fiduciosi andiamo avanti.
Io credo sia sbagliato e pericoloso ed è per questo che tutti noi partecipiamo al dibattito: deve rimanere traccia, quantomeno nella memoria della collettività non solo di oggi ma anche del prossimo futuro, del fatto che questa riforma ha trovato nelle Aule del Senato e della Camera dei deputati alcuni rappresentanti dei cittadini che hanno evidenziato il pericolo, il rischio e hanno cercato, nei limiti delle proprie possibilità, con le azioni emendative, con le parole e gli interventi svolti in queste sedi, di far riflettere coloro che hanno il compito di assumere le decisioni. Noi lo abbiamo fatto e ritengo che possiamo dire di avere la coscienza a posto.
Non ritengo, invece, che altrettanto si possa dire soprattutto di quei parlamentari della maggioranza che hanno criticato più volte il provvedimento, che io credo siano consapevoli dei suoi difetti, ma si sono trincerati alla fine, dopo qualche schermaglia, dietro una auto-assoluzione, partendo dalla considerazione di aver fatto quanto potevano, di aver cercato di modificare il testo e di aver ottenuto delle piccole e poco significative modifiche. E, quindi, hanno fatto il proprio dovere.
In realtà, quei parlamentari sono forse più responsabili di quanto sta avvenendo rispetto a quelli che non si rendono conto della gravità di ciò che contiene il testo in esame. E, forse, hanno responsabilità maggiori di chi invece, coscientemente, approva un testo costituzionale che riduce i poteri del popolo e del Parlamento e li accentra tutti nelle mani di poche persone, e in particolare in quelle del Presidente del Consiglio.
Queste persone, Renzi in particolare, hanno un disegno preciso, sono convinte e sanno quello che stanno facendo, ma lo sanno anche coloro che si sono opposti e che, alla fine, hanno ceduto le armi, si sono arresi e probabilmente in quest'Aula voteranno addirittura a favore di questa riforma costituzionale assolutamente sbagliata e pericolosa per il nostro Paese. Su di loro ricadrà la responsabilità di una tale scelta, e soprattutto su di loro, perché erano e sono consapevoli di quanto stiamo facendo.
Ed è ancora più grave che il Presidente del Consiglio affermi che, sul referendum che seguirà inevitabilmente all'approvazione di questa riforma, porrà una questione di fiducia sul proprio operato. E farà non un dibattito referendario sul merito del cambiamento che verrà apportato alla nostra Costituzione, ma una sorta di referendum plebiscitario sul proprio operato, sulla propria persona. E questo non è un metodo da Paese democratico, ma una mentalità da figure che non hanno nulla a che fare con la democrazia. Sembra un po' quanto hanno fatto in passato Presidenti del Consiglio di altri Paesi, dove il livello di democrazia credo sia diverso. Analoghi discorsi hanno fatto Chávez in Venezuela ed Erdoğan in Turchia e non so se quelli siano il modello di Presidente del Consiglio e di democrazia al quale fa riferimento Renzi. Forse sì e questa - secondo me - non è una concezione propriamente democratica del dibattito politico.
Che in Renzi esista questa concezione lo evidenzia anche il nome presunto del partito che nascerà dopo l'esperienza parlamentare e che lo vedrà leader: il Partito della Nazione. Anche in detto caso si evidenziano quasi la volontà e la presunzione di poter creare un partito che rappresenti tutta la Nazione, ogni parte politica e ogni cittadino. Anche questo accentua in noi la convinzione che il rapporto tra Renzi e la democrazia sia alquanto discutibile, che non riscontra certamente la nostra condivisione.
È anche preoccupante che il testo che uscirà dal Parlamento rispecchi, in molti suoi aspetti, testi che sono nati in altre sedi, che sono nati nei dibattiti di forze non propriamente democratiche. E la massoneria è stata citata più volte, e credo non a sproposito. Abbiamo letto tutti i testi che uscivano da quegli ambienti, che rispecchiano, quasi in modo pedissequo o molto simile, il testo che uscirà da questo Parlamento. C'è un'attinenza nelle cose e non solo nelle nostre parole e preoccupazioni.
Voglio ricordare in questa sede una frase pronunciata dal presidente della Repubblica Napolitano quando è arrivato in quest'Aula da senatore emerito. Egli ha affermato che, di fronte alla crisi mondiale, serviva un nuovo ordine mondiale. Anche questa è un'espressione preoccupante, che non condividiamo, che sembra evidenziare una rinuncia ai principi della democrazia; rinuncia che viene in un periodo difficile, come se di fronte alle crisi che stiamo vivendo, che non sono finite ma si aggraveranno e accentueranno il malessere e le difficoltà in cui si troveranno i nostri cittadini, serva non un'autoriforma di se stessi, una messa in discussione del potere, di coloro che hanno governato in questi decenni la cosa pubblica, bensì una reazione opposta, volta a concentrare i poteri e ad avere più forza nel reprimere il probabile dissenso dei cittadini e del popolo; serva essere pronti, con poteri straordinari, ad evitare che si manifesti il dissenso.
La sensazione che viviamo noi è proprio questa ed è assolutamente pericolosa, e noi la guardiamo con grande preoccupazione. Di fronte a una crisi che sta incidendo gravemente sulla qualità della vita dei nostri cittadini, che vede una concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi e una povertà crescente, la reazione dello Stato qual è?
PRESIDENTE. Deve concludere, senatore.
TOSATO (LN-Aut). Togliere potere alle amministrazioni locali, togliere ai cittadini il diritto di voto, accentrare il potere nelle mani di pochi per poter comandare e governare il popolo. Non ci riconosciamo in questo disegno, non ci riconosciamo assolutamente, ed è evidente, quindi, che la nostra battaglia continuerà anche nella campagna referendaria che ci vedrà impegnati nei prossimi mesi. (Applausi della senatrice Comaroli).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Scibona. Ne ha facoltà.
SCIBONA (M5S). Signora Presidente, molto è stato detto e da gente sicuramente più titolata di me, ma ci tengo, anch'io, indegnamente, a lasciare qualche frase agli atti sulla modifica costituzionale in esame. E, per il momento, chiamiamola modifica.
Prima di tutto, due parole vorrei dire al senatore Cociancich (non è ora presente, ma le sentirà), che mi sembra alquanto confuso. Magari è anche questo il motivo per cui pensa di aver firmato degli emendamenti.
Il Presidente di Regione non può ma deve assolutamente entrare nel dibattito per quanto riguarda la sua Presidenza e la sua territorialità di competenza, e ci sono tutti i sistemi istituzionali per poterlo fare. Più volte ci è capitato di vedere in zona Presidenti di Regione che vengono dai parlamentari a chiedere di sistemare giuste questioni territoriali. Se venissero in questa sede come senatori, non potrebbero essere Presidenti e, quindi, qualcosa non quadra nel ragionamento fatto con le modifiche in esame, tanto per dirne una.
E abbiamo sentito avanzare tantissime critiche reali a questo tipo di modifica. Noi ne abbiamo espresse tante, ma non sono state recepite, perché la maggioranza è sorda ad un'attività parlamentare costruttiva.
E quello che è successo ieri sera è esemplificativo: noi diciamo delle cose, facciamo proposte e la maggioranza le prende come mera opposizione ostruzionistica, tanto da lasciare al Parlamento le sedute notturne, tanto la gente ha parlato, e pensano che diciamo solo sciocchezze mentre loro sanno tutto, hanno la scienza infusa ed agiscono andando avanti dritti come un fuso.
L'ostruzionismo è altra cosa. Noi abbiamo presentato pochi emendamenti di sostanza, segnalando le criticità delle modifiche costituzionali. Ma, al di là di questo, cosa vuole realmente il popolo? Noi, infatti, siamo qua sempre e solo perché, per necessità, la volontà popolare ci ha voluto affinché amministrassimo il sistema Paese.
Mi sembra - lo abbiamo già detto - che non sia proprio il momento di andare a valutare modifiche costituzionali, di questo tipo oltretutto, e mi domando come i cittadini le percepiscono.
Noi per primi parliamo sempre di evolvere, di modificare e migliorare, ma in questo senso una riforma costituzionale che va ad eliminare la Camera alta deve quantomeno seguire determinati principi, quali l'onestà, la trasparenza, l'economicità e l'efficienza. Ecco, sull'efficienza, ma anche sugli altri principi, abbiamo già detto. Effettivamente l'efficienza di una Camera si vede da quanto velocemente possono passare determinati proponimenti, ovviamente quelli che interessano i partiti, la maggioranza, i politici (quelli con la lettera p minuscola).
Abbiamo visto la Boccadutri - lo abbiamo già detto e non è la sola - mentre altre proposte di modifica giacciono per intere legislature nei cassetti, per essere poi riproposte il giro dopo, anche per appagare la faccia davanti al Paese, ma mai per portarle davvero a compimento.
Sull'economicità è stato già detto: non sarà sicuramente la via per risparmiare denaro. A differenza di quanto detto, non concordo sulla diminuzione del numero dei parlamentari, o almeno non in linea di massima; in seconda istanza sì. In prima istanza, memore e conscio della storia di questo Paese, dove qualcuno si è avvantaggiato economicamente per agevolare una maggioranza un po' tentennante, il fatto che ci siano più parlamentari può essere, purtroppo, una garanzia per questo modo di vedere lo Stato, per avere comunque più possibilità che qualcuno non riesca a pagare tutti, o comunque debba pagarne di più.
L'onestà e la trasparenza sono ormai un sogno, almeno per quanto riguarda questa politica, perché tutto viene fatto nelle segrete stanze, a colpi di decreto e, quindi, anche la parola democrazia ormai ha perso di significato.
Politicamente anche l'attività della Camera può essere influenzata da quella governativa perché, con tutti i decreti portati avanti, non rimane più spazio per la vera attività legislativa della Camera (intesa sia alta che bassa).
Insomma, questa riforma non rispecchia assolutamente quella che può essere una necessità da parte della popolazione. E, allora, perché si fa questa "schiforma" istituzionale, come è stato già detto e stradetto? Ci sarà sicuramente dell'interesse a portare in queste Aule qualcuno di affidabile, più controllabile e malleabile ai dettami di qualcuno.
Cosa sente in realtà la popolazione? Sono già stati letti degli interventi di gente comune, del popolo. Anche io ne vorrei leggere uno, tanto per lasciare un altro segno. Mamma Silvia (che non è mia moglie, si chiama così) mi ha scritto quanto segue: «Se puoi di' per me queste parole: sono indignata, sono atterrita dalla vostra fredda assenza di senso etico, di responsabilità, di attenzione alle reali necessità delle persone di questo Paese. Non siete padri, non siete madri, perché altrimenti vi comportereste diversamente. Se anche avete figli state tradendo il loro futuro e anche quello di tutti i figli nostri. Siete il peggior esempio di cittadini e di esseri umani. La coscienza è molto che ha abbandonato il vostro animo, il cuore evidentemente è un mero organo e nient'altro. Non voglio dire che mi fate schifo, perché è riduttivo di ciò che davvero provo. Se davvero foste capaci di vedervi dall'esterno onestamente, vedreste lo sguardo meschino che vi caratterizza quando aprite bocca in nome del popolo italiano (...) in ogni vostro pensiero, teso solo ad accumulare ed accumulare tutte cose che nella tomba non vi potrete portare. Non sentite i vostri passi pesanti su questo mondo, su questa bella terra che è l'Italia? Sono sicura che non potrete mai assaporare la leggerezza euforica che dà l'essere onesti, limpidi e trasparenti, l'essere buoni e generosi e più di ogni altra cosa disinteressati e responsabili. Il vostro passo pesante rimbomba, fa tremare la terra e spero che prima o poi possiate sprofondare nelle voragini buie da voi stessi create. Mamma Silvia». Questa lettera è abbastanza esemplificativa.
La questione costituzionale ha anche un valore profondo, nel senso che l'Italia è sempre stata un agglomerato di territorialità e non c'è mai stata una coscienza unitaria nazionale, proprio perché nelle varie zone si sono sviluppate società governative amministrative distinte e separate, poi agglomerate (o almeno si è cercato e si sta ancora tentando di agglomerarle) a partire dalla Costituzione. Quindi, la Costituzione è anche un mezzo per creare una coscienza nazionale.
Di questo ed altro parlava anche Dossetti, un vero Padre costituente, non come voi. Nei suoi discorsi tratta anche dette questioni. Ne cito alcune parti di uno: «Orbene, la Costituzione del '48 - la prima non elargita, ma veramente datasi da una gran parte del popolo italiano, e la prima coniugante le garanzie di uguaglianza per tutti e le strutture basali di una corrispondente forma di Stato e di Governo - può concorrere a sanare ferite vecchie o nuove del nostro processo unitario, e a fondare quello che, già vissuto in America, è stato ampiamente teorizzato da giuristi e da sociologi nella Germania di Bonn, e chiamato: "Patriottismo della Costituzione"».
E ancora: «possano assumere la Costituzione del '48 come un presidio di difesa e di legalità comune a tutti»: e poi: «Tutte le attuali parti politiche dovrebbero considerare la funzione che la nostra Legge fondamentale ha esercitato negli anni difficili della prima costruzione della nostra vita democratica: anni di divisioni profonde, ricollegantisi ad una radicale spaccatura del mondo, tra Ovest ed Est; anni di contrapposizioni durissime tra i partiti che, pur lottando con indicibile asprezza, tuttavia mai pensarono di denunciare il Patto, e anzi proprio in virtù di esso riuscirono a mantenere le ragioni di una reciproca coesistenza. Questo "Patriottismo della Costituzione" può concorrere, per oggi e per domani, a un rinsaldamento della nostra unità.»
Certo, posso convenire con Norberto Bobbio che questo patriottismo si pone su un altro piano da quello del patriottismo nazionale: ma lo stesso Bobbio ammette per lo meno che l'uno e l'altro patriottismo si possono completare e rafforzare a vicenda. E che anche il "Patriottismo della Costituzione" non deriva da un semplice contratto paritario, ma si fonda, così come risulta dallo stesso testo, su alcuni principi ultimi non negoziabili: esso può perciò costruire e garantire uno spazio sottratto alla negoziazione ed al semplice do ut des, e quindi uno spazio sottratto sia al conflitto politico sia alla contrattazione. Quindi, in definitiva, esso può riuscire, come dicevo, ad essere di garanzia per qualsiasi parte politica, in qualunque situazione, di maggioranza o di minoranza, si venga essa a trovare».
Questo è un problema serio che abbiamo più volte segnalato, ovviamente nell'assoluta indifferenza della maggioranza; un nodo che verrà per forza al pettine, perché la ciclicità è cosa normale nelle Assemblee parlamentari e bisognerà vedere cosa succederà.
Non la tirerei molto alla lunga, anche perché arriviamo da giorni e giorni di lavoro. Vorrei concludere dicendo che, per certi versi, abbiamo anche noi del Movimento 5 Stelle alcune colpe, perché abbiamo stilato un programma che andava verso il bene comune dei cittadini e non siamo riusciti ad impedire che questo Governo prendesse i titoli del nostro programma e ne cambiasse il contenuto. Così, parlare di riduzione dei costi della politica si risolve, in mani ad un Renzi qualsiasi, nell'abolizione della democraticità della Camera alta, Camera alta che fa parte della storia di questo Paese e non solo, della storia della civiltà.
Penso al significato della sigla SPQR: Senatus populusque romanus. Adesso potremo cambiarlo in: «Sono pazzi questi renziani», sulla falsariga di quanto diceva Asterix. (Applausi dal Gruppo M5S).
In effetti, mi sento un po', se non l'Asterix, l'Obelix della situazione e noi tutti lo siamo. Effettivamente, i renziani sono pazzi a voler cambiare un gioiello come la Carta che ci è stata donata dai nostri Padri costituenti. (Applausi dal Gruppo M5S).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bocchino. Ne ha facoltà.
BOCCHINO (Misto-AEcT). Signora Presidente, il dibattito sulla riforma costituzionale, che già è stato avviato nel Paese, è inquinato, perché il nostro Presidente del Consiglio è intervenuto in esso pesantemente, legando le sue sorti politiche al risultato del referendum costituzionale.
Nella sua narrazione, Renzi prospetta una partita tra due squadre: gli innovatori e gli immobilisti, coloro che non vogliono il cambiamento; una partita tra chi vuole ammodernare il Paese e chi invece lo vuole conservare e lo vuole preda di antichi retaggi. Questo è il tipo di dibattito che lui sta forzando presso l'opinione pubblica.
Ebbene, non mi sento affatto un nostalgico senza se e senza ma. E, proprio per smontare questo tipo di narrazione e potermi in qualche modo presentare non solo ai cittadini, ma anche presso i media ed il grande pubblico, al di fuori di questo schema, voglio spendere i minuti a disposizione del mio ultimo intervento sulla riforma costituzionale cercando di analizzare le ragioni vere e presunte della riforma.
Perché stiamo procedendo a questa riforma? E soprattutto, signora Presidente: perché dovremmo effettuare una riforma?
Ho scelto, tra le tante cose che ho letto in questi giorni, un passo dell'intervento del professor Azzariti durante l'assemblea svoltasi alla Camera dei deputati lo scorso 11 gennaio per la presentazione del Comitato per il no al referendum costituzionale, comitato cui io sono fiero di aver dato l'adesione.
Scrive il professore Azzariti che due sono «le questioni da porre al centro del dibattito. Da un lato, il tema della crisi del ruolo del Parlamento, privato della sua essenza e del suo valore; dall'altro il problema della rappresentanza politica, svuotata dalla distanza sempre più preoccupante tra governati e governanti. La domanda da porre allora è la seguente: la riforma costituzionale riesce ad invertire la rotta, a dare nuovo impulso alle due questioni indicate sulle quali si regge la democrazia pluralista, oppure continua a farci restare nel pantano?»
Il professore Azzariti continua e analizza la prima delle due questioni: «Iniziamo dal Parlamento», egli dice. «Si è modificato il bicameralismo perfetto. Bene. Ma veramente si pensa - o si vuol fare credere - che i mali del parlamentarismo si possono affrontare passando dal bicameralismo perfetto ad un bicameralismo confuso com'è quello che è stato immaginato?».
E qui egli fa riferimento naturalmente agli iter legislativi previsti dalla riforma, che diventano, da uno, addirittura dieci. E continua dicendo: «Ci si può veramente illudere che la crisi del sistema parlamentare si possa affrontare intervenendo solo sulla redistribuzione delle funzioni e sulla composizione delle due Camere, non considerando per nulla le ragioni strutturali che sono alla base dello svuotamento del potere parlamentare?»
Cerchiamo di capire le ragioni strutturali dello svuotamento del potere parlamentare. Ebbene, signora Presidente, proprio per capire queste ragioni strutturali ho collezionato dei dati: dati sul numero delle leggi, dati sul loro tempo di permanenza in Parlamento prima di essere promulgate. Tra l'altro, per formazione io sono un ricercatore, uno scienziato, e quindi per me i dati sono fondamentali. Se io debbo analizzare un problema e ricavarne le soluzioni, devo partire dai dati, altrimenti non capisco niente e faccio solo sfasci e sconquassi.
Cominciamo dal numero delle leggi nelle varie legislature. Ebbene, nella XVI legislatura il Parlamento italiano ha approvato 391 leggi, delle quali 71 nel 2011 e 102 nel 2012. Questi sono dati che ho ricavato dal Servizio studi del Senato.
Per fare un raffronto anche con altri Parlamenti, perché è chiaro che noi dobbiamo rapportarci anche con realtà presenti in altri Paesi, il Parlamento tedesco ha approvato 153 leggi nel 2011 e 128 nel 2012, in un ordinamento dove, si badi, sovente si interviene con legge per puntuali interventi di manutenzione normativa. Quindi, è un numero paragonabile a quello del Parlamento italiano.
Il Parlamento francese ha approvato 111 leggi nel 2011, 82 nel 2012. Quindi, ancora una volta sono numeri comparabili, addirittura minori di quelli italiani. Il Parlamento spagnolo ha approvato solo 50 leggi nel 2011 e solo 25 nel 2012. Il Parlamento britannico ha approvato 25 leggi nel 2011 e 23 nel 2012.
Un primo dato salta subito agli occhi. Questo bicameralismo perfetto, così tanto accusato di essere un impedimento al funzionamento del Parlamento, alla fine si scopre, numeri alla mano, essere adesso assolutamente funzionale, nella sua funzione di legislatore. Il numero di leggi approvate è esattamente in linea con quelli di altri Parlamenti e anzi, in alcuni casi, anche maggiore.
Sulle famose navette, si è detto che le leggi si muovono come in una partita di ping pong, facendo avanti e indietro dalle Camere. Ancora una volta i numeri ci possono aiutare ad avere un quadro un po' più chiaro di quanto effettivamente succede. Riferiamoci sempre alla XVI legislatura (2008-2013) che, lo ricordo, ha visto due Governi: il Governo Berlusconi IV e il Governo Monti I. Ebbene, delle 391 leggi approvate da quel Parlamento, 301 hanno avuto soltanto le due letture previste. Quasi l'80 per cento delle leggi non ha richiesto nessuna navetta; 75 leggi hanno richiesto tre letture. Quindi, la quasi totalità delle leggi ha previsto fino a tre letture; invece, 24 leggi hanno avuto quattro letture.
Fra queste leggi che hanno avuto quattro letture ci sono dei grandi interventi (le disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione della competitività, disposizioni in materia di processo civile), leggi complesse, che richiedono effettivamente quattro letture. Quelle pochissime che sono tornate più di tre volte nelle Camere sono leggi complesse, per cui effettivamente valeva la pena di aprire delle discussioni più ampie.
Quindi per ancora una volta, signora Presidente, si smentisce questo falso mito del bicameralismo quale fautore e promotore del ping pong e delle navette tra una Camera e l'altra. Non è così.
Tempi di approvazione delle leggi. Ecco un altro mantra: il Parlamento italiano è lento, il bicameralismo causa lentezza nell'approvazione delle leggi. Qui ci sono dati interessanti. Nel corso della presente legislatura sono state approvate 188 leggi, in linea con la XVI legislatura. Pensate che in media, se si fanno i conti, il Parlamento approva tre leggi ogni due settimane, quindi è abbastanza efficiente. Ebbene, circa i tempi di approvazione delle leggi, quelle di origine parlamentare in questa legislatura hanno richiesto un tempo medio di trecentonovantadue giorni, poco più di un anno, per essere approvate. Ma i disegni di legge governativi in realtà ci hanno messo soltanto 150 giorni, circa cinque mesi. Ecco che si delinea una differenza fondamentale in base all'origine delle leggi: leggi parlamentari contro leggi governative.
Naturalmente, tra le leggi di origine governativa vi sono anche i decreti-legge: sappiamo che questi necessitano per forza di un tempo minore, sessanta giorni. Ma se si tolgono questi ultimi dal calcolo, le leggi di origine governativa ci mettono comunque duecentoventi giorni per essere approvate: molto meno dei trecentonovanta giorni per le leggi di origine parlamentare.
Se andiamo indietro nel tempo e consideriamo invece la XVI legislatura, vediamo che il tempo di approvazione delle leggi di origine parlamentare era molto inferiore rispetto a questa legislatura: era di circa duecentosessanta giorni, se si fa la media tra Camera e Senato. Quindi, stiamo parlando di poco più di otto mesi. Le leggi di origine governativa si approvano anch'esse in maniera molto più rapida: un tempo medio di circa quaranta giorni. Anche se si espungono ancora una volta i decreti‑legge, abbiamo che le leggi ordinarie di natura governativa venivano approvate nella scorsa legislatura in un tempo medio di sessanta-settanta giorni, ossia appena due mesi.
Se andiamo ancora indietro, alla legislatura XV, che è durata due anni, quella del Governo Prodi, anche qui i tempi di approvazione delle leggi sono estremamente rapidi: per quelle di iniziativa parlamentare soltanto ottanta giorni; per quelle di origine governativa addirittura trentasette giorni di media: un Parlamento Speedy Gonzales.
Se andiamo ancora indietro, alla XIV legislatura, anche qui tempi di approvazione decisamente normali: le leggi di iniziativa parlamentare ci mettevano circa duecentoventi giorni per essere approvate e quelle di origine governativa soltanto quarantacinque giorni. Ancora una volta, se si espungono i decreti-legge i tempi di approvazione delle leggi ordinarie di origine governativa impiegavano soltanto sessanta giorni.
Allora, cari colleghi, il problema dove sta? Dove sta il problema del bicameralismo perfetto, se sappiamo che il Parlamento italiano è estremamente efficiente nel legiferare e può metterci anche dei tempi assolutamente ragionevoli, come effettivamente è successo? Dove sta il problema? Sta da un'altra parte. Analizziamo ad esempio di che cosa si occupa il Parlamento e quale differenza ancora una volta c'è tra leggi di origine governativa e leggi di origine parlamentare. Il Governo si occupa di provvedimenti economici, di riforme, di modifiche costituzionali, di politica estera, mentre invece il Parlamento si occupa di questioni minori: istituzione di Commissioni, monumenti e celebrazioni, ratifiche di trattati internazionali e deleghe al Governo. Ecco che ancora una volta si delinea il vero problema del Parlamento: questa disuguaglianza, questa diversità che c'è tra leggi di origine governativa e leggi origine parlamentare.
Un dato finale, per tutti e sopra tutti: se si considera la percentuale delle leggi approvate di origine governativa e di origine parlamentare arriviamo al vero nocciolo della questione. In questa legislatura l'80 per cento delle leggi approvate sono di origine governativa e soltanto il 18 per cento sono di origine parlamentare. Gli stessi numeri si evidenziano anche nelle precedenti legislature.
La questione di fiducia è stata apposta nel 30 per cento delle leggi che sono state approvate. In particolare, abbiamo delle apposizioni pesanti di questioni di fiducia su provvedimenti importanti. Alcuni provvedimenti, più significativi, hanno richiesto tre voti di fiducia: la stabilità 2014, la stabilità 2015, il jobs act, la riforma della pubblica amministrazione e - badate - l'Italicum. La legge elettorale che accompagna questa riforma costituzionale ha necessitato di tre voti di fiducia alla Camera, su tre diversi articoli. In generale, il 30 per cento dei decreti-legge approvati richiede il voto di fiducia.
Ecco che raggiungiamo il nocciolo del problema: l'apposizione della questione di fiducia su provvedimenti importanti, persino sulla legge elettorale, che ha evocato, come sappiamo tutti, precedenti storici imbarazzanti (la legge Acerbo, che fu approvata con un voto di fiducia). Io adesso non vorrei scadere nel facile qualunquismo, nella demagogia, e dare del fascista a questo o a quello; ma non posso dimenticare la storia. Nelle elezioni del 1921, svolte con un sistema proporzionale, c'erano dei Governi di coalizione e Mussolini, diventato Presidente del Consiglio, ha ideato una legge per poter sminuire il ruolo del Parlamento. Non c'è un rischio autoritario, mi ha preceduto il mio collega Mineo. Questa volta il progetto, così come anche all'epoca, è quello di spostare le decisioni altrove. Mussolini ci riuscì con una legge che prevedeva un proporzionale con un premio di maggioranza dato a chi superava il 25 per cento dei voti. Grande fu la discussione, in Aula e nella Commissione apposita, per cercare di aumentare questa soglia del premio di maggioranza al 40 per cento (quello appunto dell'Italicum), ma non ci si riuscì in quel momento, a causa dell'opposizione del Governo. Ebbene oggi, a distanza di novant'anni, la soglia è del 40 per cento, ma il Governo con un escamotage, quello del ballottaggio, ha permesso di eluderla. Infatti è ben noto che, proprio a causa del ballottaggio e considerando la riduzione dei votanti che molto probabilmente si verificherà al turno di ballottaggio, un partito con solo il 20 per cento dei voti degli iscritti nelle liste elettorali può di fatto ottenere la maggioranza, equiparandosi negli effetti a quella legge Acerbo che poi fu, come tutti sappiamo, l'ultima legge elettorale ad essere applicata nelle elezioni. Le elezioni successive, infatti, prevedevano soltanto una scheda con un sì e con un no.
Ebbene, qual è la causa prima di queste riforme? Continua Azzariti nel suo intervento: «È la forma di governo parlamentare che deve essere ripensata, oggi in sofferenza a causa dello squilibrio nei rapporti tra Governo e Parlamento» - lo dicono i numeri e l'abbiamo visto - «sbilanciamento a favore del primo e a scapito del secondo. Il saggio revisore, il vero innovatore, anziché favorire l'involuzione rafforzando i poteri dell'Esecutivo e comprimendo ulteriormente quelli del legislativo, dovrebbe fare esattamente l'inverso. Bisognerebbe limitare e regolare lo strapotere del Governo in Parlamento, intervenendo sul profluvio ingiustificato di richieste di fiducia, sulla decretazione d'urgenza, sui maxiemendamenti, che umiliano l'autonomia del Parlamento e dei parlamentari; si dovrebbero riscrivere i regolamenti, per regolare il dibattito parlamentare ed evitare i tempi contingentati che impediscono il confronto; sarebbe necessario assegnare alle opposizioni uno statuto ben definito e di garanzia, ostacolando così le pratiche ostruzionistiche a volte impropriamente utilizzate; appare urgente intervenire sull'organizzazione dei lavori per ridefinire il rapporto tra Commissioni e Aula, ricollocando al centro le Commissioni - vero luogo di approfondimento e libera discussione - rispetto all'Aula che ormai non rappresenta altro che un teatro della divisione, raffigurazione vuota e solo spettacolare del nostro organo parlamentare e dei nostri - spesso scalmanati - rappresentanti». Così scrive Azzariti.
Ebbene, io non voglio negare la necessità di una riforma. Mi spingo anche oltre: discutiamo del bicameralismo perfetto. Ma, attenzione, discutiamone soltanto una volta che sono stati affrontati tutti questi nodi strutturali. Dati alla mano, una volta che abbiamo ripensato i Regolamenti, una volta che abbiamo ridefinito il ruolo delle Commissioni, ebbene solo allora un legislatore costituzionale, attento alla realtà delle cose e con la volontà di risolvere veramente i problemi, potrà rimettere in discussione anche il bicameralismo perfetto.
Farlo prima, no; farlo prima è un suicidio per la democrazia perché stiamo spostando ancora una volta - lo ripeto per la seconda volta - il luogo delle discussioni dal Parlamento ad altrove e questa non è più una democrazia.
Signora Presidente, non ho mai amato la nostra Costituzione come in questo momento. Faccio un mea culpa. Lei, la Costituzione, era lì ad esplicare i suoi benefici effetti sul nostro vivere civile; tirata con la giacchetta, a volte vituperata, a volte tradita, ma era lì a regolare il nostro vivere civile. Ed io - lo confesso e qui sta il mea culpa - la guardavo distrattamente. Ora, la nostra Costituzione è nuovamente a rischio. È un rischio concreto che vedo e di cui sono testimone facendo parte di questo Parlamento nel momento storico in cui viene messa a rischio. Lo vedo; è concreto; il rischio c'è. Ora che è a rischio e che maldestre manomissioni si paventano all'orizzonte, perché tali sono in assenza di una giustificazione valida per un processo di riforma che non risolve i problemi; solo ora, mea culpa, respiro profondamente ogni sillaba della nostra Costituzione, ne collego i vari pezzi e mi godo lo splendido e lungimirante disegno tracciato da chi ha visto con i propri occhi gli orrori del secolo passato. Ora difenderla è il mio più grande impegno. Ci sarà una nuova stagione costituente: quando questo referendum - così come io spero - boccerà questa riforma e si aprirà una nuova stagione costituente. Ci sarà il momento e il tempo di ricominciare una discussione sulla nostra Costituzione. Ora e oggi però, in questo momento, difendere questa Costituzione è il più grande impegno. (Applausi dal Gruppo Misto-SEL).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Endrizzi. Ne ha facoltà.
ENDRIZZI (M5S). Signora Presidente, questa deforma - così la chiamo io - non serve a ridurre i costi della politica perché altrimenti avrebbe accolto le nostre proposte di dimezzamento dei parlamentari anche alla Camera, che è più numerosa, di dimezzamento delle retribuzioni. Nulla invece è stato accolto. Non serve a velocizzare nemmeno l'iter legislativo, altrimenti sarebbe stata attribuita al Senato una funzione specifica, in modo da sollevare la Camera da alcuni compiti e avere due Camere che lavorano in parallelo senza sovrapporsi l'una all'altra. Non serve nemmeno a dare governabilità perché il nodo cruciale della governabilità sono i voltagabbana, cioè la facoltà che qualsiasi eletto oggi ha di tradire il mandato elettivo, collocandosi al di fuori della coalizione o del Gruppo con cui è stato eletto a seconda delle convenienze personali o dei mandanti.
A che serve, allora, questa Costituzione? Serve a suggellare una deriva che la propaganda politica ha già instillato, facendo passare concetti totalmente avulsi dalla nostra Costituzione come premierato e come Governatore della Regione. È aiutata in questo, come cavallo di Troia, anche dalle leggi maggioritarie che, però, hanno una legittimità nel momento in cui Regioni e sindaci hanno una limitazione nel potere normativo e legislativo. Questa deformazione semantica, però, Presidente, doveva essere arginata almeno da quelle componenti dell'architettura istituzionale che avevano questo specifico compito e che sulla Costituzione addirittura in alcuni casi giurano.
Perché la Costituzione più bella del mondo - così è stata definita - identifica il sistema italiano come una Repubblica parlamentare, cioè un sistema in cui la rappresentanza della volontà popolare è affidata al Parlamento che, in quanto eletto e scelto direttamente dal popolo, è titolare dell'azione legislativa, elegge il Presidente della Repubblica e legittima il Governo, attraverso il voto di fiducia e, oltretutto, ne indirizza l'azione.
