Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 417 del 25/03/2015
Azioni disponibili
SENATO DELLA REPUBBLICA
------ XVII LEGISLATURA ------
417a SEDUTA PUBBLICA
RESOCONTO STENOGRAFICO
MERCOLEDÌ 25 MARZO 2015
(Pomeridiana)
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Presidenza del presidente GRASSO,
indi della vice presidente FEDELI
e del vice presidente CALDEROLI
N.B. Sigle dei Gruppi parlamentari: Area Popolare (NCD-UDC): AP (NCD-UDC); Forza Italia-Il Popolo della Libertà XVII Legislatura: FI-PdL XVII; Grandi Autonomie e Libertà (Grande Sud, Libertà e Autonomia-noi SUD, Movimento per le Autonomie, Nuovo PSI, Popolari per l'Italia): GAL (GS, LA-nS, MpA, NPSI, PpI); Lega Nord e Autonomie: LN-Aut; Movimento 5 Stelle: M5S; Partito Democratico: PD; Per le Autonomie (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE: Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE; Misto: Misto; Misto-Italia Lavori in Corso: Misto-ILC; Misto-Liguria Civica: Misto-LC; Misto-Movimento X: Misto-MovX; Misto-Sinistra Ecologia e Libertà: Misto-SEL.
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RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza del presidente GRASSO
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 16,35).
Si dia lettura del processo verbale.
PETRAGLIA, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del giorno precedente.
Sul processo verbale
SCILIPOTI ISGRO' (FI-PdL XVII). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SCILIPOTI ISGRO' (FI-PdL XVII). Signor Presidente, chiedo la votazione del processo verbale, previa verifica del numero legale.
Verifica del numero legale
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.
(Segue la verifica del numero legale).
Il Senato è in numero legale.
Ripresa della discussione sul processo verbale
PRESIDENTE. Metto ai voti il processo verbale.
È approvato.
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico
PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.
Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 16,39).
Sui lavori del Senato
PRESIDENTE. La Conferenza dei Capigruppo ha approvato a maggioranza modifiche al calendario corrente.
In relazione all'andamento dei lavori sui disegni di legge in materia di corruzione, l'esame proseguirà, la prossima settimana, con l'intesa che le dichiarazioni di voto avranno luogo mercoledì 1° aprile, a partire dalle ore 18. A tal fine, sono stati rimodulati gli orari delle sedute e la Presidenza è stata autorizzata ad armonizzare i tempi di discussione.
Nella seduta antimeridiana di giovedì 2 aprile inizierà l'esame del disegno di legge in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche. Nella stessa seduta sarà posta all'ordine del giorno la proposta della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari concernente l'autorizzazione a procedere per reati ministeriali nei confronti dell'ex ministro Matteoli, secondo la procedura di cui all'articolo 135-bis del Regolamento. Il termine della seduta è stato pertanto fissato alle ore 19 al solo fine di concludere eventuali operazioni di voto in esito a tale procedura.
Restano confermati gli altri argomenti già previsti dal calendario dei lavori.
Nella seduta pomeridiana di question time di domani il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione risponderà a quesiti sullo stato giuridico dei dipendenti pubblici e riforma della dirigenza, nonché su interventi di riordino di uffici e funzioni delle pubbliche amministrazioni.
Calendario dei lavori dell'Assemblea, variazioni
| Mercoledì | 25 | marzo | pom. | h. 16,30-20 | - Seguito disegno di legge n. 19 e connessi - Norme in materia di corruzione |
| Giovedì | 26 | " | ant. | h. 9,30-14 | |
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| Giovedì | 26 | marzo | pom. | h. 16 | - Interrogazioni a risposta immediata ai sensi dell'articolo 151-bis del Regolamento al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione su: - stato giuridico dei dipendenti pubblici e riforma della dirigenza; - interventi di riordino di uffici e funzioni delle pubbliche amministrazioni |
| Martedì | 31 | marzo | pom. | h. 16-20 | - Seguito disegno di legge n. 19 e connessi - Norme in materia di corruzione (dichiarazioni di voto finali mercoledì 1° aprile, ore 18)
- Disegno di legge n. 1577 - Riorganizzazione Amministrazioni pubbliche (Collegato alla manovra finanziaria) (Voto finale con la presenza del numero legale) (giovedì 2)
- Doc. IV-bis, n. 1 - Proposta della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari di concedere l'autorizzazione a procedere per reati ministeriali nei confronti dell'ex Ministro Matteoli e altri coindagati (giovedì 2) (*)
- Disegno di legge n. 1232-B - Misure cautelari personali (Approvato dalla Camera dei deputati, modificato dal Senato e nuovamente modificato dalla Camera dei deputati)
- Disegno di legge n. 1328 - Semplificazione settore agricolo (Collegato alla manovra finanziaria) (Voto finale con la presenza del numero legale) |
| Mercoledì | 1° | aprile | ant. | h. 9,30-13 | |
| " | " | " | pom. | h. 16 | |
| Giovedì | 2 | " | ant. | h. 9,30-19 |
Il termine per la presentazione degli emendamenti al disegno di legge n. 1577 (Riorganizzazione Amministrazioni pubbliche) sarà stabilito in relazione ai lavori della Commissione.
Gli emendamenti ai disegno di legge n. 1232-B (Misure cautelari personali) e n. 1328 (Semplificazione settore agricolo) dovranno essere presentati entro le ore 17 di giovedì 26 marzo.
(*) L'Assemblea procederà a votazioni solo qualora siano presentate proposte intese a negare la concessione dell'autorizzazione a procedere. In tal caso la votazione avrà luogo con scrutinio nominale simultaneo, senza proclamazione immediata del risultato, nella seduta di giovedì 2 aprile. I senatori che non abbiano partecipato alla votazione potranno comunicare il proprio voto palese ai senatori Segretari che ne terranno nota in appositi verbali. Le operazioni di voto saranno chiuse alle ore 18.
| Martedì | 7 | aprile | pom. | h. 16,30-20 | - Eventuale seguito argomenti non conclusi
- Ratifiche di accordi internazionali
- Doc. XXIV, n. 40 - Risoluzione della 14ª Commissione permanente sulla proiezione delle politiche europee nel Mediterraneo
- Documenti definiti dalla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari
- Mozione n. 384, Crosio, sul piano di razionalizzazione di Poste Italiane SpA
- Mozione n. 258, Amati, sulla promozione della cultura contro i maltrattamenti degli animali
- Mozione n. 378, Uras, su iniziative contro la crisi economica e sociale della Sardegna |
| Mercoledì | 8 | " | ant. | h. 9,30-13 | |
| " | " | " | pom. | h. 16,30-20 | |
| Giovedì | 9 | " | ant. | h. 9,30-14 | |
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| Giovedì | 9 | aprile | pom. | h. 16 | Interrogazioni a risposta immediata ai sensi dell'articolo 151-bis del Regolamento |
Ripartizione dei tempi per la discussione del disegno di legge n. 1577
(Riorganizzazione Amministrazioni pubbliche)
(10 ore, escluse dichiarazioni di voto)
| Relatore | 1 h. |
|
| Governo | 1 h. |
|
| Votazioni | 1 h. |
|
| Gruppi 7 ore, di cui: |
| |
| PD | 1 h. | 40' |
| FI-PdL XVII | 1 h. | 5' |
| M5S |
| 50' |
| AP (NCD-UDC) |
| 50' |
| Misto |
| 45' |
| Aut (SVP, UV, PATT, UPT) - PSI-MAIE |
| 37' |
| LN-Aut |
| 36' |
| GAL (GS, LA-nS, MpA, NPSI, PpI) |
| 36' |
| Dissenzienti |
| 5' |
Ripartizione dei tempi per la discussione del disegno di legge n. 1328
(Semplificazione settore agricolo)
(10 ore, escluse dichiarazioni di voto)
| Relatore | 1 h. |
|
| Governo | 1 h. |
|
| Votazioni | 1 h. |
|
| Gruppi 7 ore, di cui: |
| |
| PD | 1 h. | 40' |
| FI-PdL XVII | 1 h. | 5' |
| M5S |
| 50' |
| AP (NCD-UDC) |
| 50' |
| Misto |
| 45' |
| Aut (SVP, UV, PATT, UPT) - PSI-MAIE |
| 37' |
| LN-Aut |
| 36' |
| GAL (GS, LA-nS, MpA, NPSI, PpI) |
| 36' |
| Dissenzienti |
| 5' |
Seguito della discussione dei disegni di legge:
(19) GRASSO ed altri. - Disposizioni in materia di corruzione, voto di scambio, falso in bilancio e riciclaggio
(657) LUMIA ed altri. - Disposizioni in materia di contrasto alla criminalità mafiosa: modifiche al codice penale in materia di scambio elettorale politico-mafioso e di autoriciclaggio
(711) DE CRISTOFARO ed altri. - Modifiche al codice civile in materia di falso in bilancio
(810) LUMIA ed altri. - Modifiche al codice penale in materia di trattamento sanzionatorio dei delitti di associazione a delinquere di tipo mafioso, estorsione ed usura
(846) AIROLA ed altri. - Disposizioni per il contrasto al riciclaggio e all'autoriciclaggio
(847) CAPPELLETTI ed altri. - Modifiche al codice penale in materia di concussione, corruzione e abuso d'ufficio
(851) GIARRUSSO ed altri. - Disposizioni in materia di corruzione nel settore privato
(868) BUCCARELLA ed altri. - Disposizioni in materia di falso in bilancio
(Relazione orale) (ore 16,41)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione dei disegni di legge nn. 19, 657, 711, 810, 846, 847, 851 e 868, nel testo unificato proposto dalla Commissione.
Ricordo che nella seduta antimeridiana è stata respinta una questione pregiudiziale e ha avuto inizio la discussione generale.
È iscritto a parlare il senatore Barozzino. Ne ha facoltà.
BAROZZINO (Misto-SEL). Signor Presidente, credo non si possa più negare che esiste un preciso legame tra illegalità e crisi economica, tra criminalità e mondo del lavoro. Un solo esempio: ci sono 1.700 aziende sequestrate alla criminalità. Che fine fanno i lavoratori? In Italia si calcola che circa il 30 per cento del PIL è in nero. (Brusio).
Scusi, signor Presidente, ma in queste condizioni non riesco a parlare.
PRESIDENTE. Prego chi non ha interesse alla discussione di allontanarsi.
BAROZZINO (Misto-SEL). Si preferisce l'Aula vuota al disturbo.
Dicevo, in Italia si calcola che circa il 30 per cento del PIL è in nero. Di esso, quasi il 50 per cento è frutto del crimine organizzato. Il resto è frutto dell'evasione fiscale stimata fra i 120 e i 180 miliardi. Sono cifre spaventose che, nei fatti, condannano il nostro Paese al declino economico e sociale. Pensate da quanto tempo si sarebbe potuta approvare e finanziare, con i proventi dell'evasione e della corruzione, la legge sul reddito minimo garantito, che noi di SEL insieme ad altri abbiamo presentato da tempo in Parlamento, se solo si facesse una lotta vera all'evasione e, quindi, alla corruzione. Al contrario, si dimostra ancora una volta di essere deboli con i forti e forti con i deboli e continuate ad accanirvi contro i lavoratori, distruggendo la democrazia e la dignità dei luoghi di lavoro. L'ultima è rappresentata dai microchip agli scarponi, su cui quest'Aula non ha proferito una sola parola. È una vergogna. Controlli a distanza e ritmi di lavoro massacranti: se questa è la modernità, preferiamo il passato.
Si deve ripartire - ad esempio - dalle leggi che regolano gli appalti, perché è lì che si innescano i meccanismi che possono creare illegalità e si concentrano i capitali in nero, che tra l'altro non vengono neppure reinvestiti nella produzione, ma sono trasferiti nei paradisi fiscali. Si devono combattere la scomposizione e la frammentazione del lavoro e del suo ciclo produttivo, che ormai non consentono ai lavoratori neppure di sapere per chi lavorano, come avviene negli appalti e nei trasferimenti di azienda. (Brusio). È proprio difficile parlare così.
Queste leggi autorizzano l'imprenditore a togliersi ogni responsabilità nei confronti del lavoratore che utilizza nel suo ciclo produttivo, senza nessun limite, condizioni o regola. A fine Ottocento - siamo nel 1890, altro che riformismo - il legislatore dell'epoca, di estrazione liberale, nell'imporre agli imprenditori l'obbligo di assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro, aveva stabilito che l'impresa che organizza, che trae profitto e coinvolge del lavoro umano nella propria attività non si può disinteressare del lavoratore, ma deve essere responsabile nei confronti di quello che utilizza.
Oggi l'imprenditore non ha più questa responsabilità, grazie appunto ad una disciplina del lavoro che favorisce il suo disimpegno, e allora appalti, subappalti, la catena delle subforniture, il tutto spesso nell'ombra dell'illegalità e della corruzione.
La corruzione ha, inoltre, effetti devastanti sul lavoro, perché il sistema illegale fa sentire i propri effetti nelle aziende sane in termini di concorrenza sleale, anche in relazione al fatto che esse, che attraverso pratiche illecite acquisiscono opportunità di lavoro, molto spesso sono carenti sia sul versante retributivo che sulle condizioni di lavoro.
Parliamo di salari miseri, niente contributi previdenziali, nessuna tutela e sicurezza zero: e questa la chiamate modernità?
Allora, combattere la corruzione e ripartire dalla legalità è un impegno innanzitutto del legislatore, che non deve in alcun modo e senza ambiguità favorire pratiche illegali. Ecco, se la politica volesse recuperare il proprio ruolo - ma temo non sarà mai così - questa sarebbe l'occasione giusta: purtroppo, però, signor Presidente, ancora una volta, vediamo che l'interesse regna sovrano.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Caliendo. Ne ha facoltà.
CALIENDO (FI-PdL XVII). Signor Presidente, vorrei soltanto richiamare l'attenzione del Ministro e dell'Aula su alcune circostanze non vere che sono circolate in questo periodo.
Vi è stato un ritardo nella discussione di questa legge? No: il 22 maggio 2014, a meno di un anno e mezzo dall'approvazione della legge Severino - si tratta, quindi, della legge anticorruzione, che abbiamo votato tutti, con aumento delle pene - avevamo già dato il termine per gli emendamenti. Successivamente, con emendamenti dei relatori e del Governo, per ben tre volte siamo riusciti ad arrivare a questo punto.
Domanda: la corruzione si combatte con l'aumento delle pene? Mi sento di dire no ad alta voce. Sin dall'epoca di Mani pulite, noi che operavamo in quel momento - il presidente Grasso lo ricorderà - mettemmo in evidenza di essere riusciti, con pene ben diverse da quelle approvate con la legge Severino, più basse, a fare i processi per corruzione, fenomeno che deturpava la nostra economia ed il nostro sistema Paese.
Dobbiamo renderci conto che non vi è nulla che possa inquinare la società più di quanto inquini la corruzione, sotto il profilo non tanto delle tangenti, quanto di quell'attività che può non tradursi in utilità economica.
Abbiamo aumentato le pene nel 2012 e le aumentiamo ancora: cosa faremo fra due anni, signor Presidente e signor Ministro? Nell'ipotesi in cui la corruzione ci fosse ancora, arriveremmo all'ergastolo? Credo sia una cosa abbastanza sbagliata.
Mi sono impegnato a lungo su questa materia. Qual è la ragione, signor Ministro? Ho molto apprezzato le sue dichiarazioni di ieri, dopo quello che è stato approvato alla Camera in materia di prescrizione. Perché l'ho apprezzato? In questa sede e in Commissione, abbiamo evidenziato più volte che non era possibile tener conto di aumenti di pena non corrispondenti al sistema sanzionatorio, in quanto lo alteravano. Le faccio un esempio: ho trovato 63 articoli del codice penale che mostrano come non vi sia coerenza nella nuova disciplina che avete creato. Prendiamo l'articolo 499, «Distruzione di materie prime o di prodotti agricoli o industriali ovvero di mezzi di produzione»: «Chiunque (...) cagiona un grave nocumento alla produzione nazionale o fa venir meno in misura notevole merci di comune o largo consumo è punito con la reclusione da tre a dodici anni», ed è la stessa pena che oggi andiamo a introdurre - anzi, è più bassa - per il reato di cui all'articolo 319-ter. Vi rendete conto, quindi, della schizofrenia?
Gli emendamenti di Forza Italia, almeno quelli che ho sottoscritto, non toccano l'aumento di pena massimo. Sa perché? Il Vice Ministro glielo può confermare: nonostante abbiamo fatto una questione in Commissione nel rendere adeguate le pene massime, non abbiamo voluto toccarle, perché è sua la responsabilità.
La scelta sciagurata di incardinare il provvedimento giovedì scorso non ha consentito di avere il termine, fino a ieri, per fare gli emendamenti. Quindi, non sapendo cosa veniva votato alla Camera, abbiamo scelto la tesi «sceglierà il Ministro» e abbiamo solo proposto la riduzione delle pene minime.
Per le pene massime, come faccio a discutere se mi troverò, dovendo unire i due aumenti a ventuno anni e mezzo o a ventotto anni e mezzo per alcuni reati, che se oggi ci fosse stata questa legge, nel 2015 avremmo un soggetto di Mani pulite che sarebbe assolto dopo venticinque-ventotto anni. Vi rendete conto dell'assurdità?
Apprezzo quanto fatto dal Ministro nella legge sulla prescrizione, dove ha introdotto finalmente un principio che era proprio del Governo Berlusconi - e la capogruppo di allora, Anna Finocchiaro, lo ricorderà - trasformando quello che era il termine del processo breve nel termine in cui deve essere celebrato il processo di appello e quello di Cassazione. Su queste norme possiamo intenderci? Vogliamo fare insieme la lotta.
Ho presentato una serie di emendamenti e ne sono già stati accolti quattro presentati da Forza Italia e dal sottoscritto. Eppure, ce n'erano altri che riguardavano la prevenzione, sui quali mi sono sentito dire che avremmo ragionato ulteriormente in Aula. Mi auguro che in Aula si ragioni.
Mi sono sentito dire dal Vice Ministro che l'Autorità anticorruzione avrebbe svolto un'attività di gestione, ma non è così: nella legge che abbiamo approvato nel 2012 l'Autorità anticorruzione ordina la distruzione degli atti che non corrispondono alla trasparenza. Vi chiedo: nell'ipotesi in cui l'ordine non venisse rispettato, che deve fare l'Autorità anticorruzione? Rivolgersi al TAR? Oppure, previa autorizzazione del Consiglio dei ministri, può dare una sostituzione di quegli atti?
Vogliamo rendere veramente la corruzione un fenomeno relegato in una situazione di minima rilevanza? E per far questo, la norma deve essere tale da essere percepita come giusta ed equa.
Presidente Grasso, non devo insegnarle alcunché, ma l'elevare le pene non è un sistema penale che si ispira alle regole della Costituzione, né ad un sistema efficiente di deterrenza.
La deterrenza deriva anzitutto da una norma che sia ben adeguata e si inserisca nel sistema e poi dalla celerità del processo e dell'irrogazione della pena.
Il Ministro, grazie a Dio, ha riconosciuto in Commissione che, nei reati contro la pubblica amministrazione, la percentuale delle prescrizioni è solo il 3 per cento e i dati statistici - non per colpa del Ministro - non consentono di dare una lettura parcellizzata di quel tre per cento, ma lei sa meglio di me che molto probabilmente riguarderanno fatti meno gravi.
Quando si dice che occorre tempo per scoprire alcuni fatti, vorrei un dato statistico o uno qualsiasi che possa consentire di valutare quanti sono i fatti non scoperti o scoperti in ritardo. Non è così. In materia di reati contro la pubblica amministrazione la nostra magistratura ha fatto tutto quello che si poteva fare nei tempi giusti.
Come mai i reati non si sono prescritti per Mani pulite, signor Presidente? Perché in alcuni circondari si riescono a celebrare i processi in quei tempi?
Se non avessimo fiducia in questi tempi, perché il Ministro, alla Camera, ha introdotto - intervento con il quale, peraltro, concordo - nel provvedimento sulla prescrizione due anni per l'appello e uno per la Cassazione, anche non considerando i tempi per il deposito delle sentenze?
Allora, ci vogliamo rendere conto che abbiamo la necessità di armonizzare? L'ha detto lei ieri, signor Ministro, ma chi lo fa? Così come ieri la Camera ha discusso una norma ignorando cosa accadeva in Senato, anche noi oggi stiamo discutendo, con emendamenti già presentati, dopo che è stata approvata alla Camera la norma sulla prescrizione. Vi rendete conto che facciamo un lavoro schizofrenico? Come recuperare?
Signor Ministro, solo lei può recuperare: siccome andiamo a mercoledì per la chiusura, introduca delle correzioni. Le questioni pregiudiziali di costituzionalità che ho presentato stamattina hanno un fondamento sacrosanto e - guarda caso - ne era talmente convinto anche lei che il suo emendamento relativo all'articolo 2621 del codice penale conteneva le soglie di punibilità; esso è stato tolto dopo una riunione di maggioranza che ha dato indicazioni sbagliate. La sentenza della Corte costituzionale cui ho fatto riferimento si riferisce all'espressione «misura rilevante» in materia tributaria. In caso di evasione fiscale, la Corte costituzionale giustamente ha detto che la valutazione si rimette al giudice. Se qui il «rilevante» diventa un connotato di come deve essere l'offesa, sarà elemento costitutivo della fattispecie - come hanno detto il relatore e il Governo - oppure condizione di punibilità? Nel primo caso intacchiamo l'articolo 25, secondo comma, della Costituzione; nel secondo caso, intacchiamo il principio di eguaglianza, di cui all'articolo 3, primo comma. Mi si dice di togliere il «rilevante», perché le piccole cose non sono rilevanti. Beh, allora c'è una fascia di punibilità che consente di dire, a differenza dell'attenuante di cui all'articolo 2621-bis, in cui si parla di fatti «di lieve entità». Allora, se il fatto è di lieve entità, ha quella sanzione. Vogliamo dire qual è il fatto che non rientra nell'ipotesi di reato? Io non le ho riproposte, ancorché le soglie di punibilità abbiano avuto la conferma e il conforto della Corte di giustizia europea e della nostra Corte costituzionale. Quelle attualmente vigenti le ho modificate in riduzione, sperando in un momento di rinsavimento generale, perché stiamo realizzando una norma che non avrà effetti nella lotta alla corruzione, ma provocherà disastri.
Mi auguro che quel piano cui fa riferimento Cantone, e che è uno sviluppo di quelle norme sulla prevenzione che erano inserite nella legge del 2012, possa essere per qualche parte rimodulato, altrimenti noi non eliminiamo la corruzione. Infatti, le pene, che sono andate sempre aumentando, non hanno fatto sì che si sia interrotto un fenomeno che deve essere combattuto con l'intelligenza e con la volontà effettiva di non consentire più un'alterazione della par condicio nella gestione delle imprese e dell'attività commerciale. Come fa un'impresa straniera, signor Ministro, a venire in Italia e a sapere che sono vent'anni che da noi, quando si parla di falso in bilancio, si aggiunge nella norma «ancorché oggetto di valutazioni»? Voi l'avete espunto e lei sa meglio di me che, quando una legge non ripete la stessa disciplina, almeno sotto il profilo della fattispecie, è una modifica. È evidente, invece, che, come correttamente il relatore ha detto in Commissione, queste devono ritenersi comprese e sarà la giurisprudenza ad interpretare. Si rende conto, signor Presidente? Lei può insegnarmelo: non è possibile che lasciamo alla giurisprudenza l'interpretazione integrativa della norma: ciò significherebbe lasciare a imprese straniere la facoltà di decidere sul nostro sistema penale. E non ce lo possiamo consentire, se vogliamo - da un lato - combattere veramente la corruzione e - dall'altro - favorire quella crescita economica delle imprese, che sola può garantire a chi meno ha la possibilità di risorgere da una situazione di vero degrado in cui è stato ridotto. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mirabelli. Ne ha facoltà.
MIRABELLI (PD). Signor Presidente, come lei sono reduce dall'incontro organizzato dalla Commissione antimafia alla Camera, cui ha presenziato anche il Capo dello Stato, che ha valorizzato il ruolo delle Direzioni antimafia su tutto il territorio nazionale nel contrasto alle organizzazioni criminali. Introducendo la sessione pomeridiana, oggi don Ciotti ha ripetuto una cosa che dice spesso: «Corruzione e criminalità organizzata sono due facce della stessa medaglia». Non sono la stessa cosa, ma certamente la corruzione rende l'economia e la società più permeabili alla criminalità organizzata. Certamente, la corruzione è anche un'occasione in più per le mafie, uno strumento che consente alle mafie di penetrare e condizionare le istituzioni e gli apparati pubblici.
Presidenza della vice presidente FEDELI (ore 17,02)
(Segue MIRABELLI). Le recenti inchieste ci confermano che, purtroppo, la corruzione è un male diffuso nel nostro Paese, che coinvolge politica, apparati pubblici, imprese, e non solo le organizzazioni criminali. La corruzione è un male che condiziona l'economia distorcendone i principi di libera concorrenza, che porta a premiare l'illegalità e non il merito.
Le dimensioni economiche della corruzione rappresentano un fenomeno terribilmente radicato nel nostro Paese, che sottrae risorse ed opportunità ai cittadini, alle imprese sane, ai giovani, ad un sistema in cui chi innova viene penalizzato anziché premiato.
Combattere la corruzione e le mafie è una priorità su cui si gioca una buona parte del futuro del nostro Paese, la stessa possibilità di tornare a crescere, di ricostruire la fiducia nella possibilità di vivere in un Paese in cui parole come regole, merito, legalità tornino a guidare la convivenza.
In questa legislatura questo Parlamento ha già fatto cose importanti. Capisco che fa gioco a molti raccontare di istituzioni immobili, imbelli, incapaci di combattere mafia e corruzione, ma non è così. L'introduzione del reato di voto di scambio (voti in cambio di favori), ai sensi dell'articolo 416-ter del codice penale, e del reato di autoriciclaggio, la realizzazione dell'Autorità nazionale anticorruzione affidata a Raffaele Cantone, unanimemente riconosciuta come l'iniziativa più efficace realizzata in questo Paese contro la corruzione: questi sono fatti e sono stati votati in questa Assemblea.
Credo sarebbe importante che lo rivendicassimo tutti, anche perché - guardate - continuare a rappresentare un quadro disperato, in cui nulla serve ad evitare un declino inesorabile, un destino cinico e baro, che condanna questo Paese alla corruzione e all'illegalità, è un regalo a chi vuole delinquere. Se accettiamo l'idea che nulla serve, nulla è abbastanza, se non valorizziamo ciò che si fa, ma scegliamo di lamentarci, diffondiamo l'idea che in questo Paese la corruzione è una patologia incurabile e che siamo condannati a conviverci: non è così.
Anche questa legge, quella che discutiamo oggi, è un altro passo nella direzione giusta, un altro strumento utile contro la corruzione. Probabilmente ne serviranno altri, dalla riforma della legge sugli appalti alla riforma della prescrizione. Ma questa legge risponde con efficacia ad una serie di vuoti normativi che hanno indebolito l'azione di contrasto e la deterrenza della magistratura e dello Stato. Risponde ai guasti creati del 2002 dall'abolizione, di fatto, del falso in bilancio.
Senatore Caliendo, io credo nella vostra rinnovata volontà di contrastare la corruzione. Credo che, però, questa volontà si debba anche esprimere facendo autocritica su quei fatti, sulla scelta di avere abolito di fatto il falso in bilancio, che ha reso meno difficile per la criminalità procurarsi le provviste di denaro per pagare i corrotti.
