Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 486 del 16/07/2015

SENATO DELLA REPUBBLICA
------ XVII LEGISLATURA ------

486a SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO STENOGRAFICO

GIOVEDÌ 16 LUGLIO 2015

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Presidenza del vice presidente GASPARRI,

indi del vice presidente CALDEROLI

e della vice presidente FEDELI

N.B. Sigle dei Gruppi parlamentari: Area Popolare (NCD-UDC): AP (NCD-UDC); Conservatori, Riformisti italiani: CRi; Forza Italia-Il Popolo della Libertà XVII Legislatura: FI-PdL XVII; Grandi Autonomie e Libertà (Grande Sud, Movimento per le Autonomie, Nuovo PSI, Popolari per l'Italia, Italia dei Valori, Vittime della Giustizia e del Fisco, Federazione dei Verdi): GAL (GS, MpA, NPSI, PpI, IdV, VGF, FV); Lega Nord e Autonomie: LN-Aut; Movimento 5 Stelle: M5S; Partito Democratico: PD; Per le Autonomie (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE: Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE; Misto: Misto; Misto-Federalismo Autonomie e Libertà: Misto-FAL; Misto-Italia Lavori in Corso: Misto-ILC; Misto-Liguria Civica: Misto-LC; Misto-Movimento X: Misto-MovX; Misto-Sinistra Ecologia e Libertà: Misto-SEL.

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RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza del vice presidente GASPARRI

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 9,32).

Si dia lettura del processo verbale.

BERGER, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del giorno precedente.

Sul processo verbale

SANTANGELO (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SANTANGELO (M5S). Signor Presidente, chiedo la votazione del processo verbale, previa verifica del numero legale.

Verifica del numero legale

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.

(Segue la verifica del numero legale).

Il Senato è in numero legale.

Ripresa della discussione sul processo verbale

PRESIDENTE. Metto ai voti il processo verbale.

È approvato.

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 9,38).

Discussione dei disegni di legge:

(1880) Riforma della RAI e del servizio pubblico radiotelevisivo

(746) STUCCHI. - Disposizioni in materia di abolizione del canone di abbonamento alle radioaudizioni e alla televisione

(760) STUCCHI. - Norme per la riorganizzazione del sistema pubblico radiofonico, televisivo e multimediale, nonché per la dismissione della partecipazione dello Stato nel capitale della società RAI-Radiotelevisione italiana Spa

(1570) BUEMI ed altri. - Norme per la riforma del sistema e dei criteri di nomina, trasparenza e indirizzo della RAI - Radiotelevisione italiana SpA, nonché delega al Governo per l'adozione di un testo unico della normativa vigente in materia di RAI

(1795) PEPE ed altri. - Riforma del servizio pubblico radiotelevisivo

(1815) CROSIO ed altri. - Riforma del servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale

(1823) DE PETRIS ed altri. - Riforma della governance del servizio pubblico radiotelevisivo

(1841) FORNARO ed altri. - Modifica all'articolo 49 del testo unico di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177, in materia di governance della Rai

(1855) CIOFFI ed altri. - Modifiche alla legge 31 luglio 1997, n. 249, e al testo unico di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177, e altre disposizioni in materia di composizione dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, di organizzazione della società concessionaria del servizio pubblico generale radiotelevisivo e di vigilanza sullo svolgimento del medesimo servizio

(Relazione orale) (ore 9,39)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione dei disegni di legge nn. 1880, 746, 760, 1570, 1795, 1815, 1823, 1841 e 1855.

Il relatore, senatore Ranucci, ha chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni la richiesta si intende accolta.

Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore.

RANUCCI, relatore. Signor Presidente, rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, il disegno di legge in oggetto interviene in modo incisivo a riformare l'assetto di governance della RAI con il duplice obiettivo di renderla, nel contempo, più efficiente e più autonoma dal condizionamento politico allo scopo di accentuarne la funzione sociale di servizio pubblico.

Il ruolo della Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, istituita allo scopo di garantire, attraverso il controllo parlamentare, il principio del pluralismo dell'informazione, viene ricondotto a tale missione originaria. (Brusio).

Signor Presidente, mi scusi, ma con questo brusio non riesco nemmeno a parlare.

PRESIDENTE. Colleghi, è un argomento tanto invocato, quindi speriamo che sia ascoltato.

RANUCCI, relatore. Come dicevo, il principio del pluralismo dell'informazione viene ricondotto a tale missione originaria, eliminando per contro compiti interferenti con la gestione della società e della sua governance.

Quanto detto, nel pieno rispetto, ed anzi in coerenza e in attuazione del quadro costituzionale come delineato, in particolare, dalla giurisprudenza della Corte, a partire dalla sentenza n. 225 del 1974. Non a caso, sono stati trasfusi in norma i principi relativi alla revoca dei membri del consiglio di amministrazione, condizionandone l'efficacia al vaglio della menzionata Commissione parlamentare.

Risulta, altresì, salvaguardato il principio secondo cui gli organi direttivi dell'ente gestore non sono costituiti in modo da rappresentare direttamente o indirettamente l'espressione, esclusiva o preponderante, del potere esecutivo e che la loro struttura è tale da garantirne l'obiettività. In questo senso il disegno di legge prevede la nomina da parte del Governo di due soli membri. Inoltre, la norma intende garantire, anche attraverso la partecipazione dei dipendenti alla nomina dell'organo amministrativo, che le linee editoriali siano ispirate a criteri di imparzialità e pluralismo.

Su un testo che io ritengo già buono, la Commissione ha svolto un lavoro molto attento. Per questo devo ringraziare tutti i componenti della Commissione, di maggioranza e opposizione, che hanno ulteriormente contribuito a migliorarlo.

Per quanto riguarda l'articolo 1 del disegno di legge in esame, che novella l'articolo 45 del testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici in relazione alla disciplina dei contratti per lo svolgimento del servizio pubblico, prevedendone tra l'altro il prolungamento della durata da tre a cinque anni, le principali modifiche apportate nel corso dell'esame in 8a Commissione riguardano l'inserimento del richiamo alla concessione che riconosce alla RAI il ruolo del gestore del servizio pubblico radiotelevisivo nazionale e, con particolare riguardo alle disposizioni sulle sedi che svolgono il servizio pubblico nei territori ove sono presenti minoranze linguistiche, l'individuazione di una soluzione per la questione della convenzione radiotelevisiva tra la Provincia autonoma di Bolzano e la RAI, soluzione che definisce anche gli aspetti di carattere finanziario.

In relazione poi all'articolo 2 del testo, che interviene sull'articolo 49 del testo unico per delineare il nuovo assetto della governance della RAI, l'8a Commissione ha innanzitutto integrato i requisiti richiesti per la nomina a membro del consiglio di amministrazione, specificando che essa debba essere effettuata in modo tale da assicurare la parità di genere, l'equilibrio tra le professionalità e le esperienze dei componenti, l'assenza di conflitti di interesse e di cumulo di cariche in società concorrenti. I membri del consiglio di amministrazione dovranno essere inoltre scelti tra persone di riconosciuta onorabilità.

Rispetto al testo presentato, è stata poi reintrodotta la previsione che la nomina del presidente del consiglio di amministrazione divenga efficace dopo l'acquisizione del parere favorevole, espresso a maggioranza dei due terzi, della Commissione parlamentare di vigilanza sui servizi radiotelevisivi. Al presidente, inoltre, possono essere affidate dal consiglio di amministrazione deleghe nelle aree delle relazioni esterne e istituzionali e di supervisione delle attività di controllo interno, previa delibera assembleare che ne autorizzi la delega.

L'8a Commissione è poi intervenuta per specificare che la designazione dei membri da parte del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell'economia, deve avvenire in conformità ai criteri e alle modalità di nomina dei componenti degli organi di amministrazione delle società controllate direttamente o indirettamente dal Ministero dell'economia e delle finanze, di cui alla direttiva del Ministro dell'economia e delle finanze del 24 giugno 2013, e che il membro del consiglio designato dall'assemblea dei dipendenti della RAI deve avere il requisito di almeno tre anni consecutivi di lavoro dipendente presso tale società.

Si è poi intervenuti sulle modalità per la selezione dei componenti di designazione parlamentare, introducendo procedure trasparenti, che prevedono la pubblicazione su Internet sia degli avvisi di selezione che dei curricula dei partecipanti, nonché sulle procedure per l'elezione del componente espresso dall'assemblea dei dipendenti della RAI, in modo da garantire la partecipazione e la segretezza del voto.

Quanto alla revoca dei membri del consiglio, si stabilisce che essa acquisti efficacia se conforme alla deliberazione della Commissione parlamentare di vigilanza sulla RAI.

Un'ulteriore integrazione approvata dalla 8a Commissione dispone che il presidente del consiglio di amministrazione e due consiglieri, individuati dal consiglio stesso, svolgano funzioni di controllo e di sorveglianza sull'attuazione da parte dell'azienda delle linee e degli indirizzi programmatici, sullo sviluppo e sulla commercializzazione del prodotto audiovisivo, sullo sviluppo del portale e sulla fruizione dei relativi contenuti attraverso nuovi dispositivi e piattaforme e sulla qualità della programmazione del servizio pubblico radiotelevisivo, con un rapporto semestrale sull'attività svolta.

Vorrei aprire una piccola parentesi e ricordare che attualmente il consiglio di amministrazione della RAI viene convocato, a volte, ogni quindici giorni, essendovi una necessità, perché non c'è nessuno che possa prendere le decisioni. C'è, quindi, la necessità che sia il consiglio a prendere le decisioni. In questo nuovo assetto, il consiglio di amministrazione sarà convocato le volte che saranno necessarie, come tutti gli altri consigli di amministrazione (quattro o cinque volte l'anno), ma al suo interno vi saranno dei comitati come in tutti i consigli di amministrazione delle società partecipate o delle società per azioni che abbiano dei compiti. Abbiamo voluto segnalare che, considerata la delicatezza del servizio pubblico, all'interno del consiglio di amministrazione il presidente e due consiglieri si occuperanno esclusivamente di segnalare al consiglio l'andamento dell'attività culturale e del servizio pubblico.

Per quanto riguarda poi l'amministratore delegato, la 8a Commissione ha integrato il testo in esame con riferimento sia ai poteri che ai requisiti richiesti per ricoprire tale incarico. La modifica più rilevante in relazione ai poteri dell'amministratore delegato riguarda la nomina dei dirigenti di primo livello, con l'introduzione della previsione che per i direttori di rete, canale e testata sia obbligatoria - ma non vincolante - l'acquisizione del parere del consiglio di amministrazione. Per i direttori di testata, tale parere, se espresso a maggioranza dei due terzi, assume invece carattere vincolante (ricordo che i due terzi sono cinque consiglieri su sette).

Con riferimento ai poteri in materia di reclutamento del personale, si è stabilito che l'amministratore delegato, sentito il parere del consiglio di amministrazione, definisca i criteri e le modalità per tale reclutamento nonché quelli per il conferimento di incarichi a collaboratori esterni, in conformità con quanto indicato, per le società a partecipazione pubblica, nel decreto-legge n. 112 del 2008, individuando i profili professionali e gli incarichi per i quali, in relazione agli specifici compiti assegnati, può derogarsi a tali criteri e modalità.

Nel corso dell'esame in Commissione è stata poi introdotta l'indicazione dettagliata sia delle cause che possono far venir meno i requisiti di onorabilità e provocare l'ineleggibilità o la decadenza in corso di mandato dalla carica di amministratore delegato, sia dei requisiti professionali richiesti per poter essere nominato.

È stato inoltre soppresso il divieto per un dipendente della RAI di diventare amministratore delegato, prevedendo che, in caso di nomina, egli sia tenuto a dimettersi dalla società o a mettersi in aspettativa non retribuita per la durata dell'incarico. Si è stabilito che la durata dell'incarico non possa eccedere la scadenza del consiglio di amministrazione, mentre la facoltà di revoca resta affidata al consiglio, sentito il parere dell'assemblea. Nell'anno successivo al termine del mandato, inoltre, l'amministratore delegato non può assumere incarichi o fornire consulenze a società concorrenti della RAI.

Nel confermare le funzioni di indirizzo generale e vigilanza dei servizi pubblici radiotelevisivi della Commissione parlamentare di vigilanza, già previste nel testo originario del provvedimento, si stabilisce che il consiglio di amministrazione debba riferire semestralmente (e non più solo annualmente), prima dell'approvazione del bilancio, a tale Commissione, consegnando l'elenco completo dei nominativi degli ospiti invitati o partecipanti alle trasmissioni.

Viene infine integrata la norma sull'adeguamento dello statuto della RAI a quanto introdotto con il provvedimento in esame, prevedendo che il parere sulle modifiche allo statuto sia espresso esclusivamente dall'assemblea straordinaria della RAI.

Per quanto riguarda l'articolo 3, la soppressione del comma 49-quater è conseguente alla collocazione nell'articolo 2 del provvedimento delle norme già descritte. Speriamo di poter intervenire sull'articolo 3 nel corso della discussione in Assemblea, perché credo che dovremo apportare qualche modifica per quanto riguarda le gare che hanno per oggetto il prodotto culturale, che non possono essere omologate a quelle per l'acquisizione di servizi o di beni, ma presentano sicuramente caratteristiche diverse.

L'8a Commissione è poi intervenuta sull'articolo 4 del provvedimento, al fine di integrare le disposizioni relative alla delega al Governo per la disciplina del finanziamento pubblico della RAI.

In particolare, si è ampliato l'oggetto della delega includendovi anche la disciplina del finanziamento dell'emittenza locale (e questa, a mio avviso, è una importante novità per tutti i nostri territori) al fine di riconoscere e qualificare la funzione di pubblico interesse svolta e di garantire a tale settore adeguata certezza di risorse. È stato inoltre specificato che la revisione della disciplina del finanziamento pubblico della RAI è finalizzata a garantire indipendenza economica e finanziaria della società quale attuale concessionaria del servizio pubblico.

Anche qui faccio una piccola parentesi, e dico che, quando si parla di indipendenza della RAI, questo è il punto fondamentale. Noi non possiamo, infatti, parlare di una RAI indipendente, se questa non è indipendente dal punto di vista economico e finanziario. Una RAI che dovesse dipendere ogni anno dalla volontà di un qualsiasi Governo o di un qualsiasi Parlamento non sarebbe realmente indipendente. Faccio un esempio. In Aula è presente il presidente Carraro. Ebbene, il CONI è sempre stato indipendente fino a quando ha potuto esserlo grazie al Totocalcio. Dopo, lo sport italiano, avendo perso il Totocalcio e avendo perso quella sua fonte di finanziamento assolutamente autonoma, è diventato dipendente dalla volontà e dalle decisioni sia del Parlamento che del Governo. Questo la RAI non se lo può permettere.

Ulteriori modifiche riguardano la procedura per l'adozione dei decreti legislativi attuativi della delega, con un rafforzamento del ruolo delle Commissioni parlamentari. Anche questo è molto importante, per quanto riguarda l'Aula e le Commissioni. È stato infatti stabilito che sugli schemi venga acquisito il parere delle Commissioni competenti sia per materia che per i profili finanziari, prevedendo la necessità di un secondo invio in Parlamento qualora il Governo non intenda conformarsi ai pareri espressi. Quindi, ancora una volta la centralità del Parlamento viene messa in evidenza.

Con riferimento all'articolo 5, l'8a Commissione ha modificato i principi e i criteri per l'esercizio della delega conferita al Governo per la revisione del testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici. In particolare, e questo è un punto molto importante, in quanto è un punto politico di tutti i Gruppi, accogliendo una richiesta espressa da tutti i Gruppi durante il dibattito in Commissione, è stato soppresso il criterio di delega relativo alla ridefinizione dei compiti del servizio pubblico, che comprendeva anche un riferimento alle diverse piattaforme tecnologiche e alle esigenze dell'innovazione tecnologica e delle convergenze delle piattaforme distributive. Si è infatti ritenuto che tale tematica meritasse una trattazione a sé stante, in un disegno di legge autonomo. E devo ringraziare il Governo perché ha convenuto che un argomento così importante dovesse avere una trattazione con un disegno di legge autonomo.

Sono state poi introdotte altre modifiche, tra cui si segnalano nuovi principi relativi alla trasmissione di contenuti destinati ai minori, alla diffusione delle trasmissioni televisive e radiofoniche su tutto il territorio nazionale e nelle zone dove sono presenti minoranze linguistiche.

La procedura per l'adozione dei decreti legislativi relativi a tale delega ricalca quella già descritta all'articolo 4, con il doppio parere parlamentare. L'articolo 6 è stato modificato per consentire l'applicazione delle disposizioni sulla nomina del consiglio di amministrazione della RAI, introdotte dal testo in esame, dalla data di entrata in vigore della legge stessa. È stata infine disciplinata la prima applicazione delle norme introdotte con riferimento alla procedura per la nomina dei membri del consiglio di amministrazione, che dovrà concludersi entro 30 giorni dall'entrata in vigore del provvedimento.

Vorrei concludere con una riflessione e un auspicio. La RAI negli anni '60 accompagnò il Paese nella sua crescita. Gli anni del boom, ce lo ricordiamo tutti. E raccontò l'economia, la società, la cultura, lo sport di quegli anni. Ricordiamo i documentari sulla costruzione dell'Autostrada del Sole, i programmi culturali e scolastici come «Non è mai troppo tardi», i varietà e i programmi sportivi, con le prime telecronache calcistiche o il mitico «Processo alla tappa».

L'auspicio è che la nuova RAI che uscirà da questo disegno di legge possa accompagnare ancora una volta l'Italia a superare l'attuale periodo difficile, rimettendo al centro della sua missione il servizio pubblico e il prodotto, volto alla crescita culturale, sociale ed economica del nostro Paese.

La RAI non solo è una grande azienda culturale, ma anche un volano di crescita di un grande Paese, che deve guardare al futuro con fiducia, consapevole delle sue grandi potenzialità. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Di Biagio e Romano).

PRESIDENTE. Comunico che sono state presentate alcune questioni pregiudiziali.

Ha chiesto di intervenire il senatore Crosio per illustrare la questione pregiudiziale QP1. Ne ha facoltà.

CROSIO (LN-Aut). Signor Presidente, premettendo che sull'amarcord del collega Ranucci avremo modo di replicare in discussione generale, per quanto riguarda i profili di costituzionalità vorrei sottolineare il fatto essenziale che è importante non trasformare il servizio in un'agenzia governativa. Questo è il punto di fondo: il disegno di legge di riforma della RAI in esame suscita forti dubbi in materia di investitura dei vertici aziendali. Tra l'altro, non siamo solo noi a sottolineare questi profili di incostituzionalità, ma l'ha fatto anche Enzo Cheli, che tutti ben conoscono, il quale ha scritto e parlato molto a questo proposito: vedremo nei prossimi giorni cosa questo sortirà.

Di fatto, quattro consiglieri su sette - e anche l'amministratore delegato, seppur debba essere accettato dal consiglio di amministrazione - vengono scelti dell'area della maggioranza e dell'Esecutivo. Questo suscita appunto molti dubbi sul terreno della costituzionalità in particolare e sulla compatibilità con la sentenza della Corte costituzionale n. 226 del 1974. Secondo la visione della Corte espressa in quella sentenza, i vertici aziendali non devono essere nominati in modo da costituire espressione del potere esecutivo; tali poteri vengono riconosciuti al Parlamento come espressione dell'intera comunità. D'altronde, secondo la Consulta - e questo è molto importante - il servizio pubblico è tale perché è reso al pubblico, ma non perché è in mano pubblica: è una cosa diversa, lo sottolineo. In questo Paese forse ci aggrovigliamo sempre su questioni che lasciano molto perplessi e, se il principio espresso allora dalla Consulta è ritenuto ancora valido, bisogna arrivare ad un filtro tra i due livelli, quello politico parlamentare e quello aziendale, sul modello di un trust o di una fondazione, comunque con un soggetto indipendente, competente e qualificato.

Entrando nello specifico della questione della pregiudiziale, l'articolo 21 della Costituzione, fino a prova contraria, sancisce non solo il diritto di informare, come profilo attivo della libertà di espressione riferita a coloro che operano nel sistema dei media, ma anche il diritto all'informazione - e questo è molto importante - come profilo passivo riferito a tutti i cittadini in quanto componenti di quell'opinione pubblica su cui la democrazia si fonda. La RAI, in qualità di concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo, sulla base di un contratto nazionale stipulato con il Ministero, deve garantire l'accesso all'informazione libera e completa a tutti i cittadini attraverso una copertura integrale sul territorio nazionale. Spesso il vero ruolo di servizio pubblico, considerata la copertura capillare su tutto il territorio nazionale, viene svolto dalle televisioni locali e non dalla concessionaria che, per motivi orografici o per assenza di ripetitori, soprattutto in seguito al passaggio dalla televisione di tipo analogico al metodo digitale terrestre, non è in grado di assolvere al ruolo pubblico attribuitole. Si considera quindi palesemente incostituzionale continuare ad attribuire in esclusiva il rapporto di servizio pubblico alla RAI, senza considerare gli oggettivi limiti e non ravvisando la necessità di includere altri soggetti nell'erogazione di tale servizio.

Da sempre il Gruppo della Lega Nord ha lottato e sottolineato quanto sia importante il ruolo delle televisioni locali, che, dal Governo Monti in poi, è stato bistrattato. Ricordo solo un dato: dagli 80 milioni previsti di ristorno alle televisioni locali siamo arrivati a poco più di 20 milioni. Però qualcuno, assicurando i voti in Aula, riesce a portarne a casa molti di più.

Il presente disegno di legge, non prevedendo esplicitamente forme di controllo differenti dall'attuale Commissione parlamentare di vigilanza, fa presagire una pianificazione della programmazione svolta dalla RAI come servizio pubblico non rispondente ai principi di obiettività, trasparenza e pluralismo, che continueranno a mancare. Il pluralismo, per definirlo con le parole della sentenza della Corte costituzionale n. 826 del 1988, è la concreta possibilità di scelta tra programmi che garantiscano l'espressione di tendenze aventi caratteri eterogenei.

Ma, ancor di più, l'articolo 4 del provvedimento in esame prevede una delega per la disciplina del finanziamento pubblico della RAI, rimandando a decreti legislativi l'urgente revisione della normativa vigente in materia di canone di abbonamento volto a garantire l'erogazione del servizio pubblico. Tale delega non sembra rispondere al dispositivo di cui all'articolo 76 della Costituzione. L'esercizio della funzione legislativa può difatti essere delegato al Governo con determinazione dei principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti. I principi e i criteri direttivi alla base della delega appaiono ampi e generalistici, tanto da far presupporre l'impossibilità effettiva del Governo di rispettare la legge di delegazione, producendo nei fatti un eccesso di delega, che, sottoposto al giudizio della Corte costituzionale, ne comporterebbe inevitabilmente una dichiarazione di incostituzionalità.

L'inattività del Governo nell'introdurre norme a contrasto della strutturale evasione fiscale del canone si manifesta palesemente incostituzionale, in quanto in contrasto con il principio ex articolo 53 della Costituzione, che stabilisce che tutti i cittadini devono concorrere alle spese pubbliche.

Questi, in larga sintesi, sono i profili di incostituzionalità che noi riscontriamo all'interno di questa che voi chiamate riforma della RAI e che noi preferiremmo chiamare "nuova telerenzi gasparrizzata". Questa è un po' la nostra visione. Quello che mi preme sottolineare è la presa di posizione di Enzo Cheli, che tra gli incarichi ricoperti in passato vanta anche, dal 1976 al 1980, quello di consigliere di amministrazione della RAI; dal 1987 al 1995, quello di giudice costituzionale; dal 1995 al 1996, quello di vice presidente della stessa Corte; dal 1998 al 2005, quello di presidente dell'AGCOM; e, dal 2007 al 2010, quello di presidente del Consiglio superiore delle comunicazioni. Io credo che il dottor Cheli sia una persona più che qualificata - sicuramente più di me - per ravvisare questi profondi profili di incostituzionalità all'interno di questa riforma della RAI.

Voglio sottolineare in modo particolare, ancora una volta, quello che è diretto alla governance, così chiamata anche in questo disegno di legge, ovverosia che l'importante è non trasformare il servizio pubblico in un'agenzia governativa: questo è il punto di fondo. Dal nostro punto di vista, e non solo - siamo in buona compagnia, considerato l'importante intervento svolto dal dottor Cheli in audizione in Commissione di vigilanza RAI - i forti dubbi sono suscitati proprio in materia di investitura dei vertici aziendali. Ricordo che quattro consiglieri su sette, compreso l'amministratore delegato, seppure questo debba essere accettato - ricordo - dal Consiglio di amministrazione, vengono scelti dall'area della maggioranza e dall'Esecutivo. Questo suscita forti dubbi sul terreno della costituzionalità, in particolare sulla compatibilità con la sentenza della Corte costituzionale n. 226 del 1974. Non mi ripeto, ma, leggendo la sentenza, sembra più che palese che questo provvedimento è incostituzionale. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire il senatore Cioffi per illustrare la questione pregiudiziale QP2. Ne ha facoltà.

CIOFFI (M5S). Signor Presidente, intervengo con piacere, visto che, oltre tutto, in questo momento il Presidente dell'Assemblea è lei, che di televisione che se ne intende, considerato che la legge che attualmente regola l'assetto della RAI porta il suo nome. Detto questo, ho sentito il relatore dire che il testo da cui siamo partiti era già buono. Io penso invece che non era un testo buono, anzi, a noi non piaceva per niente. Sicuramente in Commissione qualcosa è stato fatto, principalmente in merito ad una preselezione trasparente dei componenti del consiglio di amministrazione perché fare un bando, e quindi acquisire i curricula, che possono essere messi a disposizione, è sicuramente un atto di trasparenza che certamente tenderà a migliorare. Ma rimane il vulnus che è sempre lo stesso, se mi permettete. Infatti, si parla sempre, costantemente e continuamente del fatto che la RAI è stata occupata dai partiti e noi continuiamo a far scegliere i componenti del consiglio d'amministrazione ai partiti.

Indubbiamente un problema c'è e dobbiamo chiederci come trovare una soluzione definitiva, perché la RAI, come abbiamo detto in Commissione, è stata lottizzata e divisa perché si pensa e si presume che i partiti rappresentino il pluralismo. Ebbene, io continuo a chiedermi come mai noi identifichiamo il pluralismo delle voci e del pensiero con i partiti, considerato quello che sono diventati. Forse i partiti non rappresentano più quella diversità culturale, perché c'è un appiattimento, un imbarbarimento tale che ha prodotto un Parlamento che non ha minimamente la dignità che forse poteva avere in quei famosi anni Cinquanta o Sessanta di cui parlava il relatore a proposito della «grande RAI». Forse all'epoca c'erano persone che avevano fatto la guerra, che avevano un po' di spina dorsale e di dignità. cose che in questi anni mi pare si siano completamente perse. Ecco quindi che dovremmo rifocalizzare il problema sulla diversità e sul pluralismo.

Noi interveniamo con la questione pregiudiziale, come ha già detto il senatore Crosio, perché riteniamo ci siano manifesti motivi di incostituzionalità.

Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 10,07)

(Segue CIOFFI) . È stata già richiamata - lo facciamo anche noi - la pronuncia della Corte costituzionale del 1974, secondo la quale gli organi direttivi della RAI non debbano essere direttamente o indirettamente espressione, esclusiva o preponderante, del potere esecutivo. Eppure, se sommiamo i vari pezzi, il potere esecutivo si identifica con il partito unico al Governo. A ciò si somma quello che sarà il piano renziano, che non arriverà sicuramente in porto perché se non riusciremo a opporci noi qua dentro forse si opporrà la popolazione (speriamo con le buone e non con le cattive).

Dunque tale sistema fa sì che al centro vi sia un solo partito, e quindi l'Esecutivo, che in questo caso è in totale osmosi con il partito, vista l'identificazione totale del segretario del partito di maggioranza con il Capo del Governo (bisognerebbe quindi capire cosa è il partito e cosa è il Governo) se tutto si mescola e si identifica, nella nomina di quattro consiglieri d'amministrazione su sette. Penso allora che siamo di fronte ad un palese caso di violazione costituzionale e perciò stiamo discutendo della questione pregiudiziale al nostro esame: è importante ricordarlo.

Si pone poi la questione del pluralismo, ribadita in altre sentenze della Corte costituzionale, come la n. 420 del 1994 e la n. 155 del 2002 e rappresentato - lo ripeto - dai partiti. Forse dovremmo pensare invece che il pluralismo dovrebbe essere rappresentato dalla diversità culturale e dalla capacità di poter pensare autonomamente. Il compito della RAI non dovrebbe forse essere quello di formare coscienze critiche, così come in fin dei conti è quello della scuola? O forse deve essere quello di formare dei lobotomizzati, che da tanti anni ci viene propinato. La RAI non dovrebbe essere diversa? O vogliamo continuare a seguire quel modello, che propone di mandare il nostro cervello all'ammasso? C'è una parte di questo Parlamento, che ha potuto governare la RAI, tramite il Governo, che era quella che in televisione ci faceva vedere le tette. Non vi voglio stare a ricordare le tette mostrate in trasmissioni televisive come «Drive in» e prima ancora «Colpo grosso». In quest'Aula c'è qualcuno che quella storia la conosce bene. Ci avete lobotomizzato e avete voluto che il popolo fosse lobotomizzato per fare i vostri sporchi comodi, ma la RAI dovrebbe svolgere un compito diverso. Come può farlo, però, se coloro che vogliono lobotomizzare il popolo sono gli stessi che nominano i componenti del consiglio d'amministrazione? (Applausi dal Gruppo M5S). Di cosa stiamo parlando?

Abbiamo avanzato una proposta semplice. Lo avete detto voi, non lo abbiamo detto noi: «Fuori i partiti dalla RAI». Ma come si fa a mettere fuori i partiti dalla RAI se i partiti fanno le nomine? Abbiamo avanzato una proposta semplice, che è stata già applicata nel codice degli appalti. Se va bene per gli appalti, dove si ruba in maniera eclatante (Applausi del senatoreMorra) forse potrebbe andare anche bene per la RAI, che dovrebbe dare a questo Paese una visione e una prospettiva e dovrebbe insegnare l'italiano agli italiani. Del resto, è quello che la RAI faceva negli anni Sessanta: insegnava l'italiano. Dobbiamo agire in questo modo, se vogliamo far sì che in questo Paese le persone ricomincino ad avere il piacere di vedere la televisione e a pensare che esistono la storia, la cultura e la possibilità di vedere un'Italia diversa, in cui può essere data una speranza. Forse dovremmo ipotizzare una RAI il cui consiglio d'amministrazione lavori per fare in modo che le persone possano sentirsi partecipi.

Dunque dobbiamo veramente tirare fuori i partiti dalla RAI. Ci sono pure delle piccole cose che avete inserito nel testo, ma sono minimali e non ne scalfiscono l'impianto. Abbiamo anche chiesto che nel consiglio d'amministrazione ci siano dei paletti molto più stringenti. Il massimo sarebbe stato far sì che ci fosse una grande apertura, come avevamo proposto, con l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM) che emette un banda e specifica i criteri, poi si fa una griglia, da cui scegliere 20 o 30 persone di elevata qualità e di elevata specchiatura morale. Una volta la parola «morale» si usava, fuori e dentro quest'Aula. I colleghi che siedono nel lato sinistro dell'emiciclo forse lo dovrebbero ricordare, i colleghi dell'altro lato non lo so. Almeno qualcuno di voi dovrebbe ricordare il significato della parola «morale». Se prendiamo una serie di persone di elevata specchiatura morale, qual è dunque il problema che poi venga scelto Tizio o Caio? Lo facciamo per il direttore dei lavori di una grande opera in concessione, figurarsi se non possiamo fare altrettanto per il consiglio d'amministrazione della RAI.

Questo testo, su cui stiamo lavorando, ha palesi profili di incostituzionalità, come abbiamo detto. Poi c'è una cosa bella, visto che si parla tanto dell'Europa, anche se è meglio non parlare di quello che ha fatto l'Europa alla Grecia. Anzi, scusate se ho detto Europa: forse dovrei dire che cosa ha fatto Schäuble, ma mettiamo da parte il dante causa del Ministro delle finanze tedesco.

Esiste una risoluzione, approvata dal Consiglio d'Europa il 15 febbraio 2012, che afferma che la RAI deve essere liberata dai partiti, e anche dai governi, per restituirla ai cittadini che la finanziano e ne sono i destinatari. Questa è una risoluzione approvata dal Consiglio d'Europa.

In sostanza, il tema è sempre lo stesso: il testo presenta palesi profili di incostituzionalità e perciò chiediamo di non passare al suo esame e di dichiararlo semplicemente incostituzionale. Chiediamo altresì - vedremo poi nel corso del dibattito, che si preannuncia interessante e anche un po' piccantino, visto il notevole numero di persone iscritte a parlare in discussione generale e poi in fase di esame degli emendamenti - di non "gasparrizzare" la vostra proposta di legge, perché di Gasparri ce n'è bastato uno. Del resto se "gasparrizzare " ci fa schifo, " renzizzare " ci fa schifo uguale. (Applausi dal Gruppo M5S).

PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire il senatore Gasparri per illustrare la questione pregiudiziale QP3. Ne ha facoltà.

GASPARRI (FI-PdL XVII). Signor Presidente, de minimis non curat praetor, quindi i Gasparri restano, i de minimis passano. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII). Quindi non replico neanche a personaggi pro tempore in quest'Aula.

Come Gruppo di Forza Italia abbiamo presentato in quest'Aula una questione pregiudiziale perché richiamiamo il Governo e l'Aula al rispetto delle sentenze della Corte costituzionale. (Commenti dei senatori Castaldi e Cioffi).

PRESIDENTE. Senatore Castaldi, la prego. Senatore Cioffi, lei è intervenuto tranquillamente, consenta che lo facciano anche gli altri.

GASPARRI (FI-PdL XVII). Le sentenze della Corte costituzionale sono state molteplici ed univoche e sono state già citate. Prima il senatore Crosio ha fatto riferimento ad una delle più importanti, la sentenza n. 225 del 1974. Cosa hanno detto queste sentenze? Il sottosegretario Giacomelli ha seguito il dibattito in Commissione e quindi discutiamo pubblicamente di un tema rivolgendoci anche a coloro che a volte hanno dato interpretazioni improprie. Ripeto, c'è stato un dibattito in Commissione, durato alcune settimane, un dibattito serio, tant'è che alcuni emendamenti che anche il sottoscritto ha presentato sono stati recepiti perché ispirati ad un equilibrio costituzionale.

Stiamo discutendo di un articolo della legge vigente, quella approvata nel 2004 e composta di una trentina di articoli, che era una buona legge (ma di questo parlerò in sede di discussione generale intervenendo successivamente), tant'è vero che lasciando l'impianto della legge in vigore stiamo discutendo dei criteri di nomina dei vertici della RAI, che rappresenta un punto dell'intera tematica. Non stiamo parlando del sistema radiotelevisivo, anche se questo è punto importante perché la RAI è un pezzo sensibile di Paese per le interazioni fra servizio pubblico, Parlamento e politica. Non è un caso che vi siano tre sentenze e un'ordinanza della Corte costituzionale su questo tema, ad evidenziare proprio la sua rilevanza.

Ebbene, quando nel 2002 presentammo la legge di riforma del sistema radiotelevisivo, l'articolo 2, di cui ora stiamo discutendo, non fu inserito nel testo della legge perché all'epoca da Ministro dissi che su questo tema occorreva che fosse il Parlamento a pronunciarsi. All'epoca la nomina dei consiglieri di amministrazione della RAI, che erano cinque, era affidata ai Presidenti di Camera e Senato. Si trattava quindi di una fonte parlamentare in coerenza con le sentenze della Corte costituzionale. I Presidenti però chiedevano sempre che venisse loro tolto questo potere, immagino per le pressioni e le sollecitazioni cui venivano sottoposti. Quindi non scrivemmo l'articolo e, una volta fatta la legge di tot articoli, decidemmo di lasciare che una proposta nascesse in Parlamento sulla base del dibattito parlamentare, dal momento che le sentenze parlavano di centralità del Parlamento. Dal dibattito parlamentare nacque l'articolo di cui oggi stiamo discutendo: relatori, maggioranza, minoranza, credo che le opposizioni di sinistra dell'epoca si astennero su quell'articolo, a dimostrazione che vi fu un confronto parlamentare.

