Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 416 del 25/03/2015
Azioni disponibili
SENATO DELLA REPUBBLICA
------ XVII LEGISLATURA ------
416a SEDUTA PUBBLICA
RESOCONTO STENOGRAFICO
MERCOLEDÌ 25 MARZO 2015
(Antimeridiana)
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Presidenza della vice presidente LANZILLOTTA,
indi del vice presidente GASPARRI
N.B. Sigle dei Gruppi parlamentari: Area Popolare (NCD-UDC): AP (NCD-UDC); Forza Italia-Il Popolo della Libertà XVII Legislatura: FI-PdL XVII; Grandi Autonomie e Libertà (Grande Sud, Libertà e Autonomia-noi SUD, Movimento per le Autonomie, Nuovo PSI, Popolari per l'Italia): GAL (GS, LA-nS, MpA, NPSI, PpI); Lega Nord e Autonomie: LN-Aut; Movimento 5 Stelle: M5S; Partito Democratico: PD; Per le Autonomie (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE: Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE; Misto: Misto; Misto-Italia Lavori in Corso: Misto-ILC; Misto-Liguria Civica: Misto-LC; Misto-Movimento X: Misto-MovX; Misto-Sinistra Ecologia e Libertà: Misto-SEL.
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RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza della vice presidente LANZILLOTTA
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 9,30).
Si dia lettura del processo verbale.
PETRAGLIA, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del giorno precedente.
Sul processo verbale
MAURO Giovanni (GAL (GS, LA-nS, MpA, NPSI, PpI)). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MAURO Giovanni (GAL (GS, LA-nS, MpA, NPSI, PpI)). Signor Presidente, chiedo la votazione del processo verbale, previa verifica del numero legale.
Verifica del numero legale
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.
(Segue la verifica del numero legale).
Il Senato è in numero legale.
Ripresa della discussione sul processo verbale
PRESIDENTE. Metto ai voti il processo verbale.
È approvato.
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico
PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.
Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 9,34).
Seguito della discussione dei disegni di legge:
(19) GRASSO ed altri. - Disposizioni in materia di corruzione, voto di scambio, falso in bilancio e riciclaggio
(657) LUMIA ed altri. - Disposizioni in materia di contrasto alla criminalità mafiosa: modifiche al codice penale in materia di scambio elettorale politico-mafioso e di autoriciclaggio
(711) DE CRISTOFARO ed altri. - Modifiche al codice civile in materia di falso in bilancio
(810) LUMIA ed altri. - Modifiche al codice penale in materia di trattamento sanzionatorio dei delitti di associazione a delinquere di tipo mafioso, estorsione ed usura
(846) AIROLA ed altri. - Disposizioni per il contrasto al riciclaggio e all'autoriciclaggio
(847) CAPPELLETTI ed altri. - Modifiche al codice penale in materia di concussione, corruzione e abuso d'ufficio
(851) GIARRUSSO ed altri. - Disposizioni in materia di corruzione nel settore privato
(868) BUCCARELLA ed altri. - Disposizioni in materia di falso in bilancio
(Relazione orale) (ore 9,34)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione dei disegni di legge nn. 19, 657, 711, 810, 846, 847, 851 e 868, nel testo unificato proposto dalla Commissione.
Ricordo che nella seduta del 19 marzo il relatore ha svolto la relazione orale.
Comunico che sono state presentate alcune questioni pregiudiziali.
Ha chiesto di intervenire il senatore Caliendo per illustrare la questione pregiudiziale QP1. Ne ha facoltà.
CALIENDO (FI-PdL XVII). Signora Presidente, sono costretto a presentare una questione pregiudiziale di costituzionalità indotto anche dal parere espresso dalla 1a Commissione, che leggerete perché è agli atti. Come sapete, nel corso dell'esame del disegno di legge in questione, il Governo ha presentato due modifiche degli articoli 2621 e 2622 del codice civile. Nell'articolo 2621, come modificato, si recita che gli amministratori e gli altri soggetti indicati «al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto (...) consapevolmente espongono fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società».
Nell'articolo 2622 del codice civile, sempre come modificato, si prevede che i soggetti indicati «al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto (...) consapevolmente espongono fatti materiali non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge». A prescindere dalla diversa formulazione dei due articoli, in quanto nell'articolo 2622 per i fatti non rispondenti al vero non viene indicata la fattispecie di fatti materiali rilevanti, ma solo di fatti materiali (differenza che già assume una rilevanza per l'interprete), nel corso dell'esame in Commissione il Governo e il relatore, a specifica domanda se le parole «fatti materiali rilevanti» fossero da considerare «elementi costitutivi della fattispecie» davano risposta affermativa. Successivamente è pervenuto il parere della 1a Commissione, che chiedeva un approfondimento alla luce dei principi della sentenza della Corte costituzionale n. 247 del 1989 sotto il profilo dell'aderenza dei due emendamenti del Governo ai rilievi avanzati.
Sarebbe sufficiente in questa sede... (Brusio). Signora Presidente, mi rendo conto che probabilmente la maggioranza, grazie alla forza dei suoi numeri, non ritenga opportuno ascoltare perché riesce comunque a votare norme viziate di incostituzionalità che esporranno i cittadini a una situazione di responsabilità penale.
PRESIDENTE. Senatore Caliendo, mi rendo conto, ma, come sa, anche lei tante volte interferisce. È davvero molto complesso. Chiedo ai colleghi una maggior attenzione e di abbassare il volume del chiacchiericcio.
CALIENDO (FI-PdL XVII). Signora Presidente, mi rendo conto che stiamo vivendo in una stagione in cui il Parlamento, anziché discutere e approfondire le questioni, in ragione dei numeri della maggioranza vota qualsiasi cosa. Nell'ipotesi di specie sarebbe sufficiente dire che se si tratta di elementi costitutivi della fattispecie, non è dubbia l'incostituzionalità applicando i principi dalla sentenza della Corte costituzionale richiamata dalla 1a Commissione. Tuttavia, non ritenendo personalmente vincolante per l'Assemblea il parere del Governo, proponente della norma, ritengo sia necessario fare un'attenta valutazione del significato delle espressioni in questione.
Preliminarmente occorre tener conto di quanto affermato dalla Corte costituzionale «Il principio di determinatezza è violato non tanto allorché è lasciato ampio margine alla discrezionalità dell'interprete, bensì quando il legislatore, consapevolmente o meno, si astiene dall'operare la scelta relativa a tutto o a gran parte del tipo di disvalore dell'illecito, rimettendo tale scelta al giudice, che diviene in tal modo libero di scegliere significati tipici».
Le norme in questione, facendo ruotare l'intero o gran parte del disvalore offensivo «dai fatti materiali rilevanti», violano gli articoli 3, primo comma, e 25, secondo comma, della Costituzione. Infatti, non risultando individuato il tipo di illecito, rende il giudice veramente arbitro del lecito e dell'illecito.
Anche a voler sostenere la tesi che l'espressione «fatti materiali rilevanti» delimita la concreta operatività dell'illecito, che sarebbe già individuato dall'elemento psicologico del dolo e dal contenuto offensivo del fatto, questo farebbe sì che pur trovandoci in una situazione diversa le norme sarebbero comunque incostituzionali.
In particolare, afferma la Corte costituzionale che i «fatti materiali rilevanti», se costituiscono «soltanto il filtro selettivo, che non incide sulla dimensione intrinsecamente offensiva del fatto, ma ne connota solo la gravità, contrassegnando il limite a partire dal quale l'intervento punitivo è ritenuto opportuno», devono sottostare al comando della determinatezza per il principio di uguaglianza fissato dall'articolo 3 della Costituzione. Il legislatore, nel processo di formazione della norma, non può non individuare criteri che consentano di attribuire all'espressione un significato «determinato», in modo da evitare disparità di trattamento nella repressione di tali crimini.
Per tale ragione, i vigenti articoli 2621 e 2622 del codice civile contengono soglie di punibilità che hanno superato il vaglio di legittimità da parte della Corte di giustizia europea (CE 3/5/2005) e della Corte costituzionale italiana, con la sentenza n. 161 del 2004, che così afferma: «Le soglie di punibilità contemplate dall'articolo 2621 integrano requisiti essenziali di tipicità del fatto... ma la conclusione non potrebbe essere diversa, qualora - si volessero considerare - condizioni di punibilità. Nell'una o nell'altra prospettiva, si tratta comunque di un elemento che delimita l'area d'intervento della sanzione prevista dalla norma incriminatrice e, non già sottrae determinati fatti all'ambito d'applicazione di altra norma più generale: un elemento, dunque, che esprime una valutazione legislativa in termini di «meritevolezza», ossia di bisogno di pena»; così la Corte costituzionale, nel 2004.
Per tale motivo, signora Presidente, già stiamo vivendo una situazione kafkiana nel valutare questo disegno di legge: soltanto per la questione di affermare il principio che bisognava iniziare in un certo giorno, ci troviamo costretti a valutarlo, nonostante le norme approvate ieri dalla Camera sulla prescrizione incidano su di esso (ne parleremo più avanti, a proposito degli emendamenti). Facciamo dunque cose che non hanno alcuna coerenza, che avrebbe potuto essere garantita soltanto dal Governo, il quale ha la possibilità di calibrare gli interventi a seconda di quello che avviene nelle due Camere.
Che dire? Prendete il fascicolo degli emendamenti della Commissione: il Governo, nel corso dell'esame in quella sede, aveva proposto un testo di modifica dell'articolo 2621 che prevedeva le soglie di punibilità. Mi domando allora cosa sia intervenuto e quali ragioni della maggioranza, segrete e non espresse, abbiano portato ad escludere le soglie di punibilità previste dal Governo, non dall'opposizione.
Analogo discorso - cosa che, badate, è ancor più grave - si può fare per la rilevata omissione, dopo le parole «fatti materiali non rispondenti al vero», dell'indicazione «ancorché oggetto di valutazioni». Vi rendete conto? Ognuno di noi immagini di essere un giudice che deve applicare la norma o un avvocato che deve difendere un cliente: quest'espressione, che è sempre stata inserita, oggi viene omessa.
PRESIDENTE. Dovrebbe concludere, senatore.
CALIENDO (FI-PdL XVII). Sì, signora Presidente, ho concluso.
Ho chiesto al Governo e al relatore perché la suddetta indicazione sia stata omessa: non è più considerato reato, questo? Sul «Corriere della Sera», proprio ieri, era indicato che non è più considerato reato, mentre non è così. Lo stesso relatore e il Governo hanno detto che sarà un compito della giurisprudenza. Vi rendete conto? Una società straniera che viene nel nostro Paese e conosce la nostra legislazione, nel vedere che quelle valutazioni non sono più previste, cosa deve pensare, che quello è ancora previsto come reato oppure no? Nel caso delle valutazioni, sappiamo come tutte le stime possono oscillare da un interprete all'altro.
Infine, l'articolo 444 del codice di procedura penale condiziona l'ammissibilità di una richiesta di patteggiamento alla restituzione del profitto solo per quanto riguarda i reati di corruzione e quelli contro la pubblica amministrazione. Ora, a prescindere dal fatto che a volte manca il profitto, c'è una differenza tra corrotto e corruttore, per cui la condizione di ammissibilità varrebbe solo per il corrotto e non per il corruttore. Ma vi è un aspetto ancora più grave.
PRESIDENTE. La prego di concludere, senatore.
CALIENDO (FI-PdL XVII). La domanda che vi rivolgo è la seguente: vi sembra logico che il ladro, che scippa la povera donna che riscuote la pensione, possa patteggiare senza dover restituire nulla, così come l'estorsore o l'evasore fiscale? Vi sembra corretto tutto questo?
Credo pertanto che queste ragioni debbano portarci a deliberare di non procedere all'esame di questo disegno di legge. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).
PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire il senatore Falanga per illustrare la questione pregiudiziale QP2. Ne ha facoltà.
FALANGA (FI-PdL XVII). Signora Presidente, la questione pregiudiziale che ho presentato muove da due riferimenti normativi di rango costituzionale. Il primo è l'articolo 73 della Costituzione, che, al terzo comma, testualmente recita: «Le leggi sono pubblicate subito dopo la promulgazione ed entrano in vigore il quindicesimo giorno successivo alla loro pubblicazione, salvo che le leggi stesse stabiliscano un termine diverso».
L'altro riferimento è l'articolo 10 delle preleggi, il quale dispone che: «Le leggi e i regolamenti divengono obbligatori nel decimoquinto giorno successivo a quello della loro pubblicazione, salvo che sia altrimenti disposto».
Che cosa è successo in Commissione giustizia? Il Governo ha presentato l'emendamento 7.0.20000 in un momento in cui non era stato ancora pubblicato il decreto legislativo n. 28 del 16 marzo 2015, al quale quell'emendamento del Governo faceva espresso richiamo. Ebbene, quando feci notare in Commissione giustizia che nell'emendamento governativo vi era il riferimento ad un norma che non era stata in quel momento ancora pubblicata, il mite vice ministro Costa, per la verità, ebbe uno sbandamento, al punto che chiese un momento di sospensione dei lavori, e, giunto in Commissione di lì a poco, candidamente ci disse che il decreto richiamato nell'emendamento sarebbe stato pubblicato in quello stesso momento. Ovviamente, non era data a noi la possibilità di leggere il testo del decreto, quindi come avremmo mai potuto presentare subemendamenti all'emendamento del Governo non avendo a disposizione il testo del decreto legislativo?
Ci venne distribuito, in forma cartacea, ma feci notare che la legittimazione a presentare subemendamenti non era soltanto dei componenti della Commissione giustizia, ma di tutti i senatori. Quindi, si rinviò al giorno successivo, momento in cui la pubblicazione, appunto, era avvenuta. Si prospettò anche la possibilità di diffondere il testo sul sito del Senato, trasformando, quindi, il nostro sito in una sorta di Gazzetta Ufficiale. Insomma, gli "arrabbattamenti" più vari e di varia natura, per sopperire e per giustificare un macroscopico errore del Governo nei tempi della presentazione dell'emendamento.
Il senatore D'Ascola, relatore del provvedimento, nei confronti del quale nutro un profondo rispetto e ossequio per le sue conoscenze tecnico-giuridiche (la sua scienza davvero mi mette in una condizione di soggezione), ha fatto un'osservazione che, devo dire, è estremamente suggestiva e, direi anche, forse l'unica che poteva essere fatta. Il senatore D'Ascola sostiene che, mentre l'iter di questo provvedimento giunge a conclusione, con l'esame del Senato, i quindici giorni cosiddetti della vacatio legis saranno superati e, quindi, il vizio sarà sanato.
Indubbiamente ritengo che la soluzione, ovvero l'osservazione, del senatore D'Ascola sia pertinente e corretta. Per onestà intellettuale, da operatore del diritto, devo ammettere che ha ragione il senatore D'Ascola.
Tuttavia oggi non è ancora completato l'iter di questo disegno di legge e io ho il dovere, direi l'obbligo, di presentare la questione pregiudiziale, in quanto in questo momento il decreto legislativo cui fa riferimento l'emendamento del Governo - e, per la verità, preciso che si tratta di un emendamento importante, che va ad incidere sulla non punibilità della fattispecie per la tenuità del caso - non è, ancora oggi, entrato in vigore; io, quindi, ripeto, ho dovuto presentare la questione pregiudiziale.
So che eventualmente il vizio formale nell'iter legislativo della norma potrà anche non essere condiviso dalla Corte costituzionale. Ho qualche perplessità in questo senso, ma la cultura dell'avvocato mi porta comunque a sollevare le questioni, salvo, poi, che chi deve esprimere il giudizio accolga o non accolga la tesi.
Ma c'è dell'altro - e invito il Governo e la maggioranza a riflettere - che però non è oggetto della questione pregiudiziale, perché solo successivamente, nell'approfondimento della questione, ho appreso un altro profilo d'incostituzionalità. In proposito, ricordo la sentenza della Corte costituzionale n. 68 del 2012, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della fattispecie di sequestro di persona a scopo di estorsione, prevista dall'articolo 630, per l'eccessivo rigore del minimo edittale. (Ma questo non interessa al vice ministro Costa, che si trattiene a parlare d'altro, non curandosi di chi in quest'Aula si sforza di dare dei suggerimenti).
Il sistema sanzionatorio deve essere organico. Con questo disegno di legge noi abbiamo posto sullo stesso piano sanzionatorio la corruzione e il peculato, eppure sappiamo che la corruzione e il peculato, da sempre, hanno avuto due profili sanzionatori differenti l'uno dall'altro. Ora, prevedere questa equiparazione tra due fattispecie delittuose, che hanno un diverso peso offensivo del bene giuridico da tutelare, è ragione di incostituzionalità.
Come ho detto, probabilmente la questione che ho sollevato sarà sanata nel vizio come ha suggerito e come ha osservato il senatore D'Ascola. Probabilmente, ancorché il vizio non fosse stato sanato, la Corte non avrebbe comunque acceduto a tale mia tesi; ma sicuramente - e potete esserne certi - in tema di equilibrio del sistema sanzionatorio questo disegno di legge sarà giudicato incostituzionale dalla Corte costituzionale di qui a poco.
Varate dei provvedimenti sostanzialmente inutili. In sede di discussione generale, vi dimostrerò ancora più significativamente l'inutilità di ciò che state facendo.
Intanto, signora Presidente, in base alla questione pregiudiziale che ho presentato, chiedo di non procedere all'esame del disegno di legge n. 19 e connessi per le ragioni che vi ho forse modestamente illustrato. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).
PRESIDENTE. Ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento, sulle questioni pregiudiziali presentate si svolgerà un'unica discussione, nella quale potrà intervenire un rappresentante per Gruppo, per non più di dieci minuti.
BUCCARELLA (M5S). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BUCCARELLA (M5S). Signora Presidente, interverrò brevemente per motivare il voto contrario del Movimento Cinque Stelle in relazione alle questioni pregiudiziali testé illustrate dai colleghi Falanga e Caliendo.
La questione pregiudiziale QP2, illustrata dal senatore Falanga, si basa sull'assunto che questo disegno di legge in una sua parte, ovvero in un comma dell'articolo che disciplina il reato di falso in bilancio, fa riferimento a una norma, l'articolo 131-bis del codice penale, non ancora in vigore perché, pur essendo stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 18 marzo, entrerà in vigore solo dal 2 aprile prossimo. Io credo che la questione sia infondata perché meriterebbe un'analisi l'eccezione che apparentemente trova la sua giustificazione nell'analisi fattuale del vigore delle varie norme, ma manca un requisito, secondo me, fondamentale. Non esiste l'attualità del pericolo. Se noi oggi fossimo ipoteticamente in una sede in cui ci apprestassimo al licenziamento definitivo da parte del Parlamento del disegno di legge cosiddetto anticorruzione potrebbe porsi effettivamente un problema di coerenza di sistema con una norma richiamata che ancora non esiste nell'ordinamento giuridico, pur essendo stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale con tutte le formalità e non essendovi dubbi che quella norma entrerà in vigore dal 2 aprile prossimo. Allo stato però non c'è l'attualità del rischio di incoerenza e di richiami inappropriati. Pensiamo quindi che la questione sia infondata.
Con riferimento alla questione pregiudiziale QP1, a prima firma del senatore Caliendo, non concordiamo con gli assunti sostenuti in ordine all'espressione «fatti materiali rilevanti». Anche qui stiamo parlando del reato di falso in bilancio. Questa definizione è da intendersi, come è stato detto anche in Commissione dai rappresentanti del Governo, come contenente gli elementi costituivi della fattispecie di reato. Anche tutto il discorso fatto in sede di illustrazione, in relazione alla presunta indeterminatezza della fattispecie che lascerebbe all'interprete un campo troppo vasto di interpretazione, ci pare infondato, atteso che l'aggettivo «rilevante» riferito a «fatti materiali» crediamo debba intendersi non già riferito alla qualità della condotta o del fatto, in un'ipotesi interpretativa che darebbe dignità all'eccezione sollevata: evidentemente il riferimento «rilevante» è da intendersi come «non irrilevante». Il testo normativo vuol dire che il fatto materiale non corrispondente al vero oppure omesso nelle dichiarazioni dei bilanci o nelle altre scritture contabili dove i dati sono obbligatori deve avere una propria rilevanza intrinseca. È, quindi, elemento della fattispecie con riferimento alla consistenza del falso. In altre parole, cercando di semplificare, se si volesse sostenere una falsità in un bilancio perché, ad esempio, la numerazione delle pagine dello stesso oppure un altro dettaglio materiale del bilancio fossero non corrispondente al vero, allora il primo esame che l'interprete deve fare è se quel falso o quella non corrispondenza al vero - un esempio banale può essere la successione numerica delle pagine o delle date - non sia rilevante ai fini della valutazione della sussistenza del reato. È, quindi, normale che il riferimento al termine «rilevante» debba intendersi in quel senso. Pertanto, non va accolta la tesi secondo cui si sarebbero violati gli articoli 3, comma 1, e 25, comma 2, della Costituzione, aderendo a una interpretazione ragionevole e evidentemente logica che ci appare dall'esame del testo.
Con riferimento al richiamo all'articolo 444 del codice di procedura penale (applicazione della pena su richiesta delle parti), io non trovo il testo dell'intervento del collega Caliendo, ma ritengo che la questione sia comunque superata dall'emendamento governativo che esclude in nuce quella ipotesi su cui si potrebbe eventualmente discorrere in tema di legittimità costituzionale.
Per tali motivi, il Movimento 5 Stelle voterà contro la presunta incostituzionalità del testo in esame e chiede, pertanto, che si proseguano i lavori secondo il calendario stabilito. (Applausi dal Gruppo M5S).
MALAN (FI-PdL XVII). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MALAN (FI-PdL XVII). Signora Presidente, desidero sottolineare un aspetto relativo alla questione pregiudiziale posta dal senatore Falanga, sul quale ha principalmente risposto il senatore Buccarella.
Qui abbiamo una situazione paradossale per la quale, per un verso, ci sono i casi che non sarebbero punibili ai sensi dell'articolo 131-bis del codice penale. Ricordo che, benché voi stiate per votare un testo che contiene tale articolo, se andate a cercare su un codice penale aggiornato (e anche non aggiornato, naturalmente), non lo trovate, perché ci sarà tra qualche giorno.
Ricordo ancora che l'emendamento è stato presentato in Commissione quattro giorni prima che fosse pubblicato il testo di questo futuro articolo 131-bis sulla Gazzetta Ufficiale. Davvero abbiamo un Governo di indovini. Abbiamo dei personaggi molto vicini a illustri rappresentanti del Governo, uno dei quali è fuggevolmente passato per l'Aula ieri, che sanno in anticipo ciò che il Governo farà. Magari si tratta di un decreto sulle banche popolari, e allora una banca a loro vicina fa delle operazioni di grande lungimiranza finanziaria e guadagna una decina di milioni di euro con margini del 65 per cento. Poi abbiamo gli altri indovini, sempre del Governo, che presentano emendamenti sull'applicazione di un articolo del codice penale che ancora non c'è.
Venendo al contenuto, abbiamo un testo che parla di rilevanti contraffazioni e rilevanti falsità nella presentazione del bilancio di un'azienda. Devono dunque essere «rilevanti», e non le normali alterazioni rispetto a quello che, peraltro opinabilmente, un perito nominato dal tribunale stabilirà.
Poi abbiamo una soglia sotto la quale, ai sensi dell'articolo 131-bis del codice penale, i fatti non sono punibili perché di lieve entità, insieme alle altre fattispecie previsto da questo articolo del codice penale. Pertanto, non abbiamo il "normale".
In teoria, questo articolo non si dovrebbe applicare a nessuno; o, meglio, la normale contraffazione e falsità in bilancio non dovrebbe essere perseguita perché abbiamo, per un verso, i fatti che sono di lieve entità; per un altro verso, se non sono di lieve entità vuol dire che i fatti sono rilevanti; e in mezzo non resta niente.
È assurdo che sia così e il legislatore (ma nessuno di noi) vuole che sia così e che il falso in bilancio non sia punito. Ricordo, contrariamente alle falsità che ogni giorno vengono diffuse, che il falso in bilancio è sempre stato punibile nel nostro Paese ed è punibile oggi; così come sono punibili la corruzione e tutti gli altri reati connessi.
Quelli che fanno il grande spot elettorale su questo disegno di legge, come se oggi la corruzione non fosse punibile, dicono una grande falsità, anche nel caso non lo dicano esplicitamente. Gli arresti ai quali abbiamo assistito in questi giorni sono stati condotti sulla base della legge attuale, e non del disegno di legge che si sta approvando (che speriamo non diventi legge). Nell'articolo 2621 del codice civile rischiamo di avere una norma assurda, di difficilissima interpretazione e viziata, per di più, dal problema dato dal fatto che viene introdotta in un articolo che ancora non esiste. Mi sembra questa un'ottima ragione per sospendere la discussione di questo provvedimento, al fine di scriverlo meglio.
La bolla propagandistica di questo provvedimento, di cui più in là illustrerò le enormi incongruenze, si manifesta in modo particolare su questo articolo: scriviamolo bene.
Nessuno di noi vuole rendere non punibile il reato di falso in bilancio. Paradossalmente, con questo cattivo modo di legiferare, si rischia di renderlo non punibile o, quantomeno, di produrre una norma tanto difficile da interpretare e talmente opinabile da potersi considerare indegna di un legislatore meritevole di questo nome. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).
PRESIDENTE. Metto ai voti la questione pregiudiziale presentata, con diverse motivazioni, dal senatore Caliendo e da altri senatori (QP1) e dal senatore Falanga (QP2).
Non è approvata.
Dichiaro aperta la discussione generale.
È iscritto a parlare il senatore Morra. Ne ha facoltà.
MORRA (M5S). Signora Presidente, intanto voglio sottolineare che da tempo quasi immemorabile si attendeva che in Aula arrivasse questo provvedimento che raccoglie testi differenti, ma che in qualche misura... (Brusio).
Signora Presidente, mi scusi ma ho difficoltà a svolgere il mio intervento.
PRESIDENTE. Colleghi, chi deve uscire dall'Aula lo faccia rapidamente, altrimenti il senatore Morra non ha la possibilità fisica di svolgere il suo intervento. Prego invece chi rimane in Aula di parlare - se proprio deve - sottovoce.