Con questo disegno di legge si reintroduce il falso in bilancio, prevedendo pene dai tre agli otto anni per gli amministratori corrotti delle società quotate, ma soprattutto reintroducendo la procedibilità d'ufficio. Ancora, si interviene sulle pene che puniranno i corrotti, i corruttori, i concussi e i concussori, creando le condizioni perché si ponga fine alla sensazione di sostanziale impunità che si ha vedendo che solo poche decine di condannati per corruzione scontano effettivamente le pene in carcere in questo Paese. Non si tratta di un'ossessione punitiva, ma credo che inasprire le pene per far sì che chi corrompe o è corrotto sconti la pena in carcere costituirà sicuramente un deterrente e sarà una scelta che farà giustizia dell'idea che per i potenti ci siano trattamenti diversi da quelli riservati agli altri condannati. Ma la legge che stiamo discutendo non si limita a inasprire le pene; questo è importante ma non sarebbe sufficiente se non fossero previsti - come lo sono - strumenti utili per colpire la corruzione.
Innanzitutto, si incentiva chi denuncia, garantendo uno sconto di pena a chi, colpevole di corruzione, sceglie di collaborare, aiuta ad individuare gli altri responsabili, a recuperare i soldi e le utilità trasferite, ad evitare ulteriori episodi di malaffare. In secondo luogo, si danno ulteriori poteri e nuove prerogative all'Autorità nazionale anticorruzione (ANAC), prevedendo che ogni notizia rilevante debba essere riferita dai giudici amministrativi all'ANAC, ed estendendo le tipologie di contrasto sottoposte al controllo dell'Autorità stessa.
Ho iniziato il mio intervento associando la lotta alla corruzione alla lotta alle mafie. Concludo allo stesso modo, valorizzando un'altra importante norma contenuta in questo disegno di legge: l'articolo 4, che inasprisce tutte le pene previste dall'articolo 416-bis del codice penale per l'associazione di stampo mafioso e le estende anche per le associazioni straniere. È importante perché con questa scelta risolviamo un problema che spesso i magistrati antimafia ci hanno posto e che fa sì che i boss mafiosi arrestati, avendo delegato ad altri i reati fine, con il rito abbreviato e solo il reato di associazione mafiosa contestatogli, tornino dopo pochi anni sul territorio a comandare. In questo caso, senatore Caliendo, l'aumento delle pene non solo serve, ma è necessario.
Con questa norma diamo un ulteriore colpo alle mafie e confermiamo che in questo Paese c'è uno Stato, un Parlamento, istituzioni che hanno scelto di combattere l'illegalità, la criminalità e le mafie, e che per farlo lavorano per migliorare sempre di più le norme, per rendere più efficace la prevenzione, per rendere più forte il contrasto alle mafie e alla corruzione.
Si può fare di più? Si può fare meglio? Forse, può darsi; lo faremo. Ma ciò non deve nascondere che ora discutiamo un provvedimento importante, atteso da tempo, voluto dal mio partito, dal PD, da questa maggioranza, ma che spero abbia un consenso ampio che dimostri agli italiani che contro le mafie e contro la corruzione il Parlamento, le forze politiche, le istituzioni sono uniti e determinati. Questa è la cosa che fa più paura ai corrotti e ai mafiosi. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Buemi).
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Rivolgo il saluto dell'intera Assemblea alle studentesse e agli studenti del Liceo di scienze umane «Fabio Besta» di Milano. Benvenuti al Senato. (Applausi).
Ripresa della discussione del disegno di legge
n. 19-657-711-810-846-847-851-868 (ore 17,10)
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Montevecchi. Ne ha facoltà.
MONTEVECCHI (M5S). Signora Presidente, onorevoli colleghi, è assodato ormai che la corruzione costituisca un vero e proprio freno per economia e sviluppo. Non è solo preoccupante il fenomeno in sé, ma la percezione diffusa, tanto in Italia quanto all'estero, che se ne ha.
Vorrei ricordare che il 97 per cento degli italiani ritiene che la corruzione sia una pratica largamente presente, e che circa il 90 per cento, sempre dei cittadini italiani, sia convinto che la corruzione costituisca, come sostenuto dal Centro studi di Confindustria (e non da Occupy Wall Street) una zavorra per lo sviluppo, come dicevamo.
La corruzione genera un benessere di pochi contrapposto al benessere di tutti; rende inservibile l'ascensore sociale; mortifica la meritocrazia; compromette o peggiora la qualità dei servizi ai cittadini e favorisce la rassegnazione che è all'origine della fuga dei cervelli. È giusto interrogarci in quest'Aula sul provvedimento di legge al nostro esame, ma credo sia altrettanto giusto affrontare un tema così complesso anche a monte, nella logica della trasmissione dei valori e, dunque, attraverso le dinamiche dell'insegnamento.
Malala Yousafzai, la diciassettenne pakistana insignita del premio Nobel per la pace, ha significativamente accostato nel suo discorso un bambino innocente morto in guerra con una classe vuota e ha detto: «Questo premio non è solo per me. È per i bambini dimenticati che vogliono un'istruzione. È per i bambini spaventati che vogliono la pace. È per i bambini senza voce che vogliono il cambiamento». Io mi permetto di parafrasare le parole di Malala in quest'Aula e dico che noi siamo qui per dare voce a chi vuole un cambiamento pensando al futuro dei nostri figli e dei nostri giovani. Poiché appunto, quando parliamo di futuro, pensiamo ai nostri bambini, che un giorno saranno adulti e costituiranno la collettività del futuro, riteniamo che la lotta alla corruzione debba essere portata avanti anche attraverso la trasmissione di quei valori e di quella memoria che sono in grado di offrire la scuola, l'insegnamento e la cultura, intesi non come un insieme di nozioni che spesso sono destinate a rimanere inutilizzate in qualche cassetto vuoto della nostra memoria, ma che devono invece essere una bussola, inevitabilmente imperfetta e consapevolmente non dogmatica, né portatrice di morali astratte con cui cercare di orientarsi nel complicato labirinto della collettività e della contemporaneità. Ieri, la ministra Giannini ha ribadito in audizione che l'offerta formativa sarà arricchita con il cosiddetto insegnamento del rispetto alla legalità mettendo a sistema un percorso che oggi è tracciato dall'iniziativa spontanea delle scuole. Benissimo, noi ci rallegriamo e soprattutto ci auguriamo di non aver ascoltato il solito spot da imbonitore di televendite e che invece, all'interno del disegno di legge sulla scuola, ci sia veramente un'iniziativa che metta a sistema la coltivazione e lo sviluppo del rispetto per la legalità all'interno delle nostre scuole.
Concludendo, ricordo di nuovo le parole di Malala che, nel suo discorso alle Nazioni Unite e a Oslo per il Nobel per la pace, ha sostenuto una cosa verissima: «Un bambino, un maestro, una penna e un libro possono cambiare il mondo». La lotta alla corruzione e all'impoverimento economico e civile di questo Paese si combatte riconoscendo e trasmettendo dalla scuola primaria in poi quei valori che sono alla base del progresso e della conoscenza. Si combatte armati di armi rivoluzionarie; la parola e lo studio, e con concetti come onestà, responsabilità, inclusione e, soprattutto, consapevolezza. (Applausi dal Gruppo M5S).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mineo. Ne ha facoltà.
MINEO (PD). Signora Presidente, comincerò con il ripetere parole non mie: «La lotta alla mafia e quella alla corruzione sono priorità assolute. La corruzione ha raggiunto un livello inaccettabile. Divora risorse che potrebbero essere destinate ai cittadini. Impedisce la corretta esplicazione delle regole del mercato. Favorisce le consorterie e penalizza gli onesti e i capaci. L'attuale Pontefice, Francesco, (...) ha usato parole severe contro i corrotti: "Uomini di buone maniere, ma di cattive abitudini"». Le parole riportate sono state pronunciate davanti alle Camere dal presidente Sergio Mattarella, che ha certamente saputo esprimere un sentimento diffuso nella nostra società e ha indicato al Parlamento quella che dovrebbe essere la priorità di questa legislatura. Invece, noi abbiamo atteso settecentotrenta giorni per portare in Aula il disegno di legge contro la corruzione. Invece, noi abbiamo parlato di altre priorità, che forse non erano così importanti e urgenti (mi riferisco in particolare alle riforme costituzionali, di cui sapete e su cui non ritorno).
A proposito della corruzione, anche io ho ascoltato Luigi Ciotti, poco fa, in Commissione parlamentare antimafia, e ho seguito la grande manifestazione di Bologna. Le parole di Luigi Ciotti vorrei citarle testualmente, perché sono un po' più pesanti di quelle che ho sentito evocare poco fa da un collega. Luigi Ciotti ha detto: «La corruzione è la matrice del sistema mafioso, il suo avamposto, la base della mafiosità».
I procuratori di Roma ci hanno spiegato, a proposito di Mafia Capitale, che le mafie ora si formano in modo originario e originale. Quindi, abbiamo una genesi nuova e una metastasi non più controllata del fenomeno mafioso, che passa proprio dal fatto che non abbiamo combattuto per vent'anni la corruzione.
Qual è allora l'ambito e il contesto in cui si possono formare nuove mafie sulla base di un rapporto corruttivo? Diciamo chiaramente che il primo elemento è la crisi economica. La spesa pubblica è meno generosa che in passato e la richiesta di ottenerla usa spesso l'emergenza e i grandi lavori. Il secondo elemento è l'enorme quantità di regole e di gride manzoniane con cui abbiamo nascosto per vent'anni la nostra incapacità di condurre una vera lotta alla corruzione dopo Mani pulite.
Oggi si fanno le aste al massimo ribasso. Oggi si producono certificati antimafia in grande quantità, ma dietro tutto questo c'è spesso un accordo tra corrotto e corruttore, tra impresario e politico, perché si sa benissimo che l'asta al massimo ribasso servirà soltanto a far lievitare i costi dopo. I due contraenti lo sanno e gestiscono un rapporto che non solo è corruttivo, ma è propriamente da definire mafioso.
A questo proposito, è molto importante quanto dice Luigi Ciotti: smettiamola di vantarci. Smettiamola di considerare l'antimafia come un'etichetta da tirare fuori all'occasione propizia. Smettiamola di parlare di educazione alla legalità (e a Luigi Ciotti pesa questo, perché di educazione alla legalità in un'altra epoca parlarono i vescovi e poi il Papa), perché la legalità, senza giustizia sociale, non esiste.
Credo allora che il primo passo da fare da parte della politica sia di non mettere la testa sotto la sabbia come lo struzzo e quindi accettare le responsabilità che sono sue. Dico molto chiaramente che il dibattito di questi ultimi giorni è stato largamente insoddisfacente. Il ministro Lupi si sarebbe dimesso perché aveva raccomandato il figlio e perché forse il figlio aveva accettato un regalo. Ma non è questo il motivo, cari colleghi senatori: il ministro Lupi si è dimesso perché è stato incauto in quest'Aula a difendere un personaggio come Incalza dalle giuste critiche dell'opposizione. Il ministro Lupi si è dimesso perché è stato sleale con il Governo quando ha scritto allo stesso Incalza che era disposto a dimettersi pur di salvare quella struttura che è ora oggetto dell'attenzione dell'autorità giudiziaria. Cosa altro volete da un Ministro perché si dimetta? Cosa importa a voi di come andrà l'inchiesta giudiziaria?
Questo è giustizialismo. Anche il garantismo peloso è una forma di giustizialismo. Diciamo francamente che doveva dimettersi.
Dico anche con dispiacere che io non ho apprezzato l'intervento del Presidente del Consiglio, quando ha detto che per un avviso di garanzia non si devono dimettere i Sottosegretari inquisiti. Io sono contro una politica che va a rimorchio dell'iniziativa della magistratura, ma la politica, se non vuole combattere la corruzione per finta, deve anticipare la magistratura. Dico allora che quando il reato presunto, non provato, riguarda dei fatti che creano allarme nella società, come la corruzione e l'aver distorto soldi pubblici ad uso privato, le dimissioni sono opportune. Certo, quel politico può poi rivelarsi assolutamente innocente e allora la sua carriera si sarà spezzata; ma quante volte, onorevoli colleghi, abbiamo detto che la politica è un servizio e non una carriera? La carriera di quel politico si sarà interrotta, ma avrà reso un servizio importante alla Nazione e, in particolare, al tentativo di riconciliare il sentimento del Paese alla pratica degli eletti.
Voglio concludere il mio intervento dicendo che il disegno di legge che arriva al nostro esame è frutto di tante attenzioni e tanti compromessi e prevede un indurimento delle pene tutto sommato ragionevole - e quindi lo voterò - anche se in principio non sono d'accordo che serva aumentare le pene, come elemento fondamentale per combattere la corruzione. In particolare lo voglio dire al mio amico Lumia: quando si tratta di aumentare le pene per i mafiosi, mi viene un po' da ridere. Quarant'anni fa, una persona cui ho voluto molto bene diceva: «Guardate che le organizzazioni criminali sono soltanto la parte emergente dell'iceberg: quello che sta sotto è la corruzione e l'intermediazione politico-mafiosa». Prendersela allora sempre con i soliti e caricarli di ergastoli, non significa assolutamente combattere realmente la mafia.
Mi pare comunque questa legge rappresenti un buon equilibrio e per questo la voterò, chiedendo però all'Assemblea un'attenzione e un dibattito più generale.
Vedo il ministro Orlando presente e lo ringrazio: so quanto deve essere stata pesante la mediazione che ha svolto, ma francamente ci sono delle cose che mi offendono. Dire che cambieremo la legge al Senato, dopo aver sostenuto che il bicameralismo è la più grave colpa del Paese, mi pare un' affermazione che, in questo momento, mi sarei risparmiato: lo dico, signor Ministro, con tutto il rispetto e l'amicizia nei suoi confronti. Soprattutto occorre tener conto che, se non interveniamo bene sulla prescrizione, tutto il resto saranno gride, come quelle di Manzoni, perché è quella la tagliola per i colpevoli di corruzione.
Quanti sono i corrotti oggi in carcere? Credo 11 o forse meno. In quale altro Paese accade ciò? Siamo in un Paese in cui il galantuomo non va mai in carcere e ce lo ha ricordato anche il Papa. Vi invito dunque ad avere uno scatto di orgoglio, per essere al livello del problema che abbiamo di fronte. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Bencini).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Barani. Ne ha facoltà.
BARANI (GAL (GS, LA-nS, MpA, NPSI, PpI)). Signora Presidente, desidero ringraziare il signor Ministro per la sua presenza in Aula, segno di rispetto verso il Senato, così come per la presenza in Commissione e ringrazio ovviamente anche il Vice Ministro. Inizierò subito con una critica tecnica, per poi passare ad una parte politica, in cui illustrerò emendamenti che possiamo definire allegorici, paradossali, metaforici, emendamenti-parabola, che hanno il fine di smontare la demagogia e il falso populismo che il Governo vuole portare avanti con il disegno di legge in esame.
Per ciò che riguarda la parte tecnica, è evidente che le modifiche proposte per l'articolo 2621 del codice civile ristabiliscono le pene ante riforma. Mi sembrano un po' ridondanti le formule «consapevolmente espongono» e «concretamente idoneo». L'avverbio «consapevolmente», signor Ministro, è un fuor d'opera, per due motivi. Il nuovo articolo 2621 del codice civile prevederà un delitto e non una contravvenzione, ergo necessita del dolo; sarebbe dunque comunque impossibile punire qualcuno perché ha esposto fatti materiali falsi «inconsapevolmente». Inoltre, il reato deve essere assistito anche dal dolo specifico dell'ingiusto profitto, elemento che richiede una consapevolezza già rafforzata. Insomma, l'espressione «consapevolmente» mi sembra un'aggiunta del tutto pubblicitaria e foriera di possibile contenzioso per la successione delle leggi nel tempo. Quindi si tratta di una demagogia e di un falso populismo, che non sortirà alcun effetto.
Parimenti, l'espressione «concretamente idoneo a indurre altri in errore» apre ad interminabili discussioni sul falso idoneo in astratto, ma non in concreto. La scomparsa delle soglie, sostituite dalle due gradate espressioni fatti «di lieve entità» e fatti di «particolare tenuità», apre una discrezionalità difficilmente comprensibile in un ambito numerico, dove si può facilmente quantificare la gravità del reato.
In medicina - io sono un medico - la dose è importante, perché deve essere quella efficace e non può essere una dose qualsiasi, perché se non è sufficiente non risolve la malattia, se è troppo alta può portare a danno o a morte il paziente.
Il nuovo articolo 2622 del codice civile aumenta le pene per le società quotate e toglie l'evento di danno. Mi sembra una buona semplificazione, salvo quanto detto sopra sul «consapevolmente». Inoltre, l'assenza sia delle soglie sia delle ipotesi gradate di lieve entità mi sembra quindi oltremodo discutibile. Si potrà sostenere che il nuovo articolo 2622 ha un'ampiezza maggiore (falsa rappresentazione che induce in errore) rispetto al previgente 2622 (falsa rappresentazione che induce in errore e cagiona danno) e che vi è quindi continuità per il rapporto di species ad genus (nel più ci sta il meno e non viceversa). Tuttavia, si potrà forse parimenti sostenere che il vecchio articolo 2622 del codice civile (reato di danno) è strutturalmente diverso dal nuovo articolo 2622 del medesimo codice (reato di pericolo) e quindi non v'è continuità normativa. Ciò comporterebbe che le vecchie contestazioni ex articolo 2622 del codice civile cadrebbero nel nulla per abrogazione implicita. L'unica continuità sicura sarebbe con il previgente articolo 2621 del codice civile, che è però una contravvenzione a differenza dei nuovi 2621 e 2622 del codice civile, sicché se il 2622 previgente fosse abrogato implicitamente e ci fosse continuità solo con il previgente 2621 del codice civile, si potrebbe avere l'effetto paradossale che innanzi ad una contestazione in base al vecchio 2622 ci troveremmo a non poter applicare il nuovo 2622 ma, al limite, il vecchio 2621.
Infine, ci potrebbe essere un problema nella successione tra il vecchio 2622 (reato di danno) ed il nuovo 2622 (reato di pericolo): a seconda dei criteri adottati dalla Cassazione, potrebbe saltare la continuità normativa.
Vede, signor Ministro, anche un piccolo medico come sono io può individuare delle criticità tecniche che effettivamente fanno ben evidenziare quanta superficialità, quanta demagogia e quanto falso populismo ci siano stati.
Vengo ora alla parte più politica, che mi interessa, a quegli emendamenti che ho definito allegorici, paradossali, metaforici, in forma di parabole, che molti colleghi hanno voluto citare, e li ringrazio di questo, perché vuol dire che la parabola, la metafora, l'allegoria ha centrato l'obiettivo.
Per fare qui un esempio, l'allegoria, la metafora, la similitudine o la parabola di cui mi servirò è di carattere medico. Mi rivolgo a tutti gli italiani che ci sentono: l'epidemiologia è una scienza che afferma che in ogni famiglia, ahimè, c'è una persona che può avere una neoplasia, un tumore maligno. Ovviamente, al medico si rivolge tutta la famiglia, che è impegnata in questa situazione che compromette la vita fisica di chi ne è affetto, ma anche quella famigliare, sociale e lavorativa e al medico vengono chieste due cose: la terapia e la prognosi.
Nella disciplina medica dell'epidemiologia, la prognosi è di cinque anni e per cinque anni queste persone non vivono. Quando viene detto loro che si opererà tra due settimane, chiedono se non si possa anticipare di una settimana, vanno dallo specialista e continuano a fare accertamenti. Solo dopo cinque anni, dopo che sono stati effettuati altri esami, si scioglie la prognosi e si può dire se il malato è guarito. Com'è possibile pensare di portare questa prognosi nella salute giuridica a quindici, venti o venticinque anni? Noi abbiamo bisogno di tempi certi, come ci dice la Costituzione. Abbiamo bisogno che ci siano tribunali specifici o «speciali» - posso permettermi di definirli così, per la mia cultura garantista o socialista - che lavorino giorno e notte, sette giorni su sette, compresi Natale, Pasqua e Capodanno. Se quelli di cui parliamo sono reati di allarme sociale, è necessario che si intervenga specificamente e che ci si impegni affinché chi li commette venga ovviamente condannato. Non è possibile ipotizzare una prognosi a quindici o vent'anni, perché allora ha ragione allora chi dice che, quando inizia un processo, il giudice indica il periodo di prescrizione nel fascicolo in alto a destra, per cui se questo è di vent'anni il processo si farà tra vent'anni. Possiamo permettere che un chirurgo operi dopo dieci o quindici anni, con una diagnosi già fatta? Occorre procedere con tempestività: la salute giuridica è uguale a quella sanitaria, cui fa riferimento l'articolo 32 della Costituzione, che garantisce tutti. Non possiamo permetterci, dunque, di non sciogliere la prognosi e tenere in sospeso delle persone alle quali magari solo tra quindici-vent'anni diremo se sono innocenti o no, magari tenendole in carcere per diversi anni.
Per questo ho presentato degli emendamenti provocatori, perché non si può andare sul falso populismo o sulla facile demagogia. Dico allora: frustiamoli o mettiamoli in piazza, a seconda se siano indagati oppure rinviati o no a giudizio.
Oltre a questi ho presentato poi altri emendamenti, che sono seri e che mirano a fare prevenzione. In particolare, se pensiamo che l'80 per cento del bilancio delle Regioni è impegnato nella spesa sanitaria, bisogna togliere alla politica i direttori generali, i direttori sanitari e amministrativi e affermare la meritocrazia. Qualcuno ha parlato della fuga di cervelli, che si verifica perché si fa del clientelismo. Su questi temi ho voluto battermi presentando alcuni emendamenti - su cui il Governo non si è espresso però favorevolmente - al fine di togliere queste figure alla politica, alle cooperative rosse, alle Regioni rosse, bianche ed azzurre, per riaffermare la meritocrazia ed impedire la fuga di cervelli.
PRESIDENTE. La invito a concludere, senatore.
BARANI (GAL (GS, LA-nS, MpA, NPSI, PpI)). Sì, Presidente.
Per questo, dunque, ho presentato degli emendamenti allegorici, che sono delle similitudini, delle metafore e delle parabole, al fine di sensibilizzare l'opinione pubblica affinché si faccia concretamente della prevenzione e non prognosi a quindici o a venti anni. Le prognosi, come nella salute pubblica, devono essere a cinque, sette o dieci anni al massimo, ma non di più; altrimenti l'Italia è destinata a morire e, con questo aumento delle pene, nessuno verrà ad investire in Italia e noi saremo nell'intera Europa il fanalino di coda per quanto riguarda gli investimenti stranieri.
Non c'è dualismo tra garantismo e giustizialismo: la prevalenza non può che essere del garantismo. La nostra Costituzione è garantista; i giustizialisti se ne ritornino nella Russia di Stalin o nella Germania di Hitler.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Dirindin. Ne ha facoltà.
DIRINDIN (PD). Signora Presidente, colleghi, signori rappresentanti del Governo, sono anch'io particolarmente contenta per la presenza del Ministro della giustizia, visto che trattiamo temi di grande rilevanza, ai quali mi fa piacere, dunque, che sia data attenzione.
Discutiamo di questo disegno di legge sulla corruzione - credo casualmente - proprio nei giorni in cui c'è stato un grande movimento in tutta Italia, che si è concentrato a Bologna nella Giornata della memoria e dell'impegno, in ricordo delle vittime innocenti della mafia, di cui molti hanno già parlato e su cui dunque non mi soffermo. Vorrei semplicemente ricordare che quella è stata una grandissima occasione in cui molti di noi hanno avuto l'impressione che forse possiamo cercare di essere un pochino più fiduciosi rispetto al nostro futuro. Intanto c'era una grandissima partecipazione di giovani seri e impegnati, che sono rimasti tutto il giorno; prima hanno ascoltato un elenco lunghissimo - sembrerebbe impossibile pensare che i giovani siano così rispettosi e silenziosi - di persone vittime della mafia, e poi hanno partecipato a tutta una serie di momenti di riflessione sui temi che attengono alla criminalità organizzata, alla corruzione, alla mafia. Questi giovani hanno partecipato con grande intelligenza e con una grande passione per contribuire a costruire una società diversa da quella che loro incominciano a conoscere man mano che diventano grandi.
Proprio in occasione di un seminario che abbiamo fatto su temi che riguardano in particolare corruzione e sanità, un assessore presente ha giustamente sottolineato come ci fossero tanti giovani, operatori e non, della sanità; purtroppo non c'erano però le generazioni più vicine alla mia, quasi che la nostra generazione abbia un po' perso l'attenzione reale a questi temi, spesso l'attenzione è più retorica che non reale ai fini della partecipazione e della voglia di costruzione.
Quel giorno ho pensato che se è vero, come diceva qualcuno molto autorevole che poi citerò, che la politica deve interpretare le grandi correnti di opinione, e anzi deve organizzare al meglio le aspirazioni della popolazione, forse in giornate del genere abbiamo l'occasione di verificare che c'è una grande aspirazione a un mondo diverso, e noi abbiamo il dovere non soltanto di occuparci delle leggi che modificano le sanzioni penali nei confronti di questi atti, ma anche il dovere di organizzare queste aspirazioni e contribuire affinché possano migliorare il nostro sistema e il nostro Paese.
La corruzione, come è già stato detto quindi non mi ci soffermo, molto spesso è fortemente intrecciata con la criminalità organizzata, che ormai in molti casi sembra pervasiva. Gli effetti della corruzione e della criminalità organizzata sono ben più ampi di quelli che normalmente ci limitiamo a considerare come effetti diretti. Gli effetti diretti, è vero, sono gli aumenti dei costi delle prestazioni, soprattutto quando riguardano la pubblica amministrazione (molto spesso la pubblica amministrazione è fortemente coinvolta). Essi però non comportano soltanto un aumento dei costi dei servizi, ma sempre più, soprattutto in questi anni di grandi restrizioni, in particolare nei settori del welfare e della sanità, per non parlare del sociale dove la situazione è drammaticamente grave, hanno l'effetto di ridurre i servizi disponibili per i cittadini e impedirne l'offerta.
Ormai non è più una questione di aumento della spesa, che diventa impossibile perché le restrizioni lo impediscono, ma di riduzione dei servizi per i cittadini. Sappiamo ormai per certo che la corruzione, addirittura, peggiora la salute dei cittadini: ci sono studi che dimostrano che dove c'è più corruzione (ovviamente questo fattore è una concausa rispetto ad altre) la mortalità infantile è più elevata. La corruzione aumenta le disuguaglianze perché colpisce soprattutto la popolazione più fragile e quella più debole; frena lo sviluppo, lo sappiamo benissimo e non mi soffermo su questo perché non credo che ci sia neanche bisogno di parlarne; sappiamo che distorce la concorrenza a vantaggio dei corrotti, dei meno seri e a danno delle persone e degli imprenditori più seri che fanno fatica a sopravvivere in un mercato inquinato; e ancora, alimenta l'ingiustizia.
Mi vorrei soprattutto soffermare su un effetto molto importante, rispetto al quale credo che questa Assemblea debba riflettere più a lungo. Mi riferisco al fatto che la corruzione e la criminalità organizzata riducono la fiducia nelle istituzioni. Porto un esempio, se mai ci fosse bisogno di un esempio concreto. Noi sappiamo, non solo in Italia ma anche in altri Paesi, che tutte le volte che c'è un fenomeno di corruzione che riguarda ad esempio un'azienda ospedaliera, c'è un calo immediato, che per fortuna dura pochissimi mesi, e poi c'è una ripresa delle donazioni di organi. Pensiamoci molto attentamente: da fenomeni di cattiva amministrazione o addirittura di corruzione discende la sfiducia nelle istituzioni, e la sfiducia nelle istituzioni si può trasformare in qualcosa di più, che intacca addirittura la democrazia.
Mi permetto allora di sottolineare che la questione della corruzione non può esaurirsi semplicemente nell'aumento delle pene, che pure sono importanti, soprattutto dopo che nel decennio precedente le abbiamo ridotte, favorendo in qualche modo situazioni che certamente non avremmo dovuto favorire (e adesso ce ne rendiamo conto, perché i numeri ce lo dicono). La questione della corruzione non si esaurisce soltanto con la modifica del codice penale e con l'aumento delle pene: questa è una condizione necessaria, ma non sufficiente.