Questo metodo di designazione dei vertici della RAI si può certamente modificare. All'epoca lo ritenemmo talmente oggetto di una discussione parlamentare che nell'impostazione della legge che presentai non era nemmeno scritto e nacque in Parlamento. Quindi, è bene che nasca oggi una sua eventuale modifica da un libero confronto parlamentare.

Il tema popolare qual è? Fuori i partiti dalla RAI. Chi non è d'accordo con un'affermazione di questo genere? Ma cosa ci si mette? Questo è il problema. Privatizziamo la RAI? So che sono stati presentati emendamenti in tal senso. Anche il nostro Gruppo rilancia questo tema. Il senatore Minzolini è intervenuto più volte in Commissione. Ricordo a me stesso che già la legge vigente prevede la possibilità di quotare in borsa la RAI e di fare, come si è fatto per l'ENI e per l'Enel, una holding che progressivamente può mettere delle quote sul mercato. Si possono vendere rami di azienda: lo prevede già la legge vigente. La RAI ha 13 canali; non ne ha solo tre, perché abbiamo moltiplicato l'offerta: ci sono canali per lo sport, la cultura e il cinema. Molti non li guardano, ma ci sono. Si potrebbero vendere singoli canali o fare accordi nel campo dello sport o del cinema con operatori privati. Si può già fare. Vogliamo discuterne ulteriormente in questa sede? Ci sono anche nostri emendamenti. Però, se resta pubblico il servizio pubblico, chi è l'azionista? Con la scusa di cacciare i partiti, non possiamo metterne uno solo, quello che oggi, guarda caso, sta al Governo. Questo è incostituzionale, cari colleghi. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).

Questo è il punto, questa è la realtà di cui stiamo discutendo. Si dice: cacciamo i partiti, così arriva la società civile. Vorrei capire quale. Anni fa alcuni proponevano di mettere i rettori delle università a scegliere i consiglieri della RAI. Io ho grande rispetto per molti rettori, anche se pure nelle università ogni tanto c'è qualche problema di clientelismo o familismo. Dicono che i nomi sulle targhette delle porte non cambiano perché subentrano padri, figli e nipoti. Ma perché i rettori? Il Parlamento è più rappresentativo di altre realtà.

Noi nella nostra questione pregiudiziale citiamo le sentenze della Corte. La prima e più importante è quella del 1974 in cui la Corte diceva letteralmente che ci voleva una centralità del Parlamento. La Corte allora diceva di assicurare che gli organi direttivi dell'ente gestore non fossero costituiti in modo da rappresentare direttamente o indirettamente l'espressione, esclusiva o preponderante, del potere esecutivo (Governo); che per la concretizzazione degli obiettivi indicati e per il relativo controllo fossero riconosciuti adeguati poteri al Parlamento, che istituzionalmente rappresenta l'intera collettività nazionale. Da qui nasce il consiglio designato in sede parlamentare.

Il Parlamento, piaccia o meno a chi sta qui o fuori, rappresenta la collettività. Possono nascere partiti nuovi; ne possono sparire di vecchi. Chiunque sta qui rappresenta un pezzetto di Paese e, quindi, questa sovranità popolare, come nelle Commissioni e nell'Aula, si trasmette nei voti e nelle designazioni che si fanno per la Corte costituzionale, per il CSM e anche per la RAI. Da qui nasce la giurisprudenza costituzionale, che poi ritorna nel 1987 con il termine «parlamentarizzazione». La Corte costituzionale usa questo termine per dire che il Governo/Tesoro non deve essere che il proprietario formale, ma deve essere il Parlamento a esercitare questo potere. E quindi anche la legge vigente cosa fa? Quando si arriva a stilare l'elenco dei consigli di amministrazione, invece di scrivere il proprietario formale, il Governo o il Tesoro, delega questo potere al Parlamento.

Lo faceva la Commissione parlamentare di vigilanza con la legge vigente. Adesso si dice di farlo con quattro membri, nominati due dal Senato e due dalla Camera. Si tratta comunque di una fonte parlamentare; non deve essere la Commissione parlamentare di vigilanza. Noi abbiamo vari modi. Oggi anche per molte autorità, come quella delle comunicazioni e della privacy, il modello è questo. Alcuni membri li elegge l'Assemblea della Camera, altri l'Assemblea del Senato. I presidenti dell'Autorità garante per le comunicazioni vengono ratificati con una maggioranza qualificata dei due terzi della Commissione.

A questo si ispirò il Parlamento quando definì la cosiddetta presidenza di garanzia. La legge vigente prevede che il presidente della RAI diventi tale se i due terzi della Commissione di vigilanza ratificano la sua candidatura. Nella Commissione questo punto di vista è ritornato. È meglio o peggio che il presidente della RAI debba avere l'appoggio dei due terzi della Commissione? Generalmente nessuno ha i due terzi del Parlamento. Ciò vuol dire che la maggioranza pro tempore deve cercare il dialogo con la minoranza pro tempore e individuare personalità condivise. È un metodo giusto o sbagliato? Lo si usa già per l'Autorità garante per le comunicazioni e per altre vicende. I quorum qualificati sono utilizzati anche per la Corte costituzionale e per il CSM. Non devo adesso qui dilungarmi su questi temi, che do ovviamente per noti all'Assemblea.

Nel 1989 la sentenza della Corte costituzionale ribadisce il ruolo della Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, che è un importante organo parlamentare. Non è una bardatura. Le degenerazioni, la spartizione e l'interferenza possono esistere ovunque. Quella è la degenerazione, ma il principio secondo cui il Parlamento, rappresentante della sovranità nazionale, eserciti una funzione di controllo e di indirizzo sul servizio pubblico, è fondamentale.

La Corte costituzionale torna sul tema nel 2008, cioè dopo trentaquattro anni, quando i membri erano ormai cambiati (il mandato dei giudici costituzionale ha infatti la durata di nove anni), e ribadisce gli stessi concetti. Nel 2008 venne adottata un'ordinanza e nel 2009 una sentenza e scoppiò il cosiddetto caso Petroni, vertente sul fatto se il Governo potesse o no revocare un consigliere designato dall'Esecutivo. La Corte costituzionale, anche qui, ribadì il ruolo della Commissione parlamentare di vigilanza e del Parlamento.

Caro relatore e caro rappresentate del Governo, abbiamo apprezzato la discussione che c'è stata su alcuni punti e anche che vi sia stato un confronto trasparente e pubblico. Tuttavia, restiamo perplessi con riferimento alla figura di un amministratore delegato che abbia troppi poteri, e che possa andare al di là delle funzioni che le sentenze affidano al Parlamento.

La questione pregiudiziale da noi presentata è quindi la nostra opposizione all'attuale stesura del disegno di legge, che cercheremo di cambiare nel corso del dibattito parlamentare, non con pratiche ostruzionistiche, ma con emendamenti che riportino principi di democrazia e pluralismo. Non difendiamo le spartizioni o l'interferenza partitica, ma il pluralismo e la democrazia, perché non si può dare il potere al Governo o a un solo partito. La lotta ai partiti, in nome di uno solo, è un atto di palese ipocrisia, oltre che di evidente incostituzionalità.

Per queste ragioni, invitiamo l'Assemblea a votare a favore della questione pregiudiziale da noi presentata. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII. Commenti del senatore Airola).

PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire la senatrice De Petris per illustrare la questione pregiudiziale QP4. Ne ha facoltà.

DE PETRIS (Misto-SEL). Signor Presidente, dalla relazione del senatore Ranucci, che ha illustrato le modifiche apportate al testo durante i lavori in Commissione, si evince con estrema chiarezza che, per quanto riguarda la governance e, di conseguenza, la connessione delle scelte fatte sulla natura di servizio pubblico della RAI, l'impianto è di fatto confermato. Ci sono state delle ulteriori limature e sistemazioni, ma l'impianto è stato assolutamente confermato nel testo che arriva oggi in Aula.

Presidenza del vice presidente GASPARRI (ore 10,27)

(Segue DE PETRIS). È proprio questo il punto su cui riteniamo che ci siano degli elementi molto chiari, alla luce delle varie sentenze della Corte costituzionale che si sono succedute negli anni, le quali pongono dubbi molto seri sulla costituzionalità di alcune scelte.

Per quanto ci riguarda, si pongono, in particolare sull'articolo 2, dei problemi di coerenza con l'impianto costituzionale. Peraltro, proprio nel disegno di legge che abbiamo presentato, abbiamo avanzato delle proposte in merito alla governance della RAI che sono diretta espressione ed interpretazione di quel principio di pluralismo dell'informazione sancito dalla Corte costituzionale. Per questo nelle nostre proposte abbiamo presentato un impianto che, anche nel sistema di nomina e di formazione del consiglio di amministrazione, fa diretto riferimento proprio al principio del pluralismo.

Invece, il testo che reca il titolo «Riforma della RAI e del servizio pubblico radiotelevisivo» in realtà, all'articolo 2, prevede una nuova disciplina dell'assetto di governance della RAI che è, a nostro avviso, un'evidente regressione, anche rispetto alle norme attuali e precedenti. Si viola infatti pesantemente il principio di indipendenza ed è inutile tentare di infiocchettarlo e di discuterne, perché il dibattito che ci ha accompagnato in tutti questi anni circa la necessità di affrancare la RAI dai partiti si è tradotto qui, con tutta evidenza, nel fatto che non viene riscattato il principio d'indipendenza né si sono trovate delle soluzioni per garantire l'indipendenza stessa, ma si mette il potere decisionale direttamente nelle mani della maggioranza e del Governo, in particolare con la modifica della modalità di nomina del Presidente e soprattutto dell'amministratore delegato, che avviene su proposta dell'Assemblea. Tale figura, peraltro, vede ampliati tutti i suoi poteri di gestione nell'organizzazione e nel funzionamento interni all'azienda e non a caso la denominazione cambia da «direttore» ad «amministratore». Sta proprio in questo la violazione esplicita dell'indipendenza, perché l'Assemblea fa esclusivo riferimento al Governo, essendo la quota azionaria a totale partecipazione pubblica e quindi del Ministero dell'economia e delle finanze.

Se si esaminano poi con attenzione tutti i meccanismi, si vede che i sei settimi del consiglio di amministrazione sono, nei fatti, o di nomina governativa o della maggioranza di Governo, anche perché questa riforma avviene - non dimentichiamo questo elemento - all'indomani dell'approvazione, da parte del Parlamento, di una legge elettorale, l'Italicum, che prevede un abnorme premio di maggioranza per la composizione di una sola Camera. Si determina, quindi, con questo meccanismo di elezione, un controllo assoluto del Governo pro tempore - e, nei fatti, della maggioranza - sul servizio pubblico radiotelevisivo, annullando totalmente il principio d'indipendenza. La violazione, quindi, del principio d'indipendenza e di pluralismo dell'informazione porta una conseguenza diretta, che è quella della violazione dei principi costituzionalmente garantiti, nonché di altri principi che fanno parte e discendono anche dalla nostra partecipazione all'Unione europea e che sono appunto i vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e, nel caso dell'informazione, anche da altri obblighi e Carte internazionali.

L'articolo 21 della Costituzione, che sancisce solennemente il diritto di informazione e all'informazione, e quindi costituzionalizza il principio fondamentale del pluralismo e di una informazione libera e indipendente - si veda la sentenza n. 826 del 1988 della Corte costituzionale - è palesemente violato nelle scelte che vengono effettuate per la governance, all'articolo 2.

Vi è poi la violazione, diretta e indiretta, dell'articolo 10 della Convenzione dei diritti dell'uomo, che riguarda la libertà di informazione e che peraltro è stato oggetto di numerose interpretazioni e considerazioni da parte degli organismi del Consiglio d'Europa e che sancisce, tra i principali requisiti che dovrebbe annoverare una legislazione relativa al servizio radiotelevisivo, l'indipendenza dell'informazione dal potere politico, soprattutto - è questo che viene sottolineato - nella scelta della governance degli organi di governo. Molte sono, peraltro, le risoluzioni approvate dal Consiglio d'Europa in cui si sostiene chiaramente che uno degli elementi principali che qualifica e giustifica il servizio radiotelevisivo pubblico è la sua indipendenza rispetto al Governo e agli altri operatori.

Vi è poi una serie di sentenze al riguardo e vorrei citarne qualcuna. La Corte costituzionale nelle sentenze n. 225 del 1974 e n. 284 del 2002 ha sempre espresso pareri molto chiari stabilendo che gli organi di governo della concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo non possano essere espressione esclusiva o prevalente del potere esecutivo, e che quindi il Governo deve rimanere fuori dal potere di nomina e dal potere di indirizzo della RAI in maniera esclusiva e preponderante.

La previsione dell'articolo 2 della riforma, che prevede la creazione di un amministratore delegato che assumerebbe pieno potere sulla gestione operativa dell'azienda, essendo nominato direttamente dall'Esecutivo e che risponde solo al Governo, si configura come una violazione chiarissima e palese del giudicato della Corte. Analoga violazione si può riscontrare dove si prevede il potere di revoca del consiglio d'amministrazione che offre oggettivamente al Governo un indiscusso potere ricattatorio e che gli lascia assoluto campo libero nelle scelte d'indirizzo dell'azienda RAI.

Vi è poi la sentenza sul Centro Europa 7, emessa dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, che si riferisce alla situazione italiana e in cui viene sottolineata tra l'altro la violazione dell'articolo 117 della nostra Costituzione.

La nuova governance, che dovrebbe essere espressione dell'intera società italiana, conseguenza diretta del principio costituzionale del pluralismo come avviene nei servizi radiotelevisivi europei, avrebbe invece degli aspetti assolutamente improponibili nella nostra cornice costituzionale, in quanto produrrebbe un amministratore delegato nelle cui mani va la massima concentrazione dei poteri essendo indicato non solo dal Ministro dell'economia, ma votato dal Consiglio dei ministri.

Vi è poi un ultimo aspetto. Per assicurare l'indipendenza editoriale del servizio pubblico il canone potrebbe anche essere configurato come tassa di scopo e quindi rappresentare in questo modo una risorsa certa e non discrezionale da parte del Governo in carica.

Il servizio pubblico svolto dalla RAI è un servizio soggettivo, simile a quello della scuola pubblica, che è tale non solo per il genere di materie che insegna, bensì per la natura pubblica del soggetto che le eroga. Il servizio pubblico in tale modo invece diventa oggettivo.

Per tali motivi, chiediamo di non procedere all'esame del disegno di legge.

Ma prima di concludere vorrei dire con chiarezza che abbiamo di fronte alcune scelte in tema di governance: quella di riconfermare l'adesione al principio del pluralismo, costituzionalmente protetto, e dell'indipendenza del servizio pubblico, oppure abbiamo quella della Bulgaria, perché credo che nel panorama europeo ed internazionale sia l'unico esempio con questa modalità di scelta della governance della RAI. Anche su questo dobbiamo dire con chiarezza in quale posto vogliamo collocare il nostro Paese. (Applausi dal Gruppo Misto-SEL e del senatore Minzolini).

PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire il senatore Bruni per illustrare la questione pregiudiziale QP5. Ne ha facoltà.

BRUNI (CRi). Signor Presidente, signor Sottosegretario, colleghi, tralascio ogni considerazione sul merito del disegno di legge, come è giusto che sia quando si illustra una questione pregiudiziale, ed evito quindi commenti sulla mutata funzione del sistema radiotelevisivo, che pure ho sentito, anche perché sicuramente saranno temi approfonditi in discussione generale.

Certamente, però, non possiamo non considerare anche in questa sede la progressiva liberalizzazione dell'etere, come fatto importante degli ultimi decenni, con il necessario e conseguente moltiplicarsi dell'offerta informativa e culturale radiotelevisiva che ha visto la nascita di nuovi prodotti editoriali, che ha mutato tutto il sistema e che poi dà origine anche al disegno di legge attuale o alle riforme degli ultimi anni, compresa la cosiddetta legge Gasparri.

Ritengo che non si possano non considerare queste ultime mutazioni e il fatto che tutto ciò ha ampliato oltremodo la possibilità del singolo individuo di confezionare il proprio palinsesto quotidiano, tanto a carattere informativo (pensiamo a quanto siano diventate importanti le reti all news che sono ora disponibili), quanto soprattutto a carattere ludico, ricreativo e culturale, aprendo quindi il varco alla nascita di una nuova consapevolezza sociale del diritto all'informazione e dunque alla progressiva erosione di quel perimetro originario delle funzioni del servizio radiotelevisivo pubblico. Anche questo è un dato di fatto non causato da qualcuno in particolare, da qualche decisione o da un singolo provvedimento normativo, ma è un dato oggettivo che è davanti a noi.

Il disegno di legge oggi al nostro esame, all'articolo 4, dispone una delega al Governo per l'adozione di uno o più decreti legislativi per la disciplina del finanziamento pubblico della RAI e dell'emittenza locale, sulla base di principi e criteri direttivi, tra cui, in particolare, al primo comma, si dispone, alla lettera a), la revisione della normativa vigente in materia di canone di abbonamento, tenendo conto della giurisprudenza consolidata.

Ebbene, proprio il canone di abbonamento, ricordato nella lettera a) del comma 1 dell'articolo 4 del disegno di legge, originariamente (quando è nata la RAI), era configurato come un corrispettivo dovuto dagli utenti del servizio, riservato in via esclusiva allo Stato ed esercitato in regime di concessione: una vera e propria controprestazione. Oggi, invece, esso ha assunto natura di prestazione tributaria, come riconosciuto dalla sentenza della Corte costituzionale n. 81 del 1963, allorché vennero dichiarati non fondati i dubbi di legittimità costituzionale sotto il profilo della incompatibilità della tutela penale, allora prestata, in relazione all'adempimento del relativo obbligo con l'asserita natura contrattuale del rapporto tra utente e concessionaria.

Si evidenziò allora la natura di tassa del canone e, con la legge n. 103 del 1975, si è riconosciuto questo canone come imposta, facendo leva sulla previsione legislativa dell'articolo 15 di tale legge, secondo cui il canone è dovuto anche per la detenzione di apparecchi atti e idonei alla ricezione di programmi via cavo o provenienti dall'estero, così come riportato nella sentenza n. 535 del 1988 della Consulta. Ai sensi di tale ultima sentenza, la legittimità dell'imposizione del canone si è fondata, quindi, non più in relazione alla possibilità effettiva per il singolo utente di usufruire del servizio pubblico radiotelevisivo, bensì sul presupposto della sua riconducibilità ad una manifestazione di capacità contributiva, conformemente a ciò che prevede l'articolo 53 della Costituzione. Si è giunti, quindi, a ritenere indice di capacità contributiva la mera detenzione di apparecchio televisivo.

Ricorderete, soprattutto negli ultimi anni, una serie di polemiche collegate anche al problema della detenzione negli studi professionali o nei luoghi sede di attività produttiva dei personal computer idonei alla ricezione del segnale radiotelevisivo. Proprio l'aspetto del ragionevole indice di capacità contributiva collegato alla detenzione dell'apparecchio televisivo è irrisolto o parzialmente risolto dalle ultime sentenze. In questa occasione si sarebbe potuto tranquillamente portare questo aspetto ad una più compiuta definizione, ma ciò non è avvenuto.

Appare, dunque, chiaro che il canone di abbonamento alla RAI rimane sempre un'imposta di possesso e non il pagamento di un servizio acquistato quale frutto di una scelta libera e consapevole. Ciò dovrebbe essere meglio definito e meglio articolato se si pensa che è sempre valida la previsione costituzionale di cui all'articolo 3, secondo comma, che recita: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli» di ogni tipo.

Proprio il profilo relativo alla funzione del canone e al non automatico collegamento con la semplice detenzione dell'apparecchio televisivo, che diventa indice di capacità contributiva, avrebbe dovuto essere risolto in questa legge, mentre lascia ancora adito a diversi dubbi di costituzionalità e noi, ancora una volta, intendiamo porlo all'attenzione dell'Assemblea con la questione pregiudiziale che abbiamo presentato.

Infine, oltre a quello che abbiamo detto riguardo al canone, bisogna anche dire che l'articolo 4, comma 1, del provvedimento in esame prevede un non meglio precisato riferimento alla giurisprudenza consolidata della Corte costituzionale, che rappresenta una violazione dell'articolo 76 della Costituzione, che, nel definire le modalità della delega al Governo per l'adozione dei decreti legislativi, impone «determinazioni di principi e di criteri direttivi» e «per oggetti definiti». In tal senso, non può certamente considerarsi determinato il generico rinvio a precedenti sentenze della Corte.

Alla stregua delle violazioni costituzionali appena descritte e per i motivi fin qui esposti, il Gruppo dei Conservatori, Riformisti italiani chiede di non procedere all'esame del disegno di legge e sollecita l'Aula ad approvare la questione pregiudiziale da noi presentata. (Applausi dal Gruppo CRi e del senatore Carraro. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento, sulle questioni pregiudiziali presentate si svolgerà un'unica discussione, nella quale potrà intervenire un rappresentante per Gruppo, per non più di dieci minuti.

URAS (Misto-SEL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

URAS (Misto-SEL). Signor Presidente, sono state sollevate da più parti, nel corso della presentazione delle questioni pregiudiziali, le ragioni per le quali si valuta questo provvedimento viziato sotto il profilo della costituzionalità nei suoi contenuti, che riguardano soprattutto le procedure di nomina della governance della RAI.

È chiaro a tutti noi che stiamo parlando non di una società qualunque, ma del servizio radiotelevisivo pubblico, quello che deve garantire al Paese una fonte di informazione trasparente, democratica, partecipata e, infine, terza o comunque equilibrata sotto il profilo politico del pluralismo delle opinioni e delle appartenenze.

A noi pare che la concentrazione che di fatto si determina nella indicazione del consiglio di amministrazione, tutta in capo alla maggioranza di Governo e allo stesso Governo, possa determinare una violazione profonda dei principi di pluralismo e di indipendenza, che sono contenuti negli articoli della nostra Carta fondamentale che a questo fanno riferimento.

In più si aggiunga un piccolo particolare. Siccome parliamo di una società importante, anche sotto il profilo della gestione economica, non possiamo dimenticare che la RAI è un soggetto che produce prodotti culturali che stanno sul mercato.

Si è aperta una grande discussione nei mesi passati - ad esempio - su quale dovesse essere il trattamento economico per chi svolge una funzione di amministrazione di queste società e su quale andava riservato all'amministratore delegato di società pubbliche. Si è anche intervenuti su questa materia individuando - per esempio - un tetto, e poi una modalità per superare il tetto stesso.

Noi sappiamo benissimo che l'amministratore delegato della RAI non é sottoposto ad un tetto, e che a stabilire il compenso dell'amministratore delegato è il consiglio di amministrazione.

Fuori dal tetto, l'unico tetto che si pone riguarda l'indennità spettante in caso di revoca del mandato, che ovviamente viene rapportata ad un certo numero di mensilità e che consentirebbe, nel caso del mutamento delle condizioni politiche, un intervento per l'uniformità di quella carica al pensiero della maggioranza del Governo.

Tutto ciò si innesta nella situazione già abbastanza compromessa di questo Paese sotto il profilo dell'informazione - lo dico onestamente - perché siamo di fronte a grandi concentrazioni private e ad una concentrazione pubblica. Chi vuole intervenire sul mercato dell'informazione in modo indipendente trova barriere importanti, che rischiano di violare anche i principi di natura economica sulla libera concorrenza - lo ribadisco - e che devono riguardare tutto il sistema delle imprese editoriali. E di fronte a concentrazioni di questo tipo, che interferiscono nell'ambito della politica, non si può pensare di potere determinare un oligopolio, e quindi un cartello, che stabilisce l'accesso e lo sviluppo di un'opinione politica alta, di una visione del mondo diversa, di un interesse, magari anche nobile, o di un'attenzione ad una situazione socialmente difficile, ad un disagio o ad uno specifico territorio. Chiunque volesse accedere con un pensiero rispetto ad un argomento che non è condiviso da chi gestisce informazioni in Italia in modo concentrato così com'è, sia nel pubblico che nel privato, verrebbe leso nel fondamento dei principi di libertà, che invece devono essere garantiti ad ogni cittadino e ad ogni organizzazione sociale e politica nel nostro Paese. E questo è un tema.

E allora, se mettiamo insieme queste vicende, che riguardano la gestione, la funzione economica e la libera concorrenza, con quelle che invece riguardano lo sviluppo di un pensiero libero, che deve avere un accesso consentito nell'ambito della gestione corretta, trasparente, plurale e indipendente dell'informazione, stiamo affrontando un problema di una delicatezza totale anche rispetto alle possibilità di sviluppo civile della nostra società. Non è una cosa di poco conto.

L'amministratore delegato della società pubblica rappresenta una delle gambe della concentrazione dell'oligopolio di informazione e di produzione culturale radiotelevisiva, soprattutto oggi, quando si paga un certo prezzo. E lo dico, perché molti di noi combattono sistematicamente una battaglia affinché le televisioni locali e le radiotelevisioni regionali abbiano la possibilità di sviluppare la loro attività e, quindi, le condizioni di mercato su cui potersi muovere, cosa che invece allo stato non è così, come tutti quanti sappiamo. Come pure conosciamo la crisi che patiscono molte pubblicazioni e molte società d'informazione, soprattutto in sede locale. Quanti giornalisti sono finiti per strada, in questi mesi e negli ultimi anni, per questa gestione concentrata del potere dell'informazione. Quanti! Basta vedere l'ecatombe delle crisi aziendali che si sono determinate e quanta compressione si è registrata nella libertà dell'informazione e nella sua indipendenza in questo Paese. Allora si capisce che il tema che poniamo è vero. Invito tutti ad andare a vedere l'elenco di coloro che hanno perso il posto di lavoro: grandi giornali, grandi punti di vista, grandi posizioni politiche.

È per questo, signor Presidente, che io sostengo il voto per la pregiudiziale di costituzionalità sull'Atto Senato 1880. (Applausi dal Gruppo Misto-SEL e della senatrice Bignami).

FALANGA (CRi). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FALANGA (CRi). Signor Presidente, dopo il suo intervento, per la verità, avevo deciso di non intervenire, considerata la chiarezza dell'esposizione e l'essenzialità della questione pregiudiziale QP3, a prima firma del senatore Romani. Ma ho deciso di intervenire e poi dirò il perché.

Cos'è la questione pregiudiziale? La questione pregiudiziale è un atto di natura squisitamente tecnica, che dovrebbe evidenziare i profili di incostituzionalità del disegno di legge all'esame di quest'Assemblea. Qualsiasi ulteriore dissertazione, che vada al di là di questo aspetto squisitamente tecnico, mi pare del tutto fuori luogo ed inappropriata nell'illustrazione di una questione pregiudiziale.

Dicevo prima che potevo non intervenire. Perché allora sono intervenuto? Ho preso la parola perché vorrei ricordare al senatore Cioffi, che è intervenuto per il Movimento 5 Stelle, che nei suoi interventi si dovrebbe attenere ai limiti tecnici dei profili di incostituzionalità della norma e non dovrebbe andare oltre, offendendo peraltro una parte di questo Parlamento e me in particolare, quando, con mimica teatrale eduardiana non consona all'Aula del Senato, ha fatto riferimento all'ignoranza, da parte mia e dei colleghi che siedono in questa parte dell'emiciclo, del termine «moralità». Io rimando al mittente, e quindi a lei, senatore Cioffi, questa affermazione. Per quanto mi riguarda, se un giorno volesse confrontarsi con me sotto il profilo della moralità, io sono pronto a farlo con lei e con qualsiasi altro componente del suo Gruppo parlamentare.

Veniamo ora alla questione pregiudiziale, che è chiaramente espressa, oltre che nella pregiudiziale del mio Gruppo di appartenenza, anche in quella presentata da Forza Italia. Noi abbiamo, signor Presidente, un amministratore delegato che viene designato dal Governo e ratificato dal consiglio di amministrazione. Se consideriamo che il consiglio di amministrazione è composto, sulla base della nuova norma, da due componenti designati dal Senato, due dalla Camera dei deputati e due dal Governo, e che il voto è dato per un solo nominativo, è evidente che, dei due nominati dal Senato, uno sicuramente sarà designato dalla maggioranza di Governo. Alla Camera si avrà la stessa situazione, a cui si aggiungono i due designati dal Governo, su indicazione dei Ministri competenti. Ebbene, avremo un consiglio d'amministrazione che, in contrasto con le pluricitate sentenze ed ordinanze della Corte costituzionale, avrà una maggioranza schiacciante e nominerà poi l'amministratore delegato, al quale, peraltro, sono stati ampliati i poteri di governo della RAI. È evidente, quindi, che la sentenza in cui la Corte afferma la preminente responsabilità del Parlamento è sicuramente disattesa dal provvedimento in questione nella nomina dell'amministratore delegato.

L'altra questione, che pure è stata sollevata anche dai colleghi della Lega, è relativa all'eccesso di delega per quanto attiene sia l'articolo 4 che l'articolo 5. Ebbene, anche uno studente al primo anno di giurisprudenza conosce bene i principi e i limiti di delega che un Parlamento può conferire al Governo. Eppure, anche quei limiti in questo provvedimento sono stati violati.

Allora, due sono i punti significativi su cui si fondano le varie questioni pregiudiziali: il primo - come dicevo - è la violazione dei principi affermati ripetutamente dalla Corte, come ha ricordato bene il presidente Gasparri; il secondo, è l'eccesso di delega. È su questi che l'Assemblea si deve pronunciare. È su questo aspetto che l'Assemblea deve esprimere la propria opinione.

Io personalmente, da modesto avvocato, non posso che condividere i rilievi di incostituzionalità, ragion per cui voterò indubbiamente le questioni pregiudiziali, in primis quella presentata dal mio Gruppo di appartenenza e, a seguire, anche le altre.

Ripeto che non c'era bisogno che io intervenissi perché altri colleghi sono stati molto più chiari di me, e forse ho succintamente esposto le due questioni. Ma l'ho fatto perché non può essere utilizzato un intervento per offendere gratuitamente altri componenti di questo Parlamento. Ribadisco, quindi, che il mio intervento è stato determinato dalla irritazione provocata dalle parole offensive che mi sono state rivolte dal senatore Cioffi. Collega, quando parli di moralità, fai attenzione a ciò che dici e a chi rivolgi le tue lezioni. A me, certamente, non le rivolgi.

Concludo, quindi, ribadendo il voto favorevole alla pregiudiziale QP5 del Gruppo Conservatori, Riformisti italiani e, sul piano personale, il mio voto favorevole anche alle questioni pregiudiziali presentate dagli altri Gruppi presenti in quest'Aula.

LO MORO (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LO MORO (PD). Signor Presidente, colleghi, non sarà facile, nei tempi assegnati, cercare di dare risposta ai tanti interrogativi che sono stati posti, tant'è che in premessa voglio subito chiarire, anche come impostazione delle mie argomentazioni, che molti degli spunti - sicuramente supportati da argomenti che andrebbero contraddetti - andavano meglio posti in sede discussione generale, e potranno essere riproposti in quella sede.

Quindi, gli argomenti che porrò alla base del voto contrario del Gruppo del Partito Democratico alle questioni pregiudiziali, esprimendomi dunque a favore del provvedimento, sono riferiti esclusivamente agli aspetti tecnici di costituzionalità. E anche sotto tale profilo, nella discussione sono stati posti diversi temi ed argomenti.

Comincio a parlare di quello che è stato trattato in maniera più diffusa, ovvero il contrasto con le citate sentenze della Corte costituzionale, nn. 225 e 226 del 1974, che sono entrambe pertinenti rispetto all'argomento. Tuttavia, per ciò che riguarda il tema e le censure mosse, sicuramente la sentenza da invocare è la n. 225 del 1974. A tale proposito desidero leggere il contenuto testuale della sentenza perché, anche rispetto agli ultimi discorsi che sono stati fatti svolti, voglio subito denunciare un dato. Oggi siamo portati a discutere in termini di maggioranza e di minoranza, ma in realtà il problema che pone la sentenza, alla quale ci dobbiamo uniformare e che dobbiamo osservare, riguarda il rapporto non tra maggioranza e minoranza, ma tra Parlamento ed Esecutivo, che è ben altra cosa. Capisco che siamo in una fase in cui si parla molto più frequentemente del rapporto tra maggioranza e minoranza, ma credo ancora che dovremmo rimanere una Repubblica parlamentare. Dunque, ciò che conta è la divisione tra Parlamento ed Esecutivo e non quella tra maggioranza e minoranza.

Fatta questa premessa, vado a leggere la parte della sentenza n. 225 del 1974 che maggiormente ci riguarda, la quale, dopo aver parlato del monopolio statale e della sua necessaria conformità ai principi costituzionali, precisa testualmente che la Corte «pur nel rispetto della discrezionalità del legislatore di scegliere gli strumenti più appropriati ad assicurare il conseguimento dei fondamentali obbiettivi di cui innanzi si è discorso ritiene che la legge debba almeno prevedere» e questo è il punto che ci riguarda «che gli organi direttivi dell'ente gestore (si tratti di ente pubblico o di concessionario privato purché appartenente alla mano pubblica) non siano costituiti in modo da rappresentare direttamente o indirettamente espressione, esclusiva o preponderante, del potere esecutivo e che la loro struttura sia tale da garantirne l'obiettività».

Qui non si tratta di dividersi e discutere quali dovrebbero essere le scelte del legislatore, su cui discuteremo in una seconda fase e ciascuno di noi potrà esprimere la propria opinione. Non mi impegno sulle scelte politiche. Ma rispetto alla costituzionalità dell'articolo di riferimento, che è il 2, in materia di governance, vorrei dire che non ci sono dubbi sulla costituzionalità. Abbiamo letto tutti gli argomenti forti che ha utilizzato il costituzionalista Cheli, da me stimatissimo, e l'avvertimento che ha lanciato sulla necessità di non cedere alla possibilità che la RAI diventi un'agenzia governativa. Non mi sembra però che, allo stato della legislazione, questo sia un rischio concreto. Ribadisco che sto parlando a legislazione vigente e non della prospettiva delle riforme costituzionali e di una Camera unica eletta con l'Italicum, che potrebbe porre altri problemi, anche se la normativa in esame prevede il voto limitato e, dunque, i rischi in tal senso sono arginati.

Ribadisco che dei sette membri del consiglio d'amministrazione due sono eletti dalla Camera dei deputati, due sono eletti dal Senato della Repubblica, con voto limitato ad uno (quindi consentendo l'espressione della maggioranza e della minoranza), due sono designati dal Consiglio dei ministri e uno è designato dall'assemblea dei dipendenti.

Rispetto al tema posto dalla Corte costituzionale non mi sembra vi possano essere rischi di questo genere. Se poi si comincia a discutere di maggioranze e minoranze e non più di Parlamento ed Esecutivo, il problema si potrebbe porre in termini diversi, ma ciò riguarda il merito e non più i problemi di costituzionalità. Ribadisco, quindi, che, nel momento in cui soltanto due dei sette membri del consiglio d'amministrazione vengono designati dal Consiglio dei ministri, non si corre certamente il rischio che, direttamente o indirettamente, il consiglio d'amministrazione possa essere considerato, in via esclusiva o preponderante, espressione del potere esecutivo.

Analoga osservazione è stata fatta rispetto al consiglio di amministrazione. Il comma 10 dello stesso articolo afferma che è il consiglio di amministrazione che nomina l'amministratore delegato, su proposta dell'assemblea; ma l'assemblea, essendo la RAI pubblica in quanto proprietà del Ministero del tesoro, è sostanzialmente governativa. Ma la proposta è dell'assemblea. Bisogna capire cosa si vuole dire. Ciò significa che, se c'è una proposta, non ci si potrà differenziare? Vuol dire che il consiglio di amministrazione sarà totalmente in mano al potere esecutivo, anche se la maggioranza al suo interno non è governativa?

Credo che questi siano argomenti di merito. Anche quando si suggerisce la possibilità di un'azienda esterna o di meccanismi esterni che garantiscono più indipendenza, nel merito un discorso del genere è assolutamente sostenibile, ma sul piano della costituzionalità non mi pare si possa argomentare in maniera diversa.

Quindi, dal punto di vista della governance, che è poi l'argomento che più ha occupato la discussione di oggi, c'è un problema di merito che va approfondito, con le competenze che altri colleghi hanno più di me. Quanto al problema di costituzionalità, mi sembra che non sia fondato. E si è fatto riferimento a questo riguardo alla governance.