Con disgusto, proprio in queste Aule mi sono sentito invece raccontare che alla Costituzione formale si contrappone una Costituzione di fatto, quella reale. Questi colleghi lo dicevano tra il serio e il faceto, come a volte si fa per canzonare gli ingenui. Ingenui? A nessuno di noi sfuggiva che una legge elettorale incostituzionale era stata prontamente firmata dal Presidente della Repubblica e che è stata utilizzata per tre elezioni, senza che nessuno obbiettasse e che loro - proprio loro, che ci facevano la lezione - nominati da un segretario di partito, incarnavano il tradimento della Costituzione e della volontà popolare. Lo denunciamo da anni, come denunciamo le leggi ad personam, ben prima delle sentenze della Corte costituzionale e prima di ogni altro. Dove sta l'ingenuità, allora? No, signor Presidente, non si può parlare di ingenuità, non si può definire così il saper invece mantenere viva la capacità di indignarsi e di non arrendersi di fronte allo sfacelo delle cose.
Non c'è alcuna ingenuità in questo. Ci provò Piero Fassino a farci passare per illusi, quando disse: fatevi un partito e vediamo chi vi vota. Eccoci qua; e più si alzano le mura delle vostra torre d'avorio, più aumenta la nostra forza e la nostra determinazione nel difendere la Costituzione, piegata e piagata, tanto nella sua mancata applicazione, quanto nel processo di revisione. Già oggi la Costituzione è tradita e il potere legislativo è usurpato in vario modo dal Governo, a volte in maniera sottile, ricorrendo agli azzeccagarbugli - dov'è il senatore Cociancich? - a volte in modo rozzo e brutale, come i bravi di manzoniana memoria.
È stato ricordato che l'80 per cento delle leggi approvate è di iniziativa governativa e quanto l'iter dei disegni di legge di iniziativa governativa sia più veloce, rispetto a quelli di iniziativa parlamentare, con un'unica eccezione, che conferma la regola: il cosiddetto disegno di legge Boccadutri, formalmente di iniziativa parlamentare, ma sostanzialmente voluto per coprire le responsabilità del Governo, che aveva scientemente omesso di fornire le dovute risorse alle commissioni che verificavano i rendiconti dei partiti, cosicché essi hanno potuto incassare, senza alcun controllo, il finanziamento pubblico.
Ebbene, in questo brodo legislativo rancido, è oltremodo impressionante la presenza di innumerabili abusi del Governo sul voto di fiducia e sulla decretazione d'urgenza. Si tratta di abusi incostituzionali, irrazionali, spesso imposti per correggere errori precedenti, oppure del tutto inutili, laddove mancano poi i decreti attuativi, e quindi buoni solo ad esaurire il tempo effimero dell'annuncio pubblicitario. Tutto ciò però non basta: sulle nomine pubbliche, dalla Presidenza dell'ISTAT a quella del Consiglio di Stato, passando per quella delicatissima del consiglio d'amministrazione amministrazione della RAI, il Governo ha voluto imporre i suoi Diktat, svelando il suo volto. Quella che Renzi chiama rottamazione è in realtà un sistema di sgombero e di occupazione personale dei gangli vitali dello Stato. Non sazio, Matteo Renzi ha accentrato nella Presidenza del Consiglio ulteriori poteri e competenze e incamerato risorse, come abbiamo visto nella legge Madia di riforma della pubblica amministrazione.
Già oggi, dunque, viviamo in un premierato di fatto. Perché, allora, modificare la Costituzione? Perché ciò che oggi accade, si poggia unicamente sull'ignavia, sulla cecità selettiva dei giusti, di chi dovrebbe vigilare e gira la testa o la china, ma il sistema non è perfetto e qualcuno potrebbe, come accadde per la legge elettorale o per il blocco delle pensioni, bloccare l'ingranaggio e svelarci che il re è nudo.
Con questa riforma tutto ciò diventerà impossibile o arduo. La riforma Renzi-Boschi completa, suggella e cristallizza il percorso segnato in questi anni, consegnando al partito di maggioranza tutti i poteri. Si tratta di una sanatoria all'occupazione di fatto di un potere (quello esecutivo), sul potere legislativo e su quello giudiziario; una sanatoria che renderà legale ciò che è illegale. Per questo parliamo di onestà, perché la legalità è ormai vuota, è addirittura un pericoloso paravento che nasconde i pericoli e i nemici della democrazia.
In altri Paesi esistono sistemi che privilegiano la democrazia governante piuttosto che la rappresentanza dei cittadini, ma hanno dei contrappesi affinché questo potere non diventi strapotere. Negli Stati Uniti e in Francia accade sovente che il Presidente sia espressione di un partito e la maggioranza parlamentare abbia matrice diversa; nulla di ciò è previsto nel premierato assoluto che scaturisce dalla tenaglia composta ad arte dalla legge elettorale patteggiata al Nazareno e da questa deforma del Parlamento, che consegna al Capo del Governo, sostenuto dal primo partito, il controllo assoluto della gran parte dei parlamentari, non più scelti dai cittadini ma nominati, ancora una volta nominati.
Avremo una Costituzione inversa: non più un Parlamento che dà la fiducia ai Governi, ma un uomo solo al comando che dà (chiamiamola così) fiducia a tempo ai parlamentari, uno di quei guinzagli per cagnolini di piccola taglia allungabile o accorciabile a discrezione del dominus. (Applausi dal Gruppo M5S).
Il procedimento legislativo sarà sostanzialmente governato dall'Esecutivo, mettendo in un angolo la Camera dei deputati. La marginalizzazione diventa addirittura umiliazione laddove l'Esecutivo avrà, tra gli altri, il potere di imporre al Parlamento le sue leggi, le sue priorità. Verranno concessi settanta giorni di tempo per fare ciò che il Governo vuole: si tratta del cosiddetto istituto del voto a data certa. Vedete che in questo caso si invertono il meccanismo di delega e la titolarità del potere legislativo. È tutto sotto sopra: come fate a non avere la nausea in questa vertigine?
Quanto agli organi di garanzia, il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale, in base ai nuovi meccanismi, saranno espressione del Governo, anzi di un segretario di partito, giacché proprio il Partito Democratico ha stabilito nel suo statuto che queste due figure, per la loro forza politica, dovranno coincidere. Il Premier assoluto disporrà (vede, signora Presidente, il risultato di questa deriva: se io stesso arrivo a dire Premier, vuol dire che veramente siamo arrivati al marasma semantico) dell'80 per cento dei parlamentari, delle nomine di garanzia e influirà ancor più di quanto non avvenga oggi sull'iter legislativo. L'impostazione di fondo che c'è dietro non mira alla revisione della Costituzione, ma al suo superamento. Si entra dunque in un nuovo territorio, quello delle decisioni semplici, perché per legge il Governo e anche il potere legislativo sono attribuiti a un'unica persona.
Che dire poi degli organi di controllo? Io sono preoccupato per la militarizzazione della Corte costituzionale. Ciò a cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi e anni, cioè pronunciamenti contrari alla volontà del Governo sulla legge elettorale e sul blocco delle pensioni, potrebbe essere disattivato in partenza.
Qui si vuole che i poteri forti abbiano una catena di trasmissione precisa, efficiente e che siano estromessi, invece, i cittadini: è l'abolizione implicita dell'articolo 1 della Costituzione.
Chi sono questi poteri? Lo dico chiaramente: parlo delle banche, delle multinazionali ma anche dei poteri massonici, spesso intrecciati con esse e con il potere politico. Come non rilevare le inquietanti assonanze tra il progetto istituzionale della cosca P2 e questa deforma? Come non rilevare gli inquietanti rapporti che emergerebbero ancora oggi tra il banchiere Boschi, padre del Ministro, e persone vicine alla nuova P3? Come possiamo dimenticare il nuovo ordine mondiale a cui ho sentito fare riferimento in quest'Aula proprio da chi sulla Costituzione ha giurato e in realtà di questa riforma è un ispiratore? (Applausi dal Gruppo M5S).
Questa riforma serve dunque da sanatoria per rendere la Carta costituzionale corrispondente ad una prassi virulenta, malata, un disegno che nulla ha a che fare, peraltro, con l'interesse nazionale, nulla ha a che fare con le vere riforme che potrebbero portarci ad occupare un posto più consono in seno all'Unione europea ma che viene vantata dal presidente Renzi ogni qual volta interloquisce con i veri artefici e conduttori del sistema euro.
Certo, dirà, non ho fatto quel che serve al mio Paese ma sto facendo quel che serve per blindare i Trattati, espropriare le forze critiche verso questa unione monetaria egemonizzata, coloro che propugnano il recupero delle sovranità alimentare, monetaria e democratica al popolo italiano. Questa riforma serve a blindare la catena di comando, dicevo, che dall'Europa strangola la nostra economia e di cui Matteo Renzi pensa di diventare un essenziale ingranaggio.
Ora, Presidente, mi resta solamente da ricordare come questa deforma viene imposta: con la forzatura, il sopruso, i blitz consentiti, mi permetta, da chi aveva il compito di tutelare, da lei e dalle persone che occupano il suo seggio di volta in volta. Quante volte abbiamo chiamato il Presidente del Senato ad esercitare questa tutela per scongiurare le ghigliottine sul dibattito, i canguri, le forzature del Regolamento, le calendarizzazioni forsennate. Abbiamo chiesto di far intervenire la Giunta per il Regolamento e il Presidente - parlo del ruolo - si è spesso dematerializzato, abdicando alla dittatura della maggioranza, sostenendo che l'Aula era sovrana anche dove era sua precipua prerogativa intervenire e decidere. (Applausi della senatrice Donno).
Mi spiace non sia qui presente, ma vorrei chiedere dov'è finito il Piero Grasso che seppe decidere, in una vicenda delicata, che il Senato si costituisse parte civile. In queste ultime ore abbiamo chiesto almeno l'ultimo gesto, perché non si consentisse che le cariche negli uffici di presidenza delle Commissioni fossero usate come elemento di mercimonio, come scambio per un voto sulla riforma. Questo è l'orrendo sospetto che nessuno ha voluto o potuto sgombrare. Il Presidente si è negato, porta peraltro il nome di Pietro e ora il gallo ha cantato per la terza e ultima volta.
Mi spiace questo attacco diretto perché molti, molti altri, sarebbero i soggetti da inchiodare alle loro responsabilità, ma voglio utilizzare il tempo rimanente per illustrare, oltre ai soggetti passivi, anche i soggetti attivi. Questa deforma porta il nome di Maria Elena Boschi, ministro appunto delle riforme. Dal 2011 fino al commissariamento dell'11 febbraio 2015, a causa di un buco di tre miliardi (sei volte il patrimonio netto) il padre, Pierluigi Boschi, era nel consiglio d'amministrazione di Banca Etruria diventando presidente non appena la figlia diventava Ministro. Non solo, il ministro era azionista e suo fratello era un dipendente della banca.
Banca Etruria venne commissariata, ma le obbligazioni subordinate vennero ancora vendute a ignari e incolpevoli risparmiatori. Banca d'Italia, constatando, poi, le forti criticità crescenti e una situazione disastrosa, infliggeva multe per due milioni e mezzo di euro al consiglio d'amministrazione e, di questi, 144.000 anche a Pierluigi Boschi, per carente organizzazione nei controlli interni, carente gestione e controllo del credito, violazioni in materia di trasparenza, omesse e inesatte segnalazioni.
Banca Etruria era una banca morta molto prima del commissariamento, eppure si continuava a spendere fino a 15 milioni di euro l'anno in consulenze esterne.
Da fine ottobre 2014 a gennaio 2015 scoppia la crisi della Banca, ma molti, di colpo, si mettono a comprare azioni, convinti che da marzo quelle azioni varranno molto di più. Come mai? Di lì a poco il Governo Renzi, tramite decreto, trasformava le banche popolari con almeno 8 miliardi di attivo in società per azioni e a guadagnarci di più è proprio Banca Etruria, che registra in borsa la miglior performance dell'anno: più 62 per cento in poco tempo.
La ministra Boschi, durante il Consiglio dei ministri che varava rapidamente il decreto, non c'era, era assente, ma qui la sua presenza si sente eccome, perché il Governo è una squadra e ognuno ha il suo compito.
Il secondo pensiero sui soggetti attivi di questa riforma va ai votanti. In seconda lettura in Senato, presumibilmente, il disegno passerà con i voti di un gruppo di fuoriusciti.
PRESIDENTE. Dovrebbe concludere, senatore. Il tempo è scaduto.
ENDRIZZI (M5S). Signora Presidente, ho quasi concluso.
Fuoriusciti da Forza Italia e capitanati da Denis Verdini, coinvolto in numerose vicende giudiziarie: caso della Maddalena (accusa di concorso in corruzione); caso della P3, già nominata (rinvio a giudizio per corruzione); caso L'Aquila assolto, ma caso del Credito cooperativo fiorentino rinvio a giudizio per truffa e bancarotta; caso dell'immobile di via della Stamperia (rinvio a giudizio per finanziamento illecito e truffa); e, ancora, caso dell'appalto della Scuola marescialli; caso della Toscana edizioni. Questi sono i voti decisivi per una riforma?
Tutto ciò sta avvenendo perché, da una parte, un Parlamento eletto con una legge dichiarata incostituzionale sta piegandosi alle logiche che lo hanno portato qui; e, dall'altra, perché la minoranza del Partito Democratico rimane ancora qui, forse preoccupata per la sua sopravvivenza politica, dimenticando che, poi, tutto e tutti saranno travolti.
PRESIDENTE. Concluda, prego.
ENDRIZZI (M5S). Non le mie parole, che rimarranno qui, non la nostra testimonianza che, comunque vadano le cose, sarà specchiata. Abbiamo un futuro da consegnare al Paese e qualcuno le mani continuerà ad averle pulite; gli altri faranno i conti con la storia. (Applausi dal Gruppo M5S. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Caliendo. Ne ha facoltà.
CALIENDO (FI-PdL XVII). Signora Presidente, una riforma costituzionale, in genere, viene approvata da un'Assemblea costituente, oppure, attraverso il procedimento di revisione previsto dalla nostra Costituzione all'articolo 138, che presuppone la ricerca di convergenze le più ampie possibili.
Io sono rimasto sconcertato rispetto all'atteggiamento del Partito Democratico, che è la risultanza di due componenti politiche che hanno formato la democrazia del nostro Paese e che, però, l'hanno dimenticata. Infatti, in questa legislatura, che è stata dichiarata incostituzionale nella sua composizione, con un Presidente del Consiglio mai eletto e che registra la sua legittimazione solo da una elezione interna di partito, abbiamo avuto una scelta indicativa non soltanto della riforma costituzionale, ma anche delle modalità e dei tempi di approvazione.
L'assenza di molti al dibattito in questo momento deriva anche da una scelta scellerata del partito di maggioranza, che ha rigettato la richiesta di dedicare tre giorni al dibattito, per cui si è lavorato anche stanotte. Lo posso dire ad alta voce perché il mio partito, nonostante nella passata legislatura avessimo 180 voti in quest'Aula, ha garantito l'approvazione di una riforma costituzionale all'unanimità, grazie a quell'apporto intelligente, culturale, scientifico, della presidente Finocchiaro, del presidente Calderoli, del senatore Quagliariello e di altri. Oggi, invece, il Partito Democratico non ha avuto una capacità di intelligenza costituzionale.
È stato già ricordato che si può svuotare di contenuto il Parlamento o attraverso una riforma costituzionale o anche, come fece Mussolini, attraverso un sistema di elezione tale da svuotare il Parlamento, appunto, di contenuto, di potere, di funzioni. Cosa si fa in questa riforma, senza alcuna legittimazione?
Non avete alcuna legittimazione a modificare la Carta costituzionale, sulla quale io ho giurato. È una Carta costituzionale che si regge su valori che sono comuni e di equilibrio tra i poteri. Cos'è la nostra Carta costituzionale? Non riguarda solo gli organi costituzionali, ma tutte le singole articolazioni del nostro Paese in cui si esercita il potere. E se, secondo i principi costituzionali, quegli organi attraverso i quali si esercita il potere statuale non devono debordare dai propri poteri, è una regola altrettanto sacrosanta e fondamentale della nostra Costituzione quella che riconosce il principio del reciproco controllo tra i vari organi. Questo principio non può essere eluso da chi è preposto a quegli organi attraverso accordi strumentali, per realizzare interessi di partito, interessi di gruppi di pressione, di gruppi di potere, di associazioni segrete. In questa logica, l'aver depotenziato il Senato significa legittimare quelle forze, quelle lobby. Questa è una grave responsabilità che vi assumete, perché il problema non riguarda solo l'elezione del Senato (che comunque voi avete reso inutile). Eppure, nel bicameralismo che sbandierate di avere eliminato, gli conferite una presenza regolare e istituzionale sulle modifiche costituzionali, su alcune leggi fondamentali.
Guarda caso, una delle grandi intuizioni di quest'Assemblea - l'avere inserito alcuni principi fondamentali del bicameralismo che dovevano rimanere, tra cui gli articoli 29 e 30 della Costituzione - è stata eliminata. Perché? Nessuno di voi sa darmi una risposta, perché non c'è. C'è un'unica risposta: quella del padrone del vapore che ha inteso determinare, attraverso il sistema elettorale, la non possibilità di controllo. Basterà un colpo di bacchetta magica per ottenere 340 voti alla Camera a chiunque abbia vinto le elezioni, perché Renzi ha voluto queste norme pensando fossero utili a se stesso, ma potranno essere utili a qualcun altro. Chiunque si troverà in quella posizione avrà la tentazione di trasformare questo Paese in una dittatura strisciante.
È stato addirittura copiato il progetto legislativo che avevamo presentato nel 2012, però svuotandolo, anche in questo caso, rendendo consultivo il voto del Senato. Signora presidente Finocchiaro, quale raccordo c'è con il Presidente della Repubblica? Quale equilibrio c'è che investe anche il Governo? Potrei essere d'accordo nel rafforzare il potere esecutivo rispetto a quello legislativo, ma non convengo sull'idea di spostare il baricentro istituzionale dal Parlamento al Governo, perché l'Esecutivo senza controllo diventa una dittatura anche se non le si dà questo nome.
Ciò avviene nel momento in cui avremmo dovuto rafforzare strumenti di garanzia, come il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale. Due componenti della Corte costituzionale verranno eletti in Senato, ma da parte di chi? Di chi molte volte rappresenterà, attraverso lobby, interessi particolari territoriali e localistici. Questo, secondo voi, significa garanzia? Questo è un modo balordo di riformare lo Stato.
Non chiedevo la costituzione di un'Assemblea costituente, ma soltanto che vi fosse la possibilità di un'effettiva partecipazione dei cittadini. L'etica della responsabilità, in forza della quale siamo ritenuti responsabili di quello che compiamo con gli atti nelle Aule legislative, non può essere tradotta secondo la vulgata del Presidente del Consiglio.
Si dice che si è ridotto il numero dei parlamentari. Siccome può darsi che qualcuno, non in quest'Aula ma all'esterno, non lo sappia, e allora è bene che ricordi che nel 2012 proponemmo all'unanimità la riduzione del numero dei componenti del Senato a 250 e quello della Camera dei deputati a 450, prevedendo quindi una maggiore riduzione del numero dei parlamentari rispetto a quanto viene fatto oggi. Ma la finalità non era questa, né quella di garantire un processo legislativo più veloce, perché, come è stato poco fa ricordato dal senatore Bocchino, il tempo per l'approvazione di un disegno di legge nel nostro Paese è pari a centouno giorni. O si è ignoranti, o si fa finta di esserlo e si vuol vendere un qualche cosa... (La luce del microfono lampeggia). Certo, signora Presidente, capisco che lei mi interrompa, però devo pur dire...
PRESIDENTE. Purtroppo è il mio compito, senatore Caliendo.
CALIENDO (FI-PdL XVII). Devo pur dire che chi, come me e lei, ha letto gli atti dell'Assemblea costituente, ha visto che il dibattito, il confronto e la possibilità di esprimere fino in fondo le proprie idee presenti allora oggi non sono più consentiti in ragione del contingentamento dei tempi e perché il Presidente del Consiglio (ripeto: non il Parlamento, ma il Presidente del Consiglio e quindi la sua maggioranza) ha deciso che alle ore 17 debbano avere inizio le dichiarazioni di voto per poi passare alla votazione. In quel momento dirò no e lo stesso farò in occasione del referendum, a cui ho già aderito tramite il comitato. (Applausi dai Gruppi FI-PdL XVII, M5S e CoR e della senatrice Stefani. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Come lei sa, senatore Caliendo, ha deciso la Conferenza dei Capigruppo. (Commenti della senatrice Taverna).
CASTALDI (M5S). Ci vuole la schiena dritta per decidere!
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fornaro. Ne ha facoltà.
FORNARO (PD). Signora Presidente, colleghi, rappresentanti del Governo, vorrei iniziare partendo da una riflessione e da un paradosso che stiamo vivendo.
Mai tanta fiducia nel mondo è oggi riposta nella democrazia. Una ricerca condotta in 57 Paesi (pari all'85 per cento della popolazione mondiale) indica che i dei cittadini del mondo, per il 91,6 per cento, identificano la democrazia come un buon metodo per governare il proprio Paese. Non è sempre stato così. Alla fine della Seconda guerra mondiale erano solamente 12 le democrazie degne di questo nome; salirono a 44 nel 1972 e a 72 nel 1993, mentre oggi sono 117 su 195 Paesi, di cui 90 democrazie effettive. Ma dove sta il paradosso? Sta nel fatto che proprio nella fase storica in cui la democrazia diventa preponderante, proprio nel momento in cui essa vince sugli autoritarismi e sui totalitarismi, la democrazia rappresentativa è sotto scacco, è sotto attacco.
Nelle principali nazioni europee ed occidentali le affluenze alle urne sono in calo, cresce la tentazione della scorciatoia del leader forte, istituzioni e partiti sono ai livelli più bassi della fiducia. In buona sostanza, le istituzioni ed i partiti sono accusati di essere sostanzialmente inutili, di non incidere, e le decisioni sono prese altrove, in istituzioni non elette dai cittadini.
Ecco perché il superamento del bicameralismo paritario è oggi una scelta obbligata per rafforzare la democrazia, non per indebolirla: perché nei tempi in cui viviamo, quelli della globalizzazione, c'è bisogno di istituzioni democratiche autorevoli, legittimate democraticamente ed in grado di dare risposte nei tempi dettati dalla contemporaneità.
Oggi siamo all'ultima lettura del disegno di legge di riforma costituzionale per il Senato ed il pensiero non può che andare allo straordinario lavoro dei Costituenti, compiuto in un tempo breve e con risultati straordinari in termini di coesione nazionale e di rafforzamento e tenuta delle istituzioni democratiche. Ecco perché il referendum dovrebbe e deve essere un'occasione di confronto democratico di un Paese maturo, un confronto nel merito delle proposte di riforma, e sarebbe sbagliato trasformarlo, lo dico con forza, da una parte e dall'altra in una sorta di ordalia, in un duello rusticano, da una parte, con visioni apocalittiche ed insulti e, dall'altra, la trasformazione del referendum in una pronuncia su se stesso.
Il referendum è e deve rimanere sulle riforme: la pronuncia sulle attività del Governo, in democrazia, si chiama elezioni.
Oggi una buona Costituzione deve trovare un corretto ed efficiente equilibrio tra governabilità e rappresentanza; ecco perché il superamento del bicameralismo perfetto va nella direzione giusta. Il Senato però non deve essere interpretato come una sorta di dopolavoro o essere vissuto come un vecchio arnese di un tempo che fu, ma come uno strumento per rendere maggiormente efficace sia l'attività legislativa, sia la rappresentanza dei territori.
A questo punto, diventa fondamentale la fonte di legittimazione del nuovo Senato, che deve tenere assieme una legittimazione di tipo territoriale (le Regioni) ed il corpo elettorale. L'articolo 2 del testo che andremo a votare modifica l'articolo 57 della Costituzione e, al comma 2, prevede che i Consigli regionali eleggano i senatori, mentre al comma 5 è precisato che ciò dovrà avvenire in conformità alle scelte espresse dai cittadini. Su questo punto abbiamo discusso ed oggi, insieme ad altri ventitré colleghi, abbiamo depositato un disegno di legge, previsto dal comma 6 del nuovo articolo 57 della Costituzione, sulle norme per l'elezione del Senato della Repubblica, al fine di cercare di tenere insieme la doppia legittimazione dei nuovi senatori: quella territoriale, essendo loro consiglieri regionali, e quella dei cittadini, rispettando le scelte espresse da questi ultimi. Una proposta che rafforza il nuovo Senato, la rappresentanza e l'impianto complessivo delle riforme.
L'approvazione di tale disegno di legge sarebbe una risposta efficace anche alla critica, non del tutto infondata, secondo la quale il combinato disposto della nuova legge elettorale della Camera e di una cattiva legge elettorale per il Senato darebbe una maggioranza di parlamentari non scelti dai cittadini, bensì nominati.
La proposta è molto semplice: il giorno delle elezioni regionali i cittadini dovrebbero ricevere due schede, la prima per la elezione e per il rinnovo dei Consigli regionali e del nuovo Presidente della Regione, la seconda per scegliere i senatori assegnati a quella Regione, avendo prima, molto banalmente, diviso il territorio regionale in tanti collegi quanti sono i senatori assegnati alla Regione stessa.
Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 15,45)
(Segue FORNARO). In questa maniera, attribuendo in maniera assolutamente proporzionale i voti, trasformati in seggi, alle singole liste, si farebbe una graduatoria interna a ogni lista e i migliori risultati percentuali dei collegi rappresenterebbero quella graduatoria che darebbe sostanzialmente i nomi degli eletti.
E nella prima seduta del Consiglio regionale, sostanzialmente, come il Consiglio regionale prende atto dei risultati elettorali per il Consiglio regionale, prenderebbe atto anche dei risultati delle scelte espresse dai cittadini.
Ci attendiamo che possano esservi segnali positivi su questa nostra proposta, che è una ideale continuazione della battaglia da noi fatta per inserire quel famoso emendamento al comma 5 dell'articolo 2: segnali positivi, a cominciare dal Governo, perché non si capirebbe, lo dico con grande chiarezza ai Sottosegretari presenti, un arroccamento su modelli elettorali per l'elezione del nuovo Senato, previsti dal comma 6 dell'articolo 57, o su altri modelli, come ad esempio listini. Questi sarebbero letti come un camuffamento, come una nomina dei nuovi senatori, con esattamente gli stessi danni prodotti con il Porcellum, che è stato uno dei responsabili della caduta della rappresentatività del Senato e della Camera e ha sicuramente aumentato il divario tra cittadini e istituzioni, tra cittadini e propri rappresentanti.
Concludo da dove sono partito: oggi abbiamo bisogno di istituzioni autorevoli, legittimate, capaci di dare risposta nei tempi della contemporaneità. Ma il costituzionalista Ainis ci ha ricordato qualche giorno fa che ogni revisione costituzionale detta un principio di riforma, non è tutta la riforma. Questa riforma rimanda in passaggi decisivi, ricorda Ainis, alla legge ordinaria, a partire proprio dalla materia elettorale.
E su questo, sia in una auspicabile modifica dell'Italicum che elimini i capilista bloccati, sia aderendo a questa proposta di modello di elezione dei senatori, daremo una risposta molto forte, chiara e netta, e credo spianeremmo così la strada per una vittoria del referendum, soprattutto per ritornare al cuore del problema. Il cuore del problema è proprio il superamento del bicameralismo perfetto. Per questi motivi io voterò a favore, ricordando però a me stesso, al mio partito e al mio Governo, che una buona Costituzione deve accompagnarsi a una buona legge elettorale. Perché se una buona Costituzione si accompagna a una cattiva legge elettorale allora può diventare, all'atto pratico, una cattiva Costituzione.
Ecco perché noi, e insieme a me altri colleghi e - credo - gli italiani tutti, abbiamo il diritto di conoscere nel dettaglio la legge elettorale per il nuovo Senato prima del referendum, per potere esprimere compiutamente un giudizio nell'occasione massima prevista dai costituenti all'articolo 138 nel prossimo autunno. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bruni. Ne ha facoltà.
BRUNI (CoR). Signor Presidente, con un certo imbarazzo, con grande insoddisfazione, sia come cittadino che come rappresentante degli elettori, torno ad intervenire sul presente disegno di legge di riforma della nostra Carta costituzionale.
Ogni volta che quest'Assemblea torna ad occuparsi delle riforme il dibattito, più che incentrarsi sul merito della stessa, tende sempre di più a focalizzarsi sulla perversa regia del Governo, sulle inappropriate accelerazioni e sulla cieca compressione di ogni dialettica parlamentare. Tutte queste considerazioni confermano, una volta ancora, che per il PD ed il Governo non si trattava di condurre a termine un vero progetto di revisione della Costituzione, ma si cercava solo un simbolo, una riforma spot per radicare il consenso elettorale di un Governo nato nell'incubatore delle primarie per l'elezione del segretario del Partito Democratico, ma mai legittimato dal popolo.
Renzi e i suoi sgangherati sodali, con il Nazareno prima e con il tutoring verdiniano poi, hanno smontato la stagione costituente, avviata con fatica nella primavera del 2013 e, evitando ogni confronto con le forze parlamentari d'opposizione , hanno imposto un modello di riforma blindato, modificato nei primi passaggi parlamentari solo in alcuni aspetti marginali, e complementare alla perversa legge elettorale approvata nello scorso anno. Altro che legislatura costituente!
Il Governo in carica ha compiuto lo stesso percorso delle riforme del 2001 (il Titolo V) e del 2005, che si caratterizzarono per l'imposizione unilaterale operata dalle maggioranze dell'epoca e per una scarsa condivisione con le forze sociali e politiche ad esse estranee. E i risultati di quei tentativi sono ben noti a tutti noi: la riforma del Titolo V ha prodotto una serie di conseguenze negative, i cui effetti sono destinati purtroppo a non esaurirsi. Il tentativo del Governo Berlusconi del 2005, invero ben più equilibrato del disegno di legge attuale, finì indecorosamente con il naufragio del referendum del 2006.
E proprio partendo da quest'ultimo insuccesso, l'attuale Premier - consapevole del deficit di partecipazione e condivisione registrato nella presente riforma - punta tutto sul referendum del prossimo autunno, tentando di trasformarlo in un plebiscito sulla sua sempre più debole leadership. La riforma costituzionale, quindi, diventa solo uno strumento elettorale: la Carta costituzionale trasformata in un modulo, un foglio di calcolo per un sondaggio elettorale. Non era mai successo.
Si cambiano e trasformano parti rilevanti della nostra Carta fondamentale solo per consentire i giochini demagogici ed elettorali di Renzi e i suoi accoliti. Così si spiega che, già da qualche giorno, il Premier ha avviato la campagna referendaria, un periodo di dieci mesi in cui la politica italiana sarà arroventata da un' incandescente contrapposizione tra sostenitori ed avversari delle riforme.
Nel frattempo i problemi dell'Italia rimarranno sullo sfondo. Il Governo, impegnato nel sostegno al referendum, trascura già da oggi - e lo farà per tutto il 2016 - i gravi problemi del nostro Paese. A fronte di un improduttivo e penoso scontro con l'Europa, restano insolute le questioni che riguardano la vita di ogni giorno degli italiani. Solo a titolo esemplificativo, restano finora senza risposte le migliaia di risparmiatori delle quattro banche, nonostante le ripetute promesse del Governo nelle scorse settimane.
Attendono ancora di sapere i cittadini e gli operai di Taranto cosa ne sarà dell'Ilva e se, dopo l'insuccesso del decreto-legge (ancora in corso di conversione), ne avremo ancora un altro per allungare l'agonia della fabbrica ionica. E cosa succederà, a proposito di referendum, in tutte le Regioni costiere interessate dalle trivellazioni: prevarrà la linea Descalzi-Guidi o quella dei governatori, con il Premier che si affanna ad inseguire anche le ultime decisioni della Corte costituzionale nel ruolo di arbitro incapace, che cambia tattica ogni settimana?
E le più volte ipotizzate riprese dei consumi e del prodotto interno lordo? Con un Governo inerte e inconcludente (tutto preso dai comizi e dalle manifestazioni referendarie) sarà difficile che si possa registrare un miglioramento delle condizioni economiche del nostro Paese. Eppure Paesi come Spagna e Irlanda (che hanno vissuto una crisi ben più grave della nostra negli scorsi anni) hanno invertito la tendenza con numeri sensibilmente più significativi.
E i nostri marò? E la nostra titubante politica estera, che ci vede passivi spettatori anche di quanto succede a pochi passi da casa, nel Mediterraneo meridionale?
Tutte queste domande, insieme a molte altre rimarranno, purtroppo, senza risposte, dal momento che il Presidente del Consiglio dovrà girare la Penisola, di paese in paese, per sostenere il suo referendum, il suo fantomatico plebiscito. Ma questa non è riforma costituzionale, bensì solo vuota campagna elettorale per l'affermazione egoistica dei propri individuali interessi politici.
Queste ragioni ci conducono a sostenere la nostra posizione contraria a questa riforma. Per la verità si tratta di ribadire quanto noi, Conservatori e Riformisti, abbiamo dichiarato sin dell'agosto del 2014, allorché nel Gruppo di Forza Italia avemmo il coraggio di prendere le distanze dal pactum sceleris del Nazareno, dichiarando tutte le nostre perplessità sul disegno di legge oggi al nostro esame. Lo facemmo quasi da soli, venendo additati negativamente dal duo Romani-Verdini. Il tempo, però, è stato galantuomo: la maggior parte del Gruppo di Forza Italia, a cominciare dallo stesso presidente Romani, si è poi allineata alla nostra posizione, rinnegando clamorosamente le pattuizioni contenute nel contratto del Nazareno. Verdini, da par suo, ha invece calato ogni velo di ipocrisia ed è passato, armi e bagagli, nella compagine renziana, tornando nel Granducato. È un'amara constatazione, ma nell'estate 2014 avevamo visto giusto. Il patto concluso da Berlusconi e Renzi era il peggior negozio con cui si cercava di dare sostegno politico ad una pessima riforma delle nostre istituzioni.