Dato che altri hanno citato autorevoli nomi, che non voglio riprendere, perché condivido assolutamente quanto è già stato detto da chi mi ha preceduto, mi permetto di citare con grande umiltà Enrico Berlinguer. In questi casi, infatti, non posso non ricordare la sua intervista nel 1981: sono passati trentaquattro anni e molte delle cose che disse allora sulla questione morale purtroppo hanno ancora tanto da insegnarci. Enrico Berlinguer diceva che: «La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci ladri, corrotti e concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, denunciarli, metterli in galera». Se, come classe politica, abbiamo una responsabilità, dobbiamo pensare che il problema non è soltanto scovarli, sanzionarli e metterli in galera. Il nostro obiettivo è quello di migliorare il livello etico presente nella nostra società. Dobbiamo risvegliare le coscienze e testimoniare quello che si può fare per far in modo che vi siano funzioni di deterrenza rispetto a queste manifestazioni e addirittura la capacità di prevenirle, perché, quando si arriva al codice penale, vuol dire che abbiamo già fallito. Ancora per una volta, vuol dire che abbiamo fallito, perché non ci siamo resi conto che eravamo di fronte a situazioni particolarmente gravi e non siamo stati capaci di impedirle, scovarle ed arginarle, intervenendo precocemente.
Molto ci sarebbe da dire anche su quella parte della pubblica amministrazione, di cui mi occupo e rispetto alla quale ho elementi di conoscenza più ampi rispetto ad altre, la sanità: essendo un settore economico di grande rilevanza dal punto di vista delle risorse che ha e che mette a disposizione dei cittadini, si presta ad operazioni di varia natura ed è di grande interesse per la criminalità organizzata e i corruttori. Ebbene, in realtà, da quel poco che sappiamo - perché il fenomeno ovviamente è per definizione nascosto - non vi sono elementi che dimostrano che nella sanità vi sia una maggiore presenza di fenomeni corruttivi e di criminalità. Certo, però, quei fenomeni sono più gravi rispetto a quando avvengono in altre situazioni, perché lì vanno a ledere il diritto dei cittadini ad essere tutelati nella salute.
In conclusione, signora Presidente, quello che stiamo vedendo in questo momento è che tutto l'apparato normativo messo in piedi a favore di una maggiore trasparenza e di norme miranti a prevenire la corruzione è imponente e maestoso: spesso, quando ci confrontiamo con altri Paesi - salvo alcuni elementi nei quali non abbiamo una storia, quindi facciamo fatica a migliorare la nostra normativa - siamo anche all'avanguardia. Il problema è che in questo momento dobbiamo domandarci come possiamo far sì che non siano soltanto adempimenti burocratici: la trasparenza ed i piani per la prevenzione della corruzione sono estremamente importanti, ma bisogna che non siano soltanto un adempimento burocratico; altrimenti, riusciremo a scoraggiare quell'atteggiamento di attenzione alla legalità presente in molti cittadini ed operatori pubblici, se pensiamo di aver esaurito il nostro compito trasformandolo semplicemente nella compilazione di moduli e nella predisposizione di documenti che devono essere inviati ad una qualche autorità competente.
Ecco che allora è necessario che, al di là delle modifiche normative e delle azioni amministrative, ritorniamo a testimoniare la responsabilità e la coscienza civile e soprattutto a fare in modo che si faccia buona amministrazione.
La mancanza di buona amministrazione, infatti, è il terreno fertile su cui si annidano tutti questi fenomeni di illegalità, ai quali abbiamo prestato troppo poca attenzione, anzi, che spesso abbiamo denigrato in questi ultimi anni, pensando che la pubblica amministrazione fosse composta tutta da personaggi assolutamente impreparati e comunque improduttivi. In realtà, su questo dobbiamo riflettere, perché se non torneremo a fare buona amministrazione non riusciremo neanche a combattere la corruzione. (Applausi dal Gruppo PD).
Saluto a rappresentanze di studenti della Fondazione CEUR - Centro europeo università e ricerca
PRESIDENTE. Colleghi, salutiamo le rappresentanze degli studenti e delle studentesse di Bologna, Milano e Catania della Fondazione CEUR - Centro europeo università e ricerca, ai quali rivolgiamo il nostro benvenuto al Senato. (Applausi).
Ripresa della discussione del disegno di legge
n. 19-657-711-810-846-847-851-868 (ore 17,46)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lumia. Ne ha facoltà.
LUMIA (PD). Signora Presidente, ci siamo: al Senato, finalmente, in Aula, inizia l'iter di approvazione del disegno di legge contro la corruzione. Vorrei ricordare anche la presenza di una norma importante sull'associazionismo di stampo mafioso e sul tanto discusso falso in bilancio.
Colleghi, il combinato disposto di corruzione, mafie e reati economici come il falso in bilancio crea un danno irreparabile al nostro Paese. Un danno che blocca l'economia e le sue possibilità di ripresa a ritmi elevati, come mai nel nostro Paese, ma erode anche la fiducia tra i cittadini e soprattutto nelle istituzioni, disarticolando il rapporto tra i cittadini e queste ultime.
Colleghi, penso possiate condividere che il danno principale viene perpetrato nei confronti dei giovani, delle nuove generazioni che non vogliono vivere in un Paese corrotto e pieno di mafie, che non guarda al futuro e non è solido, che non ha un rigore nel vivere il suo rapporto con le leggi. Ecco perché, colleghi, dobbiamo stabilire il livello della risposta.
Penso, ed il Partito Democratico chiede, che la risposta debba essere la più severa possibile. Con tale approccio, possiamo fare in modo che questo cammino, che è stato durissimo, irto di ostacoli e pieno di insidie, possa arrivare a buon fine nei prossimi giorni, senza più ritardi ed incertezze.
Colleghi, dal testo che voteremo qui in Aula mancano due argomenti molto rilevanti, perché già approvati in altri provvedimenti di legge e quindi già in vigore. Mi riferisco alla fattispecie di cui al controverso articolo 416-ter, cioè allo scambio elettorale politico-mafioso, e al testo di legge sull'autoriciclaggio.
Abbiamo anche non trattato la parte che riguarda la prescrizione, perché è stato affrontato dalla Camera proprio ieri, in prima lettura, ed è stato approvato un apposito disegno di legge che ne aumenta la durata per tutti i reati e in particolare per quelli di corruzione. Una linea rigorosa, che riteniamo vada mantenuta anche qui al Senato.
È un errore cadere nel tranello di chi vuole contrapporre la prevenzione alla repressione. Abbiamo discusso molto in Commissione giustizia, se ne discute nel Paese e molti esperti ci sollecitano a prestare molta attenzione alla prevenzione. Siamo d'accordo, perché la prevenzione è un'arma decisiva. Ma nella lotta alla corruzione e alle mafie, prevenzione e repressione sono due facce della stessa medaglia che non possono essere separate.
Il Governo ha dato un segnale molto forte: ha costituito la nuova Agenzia nazionale anticorruzione (ANAC), che è un passo in avanti proprio nella direzione della prevenzione, ma altri passi vanno fatti.
Certo, va condivisa l'impostazione che richiede un approccio e un piano integrato alla lotta alla corruzione. Altroché! Bisogna riformare radicalmente la pubblica amministrazione - sarà tema che tratteremo nei prossimi giorni - ruotando i dirigenti ed eliminando la giungla dell'intermediazione, che spesso si trasforma in perversa intermediazione burocratico-clientelare e corruttivo-mafiosa.
Così pure bisogna modificare il codice degli appalti - com'è stato qui da più colleghi ripetuto - per ridurre il numero delle stazioni appaltanti ed evitare il ricorso agli escamotage giuridici: perizie, varianti, riserve, subappalti di comodo, addirittura direttori dei lavori nominati dal general contractor. Bisogna invece premiare l'attività dell'impresa che, per realizzare l'opera pubblica, investe tutte le proprie energie sul cantiere, con operai e tecnici, e non sugli studi legali, al fine di trovare qualunque pretesto per ritardare i lavori, per far scorrere gli anni e così aprirsi la strada all'intermediazione interessata. Sono pure necessarie tante altre iniziative che investono i piani culturale, sociale e civile, al fine di promuovere la denuncia - sì, la denuncia - da parte dei cittadini e degli imprenditori che promuovono o ricevono richieste corruttive.
In Aula è giunto un testo di legge che si compone di tre aspetti: norme sull'anticorruzione, norme sull'articolo 416-bis e norme sul falso in bilancio. Sulla lotta alla corruzione sono state aumentate le pene, già inasprite, seppur blandamente, dalla legge Severino nel 2012 e che ovviamente non si sono rivelate adeguate a contrastare il fenomeno corruttivo nel nostro Paese. Sono state inserite anche delle norme più rigorose ed innovative. Vorrei ricordare, colleghi, che su tutte le norme che sono previste contro la corruzione c'è stato questo aumento di pene, dall'incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione alla condanna che consegue l'estinzione del rapporto di lavoro e di impiego.
Vorrei ricordare anche, cari colleghi, il reato di peculato, il reato di corruzione per l'esercizio della funzione e così pure la corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio, i reati di corruzione in atti giudiziari (reato gravissimo), l'induzione indebita a dare o a promettere, le circostanze attenuanti, le norme sulla concussione. Insomma, si è voluta fare una scelta di maggiore severità, senza incorrere in scelte che sono contrarie alla nostra Costituzione e senza commettere l'errore grossolano di pensare che l'inasprimento delle pene di per sé sia risolutivo rispetto al concerto di tutte le altre questioni che bisogna affrontare in una visione integrata della lotta alla corruzione.
Ma ci sono anche delle nuove norme. A titolo di esempio, vorrei ricordare che si introduce una nuova fattispecie, che riguarda la cosiddetta riparazione pecuniaria. In sostanza, per reati principali di corruzione, quando sono coinvolti un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio, con la sentenza di condanna deve essere ordinato il pagamento di una somma pari all'ammontare di quanto indebitamente ricevuto, senza per questo pregiudicare il diritto al risarcimento del danno.
Nel testo di legge approvato in Commissione giustizia e alla nostra valutazione d'Aula è stata inserita la norma, già collaudata nella lotta alle mafie, dell'istituto premiale della collaborazione di giustizia. Inoltre, il ministro Orlando è stato molto attento ad inserire l'istituto del patteggiamento collegandolo non più ad una semplice richiesta da parte dell'imputato, ma sottoponendolo ad una condizione importantissima: per ottenere questo beneficio bisogna restituire il maltolto.
Inoltre, abbiamo voluto dare ulteriori poteri all'Agenzia nazionale. Ricordo che sia il giudice amministrativo, sia il pm in sede penale comunicano all'Autorità anticorruzione le indagini svolte e i provvedimenti adottati, affinché l'Autorità possa meglio prevenire gli episodi di corruzione o evitare il blocco nefasto della realizzazione dell'opera pubblica.
Dicevo, colleghi, che è stato inserito in Commissione, di concerto con il Governo, l'aumento delle pene per reati di stampo mafioso, il famoso articolo 416-bis. Finalmente si dà una risposta efficace all'evoluzione delle strategie delle organizzazioni mafiose. Con il passare degli anni, infatti, proprio i capimafia hanno affidato alla bassa manovalanza i cosiddetti reati fine (estorsione, minacce, violenze, traffico di droga), nella consapevolezza che il reato di associazione mafiosa è colpito con pochi anni di reclusione, per cui oggi nei nostri territori abbiamo tanti boss di primo piano che sono ritornati per fine pena.
Cari colleghi, nel 2010 era stato approvato un mio emendamento, qui, al Senato, che aumentava di due anni tale reato. Adesso abbiamo fatto una scelta delicata, che deve essere valutata, ma che ritengo debba essere confermata: quella di inasprire ulteriormente le pene, prevedendo un periodo di detenzione fino a ventisei anni proprio per chi è ai vertici delle organizzazioni mafiose.
Infine, il testo alla valutazione dell'Assemblea prevede anche il rafforzamento del falso in bilancio. L'attuale normativa è stata individuata come un limite grave, che ha screditato il nostro Paese agli occhi degli investitori internazionali e che nel disegno di legge in discussione qui in Aula torna ad essere un reato da punire più severamente. Il falso in bilancio può essere perseguito d'ufficio e non tramite una querela di parte, come previsto dalla normativa vigente, quella attuale.
Rispetto al testo originario, proposto dal Governo, si è convenuto di eliminare le cosiddette soglie di non punibilità a favore della distinzione tra imprese quotate in borsa e imprese non quotate, salvaguardando da un eccesso di rigore le piccolissime attività commerciali, artigianali, imprenditoriali, incappate in errori nella redazione dei bilanci.
Cari colleghi, la lotta alla corruzione, alle mafie, ai reati di economia criminale ha bisogno di un Paese che si svegli, ma soprattutto di una politica che si svegli, di una politica che riprenda il suo ruolo di guida, in grado di indicare, in una visione di un moderno Paese, quale strada percorrere.
Vi riporto, cari colleghi, gli appelli che sono stati avanzati: ricordo le tante associazioni che in questi anni si sono battute e che hanno compreso che il rapporto tra mafia e corruzione è un rapporto viscerale, che danneggia il nostro Paese. Sono state ricordate Libera con don Ciotti, anche oggi a Bologna una giornata contro le mafie, le associazioni antiracket, la Fondazione Caponnetto, il Centro di studi ed iniziative culturali Pio La Torre, I cittadini contro le mafie e la corruzione e tante altre espressioni del nostro mondo, come il Presidente della Repubblica, Papa Francesco. Insomma, penso che sia giunto il momento che anche il Parlamento decida al meglio e decida la strada del rigore e della severità per dire al Paese che si volta pagina.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Palma. Ne ha facoltà.
PALMA (FI-PdL XVII). Signora Presidente, con tutta l'amicizia e la stima che nutro nei suoi confronti, desidero manifestare la mia solidarietà al professor D'Ascola per quello che ha dovuto subire di contrario al suo riconosciuto sapere giuridico e alla sua storia personale da parte del senatore D'Ascola, e in particolare per quanto il senatore D'Ascola, spesso in contrasto con i principi del nostro ordinamento, ha dovuto avallare per seguire un Governo e una maggioranza assolutamente demagogica e priva di aggancio alla realtà.
Allo stesso modo, ritengo che il presidente Grasso debba formulare un ringraziamento al senatore Cappelletti, il quale, avendo puntualmente evidenziato le differenze che sussistono tra il disegno di legge Grasso e il disegno di legge che oggi è all'attenzione dell'Assemblea, ha impedito che una pessima legge come questa possa, nella cronaca dei prossimi anni, portare il nome Grasso. C'è una legge Severino, non ci sarà, grazie al senatore Cappelletti, una legge Grasso.
In che cosa si risolve questa legge? In un semplice - devo dire la verità, anche scarsamente fantasioso - inasprimento delle pene. Di fronte all'emergenza della cronaca, il Governo risponde aumentando le pene, dimenticandosi, però, ad esempio, che lo scandalo dell'Expo, lo scandalo del MOSE, lo scandalo di Mafia Capitale, lo scandalo recente dei grandi appalti sono nati in un momento in cui, dopo la legge Severino, si era addivenuti esattamente ad un inasprimento sanzionatorio; e il Governo risponde senza porre alcuna riflessione sul fatto che, a fronte dei 7.500 detenuti in Germania per fatti contro la pubblica amministrazione, in Italia ve ne sono solo 230. Il che evidentemente, se si vuole, individua, a seconda di come la vogliamo pensare, o una certa incapacità investigativa degli organi deputati a contrastare lo specifico fenomeno, ovvero che l'inasprimento delle pene davvero non serve a nulla. Infatti, se sono solo 230 le persone detenute in carcere, a fronte di un fenomeno corruttivo così ampiamente percepito, debbo ritenere che o non è esatta la percezione, ovvero che le indagini non sono particolarmente efficaci.
In che cosa si risolve questo provvedimento? In un forsennato aumento dei minimi e dei massimi della pena. Per quanto concerne i minimi (la corruzione, se non sbaglio, arriva a sei anni), al di là del fatto che questo aumento comporta inevitabilmente una mancanza di fiducia nei confronti del potere discrezionale del giudice - è una forte critica che questo Governo fa alla magistratura - mi chiedo in che termini e in che modi, ministro Orlando, pensate di poter punire una corruzione per 500 euro, 1.000 euro, 50 euro, 200 euro (faccia lei) con una pena che non potrà essere inferiore a quattro anni di reclusione. Per converso, quando voi procedete all'aumento delle pene - doveroso, noi non lo abbiamo contrastato - dovete essere onesti fino in fondo, perché dovete affermare che quell'aumento si piegava ad esigenze diverse. In primo luogo, alla possibilità di aumentare il grande orecchio che impera in questo Paese, e cioè le intercettazioni telefoniche, che da che erano, giusta la nostra Costituzione, mezzo eccezionale di investigazione, sono diventate la prassi. Si è persa, signor Ministro, la capacità di indagare, perché le intercettazioni impigriscono; evitano che gli investigatori si affatichino.
In secondo luogo, è evidente che si piega alla prescrizione. Certo, a dir la verità, come riuscirete a sintonizzare queste pene con la prescrizione che avete appena varato alla Camera, non so; le faccio i miei più grandi auguri, ma le voglio dire una cosa. Credo fosse presente la senatrice Capacchione. Ho chiesto ad un ragazzo di 30 anni, laureato, preparato, chi fosse Cusani, chi fosse Trane, ma non mi ha saputo rispondere, in ciò evidenziando in termini chiari il senso antico della prescrizione, e cioè che quando si dimentica il fatto, quando l'allarme sociale viene meno, viene meno l'interesse dello Stato alla punizione. Ciò a tacere di quel principio della ragionevole durata del processo che pure lei, signor Ministro, ha inteso richiamare.
È inutile che il presidente Renzi, come al solito con grande capacità oratoria, dica: non vogliamo uno Stato di polizia, ma uno Stato di pulizia. Il Presidente del Consiglio dovrebbe infatti sapere che quando vengono meno le garanzie (e garanzie sono le intercettazioni nei casi eccezionali, i processi in tempi ragionevoli, la possibilità di comminare la pena quando quella pena può ancora assolvere alla sua funzione rieducatrice), ebbene, quando vengono meno le garanzie, si è in uno Stato di polizia.
Noi nello Stato di polizia non ci siamo stati neanche quando il Paese era affaticato dalla tragedia del terrorismo. Non furono fatte all'epoca leggi speciali; non furono violate le garanzie dei cittadini e, ciò nonostante, quel fenomeno venne debellato.
Credo che siamo in presenza di un grande spot propagandistico. Un esempio fra tutti: sento dire dal Presidente del Consiglio e dalla maggioranza che questo Governo ha il grande merito di avere potenziato i poteri dell'Autorità nazionale anticorruzione. Falso. Quei poteri nascono dalla legge Severino, e l'intervento che è stato fatto dal Governo sull'Autorità anticorruzione sotto il profilo dei poteri si limita semplicemente a veicolare le notizie dei cosiddetti pubblici ufficiali informatori, i sicofanti della pubblica amministrazione, ex articolo 54-bis della legge Severino, a imporre agli avvocati dello Stato di riferire all'Autorità anticorruzione la presenza di anomalie negli appalti; ed è evidentemente un intervento sull'Expo.
Ed è proprio questo potenziamento di poteri che dimostra l'assenza di un progetto e la capacità solo di rispondere con un fatto emergenziale a ciò che la cronaca rappresenta.
Signora Presidente, signori senatori, ma perché quei poteri dovevano essere limitati solo all'Expo e non anche al Mose e ai grandi appalti? (Applausi del senatore Liuzzi). Perché si è inteso fortificare l'Autorità anticorruzione solo con riferimento a un segmento della vita degli appalti di questo Paese? Non ritenete che abbia ragione «Il Foglio» quando afferma che ormai Cantone è diventata una Madonnina dietro la quale il Governo e questa maggioranza nascondono le proprie lacune? Per la Presidenza della Repubblica c'era Cantone, per il Ministro delle infrastrutture c'era Cantone e per gli appalti c'è Cantone. Cantone si tiri fuori da questo tipo di discorso. Lo faccia per rispetto alla sua storia professionale.
Quanto agli inasprimenti sanzionatori, vale quanto dice Cantone e quello che dicono tutti i magistrati, cioè che l'inasprimento sanzionatorio non accompagnato da altre misure non ha alcuna capacità di deterrenza. A proposito di quello che si fa e non si fa, sarei curioso di chiedere al Governo che fine ha fatto il regolamento per la valutazione delle performance, pur previsto dall'articolo 1, comma 10, della legge n. 114 del 2014 sull'autorità nazionale anticorruzione. È un regolamento che non esiste, che scompare, eppure credo che, in un momento in cui lo sguardo sospetto si orienta verso i dirigenti, forse era necessario fare quel regolamento. Probabilmente lo si farà quando la cronaca ci presenterà un'ulteriore emergenza.
In questo disegno di legge vi sono degli errori gravi, addirittura dal nostro punto di vista inficiati di incostituzionalità. So bene quello che è accaduto in Aula con il voto politico della maggioranza, ma la Corte costituzionale toccherà il patteggiamento perché davvero non ha senso che la condizione a cui voi piegate il patteggiamento non esista per l'omicida, per l'estortore e per l'evasore fiscale. Eppure, voi puntate la vostra attenzione al falso in bilancio come elemento strumentale esattamente dell'evasione fiscale. Che senso ha la legislazione premiale in un fenomeno che normalmente si presenta sinallagmatico? Due persone, una corrompe e l'altra è corrotta; una concute e l'altra è concussa. Sarà per voi sufficiente che il corrotto dia notizie su come reperire il provento del reato per ottenere una diminuzione fino alla metà della pena o avete immaginato, sbagliando quando lo calate nel sistema per come l'avete disegnato, che tutto fosse sistema corruttivo? E sul falso in bilancio il senatore Caliendo stamattina ha spiegato. Mi volete togliere un'altra curiosità? Se immaginate che per esserci falso in bilancio ci debbano essere fatti materiali rilevanti (formula incostituzionale di cui farà strame la Corte, ex articoli 3 e 25 della Costituzione), come riuscite a rendere compatibili i fatti materiali rilevanti con la lieve entità e la particolare tenuità se una cosa in sé esclude completamente l'altra?
Ma l'errore più grande che avete fatto (perché non avete fantasia) è non avere immaginato un doppio sistema di corruzione: la corruzione di tutti i giorni, quella punita così come è punita adesso, e la corruzione dei grandi appalti, che si muove come un reato non più contro la pubblica amministrazione, ma contro l'economia nazionale.
Lì aveva senso alzare i minimi e i massimi della pena, perché se un intervento corruttivo in quei grandi appalti blocca l'azione di ammodernamento del Paese, lì noi dobbiamo intervenire con assoluta durezza! E non possiamo permetterci, non avendo coraggio o fantasia per fare questo, di inficiare il sistema con una totale irrazionalità dell'apparato sanzionatorio.
In un settore dove vige la regola del segreto, dell'omertà, sarei curioso di sapere quanti sicofanti della pubblica amministrazione, sia pur coperti dall'anonimato, come loro garantito dall'articolo 54-bis della legge Severino, abbiano reso dichiarazioni, contributi, aiuti, da ultimo all'Autorità anticorruzione.
Avete fatto una legge che è solo repressiva, dimenticando la parte più importante, quella che impedisce all'ammalato di ammalarsi; quella che, come dice il senatore Barani, impedisce al medico di arrivare al capezzale: la prevenzione. Avete detto che ci state pensando: quando? Come? Avete necessità di un altro segmento della cronaca?
Così come avete fatto ieri con il vostro decalogo che prevede la rotazione degli incarichi direttivi. Ma c'era bisogno dell'episodio Incalza (presunto non colpevole fino a sentenza passata in giudicato) per immaginare che questa rotazione fosse l'ABC della prevenzione?
Un decalogo che avrà delle sanzioni di tipo disciplinare. Ma fate le leggi! Imponete per legge a una pubblica amministrazione immobile, a una pubblica amministrazione che protegge i propri poteri e i propri benefici e che si giudica da sola. Fate le leggi per muovere questo settore stantio e, in alcuni casi, addirittura melmoso.
Come avete potuto bocciare degli emendamenti in Commissione che erano tutti orientati verso la prevenzione? Il Movimento 5 Stelle vi ha dato una mano, facendoci bocciare gli emendamenti che sottraevano alla politica la nomina dei direttori delle ASL, dei direttori amministrativi e dei direttori sanitari. Perché lo sappiamo tutti che proprio in quelle nomine si annida il malaffare della sanità. Ci avete detto di no, sostenendo che lo farete. Fatelo, ma avete la possibilità di farlo, non alla prossima emergenza, ma di farlo domani o dopodomani votando i nostri emendamenti.
Avete detto di no a un emendamento che impediva la clausola compromissoria nei contratti della pubblica amministrazione, cioè gli arbitrati. Ma leggete i giornali. In questo scandalo sui grandi appalti appare un grande arbitrato al Ministero dei lavori pubblici, quando il Ministro era un altro. Un grande arbitrato ripetuto, che ha portato danni economici rilevanti al Ministero dei lavori pubblici e ha portato grandi vantaggi all'arbitro nominato dal Ministero che poi - chissà perché - andava a ricoprire un incarico di grande prestigio nel partito di cui quel ministro era leader.
Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 18,15)
(Segue PALMA). E potete davvero dire che gli arbitrati possono essere affidati solo ed esclusivamente ai dirigenti pubblici? Questo lo afferma la legge Severino: ma non vi rendete conto che dovete uscire dalla logica degli arbitrati?
Affidatevi a quei giudici che voi lodate in continuazione e smettetela con queste camarille degli arbitrati e dei favori che si fanno agli arbitri amici che si nominano.
Ma davvero pensate che i dirigenti pubblici, che sono, come dire, deputati a fare gli arbitri, non favoriranno la strada degli arbitrati? Con riferimento alla legge del 2014, come avete potuto bocciare il nostro emendamento, che chiedeva di mandare all'Autorità nazionale anticorruzione le carte degli appalti secretati, con lo stesso obbligo e con la stessa connotazione di segretezza e di riservatezza? Vi rendete conto che negli appalti secretati esiste un mondo completamente privo di controllo, in un settore in cui c'è la necessità di un controllo. Come fate a non capire che dovete intervenire pesantemente contro il frazionamento degli appalti? Andate a vedere che cosa è successo nel Comune di Roma: il frazionamento consente l'affidamento diretto senza gara e impedisce il rispetto della legislazione europea.
E ancora, come fate a non capire che tutto il problema della corruzione non è legato alla misura di dieci, venti o trent'anni - sono solo 200 le persone in carcere, quindi il gioco vale la candela - ma è tutt'altro. Il problema è quello di liberare il mondo della pubblica amministrazione dall'opacità che lo pervade, attraverso una semplificazione legislativa, una deburocratizzazione, l'individuazione di tempi certi nelle procedure, così da consentire ai cittadini dei diritti certi, laddove l'arroganza della pubblica amministrazione, spesso accompagnata da una politica clientelare, rende quei cittadini dei sudditi. Mi dispiace per quello che ha detto il senatore Cioffi: in una certa parte dell'Italia ciò costringe i cittadini, poveri o ricchi che siano, a pagare il loro obolo all'arroganza di chi gestisce il potere, ma nelle terre del Sud richiede l'intervento di altri corpi, dell'anti-Stato. Senatore Lumia, senatore D'Ascola, è vero o non è vero che spesso al Sud la criminalità organizzata, attraverso i suoi interventi criminali e mafiosi, riesce a far ottenere al cittadino rapidamente ciò che gli viene negato dall'amministrazione? Non è forse questa una delle forme di proselitismo più chiare della criminalità organizzata?
Riportate lo Stato al Sud, liberate i cittadini del Sud dalla criminalità organizzata! Il primo modo per farlo è prevenire la corruzione e rendere la burocrazia amica del cittadino e non un arrogante nemico. Queste sono le ragioni per cui ritengo che il provvedimento in esame sia solo uno spot propagandistico e che non sortirà alcun effetto.