Prego, senatore Morra, proceda.
MORRA (M5S). Fra l'altro, è notizia di ieri che anche qui a Roma alcuni amministratori locali, sia della Regione Lazio, sia del Comune di Roma, siano stati colti (probabilmente, perché sono semplicemente stati raggiunti da un avviso di garanzia) con il piede in fallo. Ritenevo che questo ulteriormente potesse rappresentare un motivo per prestare attenzione a tale tematica.
PRESIDENTE. La invito a riprendere il suo intervento.
MORRA (M5S). Signora Presidente, come dicevo, affrontiamo l'esame di un disegno di legge (mi riferisco, in particolare, al disegno di legge n. 19) che era nato sotto altri auspici.
Chi istituzionalmente presiede questa Aula, e cioè il presidente Grasso, nel secondo giorno di vita di questa legislatura aveva depositato questo testo anticorruzione al fine di dare un segnale forte al Paese. Questo segnale così forte è arrivato in Aula dopo oltre due anni. Evidentemente, tutta questa volontà di portare in Aula un provvedimento che forse poteva disincagliare dalle secche della corruzione e dell'ingiustizia il Paese, non c'era.
Scusate se sono alterato, ma noto con grande piacere l'attenzione con cui si segue questo dibattito.
Insegnava un certo filosofo prussiano, che probabilmente a nessuno di voi interessa, e cioè Immanuel Kant: «Se la giustizia scompare, non ha più alcun valore che vivano uomini sulla terra». È proprio questo il senso della riflessione che voglio proporre perché qua, come si suol dire: "non gliene può frega' de meno a nessuno". Solo parole, tanto che ci sono voluti due anni per portare un vostro provvedimento bandiera in Aula, ma non riuscite a tradurre queste parole in fatti, in voti. (Applausi dal Gruppo M5S).
Qui c'è la necessità - perché si soffre di "tweetatio praecox" - di far sapere agli italiani con un tweet che un provvedimento è pronto, ma tanto poi il provvedimento non arriva. La dimostrazione più congrua e coerente - perché la giustizia è la verità - è la capacità di questo Esecutivo di dire continuamente il falso, esattamente come avete fatto con gli italiani, che avete illuso con il provvedimento relativo alla scuola, di cui ancora oggi si attende il testo. (Applausi dal Gruppo M5S). Però, torno a ripetere che "non ve ne può frega' di meno", perché siete casta, siete incardinati nel potere e lo ribadirò fino all'ultimo. (Applausi delle senatrici Mangili e Paglini).
Pochi giorni fa, qualcuno che a parole dovreste tutti apprezzare, esattamente in quel di Scampia, ha deciso di far sentire la propria voce in merito a questo problema - e lo fa anche abbastanza spesso - ed è giusto che ve la faccia riascoltare, perché dovete essere posti di fronte alle vostre responsabilità. Quella che vi voglio far ascoltare è la voce del Pontefice: se non volete sentire me, almeno sentite lui, se vi va. Ma d'altronde, non vi va. (Il senatore Morra avvicina al microfono uno smartphone che riproduce la voce registrata del Pontefice).
PRESIDENTE. Senatore Morra, non è consentito dare voce ai telefonini.
MORRA (M5S). È una citazione, è un video.
PRESIDENTE La citazione la può fare lei, a voce.
MORRA (M5S). «La corruzione spuzza». E voi costringete gli italiani, che hanno l'idea di che cosa sia la schifezza e il fetore, le cloache in cui continuate a governare gli italiani, a ricorrere a questo. (Il senatore Morra serra una pinza fermacarte sul naso. Applausi dal Gruppo M5S).
PRESIDENTE. No, senatore Morra: questi sono gesti inaccettabili. (Proteste dal Gruppo M5S).
AIROLA (M5S). Oggi all'una lo rimanderete di quindici giorni! (Commenti dei senatori Castaldi e Taverna).
MORRA (M5S). Veramente no, Presidente! È inaccettabile l'ipocrisia di un Presidente del Consiglio, che invocava pochi mesi fa il DASPO per i corrotti, salvo poi imporre nel testo che oggi affrontiamo l'eliminazione di questa misura. Perché non avete il coraggio di portarla in Aula? E mi permetto di citare un Santo, che magari ogni tanto, la sera qualcuno si va a leggere. Sant'Agostino si domandava: «Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati, se non delle grandi bande di ladri?». Mi piacerebbe avere da voi una risposta. (Applausi dal Gruppo M5S e del senatore Vacciano. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Divina. Ne ha facoltà.
DIVINA (LN-Aut). Signora Presidente, sull'anticorruzione questa maggioranza ha creato delle forti attese, ma credo - ahimè - che siano state vanificate, se questo è il prodotto finale di tante affermazione e di tanti annunci. Se mi si permette, entro un po' nel merito, quasi per allietare l'Assemblea.
Ho pensato una cosa: per arrivare a questo provvedimento sarebbe stato sufficiente prendere uno scolaro delle elementari, dargli una piccola calcolatrice e insegnargli l'uso del coefficiente «K», ovvero un numeretto utilizzando il quale si possono modificare altri numeretti. Lo studente, prendendo la sua calcolatrice e utilizzando questo coefficiente, avrebbe potuto realizzare esattamente le modifiche previste nel disegno di legge in esame. Si sarebbe infatti potuto dire allo scolaro che la corruzione per l'esercizio di una funzione è punita da uno a cinque anni: egli avrebbe inserito i dati e sarebbe arrivato a calcolare una punizione che va da uno a sei anni. La corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio è sanzionata con una pena che va da quattro a otto anni: utilizzando la calcolatrice dello scolaro, la pena sarebbe passata da sei a dieci anni. La corruzione in atti giudiziari, punita con una pena da quattro a dieci anni, passa poi da sei a dodici anni, mentre la punizione per l'induzione a dare o promettere utilità passa da una pena che va da tre a otto anni, ad una che va da sei anni a dieci anni e sei mesi. È uscito fuori anche un «sei mesi», forse per rompere la monotonia.
La cosa più interessante da approfondire sono le associazioni di stampo mafioso. Secondo i vari commi dell'articolo 416-bis, chi fa parte di un'associazione mafiosa rischia da sette a dodici anni di carcere che diventeranno dieci-quindici; i promotori dell'associazione rischiavano da nove a quattordici anni che diventano dodici-diciotto, fino ad arrivare all'utilizzo delle armi punito da dodici a ventiquattro anni che diventerebbero quindici e ventisei, cioè la pena massima da ventiquattro anni aumenterebbe fino a ventisei anni. Ma voi pensate che un criminale, dotato di armi e disposto anche ad ammazzare una persona pur di arrivare al suo scopo, si fermerebbe perché la pena è aumentata da ventiquattro a ventisei anni?
Chi ha letto qualcosa di teoria economica della criminalità, ricorda Gary Becker che disse esattamente che il criminale si muove come un imprenditore: è estremamente razionale e mette tutto in bilancio, rischi e benefici. Cosa spinge il criminale a non commettere un reato e funziona da deterrente? Innanzi tutto, se le possibilità di essere scoperto sono minimali, la deterrenza non esiste. Pensiamo che il 98 per cento dei furti non vengono neanche più denunciati. Probabilmente un criminale che decide di commettere un furto, sa che quasi sicuramente la farà franca. Al secondo posto l'istruttoria, cioè la capacità di polizia e pubblici ministeri di arrivare ad un sistema di prove tali da far condannare l'imputato. Se la polizia lavora male, i procuratori sono sfaccendati e non si arriva ad un preciso castello accusatorio, probabilmente la pena non scatterà mai. Terzo elemento che valuta il criminale è la severità della magistratura al momento del giudizio, se le prove saranno considerate sufficienti. Il criminale, tra l'altro, è sempre considerato con un occhio di riguardo rispetto ad un testimone che talvolta rischia più del criminale, dato che se non si presenta a testimoniare può essere indotto a farlo coattivamente dalle forze dell'ordine e la sanzione a volte supera quasi quella che viene comminata al reo. Infine, come ultima ratio, il criminale guarda all'entità della pena. Ma se sono altissime le possibilità di non essere scoperto, di non arrivare ad un castello accusatorio sufficiente per essere condannato e consideriamo anche la prescrizione, quindi la possibilità di dilazionare nel tempo il processo, praticamente vi è quasi la certezza dell'impunità. A cosa serve a questo punto, e chi ha scritto questa norma dovrebbe darci una spiegazione, aumentare da ventiquattro a ventisei anni la severità della pena, dato che è l'ultima delle valutazioni che fa un criminale per fermarsi o per compiere un reato?
Altra domanda che sarebbe interessante porre al Sottosegretario: qual è la ratio che ha spinto a modificare l'articolo 444 del codice di procedura penale, cioè il patteggiamento? Il patteggiamento è stato introdotto per snellire i processi. L'inquisito, o meglio l'indiziato decide di accettare una pena, la concorda con il pubblico Ministero e il giudice lo condanna sostanzialmente alla pena richiesta. La funzione dell'istituto è snellire i processi, accelerare i tempi della giustizia. Voi modificate tale norma, introducendo la possibilità di utilizzare il patteggiamento solo nel caso che venga restituito il prezzo del profitto del reato. Da una parte si dice che vogliamo accelerare, dall'altra lo si blocca, perché se dobbiamo stabilire qual è il profitto del reato, dobbiamo aprire un processo parallelo per stabilire il quantum, perché non si potrà concordarlo, a questo punto, ma bisognerà sapere quanto va restituito. Si vanificano quindi addirittura la funzione ed il fine di un istituto che, in un certo modo, ha anche funzionato.
Ma il capolavoro di questo testo è il falso in bilancio. La versione originaria partiva con l'affermazione che non si configura il falso in bilancio se la società, gli amministratori o comunque chi ha responsabilità nel redigere atti contabili commette un errore e quindi evade entro un certo range. Renzi, con il suo Governo, stabilì che questo range dovesse essere del 3 per cento. Poi però ci si è accorti che stabilendo quella soglia si rischiava di riabilitare l'avversario politico, perché quel 3 per cento avrebbe fatto cadere tutti i processi nei confronti di Silvio Berlusconi le cui aziende, per quanto concerne il falso in bilancio, avevano pagato sicuramente più del 97 per cento, per cui quella parte di evasione poteva rientrare nel margine di errore formale. Poiché la legge fiscale e tributaria è così complessa, chi stabilì a suo tempo la soglia del 3 per cento pensò che poteva essere una forma di errore scusabile. Adesso non si ha nemmeno il coraggio di fare i legislatori e di stabilire qual è la somma oltre la quale scatta il reato di falso in atti societari, ma in base all'articolo 2621-bis che si intende introdurre nel codice civile si stabilisce che, in caso di lieve entità, sarà il giudice a stabilire se c'è stato o no reato. Cosa s'intende per lieve entità? Abbiamo affidato a dei magistrati la valutazione che non abbiamo avuto il coraggio di scrivere noi. Con l'articolo 2621-ter, anch'esso aggiunto con l'emendamento del Governo, si arriva addirittura a prevedere la non punibilità se il danno cagionato è di particolare tenuità.
Si badi bene che questi sono termini che si possono usare normalmente nelle vicende private dei singoli, ma non si può, in un testo, stabilire la lieve entità di un fatto e la tenuità di un danno. Questo vuol dire consentire sconfinamenti da parte della magistratura che abbiamo sempre censurato. Se il legislatore rifiuta di fare il legislatore, se non ha il coraggio delle proprie idee e si mette in mano ai magistrati, dimostra pavidità nell'esercitare la sua stretta funzione. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).
PRESIDENTE. La invito a concludere, senatore Divina.
DIVINA (LN-Aut). Mi avvio alla conclusione, signora Presidente.
Consentitemi di dire che siamo una banda di sciagurati - e in questa grande bolgia mi ci metto anch'io - nel senso che stiamo seguendo agende dettate da altri. I giornali un giorno dicono che bisogna tutelare la dignità della persona e noi corriamo a creare il processo giusto, per cui non si possono tenere le persone troppo tempo in sospeso. Dopo poco tempo, i giornali ci dicono che bisogna punire i reati violenti contro la persona, e noi corriamo ad inasprire le pene per i reati per lo più nei confronti delle donne. Dopo di che, un giornalista scopre che nelle carceri si vive male, che c'è sovraffollamento e noi allora corriamo ad approvare decreti al grido di «liberi tutti», perché i condannati per pene punibili fino a cinque anni di reclusione non possono stare in carcere. Poi nasce il problema dei reati non puniti e allora bisogna allungare la prescrizione, perché bisogna pur condannare. Poi è la volta dei reati contro la pubblica amministrazione, quelli che trattiamo in questo provvedimento anticorruzione, e bisogna aumentare di nuovo le pene: il patteggiamento - l'ho già detto, ma giova ripeterlo - permetteva di chiudere velocemente i processi, ma adesso i processi verranno dilatati perché bisogna stabilire quale sarà la somma da restituire.
A questo punto, chiedo al Governo se ha perso la bussola. Non si può andare avanti su spinte aliene ed esterne per soddisfare la volontà di chi fa pubblica opinione. Avete perso la bussola che, se non lo sapete, è un piccolo strumento che però serve molto ai naviganti, a chi non deve perdere la direzione. Sappiamo che siamo in regime di spending review e forse non ve la potete permettere, una bussola: ve la regaliamo noi. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cioffi. Ne ha facoltà.
Ricordo a tutti i colleghi che non sono consentite riprese in Aula con i telefonini.
CIOFFI (M5S). Signora Presidente, sarò attento a non fare riprese con il telefonino in quest'Aula un po' triste, perché il problema vero è l'Aula triste.
Volevo iniziare l'intervento ricordando a noi tutti che quando un popolo è privato della libertà si ribella. Perché parlo di libertà? Perché è una parola che viene dimenticata: si è dimenticato il peso di questa parola. Quando noi non facciamo una seria legge anticorruzione priviamo il popolo della sua libertà. Dovremmo ricordarci questo aspetto, perché quando un popolo non può essere libero di fare le cose e vede che altri fanno altre cose, si sente schiacciato da coloro che teoricamente hanno il potere e lo usano per i loro fini personali.
I casi degli ultimi giorni sono evidenti, ma ci sono dei fantastici parallelismi con quello che è successo vent'anni fa. Abbiamo letto di Incalza, gran boiardo, gran dirigente, grand'uomo del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, oggi rappresentato nella sua massima espressione da un uomo che si chiama Matteo Renzi, perché Matteo Renzi è il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. Questo semplice fatto che si siano trovati 2.000 euro, parte di 53.000 euro (come era scritto nella busta), dietro dei libri nello studio di Perotti, socio di Incalza, ci ricorda quello che è successo vent'anni, quando un tal Poggiolini, uomo molto ricordato tanti anni fa (le persone in Aula e probabilmente anche molte persone fuori ricordano chi è, grande sodale del ministro De Lorenzo, un uomo che si richiamava all'idea del liberalismo, un uomo che rappresentava il Partito Liberale Italiano), il quale fu trovato con il famoso puff pieno di lingotti d'oro e di soldi. Questi soldi sono stati chiusi nella Banca d'Italia per vent'anni, perché sono stati ritrovati nel 2013 quando, per caso, facendo dei controlli, sono stati ritrovati 26 milioni di euro, i soldi di Poggiolini. Ce li siamo ripresi con vent'anni di ritardo.
Se questa è la situazione e stiamo facendo questo assurdo e incredibile parallelismo, questo gioco di specchi, siamo tornati veramente indietro, perché nel dettaglio, con l'antiriciclaggio, se oggi Poggiolini usasse quei soldi per comprarsi una casa, quindi per uso personale, non sarebbe reato: perché seppure i soldi derivano da un illecito, siccome li ho spesi per uso personale non è reato. Questo è scritto nella legge anticorruzione che voi avete già votato e che noi vorremmo semplicemente cambiare. In compenso, però, piantare una pianta di canapa indiana per uso personale è reato. Questo è molto interessante.
Se Poggiolini o De Lorenzo o Vito Bonsignore (tanto per dirne un altro), tutti condannati per corruzione, volessero partecipare a una gara d'appalto indetta da una pubblica amministrazione, lo potrebbero fare. Stranamente, Vito Bonsignore è quello che vuole fare la Orte-Mestre, in cui lo Stato mette 1,9 miliardi di euro per fare un'autostrada che costerà 10 miliardi di euro, e che secondo i calcoli fatti sarebbe l'autostrada più cara d'Europa.
Noi ci troviamo di fronte a queste situazioni. A questo si è ridotta l'idea di non poter avere contratti con la pubblica amministrazione, il DASPO di cui si è tanto parlato. Perché non lo facciamo? Perché la cosa bella è che se tu sei condannato, puoi contrarre con la pubblica amministrazione: in base al decreto legislativo n. 39 del 2013, infatti, non puoi avere incarichi nella pubblica amministrazione, non puoi fare il dirigente della pubblica amministrazione, ma puoi contrattare con la pubblica amministrazione.
Allora dove è questo senso di realtà? Chi paga le tangenti? Le pagano i potenti: sono loro che pagano le tangenti. La povera gente le tangenti non le paga: la povera gente non ci pensa a pagare le tangenti. Ma che esempio diamo noi? Noi dovremmo essere la massima espressione dell'esempio. Abbiamo sempre detto che a dare l'esempio devono essere coloro che hanno funzioni di rappresentanza politica e pubblica e che rappresentano i cittadini. Ma noi diamo l'esempio?
Adesso arriva la prescrizione, è stata approvata. Anche in questo caso però non si ha il coraggio di intervenire in maniera reale. Renzi, in occasione del processo Eternit, disse che il Governo avrebbe fatto molto per combattere la corruzione. Ma non è stato fatto quello che serviva. In compenso, tanto per usare un paragone calcistico, ieri Moggi si è salvato per prescrizione. Per non parlare di ciò che è successo con zio Silvio, ovviamente Berlusconi. Ma questa è storia nota.
Tuttavia, se volessimo ragionare sul fatto di non voler fare una seria legge anticorruzione, noteremmo che essa è in contrasto e quindi esprime tutta la sua contraddittorietà rispetto ai tre pensieri fondanti della Repubblica e della Costituzione.
A proposito, ringraziamo Forza Italia per aver presentato una questione pregiudiziale di costituzionalità. Credo sia la prima presenta in questa legislatura e, guarda caso, sull'anticorruzione. Guarda caso! Ma guarda un po' com'è strano il mondo! A parte questo, nella parte destra dell'emiciclo si sono sempre dichiarati liberali (hanno sempre detto di essere tali), ma stanno contraddicendo loro stessi. Infatti, una seria legge anticorruzione serve a contrastare le deformazioni del mercato, coloro che imbrogliano non rispettando le regole di mercato. Essi, quindi, contraddicono loro stessi, l'ideologia che dicono di rappresentare.
Per non parlare di coloro che si dicono cattolici, quando un tipo, un signore, un filosofo - qualcuno lo chiama Messia - di nome Gesù Cristo, cacciò i mercanti dal tempio. Forse sarà il caso di ricordarselo, quando ci si proclama cattolici e non si fa una seria legge anticorruzione per cacciare a calci nel culo quelli che rubano! Sarà il caso di ricordarselo?
E coloro che sono nella parte sinistra dell'emiciclo, che si richiamano agli ideali socialisti, che non hanno le palle per contrastare il concetto stesso di potere... (Proteste dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. La pregherei di utilizzare un linguaggio consono alla sede in cui siamo.
CIOFFI (M5S). Ripeto, non avete il coraggio di contrastare i potenti, che sono quelli che dovete contrastare. La povera gente non corrompe nessuno!
CIRINNA' (PD). Ma lavora!
CIOFFI (M5S). Dovete avere il coraggio di mettervi contro il potere, perché altrimenti il potere siete voi e sono loro. (Applausi dal Gruppo M5S). Quand'è che contrasterete il potere? Perché è il potere che vi ha distrutto. A noi non ci distruggerà mai, perché noi il potere lo schifiamo. Questo lo dovete capire.
CARDINALI (PD). Fai teatro!
CIOFFI (M5S). Noi il potere non lo eserciteremo mai, se mai lo avessimo. Questa è la differenza profonda tra noi e tutti voi. Lo dovete capire, perché l'interesse dei cittadini si fa contrastando il concetto stesso di potere. È impensabile continuare così. (Applausi dal Gruppo M5S). I cittadini hanno dei problemi profondi, gravi. Sapete che il tasso di usura è al 18 per cento? E con la corruzione non cambia mai niente! È ora di smetterla e non vi sognate, ora, quando faremo la Capigruppo, di far saltare il provvedimento. (Applausi dal Gruppo M5S).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Albano. Ne ha facoltà.
ALBANO (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, il disegno di legge n. 19 si inserisce in un quadro di interventi in linea di continuità con le già incisive modifiche apportate dalla legge n. 190 del 2012, necessari al fine di contrastare il dilagante fenomeno della corruzione degli uomini politici, a vario titolo presenti nelle istituzioni territoriali, nonché dei funzionari e dipendenti delle pubbliche amministrazioni, e ad uniformare l'Italia agli standard internazionali sul tema del contrasto alla corruzione.
Tra le tante voci che si sono levate a sostegno di un'incisiva azione di contrasto ai fenomeni corruttivi ricordiamo, in primo luogo, il ruolo rappresentato dall'OCSE, che sin dalla Convenzione del 1997 sulla lotta alla corruzione di pubblici ufficiali stranieri nelle operazioni economiche internazionali ha svolto un'opera di sensibilizzazione a livello europeo, imponendo agli Stati aderenti di considerare reato, sia per le persone fisiche che per le persone giuridiche, la corruzione di funzionari stranieri al fine di ottenere vantaggi nel commercio internazionale.
Anche il presidente della Corte dei conti, Raffaele Squitieri, in occasione dell'inaugurazione dell'ultimo anno giudiziario, ha dichiarato che «crisi economica e corruzione procedono di pari passo, in un circolo vizioso nel quale l'una è causa ed effetto dell'altra», e ancora ha ribadito che: «l'illegalità ha effetti devastanti sull'attività d'impresa e quindi sulla crescita». È ormai evidente l'esistenza di un intreccio profondo tra l'espansione del fenomeno mafioso e la corruzione, utilizzata come strumento principale per inquinare il tessuto sociale, economico e politico.
Come spiega Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, «la corruzione è un sistema in cui c'è un meccanismo di omertà analogo a quello della mafia: ci sono due soggetti che hanno un interesse congiunto, ma non hanno alcun interesse a fare emergere il rapporto corruttivo. Bisogna creare quei conflitti d'interesse che consentano che questi fatti emergano e la strada migliore è creare meccanismi d'incentivazione. Nella mafia hanno funzionato. Credo sia utile con paletti molto precisi inserirli anche nel pacchetto anticorruzione». È quindi indispensabile ed urgente svolgere un'efficace azione di contrasto al fenomeno della corruzione.
Sul piano del diritto sostanziale, la legge introduce una serie di significative novità, tra cui un inasprimento delle pene per la corruzione propria, l'induzione indebita, l'abuso d'ufficio e il traffico di influenze illecite, nonché l'innalzamento della prescrizione e l'estensione delle sanzioni previste per il reato di concussione anche all'incaricato di pubblico servizio. Si tratta sicuramente di modifiche migliorative del testo normativo, soprattutto per quanto concerne l'estensione dell'applicabilità della concussione all'incaricato di pubblico servizio, in considerazione del fatto che lo stesso comportamento posto in essere da un pubblico ufficiale può avere il medesimo effetto sul privato, se posto in essere dal concessionario di un servizio pubblico.
Nelle nuove norme è anche previsto uno sconto di pena per chi collabora con la giustizia, ossia la riduzione di pena da un terzo alla metà in favore di chi collabora nelle inchieste sulla corruzione. Si tratta certamente di uno strumento utile alla lotta contro la corruzione, che va combattuta con la stessa strategia messa in campo contro la mafia, applicando anche una serie di tutele nei confronti di coloro che decidono di collaborare, affinché sia garantito l'anonimato per evitare conseguenze sul campo lavorativo.
Mi riservo però di esprimere il mio dissenso sulla (troppo) morbida riforma apportata in tema di aumento della prescrizione, con la modifica del secondo comma dell'articolo 161 del codice penale, che comporta l'aumento fino alla metà del tempo necessario a prescrivere, tra gli altri, i delitti di concussione, corruzione e induzione indebita a dare o promettere utilità. L'aumento della prescrizione, così come l'inasprimento delle pene, non sono da soli sufficienti a combattere il fenomeno della corruzione. Sarebbe risultata nettamente più efficace, in termini di repressione dei reati e di applicazione di una pena certa, la cessazione della decorrenza della prescrizione dopo la pronuncia del decreto che dispone il giudizio. La prescrizione dei processi penali rende infatti inefficaci le azioni giudiziarie di contrasto alla corruzione, perché, dopo anni e anni di processo, non si arriva mai alla sentenza definitiva.
Al fine di non vanificare il lavoro della polizia giudiziaria e della magistratura, e di punire efficacemente i fenomeni di corruzione attraverso la conclusione del processo, l'Italia dovrebbe quindi non soltanto sospendere la prescrizione, ma fermarla definitivamente. È quanto accade in tutte le democrazie occidentali, ove l'istituto della prescrizione regola il tempo che intercorre tra il compimento di un reato e il suo perseguimento con il rinvio a giudizio. Una volta iniziato, però, il processo non può arrestarsi e deve giungere sempre a compimento.
Dovranno certo essere attuate anche misure volte a potenziare la macchina giudiziaria, al fine di garantire il contenimento dei tempi processuali ed assicurare la ragionevole durata del processo penale. Sono quindi auspicabili, in quest'ottica, interventi legislativi tesi a semplificare le forme del processo penale, purché questi non si traducano in lesioni del diritto di difesa.
Il disegno di legge n. 19, inoltre, rafforza l'apparato sanzionatorio dei reati di matrice corruttiva, non soltanto innalzando le pene detentive, ma introducendo il nuovo articolo 322-quater del codice penale in materia di riparazione pecuniaria, che prevede l'obbligo, in caso di condanna o di patteggiamento, di pagare una somma pari all'ammontare di quanto indebitamente ricevuto (dal pubblico ufficiale o dall'incaricato di un pubblico servizio) a titolo di riparazione pecuniaria in favore dell'amministrazione cui appartengono.