Rispetto al tema della costituzionalità, si è parlato del canone e dell'articolo 53 della Costituzione. Ma qui è il legislatore che fa delle scelte. Posso capire quanto dice il collega Bruni, vale a dire che in un testo di legge si dovrebbero evitare riferimenti a sentenze e a orientamenti consolidati della Corte. Ma tutto questo è emendabile e, se siamo in grado di scrivere meglio il testo della legge, possiamo senz'altro farlo. Allo stato, non mi sembra ci resti altro criterio che non quello di ancorare il canone alla titolarità di uno strumento radiotelevisivo. In ogni caso, anche questo è un tema di merito e non credo di dover dare altre risposte.

Vorrei aggiungere, tra l'altro, che siamo senz'altro una Repubblica parlamentare, ma il lavoro svolto dalla Commissione ha fortemente accentuato questo dato. Infatti, anche in materia di deleghe - lo ha ribadito il collega nella sua relazione e, quindi, mi limito soltanto a richiamarlo - agli articoli 4 e 5, che appunto contengono deleghe - una delle quali è stata criticata con l'argomento cui prima ho fatto riferimento - il decreto legislativo in discussione viene sottoposto ad un controllo molto forte da parte del Parlamento. Questo è tanto vero che il Governo non può differenziarsi dal parere del Parlamento se non in determinate condizioni e con determinate procedure. Mi sembra pertanto che, anche grazie al lavoro svolto in Commissione, sia stato fortemente salvaguardato il ruolo del Parlamento.

È stato fatto riferimento anche all'articolo 117 della Costituzione, che riguarda però le competenze. Questo tema è stato affrontato, attraverso il parere della Commissione parlamentare per le questioni regionali, in maniera assolutamente esaustiva ed egregia. In tale parere, tra l'altro favorevole, si fa riferimento sia al terzo comma dell'articolo 117 della Costituzione, laddove si parla di legislazione concorrente e l'ordinamento della comunicazione viene inserito nell'ambito delle materie di legislazione concorrente tra Stato e Regioni, che al secondo comma, che legittima l'intervento legislativo con riferimento alla tutela della concorrenza, lettera e), e alla necessità di provvedere alla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, di cui alla lettera m).

Non vado oltre nella discussione. Ribadisco che i temi di merito richiedono tutti il necessario approfondimento, trattandosi di un provvedimento molto delicato che, tra l'altro, riguarda più la governance che la sostanza del servizio radiotelevisivo.

Mi pare tuttavia che le censure mosse siano tutte superabili e, quindi, annuncio il voto contrario del Gruppo del Partito Democratico alle pregiudiziali presentate. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Passiamo alla votazione della questione pregiudiziale.

Verifica del numero legale

ARRIGONI (LN-Aut). Chiediamo la verifica del numero legale.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.

(Segue la verifica del numero legale).

Il Senato è in numero legale.

Ripresa della discussione dei disegni di legge nn.
1880, 746, 760, 1570, 1795, 1815, 1823, 1841 e 1855

PRESIDENTE. Metto ai voti la questione pregiudiziale presentata, con diverse motivazioni, dal senatore Crosio e da altri senatori (QP1), dal senatore Cioffi e da altri senatori (QP2), dal senatore Romani Paolo e da altri senatori (QP3), dalla senatrice De Petris e da altri senatori (QP4) e dalla senatrice Bonfrisco e da altri senatori (QP5).

Non è approvata.

Poiché molti colleghi la chiedono, dispongo la controprova.

Ordino la chiusura delle porte. Procediamo alla controprova mediante procedimento elettronico.

Non è approvata.

Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritto a parlare il senatore Crosio. Ne ha facoltà.

CROSIO (LN-Aut). Signor Presidente, in prima battuta nel mio intervento vorrei ricordare, a proposito di questa importante riforma, le solite dichiarazioni del Presidente del Consiglio, cui ormai siamo abituati. Anche in questo caso non si era fatto mancare nulla nel presentare in maniera ridondante quello che, secondo lui, doveva essere uno dei punti centrali e di eccellenza delle riforme del suo Governo.

Presidenza della vice presidente FEDELI (ore 11,17)

(Segue CROSIO). Il Presidente del Consiglio dichiarava, nelle sue varie esternazioni deliranti, tra cui alcune anche sulla questione della RAI, che avrebbe rottamato i partiti dalla RAI. Voleva prenderla, eliminare gli sprechi e restituirla ai cittadini che sono i veri titolari del servizio pubblico. Diceva che la loro scommessa era di fare della RAI l'azienda più innovativa d'Europa per l'offerta culturale. Affermava di volerla mettere in grado di competere nello scenario europeo con sempre più forza. Bravissimo, superlativo, come sempre! Peccato che, ancora una volta, come sempre, dopo queste affermazioni ridondanti, roboanti e spumeggianti da parte del magico Renzi, siamo arrivati di fatto a fare una riformina, che noi abbiamo intitolato «nuova Tele Renzi», che addirittura si spinge oltre quanto aveva fatto il collega Gasparri. E questa la dice lunga. Di fatto, invece di togliere la politica - i partiti, più che la politica - dall'interno della RAI, ci si è buttato mani e piedi. Sintetizzando, la nuova RAI sarà una costola del cosiddetto Italicum.

Prima di entrare nel merito del provvedimento, mi preme sottolineare quanto è successo in Commissione, ovvero una cosa molto particolare. Abbiamo svolto molte audizioni e tutti gli auditi, che si sono dichiarati, nella loro integrità, contrari - pesantemente contrari - a questa riforma, hanno sottolineato una cosa in comune: ancora una volta, la nuova riforma manca di dare alla RAI una vera indipendenza.

Non voglio citare tutti coloro che abbiamo audito, ma mi sembra importante richiamarne uno su tutti: la Presidente dell'Unione europea di radiodiffusione (EBU), che - udite, udite - contempla 75 Paesi iscritti e 43 Paesi associati, rappresentando, bene o male, più di un miliardo di utenti. La Presidente, signora Ingrid Deltenre, ha dichiarato, creando qualche imbarazzo tra i colleghi di maggioranza, che - ciò è scritto nella relazione - con questa riforma l'Italia sarebbe, di fatto, l'unico grande Paese europeo in cui il capo dell'azienda è nominato direttamente dal Governo, sia pure dopo accettazione da parte del consiglio di amministrazione.

Ma la chicca del suo intervento è stata sulla durata del mandato del servizio pubblico, quando ha affermato che solo in Italia la durata sarà così breve, cioè di tre anni come in Bulgaria. Non lo dico io, ma la Presidente che rappresenta le televisioni europee, con più di un miliardo di utenti, la quale ha dichiarato che, con questa riforma, il nostro Paese diventerà come la Bulgaria. Complimenti!

Nel suo intervento il presidente Gasparri ha sottolineato quale sia, veramente, la necessità per il nostro Paese, che è quella che ho detto anche io all'inizio e che è stata richiamata anche dal Presidente del Consiglio: avere i partiti fuori dalla RAI. Certo, presidente Gasparri, così deve e dovrebbe essere. E non è particolarmente difficile: basta prendere il disegno di legge presentato dalla Lega e vari altri.

Anzitutto, nel nostro disegno di legge sottolineiamo un aspetto: se vogliamo veramente che la RAI sia proiettata nel futuro, sia moderna e al passo con le nostre principali concorrenti di Stato europee (BBC, Antenne2 e le altre), occorre anzitutto che, entro il 6 maggio 2016, essa venga privatizzata, rendendola privata per il 49 per cento e pubblica per il 51 per cento.

Questo sarebbe il primo passo per rendere indipendente, anche sotto l'aspetto economico, il carrozzone della RAI. La RAI è infatti un carrozzone: basti pensare, riguardo all'informazione, che il numero di giornalisti che lavorano per le testate dei telegiornali nelle televisioni europee è di gran lunga inferiore a quello dei giornalisti che lavorano all'interno della RAI. La domanda nasce spontanea: sono gli italiani che vogliono essere più informati e gli europei che vogliono esserlo meno o siamo noi che non capiamo? La verità è che per avere un'informazione che comunque non va bene dobbiamo avere questo sistema con tre telegiornali che sono completamente diversi fra loro.

Sulla governance della RAI anche la nostra proposta di legge prevede che vi siano sette membri del consiglio di amministrazione, ma partendo dal presupposto iniziale che i membri del consiglio di amministrazione non debbano aver ricoperto incarichi di natura politica a qualunque titolo nei dieci anni precedenti la nomina, se vogliamo svincolare la RAI dai partiti. Quando smetterò di fare il senatore, quindi, non potrò entrare nel consiglio di amministrazione, mi sembra ovvio. Nel 2025, se dovesse finire la legislatura domani mattina - Dio lo volesse - avrò questa possibilità. I membri del consiglio di amministrazione dovrebbero essere eletti innanzitutto esaltando e dando la giusta importanza ad un eletto che provenga dalla Conferenza Stato-Regioni in rappresentanza degli enti locali. Dovrebbe cioè essere qualcuno che, all'interno del consiglio di amministrazione, possa garantire quello che oggi non viene garantito, ossia la valorizzazione delle sedi regionali, che sono importanti, ma i cui telegiornali sono molto più scarsi di quelli dell'ultima televisione privata dell'ultima valle in provincia di Sondrio, dove l'informazione è più obiettiva e funzionale al territorio.

Per questo prevediamo che un membro all'interno del consiglio di amministrazione sia nominato dalla Conferenza Stato-Regioni come baluardo di garanzia per gli enti locali. Prevediamo che tre membri debbano essere votati - o eletti o nominati - dalle Commissioni parlamentari competenti (quindi dalla maggioranza) e che un membro sia eletto dal Consiglio nazionale dei consumatori. Questo credo sia un altro aspetto strategico. Per chi lavora, infatti, la RAI? Chi sono i veri padroni della RAI, se non i consumatori? Non sono io, non deve essere la politica o il Governo di turno, ma il cittadino-consumatore, chi paga il canone (il maledetto canone, su cui tornerò fra breve). Vi è poi un membro - ed è l'unica previsione abbastanza condivisibile che avete inserito anche all'interno della vostra riforma - eletto dall'assemblea dei dipendenti RAI e un membro eletto dall'AGCOM, l'Agenzia per la garanzia delle telecomunicazioni. Voi poi vi siete inventati altre cose strane, una carretta attaccata al carrozzone, ancora una volta per poter vigilare l'invigilabile.

Tra l'altro, vorrei fare un piccolo inciso: non è che questa riforma stia passando in maniera poi così leggera fra i colleghi della maggioranza, proprio per il contrasto palesemente ravvisabile tra le dichiarazioni del Primo ministro e quello che stiamo per approvare, che sono due cose completamente diverse. Non ho dubbi che l'onestà intellettuale riconosciuta a tantissimi colleghi di maggioranza possa mettere in imbarazzo sulla riforma della RAI. Ripeto, siamo andati addirittura oltre l'inverosimile dal nostro punto di vista.

Un aspetto cui teniamo particolarmente e che voglio sottolineare è la questione del canone, che è una cosa sbagliata e va abolita. Questo carrozzone deve camminare una volta per tutte con le proprie gambe; non è possibile che, ogni anno, oltre al canone c'è la rincorsa al Governo da parte di mamma RAI per cercare di portare a casa ulteriori finanziamenti, per produrre troppo spesso delle cose sulle quali ci sarebbe molto da dire. Nella Commissione di vigilanza abbiamo visto casi che solo nel nostro Paese possono succedere: ad esempio, che per uno stesso fatto di cronaca siano state mandate in una città italiana sette diverse troupe televisive da parte dei vertici della RAI, locali e nazionali, tra l'altro non dipendenti, ma in collaborazione. Su questa faccenda una presa di posizione forte ci vorrebbe, ci mancherebbe altro! Ripeto, sette troupe televisive per fare lo stesso servizio; passi due, tre o quattro, ma sette troupe televisive, con delle spese inimmaginabili! Ma dove vogliamo andare a finire?

Ora veniamo al punto. La privatizzazione della RAI creerebbe i presupposti perché finalmente un'azienda, se vuole chiamarsi tale, possa pensare di camminare con le proprie gambe. Inoltre, c'è il fatto che debba potersi finanziare attraverso un fondo alimentato con l'imposta sulla pubblicità, da distribuire a tutte le emittenti che fanno servizio pubblico.

La nota dolente è che negli ultimi anni, partendo dal Governo Monti per arrivare al Governo attuale, c'è stata un'azione veramente destabilizzante sull'importante lavoro svolto dalle televisioni locali. Ricordo che fino al 2011 c'era un fondo garantito di circa 80 milioni, che riguardava le televisioni locali, e negli anni dopo il 2011 tutti gli anni abbiamo dovuto lottare per garantire parte di questi fondi: prima 60, poi 40, adesso mi pare che siamo scesi a 20 milioni, da distribuire alle televisioni locali. Tali emittenti svolgono una gran funzione, ma non perché siano al servizio del sottoscritto sul mio territorio o di qualcun altro; realizzano un servizio puntuale sul territorio, per non parlare dell'indotto: perché la gente ci lavora. Voi le volete chiudere? Così le chiudiamo.

Tra l'altro, si tratta di parti del territorio dove il passaggio dall'analogico al digitale non garantisce neanche più mamma RAI. Non so quante interrogazioni abbiamo presentato io e i colleghi che vivono ai confini dell'impero, dove vi sono valli laterali in cui il canone va pagato, ma la RAI non si vede. Questa è la verità! Ma che cavolo di Paese è? Ho fatto non so quante interrogazioni e sono andato addirittura a parlare con un tizio a Milano che doveva far spostare le antenne. Ai miei concittadini, se non pagano il canone, sequestrano la macchina, se va bene, però la RAI non c'è. Non è dappertutto così. Signor Sottosegretario, purtroppo io abito ai confini dell'impero e ci hanno tolto anche la televisione svizzera che guardavamo, molto più seria di mamma RAI: l'avete oscurata e non vediamo più la televisione della Svizzera italiana, che aveva un servizio di telegiornale pluralista, staccato dalla politica, che ci dava veramente l'informazione, specialmente su certi temi che stanno a cuore ai nostri territori.

Detto questo, credo sia importante sottolineare come, in questo momento delicato, in cui le riforme devono essere fatte (magari quella della RAI non sarà la più importante, ma ha sicuramente il suo peso), abbiamo perso un'occasione.

Abbiamo dichiarato, per bocca non mia, ma del mio segretario federale, che la Lega era disposta a sedersi a un tavolo e a scrivere una riforma seria a quattro mani. Non posso essere smentito, signora Presidente, come si ricorda bene e sa il Sottosegretario, perché sulla riforma del codice degli appalti (che è una materia altrettanto importante, su cui abbiamo espresso un voto favorevole in quest'Aula, perché l'abbiamo scritta a quattro mani con il Governo, in maniera giudiziosa, seria e concreta) siamo arrivati a fare una proposta che è decisamente innovativa. Con lo stesso spirito, volevamo affrontare il tema della riforma della RAI: questo non è stato possibile.

PRESIDENTE. Senatore, concluda, per favore.

CROSIO (LN-Aut). Avete presentato un testo che è stato elegantemente e furbescamente emendato dal collega Gasparri - e ha fatto bene dal suo punto di vista - per cui avremo una "Tele Renzi gasparrizzata", ma in realtà non abbiamo fatto quello che si doveva fare e quello che ci aveva garantito il Presidente del Consiglio: una RAI moderna, senza i partiti al suo interno, indipendente. Non è vero: ci si è entrati con mani e piedi ancora una volta; il ciarlatano di Firenze ha colpito un'altra volta. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Carraro. Ne ha facoltà.

CARRARO (FI-PdL XVII). Signora Presidente, signor Sottosegretario, desidero innanzitutto ringraziare il relatore, senatore Ranucci, per la relazione dettagliata e precisa. I media hanno riportato che il Governo aveva l'intenzione di presentare un decreto-legge sulla RAI e che il Presidente della Repubblica si sarebbe opposto. Se la notizia fosse vera, dovremmo ringraziare preliminarmente il Presidente della Repubblica che, almeno in questo caso, ha consentito al Parlamento di fare il proprio lavoro, con serenità e secondo i dettami della Costituzione.

A me sembra che questa legge in troppi punti si ispiri più a criteri bizantini che non alla semplificazione, alla chiarezza e, perciò, alla trasparenza.

Che cos'è la RAI? La RAI è una società per azioni di proprietà dello Stato, tecnicamente del Ministero dell'economia e delle finanze, ma praticamente degli italiani. A me sembra molto giusto che i rappresentanti degli italiani - il Parlamento: la Camera e il Senato - eleggano coloro i quali debbono amministrare la RAI. Più o meno, questo è sempre avvenuto; con modalità diverse, ma è sempre avvenuto. Ci sono stati esempi positivi e, secondo il mio punto di vista, meno positivi. Di fronte a me, il nostro collega Sergio Zavoli rappresenta un episodio molto positivo. È stato un eccellente presidente della RAI. Insieme al direttore generale Agnes - rispetto al quale aveva opinioni politiche diverse e visioni della società diverse - hanno gestito con grande dignità e con grande competenza professionale l'azienda in un momento delicato, il momento dell'affermazione delle televisioni commerciali. I cittadini italiani, grazie a questa concorrenza, alla fine degli anni '70 e agli inizi degli anni '80, hanno potuto avere gratuitamente una massa di programmi di qualità: alcuni piacevoli, altri meno, ma che hanno rappresentato un reale pluralismo.

Riferendomi all'illustrazione del nostro relatore e alla sua conclusione, un esempio non positivo, secondo me, è costituito dal fatto che la RAI, a differenza di ciò che avviene in Spagna, in Francia, in Germania, in Inghilterra e in Paesi omologhi al nostro, su decisione dall'allora direttore generale Cappon, non è più la principale rete televisiva ad aver gestito le ultime edizioni dei più grandi eventi sportivi: le Olimpiadi e i campionati del mondo di calcio. Alcune partite dei campionati del mondo, anche quelle cui era interessata l'Italia, in quanto a giocare erano squadre avversarie dell'Italia, gli italiani non hanno potuto vederle gratuitamente. Signor relatore, non è una questione economica. Il direttore generale Cappon scelse di finanziare la fiction, dove i controlli sono quello che sono, e di rinunciare ai diritti televisivi su questi eventi sportivi, per avere i quali la Germania, la Francia, l'Inghilterra e la Spagna hanno invece pagato; e le cifre sono uguali per tutti i Paesi, nel senso che si usa lo stesso coefficiente e lo si applica a parametri basati sul numero di abitanti e sulla potenzialità economica del Paese. Come mai le televisioni pubbliche di quei Paesi se lo sono potuto permettere e la RAI no? Perché è stata fatta la scelta di privilegiare la fiction e penalizzare quella parte di servizio pubblico. A me, personalmente, questo sembra un episodio non positivo.

Veniamo alla legge. Sarebbe più logico che i sette membri del consiglio di amministrazione fossero nominati in numero di sei dal Parlamento e uno dai dipendenti. Questo perché il Governo stesso è nominato, in realtà, dal Parlamento. Comunque, va bene se si vuole conservare questo schema, ma naturalmente si deve tenere presente che i due nominati dal Governo rappresentano ovviamente la maggioranza e, pertanto, andranno utilizzati pesi diversi dall'altra parte. La durata dell'incarico deve poi essere di tre anni, perché in tutte le società per azioni del mondo la durata è di tre anni. In ordine ai poteri, vi invito a consultare i codici civili di Italia, Inghilterra, Francia, Spagna e ad attribuire al consiglio di amministrazione i poteri di un consiglio di amministrazione che, in realtà, è anche comitato esecutivo; essendo infatti il consiglio composto da sette membri, è inutile istituire il comitato esecutivo. Pertanto, non andiamo a cercare bizantinismi, questioni varie ed equilibri: stabiliamo che il consiglio di amministrazione abbia poteri analoghi a quelli dei consigli di amministrazione/comitati esecutivi della stragrande maggioranza delle società private, o a partecipazione pubblica, di più o meno tutto il mondo.

Tra tali poteri c'è anche quello relativo alle nomine. In un'azienda che si rispetti, le nomine sono fatte per il 99 per cento dall'amministratore delegato, ma quelle veramente apicali spettano al consiglio di amministrazione o al comitato esecutivo. In questo caso, il comitato esecutivo e il consiglio di amministrazione sono la stessa cosa, perché, essendo il consiglio di amministrazione composto non da venti, ma da sette persone, tale deve rimanere. Ecco lo spirito cui questa legge dovrebbe ispirarsi. Dovrebbero pertanto essere accettati ed approvati gli emendamenti che tendano a riportare le cose nell'ambito della normalità, ossia che i rappresentanti del popolo e il Parlamento eleggono il consiglio di amministrazione e l'amministratore delegato: che però questi abbiano poteri normali che senso ha? Che senso ha, signor relatore, dire che per le nomine bisogna avere il parere obbligatorio, ma non vincolante, del consiglio di amministrazione? Queste cose si ispirano alle modalità operative del Parlamento italiano, che giustamente il Presidente del Consiglio vuole snellire: si dice allora che le nomine le fa per il 99 per cento l'amministratore delegato, ma quell'1 per cento - che è determinante - è deciso dal consiglio di amministrazione. Parliamoci chiaro: possiamo pensare che, dopo che un consiglio di amministrazione di sette persone abbia espresso un certo giudizio sulle persone, l'amministratore delegato le nomini lo stesso? Vogliamo essere matti o farci ridere dietro da tutti?

Andiamo alla semplificazione, alla semplicità e alla normalità, insomma, a quello che, in estrema sintesi, mi permetto di definire buonsenso. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Consiglio. Ne ha facoltà.

CONSIGLIO (LN-Aut). Signora Presidente, parliamo di mamma Rai: già nella passata legislatura, come Gruppo della Lega, ci siamo molto impegnati per cercare di capire cosa avrebbe potuto essere di questa società, utilizzando tutti i mezzi che l'attività parlamentare ci metteva a disposizione, come emendamenti, mozioni e anche alcune proposte di legge, per capire come avremmo potuto pensare a qualcosa di diverso. Ci siamo anche prodigati con un lavoro puntuale per cercare di capire se i proventi della vendita della RAI potessero essere utilizzati per abbassare il debito pubblico e se le controllate della RAI, qualora non potessero essere effettivamente messe sul mercato, dovessero essere chiuse. Questo è stato il commento che anche l'onorevole Davide Caparini ha fatto sulla relazione della Corte dei conti sulla RAI. I giudici contabili, infatti, hanno confermato quanto la Lega diceva da sempre: laddove non è possibile vendere ai privati le società che orbitano nella galassia RAI, è necessario valutarne la liquidazione e concentrarsi poi sul vero business dell'azienda, che dev'essere quello di garantire ai cittadini un'informazione autorevole, imparziale e lontana dai condizionamenti dei partiti.

Ne deriva l'idea che una gestione più oculata possa passare tramite un'apertura al privato: il 51 per cento ancora pubblica e un 49 per cento che possa garantire una gestione diversa da quella attuale.

Il Gruppo della Lega, come dicevo, è sempre stato vigile e attento su questa questione e ha lavorato molto anche in Commissione (il nostro componente, senatore Jonny Crosio, che prima è intervenuto in discussione generale, ne è stato la prova). Abbiamo prodotto anche qualche disegno di legge, anzi, forse siamo stati coloro che ne hanno presentati di più, in materia di abolizione del canone di abbonamento RAI, sulla nuova organizzazione del sistema pubblico radiofonico, televisivo e multimediale, sulla dismissione della partecipazione dello Stato nel capitale della società RAI e, non ultimo, sulla riforma del servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale, che lo stesso senatore Crosio ha presentato insieme ad altri.

Dei 380 emendamenti, la Lega ne aveva presentati circa 50. Il mio Gruppo era stato puntuale nel merito della legge, nessun ostruzionismo. È stato approvato qualche emendamento sulle televisioni locali, poca roba; tanti sono stati invece quelli che probabilmente verranno quasi tutti ripresentati in Aula. Signora Presidente, il nostro uomo "diversamente RAI", Jonny Crosio, che vedete alle mie spalle, vedrà quanti ripresentarne, per far sì che questa legge non passi alla chetichella.

Veniamo un po' al testo della legge, signora Presidente. È talmente un'altra cosa la nostra proposta, che siamo arrivati alla conclusione che per avere una vera riforma dovremo aspettare un nuovo Governo, e non sono parole del sottoscritto. (Applausi dal Gruppo LN-Aut). La legge è entrata in Commissione papa e ne è uscita Gasparri. Infatti gli emendamenti Gasparri non hanno fatto altro che produrre un nuovo testo, che somiglia molto ad una Gasparri-bis, quindi una vecchia Gasparri ritoccata e all'uopo modificata, frutto di una costante intesa tra lo stesso Gasparri e il sottosegretario Giacomelli, che ha garantito il mantenimento della Commissione di vigilanza RAI (certamente non noccioline).

Altra enunciazione forte da parte del Presidente del Consiglio: la RAI dimenticherà i vecchi vizi di lottizzazione. Benissimo, peccato che poi l'amministratore delegato potrà sì proporre i direttori di rete e di telegiornale, ma questi potranno essere bocciati con il voto di due terzi del consiglio d'amministrazione. Mi chiedo allora: chi sarà quell'amministratore delegato che non concorderà con il consiglio d'amministrazione le nomine che pensa di fare? Pensiamo veramente che l'amministratore delegato si faccia impallinare da un consiglio d'amministrazione nominato dai partiti? Certo, potrà scegliere se farsi impallinare dai due scelti dalla Camera, dai due scelti dal Senato o dai due scelti dal Governo (e se questi si mettono d'accordo, potenzialmente può essere impallinato da tutti e sei messi insieme). Per essere la fine della lottizzazione, caro il mio Presidente, ce ne passa; siamo completamente fuori strada.

Veniamo ora al presidente, che dovrà essere votato dai due terzi dei componenti della Commissione di vigilanza RAI. Non oso pensare alla giostra che si avvierà: un grandissimo inciucio partitico, saremo alla Las Vegas del sistema politico per capacità di concentrare l'attenzione su una società come questa. Alla faccia del «basta lottizzazioni».

Quindi, signora Presidente, questa è una riforma che pare l'ennesimo bluff, una riforma che fa esultare Gasparri (e se fa esultare Gasparri, vuol dire che siamo fuori strada). Fa pensare anche ad un Nazareno-bis, un patto probabilmente più vivo che mai. Si tratta di un riforma che doveva tener fuori dalla RAI i partiti. Ma Renzi ha ben pensato invece di buttarsi a capofitto in questa questione RAI e ci si è buttato capo e piedi; ma, soprattutto, ci ha infilato le mani. Quando il Presidente del Consiglio ha scritto questa riforma della televisione di Stato, noi l'abbiamo considerata una controriforma in Commissione; quando poi sono arrivati gli emendamenti Gasparri, si è ispirato più alla Romania - qualcuno l'ha già ricordato prima - che alla Germania o alla Francia. Saremo l'unico Paese nel quale il capo dell'azienda RAI sarà nominato dal Governo, così come è il Governo a deciderne la rimozione in base a parametri soggettivi e chiaramente a ragionamenti strettamente politici.

Qualcuno in Europa certamente sorriderà, visto che i valori cui si ispirano le altre televisioni di Stato sono l'universalità e l'indipendenza del messaggio; valori che in questa riforma non sono assolutamente contemplati e nemmeno sappiamo dove andare a cercarli.

Sul tema della RAI, sempre il nostro "diversamente RAI" qui alle mie spalle ha fatto dichiarazioni piuttosto cogenti, forti, ma che hanno colpito nel segno: «Dobbiamo constatare che anche sulla riforma della RAI esattamente come accade per l'Italicum la maggioranza di Governo si comporta in modo arrogante e unilaterale» Ebbene, ne abbiamo la prova, visto che mi è parso di capire che non c'è il relatore di minoranza ma addirittura due relatori di maggioranza (su questo punto torneremo dopo). Continua Crosio: «La Lega ha, con senso di responsabilità, presentato le proprie proposte: ben due disegni di legge, dimostrando così la massima volontà di collaborazione. Purtroppo, come al solito, Renzi vuole imporre la propria volontà ed è con questo spirito che si arriverà alla solita raffazzonata riforma...».

Certo, Renzi doveva fare una proposta chiara, che doveva passare per le Commissioni in modo normalmente serio, cosicché anche le opposizioni avrebbero potuto dare un buon apporto. Le opposizioni? Certo. Se il fine era quello di offrire un'informazione finalmente libera e moderna credo che nessuna delle opposizioni si sarebbe rifiutata. Questo non è avvenuto, chiaramente; l'atteggiamento è stato proprio quello di seguire lo stesso principio utilizzato per le altre riforme: anche in questo caso una partenza con il piede sbagliato.

Dicevo, due relatori di maggioranza e nessuno di opposizione; schiaffoni alle minoranze, e la Lega certamente non ha offerto nessuna delle proprie guance.

Il tema del canone RAI è stato citato prima, ovvero la tassa sull'apparecchio televisivo; una tassa chiamata abbonamento. È una questione che mi ha sempre lasciato molto perplesso; è come se un giorno mi fanno pagare l'abbonamento a San Siro anche se non vado a vedere le partite. Ci chiediamo se ad oggi ha ancora senso parlare di monopolio del servizio pubblico.

Avevamo anche chiesto molto semplicemente che per gli over 75 con redditi bassi e che abitano da soli si potesse arrivare ad un'esenzione da questa tassa (più che da questo abbonamento). Anche in questo caso ci è stato risposto picche. D'altra parte, l'abitudine, che abbiamo avuto anche nei giorni passati, nel tassare i pensionati anche con redditi piuttosto bassi è abbastanza normale per questo Governo.

Da quando il buon Renzi è diventato Premier continua a parlare di una rivoluzione, e ha utilizzato questo termine anche per la questione RAI, ma nella realtà dei fatti non ha fatto nulla se non un po' di maquillage ad una legge che era già stata scritta dal soggetto che poi aveva in mano i trucchi. È un carrozzone, come è stato definito, buono o giusto per la propaganda di partito. Un carrozzone che nelle sue diverse sfaccettature, ovvero le reti, ricorda una vignetta su un giornale di parecchi anni fa, che rappresentava un circo in cui la rete di sicurezza posta sotto i trapezisti era rotta; ne era poi stata messa una seconda, anch'essa rotta, e allora ne era stata posta una terza. La domanda che mi venne spontanea fu: ma non conveniva aggiustare le prime due reti prima di mettere la terza? È una vignetta che mi è rimasta impressa, ancorquando non facevo maldestramente politica. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

Forse è questo il brutto del disegno di legge in esame, che arriva in Commissione in un certo modo e cerca di uscirne in un altro, con gente come il componente del nostro Gruppo, il senatore Jonny Crosio - un tignoso come ce ne sono pochi - capace di mettere il dito nella piaga e con il sale grosso - quello che si utilizza per le bistecche e le costate - sempre a portata di mano. Probabilmente ciò non avrà fatto piacere a chi si deve confrontare con lui. Lo ringrazio ora, visto che non avrò modo di farlo successivamente, per il lavoro svolto in Commissione e per la capacità di sintesi che ha avuto, nei confronti di una società che non sempre abbiamo amato, che ha delle potenzialità enormi, ma che costringe molti italiani ad abbonarsi ad altre televisioni private - di cui non faccio il nome - e che magari, sotto quel cielo, vedono cose più serie. (Applausi dal Gruppo LN-Aut. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ciampolillo. Ne ha facoltà.

CIAMPOLILLO (M5S). Presidente, colleghi, membri del Governo, non credo sia sbagliato sostenere che questo disegno di legge di riforma della RAI in realtà miri unicamente a cambiare il sistema di elezione o, meglio, di nomina di coloro che saranno preposti a guidare il sistema di informazione pubblica in Italia. Il nostro caro Presidente del Consiglio, come al solito, cerca di irretire i cittadini con proclami falsi e privi di alcun riscontro pratico, immaginando di poter continuare ad ingannare un Paese, che ormai, come dimostrato dalle recenti elezioni regionali, lo ha già relegato nel passato della politica meno nobile di questi ultimi venti anni. Il Governo, anche in questa occasione, contraddicendo le sbandierate istanze di rinnovamento della RAI, conferma la propria ipocrisia, riproponendo di fatto il vecchio schema della lottizzazione politica delle nomine, deprimendo le istanze e le aspettative di chi seriamente e senza padroni immagina di poter dare un contributo alla crescita culturale e sociale dell'Italia.

Non ci si può sorprendere allora se i ragazzi sono più attenti alle televendite o alla vita privata di qualche presunto tronista o di qualche velina o olgettina, piuttosto che a cercare di comprendere i perché delle tante contraddizioni di questo nostro mondo. Ancora una volta la politica afferma la propria supremazia sui cittadini, con un Governo che presenta in Parlamento una finta riforma, che si fonda essenzialmente su un dogma renziano assoluto, ossia il Governo inteso come comando, come esercizio bieco e autoritario della volontà di imporre le proprie scelte. L'unico fine è quello di mettere le mani sulla RAI e di controllarla.

Insomma, è un po' come è stato fatto con la scuola: individuiamo un soggetto che deve comandare e ovviamente prevediamo un sistema di nomina dello stesso, che assicuri al Presidente del Consiglio il controllo assoluto sul sistema dell'informazione pubblica. Nasce così la figura di questo nuovo fantomatico amministratore delegato che, dietro la falsa ed ipocrita millantata ricerca di un modello di maggior efficienza manageriale e autonomia decisionale, in concreto rappresenta il cavallo di Troia del Presidente del Consiglio, mediante il quale, dietro l'apparente manto della professionalità gestionale, si possa procedere alla nomina e al controllo dei direttori di testata e dei direttori di rete. Ecco peraltro la ragione per cui, nonostante i proclami di ricerca di figure nuove e capaci, non ha avuto alcun sostegno la nostra proposta di escludere dal consiglio di amministrazione chi avesse ricoperto incarichi pubblici, politici o sindacali nei sette anni precedenti.

La realtà è che il Governo e la vecchia politica non possono fare a meno dei loro cantori pubblici, dei ciambellani di corte che ogni sera possano tranquillizzare gli italiani dicendo loro di non preoccuparsi se i giovani non trovano lavoro, se i poveri aumentano in continuazione, se le scuole e gli ospedali sono fatiscenti, perché l'importante è poter tutti dire, anzi continuare a dire: «Meno male che Silvio» - anzi scusate - «meno che male che Matteo c'è.» (Applausi del senatore Puglia).

Ma proviamo ad immaginare se vi fosse una RAI libera dal controllo del Governo e dei partiti. Cosa sarebbe successo in Italia dopo l'uscita delle intercettazioni tra l'allora sindaco di Firenze, e aspirante Presidente del Consiglio, e niente po' po' di meno che il comandante in capo della Guardia di finanza? Un normale colloquio tra amici in cui si ride sulla posizione di ricattato del Presidente della Repubblica pro tempore, si ride dell'allora Presidente del Consiglio in carica e si immagina, per succedere quest'ultimo, addirittura di punirlo mandandolo a fare il nuovo Presidente della Repubblica.

Certo uno scenario ordinario, come confermato dall'assoluto silenzio dei nostri direttori di rete, in cui la figura più alta dello Stato è trattata come una pedina da gestire, quasi da ricattare, per spianare la strada alle ambizioni di potere di un ragazzotto che pensa di poter continuare a prendere in giro gli italiani. Non mi è sembrato che il sistema informativo si sia accorto della gravità di queste parole, che in qualsiasi altro Paese avrebbero portato alle dimissioni del Premier.

Lo stesso presidente Mattarella non mi sembra si sia accorto di nulla. Come accade qui in Senato, dove non ci si scandalizza dei parlamentari di maggioranza che votano illegittimamente al posto di altri, ma di noi poveri portavoce del Movimento 5 Stelle, che ci permettiamo di riprendere questi lestofanti. Così i telegiornali non si sono occupati dello scandalo del contenuto di quanto detto dal Presidente del Consiglio e della singolarità delle sue confidenze ad un comandante delle Forze dell'ordine, ma unicamente dell'inopportunità della diffusione di dette intercettazioni.

E allora come ci si può sorprendere se il progetto di riforma RAI non sia altro che una nuova furbata per mettere le mani direttamente sul controllo delle televisioni pubbliche attraverso la figura di un uomo solo al comando, con poteri di fatto assoluti e ovviamente di nomina sostanzialmente diretta da parte del Capo del Governo?

Il Movimento 5 Stelle ha proposto un consiglio di amministrazione composto da 5 membri che operino a tempo pieno e senza alcun collegamento con i partiti e con il Governo e con una durata capace di offrire una visione di lungo periodo del servizio pubblico. Una visione di rinnovamento in grado di assicurare indipendenza rispetto al potere politico attraverso un sistema di scelta di certo lontano da quello previsto nel disegno di legge.