Signor Ministro, le faccio tanti auguri: spero di sbagliarmi, ma non ne sono assolutamente certo. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVI. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Consiglio. Ne ha facoltà.
CONSIGLIO (LN-Aut). Signor Presidente, ho aspettato tre ore per fare i complimenti a chi ha presieduto l'Assemblea prima di lei, per il colore verde della sua giacca. Invece è capitato che sia lei a presiedere l'Assemblea durante il mio intervento.
PRESIDENTE. Mi dispiace deluderla, senatore Consiglio, ma l'interessata può aver colto comunque il suo riferimento.
CONSIGLIO (LN-Aut). Signor Presidente, il senatore Palma nel suo intervento ha ripetuto continuamente: «Voi non capite». Adesso vedo se riesco a spiegarlo io, che sono geometra. Il disegno di legge oggi all'esame dell'Assemblea ha come obbiettivo quello di restituire qualità e autorevolezza alla pubblica amministrazione, sia centrale che periferica: almeno questa è probabilmente l'intenzione di chi lo ha proposto. Esso è composto da 11 articoli, che si suddividono in due Capi. Gli articoli dall'1 al 7 recano disposizioni in materia di delitti contro la pubblica amministrazione, di associazioni di tipo mafioso e, più in generale, sulla corruzione e sui costi che comporta.
Negli articoli dall'8 all'11 si trovano disposizioni penali in materia di società e consorzi e, più in generale, di falso in bilancio.
La corruzione ed il malaffare sono mali consolidati in questo Paese. Questo è quanto risulta da molteplici studi che sono stati a vario titolo pubblicati negli ultimi anni e su cui hanno fatto anche una certa fortuna alcuni film e telefilm nostrani. Secondo l'Unione nazionale di imprese, la corruzione in Italia ha divorato nel periodo 2001-2011 ben 10 miliardi di euro di PIL l'anno. Questo ha comportato, come è facile comprendere, un calo degli investimenti di circa il 16 per cento e, cosa ancor più grave, il costo degli appalti è aumentato del 20 per cento a causa della corruzione.
Altrettanto grave è il fatto che le aziende che operano in un contesto non legale aumentano del 25 per cento in meno rispetto a quelle che viceversa agiscono in un contesto legale. Tutte queste negatività impattano pesantemente sulla crescita di questo Paese, determinando l'alterazione della libera concorrenza e la concentrazione di ricchezza nelle mani di chi accetta di beneficiare del mercato della tangente e della corruzione.
La corruzione va letta come una delegittimazione della classe politica e delle istituzioni, come un forte segnale di degrado della classe dirigente, con sistemi premiali che premiano - scusate il gioco di parole - corrotti e corruttori.
Cemento, ecomafie, un imperversare di colletti bianchi, di tecnici compiacenti e di politici corrotti: per la criminalità organizzata, la corruzione di funzionari pubblici ed anche di soggetti privati è funzionale ai propri traffici illeciti nella misura in cui però essi permettono, fra l'altro, di accedere ad informazioni riservate, ottenere documenti falsi, pilotare procedimenti di evidenza pubblica, riciclare i propri proventi ed escludere le azioni di contrasto da parte delle autorità giudiziarie e di polizia: la burocrazia, sotto questo aspetto, la fa da padrona.
L'ultima relazione annuale della Direzione nazionale antimafia considera la corruzione non soltanto un reato contro la pubblica amministrazione, ma uno dei più gravi reati contro l'economia. La corruzione viene considerata il collante tra mafia, riciclaggio ed economia e si è creato, signor Presidente, un perverso sistema di connessione tra società civile e società mafiosa ed il rischio che si autoalimenti è serio e reale, come serio e reale è il fatto che la criminalità organizzata ha un'elevata capacità di infiltrarsi nel tessuto economico e sociale: essa riesce a instaurare relazioni con la società civile e si alimenta con la collusione e la corruzione, che possono essere sconfitte solo con una scelta politica forte e coraggiosa.
La corruzione, per sua natura, è stata ben definita come il reato degli infedeli, cioè il tradimento da parte di coloro che dovrebbero servire il bene pubblico e che invece consentono un accesso a benefici pubblici non dovuti in cambio di denaro o di vantaggi personali. Ed il rapporto tra gli infedeli e le organizzazioni criminali diventa agevole e, per certi versi, purtroppo naturale, perché si muove su un canale agevolato e privilegiato in quanto si fonda su una comune matrice connotata da un alto e pericoloso tasso di illegalità. È certificato che nelle società moderne ed avanzate le pubbliche amministrazioni sono inevitabilmente grandi produttrici di reddito e quindi appetibili e nel mirino dell'aggressione di ogni forma di illecito.
Nel testo si legge che questo provvedimento reca disposizioni in materia di corruzione, voto di scambio, falso in bilancio, riciclaggio; e quando si parla di corruzione non si può non richiamare la questione degli appalti. L'infiltrazione della criminalità organizzata nel settore degli appalti pubblici è un dato sempre più frequentemente riscontrato nei procedimenti giudiziari. Tutte le organizzazioni mafiose tradizionali mostrano un particolare interesse a questo settore, tramite il quale acquisiscono importanti fonti di profitto; diversificano l'impiego dei capitali illecitamente accumulati attraverso quelle modalità delle quali si è parlato prima con riferimento alla questione del riciclaggio e gestiscono in via diretta o indiretta imprese economiche, offrendo tra l'altro anche posti di lavoro, controllando subappalti e noli.
Tale penetrazione delle mafie nel settore degli appalti pubblici è stata agevolata anche da una stratificazione di norme ritenute sicuramente eccessive, per cui il funzionario infedele ha l'opportunità di agire nei meccanismi concussivi.
Si è parlato poi di voto di scambio e qui si inserisce paradossalmente anche il welfare, con riferimento ovviamente ad un welfare illegale. Le organizzazioni criminali offrono anche assistenza e servizi di benessere sociale e questa attività, che genera consenso, si traduce poi in termini di occupazione di stampo clientelare.
Il risultato che ne deriva è un quadro inquietante, con una classe politica subalterna che spesso favorisce questo stato di dipendenza dal welfare mafioso per mutuare il consenso nei decisivi momenti elettorali.
Signor Presidente, ormai sembra proprio che non vi sia più scelta: è necessario lo scoppio di uno scandalo per fare in modo che la corruzione venga presa in considerazione e che continui a bruciare risorse e le potenzialità di un intero Paese.
Forse abbiamo abituato non solo l'orecchio, ma probabilmente tutti i sensi ad avere la percezione che parlare di corruzione sia una questione normale: i grumi di potere, gli appalti, le gare falsate, le cordate, le ditte che fanno cartello, le bustarelle, le tangenti, gli aumenti dei costi, le opere non finite, i corsi e i ricorsi, le azioni legali mai concluse.
Ecco allora questo provvedimento, di cui i miei colleghi hanno evidenziato le pecche, le mancanze, le omissioni forse volute o forse presenti per l'incapacità della maggioranza di consolidare alcune considerazioni che erano state fatte anche brillantemente in Commissione. Una legge che servirà come il Maalox per i bruciori dell'opinione pubblica: un'opinione pubblica schifata che a questo punto si augura uno scandalo ad hoc per tutte le problematiche di questo Paese.
Signor Presidente, Raffaele Cantone, che è stato nominato anche dal presidente Palma (Cantone di qua, Cantone di là, mi sembrava il gioco dei quattro cantoni e, in ogni caso, la presa di posizione del presidente Palma sul fatto che a Cantone sia stata affidata solamente la questione dell'Expo è quantomeno singolare) ha scritto un libro nel quale ha cercato di capire che cosa succede in questo benedetto Paese. Cantone nel libro scrive che la corruzione ed il malaffare ingoiano sempre di più questo Paese, che in parte convive con la corruzione come se fosse la normalità, mentre la stragrande maggioranza in qualche modo sembra addirittura rassegnata. In questo Paese la corruzione dilaga in ogni sua parte: non si salva nessuno. Probabilmente qualcuno vive nella corruzione, anche se non ne ha alcuna cognizione o colpa.
La corruzione è presente a livello politico e imprenditoriale, negli uffici pubblici e negli ospedali: un sistema paralizzato e l'unico modo per farlo muovere è l'olio della bustarella. Un insostenibile sistema che va combattuto introducendo nella società gli anticorpi che riconsegnino ai cittadini la fiducia in questo Paese, la fiducia di poter avere un futuro senza mazzette e intrallazzi, in cui il merito e le capacità abbiano la capacità di affermarsi. Insomma, serve una rivoluzione culturale.
La corruzione è uno dei motivi principali per cui il futuro dell'Italia è bloccato nell'incertezza. È un fenomeno dilagante fra le cause della disoccupazione, della crisi economica e dei disservizi nel settore pubblico e causa il disinteresse dei Paesi stranieri ad investire in questo Paese, che soffre principalmente di due problemi: lentezza del processo civile e la corruzione, come asseriva un diplomatico americano.
Il mio collega Divina, nell'intervento di questa mattina, parlava del coefficiente K, ossia di quel moltiplicatore fisso utilizzato per aumentare le pene: l'hanno utilizzato anche in catasto per aumentare le rendite catastali, quindi non siete nuovi a questi sistemi. Per dare la parvenza di una legge più repressiva, di aver affrontato il problema e quindi di prendere il toro per le corna, non avete fatto altro che aumentare gli anni di carcere.
Qualcuno si è lamentato, perché si è impiegato molto tempo per portare questo provvedimento in Aula. Può anche darsi di sì, ma c'è anche chi sostiene che il prodotto che ne è risultato è forse ancora scarso sotto l'aspetto della qualità e dell'incidenza ed è poco incisivo per quanto riguarda la problematica in generale. Come avranno visto tutti i colleghi a cui arrivano delle e-mail o la rassegna stampa sui nostri cellulari e tablet, questa mattina almeno cinque o sei notizie riguardano arresti o condanne per questioni di corruzione a vari livelli.
Non vedo il Ministro, ma credo che il Vice Ministro farà da portavoce. Il presidente Palma gli ha fatto gli auguri: io credo che ne abbia bisogna anche da parte del nostro Gruppo, nonostante il fatto che, quando si parla di corruzione, alla fine bisognerebbe essere un po' tutti d'accordo, se non tanto nella forma, quanto meno nella sostanza.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Buemi. Ne ha facoltà.
BUEMI (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Signor Presidente, per iniziare il mio intervento vorrei richiamare le prese di posizione di due autorevolissimi operatori del diritto, in particolare il primo della scienza giuridica, il professor Sabino Cassese, mentre il secondo è nella trincea dell'intervento della magistratura in questi settori, il procuratore di Venezia Nordio.
Il professor Cassese nella sua intervista rileva che non saranno le sanzioni a fermare la corruzione, ma la prevenzione. Richiamando questo punto, afferma inoltre che la scarsa trasparenza e la limitazione dell'accesso, vale a dire la difficoltà, se non addirittura l'impossibilità, per tutti di poter concorrere liberamente per una certa cosa o per un certo concorso rischiano di non garantire una competizione aperta. Conclude invitando a monitorare le aree dove le risorse ci sono e si possono ottenere o creare.
Il procuratore Carlo Nordio conclude una sua lettera a «Il Messaggero» dicendo che più lo Stato è corrotto, più le leggi sono numerose e aumentano, più lo Stato si corrompe. Bisogna dunque ridurre e soprattutto semplificare quelle esistenti, perché il corrotto, prima ancora di essere punito o intimidito, va disarmato.
Signor Presidente, colleghi, partirei da queste ultime considerazioni per portare avanti un ragionamento che, per la verità, in parte è stato accolto all'interno di questo provvedimento, ma molto c'è da fare in questa direzione: tutta la questione relativa ai controlli preventivi e generalizzati, in particolare per gli atti di rilevanza economica, ed è li che si annida l'interesse forte dei sodalizi criminali, in particolare di quelli mafiosi.
Tramite la semplificazione e la chiarezza delle procedure e della normativa, bisogna varare norme che impediscano l'esecuzione di atti illeciti e bisogna certamente accendere i fari sui grandi appalti - come ha detto bene il presidente della Commissione giustizia, il collega Nitto Palma - perché, essi sì, sono effettivamente un attacco all'economia nazionale. Bisogna però anche tener d'occhio le migliaia, anzi le centinaia di migliaia di nicchie di illegalità a tutti i livelli nella pubblica amministrazione.
Bisogna tener conto del conflitto d'interessi: in questo senso, signor Presidente e signor Vice Ministro, richiamo l'attenzione sull'Atto Senato 1319 in materia di disposizioni di conflitto d'interessi, che continua a rimanere in un cassetto e non viene preso in considerazione. È attraverso il conflitto d'interessi che si rimuovono tante cause di corruzione e l'innalzamento delle pene può certamente essere una risposta, ma non l'unica.
Vorrei, però, partire da una considerazione che mi ha turbato, colleghi: questa mattina il presidente dell'Associazione nazionale magistrati ha chiesto una riforma-shock del reato di corruzione - come se, ad esempio, non si fosse fatto niente in questi anni - in un intervento radiofonico, che ha anticipato di pochi minuti la nostra discussione di oggi, qui in quest'Aula. Ebbene, i senatori socialisti intendono raccogliere questa sfida, anzi, lo fanno da tempo. I nostri emendamenti, infatti, sono già stati proposti, invano, in Commissione giustizia e vengono oggi riproposti in Aula. In questo senso, signor vice ministro Costa, mi permetto di richiamare la sua attenzione su alcuni emendamenti che riteniamo importanti per affrontare seriamente la questione della corruzione nel nostro Paese.
Abbiamo proposto l'emendamento 1.300, che riporta il reato di concussione in una logica tale per cui, applicata in particolare alla legislazione europea, si costruisce un reato unico per chi prende parte allo scambio tra un atto amministrativo e denaro o altra utilità o sua mera promessa, sia esso attore del procedimento, sia esso fruitore, destinatario o intermediario. Se il responsabile del procedimento amministrativo autorizza, invita o propizia il privato a rivalersi della corresponsione sulla pubblica amministrazione, sulla fiscalità generale, sulla collettività o sulle singole categorie di cittadini utenti, mediante l'innalzamento indebito di prezzi, tariffe, parcelle o altri emolumenti, lo scambio illecito c'è sempre. Se il responsabile del procedimento intenzionalmente non opera per impedire gli esborsi indebiti di cui sopra - e le vicende giudiziarie da questo punto di vista sono un'effettiva tragedia - lo scambio c'è sempre e va punito. Per ulteriori argomentazioni, si rinvia alla relazione del nostro disegno di legge n. 897, incomprensibilmente non congiunto all'esame di questo oggi all'ordine del giorno.
Con l'emendamento 1.308 la condanna definitiva per reati contro la pubblica amministrazione deve comportare la decadenza dal posto di lavoro nell'ufficio pubblico, anche se inferiore a tre anni, perché, di fronte ad un reato contro la pubblica amministrazione, anche se di modesta entità - non parlo della lieve tenuità del fatto, che dovrà valutare il giudice - viene meno il rapporto fiduciario tra lo Stato, la pubblica amministrazione ed il suo operatore o dipendente. In questo senso, quindi, vi è la necessità di una severità maggiore rispetto a quella praticata oggi.
Con l'emendamento 3.0.303 si dà efficacia pubblica ai codici di autoregolamentazione dei partiti, in ordine all'esclusione dalle liste dei soggetti inquisiti. È inutile che ci lamentiamo che ci sono gli interventi della magistratura su personaggi che incappano in inchieste giudiziarie: dobbiamo avere il coraggio di affrontare la questione prima e, nello stesso tempo, laddove accade che vi siano tali interventi, non ergere protezioni garantistiche, di cui c'è necessità quando il procedimento è inficiato ma non quando il procedimento di verifica del comportamento avviene nel rispetto delle regole.
Da questo punto di vista, con l'emendamento 4.0.303 la Direzione distrettuale antimafia dovrebbe dedicare magistrati al flusso informativo costante per gli organismi che presiedono i controlli, in modo tale da valutare le irregolarità amministrative e contabili che da questi atti possono emergere.
L'emendamento 5.0.302 rafforza la possibilità che il segnalante di illeciti all'interno della pubblica amministrazione mantenga la propria identità segreta. Questo è un problema particolarmente delicato. Nell'azione d'indagine, in particolare prima del deposito degli atti, è evidente la necessità di una riservatezza assoluta e non può accadere quanto invece accade quotidianamente, che durante le inchieste vengono già annunciati sulle pagine dei giornali interventi di vario tipo rispetto a soggetti che sono protagonisti di vicende gravi ma anche a soggetti che nelle vicende giudiziarie non c'entrano assolutamente. In particolare, credo dobbiamo tutelare l'azione di colui che nella pubblica amministrazione assume con coraggio la decisione di segnalare il comportamento che a suo avviso è illecito. (Richiami del Presidente).
Signor Presidente, sento che lei suona la campanella e mi rimetto alla sua clemenza.
La terapia shock contro la corruzione c'è. Basta vederla e tener conto degli emendamenti che noi ed altri colleghi sottoponiamo alla valutazione di quest'Assemblea. Basta leggere le carte con attenzione e la classe politica, in particolare i parlamentari, potrà affrontare a testa alta le questioni che la vicenda politica e giudiziaria del nostro Paese pone, ma non soltanto questo.
Credo sia assolutamente indispensabile che il nostro Paese assuma un atteggiamento di rigore non per la sua immagine, ma perché il rispetto delle regole è fondamentale in un sistema democratico e civile.
Non avendo potuto terminare il mio intervento per limiti di tempo, chiedo di poter allegare la parte mancante.
PRESIDENTE. La Presidenza la autorizza in tal senso, senatore Buemi.
È iscritto a parlare il senatore Giovanardi. Ne ha facoltà.
GIOVANARDI (AP (NCD-UDC)). Signor Presidente, il 22 ottobre 2012 il presidente del Consiglio Mario Monti presentava il libro bianco del Governo sulla corruzione. Oltre 400 pagine, frutto del lavoro di una commissione costituita dal ministro Patroni Griffi presso la Presidenza del Consiglio.
È da lì che è emerso il dato, ripetuto da più colleghi, per cui l'Italia purtroppo sarebbe, o almeno era due anni fa, al sessantanovesimo posto per la corruzione percepita, a pari merito con Ghana, Botswana, Bhutan, Ruanda e Macedonia. Nel rapporto si rilevava che la corruzione percepita aveva un coefficiente particolarmente grave per i politici e, quanto ai costi della corruzione, per la prima volta emergeva il dato di 60 miliardi di euro all'anno che costerebbe la corruzione al nostro Paese, dato attribuito alla Corte dei conti. Come sapete, la Corte dei conti ha totalmente smentito questa cifra, ma la riporto perché, come direbbe il senatore Barani, per studiare la terapia di un male prima occorre una diagnosi corretta e questi 60 miliardi di euro sono una balla colossale, che non sta né in cielo né in terra e vi spiegherò il perché è proprio partendo da questa balla colossale, fuori da ogni realtà economica, che la terapia rischia di essere sbagliata.
Sempre due anni fa veniva citato l'Atlante della corruzione, edito da EGA - Edizioni Gruppo Abele, e secondo quel rapporto il 12 per cento dei cittadini italiani si sarebbe visto chiedere una tangente nei dodici mesi precedenti, come da una notizia riportata dall'ANSA, mentre secondo l'associazione Cittadinanza attiva, che citava un sondaggio dell'Eurobarometro, sarebbero stati il 17 per cento gli italiani che hanno detto che in quell'anno era stata chiesta loro una tangente.
Ora è chiaro, basta fare due conti in percentuale e secondo questi dati, ogni anno, fra i 7 e gli 11 milioni di italiani sarebbero oggetto di una richiesta di tangente. I dipendenti pubblici sono circa 3 milioni, quindi vuol dire che ogni dipendente pubblico (compresi bidelli, vigili urbani e impiegati vari) chiederebbe tre tangenti all'anno.
Naturalmente, davanti a questi dati eclatanti, poiché nello stesso anno in cui sono usciti questi dati le denunce (non le condanne) presentate in tutte le procure italiane per reati di corruzione e concussione erano state 227 (queste cose sono agli atti parlamentari), ho chiesto in Commissione al Governo di allora (come chiederò al Governo di ora) dove avessero preso questi dati relativi ai 60 miliardi e al 17 per cento. La risposta data in Commissione giustizia dai ministri Severino e Patroni Griffi, dopo che io nella seduta d'Aula n. 814 del 16 ottobre 2012 avevo chiesto loro queste cose, è stata che non disponevano di alcun dato reale, che quei dati rappresentavano la corruzione percepita e che, per quanto riguarda il rapporto del Governo, i dati erano stati raccolti in base ad un sondaggio fra la popolazione. Quindi abbiamo chiesto ai cittadini cosa ne pensano della corruzione e, sulla base della risposta dei cittadini, abbiamo estrapolato questi dati.
Guardate che la cosa diventa seria, perché i 60 miliardi non sono la corruzione, ma forse sono il complesso dei fondi stanziati per le opere pubbliche. Volete un esempio? Quella che riguarda il MOSE è stata una vicenda gravissima. Evviva Nordio, che è intervenuto, ha denunciato, ha svolto le indagini, ha messo in galera i responsabili (compresi i politici di grido), li ha già condannati e li ha estromessi dalla vita politica. Ma il MOSE, tutto il MOSE, verrà a costare cinque miliardi e 496 milioni di euro. E la somma dello scandalo - cito «Il Fatto Quotidiano», che è un giornale non sospetto - sarebbe un aumento di spese da quattro a cinque miliardi, cioè 1,3 miliardi in più (sono 130 milioni all'anno di maggiori costi). Detraiamo pure i 10 milioni che saranno andati - come hanno detto - al Presidente della Regione Veneto e i 10 che saranno andati alla Guardia di finanza in 10 anni; in tutto saranno stati 30 milioni di euro. Ma, scusate, se il maggiore scandalo è costato 30 milioni di euro, ogni anno, rispetto a 60 miliardi di euro, dove sono gli altri 59 miliardi e 970 milioni mancanti all'appello?
Perché, allora, cito queste cifre? Perché, se vogliamo combattere seriamente la corruzione, dobbiamo fare una diagnosi esatta. Invece la nostra diagnosi è totalmente fuori dalla realtà. Secondo questi dati, tutti gli italiani sarebbero corrotti, concussi e delinquenti e non ci sarebbero persone perbene; è chiaro che, in questo caso, la lotta alla corruzione sarebbe una lotta perduta. Se infatti metà degli italiani dovesse arrestare l'altra metà, chi mi garantisce che i 25 milioni che sarebbero le guardie non sono corrotti come gli altri?
Queste cose si riflettono sul nostro dibattito, basta vedere le trasmissioni televisive di questi giorni. Una grande rete televisiva accusa i senatori di essere dei cialtroni, perché sostiene che i senatori negli ultimi due anni, non approvando la proposta Grasso, hanno lasciato l'Italia senza le norme contro la corruzione. Domando allora ai colleghi: come hanno fatto i magistrati ad eseguire gli arresti avvenuti a Venezia, gli arresti avvenuti per l'Expo, gli arresti avvenuti a Roma e gli arresti avvenuti negli ultimi giorni, se non ci sono norme contro la corruzione? Come ha fatto Nordio a smantellare la rete della corruzione veneta e ad aver già condannato i responsabili, se non ci sono norme contro la corruzione? È vero o non è vero che due anni fa, nel gennaio 2014, sono entrate in vigore le nuove norme contro la corruzione, che hanno aumentato le pene ed hanno introdotto tutta una serie di istituti? Allora come si fa a dire che il Parlamento non ha operato per introdurre norme contro la corruzione?
Lunedì sera, in una trasmissione televisiva con i ragazzi di Libera, c'era il timing e, mentre si parlava, scorrevano i numeri: 1.000 euro, 10.000 euro, 100.000 euro, un milione di euro. La trasmissione finiva dicendo che, dopo tre ore di trasmissione, dalle tasche degli italiani sono stati portati via 20 milioni di euro in tangenti. Naturalmente ho fatto i calcoli, ottenendo il risultato che i 20 milioni erano calibrati per far venire fuori i famosi 60 miliardi di euro. Così come fa qualche collega distratto, che non sa fare i conti e che non ha fatto neanche la prima elementare, il quale a pappagallo continua a ripetere la storia dei 60 miliardi di euro all'anno. Ripeto: non stanno né in cielo, né in terra, perché sono totalmente fuori da ogni contesto di possibile corruzione.
Vogliamo, invece, combattere la corruzione vera? Se c'è un tumore, vogliamo, come dice il collega Barani, operare sul tumore in maniera decisa, invece di correre dietro a cose che storicamente abbiamo già visto?
In questi giorni ho sentito citare la legge Pica, che è stata un modo con cui l'Italia appena fatta ha pensato di risolvere un problema gravissimo, come quello odierno della corruzione: ma in che maniera? Oggi sono andato a rileggermi la legge Pica e purtroppo ho ritrovato alcuni degli elementi emersi nel dibattito attuale: bisogna fare terra bruciata, bisogna intervenire con leggi eccezionali. La legge Pica diceva - e nel Meridione purtroppo se ne ricordano ancora, visto che costò un milione di morti - che tutti coloro oppongono resistenza alla forza armata saranno puniti con la fucilazione; invece, a coloro che non oppongono resistenza, ma sono ricettatori e somministratori di viveri, a coloro che danno notizie e aiuti in ogni maniera sarà applicata la pena dei lavori forzati a vita. I prefetti possono incarcerare per un anno gli oziosi, i vagabondi, le persone sospette, nonché i camorristi e i sospetti manutengoli.
Giustamente, invece, è stato ricordato che in un Paese democratico abbiamo battuto il terrorismo senza uscire dalla democrazia. L'idea di fare terra bruciata per combattere un fenomeno, operando in maniera tale che i cittadini e gli imprenditori alla fine abbiano più paura dello Stato di quanta ne possano avere dei danni che può arrecare loro la criminalità, è un'idea totalmente sbagliata e fuorviante. (Richiami del Presidente).
Concludo. Per fortuna che il relatore è il senatore Nico D'Ascola, che è un grande giurista e un grande penalista, perché questa legge tra Camera e Senato dovrà essere affinata soprattutto per quanto riguarda la prescrizione.
Signor Presidente, termino davvero, ma ci sarebbe da parlare di tutta la prevenzione che non viene fatta, come l'educazione alla legalità. Ma queste norme, che hanno moltiplicato i reati, si aggiungono a prescrizioni che vanno dai venti ai trent'anni. Ma si vuole capire che un cittadino che a trent'anni viene accusato di qualcosa fino a sessant'anni rimane sotto processo? È un disastro per l'innocente, perché l'innocente che viene messo in carcere - queste norme consentono quasi sempre subito l'arresto - si fa due o tre mesi di carcere e poi magari non ci sono prove per condannarlo; è chiaro che lo porteranno per trent'anni fino alla prescrizione senza fargli il processo, dimenticando il danno che ha subìto. A maggior ragione, se uno è colpevole, ma davvero ci vogliono trent'anni per stabilire la sua colpevolezza e condannarlo?
Bisogna, allora, fare una riflessione di fondo sul meccanismo che riguarda l'aumento delle pene e la prescrizione. Infatti, la pena diventa effettiva se il processo ha una ragionevole durata e se la pena viene espiata come conseguenza del reato. Noi, invece, se non interveniamo con il combinato disposto Camera-Senato, creiamo la categoria degli imputati a vita, cioè persone che devono passare la loro vita... (Richiami del Presidente).
Signor Presidente, io sono l'unico a parlare del mio Gruppo e non riesco a capire perché, essendo il solo senatore a parlare per un Gruppo, come Area Popolare, di 40 senatori, debba avere un certo tempo, quando altri Gruppi hanno parlato per ore.
PRESIDENTE. I tempi ci vengono dati dai Gruppi, senatore Giovanardi. Le do volentieri due minuti in più.