Oltre a queste riflessioni, restano intatte le ragioni di merito per cui siamo contrari a questa riforma. Su tutte, lo ribadiamo ancora, grande attenzione va posta all'effetto perverso che la nuova architettura costituzionale, sommandosi alle previsioni della nuova legge elettorale (l'Italicum), comporterà per il nostro sistema. Chi vincerà le elezioni potrà dominare le nostre istituzioni - lo hanno detto tanti colleghi - eleggendo direttamente o influenzando effettivamente le più alte cariche dello Stato. In nome di una declamata efficienza, il partito di maggioranza controllerà non solo il Parlamento (come pure è lecito), ma tutte le istituzioni più importanti, dal Presidente della Repubblica alla Consulta. Chiedo agli esponenti del PD: con Italicum e riforma della Costituzione, quante leggi ad personam potrebbero essere approvate nel futuro prossimo?
Infine desidero in questa sede riaffermare il rimpianto per la mancanza totale di confronto e dialogo che ha caratterizzato questa riforma, cui pure, in circostanze diverse, avremmo desiderato offrire il nostro contributo. Come ho avuto modo di rappresentare nella precedente discussione di ottobre, il nostro Gruppo ha tentato di portare dei correttivi al testo del disegno di legge, con emendamenti che non esagero a definire di qualità. Abbiamo proposto di inserire nel testo della Costituzione il principio del tetto fiscale, ovvero l'introduzione di una soglia massima della pressione fiscale in grado di proteggere il contribuente e scongiurare le perverse azioni dei Governi. Abbiamo suggerito di fissare il concetto della cosiddetta perequazione infrastrutturale, al fine di armonizzare la crescita tra le diverse aree del Paese (quelle ricche ed evolute e quelle in ritardo ed arretrate dal punto di vista socioeconomico). Degna di nota era pure la proposta di inserire e regolare le primarie, come strumento costituzionale per la selezione democratica delle nuove classi dirigenti: emendamenti di qualità - dicevo - e, forse proprio perché poco demagogici e troppo costruttivi, completamente ignorati dalla maggioranza.
Anche per questi motivi, oltre alle ragioni di opportunità evidenziate all'inizio del mio intervento, il nostro no al disegno di legge sarà ancora una volta forte e convinto. Continueremo a non piegarci dinanzi alle deboli argomentazioni del governo e continueremo la nostra opposizione convinta, con lo stile serio e responsabile che ci ha caratterizzato nel corso degli ultimi due anni, cui si contrappone il dannoso pressappochismo e la narcisistica vanagloria del Presidente del Consiglio. (Applausi dal Gruppo CoR. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Candiani. Ne ha facoltà.
CANDIANI (LN-Aut). Signor Presidente, una riflessione appare doverosa, ormai al termine di questa discussione generale. Vorrei chiedere a lei, signor Presidente, e retoricamente, tramite la sua persona, a tutto il Senato, come è possibile che qui dentro si stia discutendo da più di quindici ore e il dibattito all'esterno sia totalmente assente dai mezzi di informazione di Stato e totalmente assente dai mezzi di comunicazione di stampa. Questa è innanzitutto la cifra di lettura all'interno della quale dobbiamo collocare questa chiusura di modifica costituzionale. Mi rifiuto parlare di riforma in questo caso, intendendo la parola «riforma» come qualcosa che modifica in meglio.
Cosa accade, signor Presidente? Accade che il presidente del Consiglio dei ministri Renzi sia molto abile nello sfruttare i coni d'ombra e sia molto abile a sfruttare le opportunità che la politica, negli anni, ha reso oggi possibili, per andare a modificare la Costituzione senza che neanche la gente stessa ne abbia coscienza. Io non ho visto qui fuori, colleghi, il popolo viola, il popolo fucsia, il popolo arancio, i girotondi, quelli che saltano il banco; non ho visto nessuno. E allora verrebbe da chiedersi qual è la ragione per la quale si modifica la Costituzione, se per parte popolare non se ne sentono istanze.
Allora, forse la questione è che occorre al Presidente del Consiglio nutrirsi costantemente e dare in pasto all'opinione pubblica inganni. Lo abbiamo visto con il jobs act e con le altre cosiddette pseudoriforme e modifiche di legge come la buona scuola, le tasse e tutte le altre sue dichiarazioni che dovevano andare ad incidere fortemente sull'economia del Paese e che, invece, nulla hanno cambiato.
Anche in questo caso cosa viene fatto? Viene lasciato credere che, con questa modifica costituzionale, il Paese avrà le carte in regola per ingranare una ripresa forte, così, senza colpo ferire, si chiude una riforma costituzionale che stravolge i pesi e i contrappesi democratici nell'indifferenza totale della gente, dando in pasto a chi se ne interessa la convinzione che questo sia nell'utilità della democrazia e dei cittadini.
Ma qual è lo scenario all'interno del quale si incardina questa modifica costituzionale? Vedo che è comparso da qualche ora il sottosegretario Scalfarotto, invece della ministra Boschi, che comparirà ragionevolmente insieme al presidente del Consiglio dei Ministri Renzi negli attimi finali.
Presidente, i momenti in cui stiamo concludendo questa riforma costituzionale sono accompagnati da titoli sui giornali che ci parlano dello scandalo di Banca Etruria: «Parla l'uomo dei misteri: i miei favori a Boschi»; «Un'associazione segreta dietro Etruria e papà Boschi»; «Se esce la verità su Boschi, salta per aria il Governo». Sono titoli del 16 gennaio. Stiamo parlando dello stesso Governo che ha presentato alle Camere la riforma e che vuole modificare la Costituzione democratica. Questi sono i presupposti che stanno alla base di quelli che saranno i futuri Padri costituenti, con l'aggiunta della mano sempre molto accorta che sta dietro le quinte del senatore Verdini. Questo è il Paese libero nel quale questo Parlamento e questo Senato cercano di alzare la voce per fare comprendere il rischio di deriva autoritaria che sta dietro a questa modifica della Costituzione. E quanti cambi di casacca hanno caratterizzato questa legislatura? Quanta gente, che si era fieramente opposta nelle prime letture alla modifica costituzionale improvvisamente, folgorata come san Paolo sulla strada di Damasco, si è convertita alla modifica costituzionale per il bene del Paese? Se si parla di corruzione, non c'è da stupirsene. Se si parla di senatori che cambiano opinione per attendere uno strapuntino in qualche Commissione non c'è da stupirsene. Ma domando ancora una volta retoricamente a lei, Presidente, per domandarlo a tutti i senatori: è questo uno spirito costituente? È questo uno spirito che dovrebbe dare al Paese nuovo slancio democratico e fiducia in se stesso? Oppure sono le manovre molto ben architettate di un autocrate che, sfruttando questi coni d'ombra, costruisce per se stesso e per i propri accoliti un sistema di gestione del potere autocratico? Questo è quello che sta avvenendo. Non ci saranno più i pesi e i contrappesi; non ci sarà più la capacità dei cittadini di scegliere chi siederà in questo Senato, con buona pace del senatore Fornaro e di tutta quella parte della minoranza del Partito Democratico che inizialmente lasciava credere che ci fosse ancora qualcosa di reale nella dicitura democratica del partito. Perché vi siete piegati? Che vi siete piegati lo rende evidente il fatto che alcuni tra di voi (il senatore Tocci e altri) non hanno modificato la propria posizione rimanendo indefessi e fermi in una linea di difesa di quei valori di Costituzione democratica che oggi caratterizzano ancora questo Paese.
Vede Presidente, nei giorni passati mi è capitato di sentirmi chiedere come mai, da senatore leghista, difendessi la Costituzione della Repubblica italiana. Per contro, domando come sia possibile che, sulla stessa linea, si trovino contemporaneamente la Lega, il Movimento 5 Stelle, SEL, Forza Italia e altre parti del Gruppo Misto. Come è possibile? Ciò significa che quello che viene messo in discussione non è qualcosa di superficiale rispetto alla Costituzione, ma è qualcosa di essenziale, ovvero i caratteri democratici e di partecipazione popolare, i caratteri di distinzione tra democrazia e autocrazia, tra democrazia espressa e oligarchia. Questo è quello che stiamo combattendo e, se sono qui dentro insieme ad altri colleghi, è perché una parte dei cittadini è contraria all'opinione del Governo e desidero e voglio continuare a dare a questi cittadini il diritto di tribuna, che sarà compromesso dall'approvazione di questa modifica costituzionale, insieme all'Italicum.
Questo è quello che stiamo facendo qua dentro, soffocati da una regia che vuole mettere una sordina - come ha fatto - a questo dibattito. Ma questa regia non riuscirà a mettere la sordina al referendum democratico, che si svolgerà il prossimo autunno. Fa male - anzi fa bene! - il Presidente del Consiglio a caricare su se stesso la responsabilità di questo referendum, togliendo il dibattito dal merito e portandolo su di sé. Chi voterà dovrà esprimersi a favore o contro Matteo Renzi. Allora mi rivolgo a tutti quei cittadini che fino ad ora sono stati ingannati, perché hanno perso la pensione, perché hanno fatto anni di attesa a scuola e oggi si trovano senza avere alcun dritto, perché hanno detto loro che sarebbero state ridotte le tasse e oggi non riescono ad arrivare a fine mese, perché si sta facendo credere loro che il Paese ha ingranato una ripresa quando ancora, purtroppo, siamo in attesa di politiche economiche a sostegno della ripresa. Dico a tutti questi i cittadini che quello sarà il momento per dare una svolta al Paese, per riprendersi, con voce democratica, il Governo.
Questo autocrate non è stato eletto: è lì dentro, dopo essersi autoincoronato. Si è messo a capo del Governo, sostituendo e facendo fuori un collega del suo stesso partito. Questa è la credibilità della persona, che diceva al sua collega «stai sereno» e il giorno dopo lo pugnalava alle spalle. Questa è la credibilità, caro senatore Fornaro, che vi lascia credere oggi che prima della modifica e del referendum ci sarà una legge, che dirà che i cittadini possono scegliere, senza scegliere, chi siederà in Senato. Ne abbiamo discusso anche poche ore fa ed era così semplice aderire alle proposte di emendamento che abbiamo presentato in questa sede, prevedendo che il Senato e la Camera dei deputati, ridotti nel numero, siano scelti a suffragio universale dai cittadini e non dalla segreteria del PD. Questa è la differenza tra quello che state facendo e quello che vogliamo per il popolo, affinché il popolo possa scegliere. Se è così facile, perché non avete scritto che sarà eletto a suffragio universale?
Signor Presidente, ci sono parecchie cose che non tornano in questa modifica costituzionale. Proprio leggendo qualche giorno fa un discorso tenuto da Dossetti, nel 1994, a Bologna, ho trovato alcune domande, che desidero rinnovare a questa Assemblea. Dossetti si domandava: «(...) donde è nata la Costituzione italiana entrata in vigore il 10 gennaio 1948? Qual è la sua radice più profonda?
Alcuni pensano che la Costituzione sia un fiore pungente nato quasi per caso da un arido terreno di sbandamenti postbellici e da risentimenti faziosi volti al passato.
Altri pensano che essa nasca da una ideologia antifascista di fatto coltivata da certe minoranze, che avevano vissuto soprattutto da esuli gli anni del fascismo.
Altri (...) si richiamano alla resistenza, con cui l'Italia può aver ritrovato il suo onore e in un certo modo si è omologata a una certa cultura nazionale.
E così si potrebbe continuare a lungo nella rassegna delle opinioni o sbagliate o insufficienti.
In realtà la Costituzione italiana è nata ed è stata ispirata - come e più di altre pochissime costituzioni - da un grande fatto globale, cioè i sei anni della seconda guerra mondiale.».
Per questo oggi chiedo, signor Presidente, dove nasce la riforma costituzionale che stiamo esaminando, chi ne sono gli ispiratori? Sono gli stessi che stanno nascondendo i disastri di Banca Etruria? Sono gli stessi che stanno ingannando i cittadini in merito allo stato reale del Paese? È lo stesso Presidente del Consiglio dei ministri che manda il suo amico Calenda in Europa, pensando così di poter compensare la sua totale assenza di forza contrattuale nei confronti di un'Europa che sta schiacciando questo Paese? Oppure, signor Presidente, l'ispirazione l'hanno trovata nelle 17 pagine che ho in mano, quelle che sono state sequestrate nel 1981 e che raccontano del piano di rinascita democratica. L'ispirazione l'hanno trovata in queste pagine in cui è scritto chiaramente l'ordinamento del Parlamento, che devono essere riviste le leggi elettorali e, per il Senato, che deve essere di rappresentanza di secondo grado e regionale; inoltre è scritto che devono essere rivisti la Corte costituzionale, il Presidente della Repubblica e le Regioni, con una modifica della Costituzione per ridurne il numero e determinarne i confini secondo criteri geoeconomici più che storici. È in queste pagine che hanno trovato l'ispirazione? È questo il piano di rinascita democratica a cui vi state ispirando?
È questa l'ispirazione che ha informato la sua mano, senatore Cociancich? Lo dico perché è stato molto bravo a dare il suo contributo di idee (cito le sue parole); un contributo che si è sostanziato nel prestare il suo nome a una mano provvidenziale giunta da Palazzo Chigi, che ha firmato al suo posto un documento che in seconda lettura ha tolto alle opposizioni qualsiasi possibilità di interlocuzione in questa Camera e di cui aspettiamo ancora oggi, signor Presidente, l'originale.
Infatti, di questa Costituzione si potrà dire una cosa per certo: è stata scritta basandosi sui falsi, sulle menzogne, sugli inganni. (Applausi del senatore Gaetti). Questa è la differenza tra la Costituzione del 1948 e quella che state approvando qui dentro; una Costituzione di cui i senatori sottoscrittori di emendamenti non possono presentare gli originali perché non esistono.
Spiace ancora una volta non aver trovato nella funzione del Presidente del Senato quell'equilibrio che abbiamo tante volte auspicato. Il presidente Grasso, che sicuramente ci sta ascoltando, avrebbe avuto modo di dimostrare che questa istituzione ha autonomia e indipendenza; lo avrebbe potuto fare in tanti modi, ma essenzialmente in uno: rispettando il Regolamento del Senato, di cui abbiamo chiesto l'applicazione e il rispetto.
Presidenza del vice presidente GASPARRI (ore 16,13)
(Segue CANDIANI). Mi riferisco a quel Regolamento che, quando era utile farlo, purtroppo è stato piegato alle esigenze della maggioranza e che, quando era utile farlo, è stato stracciato per imbavagliare l'opposizione. Qui dentro ci sono le umiliazioni subite dal Senato e, rivolgendomi ai senatori che sono stati costretti a svolgere i loro interventi ad Aula vuota, dico che quell'umiliazione non è nulla rispetto a quello che ha subito l'intera istituzione con la modifica costituzionale in discussione, perché tutti i precedenti che sono stati avallati sono uno schiaffo alla storia repubblicana precedente e sono certamente un impedimento all'esercizio democratico per il futuro.
Presidente, ci rifiutiamo di credere che questo possa essere il Senato della Repubblica. Noi siamo ancora convinti che qui dentro ci possa essere un sussulto di democrazia e di orgoglio e che i 161 voti che occorrono per modificare la Costituzione possano ancora venire meno. Dipenderà dalla scelta dei senatori che si sono piegati fino ad ora alle scelte del Governo e lo dico ai colleghi del Nuovo Centrodestra: basta farvi usare da questo autocrate! Non aspettatevi riconoscenza il giorno dopo, non sarete ricandidati, non aspettatevi riconoscenza sulle unioni civili, sarete piegati. Fate l'unica cosa che potete oggi fare: distinguetevi da questa marmaglia e lasciate che siano i senatori di Verdini a garantire la maggioranza che occorre per modificare la Costituzione perché quelli sono i farisei e gli scribi che hanno detto una cosa e ne hanno fatta un'altra, piegandosi ora per l'interesse di bottega e per l'interesse personale che nulla ha a che fare con la difesa dei cittadini che dovremmo attuare qui dentro.
Questa modifica costituzionale, Presidente, e mi avvio a concludere, dovrebbe essere fatta guardando a quello che è scritto sul soffitto di quest'Aula e che forse il Governo guarda troppo poco: c'è scritto fortezza, c'è scritto diritto, c'è scritto concordia. E la riforma costituzionale del 1948 fu approvata con il 90 per cento dei consensi mentre oggi si arriverà a malapena alla maggioranza assoluta. Questo non può dirsi un percorso democratico.
Infine su questo soffitto c'è scritto giustizia ma la giustizia qui dentro è morta e la state uccidendo voi, davanti ai cittadini.
Dico a coloro che voteranno contro questa riforma: ricordatevi come disse Churchill: abbiamo vinto la guerra perché non ci eravamo mai resi conto di averla già persa. Non si smette di combattere, si va fino in fondo e noi andremo fino in fondo. (Applausi dai Gruppi LN-Aut e M5S. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Compagna. Ne ha facoltà.
*COMPAGNA (GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)). Signor Presidente, onorevole rappresentante del Governo, colleghi senatori, il Senato giunge all'ultima tappa del proprio percorso. Mi auguro, come l'oratore che mi ha preceduto, che nel voto di stasera non si ottenga la maggioranza e quindi mi auguro che, in questi tre mesi di riflessione, ci siano molti colleghi che, a differenza di me, abbiano cambiato opinione sul merito di questo disegno di legge. Su di esso, quindi, non avrei che da ripetere le considerazioni che svolsi nel mio intervento precedente.
Credo però che, come disse il senatore Romani quando discutemmo del calendario, questo che potrebbe essere l'addio del Senato a se stesso meritasse un'atmosfera meno volgare di quella nella quale si è svolto. Abbiamo, in questi giorni, il tronfio protagonismo di un Presidente del Consiglio tutto contento perché annunzia un ritorno dell'Italia a petto in fuori in Europa. A me non sembra che sia così e soprattutto non mi sembra che operi in questo senso la riforma costituzionale della quale egli tanto si vanta.
Quello che mi pare ancora più doloroso è che da almeno una ventina di giorni viene dato per scontato il voto favorevole del Senato e il voto della Camera tra tre mesi e si annunci, nella scadenza referendaria, uno scontro politico sulla Costituzione tra il Presidente del Consiglio e il resto del Paese.
Penso che quest'Aula abbia il dovere di dire addio a una parte della storia d'Italia con molta maggiore compostezza di quella alla quale il presidente Grasso ha costretto l'andamento, i tempi, gli sviluppi della nostra discussione.
Il Senato, quello italiano, quello regio, quello non elettivo, nacque nella previsione di un disastro: si pensava che la grande aristocrazia siciliana e piemontese si sarebbe sottratta. Ricordo le parole del principe di Salina: non siamo interessati a fare i senatori, siamo gattopardi, altri facciano gli sciacalli. Il principe di Salina aveva torto marcio: quel Senato, quelle nomine, fatte al principio del Regno, furono di prim'ordine e il posto che nella storia d'Italia occupa il Senato regio è più che dignitoso, anche quando dovette prestarsi - pensiamo alla sconfitta nella guerra del 1866 - al lavoro più sporco, quello di giurisdizione sull'ammiraglio Persano.
Eppure nella storia d'Italia c'è un antiparlamentarismo antico. Non so se sia davvero antiparlamentarismo o delusione sull'unità d'Italia. Pensiamo a quel bellissimo reportage giornalistico, «I moribondi del Palazzo Carignano» (si parlava della Camera) di Petruccelli della Gattina: venne giudicato per alcune generazioni un testo di antiparlamentarismo. No, non era affatto così.
Per restare al terreno di gioco della letteratura siciliana, un antiparlamentarismo molto più forte, diretto verso la Camera e non verso il Senato, fu quello di un grande scrittore italiano, Federico De Roberto, nelle pagine de «L'imperio», (siamo nell'età giolittiana, nella seconda metà dell'Ottocentonovanta, 1895): il romanzo si svolge tutto a Montecitorio e il protagonista si appoggia su quello che gli sembra un riferimento marmoreo e si accorge che è di cartone.
Questo antiparlamentarismo ha molte volte accompagnato la storia d'Italia. Pensiamo a quella laida rivolta contro il Parlamento, guidata da Gabriele D'Annunzio, contro Giolitti, che portò l'Italia in guerra il 24 maggio del 1915.
Tre anni fa un volenteroso amico, il ministro Quagliariello, guidato con mano esperta dal magistero di influenza e persuasione dell'allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, disse di aver convocato nel Gabinetto 42 esponenti delle migliori culture giuridiche e politiche italiane; può darsi che lo fossero, ma nessuno se ne è accorto. Perché? Perché le culture giuridiche e politiche dell'Italia moderna erano scomparse, assorbite, inghiottite e digerite dal moralismo di massa, da quella perversa sottocultura dell'antipolitica. Così ha detto un collega del Partito Democratico, il senatore Micheloni, questa mattina. Io lo chiamo moralismo di massa. Ma forse alludiamo alla stessa cosa.
Oggi, allora, ci tocca giudicare un percorso, non quello di Quagliariello, ma direi un percorso un po' più lungo, quello che forse inizia nella metà degli anni Ottanta con le conclusioni dei lavori della Commissione Bozzi. Lì forse ci sono ancora delle vere e serie culture politiche e giuridiche. Si passarono in rassegna molti problemi, si creò un'istruttoria, sulla scia delle sollecitazioni riformatrici di Craxi. Si cercò di riprendere quel lavoro nel messaggio del presidente Cossiga dell'ultima fase del suo settennato. Si tornò alla carica con la Commissione bicamerale che nel 1992 doveva proporre insieme qualcosa di costituzionale e qualcosa per la legislazione elettorale. Perché non ci si riuscì? Perché il moralismo di piazza, il moralismo di massa, l'odiosa canea, che avevamo visto esprimersi soltanto negli spazi riservati del Consiglio superiore della magistratura e della magistratura associata, invase le piazze mediatiche e non solo.
Si travolsero intere culture politiche: quella socialista, quella liberale, quella repubblicana, quella democristiana e quella socialdemocratica. Della stessa cultura politica comunista, che si volle proteggere, è rimasto ben poco.
Nella sua vulgata, il prestigioso collega Napolitano ci dice che alla Costituente i vecchi comunisti fossero intransigentemente monocameralsti, per depositum fidei democraticistico-giacobino, e poi si piegarono al bicameralismo. Ma come si faceva a contestare uno strumento di garanzia a sei mesi delle elezioni decisive del 18 aprile?
Poi, dice il prestigioso collega - e molti in quest'Aula si rifanno a lui - nacque l'istituto regionale ed esso finalmente meritava una rappresentatività parlamentare o similparlamentare. Questo è un imbroglio, è una bugia: l'istituto regionale entrò in Costituzione con il ricatto secessionista, non di Calderoli e Bossi, ma della oligarchia siciliana. De Gasperi dovette firmare un decreto - e fece bene, perché la Sicilia, significa tanto nella storia d'Italia - che riconosceva l'autonomia siciliana. Ma ci furono nella Costituente quelli che si opposero all'istituto regionale.
Un discorso di Nitti del 1946 sembra che parlasse di oggi: senza una norma finanziaria lo Stato delle autonomie non potrà essere che a ricasco dello Stato nazionale: spesa pubblica allargata, partecipate e magari in prospettiva guapperia ai tavoli di gioco di Berlino e di Bruxelles.
L'imbroglio è continuato, e le Regioni nel 1970 furono fatte senza una legge finanziaria, a ricasco dello Stato nazionale. Si era incerti se dovessero essere di legislazione o di gestione. Oggi sono esclusivamente di gestione, e solo la volontà del volenterosissimo ministro Quagliariello poteva intravvedere nel nuovo cosiddetto Senato una Camera di compensazione che subentrasse allo squallore della Conferenza Stato-Regioni-Autonomie.
Quindi, come si vede, la riforma che abbiamo davanti è sbagliata.
Certo, il Senato esce di scena senza rimpianti. Nel nostro dibattito, giustamente, non vi è stato alcun gesto di omaggio al parlamentarismo voluto dalla Costituzione ed alle alte coscienze democratiche che hanno frequentato quest'Aula. Si è fatta riaffiorare qualche scombinata preoccupazione sulla scombinata Assemblea che ne erediterà il nome e che sarà, di fatto, la sala giochi dei consiglieri regionali. In un primo momento mi sembra che nel testo che il Governo ci sottopose prevalessero i sindaci. Insomma, c'è un regionalismo attovagliatosi senza onore, né gloria nel cuore della nostra Costituzione e del nostro bilancio. Questa Assemblea erediterà lessicalmente il nome Senato, però non ne avrà alcun titolo sotto qualsiasi codice di diritto parlamentare.
Quanto all'ultima discussione che facemmo in questa sede nell'ottobre scorso, allora fu perseguita - non ero pregiudizialmente contrario a ciò, anche se la Presidenza fu davvero infelice nel garantire libertà di opinione ai senatori - soprattutto l'idea di una pacificazione tra senatori del Partito Democratico. Allora la pace tra i senatori democratici parve, cioè, un bene pubblico da tutelare prima, più e meglio della libertà degli altri senatori: di qui il ricorso a canguri, tempi contingentati e ogni tipo di volgarità da parte di chi, in quanto Presidente del Senato, avrebbe dovuto avvertire l'onore di rappresentare la rappresentanza, e parve invece atteggiarsi ad esponente della società civile, cioè ad offendere il Senato assai più di quel consigliere di Stato Montagna che nel '45 fu preposto alla chiusura dell'istituzione regia.
Signor Presidente, senza alcuna tentazione di votare a favore, oggi - mi auguro di no, ma mi sembra fatale che ciò avvenga - diremo «no» ad un'istituzione della storia democratica di questo Paese. (Applausi dal Gruppo GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)).
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Salutiamo gli studenti ed i docenti dell'Istituto comprensivo «Giovanni Pascoli» di Sturno, in provincia di Avellino, che dall'Irpinia sono venuti in visita al Senato, presenti in tribuna. Grazie per la vostra presenza. (Applausi).
Ripresa della discussione del disegno di legge costituzionale n. 1429-D (ore 16,32)
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Repetti. Ne ha facoltà.
REPETTI (AL-A). Signor Presidente, signora Ministra, il lungo iter di approvazione della riforma costituzionale sta finalmente giungendo a conclusione.
Si tratta di una riforma che ha un grande valore storico, se non altro per il fatto di essere attesa da decenni. Da decenni, infatti, le forze politiche e il Parlamento ne hanno discusso senza arrivare mai ad una conclusione e senza che mai i tanti progetti presentati in Parlamento giungessero ad un'approvazione definitiva.
Può sorprendere anche il fatto che questa legislatura, nata con una forte instabilità politica, sia divenuta una legislatura costituente, mentre nel passato Parlamenti con maggioranze ben più ampie e solide non avevano saputo portare a termine riforme solennemente annunciate.
Questo - occorre riconoscerlo - si deve soprattutto all'accelerazione impressa alla politica dal segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, poi divenuto Presidente del Consiglio. Ciò ha fatto sì che la legislatura potesse divenire una legislatura delle riforme istituzionali e delle riforme economiche, elementi strettamente collegati, che, a mio avviso, costituiscono le due facce di una stessa medaglia.
Non ci può essere infatti stabilità politica e azione riformatrice del Governo se le istituzioni non vengono ammodernate e adattate ad un contesto che, oggi più che mai, richiede decisioni rapide e tempestive, dunque l'abolizione del bicameralismo perfetto e il rafforzamento del potere esecutivo pur nel rispetto dei poteri di controllo del Parlamento.
Come sappiamo, nel passato destra e sinistra hanno vicendevolmente bocciato le riforme proposte dagli altri, azzerando sempre il lavoro intrapreso dagli altri ed imponendo sempre di ricominciare da capo. In questa legislatura, invece, l'accordo sulle riforme fra il Partito Democratico, tra la maggioranza e Forza Italia, aveva fatto sperare, al di là dei numeri in Parlamento, che questo gioco finisse e si potesse finalmente approvare una nuova legge elettorale e la riforma delle istituzioni con un patto condiviso nell'interesse del Paese.
Purtroppo questo patto è stato rinnegato, come sappiamo, e a mio avviso irragionevolmente. C'è chi però, come il nuovo Gruppo parlamentare di AL-A, cui appartengo, non intende cambiare idea e non intende cambiare posizione senza una ragione plausibile e argomentata. E anche con il contributo di AL-A le riforme tanto attese e necessarie al nostro Paese saranno approvate dal Parlamento.
Le forze di opposizione tuttavia si propongono di bocciarle al referendum. Per correttezza e per onestà, va detto che vi sono forze politiche che possono vantare almeno una coerenza in questa opposizione. (Commenti dal Gruppo M5S). Parlo di voi. Ma ve ne sono altre che incomprensibilmente, avendo incluso nel proprio programma il rinnovamento delle istituzioni e soprattutto avendo approvato questa riforma al primo passaggio parlamentare per poi rinnegarla, oggi si uniscono al coro di chi vuole bocciarla. Avremo così un fronte per l'abolizione delle riforme che va dalla Lega a Fassina, da Forza Italia a Di Pietro e Rodotà, dalla Meloni al Movimento 5 Stelle: tutti insieme per la conservazione dell'esistente che non funziona, che è una delle cause del fallimento del sistema politico italiano. Proprio per queste assurdità sono infatti convinta che a trasformare il referendum in un sì o in un no al presidente Renzi - e non a caso dico al presidente Renzi e non al Governo - non sia il Premier ma l'opposizione, che forma un'assurda e non credibile accozzaglia pur di contestare 1'operato di Renzi, nell'illusione di dare una spallata al Governo prescindendo dai contenuti di una riforma.
Ebbene, credo che i cittadini sapranno comprendere l'ennesimo inganno e atto d'irresponsabilità di certe forze politiche, di chi parla di cambiamento e poi si oppone strenuamente all'unico cambiamento che il Parlamento ha reso possibile e che può permettere di uscire dalla paralisi di questi anni. Dunque chi chiederà ai cittadini italiani di votare no al referendum per cancellare una riforma che supera finalmente il bicameralismo perfetto, dovrà spiegarne le ragioni. Chi chiederà di votare no ad una riforma che istituisce una Assemblea delle autonomie locali, come completamento del federalismo, dovrà dire il perché. Chi chiederà di votare no alla revisione della famigerata riforma del Titolo V della Costituzione, che, per ammissione universale ha paralizzato l'azione di governo nazionale a causa di un'endemica conflittualità e di un'assoluta confusione fra i diversi poteri dello Stato, dovrà dare delle spiegazioni. Chi infine chiederà di votare no a una riforma che semplifica le procedure di approvazione delle leggi, restituendo una vera centralità al Parlamento, dovrà rendere conto di questa sciagurata scelta di fronte alle generazioni future.
Io sono convinta, tuttavia, che gli italiani sapranno comprendere la faziosità di questa opposizione che raggruppa forze politiche così lontane e diverse, unite dal solo scopo di non riconoscere il merito di questa maggioranza e di questo Governo nel dare una svolta epocale alle istituzioni.
Sono convinta che gli italiani sapranno compiere la scelta migliore, quella che farà fare dei passi in avanti all'Italia in fatto di progresso economico e sociale e in fatto di diritti e di civiltà democratica. E l'esito di questo referendum segnerà un rinnovamento profondo della vita politica italiana.
Dunque, signor Presidente, signora Ministra, al referendum votare sì sarà un sì al futuro; votare sì sarà un sì al cambiamento; votare sì sarà il sì ad un'Italia che vuole diventare un Paese finalmente moderno, capace di affrontare le dure sfide che abbiamo di fronte a noi.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Cristofaro. Ne ha facoltà.
DE CRISTOFARO (Misto-SEL). Signor Presidente, farò alcune considerazioni anche perché ormai da diversi mesi in quest'Aula mi è capitato, a me come ai colleghi del mio Gruppo, di spiegare le ragioni per cui, con grande convinzione e con grande forza elettorale, non condividiamo e respingeremo, insieme al popolo sovrano, questa idea sbagliata di riforma costituzionale.
Per motivare le ragioni per cui penso che l'operazione politica fatta dalla maggioranza di Governo in questi mesi sia stata profondamente sbagliata, vorrei partire da una riflessione di fondo e contestualizzare la discussione che facciamo questa sera che rischia, e ha rischiato sempre in questi mesi, di essere presentata come slegata rispetto al contesto politico e finanche al contesto sociale che viviamo. Innanzitutto, dopo avere ascoltato l'intervento del mio collega, senatore Fornaro, io vorrei dire che condivido un elemento del suo ragionamento, soprattutto quanto da lui detto in premessa.
Noi viviamo davvero dentro una fase storico molto particolare, nella quale abbiamo a che fare con una sorta di paradosso: la democrazia che diventa, fortunatamente, la forma di Governo più significativa in molti Paesi del mondo, con un livello crescente molto importante rispetto anche a pochi anni fa. Finalmente, tanti Paesi del globo assumono la forma democratica come unica forma possibile di Governo.
Dentro, però, questa espansione delle forme democratiche, c'è la crisi profonda della democrazia rappresentativa e naturalmente tutto quanto ciò significa. Anche nel nostro Paese, infatti, abbiamo visto come sia stato stringente e penetrante questo elemento di crisi. Mi pare questo un punto di fondo della discussione che stiamo svolgendo, perché io dico al Governo che, a mio avviso, l'errore più significativo di questa discussione nasce su questo tema.
Noi, Paese Italia, avremmo dovuto, nel momento in cui andavamo a riformare la Costituzione, innanzitutto porci questo problema: dinanzi a questi elementi di crisi quali sono gli strumenti più efficaci per contrastarli e come si inverte la tendenza rispetto a quanto è accaduto in questi anni. Vorrei aggiungere un ulteriore elemento di premessa, che è l'altro punto che mi sembra essere completamente mancato nella riflessione di tutti questi mesi.
Io ritengo vi sia un grande elemento di sottovalutazione, di come la crisi sociale e la crisi economica che incombono drammaticamente da una parte e la crisi morale con la perdita di rappresentatività finanche dei corpi intermedi, così come li abbiamo conosciuti storicamente, rappresentano una miscela potenzialmente esplosiva rispetto alla quale le risposte che una maggioranza di Governo che si fa carico fino in fondo della gravità di questi processi avrebbe dovuto mettere in campo.
Non sottovalutate questo aspetto. Nel nostro Paese un combinato disposto così potente (crisi economica da una parte e crisi morale dall'altra) non l'abbiamo mai conosciuto nella storia recente, e anche meno recente.
