Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 325 del 07/10/2014
Azioni disponibili
SENATO DELLA REPUBBLICA
------ XVII LEGISLATURA ------
325a SEDUTA PUBBLICA
RESOCONTO STENOGRAFICO (*)
MARTEDÌ 7 OTTOBRE 2014
(Pomeridiana)
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Presidenza della vice presidente FEDELI,
indi del vice presidente CALDEROLI
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(*) Include l'ERRATA CORRIGE pubblicato nel Resoconto della seduta n. 326 dell'8 ottobre 2014
(N.B. Il testo in formato PDF non è stato modificato in quanto copia conforme all'originale)
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N.B. Sigle dei Gruppi parlamentari: Forza Italia-Il Popolo della Libertà XVII Legislatura: FI-PdL XVII; Grandi Autonomie e Libertà: GAL; Lega Nord e Autonomie: LN-Aut; Movimento 5 Stelle: M5S; Nuovo Centrodestra: NCD; Partito Democratico: PD; Per le Autonomie (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE: Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE; Per l'Italia: PI; Scelta Civica per l'Italia: SCpI; Misto: Misto; Misto-Italia Lavori in Corso: Misto-ILC; Misto-Liguria Civica: Misto-LC; Misto-Movimento X: Misto-MovX; Misto-Sinistra Ecologia e Libertà: Misto-SEL.
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RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza della vice presidente FEDELI
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 16).
Si dia lettura del processo verbale.
PETRAGLIA, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del 2 ottobre.
Sul processo verbale
GAETTI (M5S). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GAETTI (M5S). Signora Presidente, chiedo la votazione del processo verbale, previa verifica del numero legale.
Verifica del numero legale
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Colleghi, vi invito ad affrettarvi nel ritirare le tessere. (Commenti dei senatori Santangelo e Buccarella).
Le senatrici e i senatori presenti in Aula hanno diritto di scegliere come essere presenti.
Invito i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.
(Segue la verifica del numero legale).
Rivolgo un ultimo sollecito ad affrettarvi.
MONTEVECCHI (M5S). Ma che modo è, signora Presidente? Dovrebbe chiudere le porte!
PRESIDENTE. Il Senato è in numero legale. (Commenti dal Gruppo M5S).
Ripresa della discussione sul processo verbale
PRESIDENTE. Metto ai voti il processo verbale.
È approvato.
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico
PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.
Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 16,05).
Sull'ordine dei lavori
PETROCELLI (M5S). Domando di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PETROCELLI (M5S). Signora Presidente, il Consiglio dei ministri ha dato mandato al ministro Boschi di porre la questione di fiducia sul jobs act: questo abbiamo letto da note stampa e da agenzie. Quello che voglio far presente qui, oggi, ai Ministri presenti, ai Sottosegretari e al Governo tutto è che riteniamo che questa scelta non sia confacente ai compiti che questa Assemblea doveva e poteva espletare in merito ad una discussione seria del provvedimento in oggetto.
Dico al ministro Poletti: signor Ministro, non abbiamo ben capito quale sia l'ordine dei problemi che induce il Governo e il presidente del Consiglio Renzi ad avere una fretta così dilaniante per chiudere una discussione che poteva essere sì complicata, ma anche foriera di modifiche importanti alla delega lavoro. Se fosse, come alcuni adombrano, per la necessità per il Presidente del Consiglio di arrivare all'appuntamento di Bruxelles con una delega approvata, io, insieme al mio Gruppo, non solo non potrei fare a meno di dispiacermene, ma soprattutto non potrei esimermi dal deprecare con forza l'uso della fiducia anche sulla delega lavoro. (Applausi dal Gruppo M5S).
Se questo sospetto fosse infondato e se, come altri hanno anche accennato, si facesse presente da parte del Governo la difficoltà di affrontare la mole di emendamenti che soprattutto le forze di minoranza in questo Senato hanno presentato, vorrei dichiarare che il Gruppo Movimento 5 Stelle propone al Governo Renzi di cancellare buona parte dei propri emendamenti, di mantenerne soltanto un numero limitato (quelli che riteniamo essere essenziali) in modo da non dare un alibi alla Presidenza del Consiglio e al Consiglio dei ministri tutto per mettere la fiducia sulla delega lavoro.
Questo invito lo rivolgerei come possibilità anche alle altre forze di opposizione: togliamo ogni alibi al Governo Renzi, facciamo in modo che Renzi, se vuole mettere la fiducia su un provvedimento così importante, lo faccia davanti al Paese senza avere alibi presunti. Noi, come Gruppo parlamentare, non vogliamo dargliene. Abbiamo la possibilità di chiudere la discussione in maniera seria qui al Senato e passare poi il provvedimento all'esame della Camera.