GIOVANARDI (AP (NCD-UDC)). Visto che sto esprimendo un'opinione per il Gruppo di Area Popolare, dicevo che diventerà decisivo il combinato disposto tra questo aumento delle pene e le prescrizioni. In questa rincorsa di galleggiamento - poiché un reato era sproporzionato rispetto alla pena e abbiamo dovuto aumentare la pena per un altro reato (corruzione, rispetto a concussione, rispetto a corruzione in atti giudiziari) e poiché, però, aumentando le pene aumentiamo a dismisura anche le prescrizioni - rischia di venire fuori uno strumento totalmente squilibrato rispetto agli effetti che vogliamo raggiungere, che sono - ripeto - combattere la corruzione vera e non lasciarci trascinare da una campagna scandalistica fuorviante, che invece di unire gli italiani nella lotta alla corruzione rischia di dividerli.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Cristofaro. Ne ha facoltà.
DE CRISTOFARO (Misto-SEL). Signor Presidente, anche io, come hanno già fatto, in verità, diversi colleghi intervenendo nel corso di questa discussione, voglio partire dalla - anche secondo me - molto importante mobilitazione civile che ha attraversato il Paese in queste settimane e in questi giorni: le centinaia di migliaia di persone che hanno attraversato le strade di Bologna qualche giorno fa, per la giornata di solidarietà alle vittime della mafia. Anche io voglio cominciare, come hanno fatto altri, condividendo quel grido di allarme che è stato lanciato da don Ciotti e da altri in quella piazza. Quel grido di allarme, per l'appunto, secondo il quale la mafia e la corruzione non sono oggi due fenomeni separati, l'uno differente dall'altro, da trattare singolarmente, ma sono invece due facce della stessa medaglia.
Da molti mesi a questa parte ormai noi indaghiamo, anche nella Commissione antimafia (di cui mi onoro di far parte), le trasformazioni profonde che stanno attraversando le organizzazioni criminali del nostro Paese; lo abbiamo fatto noi e lo ha fatto il Parlamento, anche discutendone più volte; lo hanno fatto, naturalmente, anche le inchieste giornalistiche e finanche la narrativa. Abbiamo utilizzato una metafora in realtà molto giusta: quella secondo la quale la mafia oggi si veste molto più facilmente di colletti bianchi di incensurati che con gli abiti tradizionali, ovvero come l'abbiamo conosciuta per tanti decenni. Abbiamo anche avuto modo di leggere - insisto - significative e importanti inchieste giornalistiche. Pensate a quanto ha scritto qualche giorno fa un giornalista bravo e coraggioso come Lirio Abbate, quando ci ha raccontato come i soldi siano diventati molto più efficaci delle armi, perché non fanno rumore, perché aprono le porte, perché determinano pene molto meno gravi. Abbiamo imparato, nel corso di questi anni, a comprendere come le mafie utilizzino sempre di più la corruzione come un vero e proprio fattore strategico, un fattore strumentale dell'espressione mafiosa.
Abbiamo ormai conosciuto una penetrazione delle organizzazioni criminali molto significativa anche in zone cosiddette non tradizionali: anche, anzi spesso, nel Centro-Nord del Paese. E però, a fronte di questa analisi che abbiamo fatto, condivisa, che ormai vede il comune accordo di una parte molto significativa anche di questo Parlamento, non abbiamo saputo adeguare una legislazione che fosse all'altezza. Lo ha detto anche recentemente Franco Roberti, in maniera molto più precisa di come possa fare io: mentre abbiamo avuto, negli anni passati, un certo contrasto, in qualche caso positivo e significativo, alla criminalità mafiosa, quella più tradizionale - se posso dire così - sia pure in chiave emergenziale, anche e soprattutto alla luce della stagione stragista del 1992-1993, il contrasto alla corruzione e alla criminalità economica, al contrario, non è entrato sufficientemente nelle strategie e negli obiettivi dei Governi degli ultimi anni. Certo, qualcosa è stato fatto, ma questo qualcosa evidentemente non è sufficiente rispetto ai dati con i quali ci confrontiamo oggi. Lo dimostrano - e sono stati anche citati più volte nella discussione di oggi - i dati sulla popolazione carceraria.
L'hanno detto diversi colleghi e mi sento anch'io di sottolineare questo aspetto che mi sembra molto più indicativo di mille parole: una popolazione carceraria che varia, nel corso degli ultimi cinque, sei anni, tra i 50.000 e i 60.000 detenuti (adesso un po' meno di 60.000, anche a seguito dei provvedimenti che questo Parlamento ha varato nei mesi passati). Una percentuale minima, probabilmente l'uno per cento, è in carcere perché condannata per reati contro la pubblica amministrazione; sono molto pochi quelli condannati per peculato; pochissimi i condannati per corruzione, i corruttori.
È evidente che qualcosa è successo in questo Paese negli ultimi vent'anni o forse si potrebbe dire che qualcosa non è successo. Probabilmente non è successo che la giustizia potesse avere le sembianze effettivamente di un meccanismo che parla alla società civile di questo Paese. A me è capitato più volte di citare in quest'Aula e di polemizzare anche con alcuni miei colleghi proprio su questo punto. È come se noi avessimo passato vent'anni di storia repubblicana con una giustizia particolarmente attenta e molto spesso cattiva nei confronti di quelli un po' più esclusi, di quelli socialmente in condizioni un po' difficili, di quelli più deboli, se possiamo usare questa espressione, e un po' deboluccia invece, se non, qualche volta, addirittura incapace di sviluppare un adeguato contrasto nei confronti di quelli un po' più forti.
Sento anche qualche collega di centro destra richiamare alcune categorie alle quali sono molto sensibile. Sento qualche volta parlare di garantismo. Mi sarebbe piaciuto vedere un garantismo soprattutto dal Governo di centro destra degli anni passati che non fosse a targhe alterne. Era un garantismo un po' comodo: molto garantista quando si parla di reati come questi, di corruzione, di peculato e quando si parla delle cose di cui stiamo discutendo stasera e un po' meno garantista quando si parla di altri reati. L'ho detto tante altre volte in questa Aula. Pensate alla ex Cirielli, un manifesto ideologico vero, lo specchio dell'Italia degli anni passati, lo specchio di una stagione politica. Era una legge molto garantista nei confronti di Previti e di quelli come lui, una legge che tagliava la prescrizione, come abbiamo ben visto, che però, al tempo stesso, introduceva concetti, come quello della recidiva reiterata, che sono stati massimamente colpevoli di aver ingigantito la popolazione carceraria e che hanno intercettato non le grandi questioni aperte di questo Paese, ma hanno colpito gli immigrati, il tossico che va a fare il furto contro la proprietà, il socialmente escluso. Questo è stato lo specchio dell'Italia nel corso di questi anni. Siamo stati un Paese incapace di comprendere che sotto i suoi occhi si consumavano reati e fatti sociali e politici ben più gravi di quelli che andavano colpiti. Siamo stati un Paese distratto rispetto a questi elementi e questi cambiamenti di fondo che attraversavano la società italiana. Abbiamo avuto molto a che fare con questi dati e ci siamo poi accorti tanti anni dopo che alla fine probabilmente una delle ragioni della crisi economica in cui è sprofondato il nostro Paese ha a che fare con questo, con il fatto che questo danno economico che si andava producendo non vedeva presenti adeguate misure di contrasto.
Ormai è prassi comune, lo dice Raffaele Cantone, ma lo diciamo anche tutti noi, interpretare la corruzione come uno strumento utilizzato da pezzi di classe dirigente per impedire la libera e reale concorrenza, allontanando anche le imprese migliori. Però, la legislazione non è stata capace di intervenire adeguatamente su questi aspetti. Si pensi anche alla legge anticorruzione del 2012, che sicuramente qualche elemento e qualche intuizione positiva ha fortunatamente rappresentato puntando, per esempio, sui meccanismi di prevenzione e scommettendo sul fatto (correttamente in quel caso, secondo me) che anche all'interno della pubblica amministrazione ovviamente ci potessero essere degli anticorpi per combattere la corruzione prevedendo, per esempio, dei meccanismi di trasparenza su tutte le attività degli enti pubblici sconosciuti. Però, appunto, questi aspetti sono stati troppo poco articolati. Anche questo disegno di legge sconta questo tipo di difficoltà, anche se ci vede sicuramente condividerne alcuni aspetti. Non li cito, perché lo faremo quando presenteremo i nostri emendamenti per dire invece le cose che ci piacciono di meno. È evidente che alcuni passi in avanti ci sono, però rimane il senso di un'occasione perduta e, cioè, che questo provvedimento, peraltro atteso da moltissimo tempo, avrebbe effettivamente potuto mettere in campo in questo Paese non semplicemente una forma di contrasto adeguata rispetto ad alcuni fenomeni, ma una maggiore possibilità di interloquire con questo pezzo grande di società civile che oggi chiede a questo Parlamento di essere adeguato rispetto alle richieste del Paese.
Presidente, sul falso in bilancio, che attraversa gli ultimi tre articoli del disegno di legge, ci sono delle cose che noi tenteremo di correggere con gli emendamenti che abbiamo presentato.
È un Paese un po' strano questo. È un Paese in cui, appunto, si abusa delle intercettazioni e magari si intercettano conversazioni che non andrebbero intercettate e si fanno operazioni francamente discutibili. Poi, però, le intercettazioni non si prevedono per un reato come il falso in bilancio per società non quotate, fattispecie che nell'emendamento che abbiamo presentato tenteremo di ripristinare.
Concludo dicendo che quella che scriveremo nelle prossime ore avrebbe potuto essere una pagina davvero positiva ed innovativa di questo Parlamento. Invece, rischia purtroppo di essere ancora una volta una occasione perduta.
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. È presente in Aula una rappresentanza di studenti dell'Istituto di istruzione superiore «Einaudi-Scarpa» di Montebelluna, in provincia di Treviso, che ieri, con un'altra classe, ha già avuto l'occasione di assistere ai nostri lavori, a cui va il nostro saluto. (Applausi).
Ripresa della discussione del disegno di legge
n. 19-657-711-810-846-847-851-868 (ore 19,06)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Giarrusso. Ne ha facoltà.
GIARRUSSO (M5S). Signor Presidente, onorevoli colleghi e colleghe, l'esito di questa discussione e dell'iter del questo disegno di legge in esame non sorprende il Movimento 5 Stelle. E non sorprende sentire in quest'Aula colleghi senatori indicare come sicofanti i coraggiosi funzionari della pubblica amministrazione che denunciano le malefatte. Sicofanti è un termine dispregiativo, per non dire infami, e sta per delatori. (Applausi dal Gruppo M5S).
Ma ciò non ci stupisce. Il livello del Parlamento è rappresentato da ciò che è diventato questo disegno di legge. Non ci stupisce che si venga in quest'Aula a mentire consapevolmente - per usare l'espressione tanto amata da quel lato dell'Aula - dicendo che l'aumento delle pene non serve come deterrente contro la corruzione, se poi abbiamo un Primo Greganti che, per tutta la vita, ha operato in quell'ambito, da tesserato del PD, dal 1992 fino ad ora, da condannato di Mani pulite a condannato per Expo 2015. Ed egli non è in carcere e sconta una pena ridicola: due anni e qualche mese da trascorrere tranquillamente a casa propria.
Ma vogliamo ricordare qual è l'uso dei Paesi che ammiriamo, molto spesso a sproposito? Vogliamo ricordare che succede in America? Vogliamo ricordare che pena hanno inflitto in America a Michele Sindona per il crac di due banche? Mi pare venticinque anni di carcere per il crack di due banche! In Italia, a chi manda a gambe all'aria decine di migliaia di poveri risparmiatori a momenti danno un posto in Parlamento, se non l'hanno già fatto qualche volta. (Applausi dal Gruppo M5S).
Questo è un Paese che ha bisogno di pene certe e serie. Non è, infatti, serio che una persona come Galan stia a casa propria a scontare la pena e sia ancora Presidente della Commissione cultura della Camera! (Applausi dal Gruppo M5S).
Il disegno di legge Grasso, presentato il primo giorno della legislatura e per il quale noi ci siamo battuti, perché lo condividevamo, era altra cosa rispetto a questo venuto fuori dalla Commissione, per il quale non abbiamo potuto fare nulla in quella sede.
Speriamo ancora nell'Aula e in una resipiscenza dei colleghi, che possano sentire la voce della coscienza, la voce del Paese, che dice che la corruzione non è solo il primo problema, ma è stata l'autostrada che ha distribuito capillarmente in tutto il Paese le mafie, che non si sono infiltrate, ma sono in esso radicate. E il portone principale da cui sono entrate in tutte le pubbliche amministrazioni del Nord e del Centro era la corruzione. Adesso è un problema nazionale. Noi dobbiamo scindere il rapporto malato tra pubblica amministrazione, mafie, corruzione e politica malata.
Il disegno di legge originario aveva un suo impianto. Aveva dentro di sé - per esempio - un articolo 416-ter, che non aveva niente a che vedere con quella vergogna che avete votato l'anno scorso, che è un atto che la Cassazione dice essere più favorevole al reo. Ma vi è chiaro cosa vuol dire l'espressione «più favorevole al reo», quando qui si spaccia per vittoria, nella lotta alla mafia, l'approvazione di una norma più favorevole al reo di quella precedente? Sapete che cosa vuol dire? Sapete che favore è stato fatto a chi delinque con la mafia? E non mi riferisco allo sconto di pena, la quale - come sapete - è diventata ridicola, essendo stata ridotta del 42 per cento: una pena edittale che, nel minimo, è stata ridotta a quattro anni diventa nulla nelle aule giudiziarie. Mi riferisco ad altro, ovvero al riferimento al metodo mafioso. Siamo certi, infatti, che d'ora in avanti troveremo intercettazioni telefoniche o ambientali di una conversazione tra un boss e un politico, che contrattano voti in cambio di denaro, di altra utilità o di una messa a disposizione, nella quale il politico - ovviamente su raccomandazione del proprio avvocato - specifica a voce alta, magari per due volte: «Mi raccomando trovami i voti, ma non con metodo mafioso». In tal modo, se c'è un'intercettazione ambientale, egli sarà sicuro di farla franca. Non è una battuta, perché sono certo che troveremo intercettazioni del genere e, lo ha detto la Corte di cassazione e lo dicono tutti i giudici in prima linea.
Con il disegno di legge in esame avevamo, dunque, la possibilità di porre rimedio. Signor vice ministro Costa, può spegnere un attimo il telefono cellulare con cui sta parlando? In Aula sta parlando l'opposizione! Avevamo, dunque, modo di porre rimedio a questa porcata, ma non è stato possibile approntare alcuna modifica, togliere il riferimento al metodo mafioso e ripristinare una pena decente.
Erano, inoltre, previste le operazioni sotto copertura: è mai possibile che, per lottare contro la corruzione, non si possa fare ciò che si fa contro il terrorismo e per i reati gravi? Non si può fare, non l'avete voluto. E che dire della corruzione tra privati? Il Paese sta pagando un prezzo enorme, perché dall'estero non si investe in Italia, perché i rapporti economici tra privati e con la pubblica amministrazione sono malati. Questa è la verità: lo dice l'ambasciatore americano in Italia e non il Movimento 5 Stelle. Eppure, la norma sulla corruzione tra privati è stata stralciata, per non parlare dell'autoriciclaggio. Il disegno di legge Grasso prevedeva la sua equiparazione secca al riciclaggio; invece tutto è stato fatto tranne che costruire una norma che possa colpire l'autoriciclaggio.
Nel provvedimento in esame, dunque, abbiamo solo qualche piccolo aumento di pena. Addirittura, per il reato di cui all'articolo 314 del codice penale è previsto un aumento di sei mesi di carcere: questo è il grande aumento di pena che abbiamo ottenuto. E tutto ciò a fronte di un Paese che non ha i soldi per affrontare il degrado delle scuole, per garantire l'assistenza sanitaria e per evitare le stragi che accadono quando c'è un'alluvione. Tutti i soldi che ci sono ancora in questo Paese sono diretti verso poche grandi opere, sotto il controllo di leggi criminogene, come le leggi obiettivo, e di strutture criminali, come la struttura di missione del Ministero dell'ex ministro Lupi. E qui stiamo a riempirci la bocca con le grandi capacità di prevenzione di Cantone. Ma prevenzione di cosa? Il povero Cantone corre dietro ad un disastro all'altro e nemmeno è potuto intervenire su Incalza. Questa è, dunque, la grande capacità della struttura che presiede?
Il caso di Incalza era sotto gli occhi di tutti e da più di un anno l'avevamo denunciato in quest'Aula: non poteva stare in quel posto, dove lo avete messo voi e l'avete difeso per un anno. E non c'è solo Incalza in quel Ministero. Sapete chi c'è nella commissione VIA di quel Ministero? C'è un soggetto che è citato nel provvedimento di scioglimento per mafia del Comune di Reggio Calabria, ed è uno che firma le valutazioni di impatto ambientale per le principali grandi opere di questo Paese, sempre nello stesso Ministero. Non è mica poco. Poi c'è anche un vecchio rottame della P2 e ci sono altri. Insomma, è una bella Commissione di valutazione di impatto ambientale. Non ci facciamo mancare nulla. (Applausi dal Gruppo M5S).
Quello che abbiamo noi sono gli annunci. L'annuncio è che la maggioranza ed il Parlamento stanno votando una norma anticorruzione. Ma che cosa c'è dietro? Poco o nulla. Noi siamo qui, e lo abbiamo detto, signor Ministro: siamo pronti a votare norme serie, efficaci, vere. Volete fare la lotta alla mafia? Volete fare la lotta alla corruzione? Noi siamo qua. Dovete solo chiamarci. (Applausi dal Gruppo M5S).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Falanga. Ne ha facoltà.
FALANGA (FI-PdL XVII). Signor Presidente, onorevoli senatori, confesso di trovare obiettive difficoltà nel formulare un giudizio critico sul disegno di legge che oggi è al nostro esame, in primo luogo per motivi per così dire tecnici: nella sua parte più caratterizzante e divulgata, ovvero quella della lotta alla corruzione, l'iniziativa legislativa si riduce ad un ritocco in alto delle pene.
Si tratta, quindi, di ben poca cosa, signor Presidente, e dispiace che a persone di cultura come il ministro Orlando, come l'autore originario del disegno di legge, il presidente Grasso, e come altri autorevoli esponenti della maggioranza che hanno sostenuto questo provvedimento, sia sfuggito l'insegnamento manzoniano sulla inutilità, a fronte del cattivo funzionamento di una norma, dell'inasprimento, anche se forsennato, della sanzione. Per la verità, già l'alleluia del presidente Grasso e poi ancora il tono della voce del senatore Giarrusso, ma più di ogni altra cosa il contenuto del provvedimento mi hanno ricordato le famose gride manzoniane, come ho scritto in un comunicato stampa prima che questo riferimento lo facesse anche, poche ore fa, in quest'Aula, il senatore Malan.
Quelle gride, che sostanzialmente erano degli editti, proclamati a voce dai bandi (da qui la parola grida), per i loro continui cambiamenti e la loro contraddittorietà, restavano inapplicate. Mi permetto di ricordare le parole del sommo autore: «Non già che mancassero leggi e pene (...). Le leggi anzi diluviavano; i delitti erano enumerati, e particolareggiati, con minuta prolissità; le pene, pazzamente esorbitanti e, se non basta, aumentabili, quasi per ogni caso, ad arbitrio del legislatore stesso e di cento esecutori». Sono queste le parole di Alessandro Manzoni.
Eppure, ora come allora, legiferare sull'onda emotiva del momento produce sicuramente consenso a breve, ma non è in grado di cogliere le reali e profonde ragioni del fenomeno corruttivo, né di elaborare una strategia di efficace contrasto, che dovrebbe essere invece svolta attraverso una revisione delle norme ordinamentali della pubblica amministrazione piuttosto che di quelle punitive.
Certo colleghi - e questo è il secondo motivo di disagio che avverto nel prendere la parola sul provvedimento in esame - non è facile alzarsi in quest'Aula e dire di essere contrari all'aumento delle pene per i corrotti. E tuttavia, quando in serena coscienza si è certi, come sono io e - mi permetto di dire - come siamo noi da questa parte dell'emiciclo dell'Aula - in realtà ne siamo tutti convinti - che una legge sia perfettamente inutile, allora si ha il dovere di alzarsi e di dichiarare la propria contrarietà. Si ha il dovere di dirlo, si ha il dovere di farlo, sia pure solo per obbligo di testimonianza di un Parlamento che non è rimasto - quanto meno non tutto - irretito dalla mistificazione del populismo e della demagogia.
In altri termini, signor Ministro, quello che veramente occorre è modificare le disposizioni sulle autonomie locali, sulle aziende sanitarie e sull'economia - da un lato - non consentendo più che a qualsiasi titolo la politica possa incidere, sia pur soltanto al momento della nomina, sull'operato dei dirigenti e - dall'altro - semplificando le procedure amministrative, limitando - questo sì - in modo anche estremo il potere della burocrazia sulla vita dei cittadini e delle imprese.
Ma come può sfuggirvi che la più grande rivoluzione in tema di lotta alla corruzione sarebbe soltanto quella di liberare il cittadino e l'imprenditore dalla necessità di ottenere la benevolenza di questo o di quel funzionario o dirigente, grande o piccolo che sia?
Si stabiliscano poi tempi certi e garantiti per le procedure amministrative, con meccanismi generalizzati e senza deroghe di silenzio-assenso in tutti i campi dell'iniziativa privata. Bisogna, insomma, evitare che il cittadino debba bussare alla porta del dirigente in veste di suddito in difficoltà. È questa la strada, ma voi della maggioranza questo non lo farete mai. Voi non lo farete mai perché, così facendo, tagliereste alla base l'origine sociale del vostro consenso, che nasce dall'uso distorto del potere, dai piccoli Comuni ai distretti sanitari, dagli uffici di polizia fino alle grandi anticamere dei vostri Ministri.
Bisogna cambiare, dunque, le regole dell'agire amministrativo per renderlo più snello, trasparente ed efficace, senza creare l'ennesima Authority con annessi nuovi burocrati, magistrati fuori ruolo, e procedure che vigilino inutilmente o poco utilmente sul procedimento amministrativo.
Il presidente Palma aveva presentato in Commissione un emendamento - lo ha ricordato poc'anzi - che sostituiva il mondo delle scienze alla politica con riferimento al potere di nomina dei dirigenti delle unità sanitarie locali. Il mondo della sanità è quello più interessante sotto il profilo delle possibilità di corruzione, in quanto ha la maggior parte delle risorse del Paese da distribuire ai cittadini. Ebbene, quell'emendamento che sottraeva alla politica il potere di nominare i direttori generali, intervenendo quindi in via preventiva, affidando questo potere al mondo delle scienze, voi lo avete bocciato. Allora dovete dare una risposta esaustiva al Paese sul vostro rifiuto, altrimenti è difficile che possiate sostenere la vostra lotta alla corruzione.
Venendo all'esame - se così si può dire - del merito di questo salvifico e taumaturgico provvedimento, può essere taciuta l'irrazionalità di incrementi di pena che hanno posto sullo stesso piano delitti che, per lunghissima ed indiscussa tradizione, sono sempre stati su livelli sanzionatori diversi, quali il peculato e la corruzione. Ve l'ho detto questa mattina illustrando la mia questione pregiudiziale di costituzionalità. La Corte costituzionale interverrà, come ha già fatto in passato sul potere sanzionatorio del legislatore quando questo crea degli squilibri: intervenne con sentenza n. 68 del 2012, dichiarando l'illegittimità costituzionale della norma sul sequestro di persona a scopo di estorsione, prevista dall'articolo 630 del codice penale, per l'eccessivo rigore edittale.
Venendo all'altro vero e proprio totem di questo disegno di legge, ossia la nuova disciplina del falso in bilancio, anche qui può soccorrere - consentitemela, vi prego - una citazione poetica: «C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d'antico». Mi perdoni Giovanni Pascoli. La poesia è «L'aquilone». Ma la nuova formulazione dell'articolo 2621 del codice civile ricorda tanto la situazione anteriore alla riforma del 2005. Eppure, a quella riforma del 2005 non si arrivò per caso, ma dopo decenni di dibattiti dottrinari, che avevano evidenziato le tante storture e degenerazioni del sistema all'epoca vigente, e che nel 2015 si cerca di reintrodurre. Chi di noi, chi di voi ricorda il progetto Mirone, approvato come disegno di legge dal Consiglio dei ministri del 26 maggio 2000, certo non da un Governo di centrodestra, bensì di centrosinistra, che già introduceva correttivi e soluzioni, poi adottate dal legislatore del 2005? Credo che nessuno di voi lo ricordi, perché ancora si legifera - come ho già detto - con la logica dell'instant book, che persegue il facile ed immediato successo di pubblico laddove le leggi dovrebbero essere fatte - sembra quasi assurdo doverlo ricordare e sottolineare in questa sede - per durare. Voi le cambiate da un giorno all'altro. Ecco, quindi, il mio ricordo, citato poc'anzi, delle grida manzoniane.
La presunta novità sarebbe quella di aumentare la pena a cinque anni, come previsto ante riforma del 2005, e rendere il reato perseguibile, salvo ipotesi del tutto marginali, d'ufficio. Non si comprende allora - e qui il Ministro mi dovrebbe dare un aiuto ed una risposta - come mai, ai fini della non punibilità per la particolare tenuità di cui al nuovissimo e, per la verità ancora non entrato in vigore, articolo 131-bis del codice penale, si sia fatto - giustamente, aggiungo io - riferimento solamente al danno cagionato alla società, ai soci o ai creditori.
Non sarebbe stato più corretto, allora, rimettere proprio a questi soggetti - guarda caso sono quelli ai quali la legge vigente attribuisce il diritto di querela - la decisione sulla procedibilità di tali reati? Non sarebbe stato più coerente anche con il richiamo che il Governo ha introdotto con il suo emendamento, riferibile all'articolo 131-bis del codice penale?
Il fatto, onorevoli senatori, è che le prime, inevitabili vittime di questo modo di legiferare, tanto teso all'effetto annuncio e al ritorno mediatico contingente, sono la coerenza e la sistematicità delle scelte. Ma cosa volete che possano contare, rispetto all'inesorabile tabella di marcia dettata dal nostro ineffabile Presidente del Consiglio, la certosina ricerca dell'organicità del sistema e la prudente valutazione degli impianti normativi?
Signor Presidente, per mio conto, non ho alcun timore di dichiarare il voto contrario a questo disegno di legge. Per tutte le ragioni che mi sono sforzato di riassumere nel mio breve intervento e per mille altre ancora, che purtroppo non ho avuto il tempo di illustrarvi, mi oppongo a questo provvedimento che non esito a definire distonico, rozzo, velleitario, contraddittorio, incostituzionale, approssimato e soprattutto - ed è il più grave difetto di una legge - platealmente ed irrimediabilmente inutile. (Applausi del senatore Barani).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Finocchiaro. Ne ha facoltà.
FINOCCHIARO (PD). Signor Presidente, colleghi, ammetto in premessa di cogliere l'occasione della discussione di questo provvedimento, che - com'è stato ampiamente illustrato - incide sull'aspetto penalistico, per chiedere ai colleghi ed al Governo un po' di attenzione sul complesso di ciò che definiamo rischio corruttivo.
Visto il dibattito che si è svolto in quest'Aula ed in Commissione, nonché quello pubblico che ha preceduto ed accompagnato i nostri lavori, mi pare superfluo spendere parole sulla gravità della situazione italiana in tema di diffusione e radicamento della corruzione. Questa costituisce certamente un costo rilevantissimo, ma non solo. Vorrei, infatti, aggiungere qualche elemento relativamente al fatto che costituisce anche un rischio per l'ambiente e per la stessa capacità di resistenza degli edifici a rischio sismico. Ed è uno straordinario moltiplicatore di abbattimento dell'onorabilità delle istituzioni, dei partiti e della politica, poiché conduce il nostro Paese ad una perdita secca di autorevolezza e rispettabilità nel quadro internazionale.