Certo, c'è stata una fase storica in cui la crisi economica era molto strisciante, molto forte e molto pervasiva. Pensate all'Italia che usciva dalla guerra, alla miseria nera che attraversava il nostro Paese, alla gente che scappava ed era costretta ad emigrare. Però, dentro quella fase storica così difficile e così complessa e a quella fase economica così strisciante, perlomeno avevi un punto di riferimento: una classe dirigente, una speranza, una possibilità. Insomma, sì, c'era la crisi economica, ma c'era anche la moralità della politica, i Padri costituenti, le grandi storie che abbiamo dietro di noi, il Novecento in tutto il suo peso, in questo caso sì davvero straordinario.
Ci sono stati invece momenti in cui abbiamo vissuto situazioni opposte: grande crisi morale, grande crisi democratica, crisi della rappresentanza, i partiti politici in situazione di grandissima difficoltà, però almeno un'economia che reggeva o che, comunque, non era stretta nella tenaglia con cui combatte in questi anni.
Noi ci troviamo invece, in questa fase storica, con un combinato disposto anomalo per la storia di questo Paese, in cui questi elementi, la crisi sociale, la crisi economica e la crisi morale, sono esattamente il tema attorno al quale si determina l'elemento di crisi della democrazia rappresentativa. Non è che l'elemento di crisi della democrazia rappresentativa nasce dalla sera alla mattina. Esso nasce dentro un percorso storico, che appunto comincia nel corso degli anni passati, trova nella fase storica che stiamo vivendo oggi un momento massimo di crisi e si traduce in un risultato molto banale e molto semplice da osservare, che qualunque osservatore può focalizzare con la sua lente di ingrandimento. Il nostro Paese aveva visto storicamente una partecipazione straordinaria alle forme della vita democratica; pensate all'affluenza alle elezioni politiche, così come si è determinata negli ultimi cinquant'anni. Il nostro Paese, da questo punto di vista, è stato finanche un faro e un modello per altre democrazie europee. Pensate invece a come oggi questi elementi incidono profondamente sul fatto che un pezzo sempre più significativo di opinione pubblica considera la politica, quando ci va bene, come una cosa altra, separata, diversa, che non gli interessa e, quando invece ci va male, addirittura come una cosa che gli fa schifo (se posso utilizzare questa espressione un po' forte).
È questo lo stato in cui versa il nostro Paese oggi oppure no? È quello appunto in cui le forme di democrazia e di partecipazione democratica si sono andate consumando oppure no? È quello in cui anche la forma organizzata dei partiti politici ha vissuto un elemento di crisi probabilmente irreversibile oppure no? In questo elemento di difficoltà sta l'errore politico decisivo di questa vicenda, che mi fa dire un no molto convinto, oggi in Aula e domani nel referendum costituzionale che ci sarà.
La domanda di fondo è: quali strumenti si potevano immaginare dinanzi ad una crisi di questa portata? C'erano due strade. Purtroppo, è stata scelta la strada sbagliata, quella che accentuerà questo elemento di crisi e di distacco. Una strada era quella di dire: riconosciamo che esiste un problema gigantesco, che riguarda la rappresentanza e la rappresentatività e lavoriamo, in questo Paese, per ricostruire questo elemento di nesso saltato in aria tra popolo e istituzioni. Come? Attraverso forme di partecipazione democratica, attraverso elementi di allargamento profondo della democrazia, finanche attraverso elementi di controtendenza rispetto alla linea politica generale scelta in questi anni. La linea politica generale scelta in questi anni invece era un'altra, esattamente quella che si ripercorre in questa riforma costituzionale, non soltanto senza cambiare verso, ma invece interpretando fino in fondo quel verso costruito nella narrazione degli ultimi vent'anni. La linea secondo cui la causa principale di questo elemento di difficoltà fosse da ricercarsi nella crisi della rappresentanza; si individuava pertanto, come rimedio alla crisi della rappresentanza, l'aumento dell'efficacia della governabilità. Questa tesi è stata al centro di un'intera riflessione politica ed è stata anche respinta dal popolo sovrano in qualchereferendum costituzionale passato. Anche l'esperienza di questi anni avrebbe dovuto avvertire della pericolosità di questa tesi, che magari sul breve periodo può anche avere un elemento di forza, ma che però sul medio e lungo periodo è destinata a produrre un ulteriore elemento di aggravamento della crisi già oggi molto profonda della democrazia nel nostro Paese.
Allora, io credo che a questa domanda di fondo si è proprio scelto di mettere in campo la strada politica sbagliata. Quando abbiamo detto, sgolandoci invano in questi mesi, che sarebbe servito un altro tipo di approccio, abbiamo voluto porre l'attenzione su altro punto che vorrei fosse sottolineato in questa discussione: metodo e merito, mai come in una discussione come questa segnata dal contesto con il quale ci misuriamo e abbiamo alle spalle, inevitabilmente diventano un intreccio ineludibile. Credo che quello spirito costituente, che abbiamo tante volte tentato di richiamare all'interno di quest'Aula, avrebbe dovuto suggerire un altro tipo di strada da intraprendere. Io non ho ancora capito, dinanzi a una crisi così seria come quella che attraversa oggi la democrazia italiana, perché non si può pensare di scegliere la strada maestra, che è sempre e solo una: immaginare un'Assemblea costituente, magari eletta con una legge proporzionale perfettamente rappresentativa dei corpi sociali ed elettorali del Paese, senza premi di maggioranza che squilibrino la rappresentatività reale, che possa mettere in campo un ragionamento coeso e condiviso di come si cambia e di come si migliora la Costituzione italiana. Io, che sono uno di quelli che difende fortemente la Costituzione italiana, vedo che ci sono punti rispetto ai quali andrebbero introdotti elementi di miglioramento, anche sul tema del bicameralismo, che però avrebbe meritato questo tipo di approccio e non l'idea che si potesse risolvere il problema con la strada presa.
Credo che le scelte del Governo non produrranno un avanzamento della crisi profonda che oggi attraversiamo, ma anzi diventeranno un ulteriore momento di aggravamento della crisi. Penso per queste ragioni che sarebbe servito un altro spirito per fare esattamente il contrario di quella che è stato fatto: il contrario di andare avanti a colpi di maggioranza, il contrario di quella che ho definito mille volte in quest'Aula - e lo ha fatto anche qualche mio collega nel corso di questa discussione - demagogia dall'alto, che si immagina come risposta al populismo, alla demagogia dal basso, ma che però evidentemente, non fosse altro che per definizione, è ancora più pericolosa e, in ogni caso, ancora una volta, nel lungo periodo, non risolvere il problema, anzi, lo accentua. Ci sarebbe voluto il contrario di questa idea plebiscitaria per cui si chiama il popolo sovrano a esprimersi in un referendum costituzionale, però, invece di chiedergli sostanzialmente cosa pensa della riforma costituzionale, si immette un meccanismo plebiscitario per cui "o stai con me o contro di me" stravolgendo la discussione rispetto a come sarebbe stata utile.
C'è poi la critica di merito. Spero che in campagna elettorale - sono certo che riusciremo a farlo - quando le ragioni del sì e del no potranno essere non più semplicemente una questione di cui si discute in questa Aula, ma nel Paese, avremo il tempo di metterle in fila una per una. Penso che sia un errore - lo dicevo poco fa ‑ l'idea di accentuare la tesi secondo la quale la crisi si risolve aumentando i poteri dell'Esecutivo a scapito dei poteri del Parlamento. È un errore drammatico di cui vi pentirete quando la situazione politica che ne scaturirà diventerà un elemento di difficoltà.
È evidente che legge costituzionale e legge elettorale - non dico niente perché è stata ricordata mille volte nel corso della discussione - non possono essere lette come se fossero due cose distanti. Sono, invece, talmente intrecciate da rappresentare anche qui alcuni elementi di torsione e finanche temi giganteschi come quello della pace e della guerra - tema rispetto al quale bisognerebbe avere un approccio metodologico molto rispettoso - rischiano di essere, in un combinato disposto come questo, discussione di una direzione nazionale dell'unico partito che vince le elezioni.
A me preoccupa una situazione come questa. Penso anche - e lo abbiamo detto tante volte - che il meccanismo elettorale immaginato, al di là di qualche proposta di modifica, rimane però, sostanzialmente, quello del secondo livello.
Signora Ministra, mi sono sgolato per evidenziare, in Aula, che è stato molto grave che il Parlamento non abbia mai fatto un bilancio su quelle elezioni di secondo livello, che nel nostro Paese già esistono. Forse a molti osservatori sfugge che in Italia ci sono già alcuni enti, che votano con elezioni di secondo livello. Si tratta delle cosiddette città metropolitane, che hanno sostituito le Province. In tutti i casi in cui ci siamo confrontati con quel tipo di elezione di secondo livello, nei pochi mesi in cui esse sono avvenute, hanno rappresentato il peggiore, il più volgare e il più drammatico mercato dei voti, se così lo vogliamo chiamare, o compravendita di bassissimo livello. Questa è stata, almeno nella rappresentazione italiana, l'elezione di seconda livello e, forse, prima di immaginare che addirittura una delle due Camere della Repubblica venisse eletta con questo tipo di meccanismo, andava fatto un bilancio su come hanno funzionato le elezioni di secondo livello. Penso dunque che ciò sia fortemente mancato.
Mi chiedo inoltre se non sia mai possibile che, davanti ad una crisi così strisciante della rappresentanza democratica, e dinanzi al fatto che, per l'appunto, interi segmenti sempre più ampi della popolazione guardano alla politica come ad una cosa sempre più distante, non si sia posto il tema di lavorare profondamente sugli strumenti di democrazia diretta, irrobustendoli, facendoli diventare effettivamente degli strumenti che potessero mettere in campo un contributo decisivo. Non si è fatto, però, nemmeno questo.
Credo allora che, per tutte queste ragione, il tema non è se ci sia o meno una svolta autoritaria o cose di questo genere. Il tema è che questa riforma non risolve la crisi della democrazia italiana, ma purtroppo accentuerà drammaticamente gli elementi di crisi, così come li abbiamo conosciuti. Certo, si tratta di una riforma che serve a dire che si fa qualcosa, ma non credo, onestamente, che basti semplicemente questo per poter mettere mano alla Costituzione repubblicana. Forse sarebbero servite più modestia e più umiltà, rispetto ad una Carta costituzionale che ha una sua storia e una sua dignità, talmente ampia e straordinaria, che, forse, chi ha provato a difenderla, in questi anni, avrebbe dovuto essere ascoltato di più, invece che essere etichettato semplicemente come nemico del cambiamento. Quest'Aula è stata sorda dinanzi a tali elementi, che sono stati avanzati ormai da molti mesi a questa parte. È stata sorda di fronte alle opposizioni, pur diversissime: ci troviamo di fronte a questa vera anomalia, per cui la riforma non sarà condivisa da opposizioni che la pensano in maniera opposta su molte cose. Queste opposizioni, che la pensano in maniera opposta su tantissime cose, ritengono invece che, sulle regole di fondo - sulle regole: non sulle linee politiche e sulle culture politiche - sarebbero serviti invece quell'approfondimento, quella sintesi e quell'avanzamento, che avrebbero forse consentito al Paese di provare a cambiare verso, rispetto alla crisi profonda in cui siamo finiti in questi anni.
Credo però che non sarà così e credo che, per l'appunto, se questa riforma dovesse essere approvata, se il referendum dovesse confermarla e se dovesse essere accompagnata, come sarà, dalla legge elettorale attualmente in vigore, ciò rappresenterebbe per la democrazia italiana un pericoloso, sbagliato e grave punto di arretramento. Penso però anche che, per fortuna, la saggezza dei Padri costituenti, quando scrissero la Carta costituzionale, tanti anni fa, diede comunque al popolo sovrano la possibilità di dire la parola finale. Nonostante tutto, credo molto alla serietà, alla capacità e anche alla lungimiranza del popolo sovrano e penso che, anche questa volta, saprà fare un lavoro migliore dei suoi rappresentanti. (Applausi dal Gruppo Misto-SEL e Misto-AEcT).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Chiavaroli. Ne ha facoltà.
CHIAVAROLI (AP (NCD-UDC)). Signor Presidente, signora Ministra, onorevoli colleghi, il disegno di legge di riforma costituzionale che ci accingiamo a votare in quest'Aula ci ha affidato un compito oneroso e di grande responsabilità. Oggi stiamo cambiando l'assetto della nostra Carta fondamentale, quell'insieme di regole che ha garantito per oltre sessant'anni - certamente in modo ora più efficace ora meno - una funzione democratica piena. Oggi stiamo cambiando il nostro Paese e con esso il nostro futuro.
Quanto tempo è passato da quando si cominciò per la prima volta a sostenere la necessità di cambiare la Costituzione? Da oltre trent'anni l'Italia aspetta una riforma del suo assetto istituzionale, per i limiti evidenti che esso ha mostrato nel garantire al Paese una capacità decisionale tempestiva quanto ponderata. Ci provarono in passato altri illustri colleghi, senza mai riuscire in quell'intento per il prevalere della paura del cambiamento. Furono accusati, allora come ora, di autoritarismo da quegli stessi che ora come allora organizzano e mobilitano i comitati del no, che però è sempre stato un no a prescindere. Lasciatemi dire che dispiace vedere oggi schierati sulle stesse posizioni di rifiuto a prescindere i partiti di centrodestra, per ragioni che appaiono più legate alla contingenza politica che non alla loro storia e alla loro stessa prospettiva.
Tuttavia, onorevoli colleghi, non è più il tempo del gattopardismo. Non possiamo più permettercelo. Lo dobbiamo ai nostri figli, ai quali già abbiamo sottratto troppo delle loro speranze e del loro futuro. Non è il decisionismo esasperato di un Governo di coalizione a sostenerlo, ma sono i tempi e i modi della politica. C'è la necessità di riformare un sistema istituzionale che risale ad un'epoca storica superata e che ha mostrato tutti i suoi limiti. Sono i nuovi assetti internazionali, gli andamenti dei mercati finanziari, l'emergenza emigrazione, i problemi della sicurezza, la profonda crisi sociale prima che economica e politica di cui ancora curiamo le ferite ad imporci un ammodernamento del nostro sistema istituzionale, che non può più essere rimandato. Non dobbiamo, non possiamo lasciare alle generazioni future un Paese incapace di affrontare l'imprevedibilità politica ed economica con i tempi e i modi giusti.
Allo scoppio della crisi dei debiti sovrani e dell'economia reale, l'Italia si è mostrata vulnerabile, più degli altri Paesi dell'Unione europea, a causa di un sistema istituzionale che non è stato in grado di reagire velocemente e che non è sembrato in grado di esprimere un indirizzo politico stabile. Noi tutti in quest'Aula non possiamo aver dimenticato lo stallo venutosi a creare dopo le elezioni politiche del 2013. Questa legislatura nacque con fatica, senza una maggioranza, senza la possibilità di formare un nuovo Governo, né di riuscire ad eleggere un nuovo Presidente della Repubblica. Fu l'apporto generoso del presidente Napolitano e dei rappresentanti delle due coalizioni maggiormente rappresentative a far sì che si riuscisse a mettere fine ad uno stallo istituzionale che avrebbe messo in ginocchio il Paese, che lo avrebbe reso ancora più vulnerabile agli occhi degli alleati europei, esposto alle peggiori speculazioni finanziarie.
Questa riforma scrive le condizioni affinché quanto accaduto, ovvero la nascita di un governo di larghe intese, non avvenga più per necessità e per imposizione.
Certo quella che ci apprestiamo ad approvare non è la riforma perfetta. Non lo è questa come non lo fu quella del 1948. Basta leggere gli atti e le dichiarazioni di quei mesi che portarono alla promulgazione della Carta per capire che fu il frutto di un compromesso che molti allora considerarono al ribasso, ma necessario se si voleva scongiurare il rischio di una nuova deriva autoritaria.
Ecco, neppure questa è la riforma perfetta. Un po' per definizione - così come per la Carta del 1948, che a lungo è stata considerata la Costituzione migliore del mondo, ne scopriremo solo vivendo i limiti - e molto per i compromessi interni alla maggioranza che l'ha approvata.
Ad esempio, un limite è la mancata modifica degli articoli della Costituzione riguardanti direttamente la forma dì governo, per cui non vi saranno quei «dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità di governo» chiesti dal famoso ordine del giorno Perassi, approvato dall'Assemblea costituente.
Un altro limite è il non aver previsto una norma di chiusura per l'elezione del Presidente della Repubblica. Il quorum dei tre quinti potrebbe determinare una situazione di impasse pericolosa, mentre sarebbe stato preferibile ampliare il collegio di elezione del Presidente della Repubblica, prevedendo un quorum pari alla maggioranza assoluta.
Ma questa riforma non sarà la morte del Parlamento, come - ahimè! - ho sentito dire in quest'Aula. Non sarà la fine della democrazia, ma non sarà l'ennesima occasione perduta. Al contrario, questa riforma nasce per rafforzare la forma di governo parlamentare, valorizzando la sede della rappresentanza in una più serrata ed efficiente dialettica con la maggioranza di governo scelta dagli elettori.
Grazie a questa riforma non ci si potrà più nascondere dietro le lungaggini delle staffette tra le due Camere, non si potrà più giocare allo "scarica barile" tra i due rami del Parlamento. La semplificazione dell'iter di formazione delle leggi sarà l'occasione per concentrare e rendere più efficace il confronto in Parlamento sulle scelte di fondo. E l'operato del Parlamento sarà chiaro agli elettori, che avranno quindi maggiori poteri per giudicare l'attività svolta. Altro che fine della democrazia!
I cittadini, onorevoli colleghi, come ben sappiamo, stanno perdendo la fiducia nell'istituzione che abbiamo l'onore di rappresentare per la "lentocrazia" dei veti e controveti di un vetusto bicameralismo paritario. Per questo ritengo sia di straordinaria importanza l'introduzione della cosiddetta corsia preferenziale per i disegni essenziali per l'attuazione del programma di governo, con deliberazione a data certa, entro un massimo di novanta giorni. Un tempo congruo per discutere e per migliorare il disegno di legge, prerogativa imprescindibile del Parlamento. Un tempo, però, alla fine del quale bisogna decidere. Solo così saremo capaci di avere governi che eviteranno dì abusare della decretazione di urgenza, dei maxiemendamenti e dei voti di fiducia, modalità di intervento che qualsiasi esecutivo ha utilizzato per poter governare.
Chi ritiene che questa riforma porterà ad una deriva autoritaria, sbaglia profondamente. Basti pensare che il Governo, come già sottolineato, non avrà i poteri che hanno le altre democrazie europee. Il Presidente del Consiglio non potrà revocare i ministri, né proporre il ricorso anticipato alle urne, né porre il veto sulle deliberazioni che comportino oneri per la finanza pubblica.
Ma c'è un altro aspetto che mi preme oggi qui sottolineare. Finalmente questa riforma mira a raddrizzare l'albero storto di quel federalismo in cui ha predominato la irresponsabilità degli amministratori regionali e locali. La trasformazione del Senato in Senato delle autonomie: non più, quindi una seconda Camera politica, ma una Camera che rappresenterà le autonomie territoriali al fine di superare gli errori posti dalla modifica del Titolo V realizzata nel 2001. Quella riforma, frettolosa aggiungiamo oggi con la prova dei fatti, con una ripartizione di competenze mal concepita tra Stato centrale e Regioni, ha di fatto alimentato il contenzioso costituzionale, moltiplicando i titolari di poteri di veto finendo per paralizzare il sistema, con danni enormi per l'economia del nostro Paese.
Il nuovo Titolo V, invece, riconferisce centralità allo Stato unitario. La ricentralizzazione di una serie di materie, impropriamente attribuita alla competenza concorrente dalla revisione del 2001, sarà però ampiamente compensata, dalla partecipazione di Regioni e Comuni all'attuazione delle politiche pubbliche nazionali e delle leggi dello Stato, attraverso la presenza in Senato dei loro rappresentanti.
Mi auguro che i futuri membri che faranno parte del Senato delle autonomie sapranno comprendere l'importanza di questo obiettivo.
Mi preme ricordare a tutti che prima di arrivare a quest'ultima lettura la riforma è stata ampiamente condivisa in Parlamento, anche da forze politiche di opposizione. Parlare di uno strappo istituzionale della maggioranza mi sembra a dir poco fuori luogo. Questa riforma è frutto prima di tutto del lavoro della commissione dei saggi istituita ad hoc dal Governo Letta, dell'operato delle Commissioni affari costituzionali che hanno migliorato il testo presentato dal Governo, grazie anche all'apporto dei colleghi dì Forza Italia che votarono favorevolmente la prima lettura sia in Senato che alla Camera.
Quello che oggi qui stiamo per portare a termine, cari colleghi, non è il punto di arrivo, ma è solo una tappa fondamentale di un cammino ben più lungo di riforme istituzionali, economiche e sociali, che hanno l'obiettivo di realizzare il progetto di un Paese migliore di quello che ci è stato affidato. Ai cittadini spetterà l'ultima parola mediante il referendum confermativo, ma siamo certi che sapranno condividere con tutti noi che oggi ci apprestiamo a votare la riforma la costruzione di uno Stato più moderno, più efficiente, più competitivo. (Applausi dal Gruppo AP (NCD-UDC). Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Giarrusso. Ne ha facoltà.
GIARRUSSO (M5S). Signor Presidente, rinuncio ad intervenire.
Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 17,11)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Gasparri. Ne ha facoltà.
Tutti in fremente attesa dell'intervento del vice presidente Gasparri.
GASPARRI (FI-PdL XVII). Signor Presidente, il nostro Gruppo non è ostile alla riforma della nostra Costituzione, anzi rivendica, nel percorso politico del centrodestra, il varo, anni fa, di una riforma organica della Costituzione, che riguardava i rapporti tra lo Stato centrale e le autonomie, l'elezione diretta delpremier, il superamento del bicameralismo perfetto. Quella riforma, sicuramente molto più equilibrata e utile di quella che stiamo discutendo, non entrò in vigore perché, legittimamente, le opposizioni dell'epoca promossero ilreferendum, cosa che anche noi ci accingiamo a fare qualora il Parlamento dovesse varare questa riforma. Con le polemiche sulla devolution e altre strumentali argomentazioni, essendo il referendum confermativo privo di quorum, quella riforma non entrò in vigore.
Anche in questa legislatura, come sempre, l'impegno di Berlusconi, del centrodestra, prima del PdL, poi di Forza Italia, è stato teso a fare riforme serie. Oggi non votiamo quello che ci viene propinato perché il testo è stato via via peggiorato.
Quando abbiamo fatto l'ultimo esame, quello precedente, quello che ci ha consentito di entrare nel merito degli articoli e di emendare la riforma, abbiamo assistito alla fiera delle asinerie: sono state scritte norme, che rischiano di diventare Costituzione dello Stato, che non hanno né capo, né coda, con l'intervento dei vari consulenti e delle persone che sono arrivate in soccorso, gli Aquilanti di occasione, che si sono trasformati, soprattutto con la legge elettorale, nei demiurghi di testi incomprensibili.
Anche sulla norma che riguarda la presunta elezione diretta dei senatori, che era stata oggetto di una trattativa privata del Partito Democratico (come se la Costituzione fosse un problema di soluzione del permanente congresso del Partito Democratico, dell'assetto tra le varie correnti), ci fu un negoziato, che - lo ricordo anche alla presidente Finocchiaro - francamente non resta una pagina splendida nella storia del Parlamento. Infatti, invece di riunire la Commissione affari costituzionali, per giorni e giorni gli Uffici della Commissione affari costituzionali furono sequestrati da un Gruppo - che poteva riunirsi tranquillamente altrove - che ha deciso come bisognava scrivere la norma riguardante la presunta elezione diretta dei componenti del futuro Senato, partorendo un testo oscuro, pasticciato - vedremo poi le leggi di attuazione e tutto il resto - al quale mi sembrano anche condizionati gli atteggiamenti successivi di quelle componenti del Partito Democratico che voteranno questa riforma, con la riserva di vedere come sarà la legge elettorale del Senato, che avete ipotizzato attraverso quel modo di trattare. Allo stesso modo, tante altre norme sono state scritte in maniera incomprensibile; ma noi ne facciamo anche una questione di natura politica. Oltre al merito, che è andato peggiorando infatti vi è la vicenda della legge elettorale, che è connessa. Perché - diciamoci la verità - le leggi elettorali sono importanti quanto le regole costituzionali. Infatti, pur non essendo la legge elettorale una legge costituzionale, attiene alla Costituzione materiale della vita democratica del Paese: determina schieramenti, alleanze ed esiti della democrazia. Ebbene, anche sulla legge elettorale abbiamo visto modifiche, passo dopo passo, non concordate né frutto di un confronto.
Quindi, siamo qui a votare no convintamente, non perché abbiamo cambiato idea, ma perché è cambiato il modo di procedere, sono cambiati i contenuti, così come è cambiato l'assetto di potere complessivo.
Il presidente del Consiglio Renzi dice di trasformare le elezioni in un referendum su se stesso offrendoci mille motivazioni in più per dire no. Diciamo no per la concentrazione di potere che si sta verificando.
Poc'anzi, insieme al capogruppo di Forza Italia alla Camera, Brunetta, d'accordo con il capogruppo del Senato, Paolo Romani, ho simbolicamente fatto un'"occupazione", rimanendo alcuni minuti negli Uffici del Copasir per contestare, ad esempio, una lesione democratica gravissima. Lo dico ai membri del Governo: tuttora il Gruppo di Forza Italia-Il Popolo della Libertà XVII Legislatura non fa parte del Copasir mentre l'Italia è sotto la minaccia di terrorismo. Incombono eventi più o meno bellici con la Libia. L'Italia - senatore Latorre, come lei sa, in quanto Presidente della Commissione difesa - fa operazioni sostanzialmente militari di soccorso di feriti in Libia, e noi siamo esclusi da un comitato parlamentare di controllo, laddove si dovrebbe controllare la vergogna delle vergogne, dove Renzi vorrebbe mettere il compagno di merende Carrai a controllare di fatto i Servizi di sicurezza: una vergogna inaudita. A questo punto chiediamo anche a tutti i colleghi: siete d'accordo su questa concentrazione di potere?
Presidenza del presidente GRASSO (ore 17,17)
(Segue GASPARRI). Renzi si fa la legge elettorale in un certo modo, con la lista che, casomai, può prendere la maggioranza dei seggi (lista unica); poi, pensa alla nomina ai servizi segreti di Carrai, che era quello che abitava in via degli Alfani, dove Renzi stabilì la sua residenza senza però pagare l'affitto. L'inchiesta è stata archiviata e adesso qual è il premio dopo l'aeroporto di Firenze? Con la scusa di affinare le tecnologie per la cybersecurity, gli diamo in mano tutto il flusso della sicurezza? Cosa c'entra questo con le riforme? C'entra, perché stiamo assistendo in questi mesi alla costruzione di un sistema di potere arbitrario.
Potrei parlare delle banche, di cui ancora oggi si discute con preoccupazione: la bad bank, gli scontri con Europa. Renzi finge di litigare con Juncker per oscurare le figuracce delle vicende bancarie.
Oggi abbiamo letto che nella vicenda della Banca dell'Etruria, oltre ai problemi familiari di Ministri e altri, c'erano addirittura funzionari che facevano risultare le persone dotate di titoli di studio che non avevano per dimostrare così che erano clienti consapevoli: finti diplomati, laureati. Ad un signore di novantatre anni, ministro Boschi, la Banca dell'Etruria ha fatto scrivere che aveva un'aspettativa di vita di dieci anni, e quindi poteva investire in un certo modo. Auguro a questo signore di novantatre anni di campare non dieci, cinquant'anni, ma non per essere fregato dalla Banca dell'Etruria e dai compagni di merende di Renzi e dei suoi Ministri! Questo sta accadendo in questo Paese: un Carrai qua, una Banca dell'Etruria là.
E Carboni quando fece due pranzi, vero Verdini? La P3. Adesso a quale P siamo? La P3-bis, la P5 o quale P? Carboni è un vecchietto inoffensivo; in altri momenti era un pericolo devastante per la democrazia. Forse era un pericolo anche allora, o era un vecchietto anche allora, o è un pericolo oggi e un vecchietto allora; non lo so, ma stiamo assistendo ad un degrado totale.
Lo stesso dicasi per la materia dell'informazione dove, mentre si facevano le discussioni sulla riforma della Costituzione, Renzi cercava di realizzare una concentrazione di potere, dimostrando la sua debolezza. Infatti, mosse come quella di Carrai, le vicende delle banche e i decreti adottati favorendo l'insider trading di Serra e degli altri suoi amici, dimostrano debolezza e nervosismo. Se ci si senti sicuri non si compie infatti una mossa assurda come quella di Carrai. In questa sede tutti la pensano come me - ne sono certo - però qualcuno farà finta di dire che va bene. Se qualcuno pensa che va bene, si alzi e lo dica.
Anche nel campo dell'informazione abbiamo assistito ad una revisione parziale della legge vigente, dando al Governo tutti i poteri di gestione del servizio pubblico radiotelevisivo. La Polonia ha adottato una legge uguale e l'Unione europea se ne sta interessando. Siccome in Polonia c'è un Governo considerato di destra, la legge che conferisce al Governo tutti i poteri di controllo della televisione pubblica è già nel mirino delle autorità europee. La legge italiana è peggiore di quella polacca, prevedendo la nomina dell'amministratore delegato della RAI da parte del Governo, che ha competenza su tutte le nomine.
Sottoporremo questa legge all'attenzione dell'Unione europea perché si tratta di un altro tassello della riforma sostanziale della politica e delle istituzioni italiane: un po' di banche, un po' di Carrai, un po' di Campo Dall'Orto e un po' di stravolgimento dei principi costituzionali in materia di RAI (le sentenze della Corte costituzionale sanciscono infatti che è il Parlamento a dover esercitare il controllo ed il governo del servizio pubblico e non il Governo). Noi mettiamo insieme tutti questi elementi: i Carrai, i banchieri di Banca Etruria, le vicende dell'insider trading di Serra grazie all'adozione improvvisa del decreto-legge sulle banche popolari e le tante altre manovre.
Dopo di che, non ci commuovono le liti con l'Unione europea. Quando contestavamo i meccanismi di governo dell'Unione europea, la sinistra plaudiva a coloro che non facevano gli interessi dell'Italia. Per carità, abbiamo a cuore l'Italia e quindi oggi faremo tutto ciò che è necessario per difendere l'interesse nazionale e le nostre critiche nei confronti delle burocrazie europee, se c'erano ieri, ci sono anche oggi. Le nostre critiche ad alcune regole dell'economia europea c'erano ieri e ci sono oggi, però non ci incanta chi ieri plaudiva a chi strangolava l'Italia e oggi usa la lite con Juncker solo per tentare di far sparire dalle pagine dei giornali, senza riuscirci, Banca Etruria e tutto il resto. Il trucchetto è chiaro.
Per quando riguarda altri ambiti, abbiamo visto anche la vicenda della nomina di un membro del Governo a rappresentante dell'Esecutivo a Bruxelles. In Italia c'era la prassi di riservare questi incarichi a diplomatici di carriera, che si può cambiare (in altre parti del mondo gli ambasciatori sono spesso anche di designazione politica e gli Stati Uniti ne sono un esempio). Ma dove si è deciso tutto questo? Dove si è discussa una modifica di questa natura? Gli ambienti della burocrazia sono in rivolta, così come quelli dei servizi di sicurezza e che difendono la libera informazione e anche i comitati del no, che, da destra a sinistra, fino alla società civile, coglieranno l'occasione per bocciare una riforma che avete peggiorato nel merito e una politica di arroganza che il Governo Renzi sta attuando. E l'arroganza eccessiva è dimostrazione non di forza, ma di debolezza.
Non per difendere il Senato; noi vogliamo riforme ancora più radicali, presidenzialistiche e di modernizzazione vera della democrazia italiana e non le vostre norme sgrammaticate, che avete scritto operando una revisione della Costituzione che, se dovesse essere approvata, sarà una vergogna sotto il profilo della grammatica, oltre che dei contenuti. Faremo una battaglia per difendere la libertà, il pluralismo e la democrazia. E ricordatevi che i Renzi passano, mentre la democrazia resterà. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Amati. Ne ha facoltà.
AMATI (PD). Signor Presidente, intervengo per pronunciare pochissime parole, perché, alla fine di questo lungo dibattito, non ho alcuna intenzione di entrare nel merito di una riforma complessa, che finora non ho votato nelle precedenti letture.
La mia storia politico-istituzionale ed il rapporto che ho con il Partito Democratico e con il Gruppo del Partito Democratico mi invitano, in un momento complesso e delicato come quello attuale, a mettere da parte le questioni di coscienza e pensare al valore dell'unità e della forza del Partito Democratico.
Per questo motivo, darò il mio voto a questa riforma affinché il partito ed il Gruppo non debbano dipendere da strane alleanze e perché so bene che alla fine di questa seduta si guarderanno i numeri e le appartenenze e la mia è l'appartenenza al Partito Democratico. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tronti. Ne ha facoltà.
TRONTI (PD). Signor Presidente, colleghe e colleghi, signor Presidente del Consiglio, Ministro, ho sentito il bisogno, ad un certo punto, di lasciare una mia riflessione - libera, ma consideratela anche molto impegnata - su questo passaggio parlamentare molto delicato e così importante.
Viene a conclusione un lungo percorso di riassetto costituzionale che ha visto tanti tentativi e altrettanti fallimenti.
Nel merito della soluzione su cui ci troviamo a decidere, permettetemi di esprimermi con una sintetica formula, di cui vi invito a cogliere anche l'ironia, una formula del resto nota: non sarei sincero se dicessi che questa proposta di riforma mi ha del tutto convinto.
Ho espresso due voti di astensione nei due passaggi precedenti, senza dichiararlo in Aula per una certa allergia alla dichiarazione di voto in dissenso dal proprio Gruppo di appartenenza, ma l'ho fatto per lasciare agli atti di questo Parlamento alcune delle mie perplessità e per spingere a qualche ulteriore modifica. Adesso che siamo al voto finale, che non ammette modifiche, è spirito di responsabilità non ostacolare la chiusura del procedimento complessivo che ha come segno identificante la fine, da tempo inseguita e finalmente raggiunta, del bicameralismo cosiddetto paritario.