Signora Presidente, onorevoli colleghi, in un panorama disastroso come quello che emerge in Italia, primo Paese per corruzione nell'Unione europea secondo l'ultima classifica di Transparency International, sarebbe stato opportuno introdurre sanzioni pecuniarie maggiormente parametrate al profitto del reato e decisamente più elevate, piuttosto che obbligare il condannato al pagamento di una somma pari solo all'ammontare di quanto indebitamente ricevuto.
Concludo, spendendo due parole sulle modifiche apportate ai reati di false comunicazioni sociali, di cui agli articoli 2621 e 2622 del codice civile.
Per combattere la corruzione è evidente che bisogna combattere il falso in bilancio, attraverso il quale si possono costituire fondi neri da utilizzare per corrompere, per finanziare illecitamente partiti politici o per favorire indebitamente la rispettiva impresa societaria di riferimento. La trasformazione della condotta da reato di danno a reato di pericolo, l'inasprimento delle pene e la procedibilità d'ufficio, salvo che per le piccole imprese, sono sì modifiche positive al testo di legge, ma più di tutte lo è l'abolizione delle soglie di non punibilità per le piccole e medie imprese, in linea con quanto avviene negli altri Paesi europei: in Paesi come Francia e Regno Unito, infatti, queste soglie non esistono, e il falso in bilancio è sempre perseguibile.
Le soglie di non punibilità rappresentano soltanto un modo per rendere meno perseguibile il reato di falso in bilancio e per incentivare condotte di falso dannose per l'economia di mercato.
Ho letto un articolo del professor Andrea Castaldo che condanna l'abolizione delle soglie di non punibilità evocando una normativa che, a parer suo, andrebbe a punire falsi marginali e non riconoscerebbe gli errori causati da caos normativo e burocrazia. Si tratta di argomenti pretestuosi. Come si fa a parlare di panpenalismo quando in Italia sono troppe - dico troppe; non tutte, evidentemente - le imprese che mediante artifici contabili creano fondi neri per corrompere e riciclare denaro sporco? Si sarebbe trattato di lasciare impunite condotte che creano un danno sociale ed economico al Paese.
È infine evidente come la querela di parte sia uno strumento del tutto inadeguato al fine di punire condotte del genere, poiché difficilmente i soci andrebbero a querelarsi l'un l'altro, e bene ha fatto il Governo a presentare l'emendamento volto a eliminare questa condizione di procedibilità.
PRESIDENTE. Dovrebbe concludere, senatrice.
ALBANO (PD). Il nuovo emendamento del Governo però, attraverso l'introduzione dell'espressione «fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero», apporta una modifica che si pone in contrasto con il principio di determinatezza tutelato dalla Costituzione, in quanto il vocabolo «rilevanti» è intrinsecamente indeterminato poiché non delinea con sufficiente precisione il contenuto della norma penale.
Inserire la parola «rilevanti» è sbagliato, perché invita il giudice a fare una propria valutazione che in questo caso non sarebbe interpretativa della legge ma costitutiva di un elemento della fattispecie penale, in totale contrasto con alcune sentenze (le nn. 247 del 1989 e 34 del 1995).
Con il nuovo emendamento il Governo introduce inoltre pene differenziate a seconda che si tratti di società quotate in borsa (da tre a otto anni di carcere) o non quotate (da uno a cinque anni). Questo comporta che per tali ultime società non sarà possibile utilizzare lo strumento delle intercettazioni, il cui presupposto è che il reato preveda una pena superiore nel massimo a cinque anni. Le società non quotate in borsa rappresentano, infatti, la maggior parte delle aziende e non si comprende per quale ragione non si debbano consentire le intercettazioni quando il disegno di legge anticorruzione che ha sempre proposto il Partito Democratico prevede il massimo della pena a sei anni.
In ogni caso - e concludo - ritengo e ribadisco che, al di là di questi interventi normativi, per sconfiggere la corruzione non sia sufficiente intervenire dopo il fatto, sanzionando un reato, ma sia necessario prevenire la commissione del reato stesso.
PRESIDENTE. Deve concludere, senatrice.
ALBANO (PD). Concludo. Questo deve avvenire attraverso misure di buona amministrazione per stroncare sul nascere ogni tentativo delinquenziale, combattendo il problema a livello territoriale e sociale, utilizzando e rafforzando gli strumenti di prevenzione.
Rinnovo, quindi, il mio invito ai colleghi senatori a procedere con coraggio e determinazione nell'introduzione di riforme più incisive, che siano in grado di sconfiggere concretamente la corruzione che tanti danni crea al nostro Paese. (Applausi dal Gruppo PD).
Saluto a rappresentanze di studenti
e del Consiglio comunale dei ragazzi di Trecenta (RO)
PRESIDENTE. Salutiamo le molte delegazioni presenti oggi in Senato: gli studenti del Collegio arcivescovile di Trento, il Consiglio comunale dei ragazzi del Comune di Trecenta in provincia di Rovigo, gli studenti dell'Istituto di istruzione superiore «Filippo Juvara» di Siracusa e altri ospiti invitati da numerosi senatori. Benvenuti in Senato. (Applausi).
Ripresa della discussione del disegno di legge
n. 19-657-711-810-846-847-851-868 (ore 10,47)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cappelletti. Ne ha facoltà.
CAPPELLETTI (M5S). Signora Presidente, rappresentante del Governo, colleghi, sono ormai 750 giorni che questa riforma aspetta di essere portata all'attenzione del Senato. Vi siete chiesti perché?
Per fare un provvedimento che metta le mani nelle tasche degli italiani, il Governo e questa maggioranza impiegano pochi giorni, come abbiamo visto nelle scorse settimane con l'IMU agricola o addirittura con la riforma Fornero. Invece, per un provvedimento che metta le mani nelle tasche dei corrotti sono passati oltre due anni e siamo ancora qui a discutere di un ulteriore rinvio. (Applausi dal Gruppo M5S e della senatrice Simeoni).
Se questa è la domanda, c'è anche una risposta ed è semplice, evidente, anche documentabile ed è sotto gli occhi di tutti: occorreva lasciare il tempo al Governo e alla maggioranza di smantellare, pezzo per pezzo, il contenuto della riforma dell'atto Senato n. 19 a prima firma del presidente del Senato Grasso. Perché? Perché era una riforma troppo efficace. Ma, se andiamo a smantellarla e ne riduciamo l'efficacia, facciamo un favore ai corrotti e non all'anticorruzione.
Ne è la riprova il fatto che non è la prima volta che questa riforma arriva all'attenzione di questa Assemblea. È già successo una volta, su richiesta, naturalmente, del Movimento 5 Stelle, durante le elezioni europee, e anche allora, come ora, sotto la grande spinta dell'opinione pubblica, che esigeva e chiedeva a gran voce un intervento di pulizia, che non vedeva arrivare da parte delle istituzioni, ed efficace per contrastare i fenomeni corruttivi del nostro Paese. Bene, quel provvedimento venne posto all'ordine del giorno del Senato e venne tolto il giorno immediatamente successivo a quello di chiusura dei seggi elettorali, senza dare inizio alla discussione. Perché venne tolto dall'ordine del giorno? Ma è chiaro: perché allora quel provvedimento non era ancora stato smantellato del tutto.
Andiamo, allora, a vedere quali sono le componenti, le parti del disegno di legge Grasso che sono state tolte e che non sono, quindi, oggetto di discussione in Assemblea quest'oggi.
L'articolo 1 del disegno di legge Grasso - guarda caso, discutiamo di anticorruzione - parla proprio dello scambio elettorale politico-mafioso. È il primo punto, perché la corruzione si insidia nel rapporto incestuoso esistente tra mafia e politica.
Il disegno di legge, che tra l'altro è stato sottoscritto dalla stragrande maggioranza dei senatori del Partito Democratico, prevedeva una pena minima di sette anni e una massima di dodici. Il Governo di questa maggioranza, invece, voleva andare in direzione opposta e contraria, cioè ridurre le pene dello scambio elettorale politico mafioso, cosa che ha fatto contraddicendo se stesso e riducendo le pene nel minimo di oltre il 40 per cento. E non è l'unica picconata al disegno di legge Grasso.
Parliamo di autoriciclaggio. Il disegno di legge n. 19 prevedeva una sostanziale equiparazione tra riciclaggio e autoriciclaggio. Era, quindi, una proposta molto efficace per contrastare quest'ultimo reato. Il Governo ha preferito una fattispecie diversa, più attenuata. Certo, se è meno efficace, è a vantaggio dell'autoriciclatore e del corrotto, e non certo della società che vuole contrastare e combattere questi fenomeni.
Il disegno di legge Grasso prevedeva, inoltre, la figura dell'agente sotto copertura, uno strumento molto efficace per le indagini in relazione ai reati di riciclaggio. Non lo dice semplicemente questo disegno di legge. È una proposta che il Movimento 5 Stelle porta avanti da molto tempo. È una proposta fatta propria e invocata dal presidente dell'autorità nazionale anticorruzione Cantone e non solo. Il Movimento 5 Stelle ha presentato in Commissione un emendamento che ne prevedeva l'introduzione. L'emendamento è stato bocciato da Governo e maggioranza, che ancora una volta vanno a sconfessare il disegno di legge Grasso.
Sul falso in bilancio il disegno di legge Grasso abroga le soglie di non punibilità che, tuttavia, il Governo ha cercato di reintrodurre non con l'ultimo emendamento, ma con il precedente. Con l'ultimo emendamento, tuttavia, vengono introdotti degli aspetti non previsti nell'Atto Senato 19 come le circostanze attenuanti per fatto di lieve entità, che sono però definite in base alla dimensione dell'azienda. Ciò che esce dalla porta si fa rientrare dalla finestra.
Sappiamo bene - come dice Caselli - che oggi la legge non riesce a rendere la corruzione non conveniente. Sappiamo anche che servono leggi più severe ed efficaci. Ricordo, soprattutto al centrodestra, che non è sostanzialmente presente in questo momento in Aula, che negli Stati Uniti il falso in bilancio è sanzionato fino a venti anni di carcere e le multe arrivano fino a 5 milioni di euro. Il Movimento 5 Stelle propone degli interventi molto semplici ed efficaci per contrastare il fenomeno corruttivo. Proponiamo l'aumento delle pene per i reati corruttivi contro la pubblica amministrazione. Noi vogliamo, proponiamo e sosteniamo il mettere le mani finalmente nelle tasche dei corrotti, perché questo conferisce alla norma una maggiore portata di tipo deterrente. Noi proponiamo - e non siamo gli unici - il DASPO per i corrotti e corruttori, cioè l'interdizione perpetua dai pubblici uffici e l'incapacità a contrarre con la pubblica amministrazione. Se si è danneggiata la pubblica amministrazione una volta, con una sentenza passato in giudicato non lo si farà più vita natural durante. Dobbiamo tutelare il bene comune e non il corrotto o il corruttore. (Applausi della senatrice Bulgarelli). Noi sosteniamo la sospensione della prescrizione dal rinvio a giudizio o dalla sentenza di primo grado. Ci sono anche degli emendamenti del Partito Democratico in questo senso, ma in maniera ipocrita verranno ritirati prima del voto, come è sempre avvenuto in Commissione giustizia quando siamo stati chiamati a votare sulla prescrizione.
Non ci vorrebbe molto, ma solo un po' di buona volontà per combattere la corruzione. Questa volontà tuttavia non c'è, perché manca il coraggio e viene privilegiata la stabilità di un Governo e di una maggioranza all'interno della quale ci sono forze che vedono i provvedimenti anticorruzione come i vampiri vedono l'aglio. Forse, qui dentro, su tutto questo vi siete appiattiti diventandone complici. (Applausi dal Gruppo M5S).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Stefani. Ne ha facoltà.
STEFANI (LN-Aut). Signora Presidente, onorevoli colleghi, da mesi attendiamo questo provvedimento con tempistiche e modalità che sollevano perplessità diverse, tenendo conto del problema di cui si sta trattando; un problema che, purtroppo, affligge anche l'Italia, facendola quasi considerare come uno di quei Paesi in cui la corruzione è quasi un modo normale di operare. Stiamo parlando di un fenomeno che ci pone in Europa fra i Paesi più a rischio.
Quando si parla di dati relativi alla percezione della corruzione, siamo al sessantanovesimo posto, a pari merito con il Ghana e la Macedonia, per un progressivo aggravamento della corruzione percepita negli ultimi anni. Questi sono i dati che arrivano dal Corruption Perceptions Index e hanno rilevanza internazionale.
Dobbiamo tener conto, poi, che la corruzione determina una fondamentale inefficienza di tutto il sistema e di tutti i servizi emanati e destinati alla collettività. La diffusione della corruzione altera lo stesso meccanismo della concorrenza, in quanto si arriva a favorire la concentrazione della ricchezza in favore di coloro che accettano e beneficiano di questo tipo di mercato della tangente. Si arriva anche a frenare lo stesso progresso tecnologico delle imprese, che arrivano, per certi versi, ad essere incentivate ad investire di più nel mercato della tangente anziché in quello della innovazione e della ricerca.
Dobbiamo tenere conto anche di tutti quei costi economici che derivano da questo tipo di meccanismo: costi che sono non solo economici, ma soprattutto sociali. I costi economici sono stati già valutati dalla Corte dei conti in diversi miliardi di euro, come l'aumento, strisciante e straordinario, che colpisce gli stessi costi delle grandi opere. Ma dobbiamo tener conto anche di tutti quei costi che conseguentemente subisce la nostra collettività: ritardi nella definizione di pratiche amministrative, cattivo funzionamento degli apparati pubblici, inadeguatezza, se non inutilità, delle opere pubbliche e, non da ultimo, una perdita totale di competitività e un freno alla stessa crescita del Paese.
E dobbiamo pensare che questo meccanismo arriva con criteri magari non misurabili, che vengono ad incidere sui valori fondamentali della tenuta stessa del nostro assetto democratico. Mi riferisco alla trasparenza dei meccanismi, alla fiducia stessa delle istituzioni, al funzionamento delle istituzioni pubbliche e alla fiducia stessa di tutti noi nella legalità e imparzialità degli apparati pubblici.
Ma di fronte a tutto questo insieme di meccanismi connessi alla corruzione, abbiamo un numero minimo di condanne in Italia per corruzione. Si pensi che i cosiddetti colletti bianchi detenuti rappresentano solo lo 0,4 per cento della popolazione carceraria, di fronte ad una media europea che è anche dieci volte superiore. Dobbiamo tenere conto che, attualmente, in Italia i condannati in carcere per corruzione sono meno di dieci. Dobbiamo pensare che, rispetto al meccanismo stesso della corruzione, c'è quasi una nostalgia - mi si conceda il termine - per le vecchie "mazzette" che, per certi versi, erano un ingenuo corpo del reato. Oggi la corruzione ha dei meccanismi molto più strutturati e complessi, come «quando si vede che, a un certo punto, al ladro viene lasciata la stessa chiave della cassaforte»: sto citando una penna del "Corriere della Sera" che ha fatto questo inciso.
Attualmente noi abbiamo di fronte un disegno di legge redatto in modo quasi rocambolesco: vari disegni di legge che si sovrappongono; emendamenti del Governo; sospensione del lavoro della Commissione in attesa di un emendamento del Governo e il famoso falso in bilancio. Poi arriva la proposta del Governo sul falso in bilancio che introduce una soglia di punibilità, proposta che, con grande orrore e grande scandalo, viene ritirata e poi ripresentata.
Attualmente, in Commissione, siamo all'ironica - se non comica - situazione dell'ultima seduta in cui abbiamo parlato del tema: in pratica, non possiamo votare un emendamento perché fa riferimento ad un testo di legge non ancora entrato in vigore. Ciò costituisce un grande imbarazzo, e non per quest'Aula o per la Commissione, bensì per tutti gli italiani.
Quando si va ad analizzare una tematica come questa, che è molto complessa, si arrivano a fare degli errori che sfociano quasi in una ingenuità. E, quindi, alla fine - come ha prima riferito il mio collega, senatore Divina - c'è una grande prosopopea attorno all'argomento anticorruzione, e chissà cosa avremo.
Adesso combatteremo eternamente la corruzione in Italia con degli aumenti di pena che, probabilmente, non avranno nemmeno alcun tipo di effetto per i delinquenti. Stiamo parlando di un reato di falso in bilancio che, così come elaborato, non si capisce se alla fine andrà a punire veramente chi falsificherà sul serio i propri bilanci. Arriviamo adesso a domandarci: questo provvedimento servirà a combattere la corruzione? O forse occorreva analizzare la situazione e cominciare a fare normative serie? È ora che questo Parlamento e questo Governo sostengano delle iniziative legislative serie e non seguano sempre l'onda dell'emotività mediatica. Come ha già detto il mio collega, se leggiamo sui giornali di una mazzetta clamorosa, allora parliamo dell'anticorruzione; ci sono episodi di molestia e parliamo - come si è fatto a suo tempo - dello stalking; arriva un argomento clou e allora tutti ne parliamo e svuotiamo le carceri, ma poi ci accorgiamo di averle svuotate troppo e andiamo così ad inasprire le pene da un'altra parte. Qui siamo al livello del ridicolo.
La corruzione va combattuta non solo con un mero aumento delle pene. (Applausi dal Gruppo LN-Aut). Non va combattuta creando semplicemente una grande enfasi sui provvedimenti renziani. Ripeto: si crea una grande enfasi e si parla delle riforme, di grandissime riforme. Questa non è una riforma che può incidere sulla corruzione. La corruzione va affrontata con meccanismi molto più attenti ed oculati. Bisogna andare ad incidere su tutti i meccanismi che portano poi, eventualmente, alla corruzione. Bisogna ripensare alcune strutture di tutti gli appalti in project financing e i vari sistemi di commissariamento. Bisogna ripensare tutte le leggi speciali che vengono adottate per affrontare alcune tematiche, tra cui quella delle opere pubbliche. Signori, l'opera pubblica è, in sé, una grande risorsa, e lo è soprattutto in un Paese in crisi economica. L'opera pubblica è sempre stata un volano, perché dovrebbe portare lavoro: lavoro alle imprese, lavoro a molti, la possibilità di avere liquidità. E non dovrebbe creare dei meccanismi che poi, alla fine, comportano aumenti di costi e inducono le persone, all'interno del sistema, a diventare corruttori e corrotti.
Noi, alla fine, siamo critici nei confronti di questo sistema, di questo meccanismo, di questa norma di legge, anche se, di certo, comporta un lieve miglioramento della situazione attuale, prevedendo sicuramente aumenti di pena di rilievo. E noi, come Gruppo della Lega Nord, con coerenza, e a differenza di questa maggioranza, da quando siamo qui abbiamo sempre sostenuto no alla depenalizzazione, sì al rigore e alle pene vere, certe ed effettive. Quindi anche noi, coerentemente, con questo provvedimento diciamo sì all'aumento di pena e alla previsione del reato di falso in bilancio, che è sicuramente più severo rispetto all'attuale.
Aggiungiamo, però, che, come sempre, non c'è mai il coraggio - ripeto mai - di adottare provvedimenti definitivi. Quando si parlava di corruzione, c'era la possibilità - questa era l'occasione - di fare veramente una revisione, considerando un po' tutto quello che riguarda il sistema e creando praticamente una cultura dell'anticorruzione. Non è il mero reato in sé, con la previsione di un aumento di pena, che disincentiva il criminale a compiere il reato. Non so, alla fine, dove andrà ad incidere il reato di falso in bilancio o succederà, come sempre accade in Italia, che alla fine sarà colpita da una condanna la piccola impresa, che ha commesso magari un errore materiale nel bilancio, mentre le grandi evasioni e i grandi falsi in bilancio non verranno mai alla luce. (Applausi dal Gruppo LN-Aut). È, infatti, questo il meccanismo che poi funziona in Italia; alla fine chi paga è normalmente colui che non ha il potere di reagire.
Su questo provvedimento diciamo: pensiamoci. Pensiamo seriamente che cosa si intende fare per una vera anticorruzione. Potrebbe essere questo solo un gradino, un utile tassello, ma non è sufficiente. Si dovrà tornare sul tema, si dovrà rivisitarlo e approfondirlo. Avevamo però un'occasione e questo Governo e la sua maggioranza l'hanno persa per l'ennesima volta. Smettiamo di fare proclami e cominciamo veramente a fare qualcosa di serio.
Noi della Lega Nord ci siamo. Non abbiamo voluto fare ostruzionismo, ma abbiamo presentato emendamenti puramente migliorativi di un testo di legge, che riteniamo possa avere un senso. Anche in Assemblea abbiamo proposto degli emendamenti, alcuni anche provocatori a proposito di certi aumenti di pena, ma solo per contribuire al lavoro. Quella intrapresa, però, non è la via corretta. Dobbiamo finalmente fare i legislatori seri e responsabili. Occorre esaminare e organizzare sistematicamente ciascuna materia, senza intervenire continuamente a spot: questo è il modo di lavorare. Ora si parla della riforma della giustizia. Si continuano a chiamarle "riforme", ma ormai non ci crede più nessuno. Gli italiani non credono che le riforme verranno davvero approvate: sono soltanto degli spot elettorali, delle pubblicità. Torniamo a fare le persone serie e iniziamo a considerare la corruzione come un qualcosa di davvero pericoloso. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e del senatore Airola. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Buccarella. Ne ha facoltà.
BUCCARELLA (M5S). Signora Presidente, viene voglia di iniziare dicendo: «Finalmente!». Finalmente è arrivato in Assemblea questo disegno di legge.
Ricordiamo tutti che già dieci mesi fa avremmo potuto intraprendere la discussione che stiamo iniziando oggi, quando alla fine del maggio 2014, a pochi minuti dal voto sugli emendamenti al testo base, in Commissione giustizia, il Governo annunciò la propria volontà di intervenire, con propri provvedimenti legislativi, sulla normativa anticorruzione. Da quel maggio 2014 ad oggi non si è prodotto nulla, se non una norma sul reato di autoriciclaggio, in un altro provvedimento legislativo, che certamente non soddisfa le aspettative del Movimento 5 Stelle e, soprattutto, della gran parte dei cittadini italiani.
Quindi, finalmente siamo qui e possiamo far sentire la nostra voce, in un dibattito pubblico, a proposito di queste misure. Concordiamo e personalmente comprendo chi dice di fare attenzione a non abusare del diritto penale, perché quello della corruzione e dello stato di degrado morale e civile di buona parte del Paese, nei suoi gangli di potere più importanti, è un problema che va anche oltre un intervento legislativo in materia di diritto penale. Sono argomenti che tutti conosciamo: mi riferisco alla necessità di una crescita culturale, del senso civico e del senso del bene collettivo e di considerare gli incarichi politici e pubblici non già come una destinazione di carriere politiche, per la gestione del potere e magari dell'arricchimento personale, bensì con un vero spirito di servizio, per il Paese e per i cittadini.
Risponde a verità che non è solo aumentando le pene, mettendo limiti ulteriori e giustamente penalizzando le condotte criminose che noi potremmo essere sicuri di sconfiggere questo problema. Ci sono, infatti, anche altri ambiti da considerare: la scuola e la famiglia e soprattutto l'esempio che può dare ciascuno di noi, nella propria realtà. Mi riferisco anche alla coerenza e al recupero di quei valori che - bisogna dirlo - i partiti politici italiani hanno in gran parte perso da molto decenni. Ancora una volta risuonano nella mente le parole che Enrico Berlinguer ha pronunciato più di 30 anni fa, quando faceva un'analisi spietata di ciò che già allora erano diventati i partiti politici - adesso la situazione non può che essere peggiorata - ovvero delle formazioni previste dalla Costituzione che avevano abdicato alla loro funzione storica di rappresentanza degli interessi e del bene comune, sia pure da posizioni ideologicamente diverse, per diventare invece delle congreghe di potere, delle lotte tra cordate, delle camarille organizzate con il primario obiettivo della sussistenza della loro stessa macchina di potere. Purtroppo lo stiamo verificando in ogni ambito, anche sulla base della cronaca giudiziaria, che costantemente ci ricorda che viviamo in un Paese in cui la percezione del livello di corruzione, secondo le classifiche internazionali, è al sessantanovesimo posto.
Non si tratta di un problema di percezione soggettiva, evidentemente, perché ci rendiamo conto, da cittadini, che siamo già sprofondati in un ambito che, a volte fa, venire la voglia di abbandonare le speranze di risollevarci e addirittura di ritrovare la dignità di essere italiani. Tutto sommato, però, secondo noi fuori da qui c'è una società che mediamente - dobbiamo dirlo - è leggermente migliore della classe politica espressa negli ultimi anni. Lo possiamo dire e pensare per i riscontri che ciascuno di noi ha quando si rapporta con la realtà che vive fuori da questi palazzi e anche con il semplice, quasi divertente, calcolo numerico delle percentuali di molti rappresentanti politici.
L'ultima notizia in merito è di pochi giorni fa: parlo di un Gruppo politico che fa parte della maggioranza, che ha un'incidenza di persone indagate, magari poi non condannate, o comunque oggetto di attenzione da parte della magistratura, che si avvicina circa ad un terzo della rappresentanza parlamentare. (Applausi dal Gruppo M5S).
Questo, statisticamente ed oggettivamente, senza voler condannare o fare i giustizialisti a tutti i costi, è sintomo del fatto che talvolta - come ha detto qualcuno - in Parlamento ci sono davvero percentuali di pregiudicati, o comunque di persone indagate o costrette a confrontarsi con imputazioni penali, superiori alla media statistica degli italiani. Quindi, c'è qualcosa che non va a livello di rappresentanza.
Ma queste persone dicono di essere state votate, il che è vero. Il caso di De Luca è emblematico e il Partito Democratico probabilmente vorrà farsi scudo del fatto che la sua candidatura ha avuto successo nonostante le sue vicissitudini giudiziarie. Quindi, l'elaborata interpretazione che sarà fatta della legge Severino potrà dare spazio, ancora una volta, ad incarichi di altissima responsabilità anche per persone che, pur avendo tutto il diritto di provare la propria innocenza, sarebbe opportuno non fossero ancora una volta proposte per cariche elettive così importanti. In questi casi i partiti dovrebbero intervenire concretamente: non dovrebbero pensare solo alle leggi, agli emendamenti, all'aumento delle pene e alle restrizioni, ma dare l'esempio e disinnescare un circuito ormai perverso, come ho detto prima e come qualcuno ben più autorevole di me ha in passato analizzato.