L'Italia ha bisogno di un'informazione pubblica libera e indipendente. L'Italia dunque ha bisogno di un consiglio di amministrazione libero e indipendente, in grado di offrire una visione pluralista ed autonoma e di dare una strategia di libertà e apertura strategica verso il futuro all'intero sistema radiotelevisivo.

Come si può pensare che il Governo nomini chi dovrebbe assicurare una libera critica e informazione anche sull'operato del Governo stesso? Quali sono le garanzie per i cittadini? E poi vorrei anche sottolineare come il futuro dei giovani non può essere riposto solo nelle mani di freddi manager al servizio del Governo.

Ci saremmo aspettati una riforma con interventi anche in ambito tecnologico, e soprattutto sull'utilizzo dei nuovi sistemi di telecomunicazione. E invece nulla. Occorre forse ricordare la nostra storia e la capacità dell'Italia, attraverso l'arte, la cultura e le scienze, di tracciare un nuovo futuro e di regalare qualcosa di più profondo di un mero conto della spesa, come al solito a carico dei cittadini.

Anche su questo il Movimento 5 Stelle è pronto a dare voce ai cittadini, con la semplicità e l'orgoglio di chi sa comprendere, per il bene comune, che è arrivato il momento di costruire un sistemo radiotelevisivo che sia veramente al servizio dei cittadini e non dei partiti o, ancor peggio, di questo Governo. (Applausi dal Gruppo M5S).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Cantini. Ne ha facoltà.

CANTINI (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, chi come me è nato alla fine degli anni Cinquanta ha l'infanzia segnata da un evento indimenticabile: l'arrivo della televisione, prima nei bar di paese, poi nelle case delle famiglie benestanti e poi finalmente anche nelle nostre case, nelle famiglie operaie.

La RAI fu per molti di noi una grande opportunità di scoprire il mondo, fino ad allora per i più sconosciuto o immaginato solo attraverso i libri. Fu una grande opportunità di conoscere, di ridere, di divertirsi. È in RAI che sono nati personaggi che hanno fatto la storia del nostro Paese: registi, cantanti, attori, comici. E anche la politica, con la televisione, ha potuto raggiungere le case di tutti gli italiani. Non c'è dubbio che la televisione e la RAI hanno avuto un ruolo determinante nella crescita e nella formazione degli italiani, nella costruzione della identità culturale e sociale del nostro Paese, così come non c'è alcun dubbio se diciamo che oggi la RAI ha perso via via quel carattere, quel ruolo e quella funzione.

Oggi viviamo nella società della comunicazione; siamo inondati da informazioni, messaggi, immagini, ma con ciò non abbiamo più cultura diffusa; non abbiamo cittadini più consapevoli, anzi rischiamo di avere solo tanti individui che fanno fatica a riconoscersi in una comunità e in un progetto comune. La RAI perciò a questo deve contribuire. Per farlo deve cambiare, noi politici dobbiamo cambiare capendo che oggi il nostro Paese ha bisogno di un servizio pubblico all'avanguardia e innovativo e per questo dobbiamo liberare la RAI da quel male italico che si chiama burocrazia e spartizione. Occorre cioè più politica con la «p» maiuscola e non meno politica e più volontà di cambiamento. La rivoluzione è una perpetua sfida alle incrostazioni dell'abitudine, all'insolenza dell'autorità incontestata, alla compiacente idolizzazione di sé e dei miti imposti dai mezzi d'informazione. Per questo la rivoluzione deve essere un evento normale, un continuo rinnovamento, un continuo riflettere e fare, discutere e fare. Così diceva un uomo, un maestro che ha reso importante il servizio pubblico per milioni di persone. Parlo del maestro Manzi. Permettetemi di citarlo per raccontare quello che è stato anche il nostro lavoro in Commissione.

La rivoluzione - dicevo - deve essere un evento normale, un riflettere e un fare, discutere e fare. Fare non è solo un verbo renziano, come pure si crede, irridendo al riguardo in questi ultimi tempi. Fare è il principio e il cardine di qualunque volontà di cambiare. Il fare in Commissione ha prodotto il testo che portiamo oggi in quest'Aula. È un fare in gran parte condiviso o in buona parte condiviso; non è inciucio; è un fare che vuole ricordare e riportare lo scopo e la ragione di un servizio pubblico radiotelevisivo. Rientra in questa politica del fare la riforma del management dell'azienda, dando autonomia e potere all'amministratore delegato, che dovrà essere a quel livello professionale e personale tali da farci ricordare e non rimpiangere personaggi illustri che hanno fatto grande la RAI. Uno fra tutti è il nostro collega Sergio Zavoli. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Airola).

AIROLA (M5S). Anche Renzi dovrebbe ascoltarlo.

CANTINI (PD). Parliamo di una politica che cerca, come abbiamo fatto in Commissione, di trovare soluzioni insieme perché il futuro consiglio di amministrazione possa essere, nella sommatoria delle nomine fatte da Camera, Senato, Governo e lavoratori RAI, qualificato e plurale; di una politica che sottopone in maniera trasparente i curriculum degli aspiranti consiglieri d'amministrazione al giudizio pubblico perché i curriculum sottoposti alla Camera e al Senato saranno pubblicati nei siti istituzionali e resi pubblici prima dell'inizio dell'analisi, come avviene a seguito dell'approvazione di un mio e di altri emendamenti confluiti nel disegno di legge oggi in Aula, che stabilisce delle norme chiare di incompatibilità per l'amministratore delegato.

Tuttavia, con questo provvedimento facciamo solo una prima parte del lavoro che serve, ma era urgente che, fin dal rinnovo del consiglio di amministrazione già scaduto, potessimo dare il segno di discontinuità e soprattutto tracciare le linee del progetto di riforma. Oggi approviamo le norme per il rinnovo della governance, ma dovremo procedere con la riforma del canone e con il nuovo contratto di servizio. Il professor Pitruzzella, presidente dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato durante 1'audizione nella nostra Commissione, ci ha ricordato come 1'evoluzione tecnologica e lo sviluppo dei servizi audiovisivi on line, pure importantissimi, non hanno ancora scalfito la centralità del settore televisivo tradizionale sia sotto il profilo sociale che sotto il profilo economico: la televisione è infatti tuttora la più grande industria editoriale italiana, il primo medium per investimenti pubblicitari e il tempo dedicato dal pubblico alla televisione cresce. Il settore mantiene ancora un ruolo centrale nella filiera di produzione dei contenuti.

Dato questo scenario, appare quindi importante partire con il dare alla RAI una nuova guida chiara, riconosciuta, trasparente, efficiente e responsabilizzata: un capo azienda capace di prendere le decisioni, ma anche di essere chiamato a risponderne e di offrire un nuovo linguaggio editoriale che sia fruibile a tutti, ma al contempo di contenuti e crescita, e che sia volano del nostro modello produttivo e della bellezza del nostro territorio, dei prodotti che da questo territorio nascono e dell'incanto che ogni angolo del nostro Paese offre. Occorre una linea editoriale che non sia ridondante e che riesca ad eliminare costi inutili, anche con la riforma delle testate giornalistiche. È questa una modernizzazione necessaria, volta ad adeguare il modello produttivo delle news agli standard internazionali, con meno testate e più produzione di reportage e documentari.

Certo, la prova se saremo riusciti nel nostro intento l'avremo quando potremo verificare la qualità delle nuove nomine e la validità del progetto, della missione e del nuovo palinsesto. Dipenderà però da noi se sapremo essere conseguenti a quello che abbiamo scritto in questo provvedimento. Infatti, nel disegno di legge che discutiamo in Aula è chiaro il profilo a cui dobbiamo ispirare le nomine: professionisti, donne e uomini qualificati, i migliori. È anche chiara la missione a cui ci ispiriamo. Se sapremo essere all'altezza della sfida che con questo disegno di legge lanciamo a noi stessi e al Paese, avremo avviato e in parte realizzato un'altra delle riforme strategiche per il Paese.

Anche per questo motivo, abbiamo ricercato convergenze in Commissione. Infatti, siamo ostinatamente convinti che le riforme importanti si debbano fare insieme, perché solo così potremo far uscire il nostro Paese da questa triste fase in cui prevalgono ancora la ricerca dello scontro, l'odio e la voglia di distruggere rispetto alla volontà di costruire. Abbiamo bisogno di costruire e su questo dovremmo impiegare tutte le nostre energie, dividerci, discutere e confrontarci, per costruire una RAI che sappia fare cultura e non si adegui ai livelli più bassi del mercato, ma che sia, tramite produzioni proprie, un motore di eccellenza ed un punto di rinascita dell'economia del nostro Paese, tramite quel mercato culturale di cui tanto si parla, a volte però senza riscontri oggettivi.

La RAI può e deve acquisire un nuovo profilo internazionale, anche attraverso la produzione di programmi in lingua inglese e la creazione di un canale culturale all'altezza dei migliori esempi europei. Con questo provvedimento facciamo un altro passo verso il cambiamento. Tanto resta ancora da fare - non ce lo nascondiamo - ma sono certa che solo da questa ed altre fatiche nascerà il Paese che vogliamo: un Paese migliore, più giusto e moderno, all'avanguardia e di esempio in Europa e nel mondo (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tosato. Ne ha facoltà.

TOSATO (LN-Aut). Signora Presidente, leggendo questo provvedimento, questa pseudoriforma, si ha subito la sensazione che si tratti di una delle tante riforme annunciate in modo molto roboante da parte del presidente del Consiglio Renzi, ma che poi, nei contenuti, sono veramente poca cosa.

C'è un disegno che attraversa questo Governo, che è quello di portare avanti mille infiniti provvedimenti in tutti i settori della vita pubblica - dalla riforma della scuola, alla riforma del lavoro, alla riforma della RAI, alle riforme costituzionali - la cui unica costante è quella di dimostrare al Paese che c'è un'attività molto intensa da parte del Governo e del primo ministro Renzi, che vuole cambiare le cose e che ha intenzione di dimostrare che il suo decisionismo è la strada giusta per migliorare la situazione del Paese.

Tuttavia, nei contenuti di queste riforme ci sono poi, spesso e volentieri, degli elementi costanti. Il primo è la pochezza dei cambiamenti che queste pseudoriforme porteranno. Non incidono sulla situazione del Paese e non incidono sulla qualità della vita dei cittadini. Questa riforma è uno dei tanti esempi che dimostrano questa nostra convinzione.

D'altra parte, c'è un altro elemento costante e cioè la volontà di accentrare il potere, che dovrebbe spettare al popolo, nelle mani dell'Esecutivo e dei partiti più in generale. Lo abbiamo visto con la riforma costituzionale e con la riforma elettorale della Camera, che di fatto non permette ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti, che assegna il premio di maggioranza non più alla coalizione, ma al singolo partito che dovesse vincere le elezioni. Lo abbiamo visto con la riforma del Senato, in cui dietro considerazioni legate alla riduzione del numero dei rappresentanti, e quindi dei possibili risparmi che servono come specchietto per le allodole per l'opinione pubblica, di fatto si sottrae al popolo la possibilità di eleggere i propri rappresentanti e si concentrano i poteri. Infatti con queste riforme di fatto il Governo, la maggioranza, il Partito Democratico vuole ottenere la possibilità, vincendo le elezioni alla Camera, di eleggere da solo il Presidente della Repubblica e gli organi di garanzia e controllo, il CSM e la Corte costituzionale.

Anche questa pseudoriforma rientra in questo disegno, perché nei contenuti, di fatto, non si cambiano la strategia e la natura della RAI riportandola ad essere un servizio pubblico utile al Paese e ai cittadini e garanzia di libera informazione. Ci si è, per l'ennesima volta, concentrati su un unico tema fondamentale, e cioè sulla modalità di elezione del consiglio di amministrazione, dell'amministratore delegato, dei direttori delle reti.

Questa in sostanza è la riforma portata avanti da Renzi. Assistiamo periodicamente a queste modifiche, vediamo che ora il consiglio di amministrazione dovrebbe passare da nove a sette componenti. Negli annunci di Renzi si diceva che si sarebbe tolto potere alla politica e ai partiti di controllare le nomine e poi nella parte relativa alla composizione si vede che due dei sette componenti verranno nominati dalla Camera, due dal Senato e due dal Governo; quindi su sette componenti sei verranno nominati dalla politica e certamente quattro dalla maggioranza, quindi garantendo a chi vince le elezioni la possibilità di controllare la RAI, come sempre è stato fatto e come sembra sia impossibile cambiare.

Non ci parli quindi, Renzi, di riforme che rappresentano il cambiamento. Le sue riforme rappresentano la conservazione, la continuità e l'arroganza con cui esercita il potere; un'arroganza che ci dimostra tutti i giorni: o si è con lui o contro di lui, non c'è possibilità per il Parlamento di incidere sulle scelte, non c'è dibattito all'interno del suo partito, dove i dissenzienti vengono messi fuori dalle Commissioni o ridotti al silenzio, con la continua e costante minaccia delle elezioni.

Questo è il metodo di governare dell'attuale Presidente del Consiglio, che noi non apprezziamo e che non consideriamo positivo, e che soprattutto non è legato a risultati concreti ed efficaci per migliorare le condizioni del Paese. Se ci fosse un uomo solo al comando che però fa qualcosa di utile per il Paese sarebbe una situazione che a noi non piacerebbe, ma che almeno potrebbe avere qualche aspetto positivo. Ci troviamo invece nella situazione peggiore possibile: un atteggiamento autoritario nei confronti del Parlamento ed il nulla totale nelle pseudoriforme che vengono portate avanti dall'attuale Governo.

Nulla cambierà, quindi, con il consiglio di amministrazione così composto, controllato dalla maggioranza, che potrà nominare l'amministratore delegato, il presidente della RAI e di conseguenza, a cascata, anche i direttori delle reti e tutta la catena di comando RAI.

Avevamo presentato delle proposte alternative e si poteva discutere sulla nostra visione, che era legata ad un'altra considerazione: se veramente si vuole togliere o comunque, per non avere degli atteggiamenti troppo ottimistici o utopistici, limitare il ruolo e il controllo dei partiti e della politica sulla RAI, bisognava far entrare nel consiglio d'amministrazione figure che fossero emanazione di altri soggetti che potevano avere un ruolo importante. Di fatto, ci sarà solo un componente esterno alla politica nell'attuale visione della maggioranza, che è un rappresentante dei dipendenti RAI.

Non si sono volute prendere in considerazione altre proposte, alcune delle quali avanzate dal nostro Gruppo, volte a prevedere l'inserimento, ad esempio, di un rappresentante dell'associazione dei consumatori, di un rappresentante dell'AGCOM, ed eventualmente anche di un rappresentante degli enti locali, dando vita quindi ad una composizione mista e non solo partitica che nel tempo avrebbe portato probabilmente a una situazione migliore, non concentrata sul clientelismo e sull'amicizia politica, ma su criteri più ampi di rispetto nei confronti dei veri fruitori di questo servizio che sono i cittadini e tutti coloro che periodicamente e quotidianamente si sintonizzano sui canali RAI. Questo non è stata fatto, quindi: potere ai partiti, potere alla maggioranza, potere al Governo.

Un altro tema che non ha trovato attuazione in modo chiaro e netto all'interno di questo provvedimento è la delega relativa al finanziamento della RAI. Ricordo che nella recente legge di stabilità, quella dello scorso dicembre, sembrava ci fosse la volontà da parte del Governo di decidere per una diversa modalità di finanziamento del servizio pubblico. Doveva essere fatto un emendamento all'ultimo momento, ma poi si è ritenuto di non farlo, perché non si era ancora pronti per avanzare una proposta chiara e netta. Sono trascorsi altri mesi e ora ci troviamo con un provvedimento all'interno del quale c'è una delega molto generica, in cui non si capiscono le modalità e gli indirizzi di questo finanziamento che il Parlamento dovrebbe attribuire al Governo.

C'è un eccesso di delega su un tema molto delicato sul quale avrebbe dovuto esserci un dibattito a carte scoperte tra Parlamento e Governo, che invece non ci sarà, semplicemente perché il Governo chiede esclusivamente la delega su questo tema; non esprime quali sono le linee di indirizzo e quindi si assume la responsabilità di prendere decisioni in via del tutto autonoma.

È un tema che sta molto a cuore al nostro Gruppo politico, che in passato ha fatto delle battaglie su questa vicenda. Noi riteniamo che ormai sia anacronistico immaginare una tassa di proprietà sull'apparecchio televisivo obbligatoria per tutti i cittadini, anche coloro che non vogliono usufruire del servizio pubblico della RAI. Perché di fatto si tratta di una tassa a pieno titolo, una delle infinite tasse applicate dallo Stato per legare la vita dei cittadini a questa eterna attività di pagamento di balzelli, di tariffe, e così via. Lo Stato in questi anni ha svolto un'attività principale: quella di aggiungere tasse a tasse, con una fantasia che onestamente è straordinaria. Peccato che non ne abbia prevista l'applicazione riguardo a tanti altri aspetti ben più utili della vita quotidiana dei cittadini.

Noi riteniamo che sarebbe giusto che fosse una libertà dei cittadini quella di poter scegliere se pagare questa tassa e quindi usufruire del servizio. Non è corretto che venga preclusa la libertà di utilizzare l'apparecchio televisivo per altri scopi, ad esempio per le televisioni locali o commerciali che si autofinanziano, o le televisioni a pagamento in cui c'è un rapporto chiaro tra il fruitore del servizio e coloro che fanno una proposta commerciale. Questa è una situazione inaccettabile che noi non condividiamo, ma che abbiamo timore sarà perpetuata da parte del Governo attraverso la delega che il Parlamento gli garantirà.

Un altro tema che non è stato assolutamente toccato è quello della revisione del ruolo del servizio pubblico. Ormai la RAI è diventata un'azienda con una programmazione assolutamente generalista, che si è adeguata totalmente alla programmazione delle televisioni commerciali: ormai non c'è più alcuna differenza, c'è differenza solo nel canone, nel controllo della politica, in un eccesso di spesa incontrollata e, quindi, in un cattivo utilizzo delle risorse pubbliche; ma dal punto di vista del servizio che viene garantito al cittadino, non c'è alcuna differenza. Le uniche differenze, quindi, sono negative.

Noi vorremmo un servizio pubblico diverso, in cui i palinsesti non fossero di tipo commerciale, ormai quasi esclusivamente dedicati all'intrattenimento, ma che potessero offrire, invece, la divulgazione di programmi di tipo culturale, educativo, sportivo e la promozione del territorio e del turismo. La RAI non fa abbastanza da questo punto di vista. Il nostro Paese ha bellezze straordinarie, con tante differenze, che non vengono messe in evidenza dalle sue programmazioni; è un punto debole, perché dovremmo spingere i nostri concittadini ad avere conoscenza delle ricchezze del nostro territorio, ad usufruirne, diventando turisti all'interno del proprio Paese.

Invece, i palinsesti - come ho detto - sono quasi esclusivamente di stampo commerciale, qualunquista per certi versi, di fronte ai quali il cittadino non ha grande scelta; c'è un'omologazione con le televisioni private che sicuramente non rende più significativa la presenza di un servizio pubblico a pagamento nel nostro Paese.

Non viene, poi, trattato con adeguata attenzione - anche se non è oggetto principale di questa riforma - il rapporto con le televisioni locali. Come ha ricordato un mio collega, in passato c'era un'attenzione affinché esistesse un pluralismo, che noi riteniamo fondamentale, una ricchezza per il Paese; invece, il Governo nel tempo ha ridotto sempre più le risorse a disposizione delle emittenze locali e ciò rappresenta un altro aspetto negativo, che noi non condividiamo.

In sostanza, ci sono molte ombre su questo provvedimento. Soprattutto, è un provvedimento che, al di là dei contenuti (che sono pochi), spicca e si evidenzia per l'assenza di riforme chiare, nette, utili a migliorare il servizio del quale i cittadini italiani dovrebbero usufruire in modo più ampio, più efficace e più completo.

Per tutti questi motivi credo che non si possa assolutamente esprimere una valutazione positiva della riforma che stiamo discutendo in quest'Aula deserta, come purtroppo spesso accade. Il Governo dà ordini al Parlamento e il Parlamento non prende più iniziative; vi è un capovolgimento dei ruoli: l'Esecutivo, ormai, assolve anche al ruolo di organo legislativo. È una situazione in cui sembra che l'unica dinamica presente in quest'Aula sia quella di spostarsi, da parte di alcuni parlamentari, da un Gruppo all'altro; in cui la maggioranza teme solo una cosa, ossia di dover tornare alle elezioni; in cui non ci sono più contenuti, non ci sono più riforme vere e si affrontano temi assolutamente marginali, che non stanno incidendo sulla qualità della vita dei nostri cittadini.

Questa riforma non avrà alcun effetto pratico e concreto sulla qualità della vita e sulle difficoltà che affrontano i nostri concittadini, ma interviene su un tema che interessa esclusivamente a Renzi, ai partiti e alla gestione del potere. Non stiamo affrontando temi legati all'economia o alla necessità di ridurre la spesa pubblica e la pressione fiscale. Questi temi, ormai, sono fuori dalla discussione di queste Aule perché sono difficili da affrontare, ma sono anche gli unici importanti, gli unici che potrebbero determinare un cambiamento vero e reale per la nostra comunità, per coloro che ogni giorno guardano con distacco alla politica. La politica che non si sta occupando di loro, ma che è tutta concentrata sugli equilibri interni a questi palazzi, sulla volontà di conservare il potere e di perpetuare nel tempo la propria presenza in queste Aule, ormai con un distacco totale dalla realtà di tutti i giorni al di fuori di qui. Qui non si fanno le riforme vere, ma si ha una visone distorta della realtà, con un ottimismo che ormai lascia il tempo che trova e che non viene più neanche preso seriamente da parte dei nostri cittadini. Si è rotto un rapporto di fiducia tra noi, la politica, e il Paese e forse questo Governo è uno di quelli maggiormente responsabile di questo scollamento.

Renzi è stato visto all'inizio con una certa simpatia da parte di molti cittadini italiani, sperando che in lui ci fosse novità, cambiamento. Nella realtà dei fatti, si è visto che anche Renzi è ben poca cosa. È semplicemente un uomo preso da se stesso, dal suo orgoglio, dalla sua presunzione, dalle sue ambizioni, che cerca di ingannare chiunque lo ascolti, ma che, in realtà, ormai sta ingannando solo se stesso.

Il Paese è ben lontano da quei primi mesi. L'opinione pubblica è ben lontana dal Renzi-pensiero e anche quest'oggi, purtroppo, stiamo dimostrando che quest'Aula non si sta occupando di problemi reali, ma di una rivisitazione della composizione del CDA della RAI, a dimostrazione che stiamo perdendo un'altra buona occasione per affrontare temi ben più rilevanti e diventando causa (noi, purtroppo, per necessità, perché non abbiamo le leve del comando) di questo scollamento tra palazzi e popolo.

Quindi, termino il mio intervento auspicando che questa discussione possa terminare con qualche risultato concreto attraverso l'azione emendativa, con qualche cambiamento reale di cui il nostro rappresentante in Commissione, il senatore Crosio, ha tentato di farsi promotore e che speriamo che almeno in Aula trovi qualche risultato positivo.

PRESIDENTE. Rinvio il seguito della discussione dei disegni di legge in titolo ad altra seduta.

Interventi su argomenti non iscritti all'ordine del giorno

GATTI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GATTI (PD). Signora Presidente, in armonia con quanto sta accadendo alla Camera dei deputati, a fine seduta molte di noi (e spero molti di noi) interverranno sulla questione relativa al diritto delle donne di questo Paese di utilizzare la cosiddetta opzione donna per andare in pensione maturando i diritti entro il 31 dicembre 2015.

È una situazione annosa. C'è una circolare dell'INPS che, secondo noi contra legem, ha deciso che non di maturazione del diritto, ma di effettiva andata in pensione si dovrebbe trattare entro il 31 dicembre 2015, tenendo conto anche della finestra di un anno per le lavoratrici del settore privato e di 18 mesi del settore pubblico.

Prima di leggere, come stiamo facendo sia alla Camera che al Senato, i comunicati dei comitati INPS di diverse Province e Regioni che su questo si sono espressi, io vorrei ricordare l'Atto Senato 149, che si è concluso con una risoluzione contemporanea di Camera e Senato, relativamente a questo problema.

Ne richiamo il dispositivo che impegna il Governo a sollecitare l'INPS, anche allo scopo di evitare contenziosi già avviati e futuri, a rivedere il punto 7.2 della circolare n. 35 del 2012 concernente la liquidazione del trattamento pensionistico per le lavoratrici in regime sperimentale. Per esse non devono applicarsi la finestra mobile per la decorrenza del trattamento pensionistico né le aspettative di vita, ma resta valida la semplice maturazione dei requisiti anagrafici e contributivi entro il 31 dicembre 2015, come peraltro chiaramente definito dalla legge.

Vorrei soltanto dire che si sta sviluppando un grande contenzioso e che esiste il comitato opzione donna che ha promosso una class action: applicando alla normativa vigente quest'opzione le donne accettano di andare in pensione con il calcolo completamento contributivo. Questo significa che avremo un risparmio secco da parte dell'amministrazione.

Il comunicato dell'INPS, di cui do lettura, evidenzia come vi sia un rimpallo assai poco istituzionale fra Ministero del lavoro e MEF sul parere da dare alla risoluzione di un problema come questo. Si tratta del comunicato del comitato provinciale dell'INPS di Pisa, che è la Provincia dove sono stata eletta e risiedo: «Il comitato provinciale INPS di Pisa, riunitosi in data 17 febbraio 2015, visto quanto sancito dall'articolo 1, comma 9, della legge 23 agosto 2004, n. 243, le lavoratrici hanno la possibilità di conseguire in via sperimentale, fino al 31 dicembre 2015, il diritto all'accesso al trattamento pensionistico di anzianità secondo le regole di calcolo del sistema contributivo, in presenza di un'anzianità contributiva pari o superiore a 35 anni e di un'età pari o superiore a 57 anni per le lavoratrici dipendenti e a 58 anni per le lavoratrici autonome, cosiddetta opzione donna; considerato che l'articolo 24, comma 14, del decreto-legge n. 201 del 2011, convertito con modificazioni dalla legge n. 214 del 2011, legge Fornero, ha fatto salva tale facoltà, lasciando l'opzione donna in vigore con le precedenti regole; verificato che l'INPS, con le circolari nn. 35 e 37 del 2012, applicative della legge n. 24 del 2011, ha invece modificato in senso restrittivo, stabilendo che per la maturazione del diritto al pensionamento venga considerato sia l'incremento dell'età legato alla speranza di vita, sia il sistema delle finestre mobili, e conseguentemente è fissata al 31 dicembre 2015 la decorrenza del trattamento pensionistico, anziché la maturazione del requisito; auspica che gli organi competenti decidano di rivedere le indicazioni espresse nella circolare n. 35 del 2012, mantenendo la data di maturazione del diritto al 31 dicembre 2015 o stabilendo un prolungamento della data di decorrenza».

Signora Presidente, spero che questa questione annosa trovi soluzione, anche perché il 31 dicembre del 2015 arriverà presto e giacciono presso l'INPS una serie di domande di pensione già presentate, anche se accettate con riserva.

PADUA (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PADUA (PD). Signora Presidente, approfitto di questo momento per segnalare ancora una volta un argomento del quale mi sono parecchie volte occupata e per il quale all'inizio di giugno ho presentato una mozione, finalizzata ad accendere ancora una volta i riflettori sulle conseguenze non sempre esclusivamente positive della revisione della geografia giudiziaria.

Come si ricorderà, il Senato, con la conversione del decreto-legge n. 338 del 2011, convertito poi nella legge n. 148 del 2011, ha delegato il Governo ad adottare atti idonei alla riorganizzazione della distribuzione territoriale degli uffici giudiziari, al fine di realizzare risparmi di spesa ed incrementi di efficienza. All'articolo 8, si stabiliva che, per specifiche ragioni organizzative funzionali, il Ministro della giustizia potesse disporre l'utilizzo al servizio dei tribunali per un periodo non superiore ai cinque anni a partire dalla data d'efficacia del decreto e che quindi potesse disporre degli immobili di proprietà dello Stato ovvero di proprietà comunale interessati da interventi edilizi finanziati ai sensi dell'articolo 19 della legge n. 119 del 1981, adibiti a servizio degli uffici giudiziari.

La politica di revisione giudiziaria è stata basata sui criteri della razionalizzazione della spesa pubblica dei tribunali stessi, finalizzata a realizzare risparmi di spesa e incremento di efficienza.

Tuttavia, almeno per talune strutture giudiziarie presenti sul territorio nazionale, appare evidente come non si sia tenuto in debito conto della situazione infrastrutturale esistente, essendo stati chiusi uffici di sedi nuove o ristrutturate di tribunali accorpati, per i quali la logica della cosiddetta spending review, connessa all'incremento dell'efficienza dei servizi, non sembra aver trovato luogo.

Tale considerazione vale, ad esempio, per le ex sedi di tribunali di Modica, di Bassano del Grappa o di Chiavari. In merito al tribunale siciliano, ad esempio, si evidenzia come l'immobile ove oggi ha sede il tribunale di Ragusa (accorpante quello di Modica e la sezione distaccata di Vittoria) è strutturalmente inadeguato a far fronte alle gravose sopravvenienze conseguite al citato processo, al punto che, al fine di dare risposte alla nuova domanda di giustizia, il Comune di Ragusa ha dovuto indicare un'altra struttura, il palazzo ex INA, ai fini dell'utilizzo dei locali per le funzioni giurisdizionali. Al contempo, però, si è rinunziato - ed è qui il paradosso - ad utilizzare in via definitiva l'esistente palazzo di giustizia dell'ex tribunale di Modica, ultimato nel 2004 con un costo di circa 12 milioni di euro, posto nelle vicinanze della principale arteria di viabilità e realizzato proprio per tale destinazione. Nella sostanza, è stata chiusa, priva finora di alcuna destinazione d'uso, una sede moderna, funzionale, antisismica, attrezzata con un grande parcheggio, servita da tutti i più avanzati impianti tecnologici e telematici e nella condizione di ospitare al meglio le funzioni giudiziarie nel territorio. Fra l'altro, sia la sede centrale del tribunale di Ragusa che quella acquisita successivamente, come evidenziano anche numerose fonti giornalistiche, sono state recentemente interessate da crolli di calcinacci o di pannelli dai soffitti. E, per utilizzare questo palazzo, si spendono circa un milione e 300.000 euro all'anno.

Capisco che il mio tempo stia per finire, ma il messaggio è questo. Siccome sono previsti meccanismi correttivi, qualora l'analisi della revisione della geografia giudiziaria avesse rivelato delle incongruenze di questo genere, questi criteri attuativi non sono stati predisposti. Ho presentato un'interrogazione firmata, oltre che da me, da altri 29 senatori: quindi ha rilevanza, perché si tratta di un problema molto serio. Se è necessario, com'è stato necessario, fare la spending per una revisione, non credo che ci sia qualità di risparmio se non utilizziamo degli edifici nuovi e spendiamo invece risorse per gli affitti.

Per non fare una cosa campanilistica, perché non vorrei che si leggesse così, cito soltanto l'esperienza di Chiavari (anche lì si racconta di questo)...

PRESIDENTE. La invito a concludere, senatrice Padua.

PADUA (PD). Concludo, signora Presidente, mi perdoni.

Come dicevo, lì le persone disabili o che comunque si spostano da Comuni lontani devono utilizzare addirittura l'ambulanza per andare al tribunale, avendo la struttura nuova chiusa. Mi sembra che si debba avere il coraggio di rivedere delle cose. Siccome i tempi stanno scadendo, perché a metà settembre non si potrà più intervenire, allora io lo segnalo ulteriormente all'Assemblea e spero, signora Presidente, che lei si farà carico di questo. (Applausi dal Gruppo M5S).

MUNERATO (Misto-FAL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MUNERATO (Misto-FAL). Signora Presidente, due giorni fa, a Villanova del Ghebbo, un paesino della provincia di Rovigo vicino a Lendinara, uno straniero africano ha gettato nel panico un tranquillo quartiere residenziale, agitando un bastone, urlando e minacciando i passanti. Un gesto folle, ma non isolato. Aveva già colpito la follia di questo venditore ambulante e, grazie al lassismo di questo Paese e alla manica larga del nostro farraginoso sistema giudiziario, quest'uomo è libero di fare danni e di umiliare i quieti residenti di Villanova del Ghebbo. Il fatto è stato ripreso da un ragazzo con il proprio smartphone e, su YouTube e Facebook, sta diventando virale: ha fatto il giro del web. Non fa bella figura Villanova del Ghebbo e non fa bella figura il nostro Paese.

La causa del folle gesto è che lo straniero non si è accontentato delle poche monete ricevute in dono da un residente della zona, che gliele ha date perché se ne andasse. Il ragazzo era troppo insistente: vendeva oggetti che il signore non voleva comperare. È forse un delitto non avere bisogno di scope e ombrelli?

La popolazione si sente presa in giro; deve abbassare la testa di fronte ad immigrati che si comportano da padroni: è questo il messaggio che sta passando e che scatena un dilagante senso di rabbia nella gente comune.

Quello che serve subito è un'intensificazione della presenza delle Forze dell'ordine, soprattutto nei territori a bassa densità abitativa come il Polesine, la Provincia di Rovigo. È in queste realtà che il crimine, i furti e la violenza riescono a proliferare impuniti, proprio perché i nostri agenti hanno un territorio troppo vasto da controllare e le unità operative sono troppo poche.

Un'altra cosa che serve fare subito è dare immediatamente il permesso umanitario temporaneo a chi sta sbarcando ad ondate nelle nostre coste. L'invasione non può essere un problema soltanto nostro: se ne deve occupare l'Europa. Ma forse il Governo Renzi ha paura di fare arrabbiare la Merkel e gli altri potenti. Con il permesso umanitario temporaneo vedrete che la maggior parte di coloro che sbarcano sulle nostre coste prenderà la via di Germania, Francia e del Nord Europa.

Serve coraggio e volontà di difendere i nostri territori, la nostra gente. Il coraggio che voi state dimostrando di non avere. (Applausi dal Gruppo Misto-FAL).

BOTTICI (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BOTTICI (M5S). Signora Presidente, dopo la prima evidenza della presenza del tallio, metallo pesante molto tossico, dell'11 settembre 2014 nella zona di Valdicastello a Pietrasanta, provincia di Lucca, gli abitanti del Comune versiliese non hanno trovato ancora pace.

Inizialmente la presenza di tale sostanza era stata riscontrata solo nell'acquedotto della frazione più vicina alla fonte inquinata ma poi, a causa di una approssimata gestione del problema da parte di Gaia Spa, il gestore idrico locale, il problema si è propagato fino al centro storico.

Si sono susseguite ordinanze del sindaco che impedivano l'utilizzo dell'acqua proveniente dall'acquedotto comunale ed è iniziata, con l'intervento della Regione Toscana, l'indagine epidemiologica per valutare il reale stato di salute dei cittadini. In realtà, gli studi sono due: il primo portato avanti dall'Unità sanitaria locale, con la partecipazione ai tavoli di lavoro regionali, e il secondo dal Consiglio nazionale di ricerca di Pisa.

All'inizio di questo mese sono usciti i primi preoccupanti risultati: i test delle urine confermano l'intossicazione da tallio per il 40 per cento dei casi valutati, mentre le analisi del capello per il 60 per cento dei casi valutati. Questi allarmanti numeri fanno nascere spontanea una domanda: qual è il reale stato di salute dei cittadini dell'area interessata da questa calamità? Si intende verificare nel tempo l'evoluzione, dal punto di vista sanitario ed ambientale, della vicenda tallio?

È notizia di ieri che il MIUR ha assegnato un finanziamento di oltre 500.000 euro al ricercatore Cristian Biagioni dell'università di Pisa, vincitore del programma SIR bandito a livello nazionale, per condurre uno studio atto ad acquisire ulteriori dati sulla mineralogia e la geochimica della zona versiliese, per poter comprendere meglio i meccanismi di rilascio e dispersione del tallio nell'ambiente. Quindi, la questione è nota, conosciuta.

Già il 21 novembre 2014 presso la Camera dei deputati è stata presentata un'interpellanza urgente al ministro Lorenzin, a cui ancora non è stata data risposta, in cui si informava il Ministro del preoccupante quadro verificatosi nella città di Pietrasanta dagli inizi di settembre 2014 e si chiedeva di stabilire un limite di legge per il tallio nelle acque potabili e di inserire tale elemento nei metalli da ricercare, visto che attualmente nessuno lo cerca e, quando lo si trova, non si sa cosa fare.