Ma proprio quando un fenomeno è così impressivo - e mi riferisco all'attenzione che, ovviamente e giustamente, l'opinione pubblica e noi stessi riserviamo al tema - suscita una così forte indignazione ed incide così negativamente sulla reputazione degli attori pubblici, credo abbiamo la necessità di recuperare una freddezza di analisi ed una ricerca razionale delle soluzioni che, talvolta, il dibattito pubblico non riesce ad offrire. Ma è assolutamente ovvio. La risposta penale è necessaria - e dico in premessa di condividere ampiamente questo provvedimento, per cui lo voterò - ma è anche la più fortemente simbolica, anche se - lo sappiamo - arriva dopo che il fatto corruttivo è stato commesso, perché è connessa all'occasionalità dell'indagine e alla sua scoperta. Temo non svolga più una funzione di prevenzione generale così ampia come ci aspetteremmo e come desidereremmo.
Sappiamo anche che la lentezza dei processi, che può essere certo compensata con un aumento del tempo utile prima della prescrizione, toglie comunque alla risposta giudiziaria la sua forza, anche la sua forza deterrente.
Credo fosse indispensabile, dopo tanti anni in cui lo chiedevamo, introdurre una nuova fattispecie di riciclaggio e ripristinare i delitti che riguardano il falso in bilancio e le false comunicazioni. Ma credo anche che non dobbiamo fermarci e chiudere il recinto della discussione esclusivamente al tema degli interventi sul codice penale.
Mi pare altresì che il dibattito pubblico che si infiamma rischi di perdere freddezza di analisi mentre, se davvero consideriamo così grave la presenza del rischio corruttivo nel nostro Paese e così radicata e pericolosa la presenza della corruzione nel nostro sistema, sarebbe bene che alcuni messaggi, che sono leader della comunicazione pubblica, fossero analizzati con una certa freddezza.
Il primo messaggio è che "la" soluzione del problema sia nel codice penale. Personalmente non credo che sia solo così.
L'altro messaggio che viene continuamente diffuso - basta seguire qualunque talk show sull'argomento - è che il nostro Paese non dispone di strumenti adeguati per contrastare il prodursi della corruzione e, quindi, per prevenirla ed intercettarla. È un messaggio sbagliato e falso.
Il terzo messaggio è che bisogna approntare nuove leggi di sistema.
Qualcuno potrebbe pensare che queste mie contestazioni dimostrino un mio acquietarmi di fronte alla situazione. Non sto dicendo affatto questo. Sto dicendo, al contrario, che esistono nel nostro sistema e ormai si arricchiscono - direi di mese in mese se non di anno in anno - una serie di strumenti che non siamo in grado di far funzionare. Cerchiamo di capire perché.
Vorrei richiamare l'attenzione dei colleghi e del Governo su alcuni dati di realtà e potrei cominciare dicendo che possediamo un cosiddetto tesoretto, che non riusciamo ad usare e talvolta dimentichiamo di avere, che si fonda su una affermazione che è già contenuta nel nostro ordinamento, o meglio è contenuta la condivisione di questa affermazione come fondamento di una serie di strumenti che già possediamo. Mi riferisco all'affermazione che esiste un nesso inscindibile tra efficienza, integrità della pubblica amministrazione e rischio corruttivo: in definitiva, tra qualità della performance amministrativa e rischio corruttivo.
Pare un'affermazione di rito. Eppure, abbiamo caricato nel nostro ordinamento una serie di provvedimenti che - lo dico con grande laicità - sono entrati nell'ordinamento sotto Governi assolutamente diversi per segno politico, il cui fine era esattamente trarre virtuosità nell'accertamento, nella prevenzione e nell'intercettazione del rischio corruttivo, collegando alla performance della pubblica amministrazione l'integrità della pubblica amministrazione, la pubblicità dei suoi lavori e ciò che si produceva nella realtà sotto il profilo, appunto, del rischio di corruzione. Ma l'abbiamo fatto all'italiana.
Alludo alla nostra inclinazione - direi gravissimo difetto, che è anche di ciascuno di noi, e nessuno si può dissociare, in quanto partecipe di Assemblea legislativa - di sommare disposizione a disposizione, ritenendo che scrivere, approvare e pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale produca realtà aderenti ai fini dei provvedimenti. Non è e non è stato così. Per questo dico che ci vuole freddezza di analisi. Si è arrivati al punto che questi provvedimenti sono rimasti vittima di una trasformazione: hanno perso la loro missione originaria e si sono tradotti in un ulteriore carico di burocratizzazione senza efficacia. Vi faccio alcuni esempi.
Le pubbliche amministrazioni sono chiamate ogni anno, e non nella stessa cadenza, a presentare più piani (piani o verifiche di piani), che hanno poi una valenza anche triennale. Quindi, ci sono il piano contro la corruzione, il piano per la trasparenza e l'integrità e il piano che riguarda le performance delle pubbliche amministrazioni: tre adempimenti che gravano sulle nostre amministrazioni e sono diventati l'adempimento formale che, bene o male assolto, dovrebbe in sé, in quanto adempimento formale, essere in grado di fronteggiare il rischio corruttivo. Non lo è stato. E si tratta di provvedimenti sui quali il Parlamento ha lavorato con grande attenzione e con grande slancio, ma che si sono purtroppo ridotti, nella loro applicazione pratica, a semplice proclamazione. E hanno indotto, nei pubblici funzionari e nelle pubbliche amministrazioni destinatari di questo provvedimento, una sorta di assuefazione a considerare questi adempimenti fuori da ogni missione reale, soltanto una cosa che deve essere fatta, perché bisogna mandare indietro le carte all'ANAC piuttosto che al Ministero, piuttosto che all'Autorità sui lavori pubblici, piuttosto che all'Autorità sui contratti, senza capacità di comprendere e di agire strumenti di questa importanza.
Vedete, già qui si svela che non sempre servono nuove leggi - secondo me, non servono quasi mai - ma occorrerebbe essere in grado di far diventare quella che è sembrata una cultura legislativa, peraltro molto spesso determinata da input che ci sono venuti dall'Unione europea o da altre organizzazioni internazionali, materia vivente nella cultura amministrativa ed istituzionale del nostro Paese.
E come non ricordare che il nostro sistema non ha soltanto la legge n. 190 del 2012; non ha soltanto la legge n. 94 del 2012; non ha soltanto la legge n. 135 del 2012. Queste ultime sono due leggi - ad esempio - che riguardavano la spending review, ma collegavano strettamente la riduzione della spesa pubblica alla razionalizzazione della pubblica amministrazione. E ancora, non ha solo la legge n. 213 del 2012, o la legge n. 221 del 2012, o i tanti decreti legislativi, decreti del Presidente del Consiglio dei ministri e decreti ministeriali che hanno tentato di portare dentro la pubblica amministrazione italiana il fine della prevenzione e del contrasto legato alla qualità della performance amministrativa.
Sono strumenti essenziali, sui quali probabilmente bisognerebbe riflettere, per vedere se farli funzionare dipenda anche da una scarsa attenzione dei decisori politici. È possibile. È possibile che, anche nel nostro lavoro di parlamentari, e sotto il profilo della nostra capacità di controllo dell'agire del Governo, noi non abbiamo riposto fiducia in quel modello, che non è il modello penalistico dell'"aumentiamo la pena", ma è, insieme a quello, il modello del controllo sull'amministrazione e dell'attivazione di ogni strumento che possa essere utile, perché anche questo è diventato spesso propaganda.
E quindi adesso dirò alcune cose che probabilmente sono scomode da sentire e possono sembrare anche urticanti, ma che credo sia necessario dire. È possibile che io mi sbagli, ma siamo qui per discutere e per vedere.
Sul ciclo della performance della pubblica amministrazione, è probabile che ci sia stata una scarsa attenzione da parte dei decisori politici. La valutazione delle performance delle pubbliche amministrazioni e dei singoli è un'altra questione, colleghi, che non funziona. In tempi di crisi, ciò che viene restituito dalle amministrazioni, anche riguardo alla valutazione dei singoli dirigenti, è che siamo sempre altop delle valutazioni. Non è possibile. Quel dato non è reale e non è reale perché qualcuno bara, ma perché non si vuole fare, per davvero, una valutazione, che non si fa in astratto e che necessita di un lavoro molto preciso e anche scocciante, per individuare gli standard, gli obiettivi, che possono anche non essere subito il cento per cento, ma che vedono un'approssimazione virtuosa rispetto ai risultati finali.
Poi, certo, c'è il grande capitolo dei lavori pubblici. Allo stesso modo, colleghi - e questa è una cosa urticante, probabilmente, per i colleghi del Movimento 5 Stelle - abbiamo investito moltissimo sulla trasparenza e sulla pubblicazione di tutti i dati possibili, al di là delle disfunzioni, per cui gli stessi dati sono pubblicati da tre autorità diverse o devono essere mandati a tre autorità diverse o si chiede uno sforzo di reperire dati che, spesso, sono già nelle banche dati delle pubbliche amministrazioni. Ma io temo che troppo trasparenza significhi nessuna possibilità di controllo. Io preferirei che noi facessimo lo sforzo di selezionare i dati che sono davvero rilevanti, per accorgerci se su quell'appalto o su quel contratto pubblico c'è qualcosa che non funziona o che non va. (Richiami del Presidente).
Ho quasi finito. I contratti sui lavori pubblici hanno qualche problema in più. Non si tratta di beni standardizzati e, quindi, c'è una tentazione di comportamenti opportunistici molto alta. Ora ho finito il tempo a mia disposizione e indicherò soltanto dei titoli, ma lancio un'idea a quest'Assemblea: non sarebbe possibile pensare ad una valutazione del risultato basata su due elementi (i cosiddetti red flag), i costi e i ritardi, che sono normalmente gli indicatori più efficaci, molto più di tutti gli altri, circa il fatto che c'è qualcosa che non funziona? Non potremmo introdurre il tema dei costi standard anche per quanto riguarda le opere pubbliche? Perché fare un pezzo di ferrovia in Italia costa il 700-800 per cento in più rispetto alla media degli altri Paesi europei? (Applausi dal Gruppo PD). Analogamente - lasciatemelo dire - perché dopo Tangentopoli la metropolitana di Milano ha visto un abbattimento dei costi del 40-50 per cento? Forse dovremmo esigere questo.
Perché poi non potremmo pensare che i contraenti debbano essere organizzati in una lista, per cui, presa la media più virtuosa, si valuti lo scostamento da questa affinché nella lista possano essere comprese imprese e realtà imprenditoriali importanti? Perché quando decidiamo come si determina il costo di un'opera non possiamo ridiscutere se deve andare all'asta o deve avere un prezzo fisso, rispetto ai comportamenti opportunistici che si possono sviluppare?
Concludo perché non ho più tempo, ma sono queste le questioni delle quali noi dovremmo appassionarci. Lo dico, onorevoli colleghi, perché io mi rifiuto, anche con i nostri discorsi, in quest'Aula, fuori, sui giornali e nei talk show, di rassegnarmi all'idea che l'Italia sia un Paese irrimediabilmente corrotto, e non mi accontento del fatto che vadano in galera dieci, cento, mille corrotti. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Alicata).
Io vorrei un Paese che funzioni e che sia in grado di intercettare prima, di respingere, di rompere questa aria di Paese adatto alla corruzione, che purtroppo rischia di essere un connotato del nostro Paese, nella lettura e nella visione che, anche nel resto del mondo, dell'Italia si dà. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni. Commenti del senatore Giarrusso).
PRESIDENTE. Senatore Giarrusso, stia tranquillo.
Dichiaro chiusa la discussione generale. Rinvio il seguito della discussione dei disegni di legge in titolo ad altra seduta.
Sulla mancata risposta del Governo ad atti di sindacato ispettivo
AMIDEI (FI-PdL XVII). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
AMIDEI (FI-PdL XVII). Signor Presidente, chiedo un attimo di attenzione perché quello che sto dicendo mi rammarica profondamente e dovrebbe rammaricare tutta l'Assemblea del Senato.
Più volte ho sentito citare come esempio, quasi in senso dispregiativo, il Consiglio comunale come fosse un luogo di minore importanza rispetto a questo, ma, ahimè, quest'Assemblea deve imparare dai Consigli comunali e dai Consigli provinciali a rispondere alle interrogazioni e alle interpellanze. È una cosa assurda. (Applausi dei senatori Alicata, Cioffi e Cuomo). È assurdo: ho dovuto presentare un'interpellanza sulle interpellanze, perché non si risponde, perché non si rispetta il Regolamento! (Applausi dal Gruppo M5S). Noi facciamo le leggi a non rispettiamo il Regolamento: è un'offesa al ruolo del senatore, al ruolo che porta - attraverso l'istituto del sindacato ispettivo - le istanze dei cittadini. È ora di farla finita!
Attendiamo risposte da due anni, da quando si è insediata questa legislatura. È ora di farla finita. È ora che il presidente del Consiglio Renzi richiami i suoi Ministri al proprio ruolo; si deve assolutamente rispondere.
Ho un elenco delle interpellanze e delle interrogazioni che ho presentato, ma a cosa serve, signor Presidente? Sono parole al vento; parole che non trovano risposta, quando ci sono obblighi che entro quindici-venti giorni bisogna rispondere: magari! Non rispondete. Magari rispondeste in qualche modo, anche senza dare risposta, ma la risposta è doverosa, se vogliamo che quel Regolamento possa avere ancora senso, altrimenti veniamo qui parlare e tutte le nostre richieste non vengono ascoltate. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).
Mi auguro che queste parole - e chiedo scusa per l'enfasi con cui le ho pronunciate - possano servire a qualcosa; possano ancora dare coraggio a chi impegna il proprio tempo per portare in quest'Aula le istanze dei cittadini.
Faccio l'elenco, l'ho tenuto per ultimo...
PRESIDENTE. Concluda, senatore Amidei. Alle 20 devo chiudere e i suoi colleghi hanno diritto, come lei, di intervenire.
AMIDEI (FI-PdL XVII). Svolgo il mio lavoro inutile, purtroppo, quello di fare l'elenco delle interrogazioni alle quali non ho avuto risposta. Ma lo farò comunque.
PRESIDENTE. Senatore Amidei, lo consegni pure.
AMIDEI (FI-PdL XVII). Lo consegnerò. Speriamo bene. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).
Interventi su argomenti non iscritti all'ordine del giorno
FASIOLO (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FASIOLO (PD). Signor Presidente, la ringrazio per avermi dato la possibilità di ricordare in Aula Silvano Bacicchi, senatore della Repubblica per tre legislature consecutive (nella VI, VII e VIII legislatura), di cui oggi si sono celebrate le esequie. Una figura di spicco della sinistra del Friuli-Venezia Giulia, in particolare di Monfalcone, la città dei cantieri. Una figura di spicco anche per tutta l'area isontina. Sempre coerente nell'impegno politico, attivo militante del PCI fin dal 1944, lo ricordiamo per il suo ruolo di primo piano quale partigiano della brigata Garibaldi e della brigata Fratelli Fontanot.
Ciò che più mi preme ricordare di lui è la sua storia: prima apprendista meccanico dei cantieri, dove lavorò subito dopo la scuola media, poi tornitore. Una persona semplice, una persona che viene dalle tute blu.
Fu nel 1948 segretario del PCI della sezione di Monfalcone, dopo essere sfuggito per poco alla cattura da parte dei tedeschi.
È stato sostenitore della costituzione della Regione Friuli-Venezia Giulia e della sua autonomia; rivestì la carica di consigliere fin dal primo Consiglio regionale. Operò in Senato in varie Commissioni, in particolare nella Commissione permanente al bilancio e nella Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, ma soprattutto fu impegnato nel difficile processo di ricostruzione del Friuli del dopo terremoto, operando nella Commissione senatoriale speciale per il terremoto e poi in quella per la ricostruzione del Friuli e del Veneto. Fu un appassionato difensore dei principi costituzionali e, come scrive il centro Leopoldo Gasparini di Gradisca, con cui operò, che ne ricorda la figura, non è stato il prodotto ma l'artefice con tanti altri compagni di strada di un'epopea operaia, di un percorso di crescita culturale e politica che ha coinvolto due generazioni.
Silvano Bacicchi, tra l'altro autore di un libro presentato recentemente, appena il 25 luglio 2014, in una gremitissima sala del Comune di Ronchi dei Legionari, dal titolo «Riflessi di una Grande Guerra», lascia un grande vuoto nel mondo degli storici, degli intellettuali, ma anche nel mondo dei giovani e studenti, cui amava raccontare le sue epiche vicende di guerra, il suo grande impegno per le cause dell'uguaglianza e della giustizia sociale. Era una persona onesta, limpida e di parola che ha lasciato, al di là di ogni appartenenza, una profonda traccia tra le sue tute blu. Lascia anche qui, in Senato, e nel nostro territorio un'esemplare testimonianza di impegno, passione e coerenza a sostegno di valori che tutti trasversalmente siamo tenuti a difendere. Mi riferisco al valore dell'antifascismo e della democrazia. Grazie Silvano. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Piccinelli).
PRESIDENTE. La Presidenza si unisce al ricordo fatto dalla senatrice Fasiolo.
Per lo svolgimento di un'interrogazione e di un'interpellanza
PELINO (FI-PdL XVII). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PELINO (FI-PdL XVII). Signor Presidente, sembra fatto apposta ma anch'io sono qui di nuovo a chiedere una risposta ad una interrogazione con carattere di urgenza, la 3-01706, presentata il 25 febbraio, al ministro della salute Lorenzin sulla chiusura di un punto nascita di Sulmona, che è la città dove vivo.
Ribadisco l'urgenza di una risposta da parte del Ministro perché intere popolazioni la stanno attendendo. Quindi, faccio a lei questa preghiera, Presidente, di sollecitare il ministro Lorenzin.
PRESIDENTE. Ci attiveremo per segnalarlo.
MIRABELLI (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MIRABELLI (PD). Signor Presidente, le porto via un minuto per chiedere di farsi interprete della necessità da parte del Governo di dare una risposta urgente all'interpellanza 2-00253, presentata di recente. Credo la risposta sia urgente perché riguarda un provvedimento che abbiamo assunto quando abbiamo votato la legge sull'emergenza abitativa che prevede una detrazione fiscale di 900 euro o 450 euro, a seconda dei redditi, per chi abita negli alloggi sociali. Ora, siccome la definizione di alloggio sociale è chiara nella legge ma non appare chiara al Ministero dell'economia ed essendo questo il periodo in cui si devono fare le dichiarazioni dei redditi, è importante capire il Ministero che interpretazione dà di questa legge e cosa sta predisponendo per farla rispettare. Per noi gli alloggi sociali sono, così come stabilito dalla legge del 2008, gli alloggi dell'edilizia residenziale pubblica più tutti gli alloggi in affitto a canone sociale non profit. Se questa è la definizione, stiamo parlando di molte famiglie che avrebbero diritto a questa detrazione. Bisogna capirlo in questa fase. Tra l'altro, è una sollecitazione che viene anche dai centri di assistenza fiscale (CAF). Per cui, chiedo al Presidente di fare pressione perché questa risposta venga in fretta.
PRESIDENTE. Sarà nostra cura trasmettere la sua richiesta al Ministero competente.
Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ordine del giorno
per le sedute di giovedì 26 marzo 2015
PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi domani, giovedì 26 marzo, in due sedute pubbliche, la prima alle ore 9,30 e la seconda alle ore 16, con il seguente ordine del giorno:
La seduta è tolta (ore 20).
Allegato B
Integrazione all'intervento del senatore Buemi nella discussione generale sul disegno di legge n. 19-657-711-810-846-847-851-868
L'emendamento 6.0.302 rafforza la possibilità di perseguire malcostumi corruttivi obbligando il pubblico funzionario a giustificare un tenore di vita vistosamente superiore ai redditi da lui dichiarati ed ai dati patrimoniali conferiti alle anagrafi pubbliche. Alle misure di prevenzione che colpiscono chi non sa giustificare il dislivello, consegue la cancellazione dalle liste elettorali (e quindi perdita temporanea dell'elettorato sia attivo che passivo) senza attendere il passaggio in giudicato di una sentenza penale di condanna per reati contro la Pubblica Amministrazione che possono arrivare dopo molti anni dai fatti.
L'emendamento 7.0.300 adegua le competenze del decreto trasparenza all'istituzione dell'ANAC.
Sul falso in bilancio, poi, 1'emendamento 9.315 incide sulla proposta che il Governo e la Commissione avanzano in merito: in proposito, va esclusa la praticabilità di soglie dimensionali, ma anche ridotta la discrezionalità del giudice; si introduce invece il riferimento ai criteri contabili e di bilancio, il che consente di far capo ad una ricca pubblicistica professionale di best practices, che già attualmente impegna i revisori contabili e gli istituti di valutazione finanziaria.
Comprendo che la Commissione preferisca attestarsi su un punto di equilibrio al ribasso, così come comprendo che la stampa preferisca alimentare vecchi stereotipi - mai corrispondenti a verità, ma semmai alle sceneggiature di fortunate fiction televisive - sul nostro partito. Non tollero però che la pigrizia intellettuale colpisca il massimo rappresentante di una delle professioni più delicate del nostro Paese.
La terapia shock, contro la corruzione, c'è, basta solo sapere leggere le carte: già sulla responsabilità civile il presidente Sabelli ha dimostrato di accorgersi dopo di quanto era sotto i suoi occhi da mesi. Non ripeta lo stesso errore oggi, unendo nella stessa condanna tutte le forze politiche, che non cantano secondo lo spartito da lui dettato.
Se legge bene le carte, scoprirà che un punto di equilibrio alto si può raggiungere, in quest'Aula. Se noi tutti lo vogliamo, questo punto lo segna il Paese.
Congedi e missioni
Sono in congedo i senatori: Albertini, Anitori, Bubbico, Cassano, Cattaneo, Ciampi, Colucci, Davico, Della Vedova, De Pietro, De Poli, D'Onghia, Longo Fausto Guilherme, Minniti, Monti, Nencini, Olivero, Piano, Pizzetti, Quagliariello, Rubbia, Sangalli, Stucchi, Valentini e Vicari.
Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Di Biagio, per attività della 13ª Commissione permanente; Compagnone, Iurlaro, Nugnes, Orrù, Pepe e Scalia, per attività della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati; Palermo, Panizza e Zeller, per attività della Commissione paritetica; Casson, Crimi, Esposito Giuseppe e Marton, per attività del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica; Casini, per attività dell'Unione interparlamentare; Battista, per attività dell'Assemblea parlamentare della NATO; Mussini, per partecipare ad una Conferenza interparlamentare.
Disegni di legge, trasmissione dalla Camera dei deputati
Onn. Ferranti Donatella, Verini Walter, Mattiello Davide, Giuliani Fabrizia, Marzano Michela, Campana Micaela, Bazoli Alfredo, Tartaglione Assunta
Modifiche al codice penale in materia di prescrizione del reato (1844)
(presentato in data 25/3/2015 )
C.2150 approvato dalla Camera dei deputati (assorbe C.1174, C.1528, C.2767).
Disegni di legge, annunzio di presentazione
Senatori Moronese Vilma, Cappelletti Enrico, Morra Nicola, Endrizzi Giovanni, Giarrusso Mario Michele, Buccarella Maurizio
Istituzione della "Giornata nazionale per la legalità e il contrasto alla criminalità mafiosa" e disposizioni per l'affissione delle immagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino negli Istituti scolastici di ogni ordine e grado (1832)
(presentato in data 24/3/2015 ) ;
senatrice D'Adda Erica
Abrogazione dell'articolo 13 del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132, in materia di condanna al pagamento delle spese legali (1833)
(presentato in data 24/3/2015 ) ;
senatori Buemi Enrico, Longo Fausto Guilherme
Disposizioni sull'applicazione delle misure di prevenzione ai soggetti arrestati per i reati previsti dagli artt. 624-bis, 628, 629 c.p. (1834)
(presentato in data 24/3/2015 ) ;
senatori Di Giorgi Rosa Maria, Marcucci Andrea, Puglisi Francesca
Disposizioni in materia di riassetto del cinema e dell'audiovisivo (1835)
(presentato in data 24/3/2015 ) ;
senatrice Fabbri Camilla
Misure per favorire la riconversione e la riqualificazione delle aree industriali dismesse (1836)
(presentato in data 24/3/2015 ) ;
senatori Padua Venera, Ruta Roberto, Pagliari Giorgio, Spilabotte Maria, Zanoni Magda Angela, Pezzopane Stefania, Astorre Bruno, Idem Josefa, Lo Moro Doris, Cucca Giuseppe Luigi Salvatore, Conte Franco
Disposizioni in materia di definizione di età pediatrica e ampliamento della competenza assistenziale dei medici pediatri di libera scelta fino al compimento del diciottesimo anno d'età (1837)
(presentato in data 25/3/2015 ) ;
senatrice Maturani Giuseppina
Disciplina dei reati connessi con il fenomeno della prostituzione e misure di integrazione sociale (1838)
(presentato in data 25/3/2015 ) ;
senatrice Montevecchi Michela
Modifiche al decreto legislativo 19 febbraio 2004, n. 59, in materia di formazione del personale docente della scuola dell'infanzia (1839)
(presentato in data 25/3/2015 ) ;
senatrice Montevecchi Michela
Istituzione della figura del "responsabile raccolta fondi" nei ruoli del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (1840)
(presentato in data 25/3/2015 ) ;
senatori Fornaro Federico, Martini Claudio, Gotor Miguel, Chiti Vannino, D'Adda Erica, Gatti Maria Grazia, Guerra Maria Cecilia, Lai Bachisio Silvio, Lo Moro Doris, Manassero Patrizia, Migliavacca Maurizio, Pegorer Carlo
Modifiche all'articolo 20 della legge n. 112 del 2004, in materia di governance della Rai (1841)
(presentato in data 25/3/2015 ) ;
senatori Munerato Emanuela, Bellot Raffaela, Centinaio Gian Marco, Arrigoni Paolo, Calderoli Roberto, Candiani Stefano, Comaroli Silvana Andreina, Consiglio Nunziante, Crosio Jonny, Divina Sergio, Stefani Erika, Stucchi Giacomo, Tosato Paolo, Volpi Raffaele, Bisinella Patrizia
Disposizioni per consentire la libertà di scelta nell'accesso dei lavoratori al trattamento pensionistico (1842)
(presentato in data 25/3/2015 ) ;
senatori Munerato Emanuela, Bellot Raffaela, Centinaio Gian Marco, Arrigoni Paolo, Calderoli Roberto, Candiani Stefano, Comaroli Silvana Andreina, Consiglio Nunziante, Crosio Jonny, Divina Sergio, Stefani Erika, Stucchi Giacomo, Tosato Paolo, Volpi Raffaele, Bisinella Patrizia
Prolungamento del regime sperimentale cosiddetto "opzione donna" di cui al comma 9 dell'articolo 1 della legge 23 agosto 2004, n. 243 (1843)
(presentato in data 25/3/2015 ) .
Disegni di legge, assegnazione
In sede referente
11ª Commissione permanente Lavoro, previdenza sociale
Sen. Susta Gianluca ed altri
Agevolazioni normative in materia pensionistica per gli invalidi civili (1808)
previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 2° (Giustizia), 5° (Bilancio), 12° (Igiene e sanita')
(assegnato in data 25/03/2015 ).
Governo, trasmissione di documenti
Il Ministro della giustizia, con lettera in data 17 marzo 2015, ha inviato, ai sensi dell'articolo 16 della legge 22 maggio 1978, n. 194, la relazione - per la parte di sua competenza - sullo stato di attuazione della legge concernente norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza, relativa all'anno 2014.
Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento, alla 2a e alla 12a Commissione permanente (Doc. XXXVII-bis, n. 2).
Interrogazioni, apposizione di nuove firme
Il senatore Iurlaro ha aggiunto la propria firma all'interrogazione 4-02608 del senatore Tarquinio.