Non venga, come si dice, domani il ministro Boschi a porre l'ennesima fiducia in quest'Aula, togliendole rappresentatività prima del tempo, togliendo a noi senatori la possibilità di modificare, per quanto consentito, una delega tale che più in bianco non si può.
Siamo contrari a buona parte dell'impalcatura di questo provvedimento, ma potremmo arrivare a proporre alcune questioni in pochissimi emendamenti che il Governo dovrebbe seriamente valutare.
Rivolgo quindi al Presidente del Consiglio e al Governo, qui rappresentato dal Ministro, l'invito a non porre la questione di fiducia e a non nascondersi dietro inutili pretesti. Andiamo avanti.
Invito anche le altre forze di opposizione a seguire il Movimento 5 Stelle su questa linea. (Applausi dal Gruppo M5S).
VOLPI (LN-Aut). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
VOLPI (LN-Aut). Signora Presidente, ovviamente terremo in considerazione l'invito del presidente Petrocelli.
Vorrei, signora Presidente, rivolgermi a tutta l'Assemblea e alla Presidenza per parlare della regolarità delle nostre sedute.
Non mi sarei stupito se in questo momento non vi fosse stato il numero legale, perché continuiamo a reiterare qualcosa che è assolutamente impossibile da sostenere, ovvero la richiesta ai senatori di essere più volte presenti contemporaneamente al Senato e alla Camera. Non possiamo continuare a svolgere sedute in Senato mentre alla Camera è in corso, con prevalenza, una seduta del Parlamento in seduta comune. In questo momento è infatti evidente che siamo convocati per la seduta del Parlamento in seduta comune, anche se la seduta in corso di svolgimento alla Camera è sospesa. In quest'Aula in più occasioni ci sono state aperture e chiusure di seduta, con i senatori che erano comunque presenti al Senato.
Credo ci sia un problema di regolarità molto serio, perché io potrei anche essere interessato ad attendere i risultati delle votazioni svolte questa mattina, non essendo quella seduta chiusa ma solo sospesa, ed essere in questo momento presente nell'Aula della Camera.
Le chiedo pertanto, signora Presidente, in base a quale interpretazione lei - non come persona fisica, ma come Presidenza - continui a verificare il numero legale di quest'Aula nel momento in cui i senatori sono alla Camera per una seduta del Parlamento in seduta comune. Credo che la Presidenza ci debba una risposta perché, chiedo scusa ai colleghi, pur non volendo essere cavilloso, credo sia impossibile continuare così per la quinta o sesta volta.
In questo caso, la seduta alla Camera è sospesa, ma altre volte abbiamo aperto e chiuso la seduta dell'Assemblea del Senato mentre alla Camera dei deputati si svolgeva la chiama. È vero che le regole ultimamente stanno diventando cosa labile, scritta più sulla sabbia che sulla pietra, però un minimo di regolarità quest'Assemblea dovrebbe averla. (Applausi dai Gruppi LN-Aut e M5S).
DE PETRIS (Misto-SEL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DE PETRIS (Misto-SEL). Signora Presidente, per la verità, trovo un po' umiliante per tutti noi dover discutere delle decisioni che il Presidente del Consiglio dei ministri ha assunto, autorizzando l'apposizione della questione di fiducia sul provvedimento delega in materia di lavoro, soltanto intervenendo sull'ordine dei lavori ad inizio seduta. È una questione di cui discutono tutti, ma noi continuiamo i nostri lavori, e adesso proseguiremo la discussione generale, come se la questione non fosse l'elemento fondamentale su cui il Senato e i singoli senatori dovrebbero dire la loro.
Signora Presidente, noi abbiamo già ritirato gli emendamenti. Avevamo presentato 350 emendamenti e abbiamo deciso oggi, con lettera inviata alla Presidenza, di ritirarne 300 per concentrarci su quelli che riteniamo fondamentali. Vogliamo infatti togliere ogni alibi al Presidente del Consiglio, il quale ha scelto deliberatamente, noi riteniamo con atto di arroganza e forse anche di debolezza, di porre la fiducia sulla delega in materia di lavoro.
Anche dal punto di vista costituzionale, Presidente, ricordando che gli stessi precedenti si contano sulle dita di una mano, porre la fiducia su un disegno di legge delega è una procedura piuttosto discutibile. Con il disegno di legge delega il Parlamento decide infatti di delegare la sua funzione legislativa, per una parte, al Governo, e il Governo che fa? Mette la fiducia sulla delega che gli dà il Parlamento. (Applausi della senatrice Bignami). Ciò è francamente insopportabile su una questione così delicata e importante che riguarda i diritti di milioni di persone, di lavoratrici e di lavoratori.