L'8 luglio di quest'anno, il neoeletto sindaco Mallegni, attualmente sospeso per la legge Severino, ha emesso una nuova ordinanza di non utilizzo dell'acqua potabile per scopi alimentari.

Oggi, in sinergia con i consiglieri comunali e regionali del Movimento 5 Stelle, che ieri hanno chiesto spiegazioni e presentato un'interrogazione al Consiglio regionale, abbiano preparato una nuova interrogazione per il ministro Lorenzin, con la speranza che questa volta risponda, perché i cittadini di Pietrasanta non possono più aspettare. (Applausi dal Gruppo M5S).

CASTALDI (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CASTALDI (M5S). Signora Presidente, lei è stata magnanima con tutti, ma cercherò di recuperare con un brevissimo intervento.

Vorrei far notare che a Vado Ligure l'impianto a carbone della Tirreno Power funziona con valori emissivi nettamente superiori a quelli resi disponibili dalle migliori tecniche possibili, grazie ad agevolazioni di politici e amministratori regionali, provinciali e comunali, a cui sono contestate due cosette come l'abuso di ufficio e il disastro colposo aggravato. La procura indaga su 497 morti anomale, su 2.097 ricoveri per malattie respiratorie e cardiovascolari e su 586 ricoveri di bambini per patologie respiratorie. Tutto questo produce un profitto di circa un miliardo di euro.

Dalle intercettazioni pubblicate emerge una chiara organizzazione per costruire una norma ad hoc, che contenga un'interpretazione più favorevole alla Tirreno Power. Nelle intercettazioni vengono citati spesso non Totò 'u curtu o altri noti delinquenti, ma due membri illustri di questo Governo: il sottosegretario De Vincenti e la ministra Guidi. Il primo pare si sia adoperato per aggirare le prescrizioni ambientali e per bloccare, tramite il CSM, il titolare delle indagini, la seconda per favorire la Tirreno Power nell'aggiramento delle norme, insieme all'ex ministro della giustizia Paola Severino, che guarda caso adesso è l'avvocato di Tirreno Power.

Esposto questo quadretto, molto bello e carino, informo la Presidenza che oggi stesso depositerò un'interrogazione orale, con carattere d'urgenza, per sapere soprattutto tre cose: se il Presidente del Consiglio e anche i Ministri conoscono questi fatti, se la presenza nel Governo del sottosegretario De Vincenti sia ancora compatibile e, soprattutto, se sia doveroso - come ritengo che sia - riferire al Parlamento sull'effettivo adempimento, conforme a legalità ed onore, nei confronti delle istituzioni che queste persone rappresentano. (Applausi dal Gruppo M5S).

CANDIANI (LN-Aut). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Senatore Candiani, voglio ricordarle che abbiamo già stabilito che per poter intervenire in fine seduta si deve comunicare la propria intenzione entro mezz'ora dalla chiusura della seduta stessa. Come accaduto in precedenza per la senatrice Paglini, la iscrivo quindi come primo negli interventi da svolgere al termine della prossima seduta.

Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ordine del giorno
per la seduta di martedì 21 luglio 2015

PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica martedì 21 luglio, alle ore 16,30, con il seguente ordine del giorno:

(Vedi ordine del giorno)

La seduta è tolta (ore 12,57).

Allegato A

DISEGNO DI LEGGE NEL TESTO PROPOSTO DALLA COMMISSIONE

Riforma della RAI e del servizio pubblico radiotelevisivo (1880)

PROPOSTE DI QUESTIONE PREGIUDIZIALE

QP1

CROSIO, ARRIGONI, CALDEROLI, CANDIANI, CENTINAIO, COMAROLI, CONSIGLIO, DIVINA, STEFANI, STUCCHI, TOSATO, VOLPI

Respinta (*)

Il Senato,

        premesso che:

            il disegno di legge in esame non prevede l'ingresso nel consiglio di amministrazione di un rappresentante delle associazioni dei consumatori e un rappresentante dell'Autorità garante per le comunicazioni continuando inappropriatamente a delegare la vigilanza alla commissione parlamentare. La partecipazione del cittadino alla vita democratica è un principio che discende direttamente dal diritto di sovranità popolare e dal diritto di cittadinanza, riaffermato dalla normativa europea. Alcune azioni dell'Unione, quali la «Carta europea dei diritti dell'uomo nella città» (2000) e l'Agenda della conferenza di Fuerteventura, «Sviluppo della cittadinanza democratica e di una leadership responsabile a livello locale» (2002), sostengono la partecipazione diretta dei cittadini e la massima trasparenza nelle comunicazioni tra pubblica amministrazione e cittadini. Alla luce di queste considerazioni, la caratteristica costitutiva del servizio pubblico radiotelevisivo deve essere la trasparenza nei confronti degli utenti. È manifestamente incostituzionale che in questo disegno di legge non si tenga conto di questo principio fondamentale sancito dalla nostra Costituzione. Nella maggior parte dei Paesi europei la trasparenza è garantita con strumenti diretti per la verifica e la bontà dei servizi erogati e attraverso l'individuazione di un organo supervisore designato a rappresentare gli interessi della società in generale e incaricato di valutare l'operato dell'azienda;

            l'articolo 21 della Costituzione sancisce non solo il «diritto di informare» come profilo attivo della libertà di espressione riferita a coloro che operano nel sistema dei media, ma anche il diritto all'informazione come profilo passivo riferito a tutti i cittadini in quanto componenti di quella opinione pubblica su cui la democrazia si fonda. La RAI, in qualità di concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo, sulla base di un Contratto nazionale stipulato con il Ministero, deve garantire l'accesso ad un'informazione libera e completa a tutti i cittadini attraverso una «copertura integrale sul territorio nazionale». Spesso il vero ruolo di servizio pubblico, considerata la copertura capillare su tutto il territorio nazionale, viene svolto dalle tv locali e non dalla concessionaria che, per motivi orografici o per assenza di ripetitori, soprattutto in seguito al passaggio dalla televisione di tipo analogico al metodo digitale terrestre, non è in grado di assolvere al ruolo pubblica attribuitole. Si considera quindi palesemente incostituzionale continuare ad attribuire in esclusiva il rapporto di servizio pubblico alla RAI senza considerarne gli oggettivi limiti e non ravvisando la necessità di includere altri soggetti nell'erogazione di tale servizio;

            il presente disegno di legge, non prevedendo esplicitamente forme di controllo differenti dall'attuale commissione parlamentare di vigilanza, fa presagire una pianificazione della programmazione svolta dalla RAI come servizio pubblico non rispondente ai principi di obiettività, trasparenza e pluralismo. Il pluralismo, per definirlo con le parole della sentenza della Corte costituzionale n. 826 del 1988, è la concreta possibilità di scelta tra programmi che garantiscano l'espressione di tendenze aventi caratteri eterogenei;

            l'articolo 4 del provvedimento in esame prevede una delega per la disciplina del finanziamento pubblico della RAI, rimandando a decreti legislativi l'urgente revisione della normativa vigente in materia di canone di abbonamento volto a garantire l'erogazione del servizio pubblico. Tale delega non sembra rispondere al disposto di cui all'articolo 76 della Costituzione. L'esercizio della funzione legislativa può difatti essere delegato al Governo con determinazione dei principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti. I princìpi e i criteri diretti alla base della delega appaiono ampi e generalistici da far presupporre l'impossibilità effettiva del Governo di rispettare la legge di delegazione producendo nei fatti un eccesso di delega che, sottoposto al giudizio della Corte costituzionale, ne comporterebbe inevitabilmente una dichiarazione di incostituzionalità;

            l'inattività del Governo nell'introdurre norme a contrasto della strutturale evasione fiscale del canone si manifesta palesemente incostituzionale in quanto in contrasto con il principio ex articolo 53 della Costituzione che stabilisce che tutti i cittadini devono concorrere alle spese pubbliche,

        delibera di non procedere all'esame del disegno di legge in esame.

QP2

CIOFFI, AIROLA, SCIBONA, MARTON

Respinta (*)

Il Senato,

            in sede di esame del disegno di legge n. 1880, concernente la Riforma della RAI e del servizio pubblico radiotelevisivo,

        premesso che:

            la garanzia del pluralismo e dell'imparzialità dell'informazione costituisce strumento essenziale per la realizzazione di una democrazia compiuta. La giurisprudenza costituzionale, nella sentenza, n. 420 del 1994, ha del resto richiamato il vincolo, imposto dalla Costituzione al legislatore, di assicurare il pluralismo delle voci, espressione della libera manifestazione del pensiero, e di garantire, in tal modo, il fondamentale diritto del cittadino all'informazione. Nella sentenza n. 155 del 2002 la Corte ha ribadito l'imperativo costituzionale, secondo cui il diritto di informazione garantito dall'articolo 21 della Costituzione deve essere «qualificato e caratterizzato, tra l'altro, sia dal pluralismo delle fonti cui attingere conoscenze e notizie - così da porre il cittadino in condizione di compiere le proprie valutazioni avendo presenti punti di vista e orientamenti culturali e politici differenti - sia dall'obiettività e dall'imparzialità dei dati forniti, sia infine dalla completezza, dalla correttezza e dalla continuità dell'attività di informazione erogata»;

        considerato in particolare che:

            l'articolo 2 del disegno di legge in esame riduce da 9 a 7 il numero dei consiglieri d'amministrazione, designati: due eletti dalla Camera dei deputati e due eletti dal Senato della Repubblica, con voto limitato a uno; due designati dal Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell'economia e delle finanze; uno designato dall'assemblea dei dipendenti della RAI-Radiotelevisione italiana Spa. Sono riformulati i compiti del consiglio d'amministrazione che nomina, su proposta dell'assemblea dei soci, un amministratore delegato di cui sono definiti i compiti. Sono ridotte le funzioni della Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi;

            pare del tutto evidente, dunque, che la maggioranza parlamentare e l'Esecutivo detengano integralmente il dominio assoluto sulla governance e sulla gestione della Radiotelevisione italiana, alla luce del meccanismo di nomina del consiglio di amministrazione della società concessionaria e, segnatamente, della figura dell'amministratore delegato;

            in altri termini, contrariamente ai vincoli imposti dalla Costituzione repubblicana e dalla giurisprudenza costituzionale, il disegno di legge in esame cristallizza ed istituzionalizza esasperandole, situazioni di predominio governativo, esemplarmente antitetiche ad un sistema «plurale» dell'emittenza radiotelevisiva. La dipendenza oggettiva e soggettiva del sistema radiotelevisivo pubblico dal potere esecutivo, oltre a non risultare conforme ad un ordinamento democratico, risulta non idoneo a garantire il pluralismo, l'obiettività, la completezza e l'imparzialità dell'informazione, l'apertura alle diverse opinioni, tendenze politiche, sociali, culturali e religiose, nel rispetto della libertà e dei diritti garantiti dalla Costituzione;

            in relazione alla compatibilità delle disposizioni della legge in esame con le sentenze della Corte costituzionale si consideri che essa (nella sentenza n. 826 del 1988) poneva come un imperativo la necessità di garantire «il massimo di pluralismo esterno, onde soddisfare, attraverso una pluralità di voci concorrenti, il diritto del cittadino all'informazione». E ancora, nella sentenza n. 420 del 1994, la stessa Corte sottolineava l'indispensabilità di «un'idonea disciplina che prevenga la formazione di posizioni dominanti»;

        si valuti inoltre che:

            l'articolo 117, terzo comma, della Costituzione vigente considera «l'ordinamento della comunicazione» come materia di competenza concorrente tra Stato e Regioni e ciò implica che il Parlamento deve limitarsi alla «determinazione dei princìpi fondamentali», essendo il resto di competenza del legislatore regionale. Appare nella giurisprudenza costituzionale la tendenza a tutelare, in tale ambito materiale, l'esercizio delle funzioni unitarie da parte dello Stato, contemperata dall'individuazione di procedure concertative e di coordinamento orizzontale con le Regioni quando, in una materia come r ordinamento della comunicazione, di legislazione concorrente, si ponga l'esigenza dell'«attrazione in sussidiarietà» dell'esercizio della funzione da parte dello Stato (cfr. ex plurimis la sentenza n. 303 del 2003) così come l'esigenza di tutela del diritto costituzionalmente garantito di manifestazione del pensiero (articolo 21 Cost.) preservando, comunque, spazi di differenziazione alle autonomie territoriali. A tale proposito si ricorda che la Corte costituzionale - pur sotto la vigenza del vecchio Titolo V - ha riconosciuto all'informazione la natura di «condizione preliminare ( ... ) per l'attuazione ad ogni livello, centrale e locale, della forma propria dello Stato democratico nella quale qualsivoglia soggetto o organo rappresentativo investito di competenze di natura politica» (e quindi anche le Regioni) «non può, pur nel rispetto dei limiti connessi alle proprie attribuzioni, risultare estraneo all'impiego di comunicazione di massa» (sentenza n. 348 del 1990);

            l'articolo 76 della Costituzione stabilisce che la legislazione di principio non può essere delegata al Governo prevedendo, in caso di delega legislativa, la fissazione dei principi e criteri direttivi nella legge di delegazione, approvata dal Parlamento, con procedimento normale, ai sensi dell'articolo 72, ultimo comma; rinterpretazione sistematica di questi precetti costituzionali porta ad escludere la possibilità di prevedere deleghe quali quelle recate dagli articoli 4 e 5 del disegno di legge che rappresenta un vulnus sia delle prerogative parlamentari, sia di quelle regionali;

        considerato che:

            al fine di realizzare una piena indipendenza del servizio pubblico radiotelevisivo, le regole costituiscono un presupposto necessario, che deve necessariamente accompagnarsi a un mutamento della mentalità, al radicamento della cultura dell'imparzialità, fra gli operatori del servizio pubblico e, soprattutto, nella classe politica, la quale fino ad oggi ha considerato la RAI un territorio da occupare, uno strumento subordinato ai propri interessi, un luogo in cui costituire un proprio feudo, secondo quella malintesa - ma purtroppo cristallizzata - concezione del pluralismo politico come spartizione di uno spazio pubblico piuttosto che luogo neutrale di rappresentazione della diversità politica, sociale e culturale del Paese. Così frainteso, il pluralismo politico ha finito, nella prassi, per contrapporsi a quei principi di imparzialità e di indipendenza dei quali avrebbe invece dovuto costituire un corollario. il disegno di legge in esame costituiva l'occasione per prevenire alla radice l'influenza dei partiti e del Governo sui vertici della società concessionaria e su tale assunto avrebbe dovuto esercitare la sua più rilevante missione innovativa, nella consapevolezza che il tema della governance della RAI è strettamente connesso ad altri aspetti del sistema pubblico radiotelevisivo, che necessitano anch'essi di essere celermente rivisitati. In primo luogo, è da chiedersi se la piena indipendenza dell'emittente pubblica non sia insidiata, in radice, dall'attuale assetto dei rapporti tra la RAI e il suo azionista, ovvero il Ministero dell'economia e delle finanze, cioè il Governo. La stessa Corte costituzionale, in due note sentenze, sottolineò la necessaria neutralità del potere esecutivo in questo ambito. Proprio su tale ambito il testo, per come è stato licenziato dalla Commissione referente, mantiene evidenti profili di incostituzionalità, che qui si evidenziano nello strumento parlamentare tipico (la questione pregiudiziale) ma che, se ci fosse una reale volontà politica, sarebbe ancora possibile correggere nella fase emendativa;

            l'ordinamento vigente concernente la disciplina del servizio pubblico radiotelevisivo, nonché l'intero mercato radiotelevisivo, presenta criticità diffuse: una complessa architettura istituzionale che ripartisce confusamente i compiti di indirizzo, vigilanza e controllo sul servizio pubblico radiotelevisivo tra Parlamento, Governo ed Agcom; l'attribuzione delle funzioni di indirizzo parlamentare ad una Commissione bicamerale ad hoc, istituita nel lontano 1975, e mai riformata, le cui funzioni e la cui composizione risentono evidentemente del tempo; un modello di rilevazione dell'audience obsoleto ed inadeguato rispetto alle esigenze di un servizio pubblico specificamente orientato alla ricerca della qualità dell'offerta; una scarsa trasparenza della mission sotto il profilo della programmazione e della distinguibilità dei contenuti di servizio pubblico;

            il canone di ragionevolezza avrebbe voluto una inversione dell'ordine della discussione, partendo dalla definizione della missione del servizio pubblico per poi approdare alla riorganizzazione dell'azienda dopo ampio dibattito pubblico, capace di affrontare i temi del pluralismo, dell'indipendenza, dell'autonomia e, non da ultimo, della prevenzione e risoluzione dei conflitti di interesse. Si è invece di fronte, già all'articolo 1, comma 1, lettera g), ad un immediato rafforzamento del ruolo del Governo nella definizione della missione aziendale. Rafforzamento non in linea con la giurisprudenza costituzionale, ribadito ulteriormente dall'articolo 2, riguardante la cosiddetta governance, nella parte che riguarda i poteri di nomina, laddove si sancisce anche numericamente, in rapporto alle altre istituzioni, un più pregnante controllo dell'esecutivo sul consiglio di amministrazione. Ciò avviene in spregio a qualunque principio di bilanciamento, efficacemente rappresentato dalla nota locuzione check and balances, che qui si richiama solo in quanto anche nella rubrica dell'articolo 2; si utilizza la lingua inglese ma dalla Gran Bretagna non si intende mutuare, con tutta evidenza, la sostanza dei principi di controllo democratico sul Governo stesso. Il combinato disposto del metodo di voto, delle fonti di nomina e della nuova legge elettorale, rischia di far ricadere la gran parte, se non la totalità, dei componenti del CdA sotto il controllo della maggioranza parlamentare, come anche le audizioni hanno evidenziato. Ciò rappresenta, vistosamente, un ribaltamento delle priorità e dell'ordine logico, figlio della impostazione che si è voluta seguire nell'esame delle proposte di riforma;

            autonomia ed indipendenza, per come sono declinate dalla raccomandazione approvata il 15 febbraio 2012 dal Consiglio d'Europa, postulano la liberazione della RAI dai partiti e anche dai Governi, per restituirla ai cittadini, che la finanziano e ne sono i destinatari. Tali aspetti critici non vengono attutiti, nel disegno di legge in esame, neppure in riferimento ai requisiti e alle modalità di nomina del consiglio stesso, che sembra rinunciare a dare corpo effettivo alla trasparenza e meritocrazia richieste dalle linee guida per la governance di tutti i servizi pubblici europei. Anche tale aspetto, unitamente a quello sul pur rilevante potere di revoca, è stato criticamente sollevato nel dibattito e nelle attività conoscitive, ma non ha trovato - se non parzialmente - una vera risposta nel testo proposto all'esame dell'Aula. La stessa introduzione della figura dell'amministratore delegato (articolo 2, comma 10) presenta i medesimi nodi legati al tema dell'autonomia, dell'indipendenza gestionale e, in definitiva, delle fonti e dei modelli di nomina. In tale quadro complessivo si inserisce quella che appare una «mera enunciazione degli ambiti tematici da affrontare» - per usare le efficaci parole della Nota di lettura del servizio del bilancio - in luogo della puntuale elencazione dei criteri di delega nell'articolo 4, solo parzialmente corretta dalla Commissione referente;

            una proficua linea di riforma poteva essere quella di definire più compiutamente, a livello legislativo, il perimetro di azione, i contenuti, gli obiettivi e le finalità del servizio pubblico radiotelevisivo, così da vincolare in modo più stringente il contratto di servizio. Un tale processo di ricostruzione dei principi e delle finalità del servizio pubblico radiotelevisivo potrebbe avvenire nella forma di una consultazione ampia che coinvolga un ampio numero di soggetti, espressione dello Stato-comunità, attraverso una partecipazione ampia della cittadinanza. La rilegittimazione del servizio pubblico radiotelevisivo, infatti, passa oggi non soltanto attraverso il nodo dell'indipendenza, ma anche attraverso la distinzione della programmazione e la qualità dei contenuti nella programmazione, che si collega poi direttamente al tema delle fonti di finanziamento del servizio pubblico, che allo stato attuale sono costituite dal doppio canale del canone di abbonamento e della pubblicità commerciale;

            una proposta di legge in tema di riforma del sistema televisivo non dovrebbe prescindere dalla definizione di un servizio pubblico non prigioniero dell'auditel, che attiri ascoltatori attraverso la fiducia nella qualità dei prodotti offerti anziché attraverso la loro spettacolarizzazione, che punti prevalentemente sull'informazione, sulla formazione e sulla cultura. La missione del servizio pubblico si arricchisce, infatti, solo con una pluralità delle offerte, anche attraverso il ricorso a canali specializzati, che pur se talvolta costosi, soprattutto quelli a carattere culturale (teatro, musica, storia), rappresentano uno strumento indispensabile per attrarre, e mantenere attratti, segmenti di pubblico diversi per interessi e modalità di fruizione dei contenuti. Non appare oggi possibile caratterizzare la missione della RAI come rispondente ai requisiti di servizio pubblico se non aggiungendo alla sua programmazione tradizionale una serie di nuovi servizi a carattere multimediale, fungibili su tutte le piattaforme tecnologiche e più in generale nuovi servizi che si avvalgano dell'innovazione tecnologica;

            gli ambiti di intervento appena richiamati avrebbero suggerito una trattazione congiunta nell'ambito di una proposta di legge organica, pur nella consapevolezza che il tema della governance è quello più urgente da affrontare, soprattutto in considerazione della scadenza del mandato del consiglio di amministrazione e dunque dell'esigenza di nominare i nuovi consiglieri attraverso procedure che ne garantiscano l'indipendenza, in uno scenario in cui nuovi soggetti conquistano sempre più spazio nel mercato audiovisivo e si apprestano ad approdare in Italia non appena il livello di copertura e di ampiezza della banda larga avrà raggiunto standard adeguati alle esigenze della piattaforma;

            si sarebbe potuta e dovuta immaginare una procedura di nomina dei consiglieri di amministrazione della RAI da affidare ad una Autorità davvero indipendente, intervenendo a tal fine anche sulla legge istituti va dell'Autorità stessa. L'obbligo di un avviso di sollecitazione pubblica, l'individuazione di precise e più stringenti competenze dei candidati consiglieri di amministrazione, accanto ai requisiti di indipendenza - cioè non aver ricoperto cariche governative, politiche elettive e partitiche nei sette anni precedenti la nomina, nonché requisiti di onorabilità - l'esame parlamentare del programma dei candidati sono tutti elementi innovativi che non è dato rivenire nel presente disegno di legge. Il quale, in definitiva, non può dirsi aderente alle costanti raccomandazioni del Consiglio d'Europa e alla giurisprudenza della Corte costituzionale, che, da ultimo, nella sentenza n. 69 del 2009 ha richiamato con forza il princìpio - a sua volta affermato nella storica pronuncia n. 225 del 1974 secondo il quale è indispensabile che gli organi direttivi della RAI non siano «direttamente o indirettamente espressione, esclusiva o preponderante del potere esecutivo». La ricerca di una separazione effettiva fra potere esecutivo e concessionaria pubblica è ancor più necessaria oggi, alla luce della nuova legge elettorale che rischia di consegnare l'intero meccanismo - dal consiglio RAI ai suoi vertici - nelle mani del Governo pro-tempore;

            per i consiglieri e per il presidente del consiglio di amministrazione, manca, nel testo in esame, un regime efficace di incompatibilità con qualsiasi incarico pubblico o privato, nonché con resistenza di un qualsiasi interesse nelle imprese operanti nei settori della comunicazione, dell'audiovisivo, della pubblicità o in qualunque altro settore relativo alla fornitura e alla somministrazione di beni e servizi alla RAI o alle società collegate. Parimenti, mancano una penetrante revisione delle funzioni del consiglio di amministrazione ed il rafforzamento dei meccanismi di controllo parlamentare e dell'Agcom ma anche, e soprattutto, dei cittadini - cioè i fruitori del servizio pubblico radiotelevisivo. Questi temi avrebbero dovuto indurre ad una riforma imperniata anzitutto sulla piena trasparenza e sulla partecipazione attiva dei cittadini, accanto ad una nuova disciplina delle nomine delle figure dirigenziali. In questo contesto sarebbe stato possibile superare anche gli attuali modelli di vigilanza e ricondurre il concetto di «controllo» del servizio pubblico radiotelevisivo ad un'accezione sana e virtuosa. Ma tale occasione, a meno dell'approvazione di rilevanti modifiche durante l'esame in Assemblea, sembra persa, ed in luogo di essa si sono introdotti i meccanismi distorsivi dei principi costituzionali evidenziati in premessa,

        delibera, ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento, di non procedere all'esame dell'Atto Senato 1880-A.

QP3

Paolo ROMANI, GASPARRI, BERNINI, BRUNO, FLORIS, PELINO, D'ALI', MATTEOLI, ARACRI, MINZOLINI, GIBIINO, VILLARI

Respinta (*)

Il Senato,

            in sede di discussione del disegno di legge recante «Riforma della RAI e del servizio pubblico radiotelevisivo»,

        premesso che:

            il disegno di legge in titolo interviene per riformare l'assetto di governance della RAI con il duplice obiettivo - come si legge nella relazione illustrativa - di renderla più efficiente e più autonoma dal condizionamento politico, allo scopo di accentuarne la funzione sociale di servizio pubblico;

            il testo in esame, nonostante il confronto aperto in Commissione e l'accoglimento di alcune modifiche proposte dalle varie forze politiche, attraverso gli emendamenti su una serie di importanti questioni, conserva ancora delle criticità;

            l'articolo 2, che affronta il tema fondamentale della governance della RAI, reca novelle all'articolo 49 del testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici di cui al decreto legislativo n. 177 del 2005. Viene ridotto da 9 a 7 il numero dei consiglieri d'amministrazione designati: due eletti dalla Camera dei deputati e due eletti dal Senato della Repubblica, con voto limitato a uno; due designati dal Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell'economia e delle finanze; uno designato dall'assemblea dei dipendenti della RAI-Radiotelevisione italiana Spa, con modalità che garantiscano la trasparenza e la rappresentatività della designazione stessa. È disciplinata la revoca dei componenti del consiglio di amministrazione e i casi di dimissioni o impedimento permanente ovvero di revoca del presidente o di uno o più membri. Sono riformulati i compiti del consiglio d'amministrazione che nomina, su proposta dell'assemblea dei soci, un amministratore delegato di cui sono definiti i compiti. Sono ridotte le funzioni della Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi;

        considerato che:

            le varie pronunce della Corte costituzionale del 1974, del 1987, del 2008 e del 2009, hanno tutte ribadito la centralità del Parlamento e della Commissione di vigilanza nella scelta del consiglio di amministrazione e la necessità che il Governo ne rispetti le prerogative;

            sono utili alcune precisazioni, anche alla luce di numerose sentenze e ordinanze della Corte costituzionale intervenute negli anni, tra cui le pronunce nn. 225 del 1974, 194 del 1987, 69 del 2009 e l'ordinanza della medesima Corte n. 61 del 2008;

            in particolare, la sentenza n. 225 del 1974, che ha dato origine alla legge 14 aprile 1975, n. 103 - recante «Nuove norme in materia di diffusione radiofonica e televisiva» -, ha definitivamente aperto la strada verso la «parlamentarizzazione» del sistema radiotelevisivo pubblico, di fatto sottraendo la RAI al controllo diretto dell'esecutivo;

            in questa sentenza, la Corte costituzionale affermò, la necessità di un sistema idoneo ad escludere il predominio del potere esecutivo nell'ambito dell'ente gestore. La Corte, pertanto, sollecitò il legislatore ad emanare una legge che avrebbe dovuto assicurare il raggiungimento, tra gli altri, di obiettivi volti a prevedere: a) che gli organi direttivi dell'ente gestore (si tratti di ente pubblico o di concessionario privato purché appartenente alla mano pubblica) non fossero costituiti in modo da rappresentare direttamente o indirettamente espressione, esclusiva o preponderante, del potere esecutivo; b) che per la concretizzazione degli obiettivi indicati e per il relativo controllo fossero riconosciuti adeguati poteri al Parlamento, che istitutuzionalmente rappresenta l'intera collettività nazionale;

            con la sentenza n. 194 del 1987, la Corte riconobbe la dimensione costituzionale nella quale si posiziona la Commissione di vigilanza RAI, discendente dalla attribuzione al servizio radiotelevisivo della natura di «servizio sociale» ( ... ) «diretto ad assicurare l'effettività della libera manifestazione del pensiero e della libera informazione, considerate come due aspetti essenziali ed inscindibili di un unico valore costituzionalmente» protetto in via primaria dall'articolo 21 della Costituzione» strutturato «nell'orbita del parlamento» («parlamentarizzazione»);

            con l'ordinanza n. 61 del 2008 e la sentenza n. 69 del 2009 - relative al conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito della proposta di revoca del consigliere di amministrazione della RAI, professor Angelo Petroni - la medesima Corte ribadì la centralità del Parlamento nel governo del sistema radiotelevisivo pubblico;

            nell'ordinanza n. 61 si legge testualmente: «... l'affermazione della centralità del Parlamento nel governo del sistema radiotelevisivo pubblico» è presente nella legislazione a partire dalla legge 14 aprile 1975, n. 103 (Nuove norme in materia di diffusione radiofonica e televisiva), oltre che nella giurisprudenza della Corte costituzionale, la quale con la sentenza n. 225 del 1974 «ha definitivamente aperto la strada verso la "parlamentarizzazione" del sistema radiotelevisivo pubblico, spostando il centro di determinazione delle scelte generali in tale settore a favore dell'organo rappresentativo della collettività nazionale»; ... dall'esame di alcune pronunzie della Corte costituzionale, ed in particolare della sentenza n. 194 del 1987, si trae la conclusione secondo cui il Parlamento, «e per esso la Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi», costituisce «la sede istituzionale naturale nella quale il principio pluralista che deve informare l'intero settore radiotelevisivo pubblico, trova la più efficace garanzia sia con riguardo all'accesso delle formazioni sociali all'uso dei mezzi radiotelevisivi, sia con riguardo a meccanismi che garantiscano la presenza di una pluralità di fonti di informazione»; ... per queste ragioni, secondo la difesa della Commissione, «la "parlamemantarizzazione" del servizio radiotelevisivo [...] implica la doverosa vigilanza da parte dell'organo parlamentare su tutte le vicende relative alla RAI da cui potrebbero derivare conseguenze negative per la libera manifestazione del pensiero e per la libera informazione»;

            ancora, nella sentenza n. 69 del 2009, con la quale la Corte ha risolto il conflitto sorto tra Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi e Governo, è scritto: «... La difesa della Commissione segnala, in proposito, come le funzioni di indirizzo e vigilanza siano state attribuite all'organo parlamentare in considerazione dei caratteri di imparzialità, democraticità e pluralismo che devono informare lo svolgimento dell'attività del servizio pubblico radiotelevisivo ed al preciso scopo di evitare nella gestione del servizio "un'ingerenza diretta ed esclusiva dell'Esecutivo" ... Sarebbe evidente, nel caso di specie, che il Ministro dell'economia ha agito "come se fosse l'unico soggetto titolare di poteri nella determinazione della revoca di un consigliere di amministrazione della RAI Spa ignorando le attribuzioni di natura costituzionale spettanti alla ricorrente Commissione di vigilanza", con la conseguenza di aver illegittimamente ricollocato la stessa RAI sotto, il controllo esclusivo dell'Esecutivo»;

            sembra di evincere che in tutte queste pronunce, la Corte abbia voluto rimarcare che, finché esisterà un'esigenza di tutela del pluralismo in termini effettivi, sarà comunque indispensabile il ruolo di garanzia del Parlamento, che dovrebbe essere la più vicina, tra le istituzioni, al sentire reale del Paese. Garanzia che evidentemente non si esprime solo nella legislazione, ma anche nella definizione di interventi di indirizzo e vigilanza che da molto tempo caratterizza l'azione della Commissione parlamentare;

            giova infine, ricordare che la legge sul riassetto del sistema radiotelevisivo (legge n 112 del 2004, cosiddetta legge Gasparri) ha introdotto un nuovo sistema per la designazione dei membri del consiglio di amministrazione della RAI e del presidente che ha reso al Parlamento piena sovranità sulla designazione, attraverso la Commissione parlamentare di vigilanza;

            si tratta di una disposizione assolutamente in linea con la giurisprudenza costituzionale, proprio perché il ruolo dell'azionista di riferimento, riconducibile al Governo, esclude qualsiasi forma di preminenza limitandosi, di fatto, ad esprimere un solo membro, dal momento che la nomina di un altro, destinato ad essere il presidente della RAI, diviene efficace solo dopo l'acquisizione del parere favorevole della Commissione parlamentare per l'indirizzo e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, espresso a maggioranza dei 2/3 dei suoi componenti;

            giova ribadire che fintanto che la RAI resterà una società pubblica, le sentenze della Corte costituzionale devono essere rispettate e per tale ragione è auspicabile che il confronto tra Governo e Parlamento possa disegnare un assetto equilibrato;

        tenuto conto che:

            con riferimento ad altri profili del disegno di legge, la delega per il riassetto normativo della RAI di cui all'articolo 5 del disegno di legge desta forti perplessità perché si tratta di una delega dal carattere troppo ampio o generico;

            per la riforma del servizio pubblico, occorrerebbe una riflessione ancor più ampia e articolata, soprattutto per quanto riguarda l'evoluzione tecnologica che sta rivoluzionando lo stesso concetto di trasmissione radiotelevisiva e che impone sfide sempre più complesse;

            sarebbe altresì necessario acquisire indicazioni più puntuali sulle possibili modalità di finanziamento delle emittenti locali trattandosi di un tema di grande rilievo;

            pur essendo favorevoli alla revisione della normativa vigente in materia di canone RAI - di cui all'articolo 4 del disegno di legge in esame -, individuando formule che possano aiutare a combattere il fenomeno dell'evasione, occorre salvaguardare, tuttavia, il principio di un finanziamento specifico del servizio pubblico radiotelevisivo, accompagnato anche da riduzioni a favore delle fasce meno abbienti,

        delibera di non procedere all'esame del disegno di legge n. 1880-A.