Mozioni
ORELLANA, ZIN, Fausto Guilherme LONGO, BATTISTA, D'ADDA, FATTORINI, DE PIN, LUCHERINI, RUTA, DE PIETRO, BENCINI, Maurizio ROMANI, CONTE, CAMPANELLA, CASALETTO, ASTORRE, DE PETRIS, MUSSINI, LANZILLOTTA, PAGLIARI, URAS, PETRAGLIA, DE CRISTOFARO, CERVELLINI, BAROZZINO, SIMEONI, ROMANO, BOCCHINO, BIGNAMI, GAMBARO, MASTRANGELI, SCALIA - Il Senato,
premesso che:
il 7 ottobre 2014 la Commissione europea ha pubblicato una relazione statistica contenente i dati sulle vittime della tratta di esseri umani e sui trafficanti per il periodo 2010-2012. Tale documento, che rappresenta forse l'unica raccolta di dati statistici a livello dell'Unione europea su questo fenomeno, evidenzia il conseguimento di progressi incoraggianti in termini di disponibilità dei dati, al contempo fa emergere con chiarezza l'impellente necessità di ulteriori miglioramenti. Lo studio, difatti, non misura le dimensioni effettive della tratta, ma si limita a fornire dati sulle vittime e sui trafficanti che sono venuti a contatto con le autorità o con altri attori a livello nazionale. Nel triennio 2010-2012, nei 28 Stati membri UE sono state registrate 30.146 vittime, tra queste l'80 per cento sono donne e il 16 per cento minori. Otre 1.000 vittime minori erano oggetto di tratta a fini di sfruttamento sessuale;
tali dati tratteggiano una situazione sicuramente allarmante, che tuttavia rappresenta solo una minima parte delle reali dimensioni del fenomeno, anche in ragione dell'aumento assoluto dei flussi di migranti irregolari e della loro peculiare composizione nazionale. La maggior parte, difatti, fugge da aree di crisi o conflitto quali la Siria, l'Africa subsahariana o il Corno d'Africa, ponendoli in una situazione di estrema vulnerabilità nei confronti dei trafficanti. In tale contesto, particolarmente critica è la condizione dei minori che si spostano in assenza di un membro del nucleo familiare di appartenenza;
l'articolo 2 della Costituzione sancisce che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale;
l'articolo 10 della Costituzione stabilisce altresì che l'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge;
il comma 1 dell'articolo 21 del Trattato dell'Unione europea sancisce, tra l'altro, che l'azione della UE sul piano internazionale si prefigge di promuovere la democrazia, lo Stato di diritto, l'universalità e indivisibilità dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e rispetto della dignità umana;
l'articolo 5 della Carta dei diritti fondamentali della UE proibisce la schiavitù, il lavoro forzato e, al comma 3, la tratta di esseri umani;
la Convenzione sulla schiavitù del 1926, così come emendata dal protocollo del dicembre 1953, il cui precipuo scopo è quello di porre fine al traffico degli schiavi, all'articolo 1 definisce la schiavitù come lo stato o la condizione di un individuo sul quale si esercitano gli attributi del diritto di proprietà;
la Convenzione ILO del 1930 per l'abolizione dell'impiego del lavoro forzato o obbligatorio, inteso, ai sensi dell'articolo 1 della Convenzione medesima, come ogni lavoro o servizio estorto a una persona sotto minaccia di una punizione o per il quale detta persona non si sia offerta spontaneamente, è stata ratificata dall'Italia nel 1934;
nel 1999 l'ILO ha altresì adottato la Convenzione sulle forme peggiori di lavoro minorile, intendendo con tale espressione, ai sensi dell'articolo 3, tutte le forme di schiavitù o pratiche analoghe alla schiavitù, quali la vendita o la tratta di minori, la servitù per debiti e l'asservimento, il lavoro forzato o obbligatorio, compreso il reclutamento forzato o obbligatorio di minori ai fini di un loro impiego nei conflitti armati; l'impiego, l'ingaggio o l'offerta del minore a fini di prostituzione, di produzione di materiale pornografico o di spettacoli pornografici; l'impiego, l'ingaggio o l'offerta del minore ai fini di attività illecite, quali, in particolare, quelle per la produzione e per il traffico di stupefacenti, così come sono definiti dai trattati internazionali pertinenti; qualsiasi altro tipo di lavoro che, per sua natura o per le circostanze in cui viene svolto, rischi di compromettere la salute, la sicurezza o la moralità del minore;
nel 2000, a Palermo, si è tenuta la conferenza delle Nazioni Unite dedicata alla presentazione della Convenzione contro la criminalità organizzata transnazionale. Nell'occasione sono stati presentati anche due protocolli addizionali alla Convenzione, dedicati rispettivamente l'uno alla prevenzione, repressione e punizione della tratta di persone in particolare di donne e bambini, l'altro per combattere il traffico di migranti via terra, via mare e via aria. Il Parlamento italiano ha ratificato sia la Convenzione che i protocolli con la legge 16 marzo 2006, n. 146;
altro fondamentale strumento nel sistema normativo internazionale mirato al contrasto della tratta di esseri umani a fini commerciali, sfruttamento sessuale o di lavoro forzato è la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla lotta contro la tratta degli esseri umani, adottata il 3 maggio 2005 e ratificata dall'Italia tramite la legge 2 luglio 2010, n. 108. Sono principalmente due gli elementi innovativi di tale Convenzione rispetto ai precedenti strumenti di diritto internazionale: il concepire la tratta di persone come una delle principali e più gravi violazioni dei diritti umani e l'attenzione verso l'adozione di concrete misure volte a proteggere e assistere vittime e testimoni della tratta, assicurare indagini e il perseguimento efficace dei trafficanti e promuovere la cooperazione internazionale contro la tratta. In particolare, la Convenzione richiede agli Stati aderenti l'adozione di specifiche politiche nazionali di coordinamento, sensibilizzazione, nonché misure per individuare e sostenere le vittime;
più specificatamente, l'articolo 4 (a) della Convezione definisce la tratta di esseri umani come il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l'alloggio o l'accoglienza di persone, con la minaccia dell'uso o con l'uso stesso della forza o di altre forme di coercizione, con il rapimento, con la frode, con l'inganno, con l'abuso di autorità o della condizione di vulnerabilità o con l'offerta o l'accettazione di pagamenti o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha autorità su un'altra, a fini di sfruttamento. Lo sfruttamento comprende, come minimo, lo sfruttamento della prostituzione altrui o altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro o i servizi forzati, la schiavitù o pratiche simili alla schiavitù, la servitù o l'espianto di organi;
la Convenzione, ai sensi dell'articolo 36, istituisce un meccanismo di controllo basato sul Group of experts on action against trafficking in human beings (Greta). Tale gruppo ha il compito di monitorare l'implementazione delle disposizioni della Convenzione nei Paesi firmatari, principalmente tramite la periodica pubblicazione di rapporti di valutazione relativi ai provvedimenti adottati dagli Stati per l'applicazione della Convenzione. Il gruppo è composto da esperti indipendenti ed altamente qualificati nel campo dei diritti umani e della lotta contro la tratta;
premesso altresì che:
elemento cardine per quel che concerne la disciplina a livello nazionale del contrasto al traffico di esseri umani è sicuramente il disposto dell'articolo 18 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, recante "Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero", che prevede, tra l'altro, il rilascio di uno speciale permesso di soggiorno per consentire allo straniero di sottrarsi alla violenza ed ai condizionamenti dell'organizzazione criminale e di partecipare ad un programma di assistenza ed integrazione sociale;
l'articolo 13 della legge 11 agosto 2003, n. 228, recante "Misure contro la tratta di persone", prevede l'istituzione di uno speciale programma di assistenza per le vittime dei reati previsti dagli articoli 600 e 601 del codice penale. Il decreto del Presidente della Repubblica 19 settembre 2005, n. 237, è finalizzato all'attuazione di tale articolo, prevedendo in particolare la realizzazione di programmi di assistenza consistenti in interventi rivolti specificamente ad assicurare, in via transitoria, alle vittime adeguate condizioni di alloggio, vitto e assistenza sanitaria, idonee al loro recupero fisico e psichico;
l'organismo che a livello governativo si occupa di coordinare e implementare le politiche antitratta è il Dipartimento per le pari opportunità, subordinato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, la cui azione si basa su 3 principali elementi: il numero verde antitratta; i progetti finalizzati a garantire, per un periodo minimo di 3 mesi, assistenza alle presunte vittime di tratta e a quelle già identificate come tali ai sensi dell'articolo 13 della legge n. 228 del 2003; i progetti che trovano il loro fondamento giuridico nell'articolo 18 del testo unico sull'immigrazione, il cui fine è quello di garantire alle persone vittime di tratta, per un periodo di 12 mesi, la possibilità di accedere ad una serie di servizi ed attività, in base al piano di assistenza individuale elaborato in base ai loro bisogni specifici;
giova ricordare che, ai sensi dell'articolo 52 del decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1999, n. 394, organismi, associazioni ed enti che, svolgendo attività in favore degli stranieri immigrati ed elaborando i menzionati programmi, intendono attingere al Fondo nazionale per l'integrazione di cui all'articolo 45 del testo unico sull'immigrazione, devono necessariamente essere iscritte presso il registro delle associazioni e degli enti che svolgono attività a favore degli stranieri istituito presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e non presso Dipartimento per le pari opportunità;
considerato che:
il 4 luglio 2014 il Greta ha adottato il report (2014)18 concernente la concreta attuazione in Italia della Convenzione del Consiglio d'Europa, relativo al primo round di valutazione, nel quale emergono numerose criticità circa la lotta alla tratta di esseri umani in Italia;
l'articolo 9 del decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 24, recante "Attuazione della direttiva 2011/36/UE, relativa alla prevenzione e alla repressione della tratta di esseri umani e alla protezione delle vittime, che sostituisce la decisione quadro 2002/629/GAI", introducendo il comma 2-bis alla citata legge n. 228 del 2003, ha previsto l'adozione di un piano nazionale d'azione contro la tratta e il grave sfruttamento degli esseri umani, il cui fine è quello di definire strategie pluriennali di intervento per la prevenzione e il contrasto al fenomeno della tratta e del grave sfruttamento degli esseri umani, nonché azioni finalizzate alla sensibilizzazione, alla prevenzione sociale, all'emersione e all'integrazione sociale delle vittime;
a tal proposito rileva il citato articolo 18 del testo unico sull'immigrazione, il cui comma 3-bis (anch'esso introdotto dal decreto legislativo n. 24 del 2014), prevede per gli stranieri e per i cittadini vittime dei reati di cui agli articoli 600 e 601 del codice penale l'adozione un programma unico di emersione, assistenza e integrazione sociale che garantisce (ai sensi dell'articolo 13 della legge n. 228 del 2003), in via transitoria, adeguate condizioni di alloggio, di vitto e di assistenza sanitaria e, successivamente, la prosecuzione dell'assistenza e l'integrazione sociale. Tale programma di emersione deve essere applicato sulla base dei principi e criteri direttivi contenuti nel menzionato piano nazionale d'azione contro la tratta e il grave sfruttamento degli esseri umani;
la Presidenza del Consiglio dei ministri avrebbe dovuto adottare il piano nazionale di azione contro la tratta entro 3 mesi dall'entrata in vigore decreto legislativo n. 24 del 2014; ad oggi, come rilevato dallo stesso report del Greta e da numerose segnalazioni lanciate da diversi organismi (in particolare organizzazioni non governative), esso non è ancora stato varato. In un comunicato del 26 febbraio 2015, relativo alla compravendita, sventata dal personale dell'Arma dei Carabinieri, di un bambino rumeno di 8 anni per 30.000 euro, l'onlus "Save the Children" lamenta l'assenza di tale strumento fondamentale nella lotta contro la tratta;
il paragrafo 54 del report evidenzia inoltre come il finanziamento dei progetti di assistenza alle vittime di tratta, di cui all'articolo 25 del citato decreto del Presidente della Repubblica n. 394 del 1999, recante "Regolamento recante norme di attuazione del Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, a norma dell'articolo 1, comma 6, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286", è cofinanziato da Stato e Regioni, mentre l'implementazione dei progetti di assistenza e di altre importanti misure connesse al contrasto della tratta di esseri umani è realizzata quasi esclusivamente a livello regionale e locale tramite il supporto di organizzazioni non governative locali e servizi sociali;
a tal proposito emblematica è la legge della Regione Puglia 4 dicembre 2009, n. 32, recante "Norme per l'accoglienza, la convivenza civile e l'integrazione degli immigrati in Puglia", che, oltre a prevedere tra i suoi obiettivi precipui la rimozione delle situazioni di violenza o sfruttamento degli immigrati (articolo 1, comma 3, lettera f)), sancisce al titolo II un puntuale assetto istituzionale per l'osservazione del fenomeno migratorio, la programmazione delle attività di inserimento e integrazione dei migranti e la statuizione di linee guida per il coordinamento e la valutazione degli interventi;
dall'analisi svolta dai funzionari del Consiglio d'Europa emerge chiaramente come gli encomiabili sforzi svolti a livello regionale e locale non siano adeguatamente supportati a livello nazionale, mancando strumenti tipicamente utilizzati in altri Paesi per la lotta alla tratta, quali una strategia (o piano) nazionale antitratta, un coordinamento nazionale di tutte le forze coinvolte, un referente nazionale per la lotta alla tratta di esseri umani, delle linee guida generali per l'identificazione delle vittime della tratta;
considerato altresì che:
l'articolo 601 del codice penale, così come modificato dal più volte citato decreto legislativo n. 24 del 2014, definisce il reato di tratta di esseri umani, prevedendo la reclusione da 8 a 20 anni per chiunque "recluta, introduce nel territorio dello Stato, trasferisce anche al di fuori di esso, trasporta, cede l'autorità sulla persona, ospita una o più persone che si trovano nelle condizioni di cui all'articolo 600, ovvero, realizza le stesse condotte su una o più persone, mediante inganno, violenza, minaccia, abuso di autorità o approfittamento di una situazione di vulnerabilità, di inferiorità fisica, psichica o di necessità, o mediante promessa o dazione di denaro o di altri vantaggi alla persona che su di essa ha autorità, al fine di indurle o costringerle a prestazioni lavorative, sessuali ovvero all'accattonaggio o comunque al compimento di attività illecite che ne comportano lo sfruttamento o a sottoporsi al prelievo di organi". Il reato di tratta di esseri umani è, pertanto, intimamente connesso con un'altra fattispecie di reato, prevista dall'articolo 600 del codice penale ossia la riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù, intesa come l'esercizio su una persona di poteri corrispondenti "a quelli del diritto di proprietà ovvero chiunque riduce o mantiene una persona in uno stato di soggezione continuativa, costringendola a prestazioni lavorative o sessuali ovvero all'accattonaggio o comunque al compimento di attività illecite che ne comportino lo sfruttamento ovvero a sottoporsi al prelievo di organi". Il comma 2 dell'articolo 600 prevede inoltre che: "La riduzione o il mantenimento nello stato di soggezione ha luogo quando la condotta è attuata mediante violenza, minaccia, inganno, abuso di autorità o approfittamento di una situazione di vulnerabilità, di inferiorità fisica o psichica o di una situazione di necessità, o mediante la promessa o la dazione di somme di denaro o di altri vantaggi a chi ha autorità sulla persona";
il legislatore, grazie alle modifiche apportate nel 2014, ha reso la fattispecie di reato prevista dall'articolo 601 del codice penale più affine a quanto disposto dall'articolo 4(a) della Convenzione del Consiglio d'Europa del 2005, con specifico riferimento alla presenza dei 3 elementi ontologicamente caratterizzanti il reato di tratta di persone, ossia l'azione (trasporto, trasferimento delle vittime), l'utilizzo di determinati mezzi per esercitare il controllo e il fine dello sfruttamento;
tuttavia, come evidenziato dal report Greta, la legislazione italiana non prevede un esplicito riferimento alla natura del traffico di esseri umani quale violazione dei diritti umani;
inoltre, è bene rilevare come l'esplicito rimando (finalizzato all'individuazione delle vittime di tratta) dell'articolo 601 del codice penale al precedente articolo 600 e il fatto che venga, pertanto, mutuata l'espressione "soggezione continuativa", che effettivamente caratterizza il reato di riduzione in schiavitù (anche ai sensi di quanto disposto dall'articolo 1, lettere a) e b), della Convenzione supplementare di Ginevra del 7 settembre 1956), depotenzia sensibilmente la portata dell'articolo 601;
la presenza dell'espressione "soggezione continuativa" sulla vittima oltre ad essere difficilmente dimostrabile è prescindibile ai fini della caratterizzazione della vittima di tratta destinata, ad esempio, al traffico di organi,
impegna il Governo:
1) a rafforzare il framework istituzionale relativo alla lotta alla tratta, al fine di aumentare il coordinamento e assicurare un coinvolgimento più efficace e concreto di tutti gli organi e le autorità pubbliche che rivestono un ruolo nella lotta e prevenzione della tratta di esseri umani;
2) a concentrare l'attenzione sul contrasto della tratta legata allo sfruttamento lavorativo delle vittime, coinvolgendo a tal fine i principali sindacati nazionali e la loro capillare distribuzione sul territorio;
3) a potenziare la struttura del Dipartimento per le pari opportunità, dal punto di vista delle risorse sia umane che finanziarie, qualora continuasse ad essere l'organo destinato a coordinare e dirigere la lotta contro la tratta in Italia, così che possa concretamente provvedere all'ampia gamma di "compiti" connessi alla lotta contro la tratta, ma anche alle altre funzioni attribuite in generale al Dipartimento;
4) a realizzare un'efficace campagna informativa destinata a sensibilizzare l'opinione pubblica riguardo al fenomeno della tratta, nonché a far maturare consapevolezza nelle vittime circa la i loro diritti, prerogative e garanzie offerte dallo Stato;
5) ad attivarsi al fine di modificare l'articolo 601 del codice penale al fine di introdurre una chiara fattispecie di reato concernente la tratta, connessa ma qualitativamente distinta dalla riduzione in schiavitù. La nuova formulazione dovrà prioritariamente intendere la tratta di persone quale grave violazione dei diritti umani, prescindendo, inoltre, la limitante previsione della "soggezione continuativa" sancita dall'articolo 600 del codice penale;
6) ad attivare il piano nazionale antitratta che preveda in particolare:
a) la creazione di un organo interistituzionale di coordinamento che coinvolga in maniera sistemica organismi della società civile e, più specificatamente, migliori, rafforzandolo, il coordinamento tra la pubblica amministrazione e le organizzazioni non governative coinvolte nel contrasto al traffico di esseri umani;
b) lo sviluppo di linee guida nazionali, facenti riferimento all'expertise già esistente a livello regionale e locale, per l'identificazione delle vittime di tratta, con specifico riferimento alle categorie particolarmente vulnerabili, quali minori non accompagnati, per la creazione di canali di riferimento mediante i quali le vittime possano facilmente e con certezza trovare assistenza;
c) la crescente professionalizzazione degli organismi deputati a livello nazionale a contrastare il fenomeno del traffico di esseri umani e ad assicurare la protezione e l'inserimento nella società civile delle vittime;
7) a realizzare un efficiente e sistematico meccanismo di raccolta dei dati relativi al fenomeno della tratta, imperniato sulla creazione e gestione di una banca dati centralizzata, in grado di effettuare elaborazioni in tempo reale che consentano un'efficace analisi della tratta e degli interventi di risposta nelle loro molteplici sfaccettature, strumento indispensabile per un'efficace politica di contrasto della tratta degli esseri umani.
(1-00391)
Interrogazioni con richiesta di risposta scritta
MORONESE, SANTANGELO, TAVERNA, SERRA, SCIBONA, PUGLIA, PETROCELLI, PAGLINI, MORRA, MONTEVECCHI, MARTON, MARTELLI, MANGILI, LUCIDI, LEZZI, GIROTTO, GAETTI, FATTORI, DONNO, CIAMPOLILLO, BULGARELLI, BUCCARELLA, BLUNDO, BERTOROTTA, CASTALDI, GIARRUSSO - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e della giustizia - Premesso che:
l'art. 8 del decreto del Presidente della Repubblica n. 571 del 1982 stabilisce che nei casi di sequestro di veicoli a motore e di natanti il pubblico ufficiale che ha proceduto al sequestro, se riconosce che non è possibile o non conviene custodire il veicolo a motore o il natante in locali propri dell'autorità procedente, può disporre che la custodia avvenga presso soggetti pubblici o privati individuati dai prefetti e dai comandanti di porto capi di circondario qualora si tratti di natanti, ovvero può disporre che la stessa avvenga in luogo diverso nominando il custode ed informando il capo dell'ufficio ovvero il dipendente preposto al servizio;
ai sensi dell'art. 11, "Le spese di custodia delle cose sequestrate sono anticipate dall'amministrazione cui appartiene il pubblico ufficiale che ha eseguito il sequestro";
l'art. 16 stabilisce che se sono decorsi 6 mesi dal provvedimento che dispone la restituzione delle cose sequestrate e il soggetto a favore del quale è stata ordinata la restituzione non provvede a ritirarle, i soggetti preposti ne informano l'autorità che ha disposto la restituzione, la quale ordina la vendita delle cose stesse;
considerato che:
la Corte di cassazione si è precedentemente espressa con sentenza n. 414 del 27 gennaio 2000 affermando che i motoveicoli ed autoveicoli sottoposti a sequestro giudiziario o amministrativo e pertanto affidati ad un custode non possono rientrare concettualmente nella nozione di rifiuto cosi come definita dall'articolo 6 primo comma, lettera A del decreto legislativo n. 22 del 1997. Ed invero tali beni sono vincolati in maniera reale alla disponibilità dell'autorità giudiziaria o amministrativa e non possono essere oggetto di alcuna attività da parte dei custodi, diretta alla loro dispersione o distruzione. Ne consegue che le aree in cui sono conservati gli autoveicoli ed i motoveicoli oggetto di sequestro non possono essere inquadrate nel novero delle discariche abusive di rifiuti (sez. III, 27 gennaio 2000, n. 414, pubblico ministero/Cavagnoli);
ai fini della configurabilità di una discarica abusiva, nel caso di deposito di veicoli, non è sufficiente lo stato di inservibilità irreversibile, dovuto ai tempi di giacenza, dei mezzi stessi e relative parti, ma vi devono essere modalità di deposito tali da dar luogo ad infiltrazioni di oli o altri liquidi nel suolo o ad altre forme di inquinamento ambientale, con esclusione del generico deflusso delle acque di "dilavamento" (Corte di cassazione penale, sez. III, 9 maggio 2002, n. 16249);
considerato altresì che:
ai sensi dell'art. 3, comma 1, lett. b), del decreto legislativo n. 209 del 2003, recante "Attuazione della direttiva 2000/53/CE relativa ai veicoli fuori uso", è classificato "veicolo fuori uso" "un veicolo di cui alla lettera a) a fine vita che costituisce un rifiuto ai sensi dell'articolo 6 del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, e successive modifiche";
il successivo comma 2 precisa che un veicolo è classificato fuori uso "a) con la consegna ad un centro di raccolta, effettuata dal detentore direttamente o tramite soggetto autorizzato; b) nei casi previsti dalla vigente disciplina in materia di veicoli a motore rinvenuti da organi pubblici e non reclamati; c) a seguito di specifico provvedimento dell'autorità amministrativa o giudiziaria; d) in ogni altro caso in cui il veicolo, ancorché giacente in area privata, risulta in evidente stato di abbandono";
il comma 14 dell'art. 5 prevede che i veicoli a motore rinvenuti da organi pubblici o non reclamati dai proprietari e quelli acquisiti per occupazione, ai sensi degli articoli 927, 929 e 923 del codice civile, siano conferiti nei centri di raccolta con le modalità stabilite con il decreto ministeriale 22 ottobre 1999, n. 460;
deve essere infatti, considerato veicolo fuori uso sia il veicolo di cui il proprietario si disfi o abbia l'obbligo di disfarsi, sia quello destinato alla demolizione, ufficialmente privato delle targhe di immatricolazione, anche prima della materiale consegna ad un centro di raccolta, nonché quello che risulti in evidente stato di abbandono, anche se giacente su area privata (Cassazione penale, sez. III, 8 giugno 2009, n. 23701);
considerato inoltre che a quanto risulta agli interroganti:
rientra nella prassi che migliaia di veicoli sequestrati nel corso degli anni dalle polizie municipali o altre forze dell'ordine, o in stato di abbandono, anziché essere conferiti temporaneamente presso i depositi e centri di raccolta siano stati accatastati e abbandonati nei depositi giudiziari;
le isole o piattaforme che accolgono i veicoli sequestrati, molto spesso non risulterebbero adempienti a tutti gli obblighi di legge per ridurre l'impatto ambientale dei veicoli fuori uso;
a seguito di una ricognizione visiva e fotografica su alcuni depositi in Campania, nella provincia di Caserta, in particolare sui depositi di Capua, Santa Maria Capua Vetere e Caserta nord, risulta agli interroganti che la maggior parte delle volte i veicoli sono depositati su terreno non impermeabilizzato o addirittura sul terrapieno, senza essere provvisti di vasche di contenimento delle acque reflue e di liquidi che potrebbero fuoriuscire dalle carcasse, o formarsi a seguito di eventi meteorici che accelerino processi di ossidazione sulle parti metalliche dei veicoli dismessi, producendo quindi un riversamento sui terreni di sostanze nocive quali idrossidi, ossidi ed acidi;
in Campania la situazione depositi giudiziari risulta preoccupante in quanto risulterebbero stracolmi di auto e motoveicoli sequestrati da anni dalle prefetture delle diverse province campane;
la questione dei veicoli dismessi, abbandonati o sottoposti a sequestro si presenta alquanto problematica, in quanto nella maggior parte dei casi sia nei centri di raccolta sia nei depositi giudiziari non si tiene conto delle più basilari regole per prevenire e contenere gravi forme di inquinamento;
considerato infine che visto l'evidente danno economico per i cittadini che devono sobbarcarsi le spese di custodia dei veicoli nonché e soprattutto il danno ambientale e alla salute che tali depositi producono, a giudizio degli interroganti sarebbe opportuno intervenire al fine di scongiurare ulteriori situazioni di pericolo ambientale e di rischio per la salute, entrambi connessi alla cattiva gestione amministrativa,
si chiede di sapere:
quali iniziative il Governo intenda assumere al fine di garantire un adeguato monitoraggio della situazione;
se ritenga opportuno sollecitare le autorità preposte al fine di invitarle ad avviare tempestivamente le procedure di dismissione dei veicoli una volta trascorso inutilmente il termine per chiederne la restituzione nonché un trattamento di filiera, aumentando il tasso di reimpiego e di recupero, così come richiesto più volte dall'Unione europea;
se ritenga di dover intervenire con urgenza avviando una verifica del rispetto di tutte le norme ambientali e sulla sicurezza nella gestione dei depositi, relativamente anche alle misure antincendio;
se ritenga utile provvedere ad una mappatura aggiornata a livello nazionale dei depositi, avvalendosi anche delle segnalazioni dei cittadini e delle associazioni sui territori che potrebbero contribuire in tal senso ad accelerare e migliorare l'operazione di censimento delle problematiche utilizzando strumenti web, informatici e digitali.