È segno sempre di buona politica concludere un processo iniziato e di buona politica abbiamo bisogno e considero questa conclusione di un lunghissimo percorso di tentativi di riforma della Costituzione un atto di buona politica.
Quali sono le perplessità? Confesso (ma questa forse è una mia mancanza) di non avere una mentalità regionalista, di non avere una sensibilità autonomista. Sono un cultore della forma-Stato, che ho attraversato nella sua grande e travagliata vicenda moderna, dello Stato come detentore del monopolio della forza legittima secondo la classica definizione weberiana. E penso che oggi, quando sono in discussione ed in via di superamento le sovranità nazionali, proprio oggi, in questo grande passaggio di transizione, c'è bisogno non di meno Stato, ma di più Stato.
È una bella utopia che i popoli facciano l'Europa politica. Questa nuova Europa, in realtà, la potrebbero fare soltanto gli Stati, se prendessero questa decisione politica: gli Stati, non i Governi.
Mi sarebbe piaciuto vedere la riforma costituzionale discussa ed elaborata dentro questo contesto di discorso. Mai come in questo momento qui, nella contingenza italiana, ci sarebbe bisogno di approntare un luogo istituzionale, una Camera alta nel senso letterale della parola, con il compito, direi con il mandato imperativo di assicurare e riallacciare i rapporti, per usare i termini tradizionali, tra Paese legale e Paese reale, tra istituzioni e cittadini, tra governanti e governati, in una parola tra élite e popolo.
Questo rapporto oggi è bruscamente, violentemente interrotto. Forse non ce ne rendiamo conto ed è vero che a volte lo diciamo, ma per passare subito a fare e a parlare d'altro. Il problema invece va assunto in grande.
I Costituenti avevano immaginato una simile forma di Senato quando, nella prima legislatura, mandarono qui per diritto uomini e donne che avevano subito anni di carcere fascista e quando istituirono la figura dei senatori a vita, che hanno dato e danno tuttora lustro a questo ramo del Parlamento.
Ecco, io immaginavo un Senato che, liberato dal rapporto fiduciario con il Governo di turno, libero dalla legislazione ordinaria, composto da un numero ristretto di personalità di altissimo merito potesse concentrare il suo lavoro nel riallacciare quel rapporto interrotto.
Oggi l'unica istituzione che raccoglie ancora la fiducia dei cittadini è la Presidenza della Repubblica, grazie anche agli ultimi eccellenti Presidenti. Ma questa istituzione assolve a questa funzione in assoluta solitudine. Avrebbe bisogno di un organo operativo.
Mi rivolgo a voi, che siete in grado di cogliere anche le sfumature del discorso. Non sono così ingenuo da ritenere questa soluzione fattibile in questa forma. Lo dico così, metto le cose così, per esasperare il problema. Colleghi, noi tutti che sediamo in questi seggi siamo messi sotto accusa, e non per via di una legge elettorale più o meno buona, più o meno cattiva, ma per qualcosa di più serio, per un diffuso giudizio popolare. Facciamo fatica a dire fuori di qui che siamo qui, che facciamo questo lavoro, che svolgiamo questa funzione.
E non so voi colleghi, ma io vivo questa condizione con grande sofferenza. C'è questo umor nero che circola - come si dice - nella pancia del Paese. Non è critica della politica - magari lo fosse - è odio per la politica, è disprezzo per chi la pratica, è dichiarazione di sfiducia nei confronti della stessa parola "politica".
Questa situazione non va sopportata, e tanto meno va cavalcata: va cambiata. Abbiamo di fronte a noi il problema, teorico e pratico, di come e quando le democrazie contemporanee, i sistemi democratici attuali, siano diventati produttori e riproduttori, in forma allargata, di antipolitica.
So per certo che le odierne forme democratiche certificano una sorta di dittatura dell'opinione. Bisogna distinguere tra consenso e opinione. Un problema politico di oggi è come curare, giustamente, il consenso senza rimanere vittime e subalterni all'opinione. L'antipolitica è oggi il nemico da battere per tutti noi che siamo qui, maggioranze e minoranze.
Si dice che questo umor nero antipolitico è più che giustificato, viste le prestazioni di un certo ceto politico, più o meno recente. È vero, ma la giustificazione di una cosa non per questo rende quella cosa giusta.
Un esempio di questi giorni: è giusto procedere alla depenalizzazione dei reati di clandestinità. È anche opportuno, come sostengono gli operatori del settore, magistratura e Forze dell'ordine. Ma non si può fare, perché la percezione d'insicurezza da parte della gente non cambierebbe. Compito della politica è dimostrare, far capire, convincere che concentrare quella percezione su quel punto è sbagliato.
La politica, certo che deve ascoltare, ma deve anche saper parlare, tornare a parlare alle persone e, per questa via, orientare e dirigere. Questa è la sua naturale funzione. È proprio quando non assolve a questa funzione che non viene riconosciuta e viene a volte giustamente contestata.
Io sono convinto di una cosa: se non si esce dall'antipolitica, non c'è possibilità di effettivo buon Governo. Perché il Governo più volte è costretto a inseguire queste pulsioni e adeguare ad esse le sue decisioni. E badate, non c'è nemmeno possibilità di buona opposizione, perché l'opposizione sarà portata addirittura ad anticipare il Governo nell'ascolto di quelle istanze che vengono definite nobilmente di base. Allora, la decisione politica, che è una cosa seria, non può andare a rimorchio del sondaggio, che non è una cosa seria; così sì producono solo leggi sbagliate e in più si accresce confusione e disorientamento.
Voglio dire una cosa ai cittadini 5 Stelle, e non la prendete come una lezioncina che fa il professore, perché lo dico con simpatia. Sentendo crescere il consenso intorno a voi, vi proponete correttamente come prossima forza di governo. Badate, per essere forza di governo, bisogna imparare l'arte del governare, che è l'arte politica più difficile, complessa e complicata. (Commenti dal Gruppo M5S e del senatore Crosio). Per fare opposizione, basta una qualche tecnica, come fate tenendo sempre aperto quel testo del Regolamento del Senato. State sperimentando le difficoltà dell'amministrare. Al Governo quelle difficoltà crescono in modo esponenziale. Tenete presente che amministrare e governare sono due cose diverse: una sta molto sotto, l'altra molto sopra.
Colleghi del Governo, mi rivolgo a voi direttamente. Io registro sempre un brivido di reazione quando sento pronunciare la formula «il sindaco d'Italia». No, l'Italia, come ogni grande Paese, non ha bisogno di un sindaco, forse non le basta in queste condizioni nemmeno un tradizionale Presidente del Consiglio: ha bisogno di un Capo del Governo che si vesta della figura dell'uomo di Stato. Penso che il nostro giovane Presidente sia in grado di fare, per il bene del Paese, questo cammino.
Signor Presidente, concludo pronunciando brevemente proposizioni, ciascuna delle quali avrebbe necessità di articolazioni ben più argomentate, anche perché non sono proprio nella tradizione della parte di emiciclo da cui sto parlando. La crisi della politica c'è: è crisi dei suoi fondamenti moderni, quindi nient'affatto cosa da poco. Per me, da quanto ne ho capito, e posso naturalmente sbagliare, la crisi della politica oggi, non in generale, in questa contingenza, è meno crisi di rappresentanza e di più crisi di autorità.
Mi è capitato in altre occasioni di osservare, sempre con l'ironia che dobbiamo tenere in campo, ma anche con verità, che si rappresenta anche troppo, si rappresenta tutto, e tutto passivamente, senza gerarchizzare le domande, secondo necessità e urgenze. E vedo a volte messe sullo stesso piano la manifestazione di bisogni primari e le esigenze di diritti secondari. Così non va. Di qui, anche da qui, ha origine la caduta di autorità della politica. Auctoritas è potere riconosciuto, e solo così diventa vera, efficace, efficiente potestas, cioè potere che responsabilmente decide. E oggi questo riconoscimento non c'è, va ricostruito e va riconquistato. Inoltre, il problema della politica, qui e ora, è meno un problema di legalità e più un problema di legittimità. Grandi categorie queste, legalità e legittimità, che la politica moderna ha a lungo pensato e che oggi vanno ripensate e riproposte. La politica va rilegittimata e va rilegittimata la classe politica nel senso e nel nome che le conferivano i nostri elitisti: Pareto, Mosca, Michels.
Direi che questo processo riguarda più in generale le classi dirigenti. Sono stati pericolosamente svuotati e sterilizzati i due luoghi tradizionali di selezione della classe politica, Parlamento e partiti. Chi ha avuto la responsabilità di questo ha una grande e negativa responsabilità, perché non ci si è preoccupati di approntarne di nuovi. E allora per favore - questa è una mia cosa personale che voglio dire - non ditemi che questo oggi fanno o potrebbero fare, una volta magari regolamentate, le primarie. Se per una volta casualmente selezionano il meglio, per nove volte puntualmente selezionano il peggio. Il grande problema è ricostruire classi dirigenti professionalmente capaci, eticamente irreprensibili, politicamente responsabili; l'unico modo questo, tra l'altro, per delimitare ragionevolmente l'attuale eccessiva personalizzazione della politica.
E la ripartenza è - badate - dall'alto. Come vedete, quel motivo della Camera alta era solo, in forma di suggestione e di piccola utopia, il modo per introdurre qualche tema di fondo nel dibattito su questo essenziale e fondamentale passaggio di riforma della nostra Costituzione. (Applausi dai Gruppi PD e AP (NCD‑UDC)).
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Salutiamo le allieve, gli allievi e i docenti dell'Istituto comprensivo «Panzini» di Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, che seguono i nostri lavori. (Applausi).
Ripresa della discussione del disegno di legge costituzionale n. 1429-D (ore 17,41)
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
RENZI, presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente del Senato, onorevoli senatrici e onorevoli senatori, prendo la parola per ringraziare tutti i membri del Senato, quelli di maggioranza e quelli di opposizione, quelli che hanno votato e voteranno per le riforme e quelli che hanno votato contro, quelli che sono stati convinti fin dal primo minuto e quelli che hanno lavorato a compromessi e a sintesi, quelli che hanno discusso a lungo nel merito in questi due anni di lavoro.
Prendo la parola per ringraziare la Presidenza del Senato, il suo Presidente e gli Uffici, sottoposti ad un iter parlamentare particolarmente impegnativo. Prendo la parola per ringraziare la signora ministra Boschi, per la straordinaria determinazione e la tenacia che ha mostrato in questo lungo e non facile iter. (Applausi dai Gruppi PD AP (NCD-UDC) e dai banchi del Governo).
Prendo la parola per ringraziare i Capigruppo, tutti, ma con un particolare pensiero ed apprezzamento per quei Capigruppo che hanno sostenuto, anche con qualche difficoltà, questo testo. E lo faccio anche con rispetto verso quei Capigruppo che, per motivi politici, hanno dovuto cambiare idea.
Prendo la parola per ringraziare tutte le senatrici e i senatori. Tra tutti, scelgo la presidente della 1ª Commissione Finocchiaro, per il suo decisivo supporto. (Applausi dai Gruppi PD e AP (NCD-UDC)).
Alcune brillanti e discutibili innovazioni costituzionali, che personalmente avevo proposto all'attenzione, sono state praticamente subito cancellate dalla Presidente della 1a Commissione, dalla signora Ministra e da tanta parte del dibattito, trovando in tutti voi uno scoglio insuperabile. Credo che non sia un danno irreparabile, ma mi ha fatto piacere poter condividere molte valutazioni e considerazioni.
Signor Presidente, mi permetterà infine ringraziare chi adesso siede sui banchi del Senato, ma che è stato decisivo per tutti i nove anni del suo mandato presidenziale, il senatore e presidente emerito della Repubblica Napolitano. (Applausi dai Gruppi PD e AP (NCD-UDC)). Se non ci fosse stato il suo discorso che tutti voi membri del Parlamento avete vigorosamente applaudito nell'aprile 2013 non ci sarebbe questa riforma e non sarebbe in piedi questa legislatura. È bene dirlo con molta forza. (Applausi dai Gruppi PD e AP (NCD-UDC)).
Sono qui non solo per un elenco di ringraziamenti; sono qui per rendere omaggio, signori del Senato, a voi, un omaggio non formale, ma sincero e profondo. Credo che la storia si occuperà di questa giornata. La storia politica italiana si occuperà di questa giornata. (Applausi ironici dal Gruppo M5S). La storia sarà gentile con voi, gentili senatrici e cari senatori. Come avrebbe detto un grande statista inglese, avete scelto di scrivere la storia e non di leggerla. Il gesto che avete compiuto per due volte acconsentendo con un voto a maggioranza assoluta a superare il Senato non ha eguali, non nella storia italiana, ma nella storia delle istituzioni europee. Il gesto che avete compiuto contro l'autoreferenzialità bloccando quel nastro trasportatore di pregiudizi contro la politica riafferma, senatore Tronti, la centralità della cosa pubblica come valore assoluto, indipendentemente dalle discussioni di una parte e dell'altra. Si può essere d'accordo o meno con la riforma. Come è noto, non abbiamo le stesse opinioni, ma il Paese vi deve, gentili senatrici e cari senatori, una gratitudine istituzionale alla quale voglio aggiungere la mia personale.
Due anni fa presi la parola in quest'Aula per presentare il Governo che l'allora Presidente della Repubblica mi aveva incaricato di formare. Era un Governo molto snello, il secondo più snello nella storia dei 63 Governi repubblicani in termini numerici e quello con la maggior presenza di donne e con il livello di età più basso della storia repubblicana. Io stesso, quando parlai qui in Senato, non avevo l'età per poter sedere tra voi. Il Governo aveva un obiettivo talmente impegnativo da suonare per alcuni di voi irrealistico: mettere in cantiere e realizzare a passo di carica tutte le riforme che, nel bene e nel male, erano state promesse ai cittadini italiani e sui quali questo Paese si era impegnato a livello europeo. Era un programma considerato ambizioso dagli amici, temerario dagli osservatori e impossibile dagli avversari. Correva il mese febbraio 2014, neanche ventiquattro mesi fa. Il PIL del Paese aveva chiuso l'anno a -1,9 per cento, bissando la tristeperformance dell'anno precedente (-2,3). La disoccupazione era oltre 13 per cento e quella giovanile superava il 46 per cento secondo i dati ISTAT. Gli indici della fiducia di consumatori e imprese erano ai minimi storici e anche la confidenza verso la politica e le istituzioni era in terreno ampiamente negativo. In Europa i riferimenti all'Italia erano fatti accomunandola sempre e comunque alla Grecia e le parole d'ordine del dibattito continentale erano soltanto privatizzazione e austerity. Abbiamo accettato una sfida nel momento più difficile e, quando ho parlato in Aula davanti a voi, ho esordito con una provocazione. Qualcuno tra voi, onorevoli senatori, anche e soprattutto del mio partito, ancora non me l'ha perdonata fino in fondo e non credo che sia stato per le mani in tasca o per il discorso a braccio. Non me l'avete perdonata perché la provocazione era molto forte: voglio essere l'ultimo Presidente del Consiglio che chiede la fiducia a questa Aula. Ricordo gli sguardi e ricordo i risolini, ma se questa Assemblea, tra poche ore confermerà il voto già espresso nell'agosto del 2014 e nell'ottobre del 2015, quella previsione, che sembrava ardita, diventerà realtà. Ed è grazie al vostro impegno, in questi due anni, se la situazione del Paese è diversa rispetto al febbraio del 2014. Il prodotto interno lordo (PIL) è passato da -1,9 per cento a +0,8 per cento, la disoccupazione è scesa poco sopra all'11 per cento, quella giovanile è stabilmente sotto il 40 per cento, gli indici di fiducia sono ai massimi degli ultimi quindici anni e i consumi tornano a crescere.
L'Italia non va bene. L'Italia va meglio; e l'Italia va meglio perché la politica ha dimostrato che, credendoci, si possono realizzare delle riforme. Poi ci si può dividere nel merito, ma dopo anni di ubriacatura di acronimi, come TINA (there is no alternative: non ci sono alternative), di considerazioni rispetto all'inutilità della politica, di subalternità della politica rispetto ai fenomeni economici e finanziari, dopo anni in cui il qualunquismo è andato in scena persino nei dettagli, la politica ha ripreso il proprio posto in questo Paese, con un disegno organico, portato avanti dal Parlamento della Repubblica, nei suoi due rami - il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati - i cui confini sono finalmente visibili oggi. Abbiamo iniziato dunque a rimodulare il sistema istituzionale, quello economico e quello amministrativo. Nel tempo di quella che qualche pensatore definisce la "vetocrazia", ovvero il potere dato a chi ha diritto di veto, abbiamo reso più semplice la capacità di decidere. Facendo così, è come se avessimo restituito all'Italia un diritto, il diritto al futuro, che veniva negato da chi aveva un' idea striminzita del futuro di questo Paese.
Dunque, possiamo pensarla in tutti i modi, possiamo avere le opinioni più disparate, possiamo credere e dividerci su tutto, ma non possiamo negare che, in questa legislatura, questo Parlamento - del quale peraltro non faccio parte - ha messo mano, in un arco di tempo così ristretto, alla riforma di una legge elettorale, che una sentenza della Corte costituzionale aveva giudicato illegittima, arrivando al punto di mettere in scacco e in stallo la situazione politica, e ha creato, nell'arco di qualche mese, una riforma del lavoro, sulla cui valutazione sarà la storia, o forse la cronaca, a dire quello che abbiamo fatto. Non vi è dubbio, però, che i dati ISTAT e INPS degli ultimi giorni dimostrino, in modo inoppugnabile, che finalmente la curva è tornata a crescere: +510.000 contratti di lavoro a tempo indeterminato, il che significa, per un ragazzo, per un giovane, non un foglio di carta, ma la possibilità di un diritto al futuro, a una casa, ad un figlio e ad una prospettiva (Applausi dai Gruppi PD, AP (NCD-UDC) e Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE)).
C'è poi la riforma della pubblica amministrazione (che questa sera vedrà i primi decreti legislativi uscire dal Consiglio dei ministri) la riduzione di tasse considerate a torto o a ragione insopportabili (Commenti del senatore Martelli), come la tassa sulla prima casa, ma anche la componente lavoro dell'IRAP o quelle legate alla agricoltura. Potrei continuare, dal tema che sento più caro, quello della cooperazione internazionale, fino ai temi legati alla giustizia civile.
Non entro nel merito delle singole riforme, dico che con oggi si chiude un percorso straordinario, che ha segnato il cammino di questi ultimi due anni, con un metronomo di emergenza, che ha visto l'Italia fare, in pochissimo tempo, cose che, per anni erano rimaste ferme nella palude dello stallo: il Titolo V più chiaro, mai più la doppia fiducia, il procedimento legislativo semplificato, l'abolizione dalla Costituzione di enti inutili (presunti tali, naturalmente). C'è però un punto chiave di questa discussione, e lo voglio citare qui in Senato, non perché non valga anche alla Camera dei deputati, ma perché qui c'è il valore politico di ciò che è accaduto: il superamento di un pregiudizio che eclissava la fiducia nella cosa pubblica e nella politica, ovvero l'idea che dei legislatori non potessero intervenire sul proprio ramo del Parlamento. Questo è il punto chiave, che sta cambiando la percezione della politica da parte dei cittadini.
Quanti hanno sognato questo momento? Generazioni di parlamentari hanno immaginato che si potesse superare il bicameralismo paritario. L'Assemblea costituente, per chi ha avuto la fortuna, anche all'università, di poter leggere quelle carte straordinarie, aveva discusso a lungo sul modello del bicameralismo e dobbiamo riconoscere che il bicameralismo paritario (o perfetto) era considerato il compromesso di allora, non era la prima scelta di nessuna delle forze politiche in campo. Il dibattito dei settant'anni successivi (Commenti dal Gruppo M5S) ha visto la Commissione Bozzi, la Commissione De Mita, la Commissione Iotti, la Commissione D'Alema, il lavoro degli anni 2000 costantemente tornare attorno a questo punto: superare il bicameralismo paritario.
Non è questo, tuttavia, il valore più grande di oggi; non è in questo pur grande passaggio di fase, come si sarebbe detto. Il valore più grande è che questo è il giorno che un'intera generazione di parlamentari chiamava il giorno che non doveva arrivare mai; questo è il giorno cui nessuno credeva saremmo arrivati e ci siamo arrivati perché voi avete avuto coraggio e fiducia.
Voglio esprimere un solo punto nel merito della riforma e desidero dirlo alle opposizioni, con il rispetto che si deve a chi non voterà e a chi ha espresso - devo dire in modo molto chiaro - valutazioni negative sul testo o, com'è accaduto, sulle modalità di presentazione di questa riforma. Si può essere d'accordo o meno; si può - lo dico con grande rispetto al senatore Paolo Romani - aver cambiato idea dal percorso iniziale, che era volutamente inclusivo e ampio; si può aver cambiato idea con tutte le edulcorate considerazioni tecniche di questo mondo, anche perché non dimentico che questa è una legislatura nella quale qualche Gruppo ha definito fascista un disegno di legge approvato in un ramo del Parlamento dallo stesso Gruppo, ma nella componente dell'altra Camera. Mi rendo quindi conto che in questo periodo ci sono state discussioni interne ai partiti, che rispetto. Vi è, però, un punto che voglio dire con chiarezza e che paradossalmente può essere persino considerato come il punto debole anche da qualcuno che voterà a favore di questa riforma: noi non tocchiamo il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Carta costituzionale. (Commenti dal Gruppo M5S. Applausi dal Gruppo PD. Applausi ironici dal Gruppo M5S. Commenti del senatore Cioffi). Questo punto deve restare chiaro. Lo dico perché qui dentro, anche tra chi vota a favore della riforma, c'è chi sostiene - e io lo rispetto - che non aver scelto il presidenzialismo o il semipresidenzialismo, non aver fatto questa scelta, è un errore. Questo disegno di legge di riforma costituzionale, che modifica il bicameralismo, che interviene sui poteri delle Regioni, che cancella per sempre il CNEL e le Province dal vocabolario costituzionale (Commenti dal Gruppo M5S), non incide sul ruolo della Presidenza della Repubblica e degli organismi di contrappeso, come sono stati definiti dal Costituente del 1946.
Se c'è questo - e c'è - io credo che occorra l'onestà intellettuale di prendere atto che questa riforma, molto semplicemente, cerca di rendere meno ingessato un sistema parlamentare, che nell'arco degli ultimi settant'anni ha prodotto 63 Governi e che presenta una qualità dei legislatori di grandissimo livello, ma che ha delle procedure talmente farraginose da essere unanimemente considerate da cambiare.
La legislatura che era iniziata non aveva un futuro. Io non voglio ripescare le ragioni politiche, istituzionali e sociali della frattura che il voto del 25 febbraio del 2013 aveva lasciato nel panorama politico. Nei primi giorni del nostro Governo ci hanno detto che erano all'opera i dilettanti (qualcuno lo pensa anche adesso). Sarebbe interessante, caro senatore Tronti, recuperare, a proposito di concezione weberiana, nell'opera «L'etica protestante e lo spirito del capitalismo», la definizione che Weber dà dei professionisti, di alcune delle persone che egli definiva in modo abbastanza intrigante, per chi ama quelle pagine. Io dico soltanto, in modo molto più banale, che sono affezionato all'immagine per cui i dilettanti hanno costruito l'arca di Noè mentre i professionisti hanno fatto il Titanic. Nell'arco dei due anni nei quali abbiamo avuto l'onore di poter governare questo Paese, è cambiato un passaggio fondamentale: è tornata in campo la consapevolezza che se l'Italia vuole le cose le fa.
Mancano due anni alla fine di questa legislatura. Non sono tanti. Sono settecentotrenta giorni, giorni di fatica, di lavoro e di impegno; non ne perderemo neanche uno, sfruttando ogni minuto per fare del nostro meglio per far ritornare l'Italia tra i Paesi leader nel mondo. Certo, ci dicono che è impossibile ogni giorno. Ci dicevano che era impossibile superare il bicameralismo, tant'è che si era pensato, anche con il voto di quest'Aula, di procedere con la revisione ex articolo 138 con una Commissione ad hoc proprio perché non si aveva fiducia nel fatto che si sarebbe raggiunto l'obiettivo. Ogni giorno ci dicono che è impossibile riportare l'Italia alla guida dell'Europa; ogni giorno ci dicono che è impossibile rilanciare gli investimenti nel nostro Paese; ogni giorno ci dicono che è impossibile riformare la pubblica amministrazione o considerare l'Africa come la più grande scommessa dell'Europa di oggi. Ogni giorno ci dicono che è impossibile abbassare le tasse e che è impossibile ridurre le aziende partecipate degli enti locali, che è impossibile fare dell'ICT, dell'innovazione tecnologica la più grande arma contro l'evasione fiscale, che è impossibile far uscire il Sud dalla rassegnazione e dalla paura. (Commenti del senatore Cioffi).
Ogni giorno ci dicono che è impossibile stabilire, a livello mondiale, l'equazione per cui un euro investito in sicurezza significa un euro investito in cultura. Ogni giorno ci dicono che è impossibile ma noi lo facciamo. (Commenti del senatore Martelli). Lo facciamo perché i professionisti del fallimento, capaci di sghignazzare ma non di proporre, sono coloro i quali ci dicono tutti i giorni che tutto è impossibile. Rifiutano lo stupore, rifiutano la meraviglia, rifiutano la ricerca e pensano che il mondo sia un luogo in scala di grigio dove l'unica scommessa possibile sia quella sul fallimento dell'Italia. Queste persone devono sapere che alla guida del Paese più bello del mondo...
CIOFFI (M5S). C'è l'uomo più bello del mondo!
RENZI, presidente del Consiglio dei ministri. ... c'è una generazione, un gruppo di persone che è in grado di credere nell'Italia nei suoi valori, nei suoi cittadini, nella sua possibilità di cancellare la parola «impossibile». (Applausi dai Gruppi PD, AP (NCD-UDC) e Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE).
A questo punto, non c'è che una strada, che non è quella di continuare il dibattito nel merito della riforma costituzionale, (siamo pronti a farlo, prendendo i testi uno per uno)...
MARTON (M5S). Ma che dici!
RENZI, presidente del Consiglio dei ministri. ...ma è quella di accettare la sfida. In questi due anni vi hanno urlato dietro costantemente, care senatrici e senatori che avete votato a favore. Quante volte vi hanno detto: «fate le riforme al chiuso delle stanze ma il popolo non è con voi». Andiamo a vedere da che parte sta il popolo su questa riforma. Andiamo a vedere da che parte staranno i cittadini su questa riforma! (Applausi dai Gruppi PD, AP (NCD-UDC) e Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE. Commenti dai Gruppi M5S e LN-Aut).
AIROLA (M5S). Non urlare!
RENZI, presidente del Consiglio dei ministri. Andiamo a vedere se i cittadini la pensano come coloro i quali sanno solo urlare e scommettono sul fallimento o stanno dalla parte di quelli che credono nel futuro dell'Italia. (Commenti del senatore Castaldi).
Sono gli italiani i nostri punti di riferimento. (Proteste dal Gruppo M5S).
PRESIDENTE. Silenzio!
RENZI, presidente del Consiglio dei ministri. Sono gli italiani che in questo momento assistono a queste scene dalla tribuna e si domandano per quale motivo si debba interrompere un intervento e pensano che l'educazione civica che hanno imparato a scuola significhi innanzi tutto ascoltare e poi replicare; sono questi bambini, questi ragazzi. (Applausi dai Gruppi PD, AP (NCD-UDC), Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE e AL-A).
Sono gli italiani che noi chiameremo in Aula, chiameremo in casa, chiameremo ai seggi, andremo casa per casa. (Commenti dai Gruppi M5S e LN-Aut).
VOCE DAL GRUPPO M5S. È una minaccia.
RENZI, presidente del Consiglio dei ministri. È considerata una minaccia da chi non ha una grande esperienza di voti popolari presi personalmente. (Applausi dal Gruppo PD).
Chi ci accusa oggi di plebiscito è lo stesso che ieri ci accusava di autoreferenzialità, in una curiosa alternanza di accuse mosse più da un risentimento personale e politico che non da un giudizio oggettivo sulla realtà. Ma ci deve essere una presa di responsabilità totale e globale. Ho personalmente affermato davanti alla stampa, e lo ribadisco qui davanti alle senatrici e ai senatori, che nel caso in cui perdessi il referendum, considererei conclusa la mia esperienza politica. (Applausi ironici dai Gruppi M5S e LN-Aut).
VOCE DAL GRUPPO M5S. Bravo!
RENZI, presidente del Consiglio dei ministri. L'ho fatto perché credo profondamente in un valore: la dignità del proprio impegno nella cosa pubblica.
CENTINAIO (LN-Aut). Prepara le valigie!
PRESIDENTE. Niente commenti per favore.
RENZI, presidente del Consiglio dei ministri. Penso a quando qualcuno, in questo dibattito, ha scomodato il personalismo, ignorando che c'è una grande distinzione tra il personalismo e la personalizzazione (lasciatevelo dire da chi è cresciuto con Maritain, con Mounier, con il pensiero del personalismo comunitario: non è che perché uno ha Twitter allora ha dimenticato i punti di riferimento, i padri nobili del pensiero da cui proviene). Ma il punto chiave di questa discussione oggi non è la personalizzazione esasperata, non è il tentativo di trasformare un referendum in un plebiscito; è recuperare quel filo di credibilità della persona e dell'impegno pubblico.
Com'è possibile immaginare, dopo una cavalcata così emozionante e straordinaria, unica in settant'anni, di poter andare ad un referendum su quella che è la madre di tutte le riforme e di non trarne le eventuali conseguenze, qualora non vi fosse un voto positivo? Com'è possibile non prendere atto che è terminata la stagione dell'impegno politico fatto a prescindere dal consenso dei cittadini? Com'è possibile immaginare che, in un momento come quello che noi stiamo vivendo, non possiamo provare a rendere palese ed evidente la grandezza della sfida di fronte alla quale ci troviamo?
Questa sfida dimostra che il potere che noi esercitiamo e dal quale non ci nascondiamo - perché la parola «potere» non è positiva, né negativa: è uno strumento di servizio a favore di un'idea e di un processo di cambiamento del Paese - ha un senso se viene messo in campo per cambiare l'Italia. (Commenti dal Gruppo M5S).
Io prendo qui l'impegno esplicito: in caso di sconfitta ne trarremo le conseguenze. (Applausi ironici dal Gruppo M5S).
NUGNES (M5S). Bravo! Bravo! (Richiami del Presidente).
RENZI, presidente del Consiglio dei ministri. Ma dico anche che, proprio per questo motivo, sarà affascinante vedere le stesse facce gaudenti di adesso il giorno dopo il referendum, quando i cittadini, conla riforma, avranno dimostrato da cheparte sta l'Italia. (Applausi dai Gruppi PD, AP, Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE) e AL-A). Stanno dalla parte di chi ci crede, di chi ci prova, di chi non passa il tempo a lamentarsi. Questa è l'Italia che sta ripartendo.
Nei momenti chiave del mio impegno politico, come questo, mi capita di ripensare alla mia formazione educativa, legata allo scoutismo. Con un'espressione programmatica, che molti conoscono anche in quest'Aula per esperienza personale, il mondo scout dice: «Pongo il mio onore nel meritare fiducia».
CRIMI (M5S). Ti prego, dai!
RENZI, presidente del Consiglio dei ministri. In due anni non riesco a contare il numero delle volte in cui vi abbiamo chiesto la fiducia. In questo abbiamo, forse, esercitato un record non positivissimo. (Commenti dal Gruppo M5S).
CAMPANELLA (Misto-AEcT). È un numero allucinante!
RENZI, presidente del Consiglio dei ministri. La cosa bella è che non ce l'avete mai negata, anche quando non eravamo d'accordo su tutto. Lo dico perché, pur non essendo presente in Aula in quel momento, ho ben presente la fatica e la sofferenza con cui, ad esempio, alcuni di voi - a partire da alcuni senatori del mio partito - hanno votato l'inasprimento delle sanzioni sul cosiddetto omicidio stradale. (Commenti del senatore Giovanardi. Ilarità).
Ma nel dare fiducia al Governo avete dato fiducia al più grande processo di cambiamento mai realizzato. Il fatto che susciti entusiasmo e ilarità in alcuni colleghi il ricordare che tutte le volte che noi abbiamo ottenuto la fiducia è la dimostrazione che almeno possono restare per un po' in questa legislatura e sono più tranquilli anche loro. Il punto vero però è che le riforme costituzionali non fanno mettere le fiducia, ma hanno restituito fiducia agli italiani. (Commenti dal Gruppo M5S).
Se il Senato è in grado di superare se stesso significa che niente è impossibile per l'Italia; significa che la politica non è soltanto un incrocio di lame verbali in qualche rissoso talk show; che la politica è la forma più alta di servizio civile; che la politica è oggi lo strumento attraverso il quale l'Italia può ripartire. Dopo decenni in cui si è accarezzata l'antipolitica, paradossalmente oggi è proprio la politica quella che sta facendo ripartire l'Italia.
Per mesi ci hanno raccontato una storia avvincente come una fiaba, ma anche falsa come una fiaba: ci hanno raccontato che l'Italia stava ripartendo per fattori esterni.
NUGNES (M5S). No?
RENZI, presidente del Consiglio dei ministri. Ci hanno detto che il petrolio a 20 dollari avrebbe salvato il Paese. Ci rendiamo conto che gli sconquassi geopolitici che sta creando sono tali da mettere paradossalmente in discussione, dal punto di vista geopolitico, la situazione economica? Cambiano gli equilibri; si sta combattendo una guerra sul prezzo dell'energia. (Commenti del senatore Cioffi).
Ci hanno raccontato per anni che l'inflazione sarebbe ripartita con il quantitative easing (QE), che è un fatto importante...
MARTELLI (M5S). Ma quando?