QP4

DE PETRIS, CERVELLINI, BAROZZINO, DE CRISTOFARO, PETRAGLIA, STEFANO, URAS, MASTRANGELI, BOCCHINO, BIGNAMI, MOLINARI

Respinta (*)

Il Senato,

            in sede di discussione del disegno di legge "Riforma della RAI e del servizio pubblico radiotelevisivo",

        premesso che:

            - l'articolo 2 di riforma della RAI e del servizio pubblico radiotelevisivo prevede una nuova disciplina dell'assetto di governance della RAI, con una evidente regressione rispetto alle pur assai criticabili norme attuali, in cui si viola pesantemente il principio di indipendenza, in particolare con la modifica della modalità di nomina del Presidente e soprattutto dell'amministratore delegato che avviene su proposta dell'Assemblea e che, tra l'altro, vede ampliati i propri poteri nella gestione, nell'organizzazione e nel funzionamento dell'azienda all'interno del consiglio di amministrazione. Ricordiamo che l'Assemblea fa esclusivo riferimento al Governo essendo la quota azionaria a totale partecipazione pubblica ovvero del Ministero dell'economia e finanze. I sei settimi del consiglio di amministrazione, secondo la previsione del disegno di legge di riforma, sono di nomina direttamente governativa o della maggioranza di Governo. Il combinato disposto tra questa modalità di nomina e la nuova legge elettorale, il cosidetto Italicum, che prevede un abnorme premio di maggioranza per la composizione di una sola Camera, determina un assoluto controllo del Governo pro-tempore sul servizio pubblico radiotelevisivo nazionale annullandone di fatto l'indipendenza;

            - la violazione del principio di indipendenza e di pluralismo dell'informazione porta come conseguenza alla violazione di principi costituzionalmente garantiti, nonché alla violazione di vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali:

                a) l'articolo 21 della Costituzione, che sancisce il diritto di informazione, costituzionalizza il principio fondamentale del pluralismo e di un'informazione libera e indipendente (tra le altre v. Corte costituzionale n. 826 del 1988) ;

                b) l'articolo 10 della Convenzione dei diritti dell'uomo che si occupa di libertà di informazione e che è stata oggetto di interpretazioni e considerazioni da parte di organismi del Consiglio d'Europa sancisce, tra i principali requisiti che dovrebbe annoverare una legislazione relativa al servizio radiotelevisivo, l'indipendenza dell'informazione dal potere politico soprattutto nella scelta della governance degli organi di governo. Molte sono le risoluzioni approvate dal Consiglio d'Europa in cui si sostiene chiaramente che uno degli elementi principali che qualifica e giustifica il servizio radiotelevisivo pubblico è la sua indipendenza rispetto al Governo e agli altri operatori;

                c) l'articolo 117, primo comma, della Costituzione che attribuisce la potestà legislativa allo Stato "nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali" sancisce il rispetto delle Convenzioni Internazionali tra cui le Convenzioni citate;

            - la Corte costituzionale ha sempre espresso pareri nitidissimi nelle proprie sentenze, in particolare nella n. 225 del 1974 e nella n. 284 del 2002, stabilendo che gli organi di governo della concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo non possono essere espressione esclusiva o prevalente del potere esecutivo e che quindi il Governo deve rimanere fuori dal potere di nomina e dal potere di indirizzo della RAI in maniera "esclusiva e preponderante". La previsione dell'articolo 2 della riforma che prevede la creazione di un amministratore delegato che assumerebbe pieno potere sulla gestione operativa dell'azienda essendo nominato direttamente dall'esecutivo e che risponde solo al Governo si configura come una palese violazione del giudicato della Corte così come analoga violazione si può riscontrare laddove si prevede il potere di revoca del consiglio di amministrazione che offre oggettivamente al Governo un indiscusso potere ricattatorio che gli lascia assoluto campo libero nelle scelte di indirizzo dell'azienda RAI;

            - anche nella sentenza Centro Europea 7 emessa dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo, che si riferisce alla situazione italiana, viene sottolineata la violazione dell'articolo 117, primo comma, della nostra Costituzione;

            - la nuova governance che dovrebbe essere espressione dell'intera realtà sociale italiana, (ancora una volta conseguenza del principio costituzionale del pluralismo) come avviene nei servizi radiotelevisivi europei avrebbe invece degli aspetti assolutamente improponibili nella nostra cornice costituzionale in quanto produrrebbe un amministratore delegato nelle cui mani dovrebbe andare la massima concentrazione dei poteri, essendo non solo indicato dal Ministero dell'economia ma votato dal Consiglio dei ministri";

            - per assicurare l'indipendenza editoriale del servizio pubblico, il canone - che è attualmente imposta  - potrebbe anche essere configurato come "tassa di scopo" e rappresentare una risorsa certa e non discrezionale da parte del Governo in carica. Il servizio pubblico svolto dalla RAI è un servizio pubblico "soggettivo", simile a quello della scuola pubblica, che è tale non solo per il "genere" di materie che insegna, bensì per la natura pubblica del "soggetto" che le eroga. Il servizio pubblico diventa "oggettivo", cioè determinato dal genere dei programmi trasmessi e dai servizi forniti. Questo rovesciamento è propedeutico alla ripartizione del canone fra tutti i soggetti in grado di erogarli: il servizio pubblico, tratto peculiare del welfare europeo, viene rimpiazzato da un generico "pubblico servizio" gestibile indistintamente da aziende pubbliche o private,

        delibera, ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento, di non procedere all'esame del disegno di legge n. 1880.

QP5

BONFRISCO, BRUNI, PAGNONCELLI, D'AMBROSIO LETTIERI

Respinta (*)

Il Senato,

            esaminato il disegno di legge n. 1880 di riforma della RAI e del servizio pubblico radiotelevisivo,

        premesso che:

            nel corso degli anni il servizio pubblico radiotelevisivo ha mutato profondamente la propria originaria natura di strumento volto ad informare i cittadini e di mezzo effettivo ed efficace, di alfabetizzazione diffusa per il miglioramento delle condizioni socio economiche del Paese;

            tali originarie connotazioni del servizio pubblico radiotelevisivo hanno via via subito un necessario adattamento sia in virtù del progresso tecnologico che ha reso fruibili i contenuti informativi e culturali, tramite una molteplicità di dispositivi e piattaforme tecnologiche, sia delle profondamente mutate condizioni socio-economiche e culturali dei cittadini e del Paese che sono chiamati a confrontarsi sempre più con una dimensione interculturale globalizzata;

            la progressiva liberalizzazione dell'etere con il necessario e conseguente moltiplicarsi dell'offerta informativa e culturale radiotelevisiva che ha visto la nascita di nuovi gruppi editoriali in diretta concorrenza tra di loro e in diretta concorrenza con l'allora monopolista RAI, lo sviluppo della rete internet a partire dagli anni '90 e la conseguente diffusione dei personal computer poi seguiti da numerosi altri dispositivi di connessione telematica, la facilità di accesso e di interconnessione dei sistemi informativi, hanno ampliato, oltre modo, le possibilità del singolo individuo di confezionare il proprio palinsesto quotidiano tanto a carattere informativo, quanto, soprattutto, a carattere ludico-ricreativo e culturale, aprendo il varco alla nascita di una nuova consapevolezza sociale del diritto all'informazione, e dunque alla progressiva erosione di quel perimetro originario delle funzioni del servizio radiotelevisivo pubblico, in favore di una sempre più ampia libertà di scelta da parte del cittadino che, potendo inoltre fruire liberamente di una massa notevole di contenuti e programmi anche originati dall'estero, ed anche mediante la tecnologia satellitare, diviene in definitiva il dominus del proprio arricchimento e crescita culturale con ampia facoltà di autodeterminare il suo pieno sviluppo in ossequio tanto all'articolo 3, comma 2, della Costituzione quanto, proprio in virtù della maggiore possibilità di accesso alle fonti informative liberamente fruibili, di esercitare liberamente il proprio pensiero secondo quanto sancito dalla Carta fondamentale all'articolo 21, e ancor più dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948 là dove recita «Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere», concetto alto questo, ripreso dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali;

            la libertà di autodeterminazione dell'individuo quale parte attiva e presente nella società passa indiscutibilmente dalla piena attuazione di quanto statuito al primo capoverso del comma 2 dell'articolo 3 della Costituzione che sancisce, quale compito fondamentale della Repubblica quello di "… rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana ...";

        considerato che:

            il progetto di legge in esame all'articolo 4 dispone una delega al Governo per l'adozione di uno o più decreti legislativi per la disciplina del finanziamento pubblico della RAI-Radiotelevisione italiana Spa e dell'emittenza locale, sulla base di principi e criteri direttivi tra cui, in particolare, al primo comma si dispone alla lettera a) la revisione della normativa vigente in materia di canone di abbonamento tenendo conto della giurisprudenza consolidata; alla lettera b) dove si prevede "… l'efficientamento del sistema del finanziamento pubblico in considerazione di morosità riscontrata, incremento disdette, analisi costi benefici, …" ; alla lettera d) armonizzazione del sistema di finanziamento al modello societario della RAI-Radiotelevisione italiana Spa;

        ritenuto che:

            il cosiddetto "canone di abbonamento" ricordato alla lettera a) del comma 1 dell'articolo 4 del disegno di legge in esame, benché all'origine apparisse configurato come un corrispettivo dovuto dagli utenti del servizio riservato in via esclusiva allo Stato ed esercitato in regime di concessione, ha da tempo assunto natura di prestazione tributaria come riconosciuto anche dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 81 del 1963 quando dichiarò non fondati i dubbi di legittimità costituzionale sotto il profilo della pretesa incompatibilità della tutela penale allora prestata in relazione all'adempimento del relativo obbligo con l'asserita natura contrattuale del rapporto tra l'utente e la concessionaria;

            in primo tempo, in relazione alla natura giuridica del canone, prevalse la configurazione del medesimo come tassa, collegata alla fruizione del servizio, in seguito lo si è riconosciuto come imposta, facendo leva sulla previsione legislativa dell'articolo 15, comma 2, della legge n. 103 del 1975, secondo cui il canone è dovuto anche per la detenzione di apparecchi atti alla ricezione di programmi via cavo o provenienti dall'estero così come riportato nella sentenza n. 535 del 1988 della Corte costituzionale;

            attraverso l'escamotage concettuale della sentenza n. 535 del 1988 della Corte costituzionale, si è cercato di rendere l'imposizione conforme ai principi costituzionali, arrivandosi ad affermare che la legittimità dell'imposizione debba misurarsi non più in relazione alla possibilità effettiva per il singolo utente di usufruire del servizio pubblico radiotelevisivo, al cui finanziamento il canone è destinato, bensì sul presupposto della sua riconducibilità ad una manifestazione di capacità contributiva conformemente all'articolo 53 della Costituzione;

            invero, la distonia costituzionale è ben rappresentata dalla circostanza che, pur di giustificare la conformità all'articolo 53 della Costituzione, si è giunti persino a ritenere "ragionevole indice di capacità contributiva la mera detenzione di un apparecchio televisivo". Tale fatto non può essere ritenuto indice di capacità contributiva poiché la mera detenzione un televisore, al pari di un qualsiasi altro apparecchio astrattamente idoneo a captare qualsiasi forma di segnale, digitale, elettronico, satellitare, dati, fonia, etc etc, è fatto di per sé inidoneo a subire una specifica imposta diversa da, ed in aggiunta, a quelle astrattamente applicabili in base ai criteri di individuazione della ricchezza, tipici dell'ordinamento tributario italiano, tanto più che il televisore al pari degli altri summenzionati apparecchi che peraltro possono rivestire carattere di uso strumentale ai fini dell'esercizio di attività economiche o professionali o, in particolare di studio, non possono configurarsi come patrimonio o come beni soggetti a tassazione aggiuntiva rispetto a quella che già subiscono al momento dell'acquisto mediante l'applicazione dell'imposta sul valore aggiunto;

            non di meno gli strumenti elettronici assimilabili al televisore, per la loro capacità ricettiva di contenuti radiotelevisivi, sono già soggetti a forme di abbonamento ai servizi di connessione o di rete per i quali viene corrisposto sulla base di una libera scelta contrattuale con il fornitore selezionato, un corrispettivo per i servizi acquistati nel pieno rispetto degli articoli 3 e 21 della Costituzione citati in premessa;

            appare dunque chiaro come il canone di abbonamento alla RAI-Radiotelevisione italiana Spa, configurandosi come imposta di possesso e non come pagamento di un servizio acquistato quale frutto di una scelta libera e consapevole, rappresenti in vero, ad oggi, una limitazione delle libertà fondamentali e di autodeterminazione dell'individuo sancita dal Costituente, tanto più perchè tesa a limitare la portata di accesso alle informazioni e foriera di una iniqua sperequazione tra soggetti con pari diritti, che si pone in contrasto con l'articolo 3 della Costituzione, basando la fruizione del diritto all'informazione sulla capacità di assolvere al pagamento dell'imposta di possesso dell'apparecchio televisivo;

            inoltre alla citata lettera a) dell'articolo 4, comma 1, del provvedimento in esame, il non meglio precisato riferimento alla "giurisprudenza consolidata" rappresenta una violazione dell'articolo 76 della Costituzione che nel definire le modalità della delega al Governo per l'adozione dei decreti legislativi, impone "… determinazione di principi e criteri direttivi … e per oggetti definiti" ed in tal senso non può certamente considerarsi "determinato" il generico rinvio alla giurisprudenza consolidata non potendosi determinate a priori a quale giurisprudenza ci si intenda riferire ma, soprattutto, per il rischio di non conformità all'eventuale consolidato orientamento a quello ipoteticamente formatosi al momento dell'adozione dei previsti decreti legislativi;

            medesima censura per violazione dei citati criteri imposti dall'articolo 76 della Costituzione può ritenersi valida per quanto statuito alla lettera b) del comma 1 dell'articolo 4 del provvedimento in esame relativamente all'indeterminatezza dei parametri riferibili in particolare all'incremento delle disdette e alla mancata indicazione di precise procedure e strategie;

            infine, benché non possano rilevarsi profili di manifesta incostituzionalità della lettera d) del comma 1 dell'articolo 4 del provvedimento in esame, occorre evidenziare come l'armonizzazione del sistema di finanziamento al modello societario della RAI-Radiotelevisione Spa, là dove per "finanziamento" si intenda riferirsi al finanziamento pubblico, si possa configurare invece come una manifesta violazione dell'articolo 107, paragrafo 1, del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE) e successive modificazioni e integrazioni in materia di aiuti concessi dagli Stati;

            al fine di verificare se la RAI Spa possa essere considerata impresa ai sensi e per gli effetti di cui all'articolo 107, paragrafo 1, del TFUE è sufficiente ripercorrere brevemente le osservazioni fatte in proposito dalla Commissione europea tramite l'esame delle pronunce della Corte di giustizia. Detto organo ha asserito che l'articolo 107, paragrafo 1, del TFUE definisce gli aiuti di Stato come aiuti concessi dagli Stati, ovvero mediante risorse statali, sotto qualsiasi forma che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsano o minacciano di falsare la concorrenza, nella misura in cui incidono sugli scambi tra gli Stati membri. La giurisprudenza della Corte di giustizia ha precisato i diversi elementi che compongono un aiuto di Stato rilevante ai fini della disposizione in argomento: in particolare la giurisprudenza di detta Corte ha tratteggiato i confini del concetto di impresa, d'imputabilità della misura allo Stato, il suo finanziamento tramite risorse statali, il conferimento di un vantaggio, la selettività della misura e i suoi potenziali effetti sulla concorrenza e sugli scambi all'interno dell'Unione;

            il concetto in questa sede rilevante è quello d'impresa: la Corte di giustizia, nelle cause riunite da 209/78 a 215/78 e 218/78, Van Landewyck ed in numerose altre, ha sostenuto che la nozione di impresa abbraccia qualsiasi entità che esercita un'attività economica, a prescindere dallo status giuridico di detta entità e dalle sue modalità di finanziamento Lo status dell'entità in questione ai sensi del diritto nazionale è ininfluente: tale assunto vale anche per un'entità che fa formalmente parte della pubblica amministrazione. Unico criterio rilevante al riguardo è se esercita un'attività economica. In secondo luogo, l'applicazione delle norme in materia di aiuti di Stato in quanto tali non dipende dal fatto che l'entità venga costituita per conseguire degli utili. Sulla base della giurisprudenza della Corte di giustizia, anche associazioni senza scopo di lucro possono offrire beni e servizi su un mercato. In caso contrario, i soggetti che non perseguono scopi di lucro esulano dal controllo sugli aiuti di Stato. In terzo luogo, un'entità viene classificata come impresa sempre in relazione a un'attività specifica. Un'entità che svolge attività a carattere sia economico che non economico è considerata un'impresa solo per quanto riguarda le prime. Per il profilo relativo alla partecipazione pubblica ad un ente di diritto privato, nella sentenza resa dalla Corte di giustizia nella causa C-480/09 P, AceaElectrabel Produzione Spa/Commissione europea si è affermato il principio in forza del quale, ai fini dell'applicazione della normativa sugli aiuti di Stato, due entità con personalità giuridica distinta possono essere considerate un'unità economica. Detta unità economica è quindi considerata l'impresa interessata. In proposito, la Corte di giustizia prende in considerazione l'esistenza di una quota di controllo e di altri legami funzionali, economici e organici. Per chiarire la distinzione tra attività economiche e non economiche, la Corte di giustizia ha costantemente affermato che qualsiasi attività consistente nell'offrire beni e servizi in un mercato costituisce attività economica. E' stata ritenuta irrilevante ai fini dell'applicabilità delle norme in tema di finanziamento pubblico alle imprese anche l'ipotesi di un'autorità pubblica di non permettere a terzi di svolgere un determinato servizio (ad esempio perché desidera prestare il servizio internamente), non esclude l'esistenza di un'attività economica. Nonostante tale chiusura del mercato, un'attività economica può esistere se altri operatori sono disposti a fornire il servizio nel mercato interessato e hanno le capacità per farlo. In base alla giurisprudenza della Corte di giustizia l'articolo 107 del TFUE non si applica laddove lo Stato agisce "esercitando il potere d'imperio" o nella sua "veste di pubblica autorità". Si può considerare che un'entità agisca esercitando il potere d'imperio qualora l'attività in questione sia un compito che rientra nelle funzioni essenziali dello Stato o sia ad esse connessa per la sua natura, per il suo oggetto e per le norme cui essa è soggetta (Causa C-30/87, Bodson Cfr., in particolare, la causa C-364/92, SAT/Eurocontrol). Precisa inoltre la Corte che solo le attività che intrinsecamente costituiscono esercizio dell'imperium, prerogativa dei pubblici poteri, e che sono svolte dallo Stato, non costituiscono attività economiche. Esempi sono le attività connesse alle forze armate o di pubblica sicurezza, la sicurezza e il controllo della navigazione aerea, la sicurezza e il controllo del traffico marittimo, la sorveglianza antinquinamento, l'organizzazione, il finanziamento e l'esecuzione delle sentenze di reclusione, nonché la raccolta di dati da utilizzare a fini pubblici basata su un obbligo legale di dichiarazione imposto alle imprese interessate (Causa C-138/11, Compass-Datenbank GmbH ). Nei limiti in cui un ente pubblico svolga un'attività economica che può essere dissociata dall'esercizio dei suoi pubblici poteri, in ordine a una siffatta attività tale ente agisce come impresa. Al contrario, qualora la suddetta attività economica sia indissociabile dall'esercizio dei suoi pubblici poteri, le attività complessive svolte da tale ente rimangono attività che si ricollegano all'esercizio dei suddetti poteri e non rientrano dunque nel concetto di impresa (Causa C-138/11, Compass-Datenbank Gmbh ed altre);

            la RAI-Radiotelevisione Spa rientra, secondo quanto evidenziato, nei limiti dettati dall'articolo 107, paragrafo 1, del TFUE in materia di finanziamento pubblico,

        delibera di non procedere all'esame del disegno di legge n. 1880.

________________

(*) Sulle proposte di questione pregiudiziale presentate è stata effettuata, ai sensi dell'articolo 93, comma 5, del Regolamento, un'unica votazione

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Allegato B

Congedi e missioni

Sono in congedo i senatori: Aiello, Anitori, Bocca, Bonaiuti, Bubbico, Buemi, Cassano, Casson, Cattaneo, Ciampi, Della Vedova, De Poli, D'Onghia, Esposito Giuseppe, Esposito Stefano, Fazzone, Fedeli, Fissore, Latorre, Minniti, Monti, Nencini, Olivero, Palermo, Piano, Pizzetti, Quagliariello, Rubbia, Sibilia, Stucchi, Torrisi, Vicari e Viceconte.

Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Nugnes, Puppato e Scalia, per attività della Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati.

Disegni di legge, annunzio di presentazione

Senatore Pepe Bartolomeo

Modiche al decreto legislativo n. 46 del 24 febbraio 1997, in materia di occhiali da vista (2010)

(presentato in data 15/7/2015);

Senatori Simeoni Ivana, Gambaro Adele, Vacciano Giuseppe, Campanella Francesco, Casaletto Monica, Mastrangeli Marino Germano

Modifiche al sistema di allontanamento dei minori dal nucleo familiare (2011)

(presentato in data 15/7/2015);

senatori Simeoni Ivana, Gambaro Adele, Campanella Francesco, Bencini Alessandra, Bignami Laura, Orellana Luis Alberto, Casaletto Monica, Mastrangeli Marino Germano

Rilancio delle attività presso i Parchi Nazionali (2012)

(presentato in data 15/7/2015);

senatrice Fasiolo Laura

Disposizioni urgenti a favore dell'attività della macchina di luce di sincrotrone a Trieste (2013)

(presentato in data 15/7/2015);

senatore Giovanardi Carlo

Nuove disposizioni in materia di affidamento condiviso dei figli e di medizione familiare (2014)

(presentato in data 14/7/2015);

senatori Divina Sergio, Tosato Paolo

Norme integrative in materia di porto di armi non letali volte a dissuadere le aggressioni in montagna da parte di grandi animali selvatici (2015)

(presentato in data 16/7/2015).

Disegni di legge, assegnazione

In sede referente

1ª Commissione permanente Affari Costituzionali

sen. Campanella Francesco ed altri

Modifiche al testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, in materia di elezione della Camera dei deputati, e al testo unico di cui al decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533, in materia di elezione del Senato della Repubblica (1173)

previ pareri delle Commissioni 2° (Giustizia), 5° (Bilancio)

(assegnato in data 16/07/2015);

1ª Commissione permanente Affari Costituzionali

sen. Panizza Franco

Modifica dell'articolo 1, comma 57, della legge 7 aprile 2014, n. 56, in materia di costituzione di zone omogenee per specifiche funzioni nell'ambito delle province e di elezione del presidente della provincia e del consiglio provinciale (1970)

previ pareri delle Commissioni 5° (Bilancio)

(assegnato in data 16/07/2015);

2ª Commissione permanente Giustizia

sen. Mussini Maria ed altri

Modifica all'articolo 53 della legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di concessione di licenze agli internati (1921)

previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali)

(assegnato in data 16/07/2015);

2ª Commissione permanente Giustizia

sen. Fabbri Camilla ed altri

Disposizioni per l'ammissione delle vittime dell'amianto e dei loro familiari al patrocinio a spese dello Stato (1942)

previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 5° (Bilancio), 11° (Lavoro, previdenza sociale), 12° (Igiene e sanita')

(assegnato in data 16/07/2015);

2ª Commissione permanente Giustizia

sen. Buccarella Maurizio ed altri

Istituzione della figura dell'agente provocatore per i delitti contro la pubblica amministrazione (1953)

previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 4° (Difesa), 5° (Bilancio)

(assegnato in data 16/07/2015);

2ª Commissione permanente Giustizia

sen. Buccarella Maurizio ed altri

Nuove disposizioni in materia di false comunicazioni sociali (1955)

previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 5° (Bilancio), 6° (Finanze e tesoro), 10° (Industria, commercio, turismo)

(assegnato in data 16/07/2015);

3ª Commissione permanente Affari esteri, emigrazione

Ratifica ed esecuzione dell'Accordo di cooperazione in materia di difesa tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica del Senegal, fatto a Roma il 17 settembre 2012 (1986)

previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 2° (Giustizia), 4° (Difesa), 5° (Bilancio)

(assegnato in data 16/07/2015);

5ª Commissione permanente Bilancio

Rendiconto generale dell'Amministrazione dello Stato per l'esercizio finanziario 2014 (2008)

previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 2° (Giustizia), 3° (Affari esteri, emigrazione), 4° (Difesa), 6° (Finanze e tesoro), 7° (Istruzione pubblica, beni culturali), 8° (Lavori pubblici, comunicazioni), 9° (Agricoltura e produzione agroalimentare), 10° (Industria, commercio, turismo), 11° (Lavoro, previdenza sociale), 12° (Igiene e sanita'), 13° (Territorio, ambiente, beni ambientali), 14° (Politiche dell'Unione europea), Commissione parlamentare questioni regionali

(assegnato in data 16/07/2015);

5ª Commissione permanente Bilancio

Disposizioni per l'assestamento del bilancio dello Stato e dei bilanci delle Amministrazioni autonome per l'anno finanziario 2015 (2009)

previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 2° (Giustizia), 3° (Affari esteri, emigrazione), 4° (Difesa), 6° (Finanze e tesoro), 7° (Istruzione pubblica, beni culturali), 8° (Lavori pubblici, comunicazioni), 9° (Agricoltura e produzione agroalimentare), 10° (Industria, commercio, turismo), 11° (Lavoro, previdenza sociale), 12° (Igiene e sanita'), 13° (Territorio, ambiente, beni ambientali), 14° (Politiche dell'Unione europea), Commissione parlamentare questioni regionali

(assegnato in data 16/07/2015);

6ª Commissione permanente Finanze e tesoro

sen. Torrisi Salvatore, sen. Pagano Pippo

Modifiche al decreto-legge 24 gennaio 2015, n. 4, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2015, n. 34 in materia di esenzione totale dal pagamento dell'imposta municipale propria per i terreni agricoli (1924)

previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 5° (Bilancio), 9° (Agricoltura e produzione agroalimentare), Commissione parlamentare questioni regionali

(assegnato in data 16/07/2015);

6ª Commissione permanente Finanze e tesoro

sen. Buemi Enrico, sen. Longo Fausto Guilherme

Norme in materia di crediti derivanti dalla prestazione del patrocinio a spese dello Stato (1988)

previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 2° (Giustizia), 5° (Bilancio), 11° (Lavoro, previdenza sociale), 14° (Politiche dell'Unione europea)

(assegnato in data 16/07/2015);

7ª Commissione permanente Istruzione pubblica, beni culturali

sen. Panizza Franco

Estensione della tutela di cui alla legge 7 marzo 2001, n. 78, al patrimonio storico della Seconda guerra mondiale (1930)

previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 4° (Difesa), 5° (Bilancio), Commissione parlamentare questioni regionali

(assegnato in data 16/07/2015);

7ª Commissione permanente Istruzione pubblica, beni culturali

sen. Torrisi Salvatore, sen. Pagano Pippo

Norme per garantire la libertà di educazione e la responsabilità educativa dei genitori (1974)

previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 5° (Bilancio)

(assegnato in data 16/07/2015);

7ª Commissione permanente Istruzione pubblica, beni culturali

sen. Fedeli Valeria, sen. Idem Josefa

Modifiche alla legge 23 marzo 1981, n. 91, per la promozione dell'equilibrio di genere nei rapporti tra società e sportivi professionisti (1996)

previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 5° (Bilancio), 11° (Lavoro, previdenza sociale)

(assegnato in data 16/07/2015);

9ª Commissione permanente Agricoltura e produzione agroalimentare

sen. Torrisi Salvatore, sen. Pagano Pippo

Disposizioni concernenti la disciplina della pesca dei pesci pelagici nonché in materia di titoli professionali marittimi (1903)

previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 2° (Giustizia), 3° (Affari esteri, emigrazione), 5° (Bilancio), 7° (Istruzione pubblica, beni culturali), 8° (Lavori pubblici, comunicazioni), 11° (Lavoro, previdenza sociale), 14° (Politiche dell'Unione europea)

(assegnato in data 16/07/2015);

12ª Commissione permanente Igiene e sanita'

sen. D'Ambrosio Lettieri Luigi

Disposizioni in materia di malattie cardiovascolari e per la prevenzione e la cura dell'ictus cerebrale ischemico (1850)

previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 5° (Bilancio), 6° (Finanze e tesoro), Commissione

parlamentare questioni regionali

(assegnato in data 16/07/2015);

12ª Commissione permanente Igiene e sanita'

sen. Centinaio Gian Marco

Norme per l'incremento del livello di sicurezza del parto naturale (1940)

previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 5° (Bilancio), Commissione parlamentare questioni regionali

(assegnato in data 16/07/2015);

Commissioni 1° e 2° riunite

sen. Davico Michelino

Modifiche al codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, volte a rendere più efficiente l'attività dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, a favorire la vendita dei beni confiscati e il reimpiego del ricavato per finalità sociali nonché a rendere produttive le aziende confiscate. Delega al Governo per la disciplina della gestione delle aziende confiscate (1957)

previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 5° (Bilancio), 6° (Finanze e tesoro), 7° (Istruzione pubblica, beni culturali), 10° (Industria, commercio, turismo), 11° (Lavoro, previdenza sociale), 13° (Territorio, ambiente, beni ambientali), Commissione parlamentare questioni regionali

(assegnato in data 16/07/2015);

Commissioni 2° e 13° riunite

sen. Scalia Francesco ed altri

Disposizioni per la razionalizzazione della disciplina sanzionatoria del diritto penale urbanistico (1994)

previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 5° (Bilancio), 7° (Istruzione pubblica, beni culturali), Commissione parlamentare questioni regionali

(assegnato in data 16/07/2015);

Commissioni 7° e 12° riunite

sen. Torrisi Salvatore, sen. Pagano Pippo

Disposizioni sulla tutela degli animali e delega al Governo in materia di protezione degli animali durante il trasporto (1898)

previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 2° (Giustizia), 5° (Bilancio), 6° (Finanze e tesoro), 8° (Lavori pubblici, comunicazioni), 9° (Agricoltura e produzione agroalimentare), 10° (Industria, commercio, turismo), 11° (Lavoro, previdenza sociale), 13° (Territorio, ambiente, beni ambientali), 14° (Politiche dell'Unione europea), Commissione parlamentare questioni regionali

(assegnato in data 16/07/2015);

Commissioni 10° e 13° riunite

sen. Castaldi Gianluca ed altri

Disposizioni in materia di divieto dell'utilizzo dell'air gun per le attività di ispezione dei fondali marini finalizzate alla prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi (1928)

previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 2° (Giustizia), 5° (Bilancio), Commissione parlamentare questioni regionali

(assegnato in data 16/07/2015).

Disegni di legge, presentazione di relazioni

A nome della 1ª Commissione permanente Aff. Costituzionali in data 16/07/2015 la senatrice Bernini Anna Maria ha presentato la relazione 1556-A sul disegno di legge:

sen. Maturani Giuseppina, sen. Verducci Francesco

"Modifica all'articolo 4 della legge 2 luglio 2004, n. 165, recante disposizioni volte a garantire la parità della

rappresentanza di genere nei consigli regionali" (1556).

Disegni di legge, presentazione del testo degli articoli

In data 16/07/2015 la 14ª Commissione permanente Unione europea ha presentato il testo degli articoli proposti dalla Commissione stessa, per i disegni di legge:

"Disposizioni per l'adempimento degli obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia all'Unione europea -Legge europea 2014" (1962)

C.2977 approvato dalla Camera dei deputati.

Governo, trasmissione di atti e documenti

La Presidenza del Consiglio dei ministri, con lettere in data 25 e 30 giugno 2015, ha inviato - ai sensi dell'articolo 19 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni e integrazioni - le comunicazioni concernenti il conferimento o la revoca di incarichi di livello dirigenziale generale:

alla dottoressa Anna Maria Buzzi e all'architetto Carla di Francesco, il conferimento di incarico di funzione dirigenziale di livello generale, nell'ambito del Ministero dei beni e delle attività culturali;

alla dottoressa Anna Cammalleri, il conferimento di incarico di funzione dirigenziale di livello generale, nell'ambito del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca.

Tali comunicazioni sono depositate presso il Servizio dell'Assemblea, a disposizione degli onorevoli senatori.

Il Ministro della giustizia, con lettera in data 13 luglio 2015, ha inviato, ai sensi dell'articolo 37, comma 16, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, la relazione sullo stato delle spese di giustizia, concernente il secondo semestre 2014 e il primo semestre 2015.

Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento, alla 2a e alla 5a Commissione permanente (Doc. XCV, n. 3).

Il Ministro della giustizia, con lettera in data 13 luglio 2015, ha trasmesso, ai sensi dell'articolo 294 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, la relazione sull'applicazione della normativa in materia di patrocinio a spese dello Stato nei procedimenti civili, relativa al periodo 2013-2014.

Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento, alla 2a Commissione permanente (Doc. XCVI, n. 3).

Governo, trasmissione di atti concernenti procedure d'infrazione

Il Ministro dello sviluppo economico, con lettera in data 10 luglio 2015, ha inviato - in ottemperanza dell'articolo 15, comma 2, della legge 24 dicembre 2012, n. 234 - le relazioni ai sensi dell'articolo 258 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea:

sulla procedura d'infrazione n. 2015/0199, relativa al mancato recepimento della direttiva 2009/138/CE in materia di accesso ed esercizio delle attività di assicurazione e di riassicurazione (Solvibilità II) (n. 123/1);

sulla procedura d'infrazione n. 2015/0200, relativa al mancato recepimento della direttiva 2014/51/UE per quanto riguarda i poteri dell'Autorità europea di vigilanza delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali e dell'Autorità europea di vigilanza degli strumenti finanziari e dei mercati (n. 124/1).

I predetti documenti sono stati trasmessi, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento, alla 6a, alla 10a e alla 14a Commissione permanente.

Parlamento europeo, trasmissione di documenti

Il Vice Segretario generale del Parlamento europeo, con lettera in data 9 luglio 2015, ha inviato il testo di due risoluzioni approvate dal Parlamento stesso nel corso della tornata dal 24 al 25 giugno 2015:

una risoluzione sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo al Fondo europeo per gli investimenti strategici e che modifica i regolamenti (UE) n 1291/2013 e (UE)n. 1316/2013 (Doc. XII, n. 737). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 5a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sulla verifica del quadro di governance economica: bilancio e sfide (Doc. XII, n. 738). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 5a e alla 14a Commissione permanente.

Interrogazioni

RUTA - Al Ministro della difesa - Premesso che:

il 6 febbraio 2015 è entrata in vigore la legge 12 gennaio 2015, n. 2, recante "Modifica all'articolo 635 del codice dell'ordinamento militare, di cui al decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66, e altre disposizioni in materia di parametri fisici per l'ammissione ai concorsi per il reclutamento nelle Forze armate, nelle Forze di polizia e nel Corpo nazionale dei vigili del fuoco";

l'articolo 1, comma 1, dispone che ai fini del reclutamento nelle forze armate occorre "rientrare nei parametri fisici correlati alla composizione corporea, alla forza muscolare e alla massa metabolicamente attiva, secondo le tabelle stabilite dal regolamento", eliminando, quindi, l'attuale previsione relativa ad un limite minimo di altezza;

il comma 2 rinvia ad un apposito regolamento il compito di modificare le norme del testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare che prevedono un limite di altezza ai fini del reclutamento nelle forze armate, adeguandole, al nuovo parametro legislativo;

è previsto che il regolamento dovrà essere adottato entro 6 mesi dalla data di entrata in vigore della legge, su proposta dei Ministri della difesa, dell'interno, dell'economia e delle finanze e delle politiche agricole, alimentari e forestali, e di concerto con il Ministro della salute nonché con il Ministro delegato per le pari opportunità;

lo schema di regolamento dovrà essere previamente trasmesso alle Camere per l'espressione del parere delle Commissioni competenti per materia. Il parere dovrà essere espresso entro 30 giorni dalla data di trasmissione. Decorso tale termine, il regolamento potrà essere comunque adottato;

considerato che ad oggi lo schema di regolamento non è stato ancora trasmesso alle Camere per l'espressione del prescritto parere delle Commissioni competenti per materia;

si chiede di sapere:

per quali motivi non sia stato ancora trasmesso alle Camere lo schema di regolamento che individua, ai fini del reclutamento nelle forze armate, i parametri fisici unici e omogenei correlati alla composizione corporea, alla forza muscolare e alla massa metabolicamente attiva;

quando il regolamento sarà trasmesso alle Camere per l'espressione del relativo parere, per rispettare la data (6 agosto 2015) dei 6 mesi previsti per la sua adozione, così come stabilito dalla legge 12 gennaio 2015, n. 2.