(4-03699)
SIMEONI, ORELLANA, CASALETTO, MUSSINI, DE PIETRO, BIGNAMI, CAMPANELLA, BOCCHINO, DE PIN, GAMBARO, PEPE, BENCINI, Maurizio ROMANI, MASTRANGELI - Al Ministro della salute - Premesso che:
con la definizione "ricerca indipendente" si identifica la ricerca scientifica, in qualsiasi campo incluso quello medico e farmacologico, che non sia sponsorizzata e quindi finanziata da un soggetto portatore di un interesse economico sul fine della ricerca stessa;
generalmente per quelle patologie che coinvolgono la parte statisticamente più significativa dell'intera popolazione di uno Stato, vi è un interesse di ricerca molto alto, derivante anche da un ritorno economico in relazione ai consumatori finali della soluzione, a chi userà i risultati di una ricerca in siffatti campi; quando si parla invece di patologie rare o di cure "alternative" a quelle farmaceutiche non sempre i finanziatori privati possono decidere di affrontare un investimento ad alto "rischio", ciò perché non vi è la certezza che il risultato della ricerca possa poi produrre una soluzione che rappresenti anche fonte di guadagno e molto spesso perché la fascia di mercato su sui potrebbe essere utilizzata è troppo ristretta;
è facile quindi dedurre quanto la ricerca indipendente sia importante nell'equilibrio di un sistema, come quello dello Stato italiano, in cui l'interesse privato d'impresa e l'interesse pubblico, inteso come tutela della salute pubblica ed accesso universale alle cure, coesistono e convivono e quest'ultimo è espressamente garantito dalla Costituzione all'articolo 32;
come già evidenziato in un precedente atto di sindacato ispettivo (4-02379), rimasto senza risposta, il Ministero della salute controlla l'agenzia statale AIFA, deputata a gestire i fondi riservati alla ricerca indipendente ed a quella comparativa tra farmaci;
considerato che:
come riportato sul sito dell'AIFA alla voce "Ricerca Indipendente" si legge che "La ricerca è finanziata dal contributo pari al 5 per cento delle spese promozionali, versato dalle Aziende farmaceutiche come previsto dalla legge istitutiva dell'AIFA (legge 326/2003). Il fondo così costituito viene destinato alla realizzazione di ricerche sull'uso dei farmaci e in particolare di sperimentazioni cliniche comparative tra medicinali, tese a dimostrarne il valore terapeutico aggiunto, nonché a sperimentazioni su farmaci orfani e malattie rare (...) In questi quattro anni (2005, 2006, 2007 e 2008) le tematiche oggetto dei bandi di ricerca sono riconducibili ai seguenti argomenti: studi su farmaci orfani e malattie rare (non prevista per il bando 2008); confronto tra strategie terapeutiche per problemi ad elevato impatto per la salute pubblica e per il SSN; studi sulla sicurezza dei farmaci e studi di valutazione di interventi di formazione e informazione con impatto sull'appropriatezza d'uso";
da quanto apprendono gli interroganti a mezzo stampa, dall'articolo di Chiara Daino del 9 marzo 2015 pubblicato su "il Fatto Quotidiano", la situazione di finanziamento attuale della ricerca indipendente si trova in una situazione di impasse; infatti si legge che a lanciare l'allarme è il gruppo oncologico italiano di ricerca clinica (Goirc), nato nel 1980 e formato dalle oncologie di 30 ospedali, la cooperativa di studi indipendenti più antica d'Italia. "La nostra ricerca rischia di scomparire - denuncia Rodolfo Passalacqua, presidente Goirc e direttore del reparto di oncologia dell'ospedale di Cremona -. Servono misure urgenti e finanziamenti pubblici. Fino al 2009 potevamo contare sui bandi dell'Aifa, adesso non ci sono più neanche quelli";
lo stesso sito web dell'AIFA si limita a parlare dei 4 anni di esperienza in ricerca indipendente partendo dal 2005 (anno di istituzione del fondo stesso); vi è solo una precisazione riguardo al bando per i fondi dell'anno 2012 ottenuti facendovi confluire i fondi degli anni 2010 e 2011 non spesi. Nonostante quindi per il 2012 la disponibilità del fondo vi sia, si legge dallo stesso articolo di stampa che questo risulta non accessibile, perché nel 2010 la commissione ricerca e sviluppo, che aveva il compito di selezionare i progetti di ricerca, non è stata più rinominata e così vi è stato un blocco nell'assegnazione dei fondi; l'AIFA interpellata dalla testata giornalistica ha assicurato che l'erogazione dei fondi per la ricerca indipendente non è stata bloccata, è in corso l'individuazione di esperti internazionali che andranno a comporre la seconda commissione in "study session";
considerato inoltre che:
l'associazione senza scopo di lucro "AIT Onlus" (Associazione italiana tinnitus acufene) rappresenta i portatori di acufene italiani: un disturbo raro che colpisce una porzione piccola di popolazione italiana non udente. A causa di fischi, ronzii, fruscii o altri rumori che si percepiscono in modo persistente in uno o entrambi gli orecchi, i soggetti affetti vanno incontro a depressione, perché si instaura uno stato invalidante dal punto di vista dell'assetto psicologico ed emozionale dell'individuo;
dalle informazioni messe a disposizione dalla stessa associazione si apprezzano collaborazioni con alcuni ricercatori e professori italiani, e nel corso del 2012 sono state presentate diverse interrogazioni parlamentari in merito alla promozione di attività di ricerca su questo disturbo; il Ministro pro tempore Balduzzi rassicurava circa la volontà dello Stato di finanziare progetti di ricerca in merito a questa patologia. In particolare nella risposta scritta fornita il 28 agosto 2012, pubblicata nel fascicolo 178, si legge: "Se in Italia, quindi, sono presenti ricercatori interessati ad approfondire le tematiche e le implicazioni legate all'acufene, essi possono presentare, al momento della pubblicazione del bando di ricerca finalizzata, idonei progetti finalizzati: e tali progetti, qualora ottengano un adeguato punteggio dal sistema di valutazione previsto dal bando e dimostrino di avere ricadute non trascurabili sul Sistema sanitario nazionale, saranno sicuramente finanziati";
stando alle attività finanziabili con il suddetto fondo per la ricerca indipendente, come specificato dalla stessa AIFA, rientrano tra queste anche "studi su farmaci orfani e malattie rare", pertanto la patologia rara del tinnitus - acufene (già riconosciuta dal Servizio sanitario nazionale) avrebbe potuto beneficiare dell'attribuzione di fondi di ricerca che non sono mai stati assegnati per motivi non ancora chiari;
il processo di selezione dei progetti di ricerca consta di 2 fasi: nella prima una commissione ricerca e sviluppo valuta le lettere d'intenti dei vari gruppi di ricerca, nella seconda invece un gruppo di esperti (stranieri ed italiani) è chiamato ad esprimere un punteggio di merito sui progetti di ricerca, redatti in inglese, ricollegabili alle lettere d'intenti che hanno passato la prima selezione. Tenendo conto che la prima fase di selezione è quella più importante, poiché propedeutica alla valutazione successiva in "study session" del progetto di ricerca con esperti internazionali, per l'accesso ai finanziamenti, si ritiene inefficace la firma da parte dei membri della commissione ricerca e sviluppo di un documento di spontanea dichiarazione di conflitto d'interessi, se nello stesso è poi previsto che il presidente della commissione può non ritenere valido il conflitto di interessi attribuitosi spontaneamente da uno di questi;
ciò nell'ottimistico caso in cui un membro della commissione in coscienza ritenga di dichiarare tutti i suoi conflitti di interessi,
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti;
se sia a conoscenza delle reali motivazioni che ostano, presso l'AIFA, all'assegnazione dei fondi per la ricerca indipendente a partire dall'anno 2010;
quali siano le lettere d'intenti attualmente depositate per possibili progetti da finanziare, suddivise per tipologie di attività di ricerca proposte tra cui anche quelle relative alle malattie rare;
quali azioni di propria competenza intenda intraprendere per evitare la nomina presso l'AIFA di persone con conflitti di interessi, della stessa tipologia di quelli indicati nelle linee guida del documento in autodichiarazione reso dagli stessi membri della commissione di AIFA;
quali azioni intenda intraprendere per accelerare la procedura di assegnazione dei fondi per la ricerca indipendente ad AIFA, anche nell'ottica di una maggiore trasparenza gestionale.
(4-03700)
STUCCHI - Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dello sviluppo economico - Premesso che:
il gruppo "MercatoneUno" si occupa da oltre 30 anni della vendita di articoli di arredamento e di prodotti per la casa, con punti vendita in tutto il Paese;
il 19 gennaio 2015 l'azienda ha presentato un "concordato in bianco" e ha tempo 60 giorni, prorogabili a 120, per presentare un piano industriale;
si prospetta purtroppo un futuro incerto per i circa 1.300 lavoratori dei 34 negozi di Mercatonebusiness, 30 di questi impiegati presso lo store di Verdello (Bergamo);
l'azienda ha inoltre comunicato che inizierà a fine marzo un'operazione di "svendita speciale" che terminerà a fine aprile, con la chiusura di alcuni punti vendita, tra i quali anche quello di Verdello;
la provincia di Bergamo è stata duramente colpita dalla grave crisi economico-finanziaria che non cessa di mietere vittime, travolgendo numerose realtà e comportando la perdita del posto di lavoro per migliaia di soggetti,
si chiede di sapere:
se i Ministri in indirizzo intendano convocare con urgenza un tavolo istituzionale con la proprietà del gruppo MercatoneUno e i rappresentanti dei lavoratori, al fine di valutare ogni utile soluzione che permetta ai dipendenti interessati di ottenere garanzie circa il loro futuro occupazionale, attivando nel contempo tutti gli strumenti previsti per la concessione degli ammortizzatori sociali;
quali iniziative intendano intraprendere affinché la proprietà fornisca elementi utili per una corretta valutazione del proseguimento dell'attività in tutti i suoi punti vendita, compreso quello di Verdello;
quali iniziative intendano promuovere, per fare fronte alla crisi industriale e produttiva che da diversi anni investe pesantemente centinaia di migliaia di lavoratori in Italia.
(4-03701)
RICCHIUTI - Al Ministro della giustizia - Premesso che:
la lotta alle mafie è compito di tutti e richiede una coscienza civile diffusa, affinché il lavoro della magistratura e delle forze dell'ordine non sia svolto in solitudine;
la distrazione della politica, l'inedia e la disattenzione dell'opinione pubblica creano un clima favorevole all'infiltrazione mafiosa nella società;
una vera trincea contro le mafie è dunque costituita, in primo luogo, da una comunità animata da curiosità intellettuale, dalla voglia di sapere, di scoprire, di vivere libera, senza condizionamenti, nella legalità e nel rispetto del prossimo, lontana dal malaffare e dalla violenza;
perché questo accada è quindi essenziale il ruolo di informazione svolto dalla libera stampa che, non a caso, ha visto colpire protagonisti efficaci del giornalismo d'inchiesta come Mauro De Mauro, Giuseppe Fava, Giancarlo Siani e Mauro Rostagno e molti altri;
Peppino Impastato, del resto, diceva sempre che la mafia uccide, ma il silenzio anche;
sono particolarmente preoccupanti i recenti casi di indagini e processi a carico di giornalisti, rei soltanto di aver svolto il loro dovere d'informare. Si fa riferimento, in particolare, ai casi di Mantova e di Cosenza. Nel primo caso, i cronisti della "Gazzetta di Mantova" Rossella Canadè, Igor Cipollina, Gabriele De Stefani nonché il direttore Paolo Boldrini sono stati indagati per pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale per avere, in ipotesi, reso noti contenuti di atti relativi all'inchiesta Pesce, un pericoloso clan di 'ndrangheta;
nel secondo caso, il giornalista Agostino Pantano di "Calabria Ora" (testata che ha ora cessato le pubblicazioni) è accusato nientemeno che di ricettazione, per avere pubblicato notizie relative allo scioglimento del Comune di Taurianova (Reggio Calabria), disposto ai sensi dell'art. 143 del testo unico sugli enti locali, di cui al decreto legislativo n. 267 del 2000;
a quest'ultimo proposito, a personale avviso dell'interrogante, l'accusa parrebbe assai precaria, dal momento che il delitto da cui proverebbe la cosa oggetto della ricettazione, vale a dire la rilevazione di segreti d'ufficio, dovrebbe presupporre una segretezza stabilita per legge o da altra fonte idonea a integrarla;
la segretezza delle relazioni prefettizie prodromiche allo scioglimento dei Comuni è del tutto priva di agganci legislativi, posto che la proposta ministeriale di scioglimento e il relativo decreto del Presidente della Repubblica (che generalmente ne recepiscono il contenuto) sono pubblicati in Gazzetta Ufficiale e tanto più che il comma 11 del medesimo art. 143 prevede che il sindaco del Comune sciolto sia incandidabile, ciò che quindi deve essere reso noto alla comunità degli elettori dell'ente locale;
in definitiva, l'avvio di queste due inchieste sembra davvero frutto, a giudizio dell'interrogante, di un eccesso di zelo da parte degli uffici giudiziari, che potrebbe oggettivamente fare il gioco di chi vorrebbe una stampa meno libera,
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza di quanto illustrato;
se disponga di dati sulle indagini a carico di giornalisti per attività di cronaca su processi di mafia e sui relativi esiti.
(4-03702)
PICCOLI, AMIDEI - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare -
(4-03703)
(Già 3-01761)
CENTINAIO - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che:
con l'entrata in vigore, ormai a regime, del riordino degli ordinamenti della scuola secondaria di secondo grado, previsto dai decreti del Presidente della Repubblica n. 87, n. 88 e n. 89 del 2010, si rende necessario disciplinare l'attribuzione degli insegnamenti attuali a classi di concorso;
gli insegnamenti di "geografia" presso gli attuali bienni degli istituti tecnici (AFM e Turismo) derivano per confluenza, ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica n. 88 del 2010, dai precedenti insegnamenti di geografia economica e geografia turistica, previsti nei trienni degli istituti tecnici ante riordino e affidati in via esclusiva alla classe di concorso 39/A ex decreto ministeriale n. 39 del 1998;
nelle more dell'emanazione di un provvedimento di rango regolamentare, l'unico atto a disciplinare l'attribuzione degli insegnamenti a classi di concorso, entrambi gli insegnamenti di "geografia" (sia presso l'indirizzo AFM che presso l'indirizzo Turismo di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 88 del 2010) sono stati dichiarati "atipici" e la condizione di atipicità ne consente l'affidamento a più classi di concorso, in particolare 39/A e 60/A;
l'assegnazione di insegnamenti in forma atipica è finalizzata alla salvaguardia della titolarità del personale docente in servizio e alla minimizzazione delle situazioni di esubero a livello provinciale, mentre prescinde dal profilo culturale specifico degli insegnamenti e soprattutto dal profilo in uscita dello studente a cui questi concorrono;
nel caso specifico degli insegnamenti di Geografia, l'assegnazione atipica prescinde anche dal disegno delle confluenze dal vecchio al nuovo ordinamento, e soprattutto dal possesso di titoli di accesso e requisiti curricolari previsti dal vigente decreto ministeriale n. 39 del 1998 per accedere all'insegnamento, che sono assai diversi per la classe di concorso 39/A e per la classe di concorso 60/A;
inoltre, l'attribuzione atipica di insegnamenti è avvenuta finora attraverso circolari e note, non dotate di efficacia regolamentare, come più volte censurato dal TAR Lazio (sentenze della III sez. bis n. 6212 dell'11 giugno 2014; n. 7070 del 16 luglio 2013; n. 1305 del 3 febbraio 2014; n. 4254 del 17 marzo 2015);
a tale situazione è andata soggetta anche l'ora di potenziamento di geografia generale ed economica prevista dal decreto-legge n. 104 del 2013, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 128 del 2013. In questo caso, la norma ha previsto l'assegnazione dell'insegnamento a ben 3 classi di concorso (39/A, 50/A, 60/A) con la finalità della salvaguardia della sola titolarità di sede del personale;
con nota n. 6753 del 27 febbraio 2015, relativa ai criteri di formulazione degli organici, il MIUR ha riproposto, per il quinto anno consecutivo, l'attribuzione degli insegnamenti di "geografia" e di "geografia generale ed economica" nella forma atipica che avevano negli anni passati;
ciò ha già prodotto, e continua a produrre: a) lo scollamento fra l'attribuzione degli insegnamenti e i profili dei docenti a cui questi sono stati affidati (infatti assai diversi sono i profili curricolari delle classi di concorso citate); b) lo scollamento fra i profili degli insegnamenti e le competenze, definite nel profilo dello studente, a cui questi concorrono; c) soprattutto, uno stravolgimento (e la situazione permane da tempo) delle dotazioni organiche provinciali, che, con un meccanismo di "causazione circolare cumulativa", ha attribuito più posti in organico alle classi di concorso più numerose e quindi anche più soggette ad esubero: detto meccanismo impedisce infatti nel tempo la convergenza delle dotazioni organiche verso la reale necessità di personale per ciascuna classe di concorso;
nei passati anni scolastici, lo stesso Ministero ha avuto contezza degli squilibri conseguenti e, pur non modificando il meccanismo dell'atipicità, è intervenuto specificamente sull'attribuzione dell'insegnamento di geografia con la nota n. 679 del 5 maggio 2012, in cui "si precisa che le ore di geografia in questione devono essere assegnate prioritariamente ai titolari della 39/A e, solo in fase residuale, al fine di evitare la creazione di situazioni di esubero, ai titolari della 60/A", con la seguente motivazione: "l'insegnamento di geografia nel pregresso ordinamento riferito agli indirizzi confluiti in quelli sopra riportati, era ricondotto esclusivamente alla classe di concorso 39/A";
riguardo alla formazione degli organici per l'anno scolastico 2015/2016, la citata nota n. 6753 del 27 febbraio 2015 non reca alcuna menzione in merito alla specificità dell'insegnamento, come aveva fatto la nota n. 679 del 5 maggio 2012 e i successivi richiami a questa; essa demanda invece la scelta della classe di concorso a cui attribuire l'insegnamento, in assenza di situazioni da salvaguardare, alla scelta del dirigente scolastico, sentito il collegio dei docenti;
si profila per l'anno scolastico 2015/2016 il concreto rischio che il meccanismo generato dall'attribuzione atipica, lasciato agire senza alcuna forma di controllo e riequilibrio, alimenti la sproporzione fra dotazioni organiche delle diverse classi di concorso (chi è più numeroso "prende tutto", salvo poi dare vita a ulteriori situazioni di esubero, che richiedono salvaguardia, e così via), produca il caos nella formulazione degli organici e costituisca una evidente violazione del diritto alla mobilità dei titolari e del diritto all'immissione in ruolo del personale avente titolo nelle classi di concorso meno numerose;
per di più, viene affidata ai dirigenti scolastici e ai collegi dei docenti la responsabilità della scelta della classe di concorso a cui attribuire un insegnamento in assenza di situazioni da salvaguardare, attribuendo a questi organismi un onere che non hanno né possono assumersi nel vigente ordinamento, in cui la specificità degli insegnamenti e la loro attribuzione non è di pertinenza delle autonomie scolastiche ma esclusivamente del Ministero, che ne dispone per decreto a livello nazionale;
l'eventuale entrata in vigore delle disposizioni in merito all'"organico dell'autonomia" (capo III, art. 6, del disegno di legge del Governo noto come "La buona scuola") rischia di alimentare ulteriormente il caos, in una situazione già delicata allo stato attuale,
si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo non intenda impartire, con la massima urgenza e a livello nazionale, in forma univoca, specifiche norme a tutela della salvaguardia degli insegnamenti di "geografia" e "geografia generale ed economica", che ne deliberino l'attribuzione in via esclusiva alla classe di concorso 39/A, al fine di salvaguardare la qualità dell'insegnamento e il diritto degli studenti ad un apprendimento coerente con il profilo in uscita dell'indirizzo da questi scelto.
(4-03704)
CRIMI, SCIBONA, BOTTICI, ENDRIZZI, LUCIDI, AIROLA, PAGLINI, FATTORI, CIOFFI, CIAMPOLILLO, FUCKSIA, CAPPELLETTI, MORRA, CASTALDI, MORONESE, BERTOROTTA, PUGLIA, SERRA - Al Ministro dell'interno - Premesso che:
in data 23 marzo 2015 si svolgeva a Brescia, nei pressi di piazza della Loggia, una manifestazione indetta da alcuni cittadini immigrati e diversi rappresentanti di associazioni locali attive nell'ambito dell'accoglienza e dell'integrazione sociale;
nei giorni immediatamente precedenti, erano state messe in atto iniziative di sensibilizzazione dell'opinione pubblica, fra cui un presidio permanente allestito in data 21 marzo, in merito al ritardo maturato nel rilascio dei permessi di soggiorno, nonché all'eccessivo numero di dinieghi rivolti alle richieste di accesso alla "sanatoria immigrazione 2012";
a tal proposito, intervenendo alla tavola rotonda in materia di "Richiedenti e titolari di protezione internazionale: prospettive del sistema d'asilo in Italia tra emergenza e programmazione", tenutasi a Brescia in data 13 febbraio 2015, Mario Morcone, capo del Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione del Ministero dell'interno, ha dichiarato: «Mi lascia molto perplesso il fatto che a Brescia siano state accettate solo il 20% delle domande di emersione fatte dagli immigrati contro una media nazionale del 75-80 percento (…). Io capisco che ci saranno stati casi di illegalità e furbizie, che vanno perseguiti, ma una sproporzione del genere rispetto al contesto nazionale lascia davvero sconcertati», come si legge sul "Corriere della Sera", edizione di Brescia, lo stesso giorno;
in occasione della manifestazione tenutasi in data 23 marzo 2015 alcuni manifestanti sono stati fermati dalle forze dell'ordine, le quali hanno impedito loro l'accesso a piazza della Loggia, sequestrando il mezzo che li accompagnava e intimando loro di disperdersi e sciogliere l'adunanza;
da fonti giornalistiche, quali articoli e riprese filmate disponibili nella rete internet, si evince con chiarezza l'assenza da parte dei dimostranti di tentativi di resistenza ai pubblici ufficiali, o di forzatura del blocco imposto dalle forze dell'ordine; nessun atto di violenza appare perpetrato dai manifestanti e pare che l'unica opposizione messa in atto sia stata rivolta al sequestro del mezzo con il quale i manifestanti medesimi tentavano di entrare nella piazza;
da fonti filmate facilmente reperibili in internet si osserva come il funzionario responsabile dell'ordine pubblico, che la stampa avrebbe identificato nel dottor Farinacci, funzionario di polizia con la responsabilità della "piazza", si rivolgeva mediante un megafono ai pochi manifestanti presenti, comunicando loro l'avvenuto sequestro del mezzo in appoggio all'iniziativa e ribadendo, in maniera quasi automatica ed ossessiva, l'espressione "In nome della legge disperdetevi. In nome della legge disperdetevi. In nome della legge disperdetevi", ed infine ordinava agli agenti sotto il suo comando di caricare i manifestanti, scagliandosi contro i primi individui che si trovava dinnanzi e adoperando su di loro il manganello. Dalle immagini il funzionario appare essere stato l'unico ad aver agito con tale violenza, la quale, a parere degli interroganti, è risultata del tutto ingiustificata e gratuita;
considerato che:
non risulta agli interroganti che in tale occasione le forze dell'ordine in servizio abbiano promosso tentativi di dispersione dei manifestanti per mezzo di scudi quali elementi di pressione;
il compito delle forze dell'ordine dovrebbe essere quello di garantire la sicurezza pubblica ed appunto l'ordine pubblico, adoperando la civile persuasione prima ancora della repressione forzata e della violenza;
con l'iniziativa individuale, il dottor Farinacci ha provocato azioni sfociate poi in atti di violenza che hanno minato la sicurezza dei cittadini;
già nel 2010 si era verificato un caso analogo di violenza gratuita ed evitabile da parte di esponenti delle forze dell'ordine, con dinamiche pressoché uguali. La circostanza è stata una manifestazione promossa in sostegno ai 6 cittadini stranieri che avevano occupato la gru allocata in piazzale Cesare Battisti, in via San Faustino, a Brescia, per protestare contro l'eccessiva burocrazia che già all'epoca opprimeva il riconoscimento della cittadinanza e dei permessi di soggiorno; in quel caso il responsabile delle cariche immotivate venne individuato nella persona dell'attuale vice questore Emanuele Ricifari;
considerato inoltre che:
il pesante deficit nella gestione dei flussi migratori a Brescia è noto da diversi anni, e già nel 2010, al fine di portare alla ribalta la problematica, si era arrivati alla "manifestazione della gru";
sino ad oggi le manifestazioni organizzate a Brescia si sono sempre svolte in maniera pacifica e non risulta nessun episodio di violenza volontaria mai perpetrato dai manifestanti;
da anni si denuncia la carenza di organico degli uffici preposti al controllo e alla gestione dei flussi migratori, nonché la cronica mancanza di risorse che li affligge;
i firmatari del presente atto di sindacato ispettivo hanno promosso numerosi interventi volti a proporre ed adottare soluzioni permanenti al fine di rendere gli uffici di Brescia idonei al carico di lavoro che è loro riservato,
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti;
quali siano le regole di ingaggio standard per gli operatori dell'ordine pubblico impiegati in questa tipologia di eventi e quali gli ordini impartiti, dalle autorità competenti, al funzionario incaricato dell'ordine pubblico;
se ritenga opportuno che nell'ambito delle regole di ingaggio del personale delle forze dell'ordine rientri la dispersione, mediante uso della violenza, di un gruppo di manifestanti pacifici, sebbene la manifestazione da essi indetta non fosse stata preventivamente comunicata e permessa;
se e quali provvedimenti intenda assumere nei confronti del funzionario citato affinché l'abuso della forza da lui perpetrato non abbia a ripetersi;
quali strumenti e quali provvedimenti intenda adottare affinché possa risolversi definitivamente l'annosa questione legata ai permessi di soggiorno nella città e nella provincia di Brescia, anche in riferimento alla sproporzione esistente fra la percentuale di domande di permessi di soggiorno accettate a Brescia sul totale di quelle presentate (20 per cento) e quella media rilevata sull'intero territorio nazionale (75-80 per cento), definita sconcertante dal capo del Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione del Ministero, dottor Mario Morcone.
(4-03705)
CORSINI - Al Ministro dell'interno - Premesso che:
nel settembre 2014, l'amministrazione comunale di Cazzago San Martino (Brescia), in cambio di una donazione alla scuola dell'infanzia "Liduina Salvatori" da parte di una facoltosa famiglia cazzaghese, famiglia Guarneri, provvedeva ad intitolare un pezzo di via in ricordo di un membro della suddetta famiglia, una cui componente, signora Elena Guarneri, è stata grande benefattrice della richiamata scuola dell'infanzia;
l'amministrazione comunale ha deliberato l'intitolazione della via al nipote della signora, signor Costanzo Guarneri;
Costanzo Guarneri è stato noto attivista del partito nazionale fascista sul territorio bresciano, prendendo anche parte alla marcia su Roma;
nella relazione sulla figura di Costanzo Guarneri, allegata alla delibera di Giunta, non compare alcun riferimento ai suoi trascorsi fascisti;
la sezione provinciale di Brescia dell'Associazione nazionale partigiani d'Italia (ANPI) ha inviato una segnalazione all'amministrazione comunale con richiesta di non procedere all'intitolazione, senza ottenere risultato;
la cerimonia di intitolazione si è difatti svolta in data 28 settembre 2014;
nella segnalazione dell'ANPI è anche riportato come la scuola dell'infanzia sia dedicata a "Liduina Salvatori", staffetta partigiana, e, quindi, come l'intitolazione risulterebbe offensiva nei confronti della scuola dell'infanzia;
a novembre 2014, messi a conoscenza della questione, 5 parlamentari bresciani, on. Miriam Cominelli, sen. Paolo Corsini, on. Guido Galperti, on. Marina Berlinghieri e on. Alfredo Bazoli, hanno sottoscritto un'interrogazione al prefetto di Brescia, chiedendo quali provvedimenti volesse porre in atto per tutelare le ragioni democratiche e costituzionali dei cittadini di Cazzago San Martino;
nonostante la documentazione fornita, secondo la Prefettura la procedura di intitolazione si è svolta regolarmente, "nulla rilevando in merito a presunte illegittimità e/o irregolarità",
si chiede di sapere:
come sia possibile che la Prefettura possa non trovare "irregolarità" e/o "illegittimità" nell'intitolazione di un luogo pubblico a un noto membro del partito fascista;
se il Ministro in indirizzo non ritenga che l'intitolazione di una via comunale ad un esponente fascista non costituisca esaltazione pubblica del fascismo;
quali iniziative intenda assumere al fine di promuovere una revoca immediata della stessa intitolazione.
(4-03706)