RENZI, presidente del Consiglio dei ministri. ...ma non riesce a far ripartire l'inflazione per il momento. Se, allora, questi fattori esterni ci hanno sicuramente consentito di stabilizzare alcuni settori, è anche vero che non sono i fattori esterni ad aver fatto ripartire l'Italia; è stato il fatto che finalmente si è rimesso in moto il meccanismo delle riforme.
L'Italia riparte se ripartono i consumi interni; se c'è la fiducia della gente; se finalmente si interrompe un racconto negativo che per vent'anni ci siamo portati dietro, in cui, dopo essere stati per cinquant'anni i leader della crescita al livello globale, siamo improvvisamente diventati il fanalino di coda, la Cenerentola della crescita perché abbiamo smesso di considerare come punti di riferimento i nostri elementi di forza.
Oggi l'Italia c'è. C'è con l'imprenditore che non ha licenziato durante la crisi...
DONNO (M5S). E con quello che si è ucciso.
RENZI, presidente del Consiglio dei ministri. ...con la professoressa che lavora sodo con i suoi studenti, quelli che sono stati assunti nonostante che qualcuno li definisse "deportati"; c'è con l'artigiano, che vede nella globalizzazione la più grande occasione per l'Italia e non il nemico (altro che fuga dall'euro: è l'Europa la più grande occasione, se l'Europa smette di parlare soltanto di austerity e prova finalmente a imboccare la strada della crescita). C'è con l'innovatore, che segue una buona idea, anche se spesso è su sentieri sconosciuti. C'è con il nonno, che sempre di più è la colonna finanziaria di uno o più famiglie; c'è con il funzionario pubblico onesto, che non ne può più di qualche collega che continua a provarci attraverso meccanismi truffaldini. A questa Italia avete dato una dimostrazione; avete detto che c'è un Senato e ci sono senatori che mettono in discussione il proprio ruolo, che mettono in discussione il proprio impegno, che sono capaci di guardare al domani con coraggio, fiducia ed entusiasmo.
Questa Italia che noi frequentiamo, che noi conosciamo tutti i giorni, è un'Italia che oggi vede nel Senato della Repubblica la più straordinaria delle storie possibili, e quella alla quale non avrebbe mai creduto: la classe politica che dà l'esempio. (Commenti della senatrice Donno).
Io credo che sì, come diceva quello statista inglese: la storia si occuperà di voi. Adesso c'è il tempo - giusto un attimo - per fermarsi a guardare che cosa abbiamo fatto; c'è tempo - giusto un attimo - per dirvi grazie, per ringraziarvi sinceramente dal profondo del cuore. Poi, di nuovo in marcia, di nuovo determinati e sorridenti, capaci di non rispondere alle provocazioni, coraggiosi e umili, tenaci e allegri, raccontando un'Italia che non è quell'insieme di disgrazie che qualcuno vuole continuare a rappresentare; sapendo che è un grande dono poter avere la responsabilità di guidare il Paese più bello del mondo, ma sapendo anche che nessun obiettivo può essere raggiunto se non si ha la voglia di ripartire.
E allora sì, avete scritto una pagina di storia, senatrici e senatori. Adesso, però, vi propongo di continuare e, per i prossimi due anni, di scrivere la pagina di un futuro possibile per un Paese che ha straordinario bisogno di politica. Viva l'Italia! (Applausi dai Gruppi PD, AP (NCD-UDC), AL-A e Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). I senatori del Gruppo Misto-SEL espongono cartelli con la scritta «NO»).
PRESIDENTE. Mettete via quei cartelli. Prego i senatori Questori di intervenire.
Senatrice De Petris, lei che è Capogruppo, obbedisca e rimuova quel cartello.
Passiamo alla votazione finale.
ROMANI Maurizio (Misto-Idv). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ROMANI Maurizio (Misto-Idv). Signor Presidente, sarò molto breve.
Come abbiamo già sottolineato in sede di discussione generale, la riforma in esame non è l'ottimo, ma è sicuramente un bene laddove risponde ad un dibattito parlamentare, iniziato con la cosiddetta Commissione Bozzi nel 1983, che negli ultimi trent'anni ha prodotto, in ambito politico ed accademico, la consapevolezza della necessità di terminare l'esperienza, pressoché unica nello scenario delle attuali democrazie, del bicameralismo perfetto. (Il senatore Zavoli entra in Aula accompagnato dagli assistenti parlamentari. Applausi).
PRESIDENTE. L'applauso è rivolto al senatore Zavoli che, nonostante le condizioni di salute, ha scelto di essere presente e partecipare alla seduta odierna.
ROMANI Maurizio (Misto-Idv). Ringrazio anche io il senatore Zavoli, la cui presenza in Aula fa onore al suo impegno politico.
PRESIDENTE. A nome dell'Assemblea, ringrazio il senatore Zavoli.
Prego, senatore Romani.
ROMANI Maurizio (Misto-Idv). Siamo convinti che l'attuale generazione abbia il diritto di essere chiamata a dare il proprio contributo per una Carta fondamentale e rinnovata. Siamo convinti che i comitati pro e contro la riforma porteranno ad una larga partecipazione al referendum e, se il voto non verrà trasformato in una battaglia ideologica di parte e di status quo ed in un plebiscito sul Presidente del Consiglio, si tratterà di un percorso di grande democrazia partecipata, dal momento che l'Italia, come ha ricordato stamani il senatore Fornaro, fa parte di quei 117 Paesi su 195 in cui vige la democrazia ed è uno dei 90 Paesi in cui c'è una democrazia effettiva.
La riforma che ci apprestiamo a votare prova a rispondere al tempo in cui ci troviamo e al momento storico in cui viviamo. Vogliamo invitare gli elettori a comprendere fino in fondo l'importanza della loro scelta referendaria. Occorrono istituzioni democratiche autorevoli e legittimate dal popolo, in grado di dare risposte certe al fine di essere accreditabili agli occhi dei cittadini e - perché no - avere un positive credit, un rating che non screditi il nostro Paese, ma ci renda affidabili in Europa ed oltre. Lo faremo con la consapevolezza e l'onestà intellettuale di chi riconosce i meriti ed i limiti di questa riforma e non farà propaganda elettorale sulla nostra Costituzione.
Noi, senatori della componente Italia dei valori del Gruppo Misto, voteremo a favore di questa riforma, perché siamo convinti che non sia un attentato alla democrazia, né un passaggio all'oligarchia. Crediamo che sia una Costituzione viva se si ha il coraggio di riformarla al netto della legge elettorale. (Applausi dal Gruppo PD. Brusio).
PRESIDENTE. Prego i senatori di recarsi al proprio posto o uscire dall'Aula. Non si può consentire che le dichiarazioni di voto si svolgano con questo brusio, che non permette di ascoltare chi parla.
BISINELLA (Misto-Fare!). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BISINELLA (Misto-Fare!). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio dei ministri, signori Ministri, noi senatori della componente Fare! del Gruppo Misto ci siamo stufati, come del resto gli italiani, della palude e dell'immobilismo che paralizzano l'Italia da oltre quarant'anni e diciamo basta.
La riforma in esame non è la migliore possibile e in prima lettura e in seconda ne abbiamo esaminato i vari ambiti di contenuto. Tuttavia, insieme alla riforma del sistema elettorale, che era necessaria, garantisce almeno la governabilità, che è condizione indispensabile perché le cose vengano finalmente fatte nel Paese.
Oggi questo sistema, a differenza del precedente, vede finalmente la fine del bicameralismo perfetto. Pertanto questa riforma, proprio con la fine del bicameralismo perfetto e insieme alla riforma della legge elettorale (che, lo ricordo a tutti, era necessaria), chiarisce finalmente chi vince. Si saprà l'esito delle votazioni, che uno solo avrò vinto, e quell'unico avrà il diritto di governare.
Per i cittadini italiani devono tornare prioritari, nelle parole e nel linguaggio della politica, i temi legati al lavoro, alle nostre imprese, ai lavoratori, alla famiglia, all'agricoltura, al commercio. Questi devono essere i temi che devono diventare prioritari nell'azione politica. Noi allora diciamo basta all'immobilismo, basta alla palude che paralizza qualsiasi cambiamento.
Per noi, ciò che è importante è che comunque il processo riformatore nel Paese vada avanti. Tra questa riforma - che ribadisco, non è il miglior testo possibile - e nessuna riforma è comunque preferibile avere un cambiamento, che è ciò che gli italiani giustamente pretendono.
Noi ascolteremo con attenzione le dichiarazioni che si svolgeranno in quest'Aula, perché stiamo valutando il percorso delle riforme e vogliamo vedere che piega avrà il percorso del cambiamento. Ma una cosa è certa: noi diciamo basta alla palude, basta ai giochi dell'ostruzionismo, sempre e comunque, basta alla politica del tanto peggio tanto meglio. Noi stiamo valutando, e di sicuro il nostro non sarà contrario, perché pensiamo che le riforme debbano andare avanti e che si debbano realizzare. L'immobilismo e la palude li lasciamo agli altri. (Applausi dai Gruppi PD, Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE e dei senatori Bellot e Romani Maurizio. Brusio).
PRESIDENTE. Prima di proseguire nelle dichiarazioni, continuo a pregare i colleghi di fare un po' di silenzio. Non si possono svolgere le dichiarazioni di voto in questo clima. Per favore, abbassate i toni o, meglio, andate fuori a discutere.
BONFRISCO (CoR). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BONFRISCO (CoR). Signor Presidente, soprattutto in occasione di questo voto finale per quel che riguarda il Senato, io mi unisco alle sue parole per pregare i senatori di avere rispetto per l'Assemblea, innanzitutto per l'istituzione, e per chi cerca di rappresentare i cittadini nel migliore dei modi, sostenendo le ragioni dei cittadini e degli italiani.
Vede, signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, signor Presidente del Consiglio... (Brusio). Signor Presidente, io le chiedo scusa ma non intendo svolgere il mio intervento in queste condizioni penose. Non lo farò!
Signor Presidente del Consiglio, se quella che lei ha appena concluso la chiama una replica alla riforma costituzionale più importante della nostra epoca, noi invece... (Brusio).
DI MAGGIO (CoR). Presidente, cacci i Ministri che fanno confusione!
PRESIDENTE. Io prego gli assistenti e i senatori Questori di intervenire per eliminare le persone... (Applausi ironici dal Gruppo M5S). Ma è chiaro che mi riferivo alla presenza in Aula e a chi sta colloquiando. Senatore D'Ascola, senatore Pagliari, mi spiace di dover indicare i nomi, ma vi prego di continuare a parlare fuori dall'Aula. Senatore Gotor, può invitare il senatore Zanda di accomodarsi fuori a parlare?
BONFRISCO (CoR). Signor Presidente, la ringrazio.
Senatore Gotor, sospendete un attimo l'eterno congresso del Partito Democratico e lasciateci svolgere la nostra dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Senatrice Bonfrisco, la prego però di non provocare. Io mi sono adoperato molto per farla parlare, ma lei non provochi.
BONFRISCO (CoR). E io mi adopero molto per rispettare quest'Assemblea, signor Presidente.
Al Presidente del Consiglio vorrei dire che se quella che ha appena concluso la chiama una replica alla discussione generale sulla riforma costituzionale; noi invece la definiamo un'autoesaltazione pericolosa, che ci fa apprezzare ancora di più il lavoro del ministro Boschi, che in quest'Aula ha provato, ogni giorno della lunga discussione sulle riforme, a condividere e a confrontarsi con l'intera Aula nel merito del testo, un testo di riforma al quale io ribadisco fin da subito, e parto dalla fine, il nostro convinto no.
Il nostro no è convinto, signor Presidente, non certo perché il mio Gruppo considera la Costituzione un intoccabile totem; al contrario, noi Conservatori e Riformisti riteniamo che si possa e si debba cambiarla per renderla coerente con le mutate esigenze del nostro Paese. È che mi rammarica, signor Presidente, vedere come questa importante occasione riformatrice sia stata perduta, nonostante il disperato bisogno del Paese di un reale riassetto in chiave moderna del proprio sistema istituzionale.
Signori della maggioranza, siete partiti all'inizio della discussione, giustamente dico io, dalla necessità di riforme per la modernizzazione del Paese. Cosa avete fatto, però? Avete adottato la soluzione di scambiare un'Assemblea legislativa vera con un carrozzone, la cui composizione più che alla partecipazione pare rispondere solo alla logica dei premi di consolazione per politici locali. Potevate abolirlo questo Senato, come noi vi avevamo proposto. Perché avete rifiutato? Grazie alle vostre mancate riforme, grazie anche ai no che avete detto alle proposte di modifica del mio Gruppo, in Italia si potrà continuare senza limiti ad inseguire le spese con le entrate, ad abusare dei redditi e dei patrimoni dei cittadini, senza uno straccio di garanzia che ponga degli argini sia alla fama illimitata dei soldi dello Stato che ai suoi sperperi.
Avete anche ristretto gli spazi dell'autonomia regionale, anziché sfidare le Regioni a un salto di qualità che preveda la gestione di tasse e di spese equivalenti alle tasse. Voi invece centralizzate e deresponsabilizzate, anziché procedere nella direzione opposta.
Signor Presidente, lo dico soprattutto a lei, per me una riforma può essere degna di questo nome solo in un modo, cioè con il pieno rispetto delle modalità e delle procedure che la stessa Carta costituzionale impone - sarebbe meglio dire, avrebbe imposto - a garanzia della fondamentale natura delle sue disposizioni che rappresentano l'architettura portante dello Stato.
Questa riforma invece - e lo dico con sincero rammarico - non è degna di questo nome. Non lo è perché è avvenuta una vera e propria espropriazione di sovranità, un vero esproprio condotto dal Governo ai danni dell'intero Parlamento e quindi dei cittadini. Non lo è perché una riforma costituzionale non può chiamarsi Boschi-Renzi (o Renzi-Boschi, come abbiamo appreso oggi) riconducendo al Governo un'attività che la Costituzione riserva all'iniziativa e all'azione parlamentare. È un errore già commesso nel passato: lo fece il Governo Berlusconi e sappiamo tutti come è andata a finire. Non lo è perché il Senato, che dovrà essere eletto con un bizzarro sistema da determinare con legge ordinaria, è stato configurato come una sorta di Camera delle autonomie, che avrebbe avuto un senso se cucita dentro un modello di Stato federale (quale l'Italia non è, e purtroppo mostra di non voler essere), anche alla luce della riforma del Titolo V, quella operata da voi, anche in questa occasione di marcato ritorno ad uno stampo centralizzante.
Non lo è, perché la scelta di far eleggere i senatori-consiglieri dai Consigli regionali, come scritta da voi, genererà molte incertezze, visto che i consiglieri sembrano sottoposti ad una sorta di doppia investitura (popolare e consiliare), mentre invece l'elezione dei sindaci rimarrà affare esclusivo dei Consigli regionali e della loro discrezionalità. Per non parlare poi dell'opzione sulla modalità di collegamento del voto popolare all'elezione consiliare, che è stata interamente rinviata ad una legge elettorale bicamerale.
Signora ministra Boschi, perciò, in attesa dell'intervento del legislatore ordinario (chissà quando avverrà), saranno i Consigli regionali ad eleggere i membri del nuovo Senato. La disposizione transitoria indica come procedere all'elezione con metodo proporzionale, senza nulla prevedere però sulla prima elezione, quella vera, quella che dovrebbe essere popolare, la cui disciplina viene rinviata interamente ad una assai incerta e futura legge elettorale. Se poi analizziamo il gran numero di volte in cui i termini fissati dalle disposizioni di rango costituzionale sono stati disattesi dal legislatore ordinario (si pensi al recente caso del federalismo), risulta altissimo il rischio che anche tale forma di elezione indiretta, anche quel poco di elezione che c'è, rimanga lettera morta.
Questo è solo un caso, anche se emblematico, del rosario di leggi che dovranno essere approvate per attuare aspetti decisivi della riforma costituzionale. Come quella sulle modalità ed anche sull'incisività dei controlli del Senato sulle nomine governative, oppure quella in tema di pari opportunità, care colleghe del PD, per le donne negli incarichi politici, che rischiano concretamente di rimanere l'ennesimo spot, senza l'intervento del legislatore ordinario (chissà quando arriverà).
Anche un mediocre giurista - e io non sono nemmeno quello - sarebbe in grado di comprendere che su temi fondamentali la riforma non decide, ma si limita a rinviare ogni decisione a leggi che forse, a buon cuore delle future maggioranze, si faranno in futuro. Noi in realtà stiamo per votare non una modifica costituzionale, ma una legge costituzionale delega. Credo sia la prima volta che ciò capita in questo Parlamento e non è un bel record, signor Presidente del Consiglio.
Ecco perché questa è una riforma che non riforma e che, grazie anche alla nuova legge elettorale, consacrerà lo strapotere del Governo sul Parlamento, un Parlamento ridotto ad uno straccio. Non c'è più il Senato, il cui ruolo poteva essere compensato da un aumento dei poteri del Capo dello Stato (il nostro garante per antonomasia), i cui poteri, anzi, sono stati anch'essi ridotti al lumicino. Teniamo presente, cari colleghi, che non sarà più il Presidente della Repubblica a consegnare al Presidente del Consiglio le chiavi del Governo, bensì lo farà il premio di maggioranza di una legge elettorale (che vi siete votati) distorsiva della democrazia, come da noi sempre denunciato.
Ma non solo. Al Presidente della Repubblica è stato persino sottratto il potere di sciogliere il Senato e, implicitamente, anche la Camera, che sarà nelle mani del leader del partito maggioritario che verrà incoronato grazie all'ltalicum, il quale ne decreterà la vita o la morte. Infatti, stiamo discutendo qui di una modifica che cambia sì il verso - come piace dire al premier Renzi - ma in senso contrario: contro la sovranità popolare, che viene ulteriormente compressa ed annullata. Questo è il punto.
Si viene a creare un aperto conflitto con i cosiddetti principi supremi dell'ordinamento, tra i quali, appunto, quello per cui - ahivoi! - la sovranità appartiene al popolo.
Oggi qui siamo chiamati a ratificare lo scippo ai cittadini di due schede elettorali importanti: quella per il Senato, ma anche quella referendaria. Infatti, anziché eliminare il quorum per la validità dei referendum, avete innalzato la soglia di firme necessarie per presentarlo. Per non parlare poi delle leggi di iniziativa popolare, le cui firme necessarie sono addirittura quintuplicate. Mettete assieme poi il fatto che - come ho già detto - i senatori non verranno più eletti dai cittadini e si chiude il cerchio del vostro complicato rapporto con il voto popolare.
È dal 1948 che ci bisticciate con il suffragio universale. All'epoca, la chiamata alle urne, per la prima volta, delle donne italiane fece sfumare la vittoria già in tasca del Fronte popolare. Vi è capitato ancora nel 1994, persino quando disponevate di una gioiosa macchina da guerra, ma il popolo italiano vi ha ancora una volta detto no.
È proprio a quel popolo che Renzi si rivolgerà nella lunga campagna elettorale sul referendum, che non riguarderà il merito o, anzi, il demerito delle riforme, ma la sua persona, nel suo ruolo di Presidente del Consiglio, che è anche segretario del partito. Ci manca solo che assuma l'incarico di leader spirituale ed ecco come ti trasformo una democrazia - ahimè! - imperfetta come tutte, in una democrazia che solo Orwell poteva immaginare. Ma siccome siamo ai tempi di «Matrix» e non a quelli di Orwell; è per questo che forse è necessario che qualche amico di partito si occupi della cybersicurezza? Già mi sembra di sentir dire dal presidente Renzi, a reti unificate, di aver soppresso il Senato. Magari l'avesse fatto! Lo sentiremo dire anche che le leggi si faranno più velocemente. Dirà poi di aver ridotto i costi della politica e di aver aumentato le garanzie di governabilità. Sento già l'eco di questi ritornelli. (Brusio).
Signora Ministra, le chiedo scusa. So che lei ha molte cose da fare e il Sottosegretario non l'aiuta a farle, ma la prego di ascoltare.
PRESIDENTE. Senatrice Bonfrisco, concluda prego. Il tempo è scaduto da molto.
BONFRISCO (CoR). Sento già l'eco di questi ritornelli.
Presidente, certo che concludo, ma voglio ricordare che il nostro Premier ha parlato a lungo di cose serie e importanti che non c'entravano nulla con le riforme. Sono certa che, anche in virtù di questo, lei mi concederà un minuto per concludere.
PRESIDENTE. Ne ho già concessi tre.
BONFRISCO (CoR). Pensi a quanti me ne ha sottratti l'esempio che ha dato quest'Assemblea oggi.
Come spiegherà, invece, il Presidente del Consiglio agli italiani di aver tolto a loro la sovranità? Dirà anche a loro, come ha detto in questa Aula oggi, che non entra nel merito delle riforme? Infatti, non può entrarci in quel merito perché l' obiettivo per lui era e rimane una colossale propaganda per costringere voi senatori di maggioranza a votare questa dannosa bruttura. (Applausi della senatrice Bignami). Ma attenzione però, potreste aver fatto i conti senza l'oste ed aver sbagliato del tutto i vostri calcoli, come vi è già successo in altre epoche e ve l'ho appena ricordato. Può darsi infatti che, ad accomodarsi sulle comode poltrone che avete predisposto, gli italiani ci spediscano qualcun altro che non avevate previsto!
Per tutte queste ragioni, per quelle che ho detto e per quelle che individueranno gli italiani quando voteranno no a quel referendum che nasconde un imbroglio gigantesco (come sottrarre potere agli italiani e concentrarlo nelle mani di pochi), ribadisco il convinto no a questa riforma del Gruppo Conservatori e Riformisti. (Applausi dal Gruppo CoR).
CALDEROLI (LN-Aut). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CALDEROLI (LN-Aut). Signor Presidente, le chiedo di garantirmi non di esser ascoltato, ma perlomeno di poter parlare perché la poveretta che mi ha preceduto non è stata messa in condizioni di farlo e mi scuso io per gli altri colleghi.
Mi spiace che il Presidente del Consiglio sia già scappato perché, dopo essermi sorbito il suo sermone di mezz'ora (Applausi dai Gruppi LN-Aut, M5S, Misto-AEcT e della senatrice Bignami), volevo fargli sapere la sintesi del suo intervento che traduco in due parole: «Quo vado». Non so se qualcuno ha visto il film, ma se ha visto Renzi ha già visto tutto. «Quo vado» è quella cosa lì.
Sono veramente rammaricato, Presidente, perché non capisco il perché di tutta questa violenza rispetto alla Carta dei diritti e dei doveri. Non capisco perché si doveva venire in Assemblea senza relatore; non capisco perché si doveva votare entro oggi una riforma che, come tutti sappiamo, fino al 12 aprile non potrà essere presa in mano dalla Camera. Siamo di fronte alla solita volontà di far vedere i muscoli per nascondere tutto il resto che casca, perché il mondo economico sta cascando. (Applausi dai Gruppi LN-Aut, GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E) e dei senatori Bignami, Buccarella, Liuzzi e Rizzotti).
Che bisogno c'era di quell'inutile sceneggiata di questa notte con la notturna e con quel che - immagino - è costata? Forse c'è bisogno del buio perché con il buio si aggirano le bande bassotti, i malfattori e, quindi, tanto meno si vede e tanto meno si sa di questa riforma e tanto più probabilità ha di passare. È possibile che ci debba essere, addirittura, sempre la corte dei miracoli?
Signor Presidente, Ministro, ho passato la mia vita politica e metà della mia età anagrafica a seguire le riforme e, oltre ad averci dedicato la vita, ci ho anche sacrificato la salute: ricordo quando, nel 2012, ero ricoverato in una stanza di ospedale, essendo stato appena operato di un tumore maligno e con addosso ancora vari tubicini, vennero il presidente Gasparri e tutti i Capigruppo di maggioranza, per scrivere con me gli emendamenti alla riforma del 2012. Ricordo anche il 2014 quando, come un cretino, ero presente alle sedute di Commissione e Aula con i fili di metallo che mi tenevano insieme le varie fratture delle dita e un blocco che mi sosteneva tre vertebre fratturate. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Rizzotti). Nonostante tutto, sono rimasto qui, perché mi ero illuso, e ci sono rimasto anche quando è venuta a mancare la mia povera mamma. Se oggi ci ripenso a quei momenti, penso che sarebbe stato meglio portare un bracere e bruciarmi una mano piuttosto che aver creduto a persone, che, in quell'occasione, hanno dimostrato una disonestà intellettuale assoluta. (Applausi dai Gruppi LN-Aut, CoR e GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E) e della senatrice Bignami).
Non posso, dunque, non fare il confronto con quanto accaduto nel 1947. Nel 1947, il liberale e laico Benedetto Croce - sottolineo l'aggettivo laico - chiese ai Padri costituenti un'ispirazione allo Spirito Santo. Abbiamo una Costituzione che ha avuto, allora, un'ispirazione dallo Spirito Santo. Mi chiedo a chi si sia ispirata questa pseudoriforma. Questa è la riforma del demonio, è la riforma del diavolo! (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice De Pin). Dopo aver dedicato tante energie e tanti sacrifici e aver fatto di tutto, prima per costruirla e poi per fermarla - non ci sono riuscito con gli 85 milioni di emendamenti che, con la truffa e l'inganno, avete bloccato - ho pregato il buon Dio di fermarvi. E, non essendoci riuscito, ho ripensato all'opera del dottor Faust, quello studioso che scambiò la propria anima col diavolo, per ventiquattro anni di conoscenza di tutte le scienze. Mi sono, a questo punto, detto: mi rivolgo anch'io al diavolo! Non è stato facile contattarlo, nonostante di satanassi in politica ne abbia conosciuti diversi (Ilarità), e si stanno aggirando anche ora in quest'Aula.
Ho pensato, quindi, di rivolgermi al diavolo custode. Ciascuno di noi, infatti, a destra ha l'angelo custode, che ci spinge a fare il bene e a non fare il male, e a sinistra - casualmente - c'è il diavoletto custode. Allora mi sono rivolto a lui - mi pare si chiamasse Mefistofele - dicendogli: «Caro diavoletto, ho bisogno di parlare con il tuo capo». E lui mi ha risposto che non era possibile perché, essendo cattolico praticante, non potevo incontrare Satana in persona. Dopo avergli detto che avrei messo sul piatto l'anima, lui ha fissato un appuntamento e me lo ha fatto incontrare il giorno dopo. Ho, quindi, incontrato Satana al quale ho detto: «Caro dottor Satana, se lei non dà i 161 voti a Renzi, per approvare la sua riforma, le do la mia anima». Il dottor Satana, a quel punto, mi ha guardato stranito, si è messo a ridere e mi ha detto: «Caro Calderoli, sei arrivato in ritardo con la tua anima, perché qui è già passato Renzi col su' babbo» (Applausi dal Gruppo LN-Aut e delle senatrici Rizzotti, Bignami e De Pin). È curioso che anche Satana parli in toscano. (Ilarità). «Caro Calderoli, qui è passata la Boschi col su' babbo (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Rizzotti)e quindi non posso perché, nello scambio di quattro anime con una, ci smenerei. E poi, francamente, un rompiballe come te, qui all'inferno non ce lo voglio, perché mi faresti richiami al regolamento dell'inferno, le pregiudiziali sull'accesso delle varie anime. E, quindi, vai su dal buon Dio, che è tanto buono, clemente e paziente. Ma vai tranquillo, perché i voti per la riforma li avranno, perché hanno dato l'anima. Ma ricorda sempre che la farina del sacco del diavolo finisce tutta in crusca e questo accadrà anche questa volta». (Applausi dai Gruppi LN-Aut e GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E) e della senatrice De Pin).
Io sono convinto - signor Presidente, mi ha convinto il signor Satana - che la vicenda finirà veramente così, perché qui dentro avete conquistato una maggioranza, e domani ci sarà il rinnovo delle Presidenze delle Commissioni e qualche posto da Sottosegretario o da Ministro verrà redistribuito. Ebbene, un terzo di coloro che voterà questa riforma è stato eletto nel centrodestra ed è andato a votare con la sinistra. (Applausi dal Gruppo LN-Aut). Questo è il paradosso e tutti abbiamo dato in questo senso. Non ce l'ho solo con i colleghi del Nuovo Centrodestra, perché casi del genere sono avvenuti nel PdL, in Forza Italia, nel Movimento 5 Stelle, in SEL, nel Gruppo Misto e anche nella Lega Nord. Ciò che devo sottolineare come curiosità è che quelli che erano stati eletti nel centrodestra votano per la sinistra, ma abbiamo un Presidente del Consiglio e segretario di un partito di sinistra che fa o finge di fare politiche di destra. Egli, infatti, finge di litigare con l'Europa (Applausi della senatrice Bignami), adesso passa a licenziare i fannulloni, ricordandomi quello che diceva Brunetta. Tra un po' dirà addirittura che bisogna espellere i clandestini per cercare di rincorrere il treno del buon Salvini. E poi vi sono i candidati: a Roma chi candidiamo? Non uno di sinistra, ma un radicale. A Milano chi candidiamo? Uno di centrodestra, e mi sembra giusto.
Non funziona così il mondo, perché quello che avete ottenuto nelle Aule parlamentari si sconterà quando si uscirà di qui e si andrà al referendum, e là vi aspetta il popolo. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e delle senatrici Bignami e Rizzotti).
Mi spiace, presidente Renzi, lei ha sbagliato quando ha dichiarato che, se verrà bocciato, visto che sarà un plebiscito su di lei e non sulle riforme, se ne andrà a casa. C'è tutto il Paese ad aspettarla alle forche caudine! (Applausi dai Gruppi LN-Aut e FI-PdL XVII e della senatrice Bignami). Non basteranno, infatti, i 340 che hanno voltato la gabbana. Là fuori ad aspettare ci sono i truffati di Banca Etruria, quelli che saranno truffati dalle prossime banche, le povere vittime della legge Fornero, chi non arriva alla fine del mese, i dottori, gli insegnanti, gli studenti. (Applausi dai Gruppi LN-Aut e FI-PdL XVII e della senatrice Bignami). Ve la faranno vedere e andrete a casa!
La settimana scorsa ho detto: caro Renzi, prepari gli scatoloni. Oggi le dico: prepari gli scatoloni, perché a ottobre va a casa e inizi a cercarsi, per la prima volta, un lavoro. (Applausi dai Gruppi LN-Aut, FI-PdL XVII e M5S e delle senatrici Bignami e De Pin). Solo il lavoro nobilita e forse, attraverso quella strada, riuscirà a salvarsi dall'inferno. Se lei si ritira dalla politica, sicuramente si salverà il Paese da quell'inferno in cui ci avete cacciato con la vostra arte governativa.
Concludo con uno dei tanti riferimenti ai filosofi che ha fatto quest'oggi il nostro Presidente del Consiglio. Ne cito uno anch'io. Il selvaggio si sveglia all'alba, vede il sole che sorge e dice: «Il sole è sorto perché io mi sono svegliato». Lei va oltre: è convinto di essere il sole, un sole in un giorno di eclissi. (Applausi dai Gruppi LN-Aut, FI-PdL XVII, M5S e GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E) e dei senatori Di Maggio e Bignami).
MAURO Mario (GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MAURO Mario (GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)). Signor Presidente, vorrei innanzitutto esprimere il mio rallegramento e la mia contentezza perché vedo che si è unito a noi il caro e gentile senatore Zavoli. E lo dico perché la sua presenza ci ricorda che siamo stati oggi qui convenuti con un ordine del giorno ben preciso: dovevamo parlare della modifica costituzionale. Ci ha, però, distratto da questo impegno l'intervento del caro e gentile Presidente del Consiglio, che ha utilizzato il tempo generoso a lui concesso per una lunga propaganda a favore dell'azione di Governo. (Applausi dal Gruppo GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E) e della senatrice Bignami).
Ora vorrei dire, a vantaggio degli italiani che ci seguono e dei mezzi di informazione, qual è il motivo per cui il Presidente del Consiglio deve riassumere in positivo l'azione di Governo: il Governo Renzi ha truccato i conti della legge di stabilità. (Applausi dai Gruppi GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E), M5S e LN-Aut e delle senatrici Bignami e Rizzotti).
Ha truccato i conti dello Stato! I funzionari dell'Unione europea da mesi stanno cercando di dirglielo e di metterlo sull'avviso. E il Presidente del Consiglio ritiene più opportuno trascinare il Paese in una infruttuosa e delirante guerra con le istituzioni europee per nascondere il fatto di aver truccato i conti dello Stato. Questo è il primo problema! (Applausi dai Gruppi GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E), FI-PdL XVII e LN-Aut e della senatrice Bignami).
Chiusa la parentesi che riguarda la propaganda di Governo, parliamo della Costituzione. Anche sulla Costituzione è in atto una truffa. La riforma della Costituzione, infatti, aveva come obiettivo consentire lo sveltimento delle procedure parlamentari, mettendo il Paese in grado di confrontarsi con gli altri Paesi, per tornare competitivo. Invece che cosa ci hanno dato, amici miei, amici cittadini italiani? Un campo da calcio dove si gioca a baseball con le regole del football americano: la confusione più assoluta; una struttura nella quale lo Stato fa guerra alla Repubblica, alle istituzioni delle autonomie; dove, in realtà, non c'è un incremento di decisionismo, ma l'impossibilità per sempre che sia il popolo a prendere le decisioni.
Cosa ci dà come retaggio questa realtà di modifica costituzionale perpetrata da Padri costituenti? No, solo "padri prepotenti", che hanno inchiodato per tutti quanti noi la possibilità di avere un domani migliore. Questa è la realtà. Questo è il fondamento del nostro no, di un no che andremo a dire casa per casa, perché la gente si possa rendere conto, essere consapevole fino in fondo del motivo per cui è venuto qui, questa sera, il senatore Zavoli: la passione civile per la nostra Costituzione, per le regole del nostro stare insieme, la motivazione che può impedire al nostro Paese di degenerare nella guerra civile.
Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 18,51)
(Segue MAURO Mario). Vorrei, infatti, che ricordaste tutti un piccolo particolare. L'argomento principe di molti perplessi sulla modifica costituzionale è: facciamo qualcosa, purché si muova, mettiamo lo Stato nella condizione di migliorarsi. Cosa succede, però, se togliete il freno a mano a un'auto che è su un piano inclinato che dà su un precipizio? Quell'auto si muove, ma precipita nel vuoto. Ed è quello che ci accadrà con una modifica costituzionale che ha dentro il nulla. (Applausi dai Gruppi GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E), LN-Aut e della senatrice Bignami). Nei fatti, è una modifica costituzionale che schianta, distrugge, disintegra le parti portanti dello Stato.
Ma c'è ancora un'opportunità, e l'ha ricordata bene il presidente Napolitano, quando, nel suo ultimo intervento, ci ha detto di fare attenzione al combinato disposto tra la riforma costituzionale e la legge elettorale, perché lì potrebbero annidarsi delle incognite, delle insidie che è bene cercare di risolvere e superare e a cui è bene guardare con un'intelligenza che sappia prospettare esattamente quanto ci ha richiamato il Presidente del Consiglio.
Che cosa dice il Presidente del Consiglio? Nessun problema per i conflitti di competenza tra poteri dello Stato. È vero il contrario: è un corto circuito, in cui il potere giudiziario e quello legislativo vengono subordinati al potere esecutivo e, alla fine, questo si traduce con una sola espressione: la fine della democrazia, la fine della Repubblica, non la fine del Senato. (Applausi dai Gruppi GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E), LN-Aut e CoR e della senatrice Bignami).
MAZZONI (AL-A). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MAZZONI (AL-A). Signor Presidente, onorevoli senatori, dal 1982 ad oggi, dall'VIII fino alla XVII, non c'è stata una legislatura nella storia repubblicana in cui non si sia affrontato il nodo delle riforme costituzionali, e tutti i disegni di legge presentati si sono posti il problema di giungere a una profonda revisione della seconda parte della Costituzione. Se tutti questi tentativi sono falliti, il motivo c'è.
L'Italia - e la sua classe politica ne è lo specchio - è rimasta divisa e arroccata dietro le vecchie barriere ideologiche: prima c'erano i comunisti e gli anticomunisti, i democristiani e gli antidemocristiani, i craxiani e gli anticraxiani; poi, nella seconda Repubblica, i berlusconiani e gli antiberlusconiani, in un crescendo di rancori e di delegittimazione reciproca che hanno penalizzato il Paese, il suo sviluppo e soprattutto la qualità della sua democrazia.
Il dibattito di questi giorni, purtroppo, dimostra che nulla o quasi è cambiato, perché oggi la politica continua a dividersi pregiudizialmente, e questa volta tra renziani e antirenziani, e in modo pavloviano ripete gli stessi schemi consunti, le stesse accuse artefatte, gli stessi insulti a prescindere, di quando al Governo c'era Berlusconi, del quale la sinistra diceva che aveva pulsioni autoritarie, che con lui l'Italia non contava nulla in Europa e che andava cacciato nell'interesse supremo della salvaguardia dei valori costituzionali.
Ieri l'aspirante tiranno era Silvio Berlusconi, oggi lo è diventato Matteo Renzi, e, a parti curiosamente invertite, il centrodestra - lo stesso che a Monti e Letta imputava di essere succubi dell'Unione europea - inveisce contro l'attuale Premier, perché osa alzare la voce contro i burocrati di Bruxelles. È, insomma, uno scenario tristemente ripetitivo, uno sfascismo politico a fasi alterne che ha portato la sinistra ad affondare la riforma costituzionale del centrodestra col referendum del 2006, e induce ora il centrodestra a scagliarsi contro questa riforma, che ha prima condiviso e contribuito a scrivere e poi inspiegabilmente ripudiato. È un albo dello sfascismo al quale noi non vogliamo orgogliosamente iscriverci.
Quando il Parlamento avrà varato questa riforma, ci confronteremo finalmente nel Paese, e sarà allora interessante assistere allo spettacolo dei fan della Costituzione più bella del mondo e degli ex riformisti del centrodestra, che per vent'anni si sono fronteggiati su sponde opposte, andare a braccetto per sostenere davanti ai cittadini che in Italia siamo all'anticamera del golpe istituzionale. E spiacerà molto vedere alla testa di questo nuovo popolo viola, di questo girotondo controriformista, proprio il leader di Forza Italia, il liberale che ha modernizzato la politica e ha invocato per anni il rafforzamento dei poteri del Premier, ma che ora denuncia la deriva autoritaria, trovandosi così in singolare sintonia con un suo pervicace avversario, il professor Zagrebelsky, fondatore del comitato del no, per il quale col disegno di legge Boschi assistiamo alla blindatura del potere, alla sua concentrazione nelle mani dell'Esecutivo ai danni del Parlamento e dei cittadini.
La verità è un'altra: dopo quasi settant'anni il Parlamento sta finalmente dando concreta attuazione all'ordine del giorno Perassi, quello che impegnava l'Assemblea costituente a trovare dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell'azione di Governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo. Ebbene, riforma elettorale e riforma costituzionale hanno proprio l'ambizione di consegnare al Paese non un regime autarchico, ma un Governo più stabile e un parlamentarismo senza degenerazioni, perché fondato sulla netta distinzione dei ruoli tra una Camera titolare del rapporto di fiducia con l'Esecutivo e un Senato delle autonomie, superando così quel bicameralismo paritario che è diventato la palla al piede della nostra democrazia.
È esattamente quello che avviene da tempo in tante altre democrazie occidentali che hanno leggi elettorali con premi impliciti o espliciti ultramaggioritari e un sistema monocamerale, ma dove nessuno si è mai permesso di adombrare rischi autoritari. Si tratta di un passo avanti storico verso una democrazia più matura. Avere un Esecutivo più forte non significa, infatti, svuotare le prerogative parlamentari. Significa solo garantire la stabilità politica e mettersi alle spalle l'assemblearismo assurto a sistema che ha prodotto tanti Governi deboli e troppi Premier travicelli.
Apro qui una parentesi per lanciare un avviso ai naviganti: l'Italicum rivisto e aggiornato a causa dei compromessi al ribasso, che Renzi ha dovuto fare col suo partito e con la sua coalizione di Governo, che prevede un premio di maggioranza di soli 24 deputati, rischia di riconsegnare gli Esecutivi che verranno, nonostante la riforma costituzionale, ai ricatti politici di minoranze organizzate - e nel PD, orfano del centralismo democratico, sono particolarmente agguerrite - in grado di far valere in ogni momento il loro potere di veto. Sarebbe, insomma, necessario rivedere la nuova legge elettorale, ma per il motivo opposto a quello sostenuto da chi grida al golpe e all'uomo solo al comando.
Detto questo, mi chiedo, comunque, come sia possibile che chi ha condiviso lo spirito e la sostanza della devolution nel 2005 possa oggi stroncare con tanta virulenza questa riforma, che sarà anche la riforma del demonio, ma chiediamoci perché allora, ieri come oggi, era previsto che il Senato fosse rappresentativo degli interessi del territorio. Ieri come oggi si proponeva la riduzione del numero dei parlamentari (770 e 730); ieri come oggi si prevedeva l'abolizione del bicameralismo paritario. Inoltre, entrambe le riforme riportano in capo allo Stato alcune materie strategiche che la revisione del Titolo V aveva consegnato alle Regioni, facendo nascere un perenne contenzioso istituzionale. (Brusio. Richiami del Presidente).
È terminato il tempo a mia disposizione, signor Presidente?
PRESIDENTE. No. Cercavo di richiamare l'attenzione di chi amabilmente si fa i fatti propri e la disturba.
Prego, senatore Mazzoni.
MAZZONI (AL-A). Grazie, signor Presidente.
Infine, entrambe le riforme rafforzano il potere sostitutivo statale a garanzia dell'unità nazionale.
Certo, questa non è una riforma perfetta, a partire dal pasticcio sull'eleggibilità diretta o meno del nuovo Senato e dalla mancata facoltà del Premier di sciogliere le Camere, ma meglio una riforma imperfetta che nessuna riforma. E a chi contesta che si produrrà uno squilibrio nei rapporti di forza tra la Camera ed il Governo e tra il Governo ed il Capo dello Stato basti ricordare che sono invece molti i contrappesi previsti: per eleggere il Presidente della Repubblica - ad esempio - non sarà più sufficiente la sola maggioranza assoluta, ma quella dei tre quinti, ed il Senato eleggerà autonomamente due giudici costituzionali. Non solo: vengono limitati i casi di ricorso ai decreti-legge e viene finalmente previsto lo statuto delle opposizioni.
E queste - mi preme sottolinearlo - sono non solo le riforme del Premier o del Governo, ma anche e soprattutto le riforme del Parlamento e delle forze politiche che hanno contribuito a riscriverle, perché il testo originario uscito dal Consiglio dei ministri è stato notevolmente migliorato.
Signor Presidente, onorevoli senatori, oggi quest'Assemblea scriverà una pagina decisiva nella storia politica del nostro Paese. Dopo un dibattito ultradecennale, arriveremo finalmente all'ammodernamento del sistema istituzionale. Riteniamo di aver assunto una posizione responsabile, nella consapevolezza che non è nell'interesse del Paese accantonare il bene per il meglio e che la politica del rilancio continuo significa solo la continuazione della guerra alle riforme con altri mezzi. Noi non intendiamo, dunque, mischiarci all'armata Brancariforme dei girotondini di sempre e di quelli saliti in corsa sul treno del massimalismo conservatore.
Confermo quindi il voto favorevole del Gruppo Alleanza Liberalpopolare-Autonomie a questo disegno di legge di riforma costituzionale. Ad aprile si concluderà il percorso iniziato il 18 gennaio del 2014, il giorno in cui i leader del centrosinistra e del centrodestra strinsero il cosiddetto patto del Nazareno. Sono passati due anni da quell'incontro e nel prossimo ottobre, mille giorni dopo, ci sarà il referendum confermativo. Avevamo sperato che quel patto, con Berlusconi che varcava la soglia del Nazareno, chiudesse definitivamente vent'anni di sterili contrapposizioni e paralizzante scontro ideologico.
Non è andata così ed è stato un errore che toccherà prima al popolo italiano e poi alla storia giudicare. Ma noi abbiamo la convinzione di aver scelto la parte giusta. (Applausi dal Gruppo AL-A. Congratulazioni.).
ZELLER (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ZELLER (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Signor Presidente, all'inizio di questa legislatura nessuno avrebbe detto che il Parlamento e, in primo luogo, questo Senato sarebbero stati in grado di approvare delle riforme costituzionali attese da decenni, specie se si considerano i numerosi passati tentativi di riforma falliti nonostante maggioranze ben più consistenti.
Io stesso ho partecipato ai lavori della Commissione bicamerale presieduta da Massimo D'Alema negli anni Novanta e alla cosiddetta riforma Calderoli dieci anni fa. Entrambe, dopo un inizio che sembrava promettente, non hanno raggiunto il traguardo auspicato.
Le esperienze da me citate servono a dimostrare che non basta l'obiettivo di fare una buona riforma, ma che bisogna anche tener conto della fattibilità politica della riforma stessa, il che porta inevitabilmente a delle mediazioni rispetto a quanto inizialmente voluto dai proponenti.
Siamo in presenza di un progetto di riforma ambizioso, che non sarà in assoluto il migliore e che presenta sicuramente qualche difetto, ma che finora ha trovato il consenso di questo Parlamento.
Il Senato, in particolare, ha dato prova di grande responsabilità: raramente nella storia repubblicana un'istituzione parlamentare decide di spogliarsi di buona parte dei propri poteri. Mentre la Camera non ha subito modifiche significative, il Senato ha riformato se stesso, perdendo gran parte dei propri poteri e dimostrando la massima apertura possibile alla revisione e al mutamento del proprio ruolo, della propria composizione, delle proprie funzioni e competenze.
Il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione significativa del numero dei parlamentari e la trasformazione del Senato in una Camera di rappresentanza delle autonomie territoriali sono - a nostro giudizio - obiettivi raggiunti.
Non nego che noi, in quanto Gruppo per le autonomie, avremmo auspicato un potenziamento dell'impianto regionalista della riforma del Titolo V, versione 2001, mentre ora ci troviamo davanti a un ritorno all'accentramento dei poteri e a un indebolimento delle Regioni ordinarie. È vero anche che siamo di fronte a una riforma promossa dal Governo, in particolare dal Presidente del Consiglio e dal ministro Boschi, che ha quindi il suo baricentro a favore dell'Esecutivo e del leader del partito vincente dalle elezioni politiche.
È però altrettanto vero che, nei diversi passaggi (oggi siamo al quinto passaggio nelle Aule parlamentari), vi è stato un confronto parlamentare reale, talvolta anche aspro, e potremo sicuramente, al di là del voto, continuare a ragionare sui necessari equilibri istituzionali. Ma noi non condividiamo la posizione di chi presenta questa riforma come del tutto priva di contrappesi al rafforzato ruolo del Governo. E non è una riforma che, insieme alla nuova legge elettorale, introduce nel nostro sistema istituzionale e parlamentare un deficit di democrazia o sancisce la fine, addirittura, della Repubblica nata con la Carta costituzionale.
Il sistema democratico sancito dal meccanismo parlamentare resta, ma diventa più semplice e snello, eliminando quella anomalia che era il bicameralismo perfetto, dove due Camere facevano esattamente le stesse cose ed erano entrambe titolari del rapporto di fiducia con il Governo. E la rinnovata organizzazione costituzionale introduce il sistema più razionale del processo legislativo, demandando al Senato solo poche e meno incisive forme di controllo e intervento, salvo che per le leggi costituzionali e poche altre leggi.
È una riforma necessaria e indilazionabile, come ha opportunamente affermato il presidente emerito Giorgio Napolitano, il quale ha avuto un ruolo decisivo nel sostenere il processo di riforma costituzionale. E ne approfittiamo per ribadirlo. È una riforma che non ammette una personalizzazione politica del referendum confermativo sul quale i cittadini saranno chiamati ad esprimersi, richiedendo invece che le parti politiche si confrontino sul referendum nella sua oggettività, sulla sostanza e sul contenuto.
Ed è una riforma che concepisce il Senato come sostanziale Camera di rappresentanza delle autonomie territoriali, seppure - a nostro giudizio - tale opzione avrebbe potuto avere un percorso più organico e coerente con riferimento compiuto alla realtà e al ruolo del Bundesrat tedesco.
Non consideriamo positivo che, nella sostanza, le Regioni non abbiano più una competenza legislativa concorrente ma, di fatto, una competenza attuativa di minore rilievo pratico: l'inserimento di una nuova clausola di supremazia dello Stato e, soprattutto, il nuovo limite delle nuove norme generali dello Stato, che introduce nelle Regioni ordinarie una sorta di competenza concorrente affievolita, non aiuteranno a ridurre i contenziosi.
In ogni caso credo che, sebbene le funzioni del Senato siano meno incisive rispetto a quelle attuali, ci siano delle potenzialità da sviluppare. Molto dipende dalla scelta delle Regioni. Se manderanno al Senato degli esponenti di seconda o terza fila, esso diventerà un organo ininfluente e, forse, anche inutile. Se, invece, sarà la sede dove si confronteranno tutti i Governatori delle 19 Regioni e delle due Province autonome, allora potrà avere un notevole peso politico e assumere la funzione di una vera Camera delle autonomie.
Per noi, rappresentanti delle autonomie speciali, la presente riforma tutela invece le competenze e i poteri in essere, perché esclude le Regioni speciali dall'applicazione del nuovo Titolo V, demandando la revisione dei nostri statuti a una futura legge costituzionale sulla base di intesa. In questo modo è stata introdotta per la prima volta nella storia repubblicana la clausola pattizia, il che consentirà alle assemblee regionali di svolgere una vera iniziativa riformatrice senza dover temere imposizioni unilaterali da parte del Parlamento. Restano evidentemente in vigore anche gli accordi internazionali, in particolare le garanzie dell'accordo De Gasperi-Gruber.
È, in buona sostanza, una riforma che garantisce anche la rappresentanza equilibrata delle Regioni speciali e delle due Province autonome di Trento e Bolzano nel nuovo Senato. Si è tenuto conto anche della specificità della Provincia autonoma di Bolzano, assicurando la rappresentanza di tutti e due i maggiori gruppi linguistici, tedesco e italiano. È una riforma che, con la riformulazione dell'articolo 116, introdotta nell'ultima lettura qui al Senato, prevede la procedura nuova e semplificata per il trasferimento di competenze di per sé statali, quali l'ambiente, applicabile non soltanto alle Regioni ordinarie ma anche alle Regioni speciali virtuose.
Bisogna, infine, riconoscere al Governo e alla maggioranza che si sono dimostrati sensibili nei confronti delle nostre richieste essenziali, e colgo qui l'occasione per ringraziare il ministro Boschi, il sottosegretario Pizzetti e la presidente Finocchiaro per il loro costante e grande impegno.
Dichiaro, quindi, il voto favorevole del Gruppo. (Applausi dai Gruppi (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE) e PD).
Presidenza della vice presidente FEDELI (ore 19,10)
DE PETRIS (Misto-SEL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DE PETRIS (Misto-SEL). Signora Presidente, un grande intellettuale laico come Benedetto Croce, l'11 marzo del 1947, concludeva il suo discorso all'Assemblea costituente con le parole dell'inno sublime - come da lui definito - «Veni, creator spiritus», per sottolineare la solennità e la sacralità di quel momento e di quell'Assemblea, pur nel confronto aspro e talvolta lacerante che l'attraversò, ma appunto sacro, perché si stava scrivendo la Costituzione repubblicana, cioè la legge delle leggi.
Ben altri sono stati il clima e lo spirito - non certo quello santo - che hanno accompagnato questa profonda modifica della Costituzione. Ma forse non poteva andare diversamente, visto che mai come in questo caso c'è stata una così piena omogeneità tra i contenuti di questa riforma e il metodo con cui la si è voluta discutere e votare. Dopo un iter nel quale ogni dibattito è stato smorzato e contingentato, a prezzo di forzature pesanti nelle procedure, senza che sia stata accolta alcuna istanza dell'opposizione, sta per essere approvata una revisione della Costituzione che segnerà il passaggio dalla democrazia parlamentare all'oligarchia, come ha giustamente sostenuto Zagrebelsky in una sua recente intervista. Perché di questo si tratta.
È inutile ormai, arrivati a questo punto, nascondersi dietro formule ipocrite. La legge Boschi - e il Ministro ne sarà orgoglioso, forse - coniugata con l'Italicum consegnerà tutti i poteri nelle mani dell'Esecutivo e, in particolare, in quelle del Primo ministro e leader del partito relativamente più forte: un vero e proprio rovesciamento della piramide. È un sentiero che questo Governo ha imboccato sin dall'inizio, e sul quale si inoltra ogni giorno di più. Pensiamo agli ultimi avvenimenti.
Con la scusa di liberare la RAI dai partiti, il servizio pubblico radiotelevisivo è appena stato posto sotto il diretto controllo dell'Esecutivo. Per la guida di un settore delicatissimo come la cybersicurezza di Palazzo Chigi, circola da giorni, senza che nessuno abbia smentito, il nome del testimone di nozze e amico intimo del Presidente del Consiglio.
Questa che voi chiamate riforma costituzionale non è nata in Parlamento e dal Parlamento. È stata decisa e poi imposta dal Governo, con un obiettivo semplice e brutale: dare molto più potere al potere e toglierlo definitivamente ai cittadini e alla loro rappresentanza parlamentare. Dietro la vostra facile propaganda c'è in realtà solo questo.
Anche il tentativo in atto di trasformare il referendum confermativo in un vero e proprio plebiscito sulla persona di Renzi è un modo per spogliare i cittadini, gli elettori, il popolo, del loro potere e dei loro diritti. A cosa altro serve infatti questa torsione, se non a impedire che gli elettori possano decidere, in piena coscienza e con tutte le informazioni necessarie, se veramente vogliono seppellire la democrazia parlamentare per sostituirla con la formula dell'uomo solo al comando?
Non è vero che si sta modificando solo la Parte II della Costituzione senza intaccare la prima, quella relativa ai principi fondamentali. La verità è opposta. Questa riforma incide profondamente proprio sulla Parte I della Costituzione perché, dopo aver relegato il Parlamento in funzione ancillare rispetto all'Esecutivo, espropria anche il popolo della sua sovranità, garantita dall'articolo 1 della nostra Carta, nel combinato disposto con l'Italicum e con le altre cosiddette riforme, dalla scuola al jobs act, alla RAI, alla pubblica amministrazione, che mirano a demolire e a cancellare diritti costituzionalmente protetti.
Il frutto della riforma e della legge elettorale, aggravata dal sistema del ballottaggio, che potrà consegnare la maggioranza dei seggi anche ad una forza che magari al primo turno ha raggiunto a mala pena il 20 per cento, sarà una Camera dei deputati in mano ad un solo partito o, meglio, al segretario del partito, nonché Premier, e in cui almeno 400 deputati saranno di fatto nominati grazie alle liste bloccate e alle pluricandidature, e il pluralismo sarà ridotto a poco più che diritto di tribuna. E, quindi, anche la Camera vedrà fortemente indebolita la sua rappresentatività.
Il Senato, ridotto di numero e spogliato di tutte le sue funzioni autonome, avrà un ruolo indeterminato e confuso e, comunque, non certo in grado di essere un punto di riequilibrio e di controllo. Una cosa è, però, chiara: non sarà più eletto a suffragio universale, e questo confligge con i poteri che comunque avrà il Senato sulle leggi elettorali e di revisione costituzionale. La modifica introdotta per l'elezione dei senatori non cambia questa realtà. Anzi, quello che vi siete inventati, con un rimando ad una legge e alla parola «conformità», sarà solo un ulteriore elemento di confusione, di pasticcio e di delegittimazione agli occhi dei cittadini.
Una maggioranza parlamentare, che corrisponderà certamente a una minoranza e forse a una minoranza esigua degli elettori aventi diritto, potrà eleggere da sola il Presidente della Repubblica, i giudici costituzionali, il Consiglio superiore della magistratura. Il sistema di pesi e contrappesi e la separazione dei poteri, che costituisce il cuore stesso della democrazia, diventerà un ricordo del passato. E così il grande rottamatore avrà rottamato anche Montesquieu. Il leader del partito di maggioranza e Presidente del Consiglio, a cui quei parlamentari di maggioranza, in gran parte da lui scelti e nominati, dovranno rispondere in tutto e per tutto, sarà né più né meno che il padrone del Governo, del Parlamento e del Paese.
Questa forzatura estrema e definitiva è stata incubata per anni e preparata meticolosamente non solo da voi, ma dalla narrazione che si è fatta. Si è addossata alla Costituzione, e non ai limiti delle classi politiche che, per decenni, hanno guidato il Paese, la responsabilità di aver frenato la crescita. Nasce così il mantra della governabilità e della Costituzione da modificare. Si è fatto ricorso alla più bassa demagogia, con la piena complicità di un sistema mediatico mai prima tanto docile e plaudente, travestendo questo colpo di mano con il manto della lotta alla casta e agli sprechi della politica. Non avremmo mai immaginato che il Partito Democratico si sarebbe alla fine reso colpevole dello smantellamento del patto costituzionale e, quindi, della messa in discussione profonda della Costituzione stessa.
Si è contrabbandata questa riforma come uno strumento necessario per tagliare i costi della politica. È falso. È solo una cortina fumogena, stesa per mascherare il vero obiettivo, che è quello di rovesciare l'equilibrio dei poteri definito dalla Costituzione a tutto ed esclusivo vantaggio del potere esecutivo. Si è detto che il disegno di legge Boschi serve a semplificare il procedimento legislativo. È falso. L'iter delle leggi sarà molto più complicato. Sono circa una decina le modalità previste per l'approvazione di una legge.
Non è vero, come racconta ogni giorno la stessa propaganda bugiarda e come ripete in continuazione il Presidente del Consiglio, che chi si oppone a questa riforma vuole difendere lo status quo ed è animato solo da una resistenza corporativa al cambiamento. Se si fosse veramente voluto intervenire sulla crisi della rappresentanza, sulla crisi profonda del rapporto tra cittadini ed istituzioni, si sarebbe dovuto fare tutt'altro. Si sarebbe dovuto certo intervenire, ma per ridare forza alla nostra democrazia e ricostruire quel rapporto di fiducia interrotto. Si sarebbe dovuto garantire più democrazia e non meno democrazia: esattamente il contrario di questa riforma.
Voi pensate di sostituire il legame tra popolo e istituzioni, tra popolo e le sue rappresentanze con la chiamata plebiscitaria, con un consenso passivo comprato con qualche mancetta, oppure conquistato grazie a un martellamento propagandistico menzognero. Ma la realtà, purtroppo per voi, si cura poco degli slogan e della propaganda trionfalista. Si può nascondere la verità, però mai troppo a lungo. I nuovi posti di lavoro che vantate - abbiamo sentito oggi tutto il repertorio - sono finti. Sono frutto soltanto di passaggi a un certo tipo di contratto. La ripresa economica è quasi inesistente. Le riforme istituzionali sono inutili ai fini di uno Stato più efficiente e dannose per la tenuta della nostra democrazia. Il popolo che state ingannando vi chiederà presto il conto.
Abbiamo già dato vita ai comitati per il no al referendum, il cui primo compito sarà informare gli italiani sulla vera natura di questa riforma, in modo che sappiano su cosa sono chiamati a scegliere: sulla democrazia italiana, e non sugli indici di gradimento di Matteo Renzi. Ma contemporaneamente - vi do l'annuncio - saranno in corso le raccolte di firme per promuovere i referendum sulla scuola, sul jobs act, sull'Italicum e saremo chiamati al referendum contro la scelta scellerata delle trivelle, per impedire che tutte queste riforme contro il lavoro, la scuola pubblica e la devastazione ambientale arrivino a compimento in un processo di vera e propria sostituzione del modello di democrazia, di Stato e di modello economico e sociale delineati dalla nostra Costituzione.
Il vento cambia, cari Renzi e Boschi, e su di voi e sul Partito Democratico ricadrà la responsabilità di aver alla fine messo in discussione i valori e i principi della nostra Costituzione nata dalla Resistenza. La storia - come ha detto Renzi - si occuperà di voi e, quando la storia si occupa di qualcuno, credo che bisogna soltanto rivolgersi allo Spirito Santo che ho invocato all'inizio.
Noi senatori di SEL, L'Altra Europa e molti altri senatori del Gruppo Misto, che ringrazio per il lavoro degli ultimi due anni, voteremo no a questo obbrobrio istituzionale, per dire no all'abrogazione della nostra Costituzione. (Applausi dal Gruppo Misto-SEL e dei senatori Bignami, De Pin e Bocchino).
TORRISI (AP (NCD-UDC)). Domando di parlare per dichiarazione di voto. (Brusio).
PRESIDENTE. Prima di dare la parola al senatore Torrisi, vorrei informare l'Aula che, per chi ha bisogno di fare riunioni o di alzare molto il tono della voce, ci sono comodi divani fuori.
Ha facoltà di parlare, senatore Torrisi.
TORRISI (AP (NCD-UDC)). Signora Presidente, signori Ministri e onorevoli colleghi, il Gruppo di Area Popolare voterà convintamente sì alla riforma della Parte II della Costituzione, per il superamento del bicameralismo paritario e la revisione del Titolo V, in quest'ultima e decisiva deliberazione da parte del Senato.
È una riforma che l'Italia attende da più di trent'anni, dopo il fallimento di innumerevoli tentativi riformatori che si sono susseguiti in ogni legislatura, a partire dalla prima Commissione bicamerale Bozzi del 1983. Abbiamo già pagato costi elevatissimi per il mancato ammodernamento del nostro sistema istituzionale, risalente ad un periodo storico superato, riforme che le altre grandi democrazie hanno invece realizzato da tempo.
Di fronte alle sfide della competizione internazionale e della globalizzazione, un nuovo fallimento è un lusso che l'Italia non può assolutamente permettersi. C'è una connessione strettissima tra l'assetto del sistema istituzionale e l'economia, tra una recessione settennale che ha messo in crisi la coesione sociale, da un lato, e la debolezza delle istituzioni politiche, dall'altro. Come ha sottolineato due anni fa un costituzionalista come Mario Dogliani, con riferimento ai diritti fondamentali previsti dalla prima parte della nostra Carta: «È giusto dire che la prima e la seconda parte della Costituzione non possono essere separate. Ma la prima può trovare attuazione solo se la seconda funziona». Meuccio Ruini, nel 1947, in quest'Aula, pronunciava le seguenti parole: «Abbiamo la certezza che la Costituzione durerà a lungo e forse non finirà mai, ma si verrà sempre completando ed adattando alle esigenze dell'esperienza storica».
Nessuno di noi può dimenticare quella vera e propria crisi istituzionale emersa drammaticamente a seguito delle elezioni politiche del 2013, quando la legislatura sembrava non in grado di avviarsi, proprio a causa del bicameralismo paritario e di due Camere elette addirittura da due corpi elettorali diversi. Non vi era una maggioranza in entrambe le Camere; non si riusciva a formare un Governo né ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Eravamo in uno stallo istituzionale dal quale si è usciti solo grazie alla rielezione del presidente Napolitano e alla formazione di un Governo di convergenza, con l'obiettivo fondamentale di realizzare finalmente, in questa legislatura, le riforme della Costituzione e del sistema elettorale, oltre all'obiettivo anch'esso fondamentale di far uscire il Paese dalla crisi economica.
Qui mi sia consentito rivolgere un ringraziamento particolare ai senatori del Nuovo Centrodestra e di Area Popolare perché, se oggi possiamo conseguire questo grande risultato, lo si deve a quei senatori e a quei deputati che, nell'ottobre del 2013, hanno salvato la legislatura e le riforme, con un atto insieme doloroso e coraggioso, e sono rimasti e rimangono fedeli a quell'impegno assunto solennemente da tutti coloro che tributarono vere e proprie ovazioni al discorso di Napolitano, di fronte al Parlamento in seduta comune.
La riforma non è frutto di un'improvvisazione, ma di un confronto trentennale di posizioni culturali, accademiche e politiche. Il suo impianto generale corrisponde alle conclusioni espresse a larga maggioranza dalla Commissione per le riforme, istituita dal Governo Letta. E se l'esame è partito da un testo del Governo, si deve sottolineare che a quel testo sono state apportate numerosissime e importanti modifiche, frutto di un significativo lavoro parlamentare, in specie da parte del Senato, a partire dai relatori Finocchiaro e, nella prima fase, Calderoli. A tale lavoro hanno contribuito in modo rilevante i senatori di Area Popolare, su molti decisivi aspetti, proponendo - ad esempio - per primi la soluzione per l'elezione dei senatori che poi, in sostanza, è stata adottata. Si tratta di una riforma alla quale ha contribuito, per lo meno in prima lettura, anche il Gruppo parlamentare di Forza Italia, mentre oggi viene osteggiata e alcuni dei suoi esponenti ricorrono addirittura ad iperboli allarmistiche sull'emergenza democratica, che la riforma determinerebbe, dimenticando la coincidenza tra i contenuti della riforma e i programmi elettorali e le posizioni espresse, anche in sede parlamentare, fin dal 1994. Il Senato è artefice della riforma, ma anche il suo principale oggetto.
Mi sia consentito un altro ringraziamento a tutti i senatori, perché oggi portiamo a compimento un fatto storico, che rende merito a questa Assemblea che, dopo trent'anni, mette fine ad un paradosso ritenuto invalicabile: quello del riformatore che deve riformare se stesso. Il Senato cambia completamente la sua natura, il suo ruolo e le sue funzioni, ma non è affatto una Camera dequalificata. Esso è, anzi, una Camera che svolgerà un ruolo fondamentale nel nuovo assetto del nostro bicameralismo: innanzitutto, di rappresentare gli enti territoriali ed essere sede di raccordo tra i legislatori regionali e il legislatore statale, in particolare attraverso il concorso alla legislazione nazionale, allo scopo di porre fine a quell'abnorme contenzioso costituzionale tra lo Stato e le Regioni, che la frettolosa e mal concepita modifica del 2001 ha determinato, con grave danno alla certezza del diritto e all'economia del Paese. Il Senato svolgerà, però, altre importantissime funzioni di raccordo con l'Unione europea, di valutazione delle politiche pubbliche, di verifica dell'attuazione delle leggi dello Stato e di nomina di due giudici costituzionali.
Sarà solo la Camera dei deputati, come sede della rappresentanza nazionale, ad accordare e revocare la fiducia al Governo, come nelle altre democrazie europee, ponendo così fine al nostro bicameralismo paritario, che tanto ha nuociuto non solo alla stabilità e all'efficacia dell'azione di Governo, ma anche all'autorevolezza e alla centralità della sede della sovranità popolare.
Lo snellimento e la semplificazione del procedimento legislativo, con tempi certi per l'approvazione delle leggi, sono volti a realizzare una "democrazia governante", che superi finalmente quella incapacità decisionale che affligge da tempo il sistema politico-istituzionale e che può mettere a rischio il funzionamento della democrazia. Ne saranno rafforzate e rese più efficaci l'azione di Governo, ma anche il confronto e la dialettica parlamentare, poiché la riforma mantiene complessivamente la forma di Governo parlamentare. E anche il sistema delle garanzie è assicurato, grazie alla modifica di diversi articoli della Carta, che prevedono forti limiti alla decretazione d'urgenza, lo statuto delle opposizioni, il ricorso preventivo di legittimità costituzionale delle leggi elettorali di Camera e Senato, il quorum dei tre quinti per l'elezione del Presidente della Repubblica dopo il terzo scrutinio, la garanzia di esame delle proposte di legge di iniziativa popolare, l'abbassamento del quorum di validità del referendum abrogativo.
Complementare alla riforma del bicameralismo è la revisione del Titolo V della Costituzione, che pone rimedio - come già sottolineato - ai guasti prodotti dalla improvvida modifica del 2001. Non è, infine, da trascurare la riduzione dei costi della politica, e non solo con la riduzione del numero di senatori, ma anche con la limitazione delle spese dei Consigli regionali, con la soppressione del CNEL e delle Province.