I nostri 50 emendamenti sono esattamente nel merito, sono una sfida; confrontiamoci in Aula, davvero, su chi e come vuole allargare i diritti e non fare al contrario, perché questa è già una delega in bianco con principi e obiettivi francamente molto labili. Vorrei sapere dal Governo cosa impedisce di discutere seriamente in quest'Aula su ormai poche decine di emendamenti. (Applausi dei senatori De Cristofaro e Bignami).
DIVINA (LN-Aut). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DIVINA (LN-Aut). Signora Presidente, siamo purtroppo tutti obbligati a seguire non solo i lavori di Aula, ma anche le agenzie perché a volte si è informati di quello che accade più con notizie aliene ed esterne che non con comunicazioni interne. (Applausi dai Gruppi LN-Aut e M5S e della senatrice Bignami). Di questo però possiamo farcene una ragione.
Il presidente Renzi ha annunciato che porrà la fiducia. Ho già fatto un intervento in discussione generale, ma ci sono tanti colleghi che sono iscritti a parlare e che devono ancora intervenire: di cosa devono parlare a questo punto se il testo originale non esiste più e nessuno ha cognizione del nuovo testo? (Applausi dai Gruppi LN-Aut, M5S e Misto-MovX). Buona cosa sarebbe che il Governo presentasse le varianti rispetto al testo originario e proponesse almeno di sviluppare un dibattito su di esso. Posso immaginare la frustrazione di ognuno di noi che deve intervenire sapendo che parla al vento di cose che probabilmente non esistono più. (Applausi dai Gruppi LN-Aut, M5S e Misto-MovX).
Se vogliamo fare anche le pulci, anche se affronteremo questa discussione quando il Governo porrà la fiducia, posso dire che appare aberrante per uno che minimamente ha affrontato il diritto costituzionale sapere che nella separazione dei poteri il legislativo è incardinato sulle Camere e l'Esecutivo fa altre cose. L'Esecutivo ha facoltà di normare a condizioni di indifferibilità ed urgenza, con un decreto-legge, o su delega del Parlamento, che stabilisce tempi e paletti entro i quali il Governo può esercitare una funzione legislativa, impropria perché, altrimenti, senza delega, non la potrebbe esercitare.
Noi troviamo aberrante che il delegato ponga a noi le condizioni della delega che esso stesso dovrà poi esercitare. (Applausi dai Gruppi LN-Aut, M5S e Misto-MovX). È un'aberrazione dal punto di vista costituzionale ed è una questione che affronteremo quando il Governo porrà la questione di fiducia. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).
PRESIDENTE. Per una ragione procedurale rispondo per primo al senatore Volpi: il Parlamento in seduta comune ha concluso la fase della chiama e dello scrutinio, pertanto non sussistono allo stato ostacoli al prosieguo dei lavori d'Aula del Senato.
Ai senatori Petrocelli, De Petris e Divina voglio dire che la Presidenza non ha ricevuto comunicazioni da parte del Governo circa l'apposizione della questione di fiducia. Pertanto, in assenza di una richiesta da parte del Governo di prendere la parola, la Presidenza è tenuta a procedere secondo l'ordine dei lavori previsto.
CANDIANI (LN-Aut). È una farsa!