La domanda è: siamo ancora in tempo? Secondo me sì, siamo ancora in tempo. Noi, ancora una volta, vi offriamo il nostro contributo di politici non di professione, ma che orgogliosamente rappresentano una sensibilità nel Paese, che va presa assolutamente in considerazione nell'interesse stesso della politica.
Peccato! Avremmo potuto fare questi discorsi già a giugno 2014, prima di Mafia Capitale. Pensate che bello se, quando vennero a galla i fatti romani, il Parlamento e magari anche il Governo avessero potuto dire che avevano già approvato questo disegno di legge e, dunque, chi era stato scoperto avrebbe risposto alle normative meno afflittive previste prima; ma da oggi in poi chi avesse commesso reati di tipo corruttivo sarebbe stato punito con sanzioni grazie alle quali, anche con la disciplina della prescrizione in corso di approvazione nei rami parlamentari, sarebbe esistita una ragionevole speranza di vedere condannati i colpevoli, cioè coloro per i quali venisse accertata una responsabilità, e invece assolti gli innocenti. Pensate quale grande occasione hanno perso, ancora una volta, il Governo e la maggioranza che lo sostiene.
Allora occorre coraggio. Abbiamo al nostro esame un disegno di legge che, così com'è stato rassegnato dalla Commissione, non è certamente quello che il Movimento 5 Stelle avrebbe voluto, ma questo ci sta e lo capiamo. È nel gioco democratico delle maggioranze e delle minoranze. Non possiamo pretendere che si faccia tutto quello che diciamo, anche se per fortuna, nel testo che abbiamo in esame, qualcuna delle proposte emendative fatte in Commissione dal Movimento 5 Stelle è stata recepita. Vale la pena - ad esempio - ricordare, l'emendamento che prevede che all'ANAC non sia opponibile il segreto sui contratti e sulle esecuzioni dei contratti di appalto, che oggi sono secretati, attinenti all'ambito della Difesa e della sicurezza.
Il G8 della Maddalena e gli ostacoli che la magistratura ha incontrato all'epoca - ad esempio - ci fanno capire l'importanza e la portata di questa norma contenuta nel disegno di legge, che pure prevede delle parti condivisibili, come l'aumento sostanziale delle pene nei minimi e nei massimi per i reati contro la pubblica amministrazione e l'adeguamento delle sanzioni penali per il reato di cui all'articolo 416-bis (l'associazione mafiosa). Ci sono molti elementi positivi ed altri in misura minore e ne parleremo quando voteremo gli emendamenti.
Sul falso in bilancio, il Governo ci ha fatto penare, arrivando talvolta a situazioni quasi paradossali, con emendamenti che risultavano inviati al Parlamento ma che non arrivavano, con anticipazioni sulla stampa, commenti e dibattiti televisivi in cui si parlava del nulla. Ed oggi abbiamo un testo che - a nostro modo di vedere - deve essere migliorato, perché è importante reintrodurre finalmente, dopo quasi quindici anni, una effettiva punibilità di quello che è considerato il reato sentinella e che poi è spesso alla base dei fenomeni corruttivi. Ma occorre coraggio.
Le proposte che affronteremo nel corso dell'esame degli emendamenti sono poche e ne vorrei illustrare solamente due, che ritengo significative. La prima riguarda quella che il presidente del Consiglio Renzi ha definito una necessità, cioè l'introduzione di una sorta di DASPO per i politici corrotti, mettendo così la parola definitiva sulla impossibilità per questi di ricoprire in futuro incarichi pubblici. A tal proposito, abbiamo presentato un emendamento che completa la disposizione vigente, già oggi contenuta nel codice penale all'articolo 317-bis: non solo i politici corrotti sono interdetti in perpetuo dalla candidatura e dall'assunzione di ruoli amministrativi, ma non vi sarà più la possibilità di contrarre per le ditte e le imprese corruttrici.
C'è poi un altro elemento, che ci viene sollecitato e che spesso è stato sollecitato dallo stesso Presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, come da altri autorevoli soggetti impegnati nella lotta contro la corruzione. È uno strumento che non riguarda le pene o il pugno duro, ma ha natura investigativa e sarebbe davvero utile e ce lo chiedono tutti: l'agente provocatore oppure, in alternativa, l'agente infiltrato, cioè un agente di Polizia giudiziaria che non si deve mettere in maniera indistinta, irrazionale ed assolutamente anarchica ad istigare alla commissione di reati, ma che nell'ambito di una idea coordinata con le procure e, se sarà il caso, anche con la DDA, verifichi e testi l'integrità dei pubblici amministratori.
Oggi il nostro Paese ha bisogno di questo: ha bisogno di far capire finalmente a chi si avvicina alla politica e agli incarichi pubblici che la festa è finita, che è inutile voler fare carriera in politica per arricchirsi e rubare ai danni dei cittadini. Avremo occasione di illustrare questi emendamenti e confidiamo che la maggioranza voglia accogliere questi input propositivi del Movimento 5 Stelle, perché veramente crediamo che possano andare nell'interesse del Paese. Questo, purtroppo per noi, potrebbe magari andare indirettamente anche a favore del Governo, se li volesse adottare, ma quello che va bene per il Paese va bene per noi. (Applausi dal Gruppo M5S).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lo Giudice. Ne ha facoltà.
LO GIUDICE (PD). Signora Presidente, sono tra i firmatari di quel disegno di legge n. 19 a prima firma del Presidente, allora senatore, Pietro Grasso, più volte oggi citato. Sono quindi fra quelli che, con particolare ansia - ma credo di essere in compagnia della stragrande maggioranza delle italiane e degli italiani - attendono questo momento, cioè il momento in cui, all'interno di una più generale riforma della giustizia e degli interventi per rendere più giusto il nostro Paese, verrà approvato un intervento contro la corruzione.
Noi sappiamo bene che possiamo riformare quanto vogliamo i singoli aspetti della pubblica amministrazione, del vivere associato, della gestione del nostro Paese. Ma, se non liberiamo le modalità, i procedimenti, i percorsi che accompagnano la vita dei cittadini e delle cittadine in ogni azione e in ogni momento della conduzione della loro esistenza in questo Paese, dalla incrostazione di eventi, atteggiamenti, modalità, abitudini e attitudini mentali impregnati di corruzione, non riusciremo a rivoltare questo Paese come un calzino, a renderlo più giusto e appetibile per gli investimenti stranieri e più economicamente e socialmente fluido, efficace e moderno.
Sono tutte caratteristiche che vogliamo che il nostro Paese acquisisca, se intendiamo evitare di entrare in una fase di declino e rimanere all'interno dei Paesi economicamente rilevanti, e - lasciatemelo dire - se vogliamo tornare a fare parte di quei Paesi che, dal punto di vista dei diritti e della giustizia, rientrano tra gli Stati guida dell'Europa e del mondo intero.
Il disegno di legge che stiamo discutendo, che mi auguro stiamo andando ad emendare in alcune sue parti e ad approvare, è certamente il frutto di un lungo e accidentato percorso, che ha avuto momenti di discussione vera nel merito e nei contenuti; una discussione produttiva di risultati e di posizioni più avanzate rispetto a quelle di partenza, ma che ha anche registrato - questo è innegabile - momenti di stallo e crisi, in cui esso è stato ostaggio della politica, di discussioni e mediazioni che sembravano infinite ed interminabili.
Per fortuna, oggi siamo qui e, al di là del percorso accidentato che questa proposta ha avuto, possiamo discutere del suo merito. È vero che nel merito, rispetto al disegno di legge n. 19 e all'impianto generale della nostra discussione, alla partenza dell'iter, questo testo si presenta più snello dal punto di vista dei temi trattati: sono stati espunti alcuni temi importanti come il riciclaggio e l'autoriciclaggio, la confisca dei beni e la prescrizione, perché affrontati in altri contesti. Abbiamo già fatto una discussione molto importante sul reato di autoriciclaggio e prodotto atti normativi. Sulla prescrizione si è ricordato prima come la Camera sia arrivata già all'approvazione di un primo testo. E mi unisco a chi prima ha sottolineato la necessità che quello approvato dalla Camera sia oggetto, in seconda lettura al Senato, di un'attenta valutazione della sua effettiva efficacia rispetto alle esigenze importanti che abbiamo di garantire la persecuzione effettiva dei reati e la possibilità di comminazione reale e concreta delle condanne previste dalla legge. In caso contrario, quell'esercizio di aumento delle sanzioni penali rischia di essere fine a se stesso.
Nel testo al nostro esame abbiamo sicuramente fatto un intervento di consolidamento della sanzione penale e di aggravamento delle pene. E l'abbiamo fatto su quei reati che riteniamo essere particolarmente meritevoli di condanna, proprio perché ci rendiamo conto che, nel nostro Paese, sono oggetto di una percezione vaga, come se per l'appunto l'atteggiamento corruttivo sia parte del vivere civile e, quindi, sia inteso come non di particolare disvalore sociale. Ben venga, quindi, l'inasprimento delle sanzioni penali. Ricordo le principali: il reato di peculato viene aggravato, nella pena massima, da dieci anni a dieci anni e sei mesi; la concussione per atto contrario ai doveri d'ufficio passa, nella pena massima, da cinque a sei anni; la corruzione propria, che andava da quattro a otto anni, diventa da sei a dieci anni, e così anche la corruzione in atti giudiziari.
Presidenza del vice presidente GASPARRI (ore 11,25)
(Segue LO GIUDICE). È importante sottolineare la modifica che abbiamo apportato all'articolo 317 del codice penale relativamente alla concussione: non abbiamo inasprito le sanzioni, ma abbiamo inserito un elemento molto importante, che consentirà di rendere più efficace quell'articolo, là dove abbiamo inserito, fra i possibili artefici di un reato di concussione, non solo il pubblico ufficiale ma anche l'incaricato di pubblico servizio. Si tratta di una modificazione attesa, oggetto di una lunga discussione parlamentare, e non solo in questa legislatura, che diventa tanto più importante nel momento in cui le figure che svolgono incarichi pubblici senza essere pubblici ufficiali, ma incaricati di un pubblico servizio, dagli operatori sanitari a concessionari di beni pubblici (come la RAI o l'ENI), si relazionano con il cittadino e con il loro potere possono realizzare comportamenti concussivi.
Sempre con riferimento all'inasprimento delle sanzioni, voglio ricordare l'inasprimento relativo al reato di associazione mafiosa di cui all'articolo 416-bis del codice penale, in base al quale, secondo la gravità dell'associazione (semplice appartenenza, organizzazione vera e propria, associazione armata o meno) le pene vengono fortemente inasprite: si passa dal massimo di dodici anni, previsti dal primo comma, a quindici anni; dai quattordici anni del comma secondo fino ai diciotto anni, per arrivare al massimo dei ventisei anni per chi diriga un'associazione mafiosa armata.
Detto ciò, è evidente che non possiamo pensare che l'unico intervento riguardi l'inasprimento delle sanzioni penali. Abbiamo infatti necessità di intervenire sulla questione concernente la possibilità di colpire l'artefice di un reato di peculato, di corruzione, di concussione anche rispetto ad un illecito profitto. Saluto pertanto con favore la previsione dell'articolo 5, che intervenendo sull'articolo 444 del codice di procedura penale, in particolare per quanto riguarda l'applicazione della pena su richiesta delle parti, vale a dire il patteggiamento, subordina l'ammissibilità della richiesta alla restituzione integrale del prezzo o del profitto del reato. In sostanza lo Stato, anche per ragioni di economia complessiva del procedimento, accetta di accedere alla misura del patteggiamento, ma lo fa solo con riferimento alle persone disponibili a restituire integralmente il prezzo del profitto del reato.
Ne parleremo più avanti in sede di esame degli emendamenti, ma credo sarebbe importante poter estendere la stessa possibilità di subordinazione della misura alla restituzione del prezzo o del profitto del reato anche alla sospensione condizionale della pena. Questa previsione è oggetto di uno specifico emendamento di cui parleremo in fase emendativa, ma anche in quel caso mi sembrerebbe importante riuscire a intervenire non solo attraverso punizioni più pesanti dal punto di vista della sanzione penale, quindi con un effetto di deterrenza implicito nell'inasprimento, ma anche sul piano finanziario.
Molto importante è anche l'articolo 6, nel quale si prevede che il pubblico ministero informi dell'esercizio dell'azione penale, con riferimento ai reati in oggetto (corruzione, peculato, concussione e quant'altro), l'Autorità nazionale anticorruzione. Si tratta di un istituto rispetto al quale esiste una forte aspettativa non solo di quest'Aula ma anche dell'opinione pubblica italiana. È quindi molto importante dare questa possibilità in più al presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, vale dire essere informato puntualmente dal pubblico ministero dell'avvio di procedimenti di questo genere.
Vorrei fare un'ultima osservazione sugli articoli 8, 9 e 10, relativi al falso in bilancio. Credo che la lunghissima trattativa, anche tra forze politiche diverse, tra Parlamento e Governo, quindi interna al Parlamento e al Governo, abbia prodotto un risultato accettabile. Ritengo, però, che alcune espressioni contenute nel testo possano e debbano essere oggetto di attenta valutazione da parte di quest'Aula in fase emendativa. Mi riferisco all'utilizzo di parole come l'avverbio «consapevolmente» o l'aggettivo «rilevanti», usato accanto all'espressione «fatti materiali», che rischiano di rendere più indeterminate - e quindi più deboli - le norme penali, inducendo il magistrato che dovrà applicarle a trovarsi in una situazione di eccessiva discrezionalità e d'incertezza interpretativa.
Parimenti, ritengo che non sarà possibile in quest'occasione... (Il microfono si disattiva automaticamente).
PRESIDENTE. La prego di concludere la frase, senatore.
LO GIUDICE (PD). Dovremo riprendere quella previsione che riguarda il tema dell'intervento sulle fondazioni rispetto alla correttezza dei loro bilanci e alla loro presentazione al prefetto e alle Regioni. (Applausi della senatrice Ginetti).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Malan. Ne ha facoltà.
MALAN (FI-PdL XVII). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, colleghi, inizierò con due citazioni, la prima è di Cesare Beccaria: «Montesquieu affermò che ogni punizione che non sorge dall'assoluta necessità è tirannica, ma io direi piuttosto che ogni atto di autorità di un uomo su un altro, per il quale non vi sia un'assoluta necessità, è tirannico».
Per venire alla seconda citazione, nel perorare il rapido avanzamento di questo disegno di legge che stiamo esaminando: «non vi sono dati che possano esprimere la tristezza della corruzione. Tutti abbiamo il dovere di fare qualcosa». La persona che ha pronunciato queste frasi ha effettivamente fatto qualcosa: qualche giorno dopo averle dette, ha preso 100.000 euro di mazzetta da un onesto pasticcere che vende nell'aeroporto di Palermo le prelibatezze di quella Regione. Si tratta di Roberto Helg, grande propugnatore di ogni battaglia contro la corruzione, egli stesso garante anticorruzione per Confindustria, che in ottima compagnia, quantomeno dal punto di vista del rango istituzionale, ha fatto convegni, perorazioni, appelli strappalacrime e strappacuore contro la corruzione, giusto prima di prendere quella mazzetta da 100.000 euro.
L'Italia, però, ha anche persone come Cesare Beccaria - che non è più con noi da tempo - o come quel pasticcere che ha avuto il coraggio di andare a denunciare (e sì che aveva forse qualche timore nel farlo, date le altolocatissime amicizie del signor Helg).
Ebbene, io, tra Roberto Helg e Cesare Beccaria, sto con Cesare Beccaria. È vero però che il nipote di Cesare Beccaria non è simpatico al Presidente del Consiglio, dunque c'è poco da star tranquilli, perché quello che dice lui è legge, in questa che ieri, un esponente autorevole della maggioranza - lo sottolineo - ha definito la «nuova teocrazia renziana». Egli dunque vuol mettere al bando - giustamente, dal suo punto di vista - il romanzo del nipote di Cesare Beccaria, che si chiamava Alessandro Manzoni, «I promessi sposi».
Comprendo che chi ha molta fretta, come il Presidente del Consiglio, non possa leggersi un intero libro di questo genere, ma basterebbe il primo capitolo, quello in cui si parla di quelle gride, divenute famose e conosciute come manzoniane, ancorché Manzoni abbia il solo pregio di averne messa in evidenza l'efferatezza. Si trattava delle gride di un Governo corrotto, che ha fatto un gran male all'Italia nel 1600 e che, per combattere fenomeni di criminalità diffusa, non sapeva far altro che emanare gride appunto - oggi si fanno decreti o disegni di legge - per fare figura e dare un segnale, come si dice oggi (nel 1600 erano meno evoluti sotto il profilo della nebbia e del fumo negli occhi). Per dare un segnale si faceva dunque una bella grida, imponendo pene, peraltro inizialmente molto più miti di quelle previste in questo disegno di legge. Poi, di fronte all'assoluta inefficacia di queste gride, si passava ad un'altra grida in cui veniva ribadita quella precedente; spesso le leggi lo fanno, e anche in questo caso lo stiamo facendo. Qui si vuole fare una certa propaganda, sia dei mezzi di comunicazione sia di molti esponenti politici, che raccontano la menzogna assoluta, o la fanno passare, secondo la quale oggi non c'è una legge contro la corruzione.
Ricordo ai colleghi - a quelli che c'erano nella scorsa legislatura e a chi non c'era - che una legge anticorruzione è stata approvata alla fine del 2012. Bisogna forse fare una legge tutti i giorni?
Ogni giorno vengono denunciati migliaia di furti in Italia: dobbiamo forse fare non dico migliaia ma centinaia di volte al giorno una nuova legge contro il furto? Certamente ci sono aspetti su cui intervenire, ma il semplice aumento delle pene, oltre a contravvenire ad alcuni principi, ha anche profili irrazionali tali per cui ci sono reati, in particolare quelli riguardanti l'associazione di carattere mafioso, per cui una persona che esplicitamente non ha compiuto alcuno specifico reato, alcun crimine, solo perché appartiene ad una certa organizzazione, con questo disegno di legge può benissimo subire pene più pesanti che per l'omicidio volontario (non quello colposo, rispetto al quale le pene sono superiori di parecchi ordini di grandezza). Ebbene, bisognerebbe avere un atteggiamento un po' meno "gridato", un po' meno volto a dare segnali. Credo che noi legislatori - perché tali siamo - in questa occasione più del solito (per una volta non si tratta di un decreto-legge), dovremmo essere volti allo stesso obiettivo che hanno tutti i lavoratori del nostro Paese. Chi fa il pasticcere, come colui che veniva estorto dal grande moralista dell'aeroporto di Palermo, deve fare bene i pasticcini, i suoi dolciumi. Chi fa l'avvocato deve difendere bene i suoi clienti; chi è agricoltore deve far crescere i suoi prodotti e chi fa le leggi deve fare buone leggi, e non dare segnali. Quando andiamo a comprare del cibo non vogliamo un segnale per far vedere, ma che il cibo sia buono, sano e nutriente. Allo stesso modo, quando andiamo dal medico non vogliamo segnali e spot, ma che ci visiti adeguatamente, che ci faccia una diagnosi e ci dia cure efficaci, e non cure per dare un segnale.
Noi, che abbiamo una responsabilità altissima, se diamo segnali anziché fare buone leggi avremo i medesimi risultati delle gride del Seicento, quelle che il Presidente del Consiglio non vuole più che vengano studiate nelle scuole, quelle di quando il crimine prosperava ancora di più e qualche poveraccio finiva di mezzo, come sempre nello stesso libro viene raccontato (ma qui siamo intorno al ventesimo capitolo per cui un lettore affrettato non ci pensa neppure ad arrivare fino a quel punto; ripeto, basta leggere il primo capitolo, non chiedo un grande sforzo).
Contemporaneamente a queste norme, a queste gride, poi però si fanno delle cose del tutto in contrasto. Ecco perché ho presentato due emendamenti, che apparentemente potrebbe dirsi che vanno al di fuori dell'ambito di questo provvedimento.
Ma qual è il problema della corruzione? Che qualcuno fa soldi in maniera disonesta (e ciò è di cattivo esempio): si fa dare dei soldi per fare cose ingiuste e per privilegiare a sua volta qualcuno. Questa è la corruzione: io pago un qualche funzionario o un qualche politico per farmi dare un incarico di lavori, e lo si fa attraverso la corruzione. Poi ci sono quelli che non hanno bisogno di corruzione, perché sono coloro ai quali i regali vengono fatti per legge. Mi riferisco all'articolo 5 del cosiddetto decreto sblocca Italia, dove senza bisogno - almeno che si sappia - di passaggi di denaro, e soprattutto senza rischiare cinque, dieci, venti, trent'anni di carcere, e trenta-quaranta di processo, sono stati affidati dei lavori che danno luogo non a ricavi ma a margini (questa è la stima fatta da autorevoli esperti del settore) di 16 miliardi. Ciò contravviene alle norme europee, contro il parere espressamente dato dall'Antitrust, dalla Banca d'Italia, dall'Autorità anticorruzione (che in altri settori, quando fa comodo, viene presa come verità assoluta), dall'Autorità dei trasporti. Il tutto con un profitto di 16 miliardi di euro nel lungo termine. Ma ogni giorno questa norma, già solo per il fatto che è entrata in vigore e, poi, è stata benevolmente prorogata con il decreto milleproroghe (perché i signori cui si faceva il regalo avevano qualche difficoltà a spiegare dettagliatamente i piani attraverso i quali bisognava fare questo regalo), costa almeno 2 milioni di euro, che dalle tasche dei cittadini e delle imprese italiane finiscono nelle tasche di persone che non hanno mai vinto una gara d'appalto.
Combattiamo il guadagno illecito e le sperequazioni? Giustissimo, ma combattiamole tutte. È inutile che il Governo promuova o sostenga norme che danno cinque, dieci o chissà quanti anni di carcere a chi si prende (e non deve farlo, perché è gravissimo che lo faccia) un regalo da 100 euro e, poi, però, ne faccia uno da 16 miliardi. Effettivamente, si risparmiano 100 euro tante volte, riprendendoli ai cittadini italiani onesti che pagano, e si danno a qualcun altro.
Ho presentato anche una proposta contro l'abuso perpetrato dallo Stato nei confronti dei cittadini. Un modo fondamentale per combattere la corruzione consiste nell'eliminare le circostanze in cui la tentazione della corruzione sorge, riducendo la burocrazia, riducendo i cento, mille timbri, autorizzazioni, vessazioni, controlli arbitrari previsti, per diminuire le occasioni in cui funzionari - e, in alcuni casi, esponenti politici - possono condizionare la loro autorizzazione e il loro timbro a qualche piacere che ricevono.
Purtroppo questo Governo aumenta il carico burocratico. La legge anticorruzione - non questa, quella precedente tutt'ora in vigore - li aumenta ancora e, così, si dà modo allo Stato di vessare i cittadini. I cittadini vedono lo Stato come un nemico. È giusto che chi compie un'infrazione stradale, ad esempio, paghi, ma è anche giusto che una volta che ha pagato non gli venga, dieci o venti volte, richiesto di ripagare; o, ancora, è giusto che non si chieda di pagare tasse a chi le ha pagate e, magari, contando sul fatto che erano somme piccole, lo ha fatto senza andare a controllare nel timore di ricevere ulteriori sanzioni.
Dobbiamo anche punire i funzionari che si comportano in questo modo, che vessano i cittadini e che estorcono denaro ai cittadini che già hanno versato. Altrimenti, come ha detto un collega, lo Stato si comporta come un criminale e c'è poco da stupirsi se, poi, qualcuno non ha fiducia nello Stato. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Taverna. Ne ha facoltà.
TAVERNA (M5S). Signor Presidente, colleghi, dopo venticinque anni purtroppo non è cambiato niente.
Era il 17 febbraio 1992 e gli italiani scoprirono dal telegiornale - un po' come noi abbiamo scoperto dalla trasmissione «Porta a Porta» delle dimissioni del ministro Lupi - che il sistema delle opere pubbliche si reggeva su un sofisticato e consolidato sistema criminale, che si alimentava delle tangenti e della lievitazione dei costi. Scoprirono che di quel sistema ne beneficiavano politici e partiti di ogni colore.
Le elezioni dell'aprile successivo furono segnate dall'astensione, quello cui mirate ancora oggi. Le indagini andavano avanti e nei mesi piovevano avvisi di garanzia.
Nel 1993 il Governo varò un decreto-legge - il decreto Conso - che depenalizzava il finanziamento illecito ai partiti in via retroattiva, così ricomprendendo anche i fatti di Mani pulite. L'opinione pubblica e i giornali gridarono allo scandalo e il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro per la prima volta nella storia repubblicana rifiutò di firmare un decreto-legge, ritenendolo incostituzionale, cosa che forse qualche altro Presidente avrebbe dovuto avere il coraggio di fare ma non ha fatto.
Nel 1994 il decreto Biondi, anche detto salva ladri, sostituì la custodia cautelare con gli arresti domiciliari per i crimini di corruzione.
Alla fine del processo molti imputati sono stati assolti, pur avendo commesso il fatto, perché nel frattempo le riforme giudiziarie messe in campo dall'Ulivo avevano reso invalide alcune delle prove acquisite e, in numerosi casi, favorito il sopraggiungere della prescrizione. L'allora procuratore di Palermo, Giancarlo Caselli, dichiarò che il Parlamento aveva abrogato la mafia per legge. Il passaggio alla seconda Repubblica non ha determinato un cambiamento delle cattive abitudini e sistematicamente il legislatore italiano, senza alcun pudore, ha partorito leggi che disattendono e feriscono la Costituzione, leggi criminogene, scritte ad hoc per creare zone franche della legalità.
Quel germe criminale, che sembrava essere stato debellato dalla magistratura, continuava a diffondersi alimentandosi di una legislazione complice. L'inchiesta che in questi giorni sta conducendo la procura di Firenze non è altro che il risultato dell'inerzia o, peggio ancora, della complicità dello Stato rispetto ai fatti di corruzione e di mafia che erano venuti alla luce in quegli anni. È stato uno Stato che ha consentito a dirigenti e amministratori pubblici di decuplicare il costo degli appalti, un furto legalizzato e di dimensioni colossali, progettato e compiuto, ora come allora, da politici, funzionari e alti dirigenti, imprenditori e amministratori delle società partecipate. Non è veramente cambiato niente. Per foraggiare questo sistema, infatti, si sono create le cosiddette società partecipate, che sono lo strumento giuridico attraverso il quale privati e amministratori rubano i soldi ai cittadini.