Noi difendiamo questa riforma non per calcoli di parte, ma nell'interesse del Paese. Per questo, quando la maggioranza che sosteneva la riforma era più ampia dei due terzi, proponemmo, per primi, che la riforma potesse essere comunque soggetta al voto degli elettori attraverso il referendum, per il quale tanti parlamentari di Area Popolare hanno già aderito al comitato per il sì promosso dall'onorevole Adornato.
Su questo punto mi rivolgo apertamente e direttamente al Presidente del Consiglio e alla signora ministra Boschi, come ha già fatto l'onorevole Lupi alla Camera. Il nostro sì è alla riforma, ai suoi contenuti, ai benefici che essa potrà arrecare all'Italia e non certamente ad un plebiscito su una persona e sulla sua azione politica. Con tutta la considerazione e la stima della persona e delle sue capacità, non si commetta l'errore di una personalizzazione del referendum, alla quale spingono, non a caso, proprio coloro che si battono per il no. La riforma è stata proposta e seguita con grande determinazione dal Governo perché - come ho già ricordato - essa è il principale obiettivo, la stessa ragione d'essere della legislatura. Tuttavia, non è in gioco solo la legislatura; sono in gioco le sorti delle nostre istituzioni e la loro capacità di rispondere alle esigenze del Paese. È in gioco il futuro dell'Italia. Si conduca una campagna per il sì al referendum di natura inclusiva, si lavori per un fronte il più ampio possibile, che coinvolga parlamentari, esponenti della società civile e semplici cittadini.
Una Costituzione non è solo un testo giuridico, un atto normativo. Essa é, prima di tutto, un atto politico e storico. Si cambia la Costituzione se c'è la necessità storica di farlo e noi abbiamo creduto, e crediamo, che quella necessità ci sia, perché serve chiudere l'eterna transizione istituzionale nel nostro Paese come strumento per rilanciare l'Italia.
Cominciamo ad avere alle spalle anni difficili a causa di una crisi economica terribile, la più grave dal dopoguerra ad oggi; una crisi che ha impoverito ed indebolito il nostro Paese, che ha creato una frattura sociale ed aumentato le disuguaglianze tra i cittadini. Pertanto, come non mai, alla politica oggi spetta dare una risposta a questi temi ed è agendo che si trova una soluzione, poiché il rischio vero sarebbe non far nulla.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, recentemente, si è augurato che «le riforme giungano a compimento in questa legislatura» poiché «il senso di incompiutezza rischierebbe di produrre ulteriori incertezze e conflitti, oltre che ad alimentare sfiducia».
La riforma che approviamo oggi è il frutto del lavoro di una maggioranza, di forze politicamente autonome ma complementari in questa fase delicata e fondamentale della vita del nostro Paese, le quali hanno un unico denominatore: la volontà riformatrice.
Signora Presidente e colleghi, mi avvio alla conclusione del mio intervento richiamando quanto scriveva il giurista Vincenzo Cuoco, sul fatto che non esistono costituzioni perfette: «La Costituzione è come un abito: se tu sei gobbo, l'abito che va bene per te è un abito che più o meno riesce a maneggiare o a nascondere la gobba che hai e non va bene per un altro ma va bene solo per te».
La riforma di cui stiamo discutendo non è forse quella ideale, ma è la migliore che si possa fare oggi in questo Parlamento. Pertanto, e concludo signora Presidente, credo che andiamo a votare un testo di riforma complesso e compiuto, che chiude la tormentata stagione della seconda Repubblica e che intende proiettare un Paese più forte nel futuro, con delle istituzioni più forti, con basi economiche più solide, con una maggiore credibilità in Europa e, quindi, con maggiore possibilità di contare - come è giusto - in Europa e non solo.
Il Gruppo di Area Popolare, coerentemente con la responsabilità che si è assunto, contribuendo prima alla nascita del Governo Letta e poi a quella del Governo Renzi, sostiene e condivide questa riforma costituzionale. (Applausi dal Gruppo AP (NCD-UDC) e del senatore Santini).
MORRA (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MORRA (M5S). Signora Presidente, signori Ministri, francamente mi spiace che non sia qui presente il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Mi spiace perché quantomeno, giacché lui ha alzato l'asticella, si sarebbe potuto elevare il tono del discorso, visto che oggi proprio lui ha citato Max Weber, Emmanuel Mounier e Jacques Maritain. Certo, rispetto alle citazioni dei Jalisse con cui ha esordito a febbraio del 2014, dopo due anni qualcosa ha imparato (Applausi dai Gruppi M5S e CoR). Per sua sfortuna, però, bisogna non soltanto citare Mounier, Maritain, Weber e magari anche alcuni altri, ma magari anche leggerli, meditarli ed elaborarli.
Pertanto ricordo, in particolare al senatore Corsini che, essendo bresciano, ha certamente consapevolezza di questa tradizione - Maritain è stato tradotto in Italia soprattutto per volontà di Montini - che un'opera decisiva di Maritain è stata «Distinguere per unire. I gradi del sapere». In quest'opera di non facile lettura si invitava alla precisione perché gnoseologicamente bisogna dire la verità se si vuole fare giustizia. È compito di un Presidente del Consiglio educare se stesso, oltre che i propri Ministri, alla giustizia innanzi tutto. (Applausi dal Gruppo M5S).
Bene: io ho preso appunti perché filologicamente bisogna sempre scontrarsi con la realtà. Gli appunti, insieme al resoconto stenografico, ci dicono che Matteo Renzi, come al solito, dà le carte facendo il baro perché è lui che dà i numeri, è lui che dice che nel 2014, a febbraio, quando è diventato Presidente del Consiglio - e ancora attendiamo una discussione in Assemblea per quella crisi, maledizione - è lui che ha ricordato che la disoccupazione era oltre il 13 per cento; peccato che sia un dato falso. Ed è sempre lui che ha ricordato che la disoccupazione giovanile, quella a cui tutti quanti dovremmo tenere, era ben superiore al 46 per cento. Peccato che sia un dato falso anche questo. (Applausi dal Gruppo M5S).
E allora è facile costruire discorsi artatamente convincenti. Lo facevano già i sofisti e magari qualcuno che ha letto Platone queste cose le ha imparate sui libri, standoci, e non citando le serie televisive. Lei, forse, adesso sarà andato a vedersi «House of cards» per imparare qualche altra mossa. (Applausi dai Gruppi M5S e LN-Aut).
E questo spiega perché - e mi fa specie che alla mia destra ma anche alla mia sinistra ci siano fior di persone che hanno letto quei libri, che hanno questa cultura e che dovrebbero pertanto avere un sussulto di coscienza - dopo aver citato quei nomi, Matteo Renzi, che continua a snocciolare dati falsi (che dopo se volete vi darò) citando sia pur indirettamente Fukuyama e la vetocrazia, se ne esca con parole che un Presidente del Consiglio non dovrebbe mai pronunciare. Sostenendo che si stia facendo un'operazione fondamentale e decisiva come quella della presunta soppressione del Senato, esattamente come presuntivamente sono state soppresse le Province, Matteo Renzi elenca i risultati che questo Esecutivo da lui guidato avrebbe portato a casa. Bene, fra questi, lui dice: «abbiamo portato a casa la riforma del lavoro, nessuno lo credeva eppure ci siamo riusciti». Lo ringrazio perché quantomeno ha parlato in italiano per uno che è abituato allo slang e allo "shish" almeno ha recuperato un pochino di sano orgoglio linguistico. Poi Matteo Renzi dice: «Poi abbiamo anche eliminato tasse giudicate a torto o a ragione insopportabili». Scusi, probabilmente qualunque contribuente potrebbe ritenere la propria tassazione una sorta di vessazione, poi poco importa se a torto o a ragione. Anche in questo caso Matteo Renzi dimostra la sua grettezza intellettuale e dunque morale perché le tasse non si tolgono a torto o a ragione perché sono considerate insopportabili. (Applausi dal Gruppo M5S).
Noi abbiamo una Costituzione che ci dice che la fiscalità deve essere progressiva e questa è stata una conquista di chi adesso approva uno stravolgimento di quei principi, a torto o a ragione. (Applausi dal Gruppo M5S).
Come se un Governo non si dovesse far orientare dalla ragione. Da che cosa si dovrebbe fare orientare: forse da Jim Messina, quel famoso specialista di comunicazione politica che forse lo accompagnerà casa per casa quando Matteo Renzi, così ci ha detto, dovrà andare a convincere gli italiani per il referendum confermativo. Perché a questo siamo arrivati, perché chi non ha il polso della situazione, chi non ha il controllo di quanto venga sentito dalle persone, dai cittadini, dai lavoratori, dai disoccupati, da tutti coloro che stanno pensando da troppo tempo all'emigrazione come unica via di fuga da questa situazione insopportabile, bene, chi quel rapporto non ce l'ha può anche pensare di spendere un botto di soldi per far venire un professionista statunitense di comunicazione politica.
E perché, signora Presidente? Mi dispiace che anche il ministro Boschi non ci sia; forse le parole di verità non fanno piacere. Poc'anzi il presidente Renzi discettava invitando a distinguere personalizzazione da personalismo. Ma chi è che ha detto «me ne vado» se ilreferendum dovesse andare male? (Applausi dal Gruppo M5S).
Per caso l'ha detto qualcun altro o l'ha detto Matteo Renzi? È per questo voler schiacciare sulla sua persona che, grazie alla mitopoiesi, grazie a Filippo Sensi e allo stuolo di comunicatori, diventa sempre più un mito, capace di fare qualcosa di incredibile.
Sempre Matteo Renzi ribadiva come gli altri non conoscano lo stupore, non sappiano cosa sia la meraviglia; benissimo, per me e per tutti noi lo stupore sarà poter garantire un reddito di cittadinanza, perché di questo hanno necessità gli italiani e non di riforme costituzionali che sono semplicemente un diversivo.
Per me stupore è sapere che dei ragazzi che sono stati eletti all'Assemblea regionale siciliana, rinunciando a parte delle loro indennità, nella giornata di ieri, hanno acquistato l'immobile per cui l'anno passato un operaio si è suicidato, perché non riusciva a pagare la rata del mutuo: per 10.000 euro una persona non c'è più. (Applausi dal Gruppo M5S).
Queste cose noi le facciamo, non sono l'impossibile! È quello che una classe politica, una classe dirigente responsabile deve sentire il dovere di fare. Solo che questa classe dirigente è latitante. (Applausi dal Gruppo M5S).
Voglio dire poche cose ancora, perché manca poco. Noi siamo all'alba di momenti particolarmente significativi, e forse in negativo, per il nostro Paese; non soltanto c'è una svolta autoritaria segnata da accentramento, ma c'è, ad esempio, un'apertura irresponsabile alla globalizzazione. Io ancora da Matteo Renzi non ho sentito proferire parole in merito alla richiesta avanzata dalla Cina di poter entrare a pieno titolo nell'Organizzazione mondiale del commercio, come se questo fosse un dato irrilevante per la seconda economia manifatturiera del mondo.
Presidenza del presidente GRASSO (ore 19,40)
(Segue MORRA). Eppure Matteo Renzi latita.
Questa è la democrazia, non l'indifferenza. Democrazia significa ascolto e rispetto delle minoranze e delle opposizioni. Riforme costituzionali che vanno a comprimere gli spazi di dibattito, che vanno a comprimere i diritti di chi la pensa diversamente, a me ricordano tanto qualcosa che sui libri di storia - lo andasse a studiare Matteo Renzi - è già avvenuto in questo Paese.
Invito, pertanto, tutti i cittadini italiani, anche coloro che in quest'Aula saranno obbligati, per ragioni che sono indicibili, a votare in un certo modo, a fare riferimento all'eventuale coscienza, qualora l'abbiano, e soprattutto al pensiero per chi verrà. Infatti, come apprendiamo da «Il Sole 24 ore», l'Italia che riparte non è più ripartita per i 150.000 italiani che soltanto nel 2015 hanno dovuto abbandonare il nostro Paese. (Applausi dal Gruppo M5S).
Matteo Renzi andasse a chiedere scusa a tutti questi nostri ragazzi, che facciamo studiare, laureare e specializzare, condannandoli poi all'emigrazione. Per favore, qualcuno del Governo lo dica al Presidente del Consiglio. (Applausi dal Gruppo M5S. Congratulazioni).
ROMANI Paolo (FI-PdL XVII). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ROMANI Paolo (FI-PdL XVII). Signor Presidente, onorevoli senatori, finalmente, nel sostanziale disinteresse del Paese, che avverte altre più urgenti priorità, l'iter delle riforme al Senato giunge al termine.
Parliamo di una riforma sulla quale soltanto un italiano su tre, secondo un recentissimo sondaggio RAI, pensa di avere le idee chiare.
È un peccato che finisca così quella che sarebbe potuta essere la grande riforma delle istituzioni, l'occasione storica per cambiare davvero l'Italia, per rendere la nostra democrazia più libera, più europea, più efficiente.
Sarebbe dovuto essere un dibattito importante ed è stato invece ridotto in questo ultimo passaggio ad una serie di interventi nel cuore della notte, per la necessità di ingabbiare tutta la maggioranza sul voto alla riforma prima delle nomine nelle Commissioni. Era la grande occasione per dimostrare ai cittadini, sempre più scoraggiati e delusi, che la politica è capace di autorigenerarsi, di autoriformarsi, di tornare a rappresentare davvero e veramente gli italiani.
Poteva essere la grande risposta all'astensionismo che dilaga, all'antipolitica della protesta. Noi avevamo dato la nostra disponibilità per questo grande progetto.
Come ha ricordato ieri l'amico Quagliariello, avevamo veramente creduto che fosse possibile rimettere in collegamento culture giuridiche e costituzionali che si erano osteggiate per decenni; che fosse veramente giunto il momento di unire il Paese per scrivere insieme quelle nuove regole di cui l'Italia aveva e ha disperatamente bisogno. Abbiamo però dovuto prendere atto che ben presto quel grande progetto si è rivelato per quello che era: un piccolo disegno di potere funzionale solo al Partito Democratico.
Una riforma costituzionale che elimina l'elettività del Senato, una legge elettorale che consentirà ad un solo partito di governare, anche rappresentando solo il 20 per cento degli italiani; una trasformazione delle Province in istituzioni di secondo livello gestite dalla burocrazia locale e una riforma della RAI che consegna saldamente il servizio pubblico nelle mani del Governo. Siamo al paradosso per cui potrà bastare il consenso di un italiano su cinque per avere in mano tutto il potere del nostro Paese.
Un passo indietro sulla strada della democrazia, innegabilmente; così come un passo indietro è fare finta di abolire un organo costituzionale, il Senato, per abolire in verità solo il diritto dei cittadini italiani di scegliersi i propri senatori. (Applausi dal GruppoFI-PdL XVII).
Lo sapete bene anche voi: la riforma che state approvando è un vestito che vi siete cuciti su misura che non piace e non interessa agli italiani. Infatti, del merito della riforma non parlate più, se non in quest'Aula, per quest'ultima formalità, dell'approvazione definitiva.
«Se perdo il referendum sulle riforme costituzionali smetto di fare politica», ha detto nei giorni scorsi il Presidente del Consiglio, e l'intervento in replica oggi del presidente Renzi non ha fatto che confermare questa sua anticipazione. Poi si è affannato a spiegare che con questa frase non era alla ricerca del plebiscito. Chiamatelo come volete, ma quello che il presidente Renzi ha lanciato in realtà è unreferendum su se stesso, una richiesta di approvazione a prescindere dai contenuti e dal merito.
Parliamone, allora, di questo Governo, dell'operato di questo Primo Ministro. Lo inviterei prima di tutto a non farsi troppe illusioni: la luna di miele con il Paese è finita. (Applausi dal GruppoFI-PdL XVII). Gli italiani hanno preso atto della realtà perché stanno vivendo sulla loro pelle le conseguenze di quella che è stata fino ad oggi la vostra azione di Governo. Sanno che alle tante parole non sono quasi mai seguiti i fatti, e che i pochi fatti sono stati comunque ben lontani dalle promesse, dalle attese e dalle necessità.
Gli italiani sanno che avete condannato il nostro Paese alla irrilevanza internazionale: sul dramma della sicurezza, della lotta al terrorismo, del controllo dei flussi migratori, dell'opposizione all'integralismo religioso islamico, non avete una linea chiara e definita. L'Italia si distingue per la sua marginalità e per la sua incapacità di determinare e di favorire soluzioni credibili.
Avete perseguito ad ogni costo la guida della politica estera europea, e questo non ha portato ad alcun risultato per l'Italia. Anzi, oggi voi, Governo, siete in polemica con la stessa Mogherini che avete così tenacemente voluto. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).
E come si possono interpretare le parole di Juncker di venerdì scorso? Juncker ha detto: «Ritengo che il Primo Ministro italiano abbia torto a vilipendere la Commissione ad ogni occasione. Non capisco perché lo faccia». Quell'insinuazione, quasi un insulto, per cui l'Unione europea non trova interlocutori a Roma cosa è se non un'ulteriore dimostrazione di quanto poco siano considerati in Europa il nostro Governo e il nostro Primo Ministro?
Gli italiani hanno imparato sulla loro pelle a distinguere le promesse e gli annunci dai fatti. È inutile annunciare 500.000 nuovi contratti a tempo indeterminato se ciò non significa che la disoccupazione è calata. È inutile annunciare sgravi fiscali se il livello della fiscalità complessiva rimane immutato o continua a crescere. È inutile che vi riempiate la bocca con la spending review, che non avete nemmeno iniziato, tant'è vero che il debito pubblico continua a salire. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).
Infine, è del tutto inutile e velleitario gridare al complotto per la crisi bancaria che ci sta travolgendo. Certo, con la nostra storia non saremo certamente noi a negare la possibilità che sia in atto un attacco finanziario e speculativo al nostro Paese. Ma c'è sicuramente di più. L'insipienza e la mancanza di coraggio nella gestione del fallimento delle quattro banche hanno alimentato la mancanza di fiducia di correntisti ed investitori. Fretta, superficialità, promesse non seguite dai fatti, impreparazione.
Ma c'è di più. C'è la brutta sensazione che il premier Renzi si stia isolando dal Paese e perfino dal suo stesso partito e che si sia chiuso in un bunker da cui improvvisa mosse spesso disperate, discusse e preparate con nessuno, se non con i pochi fedelissimi che lo circondano, senza confronto con la dirigenza del suo partito, né tanto meno con il Parlamento o con le altre forze politiche.
Questa sensazione si fa ogni giorno più forte ed è confermata da quelle che speriamo siano solo indiscrezioni sulla nomina di Marco Carrai. Sarebbe gravissimo e pericoloso se la sicurezza cibernetica del nostro Paese fosse messa nelle mani di un privato cittadino. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII). Non discuto la persona, che può anche avere competenze straordinarie, ma - ribadisco - rimane un privato cittadino e non è un servitore dello Stato, nella sua accezione più alta. In un momento in cui l'analisi dell'enorme quantità di dati che viaggia sulla rete può essere decisiva nella lotta al terrorismo, è incomprensibile come questa responsabilità venga affidata ad un imprenditore privato, per di più in palese conflitto di interessi, e non sia riservata alle competenti strutture dello Stato. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).
Ancora, indiscrezioni ipotizzano da tempo la volontà del Presidente del Consiglio di ridisegnare completamente la struttura dei vertici di sicurezza del nostro Paese, immaginando la costituzione di una nuova figura, sulla scorta di quella statunitense, del consigliere per la sicurezza nazionale: una sola persona che raggrupperebbe in sé le funzioni del consigliere militare del Presidente del Consiglio (posizione d'altra parte vacante da tempo), del consigliere diplomatico, in uscita a breve (mi pare che forse stasera il Consiglio dei ministri nominerà un nuovo consigliere) e del direttore del DIS. L'assenza di un consigliere militare accanto al Presidente del Consiglio in piena crisi libica, siriana ed afgana e con la conseguente evoluzione della minaccia terroristica, sembra frutto di un'enorme superficialità o di un disegno preciso. Per rivoluzionare l'intero settore della sicurezza nazionale serve una legge, che deve passare dal Parlamento e con il parere del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica ed è inaccettabile - lo ribadiamo anche in questa occasione - che questo organismo non veda oggi la presenza di un esponente del maggior partito di opposizione. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).
Un altro indizio di questa sindrome da bunker è la frettolosa ed improvvisa sostituzione dell'ambasciatore Sannino con il vice ministro Calenda, come rappresentante del nostro Paese in Europa. Non voglio entrare nel merito delle scelte, ma vorrei sapere se il presidente Renzi si rende conto che sta aprendo un conflitto con l'intero corpo diplomatico della Farnesina. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII). Questa è la realtà, caro sottosegretario Della Vedova.
Non si può far ripartire l'Italia da soli. E non ci si può riuscire con queste riforme, con dichiarazioni senza fondamento che servono solo a strappare un titolo sui giornali, come quella sui dipendenti pubblici fannulloni da licenziare in quarantott'ore.
E infatti l'Italia non riparte, nonostante le condizioni internazionali non siano mai state da molti anni a questa parte così favorevoli. Prezzo del barile ai minimi storici, euro deprezzato, quantitative easing ottenuto da Mario Draghi: tre formidabili leve per lo sviluppo che il resto dell'Europa ha colto, mentre l'Italia le sta sprecando.
Vuole un referendum sulla sua persona, Presidente del Consiglio?
In democrazia non sono consentiti plebisciti su Governi e su Primi Ministri, e lei sta introducendo anche in questa occasione un'altra pericolosa forzatura. Noi siamo comunque pronti a raccogliere la sfida. Oggi in quest'Aula non possiamo che ribadire con forza il nostro no convinto, ma oggi nel Paese inizia la nostra battaglia referendaria.
Poche ore fa, insieme ad altri Gruppi di opposizione, abbiamo presentato alla stampa i comitati per il no. Siamo convinti di avere la maggioranza del Paese e lo dimostreremo la sera del risultato per il referendum. Buona fortuna, Governo Renzi. Buona fortuna, presidente Renzi. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII. Congratulazioni).
FINOCCHIARO (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FINOCCHIARO (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei innanzitutto ringraziare il mio Gruppo, che mi consente questa dichiarazione di voto a conclusione di un impegno che è stato certamente il più duro e il più faticoso, ma anche il più appassionante di una lunga (secondo alcuni colleghi, troppo lunga) esperienza parlamentare che con questa legislatura finirà.
Vorrei cominciare con le parole pronunciate da Meuccio Ruini il 22 dicembre 1947, nel corso dell'ultima seduta dall'Assemblea costituente. In quella occasione Meuccio Ruini da un lato espresse la certezza che la Costituzione sarebbe durata a lungo. «Forse non finirà mai», disse. Dall'altro, disse che si sarebbe adattata al mutamento dei tempi e all'esperienza; dall'altra parte ancora, dando una valutazione complessiva di questa opera, ne dette un giudizio tutt'altro che trionfalistico.
Mentre sottolineò la grandezza (così vorrei definirla) e il successo della prima parte della Costituzione, riconobbe che la seconda aveva presentato gravi difficoltà e che essi non avevano risolto tutti i problemi istituzionali: ad esempio, per la composizione delle due Camere e il sistema elettorale, rimesso peraltro alla legge ordinaria. Insomma, una esplicita indicazione di ciò che già nella Costituzione, già nel momento solenne della sua approvazione, appariva mal riuscito.
Né poteva essere altrimenti. E oggi il presidente Casini ce lo ha ricordato. Se contestualizziamo quel dibattito, ricordiamo che eravamo alla vigilia delle prime elezioni e ricordiamo non soltanto la tensione esistente tra i due grandi partiti di massa, la Democrazia cristiana e il Partito comunista, ma il fatto che essi alludessero a un sistema politico, culturale e sociale, davvero alternativo. E ciascuno dei due partiti, di consistenza pressoché analoga, temeva che alle elezioni successive, le prime elezioni libere della Repubblica, una forza avrebbe potuto prevalere sull'altra.
Fu così che, dopo una discussione che oggi non è stata ricordata in quest'Aula, ma neanche durante il dibattito di questi giorni, se non da pochissimi interventi, scegliendo tra soluzioni assai diverse e cambiando ciascun partito politico e ciascun esponente addirittura la propria posizione originaria (la DC partiva da una impostazione regionalista mentre il PCI partiva da una impostazione monocameralista), si giunse a una soluzione che era quella di un bicameralismo perfetto: due Camere che avessero le stesse identiche funzioni, entrambe legate da rapporto fiduciario al Governo, ma elette con sistemi elettorali diversi e con elettorato attivo e passivo diverso.
Ciò che si introduceva nell'ordinamento era cioè un elemento di blocco, un elemento di farraginosità, il tentativo d'impedire che la vittoria di una parte fosse vittoria compiuta.
Questo tema, esplicitato già nella relazione conclusiva del 22 dicembre del 1947, viene ininterrottamente ripreso dagli stessi costituenti negli anni seguenti, e ripetutamente. Ne abbiamo una testimonianza straordinaria nella ricostruzione di quel colloquio tra Elia e Scoppola, da una parte, e Dossetti e Lazzati dall'altro, che è del 1984, ma che è stato pubblicato anni dopo.
Già nel 1951 Dossetti torna su questa questione e, parlando del sistema costituzionale, dice: «È stato strutturalmente predisposto sulla premessa di un contrappeso reciproco e quindi di un funzionamento complesso, lento e raro, come quello di uno Stato che non avesse da compiere che pochi e infrequenti atti sia normativi che esecutivi, perché non tenuto ad adempiere un'azione di mediazione (...) e tanto meno un'azione continua di reformatio, di propulsione del corpo sociale».
Sostanzialmente, questo tema è poi al centro, ad esempio, delle riflessioni di Mortati (di quelle consegnate tra il 1972 e il 1974), il quale parlando di bicameralismo dice: «Problema al quale non può tardarsi a dare soluzione».
E se ripercorriamo la storia repubblicana di tale questione, che è stata assente dal dibattito di quest'Aula e che è la ragione prima per la quale questa riforma viene fatta, si continua a discutere nei sessantasette, sessantotto, settant'anni della Repubblica, tentando di ovviare con strumenti diversi, il primo già negli anni Cinquanta è la legge elettorale con il premio maggioritario. E se viene abbandonata non è soltanto per le reazioni che comportò la legge truffa - l'hanno ricordato tanti colleghi - ma anche perché cambia la strategia politica, e il rafforzamento del Governo da parte della Democrazia cristiana viene invece perseguito con un sistema proporzionale che possa moltiplicare i soggetti politici e le alleanze.
Ma il problema è sempre lo stesso ed è quello di un difetto nel circuito Parlamento-maggioranza-Governo che rende i Governi deboli, che rende i Governi incapaci di assumere quella funzione di propulsione del sistema complessivo del Paese che oggi registriamo con tanta tragica evidenza, anche per il fatto che il contesto è cambiato e la forza e la competitività del nostro sistema nazionale ha necessità di un'ulteriore spinta.
Peraltro, allo stesso tentativo di ovviare a quel difetto originario possiamo ricondurre i tentativi di irrobustire, ad esempio, il Presidente della Repubblica, sul quale si affannarono costituzionalisti e politici, oppure il ricorso al semipresidenzialismo, che è stata una costante nel dibattito italiano a partire dagli anni Settanta. Perché il punto - lo ricordava ieri un collega o una collega del mento 5 Stelle - era, come ha individuato Zagrebelsky, di definire un nuovo punto di equilibrio tra inconcludenza e forza, ripeto tra inconcludenza e forza. Ed è esattamente questo il tentativo che stiamo cercando, finalmente, dopo tanti decenni di fare: trovare un nuovo punto di equilibrio.
Ma qui di altro abbiamo parlato, in una confusione - guardate, colleghi - che rappresenta a mio avviso una miscela altamente esplosiva in un Paese che ha le caratteristiche di cui oggi ha parlato il senatore Tronti e che vede questa relazione tra cittadini e politica così difficile, aspra, talvolta inquinata.
Io capisco che il Movimento 5 Stelle abbia fatto e faccia dell'assemblearismo la sua cifra identitaria, ma penso che forse per la sua giovinezza questo movimento abbia anche bisogno di depurare un po' e definire meglio la proprio cultura politica. Perché io ho sentito cose incredibili in quest'Aula: da una parte questa esaltazione della rappresentatività e dall'altra parte la mortificazione di alcune rappresentanze. Penso a quello che è stato detto sui consiglieri regionali direttamente eletti e complessivamente sulla casta degli eletti, con giudizi tanto sommari quanto molto spesso ingiusti. Da una parte si è contestata la legittimità, ad esempio, di questo Governo e di questo Presidente del Consiglio, che non è stato mai eletto (come se la Costituzione vigente questo richiedesse, ma non lo richiede affatto); dall'altra parte però c'è stata una damnatio nei confronti delle forme di premierato.
Da una parte si è ragionato di abolizione dei costi in tutta la fase anche della campagna elettorale che ha condotto all'affermazione elettorale del Movimento 5 Stelle, dall'altra parte oggi si rivendica che questa abolizione dei costi ha mortificato la rappresentanza.
Io francamente credo che occorrerebbe ragionare con una maggiore freddezza e tornare alle questioni che pochi interventi oggi - mi riferisco agli interventi del senatore Fornaro, del senatore Chiti e del senatore Casini - hanno tentato di mettere a fuoco. Ma ciò che opera in realtà, mi è sembrato, in questo dibattito è esattamente quella prevenzione che aveva ispirato i costituenti, che lavorò durante l'elaborazione della Costituzione e che alla fine prevalse; mi riferisco alla tentazione di perpetuare la debolezza del nostro sistema.
Francamente - come ho già detto molte volte in quest'Aula - non mi ha mai convinto, durante questa lunga discussione parlamentare, neanche l'idea che un Senato eletto direttamente, senza rapporto con le istituzioni regionali, potesse essere un contrappeso, un Senato delle garanzie. Questa è certamente una prospettazione attraente, ma è assolutamente velleitario pensare che 95 persone direttamente elette (peraltro con metodo proporzionale), ma non strette da un vincolo fiduciario, possano essere un contrappeso. Rispetto a cosa? Rispetto ad una Camera nella quale il vincolo di maggioranza e il peso della maggioranza possa consentire di affrontare le molte questioni e le molte sfide di una democrazia governante - voglio adoperare proprio questo termine - di cui il nostro Paese ha bisogno.
Del tutto inspiegabile è poi la posizione dei colleghi di Forza Italia. Ho apprezzato l'eleganza elusiva con cui il senatore Romani oggi ha svolto la propria dichiarazione di voto e devo dire che sono rimasta affascinata dal rutilante benaltrismo dell'intervento del senatore Gasparri, che di tutto ha parlato, tranne che di riforma costituzionale. (Applausi dal Gruppo PD).
Questo è il testo migliore possibile, colleghi. Probabilmente ciascuno di noi e io stessa - come ha detto oggi il presidente Renzi - ho esercitato una certa attività critica sull'impostazione originaria del testo del disegno di legge governativo. È il miglior frutto della migliore transazione possibile e dunque è la migliore legge possibile.
Io credo che non occorra qui che ve ne illustri il contenuto (l'abbiamo fatto tante volte in quest'Aula), né credo che valga sottolineare l'importanza per me storica di questo momento. Però voglio dire una cosa, anche a coloro i quali questo testo non l'hanno votato e non lo voteranno e a chi l'ha votato e non lo voterà stasera. Ho apprezzato un riferimento fatto ieri dalla collega Mussini, la quale diceva che le forme istituzionali non possono essere solo forme. I greci dicevano che la democrazia è prassi. Bene, io credo che sia assolutamente così. Se noi approviamo questo testo, se lo approverà di nuovo la Camera, se il referendum lo confermerà, toccherà a ciascuno di noi, maggioranza ed opposizione, classe dirigente politica di questo Paese, farlo vivere e farlo vivere al meglio delle potenzialità che avrà questo Senato, nel suo potere di rappresentanza delle istituzioni territoriali e del loro peso...
VOCI DAI GRUPPI LN-AUT E M5S. Basta! (Commenti dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. Silenzio, fate concludere, per favore. Il tempo lo decido io, così come ho dato la possibilità anche agli altri di continuare. (Commenti dai Gruppi LN-Aut e M5S).
Prego, senatrice Finocchiaro, concluda.
FINOCCHIARO (PD). ...nella sua capacità, così sottovalutata, di essere un luogo nel quale l'integrazione del Paese, delle sue diverse anime e dei suoi diversi territori può trovare rappresentanza, autorevolezza, ruolo, parola, voce, nelle decisioni, nel suo straordinario potenziale di essere potente fattore di integrazione europea. Questo è il Senato che noi stiamo consegnando, se così saremo capaci di farlo vivere. (Applausi dai Gruppi PD, AP (NCD-UDC) e Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE e dei senatori Romani Maurizio, Bencini, Bondi e Repetti. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Ricordo che ai sensi dell'articolo 138, primo comma, della Costituzione, dovendosi procedere alla votazione di un disegno di legge costituzionale, in seconda lettura è richiesta la maggioranza assoluta dei componenti del Senato.
Ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento, indíco la votazione nominale con scrutinio simultaneo per la seconda deliberazione sul disegno di legge costituzionale n. 1429-D, nel suo complesso.
(Segue la votazione). (Alcuni senatori del Gruppo LN-Aut espongono cartelli recanti la scritta «Con il referendumRenzi a casa»).
Prego gli assistenti di intervenire per rimuovere i cartelli.
Proclamo il risultato della votazione nominale con scrutinio simultaneo:
| Senatori presenti | 294 |
| Senatori votanti | 293 |
| Maggioranza | 161 |
| Favorevoli | 180 |
| Contrari | 112 |
| Astenuti | 1 |
Il Senato approva in seconda deliberazione con la maggioranza dei suoi componenti. (v. Allegato B). (Vivi e prolungati applausi dai Gruppi PD e AP (NCD-UDC)).
Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ordine del giorno
per le sedute di giovedì 21 gennaio 2016
PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi domani, giovedì 21 gennaio, in due sedute pubbliche, la prima alle ore 9 e la seconda alle ore 16, con il seguente ordine del giorno:
La seduta è tolta (ore 20,11).