Seguito della discussione dei disegni di legge:
(1428) Deleghe al Governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino dei rapporti di lavoro e di sostegno alla maternità e alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro
(24) ZELLER E BERGER. - Disposizioni in favore delle madri lavoratrici in materia di età pensionabile
(103) GATTI ed altri. - Disciplina delle modalità di sottoscrizione della lettera di dimissioni volontarie e della lettera di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro
(165) BIANCONI. - Disposizioni in materia di agevolazioni per la conciliazione dei tempi delle lavoratrici autonome appartenenti al settore dell'imprenditoria, del commercio, dell'artigianato e dell'agricoltura
(180) GHEDINI Rita ed altri. - Misure a sostegno della genitorialità, della condivisione e della conciliazione familiare
(183) GHEDINI Rita ed altri. - Norme applicative dell'articolo 4, commi da 16 a 23, della legge 28 giugno 2012, n. 92, in materia di contrasto al fenomeno delle dimissioni in bianco
(199) ICHINO ed altri. - Misure per favorire l'invecchiamento attivo, il pensionamento flessibile, l'occupazione degli anziani e dei giovani e per l'incremento della domanda di lavoro
(203) DE PETRIS ed altri. - Disposizioni in materia di modalità per la risoluzione del contratto di lavoro per dimissioni volontarie della lavoratrice, del lavoratore, nonché del prestatore d'opera e della prestatrice d'opera
(219) COMAROLI ed altri. - Disposizioni temporanee in materia di contratti di lavoro, concernenti l'introduzione di clausole di flessibilità oraria e di modificazione delle mansioni del lavoratore con l'applicazione di misure indennitarie e l'attuazione di programmi di formazione professionale
(263) SANGALLI ed altri. - Agevolazioni fiscali per l'assunzione di manager e consulenti di direzione nelle piccole e medie imprese
(349) DE POLI. - Modifica all'articolo 8 della legge 23 luglio 1991, n. 223, concernente l'applicazione, in caso di trasferimento d'azienda, dei benefici economici previsti per i datori di lavoro che assumono lavoratori in mobilità
(482) DE POLI. - Modifiche al testo unico di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, in materia di rafforzamento dell'istituto del congedo parentale a sostegno dei genitori di bambini nati prematuri o gravemente immaturi ovvero portatori di gravi handicap
(500) DE POLI. - Modifica all'articolo 24 della legge 23 luglio 1991, n. 223, e all'articolo 4 del decreto-legge 20 maggio 1993, n. 148, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 luglio 1993, n. 236, in materia di agevolazioni per la ricollocazione di lavoratori licenziati da privati datori di lavoro non imprenditori
(555) ICHINO ed altri. - Misure sperimentali per la promozione dell'occupazione e il superamento del dualismo fra lavoratori protetti e non protetti. Modifiche alla legge 28 giugno 2012, n. 92, in materia di contratto a termine, di lavoro intermittente e di associazione in partecipazione
(571) BITONCI. - Disciplina del documento unico di regolarità contributiva
(625) BERGER ed altri. - Modifica all'articolo 70 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, in materia di semplificazione della disciplina del lavoro occasionale in agricoltura
(716) NENCINI. - Disposizioni per favorire il reinserimento dei lavoratori espulsi precocemente dal mondo del lavoro e per il sostegno ai disoccupati di lunga durata, non più ricollocabili, prossimi alla pensione in ragione dell'età e del monte contributi versati
(727) BAROZZINO ed altri. - Ripristino delle disposizioni in materia di reintegrazione nel posto di lavoro di cui all'articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300
(893) PAGLINI ed altri. - Ripristino delle disposizioni in materia di reintegrazione del posto di lavoro di cui all'articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300
(936) DI MAGGIO ed altri. - Disposizioni per promuovere la conservazione e la valorizzazione del capitale umano nelle imprese attraverso progetti di riqualificazione che possono includere attività produttiva connessa all'apprendimento
(1100) FRAVEZZI ed altri. - Modifica all'articolo 70 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, in materia di semplificazione della normativa relativa alle prestazioni di lavoro occasionale di tipo accessorio nel settore agricolo
(1152) DE PETRIS ed altri. - Istituzione del reddito minimo garantito
(1221) ICHINO ed altri. - Disposizioni volte a favorire l'utilizzazione in attività di utilità pubblica delle competenze e capacità delle persone sospese dalla prestazione lavorativa contrattuale con intervento della cassa integrazione guadagni
(1279) SACCONI ed altri. - Delega per la predisposizione di uno Statuto dei lavori e disposizioni urgenti in materia di lavoro
(1312) ROSSI Mariarosaria ed altri. - Modifiche al testo unico di cui al decreto legislativo 14 settembre 2011, n. 167, in materia di apprendistato di riqualificazione
(1409) Disposizioni in materia di modalità per la risoluzione consensuale del contratto di lavoro per dimissioni volontarie (Approvato dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge d'iniziativa dei deputati Vendola ed altri; Bellanova ed altri)
(Votazione finale qualificata ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Relazione orale) (ore 16,18)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione dei disegni di legge nn. 1428, 24, 103, 165, 180, 183, 199, 203, 219, 263, 349, 482, 500, 555, 571, 625, 716, 727, 893, 936, 1100, 1152, 1221, 1279, 1312 e 1409.
Ricordo che nella seduta pomeridiana del 1° ottobre è proseguita la discussione generale.
È iscritta a parlare la senatrice Guerra. Ne ha facoltà.