Mi rivolgo a un'Aula purtroppo vuota, come nella maggiore parte dei casi in cui vengono discussi dei provvedimenti veramente importanti. I soldi che questa classe politica ha permesso che venissero rubati tramite la corruzione, la connivenza e la collusione sono soldi che gli italiani fanno fatica oggi, di nuovo, a mettere in gioco in uno Stato che quotidianamente disattende tutti i bisogni reali del Paese per continuare ad arricchire sempre e solamente i soliti. Comunque, noi ci vediamo sottrarre miliardi di euro e non possiamo fare niente perché questo sistema è stato legalizzato. Mi spiego: dopo che la magistratura aveva messo alla luce una voragine di spreco di denaro pubblico e il sistema corruttivo posto in essere da quella classe politica, le classi politiche successive hanno pensato bene di fare delle leggi e dei decreti‑leggi che dicono che i pubblici amministratori possono affidare gli appalti delle opere pubbliche come vogliono. Sono leggi, ripeto, criminogene perché autorizzano i funzionari pubblici a fare quello che vogliono del denaro pubblico. (Applausi dal Gruppo M5S). Tutto è regolare. Non si può più procedere nemmeno per abusi di atti d'ufficio. Sono leggi illegittime. È quanto di peggio possa fare un legislatore.
Io mi chiedo una cosa: abbiamo approvato la responsabilità civile per i giudici, perché non approviamo la responsabilità civile per il legislatore? (Applausi dal Gruppo M5S). Perché c'è questa bolla di impunità per le leggi che escono dal Parlamento, da questo e dai precedenti, che sono state dichiarate incostituzionali? Voi meglio di me sapete che queste leggi non avrebbero mai dovuto avere effetto giuridico; non sarebbero dovute esistere. Quelle leggi hanno provocato effetti importanti. Vedo Giovanardi e penso alla cosiddetta legge Fini-Giovanardi e alle persone che sono state in galera per una legge che non sarebbe mai dovuta esistere. Come giustifichiamo questo alle persone che, invece, da quella legge sono state colpite e ne hanno pagato le conseguenze? Come giustifichiamo che per anni ci avete mandato a votare con una legge che non sarebbe dovuta esistere? (Applausi dal Gruppo M5S).
In Parlamento ci siamo da due anni e vediamo come funziona: ogni Commissione è competente per la propria materia. Ce ne sono solo due di Commissioni che puntualmente devono esprimere il proprio parere su tutti i provvedimenti che passano: una è la Commissione bilancio, che deve garantire la copertura, e l'altra è la Commissione affari costituzionali, che deve garantire che il provvedimento presenti profili costituzionali. Io voglio che i cittadini vadano a leggere chi erano i commissari della Commissione che ha dato il parere positivo su leggi che oggi ci costano 50 miliardi, come il fiscal compact. Oggi ci dite che non si può trovare la copertura di 16 miliardi per il reddito di cittadinanza? (Applausi dal Gruppo M5S). Dite agli italiani come trovate 50 miliardi l'anno per vent'anni per pagare il fiscal compact! Ditegli questo! Non chiedete a noi come facciamo a trovare i soldi (e li abbiamo trovati) per garantire dignità e libertà alle persone. Dite perché ci avete costretto a pagare 50 miliardi che ci mettono sul lastrico.
Si pensi a quanto scritto nel «Trattato di diritto penale italiano» di Manzini. Nel frattempo, infatti, io studio, perché per combattervi bisogna conoscervi bene. La cosa più fastidiosa è proprio che voi conoscete bene le leggi e che, invece, di applicarle a vantaggio di questo Paese, le usate per fregare i cittadini! (Applausi dal Gruppo M5S). Questo è quello che mi fa più schifo qui dentro! Non siete ignoranti! L'ignoranza forse è anche giustificabile in alcune persone, ma voi siete istruiti, intelligenti. Conoscete le leggi e, ogni volta, le applicate a discapito delle persone.
In conclusione, settecentoquaranta giorni da quando il disegno di legge Grasso è stato presentato, siamo finalmente qui, in quest'Aula, a discuterlo. Noi abbiamo la responsabilità, il dovere morale di dare al Paese una buona legge anticorruzione, che sia degna di questo nome e ridia dignità a questo Paese. Perché per combattere la corruzione non basta cambiare Ministri e dirigenti, occorre cambiare le leggi. Demolire tutta la legislazione criminogena ancora esistente e impedire per il futuro che fatti del genere possano nuovamente accadere. Occorre che il Parlamento, il Governo e tutti coloro che ne fanno parte siano di esempio e si impegnino a diffondere la cultura della legalità.
Le chiedo solo un altro secondo, signor Presidente, perché voglio leggere agli italiani come questi commissari intendano combattere la corruzione. È un emendamento del senatore Barani che così recita: «Chiunque compia taluno dei reati di cui al precedente articolo 1 è punito con la fucilazione, da svolgersi pubblicamente nella piazza principale della città ove ha sede il tribunale competente per territorio. La pena di cui al precedente comma non può comportare la pena di morte».
Io spero che gli italiani vi prendano sul serio e questo emendamento lo applichino a prescindere dal fatto che voi lo riteniate opportuno. Sinceramente, se non si approverà veramente una legge anticorruzione, io non so come gli italiani reagiranno alle vostre ingerenze nella vita di un popolo che sta soffrendo. C'è gente che si ammazza veramente e, quindi, queste porcate evitate di scriverle! (Applausi dal Gruppo M5S).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Ricchiuti. Ne ha facoltà.
RICCHIUTI (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, Papa Francesco lo scorso sabato a Scampia ha detto che la corruzione puzza. Ha esortato i napoletani a ribellarsi alla camorra e ha detto loro che il pane guadagnato con i soldi di provenienza illecita è un pane sporco.
Sergio Mattarella, all'atto di giurare come Presidente della Repubblica, ha affermato che la lotta a mafie e corruzione è una priorità assoluta; ha detto così, davanti a quasi tutti noi, riuniti nell'emiciclo della Camera dei deputati: priorità assoluta.
Don Luigi Ciotti, lo scorso sabato, davanti a 200.000 persone a Bologna, ha gridato che contro la corruzione - che è l'altra faccia della mafia - non ci può essere spazio per il negoziato, per indebiti riguardi e per eccessi di prudenza.
Ecco quindi, signor Presidente e colleghi, che il disegno di legge che andiamo a esaminare non è altro che un atto dovuto. Non un passaggio discrezionale, ma una necessità, un dovere. È forse un dovere etico? No, colleghi, non sono mai stata moralista e penso che l'etica - entro certi limiti - riguardi più il foro interno che quello pubblico. Per il foro interno c'è la coscienza; per quello esterno ci sono le leggi.
La lotta alla corruzione, quella seria, fatta di azioni concrete e verificabili, è invece una necessità economica, perché quando il Papa dice «pane sporco» dice che l'economia è rovinata dalla corruzione; questa tarpa le ali alla concorrenza, all'inventiva, all'impresa e al lavoro. Dove non c'è corruzione l'economia prospera. La legalità non è forse bella per tutti, ma conviene a tutti.
Veniamo allora a questo provvedimento, per il quale voterò ma non con l'entusiasmo che speravo.
Vengono aumentate le pene per molti reati contro la pubblica amministrazione: il peculato, la corruzione impropria, quella propria e quella in atti giudiziari. Viene esteso l'ambito di applicazione della concussione e vengono aumentate le pene per l'associazione mafiosa.
Vi sono poi due disposizioni procedurali molto significative. La prima è quella che subordina il patteggiamento nei casi di corruzione alla restituzione integrale del prezzo o del profitto del reato. La seconda prevede che il TAR, quando giudica appalti e scopre nelle carte processuali elementi di anomalia, trasmetta quelle notizie all'Autorità anticorruzione. Si tratta di una disposizione che si inserisce nel solco di una modifica legislativa, che era già intervenuta nel cosiddetto decreto-legge Madia nel maggio scorso, in virtù della quale quelle informazioni erano dovute alla stessa Autorità dall'Avvocatura dello Stato. Tutto bene, dunque? Purtroppo no.
Quelli che don Ciotti ci ha invitato a non fare, quei negoziati indebiti, sono stati invece in parte condotti. Quelle timidezze e quei riguardi indecenti sono stati purtroppo parzialmente usati verso chi non è insensibile alle opacità, al grigiore ed alle ambiguità di chi non riesce a separarsi dal malaffare e dalla palude sperimentata di relazioni talora indicibili. Sto parlando della proposta sul falso in bilancio, che è insufficiente.
Anticipo che mi riservo di intervenire in dichiarazione di voto sui miei emendamenti 8.311 e 10.312. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Candiani. Ne ha facoltà.
CANDIANI (LN-Aut). Signor Presidente, sicuramente il tema giunge in Aula in un momento in cui non poteva esserci più dibattito in Italia; infatti - questo va ricordato in partenza - non ci si arriva perché è stato calendarizzato come previsione, ma perché, dopo gli ultimi gravi fatti e arresti che si sono susseguiti nelle settimane passate, ovviamente è nata la solita tipica italiana gara ad accaparrarsi il merito di chi più velocemente riesce a risolvere il problema.
Devo dare ragione anche a qualche intervento precedente. Troppo e troppo spesso, purtroppo, il legislatore - in questo caso il Governo - agisce non in ragione della risoluzione reale dei problemi, ma nel dare soddisfazione mediatica a quella che può essere una soluzione del problema, una sorta di panacea, una sorta di: «troviamo una soluzione, diamo un segnale rassicurante ai cittadini, che consenta di dire che abbiamo affrontato il problema e che non siamo gente che perde tempo».
Signor Presidente (sono contento, tra l'altro, che nel frattempo sia giunto anche il Ministro), noi oggi non dobbiamo commettere l'errore che spesso si fa in Italia e che avviene in occasione di ogni circostanza drammatica: c'è un'alluvione e si fa subito una legge per porre rimedio al dissesto idrogeologico; avviene un incidente stradale grave con un pirata della strada che scappa ed ecco che torna subito in voga il tema dell'omicidio stradale. Ciò avviene anche quando ci sono disegni di legge - noi stessi ne abbiamo presentati già negli anni passati - che giacciono in Parlamento da tempo e che non vengono portati avanti perché, evidentemente, il Governo non dà la priorità a questo tipo di provvedimenti. Viene uccisa una donna ed ecco che si fa subito un provvedimento per il femminicidio; viene commesso un reato grave nei confronti di minori ed ecco che se ne fa uno sui minori. Questo non è un modo di operare maturo in termini né di soluzione, né di messaggio per i cittadini.
È ovvio che il problema esiste, perché il problema di corruzione esiste da sempre in questo Paese e, purtroppo, con circostanze che ogni volta dimostrano l'incapacità del sistema di emendarsi. Io però mi farei una domanda, che devo fare ovviamente al Ministro. Signor Ministro, vi siete posti anzitutto la domanda di quale sia la ragione per cui si possono creare questi elementi di corruzione? Infatti, può ovviamente esserci una tenuità della pena: non è prevista alcuna pena e, quindi, è chiaro che chi ruba lo fa perché sa benissimo che tanto non viene condannato ad alcunché. Possono però esserci anche circostanze per cui si è sottovalutato - mi sia qui consentita una valutazione - che il politico e il funzionario non sono persone differenti; spesso e volentieri le due figure corrispondono, anche in termini di rapporto. O peggio, non è certamente detto che il politico sia corrotto e il funzionario sia onesto per definizione. Questo è ciò che avviene in Italia dall'inizio degli anni Novanta, da quando c'è stata la distinzione tra la responsabilità politica e quella amministrativa: una gran parte del sottobosco che ha generato la politica si nutre di corruzione. Si tratta di una corruzione che non va sotto i riflettori, come accade per chi viene esposto al giudizio popolare, ma che ha portato il sistema a piegarsi a delle consuetudini che, da questo punto di vista, ci rendono realmente un Paese da Terzo mondo.
Mi spiego meglio: signor Ministro, è ovvio che se ogni volta si sovrappone una normativa ad un'altra, si creano stratificazioni tali per cui la figura del funzionario, o del burocrate - chiamiamolo così - diventa sempre più indispensabile per arrivare a risolvere i problemi: comunque e in ogni caso lì si deve «morire». Il politico - che sia sindaco o un altro eletto - alla fine del suo mandato se ne va, ma il funzionario e il dirigente restano. Se di riforma si deve parlare, andiamo ancora più a monte e parliamo della riforma della pubblica amministrazione: è in quel contesto che vanno considerati questi aspetti. Oggi si agisce sulla normativa penale, proponendo di mettere una bella sanzione. È francamente ridicolo quello che abbiamo sentito poco fa: qualcuno potrebbe evitare certe coloriture e proposte come quelle che abbiamo sentito. Le sanzioni devono essere forti, serie e severe e lo Stato le deve far rispettare. Non dovete depenalizzare e sapete benissimo a cosa mi riferisco: nei prossimi giorni, il 2 aprile, entreranno in vigore i decreti di depenalizzazione. Signor Ministro, in questo modo si creerà un ulteriore gap tra i cittadini e lo Stato. Il cittadino che oggi viene derubato in casa e il giorno dopo vede il ladro andare in giro libero per la strada e che poi vede il corrotto e il corruttore che la fanno franca, non ha solo la sensazione, ma ha la certezza che lo Stato non lo tuteli, in quanto cittadino che lavora e paga le tasse. Questo è proprio quello che va evitato.
Tornando al discorso sulla corruzione, è naturale che si debba semplificare il percorso normativo, ma ciò deve andare nel senso di semplificare la gestione di un appalto o la fruizione di un diritto. Se un cittadino si rivolge al Comune per avere l'assegnazione di una casa popolare, non deve andare a chiedere il permesso a un funzionario o andare dal politico dicendo: «Dammi una casa di 5 metri quadrati più grande, che magari a Natale ti regalo un cesto di frutta», perché in tal modo ci si porta dietro un livello di corruzione, che arriva, amplificato, fino alle grande opere. Onestamente, in tal modo si dà anche l'opportunità a chi non ne capisce nulla di farci tornare quasi all'età della pietra, dicendo che non si devono più realizzare opere, strade, acquedotti o infrastrutture, perché esse generano corruzione. Il problema però non sono le opere, ma le regole che nel frattempo vi si sono incrostate attorno e che rendono possibile a questi parassiti di alimentarsi. È proprio su questo aspetto che bisogna agire.
Lo ribadisco: la prima questione è quella di non continuare con la storia della depenalizzazione, per poi dover rincorrere i problemi il giorno dopo, aumentando le pene, perché nel frattempo è stato beccato qualcuno e bisogna dare degli esempi forti, dimostrando che lo Stato combatte la corruzione. Le pene devono essere certe, serie e non si devono modificare più. In secondo luogo, un procedimento amministrativo che tuteli i cittadini non può essere complicato. I procedimenti vanno semplificati e il percorso per l'ottenimento e il godimento di un diritto deve essere rettilineo. Se un'impresa vuole lavorare, è valida, partecipa ad una gara e fa una buona offerta deve avere il diritto di vincere l'aggiudicazione di un appalto. Signor Ministro, occorre poi considerare tutta la questione legata agli imprevisti in corso d'opera, alla revisione dei prezzi e a tutto ciò che riguarda i cantieri. Sono tutte cose che vanno considerate. Se non pensate ad una revisione di questi aspetti, semplificandoli, ci sarà sempre un funzionario corrotto, un burocrate corrotto o un presidente di camera di commercio, che arriverà a dire: «Porca miseria: non riuscivo a pagare i miei debiti a fine mese. Cosa avrei potuto fare, se non rubavo?». Siamo arrivati a questi paradossi.
Ora, è chiaro che noi non ci aspettiamo dal Governo una risposta spot perché se dobbiamo fare l'elenco degli esempi di corruzione, purtroppo perdiamo la misura, e non si parte solo dalle grandi opere. Poco fa è stata ricordata la proroga delle concessioni autostradali. Ma cosa state facendo? State creando condizioni veramente pericolose nelle quali non si insedieranno piccoli giri di denaro come quelli che vengono scoperti in queste ore (addirittura buste da 2.000 euro), ma giri che passeranno direttamente sopra la testa dei cittadini e dello Stato, da una parte all'altra, spostando ingenti capitali e andando ulteriormente a dare uno schiaffo a tutti quegli imprenditori, cittadini e onesti lavoratori che, pagando le tasse, non vedranno rispettati i propri diritti.
Penso a tutto quello che è accaduto a Roma, signor Ministro: stiamo già dimenticando tutta la corruzione nascosta che è venuta fuori? I giornali non ne parlano e non esiste più niente? E tutto il sistema legato al MOSE? Esistono infiniti esempi di corruzione e questo vi deve far riflettere, in qualche maniera, sulle ragioni di tali scelte. Prevediamo una pena altissima e pensiamo di non avere più corruzione? Ne dubito perché se lo Stato non è serio e non fa rispettare le pene più basse, nemmeno quando si verifica un furto in appartamento, figurarsi che cosa succede in questi casi. È stato detto correttamente prima: si arriverà ad una sperequazione per cui per un omicidio sarà prevista una pena più lieve rispetto ad un reato di appropriazione di denaro pubblico. Questi sono paradossi. È chiaro che tutto questo da l'idea di un sistema che agisce in maniera schizofrenica, non in maniera organizzata.
Penso, Ministro, ai fondi europei. Sono stufo di accendere la televisione la sera, o di aprire i giornali e vedere esempi di opere fatte semplicemente perché non si sapeva come impiegare le risorse che alla fine andavano spese perché altrimenti l'Unione europea le avrebbe richieste indietro. Secondo voi in questo caso non c'è corruzione? Secondo voi non c'è un direttore dei lavori compiacente che magari dichiara anche di aver concluso i lavori quando l'opera non sta neanche in piedi? Questi fatti possono avvenire perché non esiste un sistema di tutela dei cittadini.
Oggi emanate questo provvedimento. Nessuno sfugge dal gorgo mediatico. Ci sono i professionisti dell'anticorruzione che adesso, ovviamente, si pavoneggiano, ci sono quelli che guardano gli aspetto tecnico-legali, distinguendo tra corrotto e corruttore, tra una frazione in più e in meno. Non è questo che ci interessa. Ci interessa che vi sia la certezza che in futuro le depenalizzazioni non diano ulteriore opportunità ai ladri nella cosa pubblica di farla franca e soprattutto che i cittadini sappiano che lo Stato prevede procedure semplici e facili. Non inventatevi l'acqua calda, andate a vedere negli altri Paesi europei. Per esempio, a distanza di pochi chilometri da dove abito, basta passare il confine e andare in Svizzera per vedere che lo Stato finanzia opere pubbliche che non si disfano, rispetta i cittadini che pagano le tasse. Ci sono esempi di buona amministrazione dove le opere iniziano e finiscono nei tempi stabiliti da contratto: con questi esempi dovete confrontarvi. Poi capisco che vi sia più interesse, magari, a fare operazioni di sudditanza come quelle che sto vedendo. (Il senatore Sollo si avvicina ai banchi del Governo). Senatore Sollo, buongiorno. Parli pure con il Ministro mentre interloquiamo. Anche questo è un momento di divagazione quindi è giusto approfittarne.
Stiamo parlando di cose serie, non stiamo parlando tanto per dire, anche se magari qualcuno lo fa semplicemente per perdere tempo. A noi piace credere che vi sia un Governo che ascolta i nostri consigli, magari anche considerando le esperienze - e in questa sede ce ne sono diverse da tutte le parti - di amministratori che hanno provato a partire dal Comune, magari provando a confrontarsi con un piccolo appalto, e che sanno quanto sia difficile avere a che fare con la burocrazia. Se non partite da questi aspetti e pensate di risolvere la questione semplicemente con un adeguamento penale sarà l'ennesima delusione, purtroppo, e gli italiani continueranno ad avere un sistema corrotto che non produrrà opere e che sprecherà soldi.
Questo, signor Ministro, sarebbe l'errore peggiore in un momento in cui volete veramente dare una svolta. Fatelo davvero e riformate la pubblica amministrazione a partire dalla rettilineità e dalla precisione degli appalti e della gestione degli appalti.
E poi, per l'amor di Dio, i funzionari e i grandi dirigenti toglieteli dai loro posti e fateli girare. Un'amministrazione che non ricambia l'aria è come una casa dove non si aprono mai le finestre. L'area diventa stantia e le persone si ammalano: non funziona. Un sistema stantio porta inevitabilmente a malattie. È quello che sta succedendo in questi giorni. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Carraro. Ne ha facoltà.
CARRARO (FI-PdL XVII). Signor Presidente, colleghe, colleghi, rappresentanti del Governo, signor Ministro, la ringrazio per la sua presenza. Non vi è dubbio che la lotta alla corruzione deve essere una priorità nel nostro Paese. Vorrei dare un contributo certamente non tecnico, poiché sono laureato in economia e commercio e non in legge, a questa idea.
Innanzitutto, faccio un'osservazione. Nel novembre 2012 il Parlamento, quasi all'unanimità, ha approvato una legge anticorruzione. Siamo stati eletti a febbraio 2013 e a marzo il nostro attuale Presidente, allora senatore Grasso, ha presentato una legge anticorruzione, perché quella che avevamo approvato tre mesi prima non andava bene. Questa è la situazione. Ripeto, non sono avvocato, ma ho esperienza di vita e posso affermare che in tutto il mondo le pene più severe non spaventano né i delinquenti, né tantomeno la delinquenza organizzata: questa è la verità obiettiva e storica. Penso che se vogliamo eliminare la corruzione dobbiamo preoccuparci delle leggi per punire coloro i quali commettono i reati, ma dobbiamo porre in essere anche un'azione di prevenzione. Penso che la prima cosa da fare, allora, sia semplificare e rendere più snello il nostro Stato. A dire la verità, avevo apprezzato in questo senso le dichiarazioni del presidente del Consiglio Renzi, perché aveva detto che lo Stato deve essere più snello, più semplice, con meno timbri, meno autorizzazioni e procedure più semplici. Ho tante osservazioni da rivolgere a questo Governo, ma una delle principali è che non solo non ha ridotto la spesa pubblica, ma non ha semplificato in alcun modo le norme che stanno alla tutela.
Dobbiamo sapere che ogni volta che si prevede un timbro, un'autorizzazione, un passaggio, si sottomette il cittadino a norme complicate che spaventano gli stranieri che vorrebbero venire ad investire in Italia, che inficiano la qualità della vita dei nostri concittadini, ma soprattutto creano le condizioni perché qualcuno, per accelerare una determinata procedura, possa chiedere la cosiddetta bustarella, che può anche diventare qualcosa di molto più consistente, come ben sappiamo.
Semplifichiamo, allora, le procedure per favore, perché solo riducendo a due o tre i passaggi burocratici, che siano però veri e pesanti, forse riusciremo a combattere davvero la corruzione.
Vorrei soffermarmi, in conclusione, su un settore d'attività che è salito decisamente all'onore - o meglio, dovrei dire, al disonore - delle cronache in questi giorni e che comunque rappresenta una parte consistente della corruzione: i lavori pubblici.
Per farlo, voglio fare un esempio molto concreto: due Paesi europei molto democratici e molto rispettosi dell'ambiente, la Danimarca e la Svezia, alla fine del Novecento hanno deciso di collegarsi attraverso un ponte che unisse Copenhagen con Malmö. Di questo ponte si è cominciato a discutere concretamente per cercare di progettarlo e realizzarlo nel 1988. Vi sono stati vari passaggi, varie discussioni con la Finlandia; se consultate Wikipedia troverete facilmente l'intera storia. La gara d'appalto è stata indetta ed aggiudicata nel dicembre del 1994, quando si è stabilito che una determinata impresa avrebbe costruito quel ponte che, come sapete, ha un doppio binario sia per le automobili che per la ferrovia.
Il ponte è stato inaugurato dai reali di Svezia e di Danimarca nel luglio 2000. Allora, signor Ministro, dica al suo presidente Renzi, che adesso è Ministro per le infrastrutture ad interim, di copiare le leggi della Danimarca e della Svezia, cioè di due Paesi iperdemocratici e iperambientalisti; copiamo quelle norme. Perché da loro la realizzazione dell'opera dura cinque anni e da noi ogni TAR, ogni Comune, ognuno, può fermarla in qualsiasi momento? Copiamo queste norme e cerchiamo di rendere il nostro Paese moderno.
Se il Paese sarà moderno, se avrà leggi semplici, se avrà leggi chiare che non prevedono passaggi infiniti, saremo più dinamici, spenderemo meno, la corruzione sarà molto minore e i delinquenti avranno meno possibilità di mettere in piedi organizzazioni che fruttino dei capitali assolutamente illeciti. (Applausi dei senatori Liuzzi e Candiani).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Ginetti. Ne ha facoltà.
GINETTI (PD). Signor Presidente, mi sembra di poter dire che il testo proposto dalla Commissione giustizia e dal Governo sia espressione di una volontà politica chiara di lotta ai fenomeni corruttivi e di criminalità economica, elementi detrattori che sottraggono legalità e potenzialità di crescita al nostro Paese. In tale direzione, e dopo la legge Severino del 2012, abbiamo scelto di rafforzare la funzione repressiva dei reati contro la pubblica amministrazione e del reato di associazione mafiosa ex articolo 416-bis, con l'inasprimento delle pene, pur nella consapevolezza che l'innalzamento delle pene nella lotta alla corruzione non svolge la sua propria funzione di deterrenza qualora non venga rispettato, contemporaneamente, il principio di ragionevolezza, gradualità e proporzionalità, in relazione alla gravità sociale, anche percepita, del reato.
Le nuove norme in tema di prescrizione approvate dalla Camera rappresentano un'ulteriore fondamentale tassello, per reati peraltro che tendono a presciversi nella fase delle indagini preliminari. È indubbio, tuttavia, che la concreta perseguibilità di tali reati continuerà a dipendere dall'efficienza organizzativa della giustizia, in un contesto in cui i ritardi delle indagini e l'eccessiva lunghezza dei processi rischiano di diventare vie di impunità e assoluzione.