(3-02083)

SANTANGELO, MARTON, NUGNES, CAPPELLETTI, SCIBONA, PUGLIA, MORRA, MORONESE, DONNO, PAGLINI - Ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e della difesa - Premesso che a quanto risulta agli interroganti:

nel 1935 Pier Luigi Nervi elaborò per la Marina militare il progetto prototipo per una cisterna sotterranea in calcestruzzo armato destinata all'immagazzinamento di combustibile. Si tratta di una struttura cilindrica in calcestruzzo armato, realizzata sfruttando lo scavo come cassaforma base, avente un diametro da 32 o da 36 metri e un'altezza anch'essa variabile, di 10 o 16,5 metri, originariamente coperta da un rivestimento poggiante su colonne anch'esse in calcestruzzo armato, in numero di 12 o di 21 a seconda delle dimensioni della cisterna;

nel fondo "Nervi" del centro studi e archivio della comunicazione dell'Università degli Studi di Parma sono conservati i disegni relativi al progetto per serbatoio "tipo Nervi & Bartoli", nelle sue varianti, e quelli relativi alle realizzazioni siciliane, nei territori di Palermo, di Siracusa e di Trapani;

dalla foto aerea della zona militare di monte Pellegrino all'interno del parco della Favorita di Palermo sono risultate chiaramente visibili le 12 strutture che si succedono in fila, ai piedi della parete rocciosa e le stesse cisterne sono ubicate come da planimetria conservata nel centro studi fondo Nervi;

da notizie riportate anche da giornali online, alcune parti strutturali delle 12 cisterne risalenti alla seconda guerra mondiale sotterrate alle falde di monte Pellegrino, da oltre settant'anni sono state contenitori di nafta e idrocarburi in genere da utilizzare per le navi da guerra che avrebbero dovuto stazionare, in caso di necessità, al largo del limitrofo porticciolo dell'Acquasanta. Gli idrocarburi sembra abbiano contaminato e inquinato l'ambiente circostante; una parte della falda acquifera usata per irrigare alcuni campi vicini sarebbe risultata contaminata, come già verificato dai tecnici dell'Arpa Sicilia a seguito di sondaggi;

da un articolo pubblicato su Lexicon n. 7 del 2008 dal titolo "Le cisterne sotterranee di Pier Luigi Nervi a Palermo" di Giulia Argiroffi, si apprende che: "In corrispondenza di ogni serbatoio sono presenti gli ingressi delle discenderie che permettevano l'accesso al sistema di percorsi sotterranei, costituiti da cunicoli coperti a volta che ospitavano le condotte e permettevano l'ispezione. Attraverso questi cunicoli sotterranei le dodici cisterne erano messe in comunicazione tra loro e con il porto da cui si apriva la prima discenderia";

da notizia riportata dal giornale online "LiveSicilia" del 19 settembre 2012 si apprende che il Ministero della difesa ha fatto sapere alla Procura, che ha aperto un'inchiesta, di essere pronto a intervenire per ripulire i pozzi ricolmi di carburante e combustibili vecchi di settant'anni; e soprattutto si dovrà capire come intervenire e quanti soldi ci vorranno. Il punto è che la situazione, alla luce dei rilievi finiti sul tavolo del pubblico ministero Geri Ferrara, richiede tempi veloci;

considerato che:

nella Gazzetta Ufficiale, 5a Serie Speciale - Contratti Pubblici n. 78 dell'11 luglio 2014, è stato pubblicato il bando con il quale il Ministero della difesa - Direzione del Genio Militare per la Marina di Augusta, intendeva appaltare i "Lavori di caratterizzazione ambientale area limitrofa e circostante serbatoio n°4 deposito POL Monte Pellegrino Palermo" - Codice Esigenza: 019404 - CUP: D79D14000280001 - CIG: 5826680870", per l'importo base di gara 602.108,25 euro oltre IVA (Imposta di Valore Aggiunto);

i lavori sono stati aggiudicati dall'impresa Tecno In SpA con sede a San Donato Milanese (Milano), via Marcora, 52, per un importo di 522.988,21 euro oltre IVA, con un tempo di realizzazione delle opere offerto pari a 40 giorni;

la caratterizzazione ambientale dei siti potenzialmente contaminati si configura come uno step fondamentale per i successivi interventi di bonifica e ripristino ambientale dei luoghi. L'intero processo è normato dal decreto legislativo n. 4 del 16 gennaio 2008 in vigore dal 13 giugno 2008 (e specificatamente dal Titolo V Parte IV), recante importanti modifiche al decreto legislativo n. 152 del 2006 in materia ambientale;

gli interventi di bonifica e ripristino ambientale di siti contaminati sono disciplinati dal decreto legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 e successive modifiche e tra i vari adempimenti che è necessario adottare, si contemplano le attività di messa in sicurezza del sito, come ad esempio: a) la messa in sicurezza "operativa" relativa agli interventi da eseguire in un sito atti a garantire un adeguato livello di sicurezza per persone ed ambiente, pur mantenendo in essere le attività produttive di sito; b) la messa in sicurezza "permanente", relativa agli interventi da eseguire in un sito, atti a isolare in via definitiva, le fonti di inquinamento rispetto alle matrici ambientali circostanti;

nell'ordinamento italiano nuove disposizioni in materia di delitti contro l'ambiente, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della legge n. 68 del 22 maggio 2015 entrano in vigore dal 29 maggio 2015;

considerato inoltre che a parere degli interroganti lo stanziamento finanziario finalizzato alla sola caratterizzazione ambientale risulta non risolutiva dell'eventuale problema dell'inquinamento delle falde acquifere e dell'ambiente circostante la riserva naturale del Monte Pellegrino area SIC (sito di interesse comunitario) - ITA 020014,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti in premessa;

se siano state verificate le condizioni strutturali di tutte le 12 cisterne presenti nel predetto sito di Riserva naturale regionale orientata Monte Pellegrino, ricadente nel Comune di Palermo e se da parte della Marina militare vi sia l'intenzione di procedere alla totale bonifica delle cisterne in modo "permanente", considerata la vetustà delle strutture e la possibilità di inquinamento inevitabile per l'ambiente della riserva naturale;

quali siano stati gli interventi esecutivi, previsti in fase di progettazione nel bando pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, 5^ Serie Speciale - Contratti Pubblici n. 78 dell'11 luglio 2014 e quali siano stati i miglioramenti proposti dall'impresa appaltante, con particolare riferimento alla riduzione del rischio ambientale connesso alle operazioni di posizionamento delle attrezzature ed esecuzione delle perforazioni per il prelievo dei campioni e alla riduzione del rischio connesso all'esecuzione delle attività di perforazione sulla particolare orografia del sito;

se i lavori di caratterizzazione ambientale dell'area limitrofa e circostante al serbatoio n. 4 del deposito POL (petrolio, olio e lubrificanti) monte Pellegrino Palermo, appaltati dall'impresa Tecno In SpA, siano stati consegnati all'ente appaltante;

se l'area in questione sia inserita tra i beni del demanio militare da dismettere in Sicilia.

(3-02084)

Interrogazioni orali con carattere d'urgenza ai sensi dell'articolo 151 del Regolamento

CASTALDI, GIROTTO, TAVERNA, BOTTICI, MORONESE, MONTEVECCHI, CATALFO, BULGARELLI, BERTOROTTA, MANGILI, MARTON, PAGLINI, CIAMPOLILLO, SANTANGELO, BUCCARELLA, SERRA, CAPPELLETTI, GIARRUSSO, AIROLA, SCIBONA - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dello sviluppo economico e dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:

sui quotidiani in edicola il 15 luglio 2015 e sui siti di informazione on line sono stati pubblicati stralci delle intercettazioni prese in considerazione per la valutazione di eventuali responsabilità nell'inchiesta che coinvolge 86 persone per le attività della centrale a carbone Tirreno Power di Vado Ligure (Savona), tra le quali figurano dirigenti della stessa Tirreno Power, amministratori, funzionari di Comuni, Regione ed enti minori;

la centrale è sotto sequestro dal 13 marzo 2014 per violazioni dell'Aia, l'autorizzazione integrata ambientale, in quanto l'impianto a carbone della Tirreno Power funzionava con valori emissivi nettamente superiori a quelli resi disponibili dalle migliori tecniche possibili; valori tollerati in forza degli interventi "agevolativi" di politici e amministratori di Comuni, Provincia e Regione, a cui vengono contestati l'abuso d'ufficio e il disastro colposo aggravato;

negli atti della procura di Savona si legge che l'impianto ha fruttato agli azionisti (in particolare Gdf Suez, Sorgenia, Iren e Hera) circa 1 miliardo di euro di profitti e garantito la distribuzione effettiva di utili ai soci stimata ad almeno 700 milioni di euro;

la procura indaga anche su 427 morti "anomale" verificatesi tra il 2000 e il 2007, mentre, secondo perizie in possesso dei pubblici ministeri, tra il 2005 e il 2012 sono stati 2.097 i ricoveri di adulti per malattie respiratorie e cardiovascolari, che i magistrati temono dovuti alle emissioni della centrale; così come nello stesso periodo sono stati 586, sempre secondo la procura, i bambini ricoverati per patologie respiratorie;

considerato che:

secondo le conclusioni degli inquirenti riportate dalla stampa: "La Regione Liguria, sia a livello amministrativo che politico, si attiva nel nuovo procedimento di rilascio dell'Aia al fine di consentire nei tempi più rapidi possibili la riapertura della centrale (...). Si intensificano i contatti a livello locale con personale della società Tirreno Power, sia da un punto di vista tecnico, per "concordare" i parametri da inserire nella nuova Aia, sia da un punto di vista politico, per effettuare le necessarie "pressioni" sugli stessi organi tecnici" ("Savonanews", del 15 luglio 2015);

dagli stralci delle intercettazioni pubblicate emerge una macchinazione per costruire una norma ad hoc che contenesse un'interpretazione "più favorevole a Tirreno Power", che coinvolge i più alti livelli;

considerato inoltre che:

nell'inchiesta dei Carabinieri del Nucleo operativo ecologico (Noe) di Genova si citano spesso 2 membri del Governo: "il primo è Claudio De Vincenti (Pd), ex viceministro allo sviluppo economico e oggi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che secondo i militari "si adopera" per "suggerire la strada a Tirreno Power per aggirare le prescrizioni" ambientali, e vorrebbe un'ispezione del Csm per bloccare il titolare delle indagini, il procuratore di Savona Francantonio Granero". Il secondo è Federica Guidi, Ministro dello sviluppo economico nel cui ufficio avrebbe ricevuto, al fine di favorire la Tirreno Power nell'aggiramento delle norme, l'ex Ministro della giustizia Paola Severino, avvocato difensore di Tirreno Power ("Il Secolo XIX" edizione di Genova, del 15 luglio 2015);

inoltre, secondo l'inchiesta, avrebbero contribuito a favorire l'aggiramento di norme e di comportamenti prescrittivi anche alcuni "dirigenti del Ministero dell'ambiente (Giuseppe Lo Presti, Antonio Venditti, Antonio Milillo, Mariano Grillo, quest'ultimo indagato) i quali citano, in alcune intercettazioni del Noe e della Procura di Savona, il ruolo dell'allora vice ministro Claudio De Vincenti" (al momento ancora non indagato), "ora Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, sulla eventualità di eludere la legge che imponeva la copertura del carbone stoccato e così far riaprire la centrale" di Vado Ligure ("QualEnergia", del 15 luglio 2015);

in una conversazione tra Massimiliano Salvi (direttore di Tirreno Power) e due dirigenti del Ministero dell'ambiente, apparsa sui quotidiani, si registra quanto segue "La Severino mi dice (…) in questo Paese i governatori possono fare quello che vogliono (…) pure De Vincenti ieri mi dice ma non si può fare un esposto al Csm? Non si può fare aprire un'indagine al ministero della Giustizia ..." ("il Fatto Quotidiano", del 15 luglio 2015),

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa;

se si ritenga, alla luce di quanto evidenziato dall'inchiesta, ancora compatibile la presenza, nel Governo, del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri citato;

se non ritenga doveroso accertare e riferire al Parlamento l'effettivo adempimento di lealtà ed onore nei confronti delle istituzioni che si rappresentano da parte non solo dei Ministri, ma anche dei dirigenti e funzionari implicati per tutti gli adempimenti e situazioni che coinvolgono la Tirreno Power.

(3-02085)

MOLINARI, VACCIANO - Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che:

la CAES è una cassa edile costituita dalla Confartigianato imprese Sardegna e da UGL Sardegna, dirette articolazioni regionali delle rispettive confederazioni nazionali, sicuramente rappresentative a livello nazionale;

essa accede sin dall'avvio dell'attività (anno 2006), in forma telematica, allo sportello unico previdenziale attivato dall'INAIL previa convenzione stipulata con lo stesso INAIL e l'INPS, al fine di poter procedere direttamente alla certificazione di regolarità;

i passaggi che hanno caratterizzato questo modello organizzativo sono identici per ogni cassa edile operante in Italia e sono stati tutti scanditi da attività ovvero documenti di provenienza ministeriale e da quando è stato introdotto il documento unico di regolarità contributiva (DURC), CAE Sardegna è stata inclusa fra le casse edili abilitate a rilasciarlo;

considerato che:

4 sentenze della Corte di cassazione, confermative di pronunce emesse nei giudizi di merito, hanno riconosciuto il diritto di CAE Sardegna di esistere ed operare su un piano di parità e reciprocità con le altre casse edili del sistema (sentenze n. 16646, n. 16647, n. 16648 del 1° ottobre 2012; 9 settembre 2014, n. 18963) e, da ultimo, di fronte alla contestazione proveniente da un'impresa iscritta ad altra cassa edile del sistema industriale, una sentenza del TAR Sardegna ha anche confermato il buon diritto di CAE Sardegna ad emettere validi documenti di regolarità contributiva;

fino al 30 giugno 2015, il rilascio del DURC avveniva mediante collegamento telematico con lo sportello unico previdenziale, una piattaforma informatica funzionante presso l'INAIL sulla quale operavano tutte le casse edili d'Italia (tra cui, sin dal principio, CAE Sardegna, dotata di un proprio codice di accreditamento);

da diversi anni, e fino al 30 giugno 2015, è esistito un numero di casse edili abilitate al rilascio di tale documento tra le quali vi era un raggruppamento di casse edili territoriali aderenti al sistema privato della Commissione nazionale paritetica per le casse edili (CNCE) e un'altra cassa edile territoriale, la Cassa artigiana dell'edilizia della Sardegna;

con lettera circolare n. 37/0008367/MA007.A001 emanata il 2 maggio 2012, la Direzione generale attività ispettiva del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, nel proporsi di fornire chiarimenti in merito ai requisiti necessari alle casse edili affinché fossero competenti a rilasciare validamente il DURC, introduceva un elemento derogatorio al quadro normativo consolidatosi nei modelli organizzativi e nelle pratiche riconosciute, affermando nella circolare medesima che il principio di reciprocità fosse "assicurato attraverso la cooperazione telematica con la commissione Nazionale Paritetica per le Casse Edili (CNCE)" e che gli organismi "non in possesso del requisito della reciprocità assicurato dal collegamento con la CNCE non possono definirsi Casse Edili ai sensi del decreto legislativo n. 276/2003 e, conseguentemente, non possono rilasciare il Documento unico di Regolarità contributiva";

risulta agli interroganti già da precedente atto ispettivo 4-03202 del 7 gennaio 2015, rimasto senza risposta, che la CNCE abbia negato alla CAES la possibilità di interscambio dei dati, rifiutando ogni tentativo di interazione da parte di quest'ultima, così pregiudicando la realizzazione del principio di reciprocità nei comportamenti tra le casse edili appartenenti ai diversi sistemi contrattuali, e ciò al di là, a giudizio degli interroganti, dell'accettabilità della sostanza e della forma con le quali sono stati affermati i contenuti della circolare citata;

considerato inoltre che:

l'art. 4 del decreto-legge n. 34 del 2014, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 78 del 2014, ha previsto una nuova modalità di rilascio del DURC, non più in formato cartaceo ma in formato digitale; la nuova legge nulla ha innovato in ordine alle casse edili abilitate a rilasciare validamente le attestazioni di regolarità contributiva;

peraltro, lo stesso decreto ha elevato la CNCE (che raggruppa le casse edili partecipate da CGIL, CISL e UIL) a soggetto da consultare, unitamente ad INPS ed INAIL, in sede di predisposizione del decreto ministeriale attuativo del predetto art. 4;

il decreto ministeriale attuativo, emanato in data 30 gennaio 2015, ha disposto all'art. 7, comma 2, riferendosi alle concrete modalità operative della verifica di regolarità contributiva e del rilascio del DURC digitale, che questo sarebbe stato liberamente consultabile tramite le applicazioni informatiche predisposte dall'INPS, dall'INAIL e dalla CNCE;

nel perdurare del rifiuto della CNCE alla CAES di ogni possibilità di interscambio dei dati e di collaborazione operativa, nel silenzio del Ministero del lavoro, dell'INPS e dell'INAIL ad ogni sollecitazione, a giudizio degli interroganti grave, dal 1° luglio 2015 (ovvero da quando cioè il nuovo sistema informatico di rilascio del DURC è divenuto operativo, sostituendo quello precedente basato sullo sportello unico previdenziale) CAES Sardegna non è più in grado di certificare la regolarità contributiva delle proprie imprese iscritte;

considerato infine che, per quanto risulta agli interroganti:

le altre casse edili concorrenti, che fanno capo al sistema CNCE, hanno avviato un'opera poco commendevole di cannibalizzazione delle imprese iscritte a CAE Sardegna e di CAE Sardegna medesima, a causa dell'impossibilità di queste ultime di evadere positivamente le richieste di DURC relative alle proprie imprese iscritte che sarebbero state massicciamente contattate dai rappresentanti di altre casse edili e sollecitate insistentemente ad iscriversi presso di loro;

non è difficile prevedere copiose disdette da parte delle imprese iscritte a CAE Sardegna e la sua chiusura con licenziamento del personale e dismissione del proprio patrimonio così come non è difficile prevedere eventuali richieste risarcitorie per una condotta oggettivamente omissiva da parte del Ministero del lavoro,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo non ritenga che quanto esposto, confermando quanto già fatto notare nel precedente atto ispettivo 4-03202 e, anzi, concretizzandone i rischi paventati, sia configurabile come una grave lesione dei principi di libertà (quella sindacale, nella fattispecie), garantiti costituzionalmente, e alteri, in modo surrettizio ed a vantaggio di una parte ben precisa, la libera scelta del cittadino nell'individuare chi può meglio rappresentare i suoi interessi, nonché possa porre a carico della collettività costi elevati per un eventuale risarcimento danni.

(3-02086)

Interrogazioni con richiesta di risposta scritta

MUNERATO - Al Ministro dell'interno - Premesso che:

è notizia pubblicata su "Il Resto del Carlino" il 15 luglio 2015 quella relativa ad un mendicante extracomunitario che si avventa contro un anziano a Villanova del Ghebbo (Rovigo);

l'episodio è accaduto lunedì 13, alle ore 17 circa, in via Primo maggio e, secondo le ricostruzioni del figlio dell'anziano aggredito, al mendicante il padre avrebbe dato un euro ma il giovane straniero avrebbe voluto di più, avrebbe bofonchiato che doveva comperarsi una bicicletta e avrebbe cominciato a gridare e ad offendere per avere più soldi e, non ottenendo altro, avrebbe preso un bastone di legno aggredendo l'anziano e scaraventandolo verso il giardino di casa sua;

l'aggressione è stata fermata dall'intervento di un vicino, ma mentre si allontanava, l'extracomunitario avrebbe anche pronunciato parole di minaccia "Domani o tra dieci anni torno, stai attento";

la scena è stata ripresa da un cellulare ed il figlio, solo per far vedere il rischio corso dai genitori, persone anziane 67enni, l'ha pubblicata su "Facebook" ed il video in pochissime ore ha raggiunto circa 250.000 visualizzazioni ed oltre 6.000 condivisioni;

il grande scalpore suscitato dal video è, a parere dell'interrogante, legato al messaggio che tutti hanno ricevuto, e cioè di non essere più sicuri neanche in casa propria;

la gravità dell'accaduto avvalora la tesi che l'immigrazione e l'integrazione non possono essere un problema solo italiano,

si chiede di sapere se e quali provvedimenti di propria competenza il Ministro in indirizzo intenda urgentemente adottare affinché sia concesso ai migranti che ad ondate stanno arrivando nel nostro Paese un permesso umanitario temporaneo di libera circolazione in Europa.

(4-04294)

BLUNDO, SERRA, PUGLIA, BERTOROTTA, LEZZI, GAETTI, FUCKSIA, MONTEVECCHI, MORONESE, ENDRIZZI, CATALFO, TAVERNA, SANTANGELO - Al Presidente del Consiglio dei ministri - Premesso che:

nel 2013 l'istituto dell'adozione internazionale ha interessato 2.825 bambini di 56 Paesi, di cui 2.291 sono stati adottati da famiglie italiane che hanno dovuto sborsare mediamente in 4 anni circa 25.000 euro. Il percorso che porta, o che dovrebbe portare, all'adozione è tortuoso e complesso al punto che molte coppie si arrendono strada facendo, a causa degli esponenziali aumenti dei costi, delle lungaggini burocratiche, dell'inaffidabilità o scarsa professionalità di alcuni degli enti accreditati all'avvio e alla gestione delle pratiche di adozione;

in riferimento a quest'ultimo aspetto, secondo quanto su "Panorama" del 9 aprile 2014, nel biennio 2011-2012 30 coppie italiane si sono rivolte all'ente Airone onlus, con sede ad Albenga (Savona), avviando le pratiche per un'adozione internazionale in Kirghizistan, Paese dell'Asia centrale. Dopo avere sborsato cifre intorno ai 15.000 euro, le coppie appena giunte nella capitale Biskek hanno trovato una situazione completamente differente rispetto a quanto era stato loro prospettato da Airone onlus prima della partenza. A fronte delle gravi condizioni di salute di alcuni dei bambini da adottare, il referente locale di Airone ha proposto alle coppie alcune scandalose e illegali "soluzioni di ripiego", come la strada dell'utero in affitto o dell'adozione di bambini mediante versamenti in nero di denaro. Condotte gravemente illecite che hanno portato al successivo arresto del Ministro dello sviluppo sociale del Kirghizistan Ravshan Sabirov, della referente kirghisa di Airone onlus, Venera Zakirova, e alla fuga di un altro referente, Alexander Anghelidi, ancora latitante, nonché all'apertura di un'inchiesta da parte della Procura della Repubblica di Savona;

attualmente presso il tribunale di Biskek è in corso un processo penale e, sempre a quanto risulta agli interroganti, Airone onlus sarebbe indagata anche dalle autorità del Kirghizistan. In un'intervista rilasciata al settimanale "Panorama" il 7 aprile 2014 uno dei legali delle coppie truffate ha sostenuto che "le responsabilità di Airone sono evidenti per aver messo le coppie nelle mani di un delinquente". Inoltre, il legale ha sostenuto come "il governo del Kirghizistan ha confermato che le bambine non erano adottabili perché avevano una mamma biologica". Qualora si fosse proceduto in tal senso la coppia da lui assistita e, probabilmente, anche altre sarebbero incredibilmente andate incontro al reato di sottrazione di minori e traffico internazionale di bambini;

considerato che dall'ultima relazione prodotta dal centro adozioni della Asl di Brescia, relativa alle attività e ai dati delle adozioni per l'anno 2014, risulta agli interroganti che Airone onlus sia non solo ancora in attività, ma che addirittura abbia gestito un elevato numero di pratiche adottive, nonostante la Commissione per le adozioni internazionali (CAI) avesse, con delibera 19 marzo 2013, revocato l'autorizzazione ad operare. Essendo la data della delibera precedente a quelle cui, nella relazione, vengono riferite le procedure adottive seguite dall'ente Airone sorge, a parere degli interroganti, la necessità di verificare se i dati diffusi dal centro adozioni della Asl di Brescia rivelino o meno una violazione della revoca, con conseguente illegittimità delle procedure adottive portate avanti dalla stessa organizzazione;

ritenuto che a giudizio degli interroganti l'effettiva violazione della delibera della CAI del 19 marzo 2013 da parte di Airone onlus costituirebbe il sintomo dello stato di confusione che sembra caratterizzare l'attuale gestione della stessa Commissione per le adozioni internazionali, al punto da non saper garantire il rispetto da parte degli enti accreditati delle sue indicazioni. Inoltre, la violazione di una delibera di un organo della Presidenza del Consiglio dei ministri come la CAI mette seriamente a rischio anche il grado di affidabilità delle istituzioni da parte della società civile e in questo caso delle coppie interessate all'adozione,

si chiede di sapere:

se e quando il Presidente del Consiglio dei ministri intenda verificare, attraverso gli organi competenti, la sussistenza dell'ipotetica violazione dei provvedimenti della CAI da parte di Airone onlus;

quali siano i meccanismi di monitoraggio e verifica posti attualmente in essere dalla Commissione per le adozioni internazionali, al fine di attestare il corretto operato degli enti accreditati e se siano allo studio iniziative, anche di carattere normativo, volte a rafforzare ab origine i requisiti che ogni ente deve necessariamente sostenere ai fini dell'accreditamento;

se e quali iniziative il Governo abbia già messo in campo per assistere moralmente ed economicamente le coppie vittime dei falsi iter adottivi consumatisi in Kirghizistan da maggio a luglio 2012, e quali decisioni intenda prendere in futuro qualora la situazione richieda ulteriori interventi.

(4-04295)

PANIZZA - Al Ministro della salute - Premesso che:

il 20 maggio 2015 l'Ufficio di presidenza dell'Intergruppo parlamentare per lo sviluppo della montagna, del quale l'interrogante è vice presidente, ha incontrato il sottosegretario per la salute, professor Vito De Filippo, relativamente alla richiesta avanzata di avviare uno specifico progetto pilota nazionale sul tema "nascere in montagna";

la proposta avanzata dall'Intergruppo, sulla scorta di uno specifico incontro tenutosi a Trento nel mese di febbraio, nel quale si è effettuato un confronto con analoghe situazioni svizzere, austriache e tedesche, è relativa all'avvio di uno specifico tavolo di lavoro presso il Ministero della salute con le Regioni e le Province autonome al fine di sviluppare un progetto pilota nazionale di durata pluriennale attraverso il quale promuovere un'integrazione o un aggiornamento degli standard fissati dall'accordo Stato-Regioni affinché, laddove vi siano oggettive condizioni di disagio territoriale connesse con lo status di territorio interamente montano (purché siano raggiunti gli obiettivi di qualità, efficacia e appropriatezza previsti dallo Stato) possano essere ammesse modalità organizzative più flessibili ed idonee a garantire il servizio il più vicino possibile ai cittadini, anche al di sotto dei 500 parti all'anno;

a tale proposito, infatti, il lavoro di confronto con le realtà similari alpine svolto dall'Intergruppo ha consentito di evidenziare che: 1) lo standard italiano dei 500 parti, in particolari condizioni, può essere superato senza ridurre i livelli di sicurezza. Austria, Germania e Svizzera, sulla base degli stessi indirizzi internazionali a cui è sottoposto il nostro Paese, hanno fatto scelte diverse, più flessibili, più ragionevoli e più attente alle esigenze dei cittadini. Merita attenzione la posizione assunta dal presidente dell'ordine dei medici del Trentino, riferita all'apertura di un confronto finalizzato a sviluppare un progetto organizzativo possibile ed attento ai rischi del percorso nascita per la popolazione che vive nelle aree più decentrate e disagiate delle zone montane; 2) gli standard riguardano un mix tra costo, organizzazione, responsabilità professionali, sicurezza in ospedale, ma è totalmente assente la valutazione dei rischi correlati all'imprevedibilità degli eventi prima dell'accesso ai punti nascita. STEN (sistema di trasporto in emergenza neonatale) e STAM (servizio di trasporto assistito materno), laddove esistenti, a decine di chilometri di montagna dal punto nascita suscitano molte perplessità ed inoltre appare chiaro che la comunità scientifica italiana, che ha costruito gli standard, ha posto in particolare l'accento sulla questione delle responsabilità penali e civili degli operatori e sulla materia contrattuale;

il sottosegretario ha valutato positivamente la possibilità di sperimentare un progetto pilota apposito, da concordare congiuntamente con le Regioni e le Province autonome anche sulla scorta della strategia nazionale delle aree interne, che di questi aspetti connessi con la sperimentazione nei campi dei servizi sanitari in aree disagiate fa uno degli elementi più rilevanti e salienti;

preso atto delle forti e decise proteste espresse dalle istituzioni locali e da tutte le rappresentanze del territorio dove si è ipotizzata la chiusura dei reparti; proteste che hanno portato all'approvazione di documenti ufficiali che testimoniano quanto il servizio sia ritenuto indispensabile ai fini del mantenimento dei livelli essenziali d'assistenza. Si veda, quale esempio, la risoluzione approvata all'unanimità in data 15 luglio 2015 dal Consiglio della Provincia autonoma di Trento,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia del parere che il progetto pilota nazionale sul tema "nascere in montagna" sia estremamente importante per lenire le condizioni di disagio territoriale connesse con lo status di territorio interamente montano;

se ritenga che l'aggiornamento degli standard fissati dall'accordo Stato-Regioni, affinché possano essere ammesse modalità organizzative più flessibili ed idonee a garantire il servizio il più vicino possibile ai cittadini, sia ormai improcrastinabile;

a che punto sia la sperimentazione del progetto pilota "nascere in montagna" volto al raggiungimento degli obiettivi di qualità, efficienza ed appropriatezza previsti dallo Stato.

(4-04296)

BLUNDO, BERTOROTTA, BOTTICI, FATTORI, PETROCELLI, FUCKSIA, GIARRUSSO, GAETTI, PAGLINI, SCIBONA, PUGLIA - Al Presidente del Consiglio dei ministri - Premesso che:

con verbale di deliberazione n. 171/2011 il Consiglio comunale di L'Aquila approvava il regolamento condominiale applicabile al compendio immobiliare denominato "progetto CASE e MAP" (complessi antisismici sostenibili ecocompatibili e moduli abitativi provvisori). Al comma 7 dell'articolo 16 del regolamento si stabiliva che "le spese relative ai consumi di acqua potabile, acqua sanitaria e riscaldamento verranno ripartite in base ai consumi individuali, rilevati dagli appositi misuratori posti di norma all'interno degli appartamenti o nei pianerottoli delle scalinate. Il rilievo dei consumi verrà effettuato una volta l'anno previo avviso di passaggio del personale incaricato. In caso di impossibilità di accesso, per assenza del condomino o per altre cause verrà addebitato al condomino un consumo stimato, eventualmente basato sui consumi precedenti da conguagliare nell'esercizio successivo";

nonostante la delibera, il Comune ha provveduto dal 2010 al 2014 alla ripartizione delle utenze in base alla superficie e ai metri quadri e non ai consumi effettivi, contravvenendo anche a quanto era stato previsto nel comma 8 dell'articolo 16 del regolamento citato dove, "per l'anno 2010, non essendo possibile determinare i consumi delle utenze, verrà contabilizzato un prelievo stimato che verrà portato a conguaglio a fine esercizio";

avverso la decisione del Comune di L'Aquila sono stati successivamente presentati molti ricorsi da parte degli abitanti di CASE E MAP, chiedendo che "il conteggio dei loro consumi venga effettuato sulla base dei consumi effettivi e non forfettari in base ai metri quadri". Inoltre i cittadini lamentano che "la quantificazione del consumo del singolo alloggio andava fatta in modo individuale apparendo manifestamente incostituzionale sotto il profilo del principio di eguaglianza posto dall'art. 3 della Costituzione". In una sentenza del mese di giugno 2015 il Tribunale di L'Aquila, pur respingendo uno dei ricorsi presentati, ha però riconosciuto che "gli importi delle utenze dovevano essere ripartiti secondo i consumi imputabili ai singoli appartamenti, previa lettura dei contatori", aprendo scenari alquanto complicati per le casse del Comune;

considerato che nel comma 8-quinquies dell'articolo 4 del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133, recante "Misure urgenti per l'apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l'emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive" ("Sblocca Italia"), convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 2014, n. 164, è stato stabilito che "Tutti gli assegnatari di alloggi del Progetto CASE e dei moduli abitativi provvisori (MAP) sono tenuti al pagamento del canone concessorio stabilito dai comuni e a sostenere le spese per la manutenzione ordinaria degli stessi e delle parti comuni. (...) per l'edilizia residenziale pubblica, Progetto CASE e MAP, i comuni ripartiscono i consumi rilevati per ogni edificio, anche per il riscaldamento e la produzione di acqua calda sanitaria, secondo le superfici lorde coperte degli alloggi";

considerato inoltre che larga parte dei consumi di gas sostenuti sono la conseguenza del mancato funzionamento dei pannelli solari, inizialmente installati sul complesso CASE e mai entrati in funzione per la noncuranza dell'amministrazione comunale aquilana. La messa in funzione dei pannelli avrebbe, di contro, garantito una quantità di acqua calda pari al 50 per cento dell'intero fabbisogno espresso dagli abitanti residenti nel complesso CASE;

considerato infine che, a parere degli interroganti:

la ripartizione delle bollette per metro quadro è un criterio profondamente iniquo poiché sacrifica chi consuma di meno, perché più accorto o semplicemente per le ridotte dimensioni del suo nucleo familiare, a scapito di chi consuma di più per scelta personale o per circostanze di fatto ormai immutabili, come ad esempio una famiglia numerosa;

la norma prevista nel comma 8-quinquies citato, oltre che ingiusta, sarebbe stata pensata per "sanare" dal punto di vista legislativo la decisione, illegittima, del Comune di L'Aquila di far pagare, nel periodo 2010-2014, le utenze sulla base dei metri quadri e non dei consumi effettivi agli abitanti dei progetti CASE e MAP, contravvenendo palesemente a quanto stabilito nella deliberazione n. 171/2011,

si chiede di sapere se il Governo intenda adottare iniziative, anche di carattere normativo, atte a promuovere la revisione dei contenuti del comma 8-quinquies dell'articolo 4 del decreto-legge n. 133, in cui si stabilisce, per le famiglie residenti del progetto CASE e MAP di L'Aquila, il calcolo delle utenze sulla base del parametro, a parere degli interroganti iniquo, della superficie anziché di quello dei consumi effettivi, nel rispetto di quanto originariamente stabilito nel citato regolamento condominiale adottato dal Consiglio comunale aquilano.

(4-04297)

BENCINI, Maurizio ROMANI, ORELLANA, BIGNAMI, MASTRANGELI, MOLINARI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale - Premesso che:

nel mese di maggio 2014, il lavoro messo in atto dalla Presidenza del Consiglio dei ministri e dal Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale ha determinato l'esito positivo della vicenda delle 24 famiglie italiane bloccate a Kinshasa e impossibilitate a partire insieme ai figli adottivi;

ad oggi, però, ci sono ancora circa 130 coppie di genitori italiani che, pur avendo ottenuto sentenza irrevocabile di adozione pronunciata dall'autorità giudiziaria della Repubblica democratica del Congo, non hanno potuto concludere il procedimento adottivo, poiché, in data 25 settembre 2013, è intervenuta la nota decisione della Direction general migration (DGM) di sospendere per un anno l'emissione di visti di uscita per i minori adottati;

la situazione non ha trovato una soluzione nonostante siano trascorsi i 12 mesi inizialmente indicati dalla stessa DGM come periodo massimo di possibile durata della sospensione. Il 26 settembre 2014 il Ministero dell'interno e della sicurezza della Repubblica democratica del Congo ha dichiarato che «la misura di sospensione dei visti d'uscita dei minori congolesi adottati da genitori stranieri è estesa fino a nuovo ordine»;

il presidente Kabila e il Governo congolese hanno affermato che il motivo della sospensione risiede nell'esigenza di operare una revisione delle procedure di adozione, al fine di aumentare il livello di tutela e di salvaguardia dei bambini congolesi destinati all'adozione; dopo quasi 2 anni dall'inizio della sospensione, i tempi necessari per tale intervento restano incerti;

a questa complicata situazione giuridica se ne aggiunge un'altra, altrettanto complicata, che riguarda l'aspetto umano: i bambini in Congo sono stati preparati all'incontro con i loro genitori, vivono nella speranza che un giorno formeranno una famiglia con quella mamma e quel papà che oggi vedono solo in fotografia. Il protrarsi del blocco dei permessi d'uscita da parte delle autorità congolesi determina dunque per decine di famiglie un'insostenibile situazione di incertezza che si rivela progressivamente sempre più insopportabile per la vita privata e familiare degli interessati e in primo luogo dei bambini che risultano essere le principali vittime di questa situazione;

considerato che:

le famiglie coinvolte lamentano da tempo la difficoltà di ricevere, da parte della Commissione per le adozioni internazionali, aggiornamenti puntuali circa gli eventuali sviluppi della situazione od ogni altra comunicazione se non nella forma di diffida dal prendere iniziative personali, quale ad esempio la visita in loco ai propri figli adottivi;

nonostante l'attuale situazione di crisi, la Commissione per le adozioni internazionali nella sua attuale composizione dall'ultimo insediamento si è riunita una sola volta in data 26 giugno 2014, a fronte di una riunione almeno mensile che da sempre ne aveva caratterizzato i lavori;

la questione non riguarda solo l'Italia: numerose altre famiglie straniere sono state coinvolte dalla sospensione dei visti d'uscita per i bambini adottati. Anche il presidente degli Stati Uniti è intervenuto il 31 marzo 2015 sulla vicenda sollecitando il presidente Kabila ad una rapida soluzione;

la mozione Quartapelle Procopio ed altri, 1-00326, approvata il 15 luglio 2014, ha impegnato il Governo a dare rinnovata, palese e concreta attenzione alle politiche in materia di adozioni internazionali, alla CAI, agli enti e alle famiglie adottive, e «a sostenere con convinzione ogni iniziativa volta a sbloccare le pratiche adottive di famiglie italiane in quei Paesi nei quali per ragioni sociali e politiche queste hanno subito un rallentamento»,

si chiede di sapere:

come intenda operare il Governo, anche in accordo con gli altri Stati coinvolti, per assicurare il sollecito congiungimento dei bambini congolesi con le famiglie adottive;

che cosa intenda fare per garantire un migliore e regolare svolgimento dei lavori della Commissione per le adozioni internazionali.

(4-04298)

CENTINAIO - Al Ministro dello sviluppo economico - Premesso che:

la vicenda legata allo sgombero delle bancarelle ubicate in prossimità del duomo di Pisa sembra destinata a non trovare fine;

è una storia che risale agli anni passati, quando in conferenza dei servizi, alla presenza del sindaco di Pisa, del soprintendente regionale, del responsabile dell'azienda ospedaliera pisana, dell'Opera della primaziale pisana e del vescovo di Pisa, fu deciso lo spostamento temporaneo delle bancarelle di piazza dei Miracoli in vista dei lavori al museo delle Sinopie dell'Opera primaziale pisana, un edificio che si estende per circa 240 metri al lato opposto della piazza e che da oltre 70 anni ospita lungo tutto il suo perimetro il mercato storico;

anche se nell'ordinanza del Comune si parlava di trasferimento temporaneo, già all'epoca della conferenza, l'assessore per il commercio e il soprintendente della Regione erano contrari al riposizionamento delle bancarelle nella loro postazione originaria;

attualmente, dopo mesi di fermo lavorativo, le bancarelle sono state trasferite fuori dalle mura storiche; tale ubicazione assolutamente decentrata sta compromettendo i profitti dei commercianti, mettendoli a rischio di chiusura;

lo sgombero interessa circa 44 bancarelle e ha prodotto ricadute negative sull'occupazione, rendendo estremamente incerto il futuro di oltre 300 famiglie;

oltre tutto, in una porzione dell'immobile interessato dal restauro, è stato aperto, a seguito di espletamento di gara pubblica, un ufficio di informazioni turistiche che, nato inizialmente con la finalità di supportare il turista nell'orientamento della città, attualmente è divenuto un vero e proprio esercizio commerciale, in contrasto con le condizioni imposte dallo stesso bando di gara;

a nulla è servito il ricorso, prima al TAR e poi al Consiglio di Stato, da parte degli ambulanti; infatti, se pure i pronunciamenti hanno inteso più volte sottolineare il carattere temporaneo dell'ordinanza comunale, di fatto hanno respinto il ricorso dei commercianti, attenendosi esclusivamente ai contenuti dell'atto del Comune che nei fatti parla di trasferimento temporaneo;

nell'ordinanza del Consiglio di Stato, si precisa: "Rimane fermo che le amministrazioni interessate, una volta ultimati i lavori, dovranno ricollocare gli esercizi commerciali nella loro sede originaria, attesa la natura strettamente temporanea e contingente degli impugnati provvedimenti";

i lavori si stanno protraendo oltre i tempi, con proroghe che hanno comportato un ritardo nella loro ultimazione di oltre 2 anni. La prosecuzione dei lavori oltre la scadenza stabilita non permette ai commercianti di tornare, seppur in modo temporaneo, nella piazza;

sembrerebbe, come emerge da un esposto alla Procura generale della Corte dei conti, che con una modifica del tutto arbitraria al regolamento urbanistico il Comune abbia esonerato, inspiegabilmente, i proprietari degli immobili in ristrutturazione dal pagamento del suolo pubblico, determinando un danno per l'erario di circa 2 milioni di euro,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti descritti;

se voglia rendersi promotore di un dialogo tra le parti interessate finalizzato al sostegno delle attività del commercio ambulante, valutando se vi siano le condizioni per favorire lo spostamento e il riposizionamento delle bancarelle nella loro postazione storica, al fine di scongiurare il rischio di cessazione delle attività, dovuto all'isolamento che si è venuto a creare a seguito dello spostamento delle bancarelle in zona decentrata.

(4-04299)

MALAN - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:

il principio della libera concorrenza non attua soltanto il principio di libertà dell'iniziativa economica e il divieto di esercitarla in contrasto con l'utilità sociale, di cui all'articolo 41 della Costituzione, ma anche il principio di eguaglianza di cui all'articolo 3, e, rendendo l'intero sistema-Italia più competitivo facilita il conseguimento del pareggio di bilancio di cui all'articolo 81 e la produzione di risorse sufficienti a finanziare tutte le spese dello Stato per le finalità previste dalla stessa Carta fondamentale;

il 23 luglio 2014, nella seduta delle Commissioni riunite 10a e 13a del Senato, furono accolti l'ordine del giorno G/1541/24/10 e 13 a firma dell'interrogante e dei senatori Piccoli e Cuomo, che impegna il Governo, nel contesto del rafforzamento della competitività e della concorrenza anche nel settore delle concessioni autostradali, ad avviare entro il 31 dicembre 2014 le procedure delle gare per l'assegnazione delle concessioni autostradali scadute entro il 31 luglio 2014, ed entro il 30 giugno 2015 per le concessioni in scadenza entro il 30 giugno 2017;

con le sole eccezioni della A21 "Piacenza-Cremona-Brescia e diramazione per Fiorenzuola d'Arda (PC)" e A3 "Napoli-Pompei-Salerno", nessuna procedura di gara è stata aperta, venendo meno all'impegno preso dal Governo;

al contrario, l'articolo 5 del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133, detto Sblocca Italia, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 2014, n. 164, al comma 1, ha introdotto la possibilità per i concessionari autostradali di proporre modifiche ai rapporti concessori; il rispetto del diritto europeo e del principio di concorrenza portava a ritenere che la norma non consentisse proroghe alla data di scadenza delle concessioni autostradali, e comporterebbe un'alienazione di parte del patrimonio dello Stato nei confronti di privati predeterminati, senza copertura finanziaria e senza quantificazione;

invece, il comunicato pubblicato dal sito internet del Governo fin dal 29 agosto 2014, analogo a quello pubblicato dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, e l'intervista del Presidente del Consiglio dei ministri, concessa il 3 settembre a "Il Sole-24 ore", chiarivano che tale disposizione consentiva di prorogare la scadenza delle concessioni eguagliandola a quella più lontana nel tempo fra quelle delle tratte connesse;

gli stessi comunicati vantavano che gli obiettivi di assicurare gli investimenti e contenere le tariffe, addotti nello stesso testo di legge come ragioni per concedere le proroghe, possono essere perseguiti (per definizione, per le norme europee, per esperienza) attraverso procedure di evidenza pubblica, e non con il prolungamento di situazioni esistenti, nessuna delle quali determinate da gare, e che anzi hanno goduto negli anni di ampi miglioramenti delle condizioni a favore del concessionario; non stupisce pertanto che i concessionari, come riferiscono gli stessi comunicati governativi, abbiano promesso investimenti, essendo stata loro proposta un'ulteriore protezione rispetto alla competizione e all'equità, anche se resta anomala questa loro consultazione: per emanare norme per definizione straordinariamente necessarie e urgenti si sono aspettate settimane, e non per consultare coloro cui la Costituzione assegna il compito di legiferare, ma gli imprenditori del settore, limitatamente a coloro ai quali il provvedimento porta enormi benefici economici a scapito degli automobilisti, delle altre aziende e della competitività del Paese;

in particolare, i 10-12 miliardi di investimento promessi in realtà non verrebbero da risorse delle imprese private, ma dai pedaggi pagati obbligatoriamente dagli utenti e dalle aziende (a scapito della competitività del sistema-Paese), a proposito dei quali la legge parla di moderato aumento, ma che invece dovrebbero scendere parecchio al termine della concessione, dovendo solo pagare la manutenzione, per la quale, secondo i dati ministeriali, oggi basta meno del 15 per cento delle tariffe stesse;

della questione si è interessato uno dei massimi esperti in materia di autostrade, l'economista Giorgio Ragazzi, che ha lavorato al Fondo monetario internazionale, quindi come dirigente nel settore finanziario di una multinazionale, già direttore esecutivo della Banca mondiale e docente di Politica economica e Scienza delle finanze in prestigiosi atenei; in un articolo del 24 ottobre 2014 su "lavoce" ha calcolato sulla base degli margini conseguiti nell'ultimo anno in modo inoppugnabile che il prolungamento delle concessioni, così come prospettato nel decreto-legge n. 133, porterebbe un maggiore margine operativo lordo agli attuali gestori di ben 15 miliardi e 920 milioni, di cui ben 9 miliardi e 644 milioni al solo gruppo Gavio;

nella trasmissione televisiva "la Gabbia" andata in onda su La7 domenica 9 novembre 2014, nel servizio "Autostrade 'regalate' ai soliti amici", il Ministro pro tempore Maurizio Lupi, rispondendo a giornalisti che citavano i dati dell'articolo del professor Ragazzi, affermava che l'articolo 5 citato non prevede nessuna proroga e pertanto i calcoli esposti sarebbero basati su cose che non esistono;

nelle sue comunicazioni all'8a Commissione permanente (Lavori pubblici, comunicazioni) del Senato dell'8 luglio 2015, il Ministro in indirizzo ha affermato che per l'Unione europea le concessioni possono essere assegnate soltanto con gara, ovvero prorogate sulla base di condizioni precise e stringenti, o ancora assegnate attraverso affidamenti diretti se avvengono tra enti del settore pubblico; ha poi affermato che in alcune concessioni esistenti non sempre vi è una reale assunzione del rischio operativo da parte del concessionario e pertanto in questi casi sarà possibile una revisione delle convenzioni; infine, con particolare riferimento alle autostrade Valdastico e Asti-Cuneo, ha fatto presente l'esigenza di valutare con attenzione alcune questioni non ancora risolte,

si chiede di sapere:

quali proposte siano state presentate ai sensi dell'articolo 5, commi 1 e 2, del decreto-legge n. 133 del 2014;

se esse includano prolungamenti delle concessioni in essere, per quale scadenza e a quali condizioni;

se il Ministro in indirizzo intenda dar corso alle proposte suddette nonostante gli evidenti problemi sollevati e il contrasto con le norme europee;

chi abbia curato i contatti con i beneficiari del decreto-legge e in che modo tali contatti abbiano influenzato la stesura del provvedimento;

se coloro che hanno curato i suddetti contatti siano stati coinvolti nelle indagini e negli arresti che hanno interessato importanti figure del Ministero;

quali sarebbero le concessioni esistenti nelle quali non sempre vi è una reale assunzione del rischio operativo da parte del concessionario e che tipo di revisione delle convenzioni si intenda porre in essere;

in che modo intenda valutare le questioni non ancora risolte relative alle autostrade Valdastico e Asti-Cuneo, tenendo presente che per il completamento di quest'ultima già è stata concessa una lucrosa proroga ad altra importante tratta autostradale, senza che il completamento fosse effettuato;

se intenda prorogare, sia pure a precise condizioni, altre concessioni e quali;

quali concessioni intenda affidare in house;

quando finalmente intenda avviare le procedure competitive per l'affidamento delle concessioni scadute o in prossima scadenza, e per quali, tenendo presente che, in base ai calcoli citati ogni giorno di ritardo, compreso l'anno inutilmente trascorso fino ad ora, comporta per gli attuali concessionari almeno 2 milioni di euro di profitti extra, drenati dagli automobilisti e dalle imprese, a scapito della competitività dell'Italia.

(4-04300)

BAROZZINO - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:

nella giornata del 15 luglio 2015, sulla strada statale 598 (tratto Atena lucana-Brienza, circa 2 chilometri dall'ingresso autostradale Salerno-Reggio Calabria di Atena lucana, Salerno) si è verificato un incidente che ha visto coinvolta un'autocisterna trasportatrice di acque reflue derivanti dalle estrazioni petrolifere;

l'incidente ha provocato lo sversamento delle acque reflue sul manto stradale e sul terreno circostante, con rischio di contaminazione delle acque dell'adiacente fiume Tanagro e/o del suo bacino;

sono oramai decine e decine le autobotti trasportatrici di acque reflue derivanti dalle estrazioni petrolifere che attraversano non solo le strade lucane ma quelle dell'intero territorio nazionale,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza della reale composizione chimico-organica del materiale trasportato dalla autobotti;

se siano rispettate tutte le normative in materia di trasporto di materiali pericolosi;

quale sia l'entità reale dei danni prodotti da detti sversamenti;

se esista una mappatura nazionale circa la destinazione dei materiali reflui derivanti dalla lavorazione e dall'estrazione degli idrocarburi.

(4-04301)

ICHINO, ALBERTINI, CARRARO, DE BIASI, DEL BARBA, DI GIORGI, FATTORINI, LIUZZI, Mario MAURO, MIRABELLI, MATTESINI - Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo - Premesso che:

l'orchestra sinfonica "Giuseppe Verdi" di Milano è ormai universalmente accreditata come una delle migliori orchestre d'Italia e la prima orchestra in Europa per produttività;

la stessa orchestra Verdi da 20 anni svolge un'intensa attività per la formazione musicale del pubblico, in particolare dei bambini e dei giovani;

da 20 anni il Ministero competente ha considerato l'orchestra Verdi alla stregua di un'agenzia organizzatrice di concerti e non come una realtà di produzione musicale fra le più importanti del nostro Paese;

finalmente il Ministro in indirizzo, con un atto al tempo stesso dovuto e meritorio (decreto 1° novembre 2015), ha riconosciuto l'orchestra Verdi, con il parere unanime della Commissione consultiva per la musica, come un'istituzione concertistica-orchestrale (ICO), a norma dell'articolo 28, comma 4, della legge 14 agosto 1967, n. 800;

il suddetto provvedimento ministeriale è stato adottato nei tempi, suggeriti anche dagli uffici preposti, utili al fine di rientrare, a partire dal 2015, nella categoria del Fondo unico per lo spettacolo prevista per le ICO;

fino alla fine di giugno 2015 gli uffici dello stesso Ministero hanno espletato tutte le pratiche per l'attuazione del decreto, in stretta comunicazione e collaborazione con l'orchestra Verdi;

in base a quanto risulta agli interroganti, la Direzione generale per lo spettacolo dal vivo, senza alcuna apparente motivazione e senza alcuna informazione né al Ministro né all'orchestra Verdi, al momento dell'assegnazione delle sovvenzioni del Fondo unico dello spettacolo, ha ignorato il suddetto decreto ministeriale e ha declassato l'orchestra Verdi in una categoria diversa da quella prevista da quello stesso decreto,

si chiede di conoscere:

quale sia il contenuto del verbale della riunione della Commissione consultiva per la musica in cui sono stati ripartiti i fondi destinati alle ICO e le istanze presentate per il sovvenzionamento 2015 nel comparto delle ICO e dei "complessi strumentali";

quali misure il Ministro in indirizzo intenda prendere per riparare all'abuso denunciato nei confronti dell'orchestra Verdi, assicurando l'operatività del proprio decreto.

(4-04302)

PETRAGLIA - Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo - Premesso che:

l'11 giugno 2011 col patrocinio della Presidenza del Consiglio dei ministri e dei Ministeri per la pubblica amministrazione e l'innovazione, per il turismo, per i beni e le attività culturali, delle infrastrutture e dei trasporti, per le pari opportunità, dello sviluppo economico, della Regione Toscana, della Provincia di Pisa e della Federazione italiana gioco calcio, a Sasso Pisano nel comune di Castelnuovo di Val di Cecina (Pisa) è stato inaugurato il Museo delle arti e dei mestieri della Toscana "Gualerci Nicola". In occasione dell'inaugurazione il Presidente della Repubblica ha conferito alla cerimonia una medaglia di rappresentanza;

l'interessante idea di realizzare all'interno del sito medievale di Sasso Pisano, frazione medievale di Castelnuovo Val di Cecina, una struttura museale allo scopo di valorizzare l'artigianato e l'arte manifatturiera, eccellenze della Toscana in Italia e nel mondo, tanto decantata dall'amministrazione comunale, non ha mai avuto la possibilità di realizzarsi nonostante la grande rilevanza dell'iniziativa sotto il profilo culturale, artistico ed economico;

dopo più di 4 anni tale struttura museale non è aperta al pubblico e quindi non solo non è fruibile, ma le opere di grandissimo pregio artistico offerte da imprese d'eccellenza toscane e da personalità illustri del mondo della cultura e dell'arte come ad esempio il tenore Andrea Bocelli, lo stilista Salvatore Ferragamo, l'accademia navale di Livorno, la scuola Normale superiore di Pisa, la scuola superiore "Sant'Anna" di Pisa, l'università di Pisa, la Federazione italiana giuoco calcio, non si sa bene dove vengano custodite anche se pare siano depositate in pessime condizioni e senza alcuna garanzia di sicurezza, nella chiesa del paese di Sasso Pisano, aperta al culto. Alcune di tali opere sono addirittura poste all'aperto all'ingresso della chiesa,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno interpellare l'amministrazione comunale di Castelnuovo Val di Cecina al fine di conoscere il motivo della chiusura del museo, anzi la mai avvenuta apertura a partire dal giorno dell'inaugurazione a tutt'oggi, e se non ritenga opportuno inviare un' ispezione presso il museo stesso al fine di verificare la congruità delle strutture e dei metodi e delle procedure di conservazione delle opere soprattutto in considerazione del valore culturale del progetto, a vocazione nazionale, e del pregio artistico delle opere donate.

(4-04303)

MOLINARI, Maurizio ROMANI, BENCINI, ORELLANA - Ai Ministri dell'interno e della salute - Premesso che a quanto risulta agli interroganti:

nel Comune di Cosenza nel 2015 sono stati aperti diversi locali notturni di ristorazione e di somministrazione alcolici con chiusura, anche infrasettimanale, alle prime ore dell'alba;

nel cuore del centro urbano della città, la zona di S. Teresa, piazza S. Teresa, via Nicola Parisio, via Arabia, via Frugiuele è stata, da un anno a questa parte, particolarmente interessata dall'apertura di tali locali;

in alcune situazioni, come nel caso della zona in prossimità della piazza Santa Teresa, gli avventori arrivano a raggiungere numeri assai considerevoli di presenze, dovuto al fatto che in tali aree sono state avviate numerose attività, tutte della medesima tipologia;

la concentrazione di tutti questi locali notturni in una zona da sempre residenziale risulta incompatibile con le abitudini diurne lavorative dei residenti;

molti di questi locali sono allocati in palazzi e, consta agli interroganti, risultano privi dei necessari isolamenti acustici e degli obbligatori certificati di impatto acustico, esercitando comunque, nonostante tali gravissime omissioni, intrattenimento musicale, incuranti delle normative di riferimento del settore;

a causa delle loro ridotte dimensioni, diversi di tali locali, non potendo neanche ospitare i propri avventori al loro interno, permettono che quest'ultimi stazionino fuori dai locali, collocando, non si sa quanto legittimamente, arredi sul suolo pubblico, creando in tal modo intralcio e pericolo per la circolazione dei passanti e potenziando il disturbo del riposo notturno con schiamazzi e rumori molesti;

i cittadini residenti in prossimità di tali locali si sono trovati, in breve tempo, a vedere sconvolte le condizioni di vita del loro quartiere, costretti a subire schiamazzi e rumori molesti, generati dalla musica, dal rumore delle moto, delle auto e dai clacson per tutte le ore della notte fino alla mattina seguente, oltreché subire le molestie dei fumi di molti locali di ristorazione che, in contrasto con la normativa vigente, non dispongono di canne fumarie con sbocco sui tetti;

la presenza di auto e ciclomotori parcheggiati in ogni dove, marciapiedi compresi, crea ulteriore pericolo ed intralcio ai pedoni e al transito veicolare urbano;

considerato che:

su istanza della Questura di Cosenza, sono stati effettuati diversi controlli e sopraluoghi da parte dell'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente della Calabria (ARPACAL) che hanno riscontrato valori di rumore ben al di sopra dei limiti di legge e, dunque, un forte inquinamento acustico prodotto dalle attività citate;

numerose, da diverso tempo a questa parte, sono state le lamentele e molteplici gli esposti, le diffide e le denunce di privati cittadini e di amministratori condominiali investiti dai condomini della tutela della pubblica quiete, unitamente a comitati di quartiere, dirette pure verso il sindaco, al quale è stato inviato un documento firmato da ben 5 condomini (rappresentanti circa 350 persone) ove venivano richieste misure urgenti;

è compito dei sindaci adottare tutti i provvedimenti necessari per il rispetto della salute dei cittadini, anche sotto il profilo della tutela dall'inquinamento acustico e degli ambienti di vita interni ed esterni;

i sindaci hanno il dovere di adottare, in qualità di ufficiali di Governo, provvedimenti anche contingibili ed urgenti, nel rispetto dei principi generali dell'ordinamento, al fine di prevenire gravi pericoli che insidiano l'incolumità pubblica e la sicurezza urbana, ciò anche alla luce di tristi fatti di cronaca che, anche nella città di Cosenza, hanno visto diversi episodi esecrabili e di natura violenta,

si chiede di sapere al fine di garantire, nell'ambito delle rispettive competenze, il diritto alla sicurezza e alla salute e per evitare che le situazioni descritte possano continuare e degenerare, quali provvedimenti i Ministri in indirizzo, a fronte all'inerzia del sindaco di Cosenza, intendano cautelativamente prendere.

(4-04304)

CASALETTO, BOCCHINO, MOLINARI, VACCIANO, BENCINI, Maurizio ROMANI - Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali - Premesso che i reati nell'alimentazione sono molto diffusi ed investono ambiti complessi e articolati; sono presenti anche all'estero, nelle catene commerciali della grande distribuzione, nella ristorazione e nelle aree agro-turistiche, nella gestione dei circuiti illegali delle importazioni ed esportazioni di prodotti agroalimentari. Spesso viene trascurata l'indicazione sull'origine e sulla tracciabilità dei prodotti, si opera la macellazione e la panificazione clandestina, si esercita lo sfruttamento animale, si lucra sul ciclo dei rifiuti, non curandosi delle gravi conseguenze per la catena agroalimentare, per l'ambiente e la salute;

considerato che viene compromessa in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l'effetto indiretto di minare profondamente l'immagine dei prodotti italiani ed il valore del marchio made in Italy;

rilevato che:

i settori dell'agricoltura e della pesca sono nel mirino della criminalità in Spagna nel comparto della ristorazione. Tra i centri maggiormente toccati, secondo la Coldiretti, vi sono le città di Madrid, Vigo e la regione dell'Andalusia. Nel Regno Unito, la criminalità ha puntato sui bar e sui ristoranti e la città scozzese di Aberdeen è considerata un polo particolarmente sensibile. In Germania la criminalità ha rivolto l'attenzione alle strutture legate alla gastronomia, con preferenza per le città di Geldern, Oberhausen e Duisburg;

la criminalità organizzata, infine, non trascura l'est europeo come l'Albania, per quanto riguarda bar e ristoranti, mentre opera con illeciti profitti in Romania, in attività legate all'agricoltura e alla pesca soprattutto nella zona di Vaslui ai confini con la Moldova e in prossimità del mar Nero;

ritenuto che in un momento difficile per l'economia, si deve valorizzare la trasparenza e dare completa attuazione alle leggi nazionali che prevedono l'obbligo di indicare in etichetta l'origine degli alimenti e diviene necessario che sia anche resa trasparente l'indicazione dei flussi commerciali con l'informazione delle aziende che importano materie prime dall'estero,

si chiede di conoscere:

se il Ministro in indirizzo, nell'esercizio delle azioni di competenza, non ritenga opportuno promuovere un attento controllo affinché non venga compromessa in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l'effetto indiretto di minare profondamente l'immagine dei prodotti italiani ed il valore del marchio made in Italy;

se si possa fornire la piena informazione dei flussi commerciali e delle aziende che importano materie prime dall'estero.

(4-04305)

GIARRUSSO, AIROLA, BOTTICI, BULGARELLI, CAPPELLETTI, CATALFO, CRIMI, ENDRIZZI, GAETTI, LEZZI, MANGILI, MARTELLI, MARTON, MONTEVECCHI, MORONESE, MORRA, PETROCELLI, SANTANGELO, TAVERNA - Ai Ministri dell'interno e dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che, per quanto risulta agli interroganti:

la società che gestisce i servizi idrici nei 43 comuni della provincia di Agrigento, nonché nello stesso capoluogo, nasce a Catania nel 2007: di essa fanno parte il comune di Agrigento e tutti i Comuni del consorzio del Voltano, componenti, a loro volta, dell'autorità di ambito territoriale ottimale 9 (ATO idrico di Agrigento), configurando, di conseguenza, una situazione nella quale i soggetti coinvolti si trovano ad essere sia enti aggiudicanti che aggiudicatari. Il conflitto di interessi generato venne superato grazie ad un parere espresso dall'avvocato Gaetano Armao, ex assessore regionale all'economia della Giunta Lombardo, attraverso il quale è stato possibile sottoscrivere un contratto trentennale per la fornitura idrica siglato dall'allora presidente della Provincia di Agrigento, dal presidente dell'ATO idrico Vincenzo Fontana (già parlamentare per il Partito delle Libertà) e da Giuseppe Giuffrida, ex amministratore delegato di Girgenti Acque;

la Girgenti Acque, infatti, in virtù di una convenzione stipulata il 27 novembre 2007 con l'ATO, opera, attraverso servizi di captazione, adduzione, distribuzione idrica, fognatura e depurazione dei reflui, nell'intera provincia di Agrigento. Tuttavia, la gestione del servizio idrico è stata, negli anni, più volte fortemente contestata;

nonostante nel 2011 la popolazione si fosse espressa in misura plebiscitaria con il referendum avente ad oggetto la gestione pubblica dell'acqua, nei fatti la situazione è rimasta pressoché invariata, ed anzi, sono stati riscontrati dei peggioramenti nella gestione da parte di Girgenti Acque SpA;

l'allora presidente della Provincia di Agrigento, Eugenio D'Orsi, in qualità di commissario straordinario e di liquidatore dell'ATO idrico 9, con deliberazione n. 10 del 29 aprile 2013, ha accordato un aumento delle tariffe per il 2013 del 13,4 per cento rispetto ai prezzi praticati nel 2012, di per sé già molto elevati, consentendo alla Girgenti Acque SpA di acquisire il primato in Italia quanto ad esosità delle tariffe;

oltre a vessare fortemente gli utenti, sono molteplici le inadempienze che si attribuiscono alla Girgenti Acque: inottemperanze sono state segnalate nella procedura di depurazione delle acque, e risultano, inoltre, azioni di smaltimento in violazione con quanto disposto contro l'inquinamento dei mari; si pretende il pagamento del canone fognario e di depurazione anche da parte di cittadini residenti in zone prive di rete fognaria e di depurazione; è stata riscontrata la mancanza di regolarità nella distribuzione del servizio, nonostante la società si fosse impegnata ad assicurare la continuità della prestazione, l'erogazione viene infatti garantita con frequenza di 2-3 volte alla settimana, e ancora, estremamente frequenti risultano essere i casi di distacco della rete idrica, generalmente a seguito di un solo sollecito di pagamento;

la Girgenti Acque SpA risulta dal 2012 priva della certificazione antimafia. In particolare, occorre sottolineare come il dottor Campione, attuale azionista di maggioranza, nonché presidente della società, sia stato condannato in via definitiva per truffa in merito all'acquisto di calcestruzzo depotenziato nella costruzione del nuovo ospedale di Agrigento, il "San Giovanni di Dio". Campione risulta, inoltre, indagato a seguito di denuncia dall'ex amministratore delegato di Girgenti Acque SpA, Carmelo Salamone, per presunte truffe del valore di oltre 40 milioni di euro relativamente all'acquisto di materiale ed attrezzature, quali 90.000 contatori commissionati direttamente alla società correlata, senza alcuna procedura volta a garantire i principi di economicità, trasparenza, pubblicità, efficacia ed efficienza a tutela del cittadino, cui tutti i gestori di pubblici servizi debbono attenersi. Ancora, nella denuncia si fa menzione della distrazione di personale presso le aziende private del Campione;

inoltre non risulterebbero chiari i criteri di assunzione del personale in un'azienda che finora ha posto diniego alla richiesta di prendere visione della pianta organica e degli elenchi del personale avanzata da deputati dell'Assemblea regionale siciliana. In proposito, come si rileva, peraltro, da denunce depositate da sindaci della provincia, tra gli assunti figura il figlio del presidente dell'ATO Idrico, D'Orsi, nonché i figli di funzionari della Questura dell'Agenzia delle entrate, ossia personale proveniente da nuclei familiari di persone che prestano servizio all'interno di organismi che, in passato e tuttora, continuano ad effettuare controlli penali e fiscali sull'operato di Girgenti Acque SpA;

la Girgenti Acque SpA è tenuta a corrispondere un importo pari a 60.000 euro relativo ai canoni T.O.S.A.P. (tassa occupazione spazi ed aree pubbliche) non versati dal 2009 al 2013, secondo quanto statuisce la Convenzione di gestione del servizio idrico integrato tra il consorzio ATO di Agrigento e Girgenti Acque SpA (repertorio n.29374 raccolta n.10936 del 27 novembre 2007), che all'art.4, comma 3, recita: "Grava sul Gestore la responsabilità derivante dalla gestione delle opere affidate che restano di proprietà degli Enti locali, e di quelle successivamente affidate o realizzate direttamente dal medesimo" e come, peraltro, ribadito anche dall'Associazione nazionale uffici tributari enti locali con il seguente parere: "Anche il Ministero delle Finanze con circolare del 20 gennaio 2009 ha confermato che ciascuna società che fruisce, a qualunque titolo di dette infrastrutture deve corrispondere direttamente al competente Ente locale gli importi dovuti a titolo di TOSAP o di COSAP calcolati sulla base del numero delle proprie utenze anche se non sono titolari delle infrastrutture con le quali si realizzano le occupazioni stesse";

recentemente la IV Commissione legislativa dell'Assemblea regionale (ambiente e territorio) ha respinto all'unanimità l'emendamento di riscrittura integrale del testo di legge sull'acqua presentato dall'assessore per l'Energia e i servizi di pubblica utilità. Altresì è stata approvata la risoluzione che impegna il Governo regionale a procedere alla revoca dei commissariamenti dei Comuni in provincia di Agrigento, a seguito delle note emanate dal dirigente generale del Dipartimento acque e rifiuti, con le quali si intimavano i suddetti Comuni a consegnare le reti e gli impianti al gestore privato Girgenti Acque SpA;

considerato che, per quanto risulta agli interroganti:

sono molteplici le ombre che aleggiano sull'amministrazione del servizio idrico da parte di Girgenti Acque SpA, in particolare l'indagine aperta dalla Procura di Agrigento relativamente alla gestione dell'azienda nonché per le presunte assunzioni clientelari poste in essere;

a tutt'oggi è in corso un'indagine a carico dell'ex amministratore delegato Giuseppe Giuffrida, unico indagato, dal 2013, per fatti relativi all'inquinamento dei mari;

il dottor Campione, azionista di maggioranza della Girgenti Acque SpA, già condannato, risulta indagato dalla Direzione distrettuale antimafia per associazione a delinquere di stampo mafioso, a seguito delle dichiarazioni rese da due pentiti, Di Gato e Cacciatore, e sulla base di quanto esposto dal colonnello dei Carabinieri Lucio Arcidiacono durante le udienze del processo a carico del presidente pro tempore della Regione Lombardo;

la Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlate nella sua missione effettuata il 12 marzo 2015 preso la Procura della Repubblica di Agrigento conferisce con il procuratore della Repubblica, dottor Ignazio Fonzo, con il sostituto procuratore della Repubblica, dottoressa Antonella Pandolfi, e con il sostituto procuratore della Repubblica, dottoressa Brunella Sardoni. Tra i vari argomenti trattati vi è stato anche quello della situazione della Girgenti Acque SpA evidenziando notevoli gravi problemi sia nei confronti dell'azienda che nei confronti del suo azionista di maggioranza il dottor Marco Campione;

inoltre, il dottor D'Orsi, nominato ai sensi dell'art.1 della legge regionale n. 2 del 2013 "commissario straordinario e liquidatore" dell'autorità d'ambito ATO AG9, risultava competente relativamente al "censimento delle gestioni preesistenti e di verifica dello stato dei rapporti giuridici attivi e passivi". Pertanto, risulta agli interroganti che l'approvazione di nuove tariffe esulava dalle proprie afferenze, specialmente in considerazione dell'imminente dismissione dell'ATO, nonché del fatto che tale decisione veniva posta in essere in assenza di una relazione tecnica o del parere di esperti in materia, e soprattutto senza tenere in considerazione gli interessi degli utenti;

ad oggi, nonostante una serie di atti prodotti dall'Assemblea regionale, l'erogazione del servizio risulta inefficiente, con frequenti episodi di interruzione della fornitura idrica, anche in assenza di messa in mora dell'utente, laddove il regolamento precipuamente stabilisce che, essendo l'acqua un bene fondamentale, la cui penuria compromette in maniera sostanziale la qualità della vita e della salute dei cittadini, si debba procedere dapprima ad una riduzione del quantitativo di acqua erogato, e solo successivamente proseguire con la sospensione del servizio;

il principio generale in base al quale i gestori di pubblici servizi debbano attenersi scrupolosamente alle norme di trasparenza, pubblicità, efficacia ed efficienza, sarebbe stato sistematicamente disatteso, a fronte, peraltro, della pronunzia del Tribunale di Agrigento, la quale, dando ragione al consorzio del Voltano, ordinava a "Girgenti Acque di cessare ogni attività di interruzione e riduzione di forniture di acqua sui punti di consegna provocando danno al ricorrente";

considerato infine che, a parere degli interroganti:

non appare chiaro il perpetuarsi di una tale cattiva gestione del servizio idrico sebbene una sentenza del TAR Sicilia abbia confermato la competenza esclusiva in materia di acque agli enti pubblici, così come definita dall'art. 14 lettera I dello statuto regionale, in esplicito riferimento alla legge regionale n. 2 del 2013, e, in aggiunta, a seguito della pronuncia popolare in sede referendaria relativa alla gestione pubblica dell'acqua nonché l'approvazione di un disegno di legge regionale in materia;

non si comprende come possa configurarsi una situazione tale per cui una società privata cui compete la gestione di un bene pubblico sia in grado di operare da oltre 3 anni in assenza della necessaria certificazione antimafia, senza che il prefetto competente, dott. Nicola Diomede, si pronunci in merito,

si chiede di sapere:

se il Governo ritenga che si possa configurare un abuso di posizione monopolistica da parte di Girgenti Acque SpA nell'esercizio delle proprie funzioni ed attribuzioni e, in caso affermativo, se intenda attivarsi presso l'autorità competente perché vengano adottate tutte le dovute misure a riguardo;

quali iniziative intenda adottare presso le sedi di competenza affinché siano verificate: l'osservanza dei principi generali, nonché delle norme di trasparenza, pubblicità, efficacia ed efficienza, relativamente ai quali Girgenti Acque SpA, in qualità di gestore di pubblico servizio, ha il dovere di attenersi; la legittimità del provvedimento sull'aumento delle tariffe e, eventualmente, l'annullamento del suddetto atto, in quanto l'ATO Idrico AG9 risulta essere un ente soppresso, e pertanto, ogni atto compiuto dalle autorità d'ambito territoriale sarebbe da considerarsi nullo; la legittimità dei provvedimenti di diffida inviati ai Comuni della provincia di Agrigento dal dirigente generale, secondo una personale interpretazione della normativa relativa al decreto-legge denominato"Sblocca Italia" (di cui al decreto-legge n. 133 del 2014, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 164 del 2014), dove si dispone il commissariamento degli stessi qualora non ottemperassero alle note disposte nei provvedimenti, valutando, in caso di irregolarità, di comminare sanzioni ai responsabili; la legittimità della condotta di Girgenti Acque SpA impedendo il ripetersi di eventuali abusi riguardo alla gestione e all'erogazione dell'acqua; la sussistenza, alla luce delle vicende giudiziarie di Campione, dei requisiti necessari all'ottenimento della certificazione antimafia o di condizioni tali da interdire la gestione del servizio idrico nella provincia di Agrigento alla Girgenti Acque SpA

(4-04306)

Interrogazioni, da svolgere in Commissione

A norma dell'articolo 147 del Regolamento, le seguenti interrogazioni saranno svolte presso le Commissioni permanenti:

4a Commissione permanente (Difesa):

3-02083, del senatore Ruta, sulla nuova normativa relativa ai parametri fisici per l'ammissione ai concorsi per il reclutamento nelle forze armate, di polizia e nei vigili del fuoco;

13a Commissione permanente(Territorio, ambiente, beni ambientali):

3-02084, del senatore Santangelo ed altri, sui lavori di bonifica ambientale dei depositi POL (petrolio, olio e lubrificanti) presenti nella Riserva naturale regionale orientata Monte Pellegrino di Palermo.