Il disegno di legge, inoltre, con la riduzione di pena per chi ha la forza di denunciare tale pratiche corruttive rafforza la possibilità di collaborazione nelle indagini per l'emersione del fenomeno. Viene, inoltre, esteso all'incaricato di pubblico servizio il reato di concussione, di certo diffusa anche negli ambiti della gestione esterna dei servizi pubblici, mentre è fatto obbligo al pm di comunicare all'Autorità nazionale anticorruzione l'avvio delle indagini per tali tipologie di reati.
Già la legge Severino aveva consegnato al nostro ordinamento uno strumento di contrasto alla corruzione per la prevenzione del rischio, con la responsabilizzazione del controllo e della verifica delle condotte dei dipendenti pubblici, con le incompatibilità del cumulo di incarichi, con la trasparenza patrimoniale; pacchetto che peraltro dal 2013 è stato esteso anche agli ordini professionali, nella convinzione che l'azione di contrasto deve coinvolgere l'intero sistema relazionale pubblico-privato-professionisti.
Nei rapporti dell'OCSE, dell'Unione europea e della World Bank la corruzione, nei suoi diversi modi di manifestarsi, viene rappresentata come una grave minaccia alla preminenza del diritto, alla democrazia, alla giustizia sociale; impedisce lo sviluppo economico, rafforza gli squilibri territoriali e le disuguaglianze sociali, inquina la concorrenza, condizionando la competitività e l'economia pulita.
In Italia, ancor prima degli scandali del MOSE, dell'Expo, di Mafia Capitale e oggi della TAV di Firenze, la percezione del fenomeno lo fa apparire inoltre come una pratica dilagante che condiziona il regolare e puntuale svolgimento della gestione amministrativa pubblica, una quasi regola di relazione e di potere tra la sfera pubblica e il privato indotto o compiacente nel dissolvere quelle che sono le garanzie di democrazia dell'intero sistema di diritto.
Il perdurare della crisi predispone inoltre un terreno favorevole, in una sorta di circolo vizioso, come sottolineato dal presidente della Corte dei conti. Fondi neri, evasione fiscale, tangenti per corruzioni rappresentano anelli di una unica catena. Per questo, in tema di contrasto alla criminalità economica, vanno posti come principi fondamentali, accanto alla repressione, l'obbligo alla trasparenza contabile e a quella dei flussi finanziari.
La Commissione europea ha calcolato che la corruzione costa 120 miliardi di euro all'anno, poco meno dell'intero bilancio annuale dell'Unione europea, ed ha evidenziato che i settori più esposti sono quelli degli appalti pubblici, della sanità e delle concessioni per opere urbane. Una riflessione pertanto va avviata sulla stessa portata della legge nostra obiettivo 2001, così come sul codice degli appalti, di contrasto ad una sorta di centrifuga di denaro dunque, che va dalla gestione dei rifiuti all'affidamento dei servizi sociali, ai grandi e piccoli appalti, allo sport.
In tale direzione vanno le più recenti leggi italiane, il piano contro le mafie, le norme in materia di semplificazione e sviluppo, rispettivamente per il controllo dei flussi finanziari degli appalti pubblici e il ricorso all'amministrazione elettronica.
Dopo l'approvazione, in questa legislatura, della nuova fattispecie dell'autoriciclaggio e con l'estensione del reato di scambio elettorale politico-mafioso, oggi, la nuova disciplina del falso in bilancio, come reato di pericolo concreto, con l'eliminazione delle soglie di non punibilità e la perseguibilità d'ufficio, salvo la nuova fattispecie per fatti di lieve entità e la non punibilità per tenuità del danno, consegna un ulteriore strumento, dopo la sostanziale depenalizzazione operata con la riforma del 2002.
La corruzione in Italia costa 60 miliardi, il 4 per cento del prodotto interno lordo, a cui si aggiungono i 16 miliardi di mancati investimenti di capitali dall'estero a causa di quello che Ignazio Visco ha definito «deficit di reputazione» da corruzione. Una slavina che dal 1992, da Tangentopoli, continua a sporcare e infangare il nostro Paese e chi lavora onestamente ogni giorno nella legalità. Un fenomeno che non può e non deve rappresentarci agli occhi del resto del mondo, che ci guarda ancora come il Paese della bellezza, della creatività e dell'ingegno.
Lo Stato di diritto non è soltanto lo Stato soggetto a regole, è anche Governo di politici onorabili, di funzionari meritevoli in grado di assicurare efficacia ed economicità della gestione e integrità della Pubblica amministrazione, e da qui in grado di svolgere anche una funzione educativa. La corruzione, pertanto, prima di configurarsi come reato è una manifestazione culturale di convivenza e relazione civile e sociale, perché le leggi devono essere fatte, ma anche rispettate e soprattutto ben attuate.
In questa ottica fondamentale è la riforma della pubblica amministrazione, che garantisca valutazione del merito per obiettivi raggiunti, rotazione degli incarichi dirigenziali e licenziabilità per sprechi e inefficienze. Bene dunque il nuovo decalogo anticorruzione anche per le partecipate.
La credibilità delle istituzioni pubbliche nazionali come locali, la fiducia sul corretto funzionamento dell'ordinamento democratico devono essere restituite attraverso una più diffusa cultura dell'etica pubblica, della semplificazione procedimentale e normativa, che recuperi il dettato costituzionale dell'articolo 97 di imparzialità e buon andamento, che per i Padri costituenti poteva da solo rappresentare il faro di valutazione della buona gestione del bene pubblico. Infatti, a costituire un costo insopportabile non è solo la corruzione di rilievo penale, ma anche la mala amministrazione, quella degli sprechi e delle inefficienze.
Questa è la sfida di una moderna e attuale lotta alla corruzione in un Paese democratico e giusto che voglia avviarsi alla ripresa economica e sociale: un codice morale, ancor prima che penale. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Fattori. Ne ha facoltà.
FATTORI (M5S). Signor Presidente, mi dispiace parlare in quest'Aula vuota, ma vuol dire che la sacralità dell'Aula farà le veci dell'assenza di tante belle persone.
Il 20 marzo 1994 a Mogadiscio, in Somalia, vengono uccisi la giornalista Ilaria Alpi e l'operatore Miran Hrovatin, inviati da Rai3 per indagare su un presunto traffico di rifiuti tossici dall'Europa al Corno d'Africa. Pochi giorni fa, il 21º anniversario della loro morte è passato in assoluto silenzio da parte delle istituzioni e della stampa.
Ecco cos'era successo: la Alpi probabilmente aveva scoperto i fili di una rete che coinvolgeva, all'interno del cosiddetto programma Urano 1, tutta una serie di personaggi legati alla politica, all'esercito, ai servizi segreti, alle organizzazioni mafiose e ai trafficanti di armi. Ma cosa c'entra Ilaria Alpi con il disegno di legge in discussione oggi? C'entra molto, e ve lo spiego con uno spaccato di amministrazione del territorio, per far capire all'Aula - che purtroppo è vuota - e soprattutto a chi ci segue dall'esterno quanto sia stata pavida l'azione dei Governi degli ultimi anni sulla corruzione, che anzi non è più tale, ma che, come l'ha definita il procuratore Scarpinato, è ancor più una mafia dal volto nuovo, che coincide con lo Stato, ed un'agenzia che offre beni e servizi ed erode democrazia, imprenditoria onesta e qualità di opere e servizi.
Tutta questa pavida azione degli ultimi anni ha inciso sulla vita concreta e sulla salute dei cittadini, che devono capirlo: non si tratta di qualcosa di lontano, ma che interessa le loro vite e quelle delle loro famiglie e dei loro figli.
Il libro «1994», di Luigi Grimaldi e Luciano Scalettari, racconta molto della vicenda. In alcuni passi, tale Roberto Ruppen risulta come uno dei burattinai del cosiddetto progetto Urano 1. Indagato a Palmi per traffico d'armi assieme a Licio Gelli e Francesco Pazienza, è soprattutto uno dei manager di Publitalia '80, incaricati da Marcello Dell'Utri di trasformare la holding di Berlusconi in un partito.
Cos'è Urano 1? Uno dei più colossali progetti di smaltimento dei rifiuti. Proprio Ruppen pare avesse assoldato come consulente tecnico per la realizzazione del progetto un consulente della Snam, tale Gian Mario Baruchello (ricordatevi questo nome). Quest'ultimo negli anni non sparisce, nonostante tutto, e diventa protagonista della progettazione e dell'avallo di decine di impianti legati al mondo dei rifiuti, nonché uno dei maggiori consulenti di Manlio Cerroni, il famoso "re della monnezza" laziale, che nel gennaio del 2014 viene arrestato, insieme ad altri suoi uomini di fiducia. Finiscono in manette tante belle persone, che forse molti di voi conoscono, tra dirigenti regionali e gestori di discariche e impianti di trattamento dei rifiuti a lui facenti capo, come i dirigenti regionali Luca Fegatelli e Raniero De Filippis; Francesco Rando, gestore della Pontina ambiente e della E. Giovi Srl; anche Bruno Landi, ex presidente della Regione Lazio e amministratore delegato della società che ha gestito per anni la famosa discarica di Borgo Montello, che tanto nuoce alla salute dei cittadini, poi passata alla Green Holding della quale sono stati tutti arrestati; vi sono poi Pino Sicignano, direttore della discarica di Albano Laziale, e Piero Giovi.
Cerroni si avvale delle consulenze di Baruchello per le sue perizie tecniche: infatti, per citarne alcune, il 24 luglio 2009 si fa firmare un parere tecnico sull'approvvigionamento idrico dell'inceneritore di Albano, difendendo il processo di raffreddamento dell'ecomostro; nell'ottobre 2010 si fa preparare una superperizia tecnica sulla discarica di Roncigliano (Albano Laziale), che diede la possibilità alla Regione Lazio di abbancare per 9 metri - quindi al di sopra di quanto consentito - su quarto e quinto invaso già tombati, in attesa della realizzazione del settimo di invaso (stiamo dunque parlando di situazioni pesanti per gli abitanti); ha progettato alcuni invasi di Borgo Montello; ha progettato la centrale a biogas di Pomezia e oggi entra nel merito di un'altra centrale, quella di Velletri (giusto per citare quelle nell'area dei Castelli Romani). Dal dicembre 2014, Baruchello - il famoso dirigente di Urano I - è indagato a seguito dell'operazione Terra di mezzo, che lo vede quindi coinvolto in Mafia Capitale, accusato di corruzione aggravata, turbativa d'asta e illecito finanziamento: un bel curriculum, come piace a molti amministratori.
Nella vicenda Cerroni, viene colto da avviso di garanzia anche un altro personaggio, l'ingegner Guidobaldi che dell'impianto biogas di Velletri citato ne è progettista, così come del settimo invaso della suddetta discarica di Roncigliano. Questo invaso è oggi in esaurimento, nonostante dovesse contenere i rifiuti dei Castelli Romani fino al 2020 e già nel momento del suo concepimento presentava diverse irregolarità (rispetto alla distanza delle quinte dalla strada e dal centro abitato, nonché ai vincoli paesaggistici e archeologici).
È grazie a queste brave persone, che, nonostante questo curriculum, non spariscono mai, che oggi la discarica di Roncigliano è una bomba ecologica che mette a serio rischio la salute dei cittadini, come certificato da una relazione tecnica dell'ARPA dell'ottobre 2014. Ma non finisce qui; queste sono le nefandezze passate. Oltre all'impianto a biogas, ricadente in capo alla municipalizzata Volsca, sempre nel territorio di Velletri e sempre grazie a questi begli individui, che non vanno mai via perché voi gli consentite di restare, è prevista anche una mega discarica da due milioni di metri cubi (stiamo parlando di terreni agricoli stupendi, fantastici, che hanno un'agricoltura meravigliosa) facente capo alla Ecoparco Srl, che dovrebbe sorgere sul terreno di un parente del consigliere regionale di Fratelli d'Italia, Giancarlo Righini, condannato in primo grado (anche lui un bellissimo curriculum) a 4 anni per associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d'asta. Lo so che l'elenco è lungo ma voglio farvi capire quanto a fondo piantino le loro radici questi personaggi e non se ne vadano mai.
Righini, oggi, insieme all'assessore all'ambiente della Regione Lazio, Michele Civita del PD (quindi, una bella comunione di intenti), non indagato ma finito in diverse intercettazioni telefoniche che lasciano sospetti di rapporti non chiari con Cerroni, si dice contrario alla grande buca; fanno il gioco delle parti e su questo impianto la Regione Lazio ha recentemente richiesto integrazioni e chiarimenti al Comune di Velletri, che però non riesce ad ottemperare, perché ovviamente con tutte queste nefandezze è difficile poi rispondere a domande serie. Il Comune ha istituito una splendida, quanto inutile, Commissione speciale con poteri consultivi. Indovinate gli amministratori comunali chi chiamano in audizione per questo bel progetto? Baruchello e Guidobaldi: quindi, da Urano 1 a Velletri 1 per continuare ancora a fare quello che hanno sempre fatto (e non vi sto a dire cosa).
Mentre i cittadini dei Castelli si ammalano per l'immondizia, muoiono a causa delle mala politica e della mala amministrazione, queste persone vengono convocate all'interno di sedi collegiali e istituzionali dove vengono ascoltati con tanta attenzione e davanti a loro ci si toglie tanto di cappello. Ebbene, io in queste sedi istituzionali ci sono stata: tutti i consiglieri di destra e di sinistra pendevano dalle labbra di questi personaggi, e quando è stato il momento che, per cortesia istituzionale, hanno dato la parola ad una senatrice del Movimento 5 Stelle, sono usciti per protesta, perché avranno pensato che ero incensurata, e l'unica incensurata avrebbe forse potuto creare un pericoloso precedente. (Applausi dal Gruppo M5S). Queste sono le persone che poi mandate sul territorio con le vostre leggi inique. Ebbene, non si può avallare quanto determinati personaggi pavoneggiano di fronte ai cittadini; scusate l'emozione, ma non si può continuare così.
Come fanno il Governo Renzi e la sua maggioranza a parcheggiare questo provvedimento da due anni e poi a renderla leggera, non ascoltando il Movimento 5 Stelle. Ma cosa fate? Uscite anche da qui quando avanziamo delle proposte intelligenti? Vengono costantemente bocciate tutte le nostre proposte. Che fine ha fatto il DASPO ai politici?
È stato presentato al Senato un emendamento del Movimento 5 Stelle; lo ha annunciato il Governo Renzi. Che fine ha fatto il DASPO ai politici che impedirebbe queste situazioni in tutta Italia? Io ve ne ho detta una, ma tutta Italia è così; tutte le situazioni che andiamo a riscontrare sono le medesime. (Applausi dal Gruppo M5S). Vogliamo il DASPO per i politici e per le amministrazioni corrotti.
In generale, le proposte del Movimento 5 Stelle prevedono l'aumento delle pene per la corruzione, riallineando le fattispecie e recuperando la logica delle sanzioni nel codice, il raddoppio dei termini di prescrizione per i reati di corruzione, la cessazione anticipata della decorrenza della prescrizione, l'applicazione perpetua dell'interdizione dai pubblici uffici e dell'incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione in caso di tutti i reati contro la pubblica amministrazione.
Ora sta voi decidere, ad un certo punto. La situazione è questa: l'Italia è un Paese corrotto nell'anima. Sta a voi decidere con chi stare: con i cittadini onesti o con la cricca. Prendete la vostra decisione: noi siamo qui per un'alleanza etica. Siamo a disposizione, la palla adesso passa a voi. (Applausi dal Gruppo M5S).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Padua. Ne ha facoltà.
PADUA (PD). Signor Presidente, la crisi che il nostro Paese sta attraversando è economica negli effetti, ma culturale e sociale nelle premesse. Discutiamo, infatti, oggi un provvedimento molto atteso dall'opinione pubblica e dalla società civile e che intende andare esattamente nella direzione di introdurre anticorpi seri e strutturati avversi al fenomeno corruttivo, così come lo sono quelle linee guida che il Ministero dell'economia e l'Autorità anticorruzione hanno presentato ieri sulle società partecipate dallo Stato.
Tuttavia, la maggiore riforma che il nostro Paese deve compiere è, innanzitutto, a mio parere, una riforma di coscienza; una vera e propria autoriforma, di quelle che non si impongono per legge, ma che riguardano le responsabilità di ogni persona. Includo, nell'ampio concetto di responsabilità, il rapporto che ognuno di noi instaura con la società intesa nel suo complesso, con i propri affetti, con i colleghi di lavoro o con gli amici. Intendo riferirmi all'idea di responsabilità sociale, quella che si riferisce alla necessità che il bene pubblico sia connesso inevitabilmente con la sfera privata e che, interfacciandosi con essa, rileva come una società complessa sia composta dalla sommatoria dei comportamenti, dei pensieri e delle azioni delle persone che la compongono.
Pertanto, il fenomeno corruttivo, tanto atavico quanto spesso purtroppo connaturato alla debolezza umana, estende i propri confini oltre il lato pubblico, entra nella sfera privata e nelle diverse sfaccettature in cui i due campi si interconnettono. Si insinua in ogni piega della realtà sociale e istituzionale, minandone le fondamenta. Per questo è indispensabile agire con ogni mezzo per bonificare la società partendo proprio dall'interno di essa, con l'aiuto di quella parte di società civile, Stato e forze politiche che credono nella supremazia di intangibili valori morali ed etici. Per questo, per combattere fenomeni corruttivi, che scopriamo non certo oggi essere presenti all'interno della collettività a tutti i livelli, è necessario un risveglio delle coscienze, che investa sia la società intesa come un insieme e che, nondimeno, interessi da vicino l'animo di ognuno di noi.
Per ottenere un obiettivo di tale portata è chiaro che una legge che inasprisca le pene in funzione inibitoria - un'ottima legge come quella di cui oggi discutiamo - è indispensabile. Ma la funzione deterrente, cui fa riferimento tale inasprimento delle pene, non è che un parte della soluzione. Imprescindibile, ma parziale. Questo perché è indispensabile combattere il fenomeno aggredendolo da più parti, quindi anche prevedendo sanzioni penali opportune, ma non ci si può fermare al lato sanzionatorio.
Non per questo bisogna sminuire l'esigenza di inserire nell'ordinamento nuove norme sul falso in bilancio e l'aumento delle pene per alcuni reati di corruzione in atti giudiziari, per induzione, per peculato, per corruzione propria e per associazione mafiosa. Questo è un passo fondamentale e indispensabile. È una pietra basilare posta alla base, ma non si può delegare alla magistratura o alle Forze dell'ordine soltanto la risoluzione in toto della questione.
È parimenti strategico, infatti, per affrontare realmente il fenomeno corruttivo in ogni sua sfaccettatura, agire con forza e costanza sul lato dell'educazione, intervenendo in modo strutturale all'interno di ogni nucleo familiare e nelle scuole per formare i nostri giovani sin dalla più tenera età. Questo compito è affidato allo Stato, ma anche alla coscienza individuale, al pubblico e al privato. Il problema non è soltanto chi fa il male, ma anche quanti guardano e lasciano fare, nell'indifferenza e nel silenzio.
È necessario una scatto di dignità da parte della politica e delle istituzioni, ma anche di tutti i cittadini e le cittadine: la norma anticorruttiva deve essere scritta, a chiare lettere, innanzitutto nella coscienza di ognuno di noi. Occorre guardare senza aver paura di vedere in qualche modo quanto ognuno di noi sia coinvolto, quanto questa corruttela sia pervasiva e diffusa in maniera capillare nella nostra società. Non è, infatti, soltanto chi prende la mazzetta e chi la dà che ci deve scandalizzare; ma guardiamo come, spesso, tutti noi ci autogiustifichiamo in qualche modo, coinvolgendoci in gesti che sembrano di poco conto.
Ma non è così. Tutto questo è devastante nella formazione e nei percorsi di crescita dei nostri giovani, che osservano e ripetono i modelli che vivono. Sul lato della cultura anticorruttiva, che sta oltre la questione delle norme ordinamentali e che riguarda la società, bisogna continuamente educare, formare, crescere, senza mai scordare quanti danni etici, morali e economici essa ha arrecato e arreca al nostro Paese, così come hanno detto bene i miei colleghi precedentemente. Spesso abbiamo la memoria corta in fatto di scandali e siamo pronti, anzi prontissimi, a giudicare quando qualcuno, per fatti illeciti, viene scoperto. Ma quanti di noi sono pronti, nella propria quotidianità, a sostenere sempre e comunque percorsi di legalità, a volte lunghi e complessi, in luogo di scorciatoie e sotterfugi funzionali al proprio interesse particolare? Sulla cultura generalizzata che guida e dirige le coscienze dei cittadini non si può agire per legge: è la formazione di una cultura civica responsabile, attenta e seria il vero fondamento di una società che vuole guardare al futuro con rinnovata fiducia, in primis in quelle istituzioni rappresentative che ne sono alla guida. Come ha detto il presidente Napolitano nel suo ultimo messaggio di fine anno serve che ognuno di noi partecipi di un impegno globale «configgendo l'insidia dell'indifferenza, per fermare queste regressioni e degenerazioni». Facendoci carico di tale impegno «potremo collocare nella loro dimensione effettiva i nostri problemi e conflitti interni, di carattere politico e sociale, superando quell'orizzonte limitato in cui rischiamo di chiuderci». (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. Essendoci un lungo elenco di senatori che intendono intervenire, la discussione generale proseguirà nella seduta pomeridiana.
Rinvio, pertanto, il seguito della discussione dei disegni di legge in titolo ad altra seduta.
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Salutiamo gli studenti dell'Istituto comprensivo statale «D.D.1 Cavour» di Marcianise, in provincia di Caserta, che seguono i nostri lavori dalle tribune. Li ringraziamo per la visita al Senato. (Applausi).
Interventi su argomenti non iscritti all'ordine del giorno
PAGLINI (M5S). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PAGLINI (M5S). Signor Presidente, ancora una volta assistiamo ad una crisi annunciata. Questa volta tocca alla catena di supermercati Mercatone Uno, leader nell'arredamento. Si tratta di 79 punti vendita in Italia e, ancora una volta, tanti, tantissimi cittadini lavoratori vivono l'angoscia del loro futuro. Ancora una volta, molte famiglie sono nell'incubo della precarietà: genitori che non dormono la notte perché non sanno se domani potranno pagare l'affitto di casa o il mutuo o non sanno se potranno dare ai loro figli la sicurezza e la serenità che ogni genitore vorrebbe dare ai propri cari.
Al Mercatone Uno lavorano in prevalenza donne. Sabato 21 marzo le ho incontrate nel loro presidio di Navacchio, in provincia di Pisa. Allo stesso tempo i miei colleghi andavano incontro agli stessi lavoratori nelle zone di Catania e Mappano. Le donne di Pisa e Navacchio da tre anni lavorano con i contratti di solidarietà e, quindi, con retribuzioni minime. Sono donne arrabbiate, indignate, che stanno lottando per il loro principale diritto: il diritto di vivere una vita dignitosa attraverso il loro lavoro. Nella scia di scelte politiche dettate dai Governi precedenti e da questo Governo, che qualcuno ironicamente dice che sia anche di sinistra, si danno gli strumenti per far macelleria sociale dei più deboli, in favore dei grandi colossi multinazionali che assorbono come aspirapolveri dell'orrore tutto quello che c'è intorno, dirigendo il lavoro in una corsa sfrenata verso l'abbassamento di salari e diritti! Ancora una volta, si tratta di donne con molti posti a rischio nel Sud. Insomma sono sempre i più deboli! Come Movimento 5 Stelle abbiamo presentato un'interrogazione alla Camera, ma ad oggi i Ministri non ci hanno ancora risposto.
L'amministratore delegato di Mercatone Uno, Bernasconi, ha presentato al tribunale di Bologna domanda prenotativa di ammissione alla procedura di concordato preventivo. È già, quindi, segnato il destino precario di moltissimi cittadini e moltissime famiglie.
In Italia i lavoratori della holding sono circa 3.700, e poi ci sono quelli dell'indotto: altre migliaia. Il piano industriale contemplava il restyling di una ventina di punti vendita l'anno, a fronte di una decina già chiusi nel 2013: un piano industriale fallimentare e promesse da Pinocchio!
Il piano di salvataggio attuale vorrebbe una parte, circa la metà dei magazzini, salvati da un eventuale acquirente: e per tutti gli altri si salvi chi può!
Nel frattempo sono scattate (come per esempio a Navacchio di Pisa) le super svendite al 70 per cento, anche se ciò non è stato ancora autorizzato e formalizzato dal tribunale di Bologna, creando sconcerto tra i lavoratori che palesemente si vedono portar via da sotto il naso la merce, in modo certo e sicuro, dagli acquirenti, che fanno la fila per svuotare i magazzini! La prova provata che, finita la svendita, i lavoratori saranno in mezzo ad una strada.
Signor Presidente, chiedo ancora un minuto di tempo. Questa è una situazione che mi ha toccato personalmente. Ho visto piangere delle donne, che mi hanno abbracciato piangendo ed erano davvero disperate. La prego di darmi almeno ancora un minuto.
PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza a proseguire.
PAGLINI (M5S). Grazie, signor Presidente. Manca la sensazione che esista uno Stato che tuteli loro e le loro famiglie! Mai come adesso in Italia abbiamo bisogno di certezze, quelle che solo un reddito garantito potrebbe dare: un reddito di cittadinanza, per il quale noi del Movimento 5 Stelle stiamo lottando!
Un respiro di sollievo a tutti questi lavoratori della Mercatone Uno (e penso a tutti quelli dell'indotto e a quelli senza tutele) e a tutti gli altri cittadini che non sono garantiti, schiacciati dalla prepotenza dei mercati e delle multinazionali, tanto desiderate da Renzi e company.
Noi del Movimento 5 Stelle seguiremo questa ennesima tragedia del lavoro da vicino. Sto depositando un'altra interrogazione in merito e, pertanto, chiediamo al Governo, al Ministro dei lavoro e ai Ministri di competenza, di avere risposte puntuali e precise. Cosa ci volete fare di tutti questi cittadini messi in saldo al 70 per cento dal vostro sistema?
Cittadini, lavoratori, per favore: lottate, lottate, lottate! Noi saremo al vostro fianco, sempre con voi! E ricordate che il lavoro non è un piacere, ma un diritto! Il lavoro non è un favore, è un diritto! (Applausi dal Gruppo M5S).
BLUNDO (M5S). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BLUNDO (M5S). Signor Presidente, colleghi, due giorni fa le più importanti testate giornalistiche nazionali ed abruzzesi hanno riportato la notizia dell'arresto di Raffaele Cilindro, imprenditore vicino al clan dei Casalesi, coinvolto nella ricostruzione post terremoto a L'Aquila.
Secondo quanto riferiscono sia «Corriere della Sera» che «la Repubblica», Raffaele Cilindro per anni avrebbe coperto anche la latitanza del boss dei Casalesi Michele Zagaria. Egli si adoperava assieme all'imprenditore Alfonso Di Tella, arrestato nel giugno scorso sempre nell'ambito di un'operazione sulle presunte infiltrazioni camorristiche nelle operazioni di ricostruzione, affinché i lavori post terremoto nel centro dell'Aquila venissero affidati ad imprese vicine alla camorra, precisamente di Casapesenna, suo paese d'origine. Vediamo così come la corruzione si concretizza nei fatti.
Nuove ombre, quindi, si addensano sulla ricostruzione a L'Aquila, ennesima dimostrazione del malaffare e delle infiltrazioni mafioso-camorristiche che hanno governato la fase post terremoto in questi anni, con lungaggini burocratiche e ritardi accumulati anche per colpe della classe politica locale e nazionale, incapace di porre i minimi argini a quanto stava accadendo.
Noi del Movimento 5 Stelle, come ha detto prima la collega, facciamo anche delle buone proposte, sia in Parlamento che nei meetup locali, oltre che denunciare da anni le zone grigie, la diffusa illegalità e l'assenza di trasparenza che hanno contraddistinto l'affidamento dei lavori di ricostruzione dal 2009 ad oggi.
Dall'inizio della legislatura sto chiedendo l'istituzione di una Commissione d'inchiesta, ma il Documento XXII, n. 5 (che oggi sollecito per la quinta volta, cari colleghi), assegnato in sede referente alla Commissione ambiente, non viene ancora calendarizzato. (Applausi dal Gruppo M5S).
La verità è che voi temete l'accertamento delle responsabilità politiche e avete paura di quello che potrebbe venir fuori da un'inchiesta che si affiancherebbe a quelle già importantissime che sta portando avanti la magistratura.
Il comma 2 dell'articolo 162 del Regolamento del Senato (che spesso applicate anche per mettere in votazione, non gli emendamenti, ma il mantenimento degli articoli) recita in proposito inequivocabilmente: «Quando una proposta di inchiesta parlamentare è sottoscritta da almeno un decimo dei componenti del Senato, è posta all'ordine del giorno della competente Commissione, che deve riunirsi entro i cinque giorni successivi al deferimento. Il Presidente del Senato assegna alla Commissione un termine inderogabile per riferire all'Assemblea. Decorso tale termine, la proposta è comunque iscritta all'ordine del giorno dell'Assemblea nella prima seduta successiva alla scadenza del termine medesimo (...)».
Se i Regolamenti valgono per tutti e sono ancora validi quelli attuali, delle due l'una: o la Presidenza del Senato, contrariamente a quanto disposto dal Regolamento, non ha ancora stabilito alcun termine entro il quale la Commissione ambiente deve riferire all'Aula sulla proposta dell'inchiesta parlamentare, oppure è la Commissione ambiente che ignora il termine imposto dalla Presidenza del Senato.
Pertanto, mi rivolgo direttamente alla Presidenza e chiedo, per la quinta volta, che venga fornito un opportuno e dovuto chiarimento sulla questione. (Applausi dal Gruppo M5S).
Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ricordo che il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica oggi, alle ore 16,30, con lo stesso ordine del giorno.
La seduta è tolta (ore 12,52).
Allegato A
DISEGNO DI LEGGE
Disposizioni in materia di delitti contro la pubblica amministrazione, associazioni di tipo mafioso e falso in bilancio (19 -657-711-810-846-847-851-868)
Risultante dall'unificazione dei disegni di legge:
Disposizioni in materia di corruzione, voto di scambio, falso in bilancio e riciclaggio (n. 19)
Disposizioni in materia di contrasto alla criminalità mafiosa: modifiche al codice penale in materia di scambio elettorale politico-mafioso e di autoriciclaggio (n. 657)
Modifiche al codice civile in materia di falso in bilancio (n. 711)
Modifiche al codice penale in materia di trattamento sanzionatorio dei delitti di associazione a delinquere di tipo mafioso, estorsione ed usura (n. 810)
Disposizioni per il contrasto al riciclaggio e all'autoriciclaggio (n. 846)
Modifiche al codice penale in materia di concussione, corruzione e abuso d'ufficio (n. 847)
Disposizioni in materia di corruzione nel settore privato (n. 851)
Disposizioni in materia di falso in bilancio (n. 868)
PROPOSTE DI QUESTIONE PREGIUDIZIALE
CALIENDO, MALAN, CARDIELLO, FALANGA
Respinta (*)
Il Senato,
in sede di discussione del disegno di legge n. 19 e connessi, recante «Disposizioni in materia di corruzione, voto di scambio, falso in bilancio e riciclaggio»,
premesso che:
- nel corso dell'esame nella 2a Commissione (Giustizia) sono stati approvati emendamenti del Governo agli articoli 2621 e 2622 del codice civile, il cui contenuto risulta negli articoli 8 e 10 del testo all'esame dell'Assemblea;
- nell'articolo 2621 del codice civile , come modificato, si prevede che i soggetti indicati al primo comma «al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto... consapevolmente espongono fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale, o finanziaria della società...» e che nell'articolo 2622 del codice civile, come modificato, si prevede che i soggetti indicati «al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto... consapevolmente espongono fatti materiali non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge...»;
- a prescindere dalla diversa formulazione dei due articoli in ordine ai fatti materiali non rispondenti al vero, che devono essere rilevanti solo per il 2621, che pur assume uno specifico significato per l'interprete, nel corso dell'esame in Commissione, il Governo e il relatore, a specifica domanda, se le parole «fatti materiali rilevanti» fossero da considerare «elementi costitutivi della fattispecie», confermavano tale interpretazione; successivamente, nel corso dell'esame in Commissione, perveniva il parere della 1a Commissione (Affari Costituzionali), che evidenziava la necessità di un approfondimento in ordine alla piena aderenza dei due emendamenti del Governo ai principi costituzionali di determinatezza della fattispecie penale, in coerenza con le previsioni di cui agli articoli 3 primo comma e 25 secondo comma della Costituzione, anche tenendo conto dei contenuti della sentenza della Corte costituzionale n. 247 del 1989;
ritenuto:
che sarebbe sufficiente, in questa sede, la qualificazione dei «fatti materiali rilevanti» come «elementi costitutivi della fattispecie» per dedurne l'incostituzionalità per contrasto con gli articoli 3 primo comma e 25 secondo comma della Costituzione, anche in base alla sentenza n. 247 del 1989 della Corte costituzionale;
che, però, non essendo vincolante per l'Assemblea l'intenzione del Governo, proponente della norma, occorre valutare il significato delle espressioni in questione.
Preliminarmente, si deve tener conto che «il principio di determinatezza è violato non tanto allorché è lasciato ampio margine alla discrezionalità dell'interprete (tale ampio margine costituisce soltanto un sintomo, da verificare, di indeterminatezza) bensì quando il legislatore, consapevolmente o meno, si astiene dall'operare la scelta relativa a tutto o a gran parte del tipo di disvalore dell 'illecito, rimettendo tale scelta al giudice, che diviene, in tal modo, libero di scegliere significati tipici» (cfr. Corte costituzionale n. 247 del 1989).
Le norme in questione facendo ruotare l'intero o gran parte del disvalore offensivo dai «fatti materiali rilevanti» violano gli articoli 3 primo comma e 25 secondo comma della Costituzione. Infatti, non risultando individuato e determinato il tipo di illecito, rende il giudice veramente arbitro del lecito e dell'illecito;
che anche a voler sostenere che l'espressione «fatti materiali rilevanti» (che è un concetto elastico quantitativo) delimita la concreta operatività dell'illecito, che sarebbe già individuato dall'elemento psicologico del dolo e dal contenuto offensivo del fatto non sottrarrebbe le norme ai denunciati vizi.
In particolare, se i «fatti materiali rilevanti» costituiscono «soltanto il filtro selettivo, che non incide sulla dimensione intrinsecamente offensiva del fatto, ma ne connota solo la gravità, contrassegnando il limite a partire dal quale l'intervento punitivo è ritenuto opportuno», devono sottostare al comando della determinatezza in funzione del principio di eguaglianza ex articolo 3, primo comma, della Costituzione (cfr. Corte costituzionale n. 247 del 1989);
che il legislatore non può, nel procedimento di formazione della norma, non individuare criteri che consentano di attribuire all'espressione «rilevanti» un significato «determinato», in modo da evitare disparità di trattamento nella repressione del delitto in esame;
che, per tale ragione, negli articoli 2621 e 2622 del codice civile vigenti, sono state introdotte soglie di punibilità, che hanno superato il vaglio di legittimità della Corte di giustizia C.E. 3/5/2005 e della Corte costituzionale «le soglie di punibilità contemplate dall'articolo 2621 del codice civile integrano requisiti essenziali di tipicità del fatto .... Ma la conclusione non potrebbe essere diversa qualora... condizioni di punibilità. Nell'una prospettiva e nell'altra, di fatti, si tratta comunque di un elemento che delimita l'area di intervento della sanzione prevista dalla norma incriminatrice e, non già sottrae determinati fatti all'ambito di applicazione di altra norma più generale: un elemento, dunque, che esprime una valutazione legislativa in termini di "meritevolezza" ovvero di bisogno di pena» (cfr. Corte costituzionale sentenza n. 161 del 2004);
che, per tali motivi, lo stesso Governo aveva proposto, nel corso dell'esame in Commissione, un altro testo di modifica dell'articolo 2621 del codice civile che prevedeva le soglie di punibilità;
che analogo discorso può essere fatto per la rilevata omissione dopo le parole «fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero» dell'indicazione «ancorché oggetto di valutazioni», tanto che qualche commento ha già evidenziato «a tenore letterale, dunque resterebbe non punibile una importante fetta di falsi in bilancio», mentre, nel corso dell'esame in Commissione, alla domanda se le valutazioni fossero da ritenersi comprese nei «fatti materiali» Governo e relatore rispondevano positivamente, specificando «che, comunque, sarà la giurisprudenza a fornire la corretta interpretazione»;
premesso:
che, nel corso dell'esame del disegno di legge in oggetto nella 2a Commissione (Giustizia) è stato approvato un emendamento del Governo, diventato l'articolo 5 del testo all'esame dell'Assemblea, che stabilisce che l'imputato dei delitti elencati, ove intenda chiedere il patteggiamento ex articolo 444 del codice di procedura penale, debba restituire, a pena di inammissibilità della richiesta, l'integrale ammontare del prezzo o del profitto del reato contestatogli;
che a prescindere dal fatto che tale condizione di ammissibilità alla «applicazione di pena su richiesta» varrebbe solo per il corrotto e non per il corruttore, nonché dalla circostanza che in alcuni casi manca «il prezzo o il profitto» la ratio della norma è condivisibile, ma, se limitata solo ai reati indicati, non sembra rispondere ai necessari requisiti di ragionevolezza;
che, infatti, non si ravvisa una ratio che giustifichi la diversità di trattamento delle ragioni della parte offesa diversa dalla pubblica amministrazione: il ladro, che scippa la signora che ha appena ricevuto la pensione, può accedere al patteggiamento senza restituire alcunché; il rapinatore e l'evasore fiscale possono accedere al patteggiamento senza restituire alcunché,
delibera di non procedere all'esame del disegno di legge in titolo.
Respinta (*)
Il Senato,
in sede di discussione del disegno di legge n. 19 e connessi, recante «Disposizioni in materia di corruzione, voto di scambio, falso in bilancio e riciclaggio»,
premesso che:
nel corso dell'esame nella 2ª Commissione (Giustizia), è stato approvato un emendamento del Governo (7.0.20000) che reca l'aggiunta di un articolo nel testo del disegno di legge volto a introdurre l'articolo 2621-ter nel codice civile;
tale ultimo articolo prevede la non punibilità per particolare tenuità (di cui all'articolo 131-bis del codice penale come introdotto dal decreto legislativo 16 marzo 2015, n. 28, recante «Disposizioni in materia di non punibilità per particolare tenuità del fatto», a norma dell'articolo 1, comma 1, lettera m), della legge 28 aprile 2014, n. 67, sulla tenuità del fatto) quando il giudice valuta l'entità dell'eventuale danno cagionato alla società, ai soci o ai creditori, di limitata offensività;
il decreto legislativo citato è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 64 del 18 marzo 2015 e, pertanto, al momento della presentazione da parte del Governo, dell'emendamento, l'articolo 131-bis del codice penale al quale lo stesso fa espresso riferimento, in materia di non punibilità per particolare tenuità, di fatto non poteva ritenersi ancora esistente nell'ordinamento giuridico;
giova inoltre considerare che l'entrata in vigore di un atto normativo e, nel caso di specie, del decreto legislativo, non è priva di significato, considerato che in assenza di una diversa, espressa previsione, tale entrata in vigore ha luogo nel termine ordinario di vacatio legis di 15 giorni;
l'articolo 10 delle preleggi c.c., dispone che «le leggi e i regolamenti divengono obbligatori nel decimo quinto giorno successivo a quello della loro pubblicazione, salvo che sia altrimenti disposto»; l'articolo 73 della Costituzione, al terzo comma, stabilisce che «le leggi sono pubblicate subito dopo la promulgazione ed entrano in vigore il quindicesimo giorno successivo alla loro pubblicazione, salvo che le leggi stesse stabiliscano un termine diverso»;
il decreto legislativo menzionato non reca un termine diverso di entrata in vigore, ciò confermando il termine ordinario di vacatio legis;
per i motivi suesposti, l'espresso rinvio a una disposizione non ancora in vigore e, quindi, priva di effetti giuridici, determina il rischio di un significativo vizio formale, tale da comprometteme la validità e l'effettiva operatività, e di conseguenza il rischio di un giudizio di illegittimità da parte della Corte costituzionale, la cui giurisprudenza è unanime nel senso di ammettere la sindacabilità delle leggi e degli atti aventi forza di legge adottati in difformità da quanto stabilito dalla Costituzione sul procedimento legislativo,
delibera di non procedere all'esame del disegno di legge n. 19 e connessi.
________________
(*) Sulle proposte di questione pregiudiziale presentate è stata effettuata, ai sensi dell'articolo 93, comma 5, del Regolamento, un'unica votazione
Allegato B
SEGNALAZIONI RELATIVE ALLE VOTAZIONI EFFETTUATE NEL CORSO DELLA SEDUTA
Nel corso della seduta sono pervenute al banco della Presidenza le seguenti comunicazioni:
Sul processo verbale:
sulla votazione relativa alla verifica del numero legale, i senatori Manconi e Zavoli non hanno potuto far risultare la loro presenza in Aula.
Congedi e missioni
Sono in congedo i senatori: Albertini, Anitori, Bubbico, Cassano, Cattaneo, Ciampi, Colucci, Davico, Della Vedova, De Pietro, De Poli, D'Onghia, Longo Fausto Guilherme, Minniti, Monti, Nencini, Olivero, Piano, Pizzetti, Quagliariello, Rubbia, Sangalli, Stucchi, Valentini e Vicari.
Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Di Biagio, per attività della 13ª Commissione permanente; Casson, Crimi, Esposito Giuseppe e Marton, per attività del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica; Compagnone, Iurlaro, Nugnes, Orrù, Pepe e Scalia, per attività della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati; Casini, per attività dell'Unione interparlamentare; Battista, per attività dell'Assemblea parlamentare della NATO; Mussini, per partecipare ad una Conferenza interparlamentare.
Progetti di atti e documenti dell'Unione europea, trasmissione
Il Dipartimento per le politiche europee della Presidenza del Consiglio dei ministri, in data 12, 17 e 19 marzo 2015, ha trasmesso - ai sensi dell'articolo 6, commi 1 e 2, della legge 24 dicembre 2012, n. 234 - progetti di atti dell'Unione europea, nonché atti preordinati alla formulazione degli stessi. Con tali comunicazioni, il Governo ha altresì richiamato l'attenzione su taluni degli atti inviati.
Nel periodo dal 12 al 23 marzo 2015, la Commissione europea ha inviato atti e documenti di consultazione adottati dalla Commissione medesima.
I predetti atti e documenti sono trasmessi alle Commissioni, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento.
Il testo degli atti e documenti medesimi è disponibile presso il Servizio affari internazionali - Ufficio dei rapporti con le istituzioni dell'Unione europea.
Interpellanze
D'ANNA, SCAVONE, COMPAGNONE, Mario FERRARA, DI MAGGIO, IURLARO, BONFRISCO, SCILIPOTI ISGRO', MARIN, Giovanni MAURO, MINZOLINI, MAZZONI, MARINELLO, CANDIANI, CROSIO, FLORIS, ARRIGONI, AURICCHIO, BISINELLA, GIRO, Giuseppe ESPOSITO, ZIZZA, MILO, GIBIINO, BARANI, VOLPI, COMPAGNA, PAGNONCELLI, STEFANI, ZUFFADA, Eva LONGO, VILLARI, DE SIANO, GIOVANARDI, D'ALI', SIBILIA - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell'interno e per gli affari regionali e le autonomie - Premesso che:
la legge n. 56 del 2014 (cosiddetta legge Delrio) ha segnato, come è noto, sul piano della legislazione ordinaria, la ripresa del processo di rimodulazione delle funzioni e della struttura organizzativa delle amministrazioni provinciali (la cui genesi risale al decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011) prevedendo, in particolare, che gli organi rappresentativi di tali enti, limitati al Presidente ed al Consiglio, non siano più forniti di una legittimazione democratica diretta, ma siano designati attraverso elezioni di secondo grado che vedono come titolari del diritto di elettorato attivo e passivo i sindaci ed i consiglieri comunali della circoscrizione provinciale (fatta salva la statuizione derogatoria dettata dal comma 80 dell'articolo 1 del provvedimento normativo in esame);
il comma 79 dell'art. 1 della legge n. 56, per quel che concerne la data di celebrazione delle elezioni provinciali secondo le nuove modalità, opera una differenziazione fra gli enti i cui organi venivano a scadenza, o risultavano già scaduti, nel 2014 e quelli, per contro, per i quali la conclusione del mandato elettivo è prevista per il 2015 e il 2016;
nella prima ipotesi, infatti, (si veda la lettera a) del comma 79) le elezioni si sono svolte tra settembre ed ottobre del 2014 (e ciò anche per effetto delle linee guida dettate dal Ministero dell'interno, con circolare n. 32 del 2014);
nella seconda ipotesi, per contro, (si veda la lettera b) del comma 79) le elezioni debbono svolgersi entro 30 giorni dalla scadenza per fine mandato degli organi provinciali ovvero per decadenza o scioglimento anticipato degli stessi;
rilevato che a giudizio degli interpellanti:
la differenziazione normativamente prevista circa il momento di svolgimento, secondo le nuove modalità, delle consultazioni elettorali provinciali, appare intrinsecamente contraddittoria ed ictu oculi affetta da profili di evidente irrazionalità;
è evidente, infatti, come, con riferimento alla fattispecie di cui alla lettera a) del comma 79 della legge n. 56 del 2014, ci si trovi di fronte ad una disposizione che non appare suscettibile di determinare aporie nell'ordinamento giuridico, poiché, de facto, essa impone lo svolgimento delle elezioni provinciali in una data ampiamente successiva a quella di celebrazione delle elezioni comunali (che ordinariamente si tengono in un arco di tempo ricompreso fra aprile e giugno);
del tutto distonica, per contro, appare la disciplina normativamente posta in relazione alla fattispecie di cui alla lettera b) del comma 79 (riferita alle province in scadenza nel 2015 e nel 2016);
la disposizione da ultimo menzionata, per come risulta formulata, appare idonea a produrre conseguenze del tutto paradossali, e per certi versi aberranti, specie se letta in combinato disposto con la richiamata circolare ministeriale n. 32 del 2014;
l'atto interpretativo de quo prevede la convocazione dei comizi elettorali, ad opera del presidente in carica ovvero del commissario, entro il quarantesimo giorno antecedente la data delle votazioni (da tenersi entro 30 giorni dalla scadenza del mandato) nonchè la definitiva individuazione del corpo elettorale al trentacinquesimo giorno antecedente la data delle votazioni;
considerato che:
le elezioni amministrative del 2015 si svolgeranno nel mese di maggio, in abbinamento con le elezioni regionali, di talché la pedissequa applicazione del quadro normativo delineato determinerà, come già accennato, conseguenze del tutto paradossali, poiché, qualora, come si verificherà in assenza di auspicati interventi correttivi, le elezioni provinciali si svolgessero precedentemente, ovvero contemporaneamente (evenienza non espressamente preclusa) o immediatamente dopo le elezioni comunali, verrebbe messa in discussione, in modo radicale, la libertà del voto ed ulteriormente attenuata la legittimazione democratica degli organi rappresentativi delle "nuove" province (enti che concorrono tuttora, a Costituzione vigente, a formare la Repubblica, ai sensi dell'articolo 114, e che godono, dunque, di una "protezione" ordinamentale del tutto peculiare);
nell'evenienza considerata, infatti, potrebbe accadere, da un lato, che soggetti eletti all'ufficio di consigliere provinciale debbano decadere dalla carica, o meglio essere dichiarati ineleggibili, giusta quanto disposto dal comma 78 dell'articolo 1 della legge n. 56 e, dall'altro, che i risultati elettorali siano condizionati, in maniera decisiva, dalla partecipazione alle votazioni di Sindaci e Consiglieri comunali successivamente non confermati, dai cittadini, nelle rispettive cariche;
atteso che:
ove mai le previsioni dettate dal comma 79, lettera b), della legge n. 56 del 2014, dovessero trovare effettiva applicazione risulterebbe accresciuto in modo esponenziale, stante le riferite premesse, il rischio di possibili contestazioni, anche in sede giurisdizionale, circa la legittimità degli esiti elettorali (senza voler nemmeno considerare, in questa sede, l'ulteriore profilo relativo ad un presumibile dilagare di strumentali e capziose polemiche politiche) ad evidente detrimento dell'immagine e della credibilità delle istituzioni;
le criticità delineate, per contro, risulterebbero eliminate in radice qualora si estendesse anche alle amministrazioni provinciali in scadenza negli anni 2015 e 2016, la disciplina dettata per quelle cessate nel 2014, prevedendo, in buona sostanza, una dissociazione istituzionale fra la data di svolgimento delle elezioni comunali e quella delle elezioni provinciali (da tenersi nei mesi di settembre e ottobre del 2015 e del 2016), con applicazione, altresì, della previsione dettata dal comma 82 della legge n. 56 (permanenza in carica, a titolo gratuito, del presidente e della Giunta provinciale sino all'insediamento dei nuovi organi),
si chiede di sapere se il Governo abbia adeguatamente considerato le problematiche che deriverebbero dall'attuazione della previsione dettata dal comma 79, lettera b) dell'articolo 1, della legge n. 56 del 2014 e quali iniziative intenda assumere, anche sul piano normativo, per prevenirne l'insorgenza ed assicurare il libero e democratico svolgimento delle elezioni provinciali negli anni 2015 e 2016.
(2-00258p. a.)
Interrogazioni
CARDIELLO - Ai Ministri della giustizia e dei beni e delle attività culturali e del turismo - Premesso che:
il patrimonio monumentale della città di Eboli (Salerno) ha subito un considerevole danno dal recente crollo (8 marzo 2015) di una torre medioevale del Castello Colonna. Macerie antiche e frammenti di cemento armato sono crollati dal muro di cinta esterno della struttura che ospita l'Istituto a custodia attenuata per il trattamento dei tossicodipendenti (I.C.A.T.T.);
l'I.C.A.T.T. accoglie mediamente circa 50 detenuti con caratteristiche ben definite: giovani di età compresa tra i 19 e 45 anni, tossicodipendenti e/o alcolisti provenienti dalla provincia di Salerno o dal territorio della Regione Campania, con un basso indice di pericolosità sociale. La struttura di particolare rilievo storico è all'interno del castello medievale; ciò consente la realizzazione di eventi culturali ed artistici di elevato livello, garantendo gli spazi e le potenzialità per l'espletamento di inziative trattamentali e socio-rieducative di altissima valenza, sia a livello nazionale che internazionale. L'istituto ha una grande valenza sociale perché intende raggiungere l'obiettivo di iniziare un percorso di recupero che riconduca il detenuto al pieno e attivo reinserimento nella società,
si chiede di conoscere:
a fronte del danno occorso alla struttura storica, quali iniziative i Ministri in indirizzo intendano adottare, ognuno per le proprie competenze, per evitare che l'Istituto a custodia attenuata per il trattamento dei tossicodipendenti (I.C.A.T.T.) debba rinunciare alla propria sede all'interno del Castello Colonna;
se vi siano le condizioni per un finanziamento urgente affinchè il bene torni alla sua piena agibilità.
(3-01806)
Interrogazioni con richiesta di risposta scritta
RAZZI - Ai Ministri dello sviluppo economico e del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che, a quanto risulta all'interrogante:
"Dialifluids", azienda facente parte del gruppo tedesco "Fresenius Medical Care", nonché leader nella produzione di sacche di soluzioni acquose destinate ai pazienti affetti da insufficenza renale sottoposti a dialisi, versa in uno stato di crisi da più di un triennio, dopo l'acquisizione dal gruppo svedese "Gambro Dasco" SpA;
dopo tale acquisizione, avvenuta nel 2011, vi è stata una tempestiva richiesta di elaborazione di un piano industriale adeguato, questione protrattasi sino a giugno 2014, mese in cui le maestranze aziendali hanno optato per la chiusura del sito industriale, a decorrere da settembre 2015, al fine di trasferire la produzione in Germania;
da notizie in possesso dell'interrogante, successivamente, si è svolto un incontro presso il Ministero dello sviluppo economico tra i vertici aziendali e il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Giovanni Legnini, con la volontà di trovare una soluzione ai vari problemi che stanno alla base del calo della produzione e della conseguente debolezza aziendale;
il dottor Andrea Stopper, vice chairman direttore vendite per l'Europa occidentale della Fresenius Medical Care, ha evidenziato la volontà da parte degli stessi vertici, di investire sul rilancio dell'azienda. Per fare ciò, però, c'è bisogno dell'aiuto dei responsabili governativi, che dalle sedi opportune dovrebbero: sollecitare le ASL a pagare le forniture in minor tempo, mettere in condizione l'AIFA di diminuire i tempi necessari alla registrazione dei nuovi prodotti, sollecitare il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti a sviluppare ulteriormente il trasporto intermodale al fine di abbattere i costi di gestione delle imprese esistenti sul territorio;
successivamente, però, a 6 operai che avevano manifestato di fronte all'azienda, sono state recapitate lettere raccomandate con cui essi venivano inizialmente sospesi a tempo indeterminato e, in seguito, messi in cassa integrazione;
a giudizio dell'interrogante quanto denunciato è gravissimo: padri di famiglia, che manifestano il loro diritto al lavoro, vengono dipinti come malfattori, mentre i vertici aziendali, che intendono delocalizzare un'attività industriale di vitale importanza per il territorio e la popolazione di Canosa Sannita (Chieti), non subiscono alcuna ingerenza,
si chiede si sapere:
quali orientamenti i Ministri in indirizzo intendano esprimere, in riferimento a quanto esposto in premessa e, conseguentemente, quali iniziative vogliano intraprendere, nell'ambito delle proprie competenze, per porre rimedio all'annosa questione dei lavoratori cassaintegrati dell'azienda Dialifluids;
se intendano adoperarsi per soluzioni alternative alla delocalizzazione dell'azienda, affinché non si vada a minare, totalmente, un territorio già molto provato.
(4-03690)
DE CRISTOFARO - Ai Ministri dei beni e delle attività culturali e del turismo, dell'interno e delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:
nel comune di Eboli (Salerno) è ubicato l'antico Castello Colonna, considerato uno fra i più importanti del Medioevo, attualmente adibito a casa circondariale;
l'8 marzo 2015 sono crollati una parte delle mura di cinta e la torre saettiera;
a pochi metri dall'area del crollo, da diversi mesi è presente un cantiere per la costruzione di una struttura denominata "Centro Polifunzionale Santi Cosma e Damiano";
in data 27 luglio 2011, con delibera n° 44, il Consiglio comunale di Eboli ha adottato una variante al piano regolatore generale, in quanto la zona attualmente interessata dal cantiere non solo è classificata come zona omogenea A ed individuata come area di interesse comune destinata a parcheggio, ma è allo stesso tempo ubicata in pieno centro storico e nelle vicinanze, oltre al Castello Colonna, sono presenti altri beni artistico-culturali di grande rilevanza;
la Soprintendenza dei beni architettonici e per il paesaggio delle provincie di Salerno e Avellino aveva precedentemente espresso parere negativo alla realizzazione del progetto del centro polifunzionale citato;
successivamente il comune di Eboli ha presentato ricorso al TAR della Campania per l'annullamento, previa sospensiva, del provvedimento della Soprintendenza;
in data 12 marzo 2010, con ordinanza n°271, il TAR Campania ha notificato al Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e alla Soprintendenza di Salerno e Avellino la concessione della sospensiva;
considerato che il centro polifunzionale citato è stato finanziato dai fondi europei per lo sviluppo e la coesione (ex fondi Fas) per un importo pari a 6 milioni di euro,
si chiede di sapere:
se i Ministri in indirizzo, nell'ambito delle rispettive competenze, possano:
verificare il nesso di casualità tra i lavori di trivellazione nel cantiere e il crollo avvenuto;
accertare se la ditta appaltante, prima dell'avvio dei lavori, abbia seguito tutte le procedure per verificare se essi potevano causare danni alle strutture adiacenti, data la zona di particolare interesse;
verificare come mai, nonostante il finanziamento europeo sia di 6 milioni di euro e la soglia limite di rilevanza comunitaria per gli appalti di lavori, sia di 5.186.000 euro, non ci sia stata alcuna gara d'appalto europea per i lavori del centro polifunzionale;
sollecitare, con modalità e tempi definiti, la messa in sicurezza dell'area crollata appartenente alle mura di cinta del Castello Colonna.
(4-03691)
DE POLI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:
da notizie di stampa apprendiamo dell'increscioso episodio avvenuto a Conegliano Veneto (Treviso) dove il titolare di uno studio fisioterapico si è visto recapitare un avviso di pagamento per occupazione di suolo pubblico (TOSAP) a causa del piccolo scivolo installato all'ingresso del suo locale, per agevolare il passaggio dei disabili in carrozzina;
in Italia vigono da una parte leggi che consentono ai disabili la libera circolazione contro ogni discriminazione di mobilità, e dall'altro norme e regolamenti che pongono limitazioni e tassazioni che rischiano aprire moltissimi contenziosi su scala nazionale;
si determina quindi una situazione paradossale: si sanziona chi difende i diritti dei disabili, rimuovendo le barriere architettoniche che impediscono la piena integrazione delle persone con disabilità;
i disabili sono innanzi tutto persone e non pesi. Una società degna di questo nome li deve tutelare ed armonizzare l'intero apparato normativo, affinché non si incorra in simili conflitti di interpretazione, è un'azione dalla quale non si può prescindere,
si chiede di sapere quali misure il Governo intenda intraprendere per impedire che le leggi in difesa della mobilità dei disabili vengano disattese e affinché si trovi una soluzione che restituisca la giusta importanza all'accessibilità alle strutture fisiche, superando quelle barriere, non soltanto architettoniche ma anche e soprattutto normative, che costituiscono un vulnus che impedisce la piena integrazione delle persone con disabilità.
(4-03692)
ARRIGONI, CENTINAIO - Ai Ministri dell'istruzione, dell'università e della ricerca e dell'economia e delle finanze - Premesso che, a quanto risulta agli interroganti:
malcontento ed insoddisfazione aleggiano da mesi tra i 9.894 docenti universitari, professori e ricercatori di 65 sedi universitarie statali e non statali e istituti di ricerca, contrari al prolungarsi del blocco degli scatti stipendiali dei docenti universitari attribuiti in base al merito, previo giudizio positivo sull'attività svolta;
si tratta del blocco già attuato per il periodo 2011-2014 ed ora esteso a tutto il 2015 che si traduce, per i docenti stessi, in una negazione della meritocrazia ed una mancata valorizzazione dell'impegno e delle professionalità;
in una lettera aperta inviata il 10 dicembre 2014 al premier Renzi ed al ministro Giannini, la docenza universitaria, nel ricordare di esser stata già penalizzata in passato dal blocco del turnover e di aver contribuito nel quadriennio 2011-2014 al risanamento del Paese con il blocco degli scatti (equivalente in media a 180 euro netti al mese per ciascuno), evidenzia come il perpetrarsi di tale blocco anche nel 2015 demotivi ed avvilisca il corpo docente, creando ulteriore danno al settore universitario che già vive un profondo disagio per i tagli subiti negli ultimi anni; peraltro, i docenti universitari sono ormai una delle poche categorie del personale non contrattualizzato per il quale il blocco degli scatti stipendiali sussiste anche nel 2015 e unica categoria nel campo della formazione e della ricerca;
i docenti universitari, pertanto, ritenendo sia giunto il momento di reperire altrove le occorrenti risorse per il Paese, intervenendo sulle reali spese improduttive, chiedono che a decorrere dal 2015 nell'attribuzione degli scatti sia riconosciuto ai fini giuridici ed economici il periodo 2011-2014, vale a dire non già il recupero in termini economici del quadriennio 2011-2014, bensì che in relazione agli scatti di merito, a far data dal 1° gennaio 2015, lo stipendio sia lo stesso che avrebbero percepito se il blocco non fosse mai esistito,
si chiede di sapere se i Ministri in indirizzo ritengano di poter dare seguito alla richiesta di cui in premessa, atteso che a parere degli interroganti il Governo deve perseguire ed attuare politiche di riconoscimento del merito e di premialità, per valorizzare la formazione delle giovani generazioni ed innalzare il livello di eccellenza della ricerca scientifica.
(4-03693)
DONNO, SERRA, AIROLA, CAPPELLETTI, FUCKSIA, BUCCARELLA, MORONESE, PAGLINI, MORRA, PUGLIA - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della salute - Premesso che, a quanto risulta agli interroganti:
riguardo all'assistenza ospedaliera la Regione Puglia risulta essere carente sotto molteplici profili;
nel barese l'ospedale della Murgia, i cui lavori sono iniziati nel luglio 1997, è costato fino ad oggi circa 180 milioni di euro e diverse sono le ditte che si sono avvicendate con promesse di apertura ed inaugurazione;
l'utenza di Altamura, Gravina, Poggiorsini, Santeramo (tutti in provincia di Bari) conta circa 200.000 persone e, in circa 17 anni, a causa della mancanza di reparti specialistici, si è registrata una mobilità di circa il 60 per cento della popolazione residente verso ospedali limitrofi;
nell'aprile 2014 l'ospedale della Murgia ha inaugurato la propria attività con reparti non ancora ultimati, infiltrazioni d'acqua, ascensori non a norma, sale operatorie ed ambulatori di cardiologia senza agibilità, problemi strutturali;
ad oggi, a causa della mancanza di numerosi reparti, la cittadinanza lamenta una copertura sanitaria assolutamente inadeguata nonché difficoltà nel raggiungimento di altri nosocomi in grado di soddisfare la domanda di servizio e di assistenza,
si chiede di sapere:
se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti e se, fatte salve le specifiche attribuzioni regionali, abbia adottato o intenda adottare misure che consentano un equo riordino della rete ospedaliera regionale pugliese, mediante l'uso di criteri di adeguamento che tengano conto dell'assetto geografico, demografico e viario locale;
quale sia la posizione assunta dal Governo relativamente all'evidente necessità di una riorganizzazione delle risorse sanitarie pugliesi, considerato l'irrinunciabile diritto alla salute e all'assistenza medica dei cittadini interessati;
se non ritenga urgente ed opportuno attivarsi presso la Giunta regionale pugliese affinché si restituisca adeguata tutela ai bisogni sanitari del territorio.
(4-03694)
DONNO, MORONESE, BUCCARELLA, BERTOROTTA, PAGLINI, CAPPELLETTI, LEZZI, GIROTTO, GAETTI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali - Premesso che:
secondo quanto riportato in un articolo del 13 gennaio 2015 del sito web "Agricolae.eu", l'associazione nazionale Coldiretti avrebbe aumentato nel 2014 la retribuzione del suo segretario generale portandola ad oltre un milione e 800.000 euro, rispetto ai 1.677.029 euro già corrisposti da gennaio 2014 a maggio 2014;
a questi si andrebbero ad affiancare ulteriori 70.774 euro di reddito imponibile per attività di collaborazione per "Germina Campus SpA" (società che ha sede a palazzo Rospigliosi come Coldiretti), edizioni "Tellus", "Bluarancio SpA" (società informatica di Coldiretti) e Green assicurazioni Srl;
sempre secondo l'articolo della testata web , la retribuzione dell'omologa figura della Confederazione italiana agricoltori, Rossana Zambelli, è stata di 127.232 euro nel 2013 e ammonta a 102.398 euro nei primi 10 mesi del 2014;
l'articolo confronta l'elevato stipendio del segretario di Coldiretti anche con quello del Presidente degli Stati Uniti d'America di circa 380.000 euro, del Presidente del Consiglio dei ministri di 114.796,68 euro e dell'ex Presidente della Repubblica di circa 239.000 euro, evidenziando che, sommando le 3 cifre, si raggiunge la soglia di 733.000 euro, quasi un terzo della retribuzione di soli 9 mesi del vertice Coldiretti;
a margine del citato articolo è stata pubblicata una corrispondenza tra il presidente di Coldiretti, Roberto Moncalvo, e il direttore dell'agenzia "Agricolae", dalla quale emergeva la volontà di Coldiretti di diffidare l'agenzia dalla diffusione delle suddette informazioni,
si chiede di sapere se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti e se non ritenga opportuno assumere idonee iniziative, anche di carattere normativo, al fine di rendere pubblici gli stipendi dei vertici delle più importanti associazioni di categoria del Paese, affinché attraverso la trasparenza delle informazioni, oltre che delle attività delle associazioni, siano maggiormente tutelati gli interessi dei cittadini.
(4-03695)
CROSIO - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:
una recente sentenza della Corte di cassazione (sentenza n. 4145/2015) ha stabilito che nel caso di un impianto di risalita «funzionale alle piste sciistiche» non sussiste il presupposto del classamento catastale come «mezzo pubblico di trasporto», considerando che l'impianto di risalita svolge una funzione esclusivamente commerciale di ausilio e integrazione delle piste da sci e non è ipotizzabile, nemmeno parzialmente, un suo utilizzo come mezzo di trasporto pubblico;
la sentenza specifica, inoltre, che nel calcolo della rendita catastale rientrano anche gli impianti fissi e cita a supporto la norma del decreto-legge n. 44 del 2005, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 88 del 2005, in base alla quale i beni immobili coinvolgono non solo il suolo e i fabbricati, ma anche tutte le strutture fisse che «concorrono al pregio e all'utilizzo degli immobili stessi»;
le cifre stimate potrebbero variare dai 25.000 euro all'anno per una seggiovia a 6 posti ai 50.000 per una telecabina a 8 posti: per i bilanci di queste società, già precari e soggetti all'imprevedibilità delle condizioni meteorologiche, si tratta di una cifra insostenibile, con ripercussioni negative su un comparto strategico per l'economia turistica della montagna;
se il pagamento dell'Imu sulle attività commerciali è sicuramente comprensibile, quello sugli impianti di risalita appare a giudizio dell'interrogante assurdo, dato che tutte le leggi regionali che regolano i servizi pubblici di trasporto di persone esercitati con linee filoviarie, funicolari e funiviarie li definiscono come "impianti funiviari in servizio pubblico per il trasporto di persone nei quali una o più funi vengono utilizzate per costruire vie di corsa e per regolare il moto, anche su apposita sede terrestre, dei veicoli destinati al trasporto di persone o per trainare le persone su apposita pista";
si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo non ritenga doveroso, al fine di tutelare la sopravvivenza di un comparto strategico per l'economia turistica della montagna come quello dell'impiantistica di risalita, intervenire con gli opportuni provvedimenti, anche di carattere interpretativo, al fine di specificare che i servizi pubblici di trasporto di persone esercitati con linee filoviarie, funicolari e funiviarie rientrano a tutti gli effetti fra i mezzi di trasporto pubblico e pertanto sono soggetti alle stesse agevolazioni fiscali.
(4-03696)
PALERMO, MANCONI - Al Ministro dell'interno - Premesso che:
il nostro Paese sta vivendo un momento storico caratterizzato da importanti mutamenti sociali, in particolare dall'affermazione di nuovi paradigmi familiari estranei al vincolo giuridico matrimoniale, fondati su convivenze stabili e durature, su rapporti di reciproca assistenza morale e materiale, sulla condivisione dell'abitazione e dei bisogni fondamentali, che tipicamente connotano i diritti-doveri dei coniugi;
in particolare, l'Istat (dai dati pubblicati il 13 novembre 2013) ha registrato una forte tendenza in atto dal 1972 alla diminuzione dei matrimoni, tale che negli ultimi 20 anni il calo annuo è stato in media dell'1,2 per cento, mentre dal 2008 al 2011 si sono avute addirittura oltre 45.000 celebrazioni in meno (in termini relativi, in calo del 4,8 per cento annuo tra il 2007 e il 2011);
di contro, si è assistito a una progressiva diffusione delle unioni di fatto, che da circa mezzo milione nel 2007 hanno superato il milione nel 2011-2012;
a seguito della grave recessione attuale, sempre di più sono i giovani che rinunciano a sposarsi per ragioni economiche, ma anche gli anziani che decidono di coabitare al fine di mantenere legami affettivi e di reciproca solidarietà e di condividere le spese per la loro sussistenza;
lungi dal voler delegittimare il ruolo sociale della famiglia fondata sul matrimonio riconosciuta dall'art. 29 della Costituzione, è evidente la necessità di prendere atto del mutamento descritto dai dati statistici, estendendo il riconoscimento di diritti e opportunità a persone conviventi che finora ne sono escluse;
il regolamento di attuazione della legge n. 1228 del 1954, recante "Ordinamento delle anagrafi della popolazione residente", approvato con decreto del Presidente della Repubblica n. 223 del 1989 e successive modificazioni già riconosce, all'art. 4, che «Agli effetti anagrafici per famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune», distinguendo da essa la semplice «convivenza anagrafica» (art. 5), intesa invece come insieme di persone normalmente coabitanti per motivi religiosi, di cura, di assistenza, militari, di pena e simili, e quindi ponendo il discrimine tra le 2 fattispecie giuridiche nella sussistenza di un vincolo affettivo tra i soggetti coabitanti, di qualunque genere esso sia;
il regolamento prevede altresì che la costituzione di una nuova «famiglia anagrafica» fondata su vincoli affettivi ovvero i mutamenti intervenuti nella sua composizione debbano essere dichiarati al responsabile d'anagrafe per la loro registrazione (art. 13, comma 1, lett. b)) anche a mezzo di lettera raccomandata (comma 3);
considerato che:
come evidenziato dalla stessa normativa in materia di ordinamento d'anagrafe, non è in discussione la legittimazione di forme diverse di "matrimonio", bensì la registrazione e il conseguente riconoscimento formale di situazioni reali di persone stabilmente residenti in un comune e coabitanti in forza di un reciproco legame affettivo;
alla luce di un movimento di opinione sempre più sensibile al superamento di ogni forma di discriminazione e alla promozione dell'integrazione sociale, culturale ed economica di tutte le persone non sposate, ma conviventi stabilmente, già 180 Comuni italiani si sono attivati per rendere effettivo il riconoscimento anagrafico di questi nuclei familiari, prevedendo che l'ufficio Anagrafe possa, con specifiche modalità operative, registrare su richiesta degli interessati la volontà di costituire una "famiglia anagrafica tra persone coabitanti legate da vincoli affettivi" e provvedere quindi al rilascio della relativa attestazione di iscrizione all'anagrafe della popolazione residente;
su questo terreno, gli amministratori locali, in assenza di chiare e precise indicazioni legislative, si sono visti costretti ad intervenire, taluni con deliberazioni consiliari, altri con ordinanze, spesso "creative", motivando l'istituzione di registri delle unioni civili non tanto ai fini della creazione di un nuovo status personale, che certamente spetta al legislatore statale, bensì in forza del ruolo rivestito dal Comune, con pienezza di poteri, per il perseguimento dei compiti afferenti alla comunità locale ai sensi dell'art. 3 del decreto legislativo n. 267 del 2000, con l'intento di equiparare le sempre più numerose "famiglie" di fatto a quelle sposate, agli effetti dei riconoscimento alle prime dell'accesso, alle medesime condizioni, a tutti i procedimenti, benefici e opportunità amministrativi previsti dall'ordinamento a favore delle seconde;
considerato altresì che:
mancando allo stato una disciplina specifica sul rapporto di convivenza al di fuori del matrimonio, nel tentativo di colmare tale lacuna di legge si è anche discusso sulla possibilità per le coppie di fatto di disciplinare in maniera autonoma la convivenza, attraverso l'ammissibilità di una disciplina contrattuale; in tal senso, il Consiglio nazionale del notariato ha predisposto appositi contratti di convivenza (che possono essere sottoscritti a partire dal 2 dicembre 2013 presso tutti gli studi notarili), con i quali sono regolati gli aspetti patrimoniali relativi alla convivenza nelle famiglie di fatto anche in caso di cessazione del rapporto (ad esempio l'abitazione, il mantenimento in caso di bisogno, la proprietà dei beni, il testamento con clausole a favore del convivente eccetera);
anche la recente pronuncia del Tar del Lazio, sezione I-ter, n. 3907 del 9 marzo 2015, che ha accolto i ricorsi contro i provvedimenti del prefetto di Roma di annullamento delle trascrizioni nel registro dello stato civile del Comune di matrimoni contratti da persone dello stesso sesso celebrati all'estero e la relativa circolare del Ministro dell'interno del 7 ottobre 2014, nell'affermare che il Ministero e le Prefetture non hanno potere di intervenire direttamente annullando tali trascrizioni e che «non sussiste in capo al Prefetto una posizione di generale sovraordinazione al Sindaco quale Ufficiale di stato civile, che gli consenta di sostituirsi al titolare della funzione», ha sostanzialmente fatto ricadere ogni responsabilità in materia di registrazioni anagrafiche in capo ai sindaci, ponendo anch'essa indirettamente in luce l'esistenza della lacuna normativa, che la giurisprudenza, in primis la Corte costituzionale, ha più volte tentato di colmare parzialmente;
quello che emerge allo stato attuale è dunque un quadro normativo assai confuso, una "penombra" legislativa entro cui i sindaci sono costretti, loro malgrado, a muoversi, come visto, in maniera disomogenea, con non poche ripercussioni di natura sociale e politica,
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno intervenire affrontando innanzi tutto una prodromica quanto necessaria attività di distinzione e chiarificazione tra gli innegabili ed evidenti riflessi ideologici che il tema pone e i relativi argomenti normativi;
se non valuti quindi opportuno sciogliere le proprie riserve perché si giunga all'approvazione del disegno di legge n. 1211 recante "Disciplina delle coppie di fatto e delle unioni civili", già in corso di esame in 2ª Commissione permanente (Giustizia) del Senato, ovvero se non ritenga comunque importante, dopo quasi un ventennio di dibattiti e proposte di legge inattuate, che venga in tempi brevi licenziata dal Parlamento una disciplina giuridica univoca sulle unioni di fatto, onde consentire ai sindaci, in qualità di ufficiali di stato civile, di dare indicazioni uniformi sulla tenuta dei relativi registri.
(4-03697)
CENTINAIO - Ai Ministri dello sviluppo economico e del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che:
Siena Biotech è una società strumentale della fondazione Monte dei Paschi di Siena che opera nel campo biomedico dell'oncologia e delle malattie neurodegenerative, incluse le malattie rare;
la fondazione Monte dei Paschi detiene il 100 per cento di Siena Biotech;
la crisi della fondazione MPS, iniziata nel 2012 come conseguenza delle note vicende della banca Monte dei Paschi dovute all'operazione Antonveneta, è ricaduta prevalentemente sulla Siena Biotech, generando una situazione di precarietà per i dipendenti, che è sfociata in un lungo periodo di cassa integrazione;
a questo periodo, che ha visto un massiccio esodo di ricercatori, da 150 a meno di 70 in due anni, è seguita una fase di ristrutturazione dell'azienda con la dismissione del settore oncologico ed il conseguente licenziamento di 15 ricercatori;
attualmente sono impiegati presso la società circa 51 lavoratori, dei quali circa 40 sono ricercatori ed il resto amministrativi;
la fondazione MPS ha comunicato a mezzo stampa, in data 13 dicembre 2014, di non voler più considerare la Siena Biotech un progetto strumentale e di non poter più proseguire l'attività;
in data 22 dicembre 2014 la società è stata messa in liquidazione, con la nomina a liquidatore del professor Lattanzi dell'università di Pisa, il quale, il 6 febbraio 2015, ha deciso di mettere in atto un una procedura di licenziamento collettivo dei lavoratori;
nel 2014, la fondazione Monte dei Paschi di Siena aveva approvato il nuovo piano industriale presentato dalla Siena Biotech che prevedeva il raggiungimento dell'autosufficienza della società entro il 2016, con una significativa e progressiva riduzione dell'impegno finanziario da parte della fondazione;
tale piano è oggi ritenuto giuridicamente incompatibile con i fini istituzionali della fondazione MPS;
il centro di ricerche è stato costruito dalla società immobiliare Sansedoni, controllata a sua volta dalla fondazione Monte dei Paschi di Siena, e successivamente rivenduto alla Siena Biotech con un mutuo da questa contratto con la banca Monte dei Paschi;
il costo del mutuo, di cui lavoratori chiedono una verifica della congruità, grava pesantemente sul bilancio della Siena Biotech, rappresentando una delle principali cause delle difficoltà economiche in cui versa l'azienda;
nel programma della Regione Toscana c'è tra i punti essenziali la creazione della "pharma valley", un polo per attrarre investimenti che vede nella Siena Biotech un centro di riferimento importante;
il finanziamento della Regione Toscana, che ha garantito di destinare 3 milioni di euro al distretto regionale "Toscana life sciences" pare finalizzato solo ed esclusivamente a garantire il pagamento del mutuo dell'immobile di Siena Biotech, che in questo senso verrebbe affittato proprio alla Toscana life sciences;
i lavoratori hanno organizzato diverse manifestazioni di protesta in quanto preoccupati non solo per la perdita del posto di lavoro, ma sopratutto per il futuro di circa 6.000 italiani affetti dal morbo di Huntington, i quali perderebbero la speranza essere curati; oltre tutto, con la chiusura della Siena Boiotech si assisterebbe ad una battuta d'arresto del progetto di ricerca su tale rara malattia che prosegue da oltre 10 anni,
si chiede di sapere:
se i Ministri in indirizzo vogliano convocare un tavolo di concertazione tra tutti i soggetti coinvolti al fine di trovare sbocchi e soluzioni alla vicenda, anche per verificare se ci siano i presupposti per un eventuale acquisto della Siena Biotech da parte di società interessate e perché non si sia ancora proceduto in questa direzione;
se siano a conoscenza delle iniziative fino ad oggi intraprese dal Comune di Siena e dalla Regione Toscana a sostegno del polo scientifico e dei lavoratori, e quali azioni intendano intraprendere, per quanto di loro competenza, per salvaguardare i posti di lavoro e tutelare la realtà professionale e scientifica che gravita intono all'istituto;
se non reputino opportuno per il ricollocamento dei lavoratori della Siena Biotech coinvolgere la fondazione Istituto italiano di tecnologia di Genova.
(4-03698)