GUERRA (PD). Signora Presidente, non nascondo anch'io l'imbarazzo di intervenire in una discussione generale quando il quadro delle decisioni del Governo è ancora non definito. (Applausi dai Gruppi M5S e Misto-MovX). Ciononostante, siccome si parla della possibilità che proposte vengano raccolte dal Governo anche qualora ponesse la fiducia e visto che sicuramente il percorso della delega è ancora lungo perché il provvedimento deve passare anche nell'altra Camera, non intendo rinunciare all'occasione data. Credo infatti sia importante sottolineare alcune questioni, nello spirito che ha caratterizzato l'impegno di molti senatori in tutta la fase di elaborazione, di dibattito e di confronto in Parlamento su questa delega, e pertanto non intendo rinunciare a fare alcune osservazioni e a dare alcuni suggerimenti su quella che a mio avviso rimane una delega molto importante.
Il progetto che ci viene proposto è infatti ampio ed ambizioso. Il punto cruciale è sicuramente quello di arrivare a costruire una rete di sostegno per le persone che perdono il lavoro o che devono per la prima entrare nel mondo del lavoro: una rete che tenga conto sia di quelle che chiamiamo politiche attive, cioè centri dell'impiego, sia di quelle che chiamiamo politiche passive, cioè gli ammortizzatori sociali. A mio avviso, la costruzione di questa rete è così importante che penso sia rilevante per il Governo porre attenzione al fatto che essa va costruita prima, cioè deve essere definita una priorità nei vari campi in cui si articola l'intervento, in modo da poter arrivare ad agire sulla revisione dei contratti o su altri temi, quali la semplificazione, che sono pure previsti dalla delega, solo quando si è sicuri che tale rete abbia preso l'avvio. Ciò non significa solo - ed è importantissimo - che vengano individuate risorse (non da subito adeguate al 100 per cento, ma comunque significative) per la costruzione di questa rete, ma che proprio i decreti legislativi relativi agli articoli 1 e 2 siano emanati prima di quelli relativi in particolare all'articolo 4.
La rete di supporto che viene illustrata, su cui si esercita la delega, è di tipo assicurativo. (Brusio).
PRESIDENTE. Chiedo all'Assemblea, nel rispetto di tutti, di consentire a chi ha chiesto di parlare di svolgere il proprio intervento in quest'Aula.
GUERRA (PD). Dicevo che la rete di sostegno ipotizzata nella delega è di tipo assicurativo, cioè ampiamente sostenuta dai contributi versati da datori di lavoro e lavoratori. Ritengo molto importante un passaggio della delega in cui si fa riferimento anche a un ulteriore pilastro, cioè un intervento di tipo assistenziale, quando l'Assicurazione sociale per l'impiego (ASPI), o quello che sarà, termina, perché ovviamente ha una durata. Ritengo ci sia spazio per approfondire questo tema anche nell'ottica del rilancio delle politiche di contrasto alla povertà recentemente richiamate anche in un'apposita audizione dal ministro Poletti.
Un altro aspetto sicuramente importante della delega riguarda gli interventi per l'occupazione femminile, relativamente alla conciliazione. Sappiamo infatti che il tema della conciliazione è cruciale, perché circa il 30 per cento delle donne madri con meno di 65 anni hanno dovuto interrompere il lavoro per motivi familiari: nella metà dei casi si è trattato della nascita dei figli. Pertanto, affrontare il tema della conciliazione, degli asili nido, della tutela della maternità, è sicuramente un punto importante che credo nell'iter della delega possa essere ulteriormente rafforzato.
Mi trovo invece un po' in difficoltà sui temi affrontati nell'articolo 4; in particolare, credo che la delega sia timida su alcuni aspetti cruciali che vanno decisamente rafforzati. Il primo riguarda la volontà di disporre il superamento di forme di lavoro che non trovano ragioni valide in motivi di organizzazione e relativi alla produttività. Nella formulazione attuale, su questo punto la delega è molto timida, perché parla di semplificazione, di eventuali interventi. Credo che invece il tema sia di assoluta importanza proprio perché abbiamo visto che queste forme di lavoro favoriscono non già la flessibilità, che pure è auspicabile, quanto la precarietà. Accolgo quindi con favore l'idea, che per ora è stata manifestata solo in dichiarazioni pubbliche e non si è tradotta in atti emendativi, del superamento di alcune di queste forme, e mi riferisco alle co.co.pro.
Voglio anche sottolineare, proprio con riferimento alle collaborazioni a progetto, che si tratta di una forma che si è molto ridotta una volta adottate le misure di controllo e di limitazione, a seguito della legge Fornero. Quindi, anche il tema degli abusi è giustamente da tenere presente nel definire l'intervento su queste forme di lavoro non a pieno tempo.
Per quanto questo tema sia richiamato, uno degli elementi che mi preoccupa è quello relativo ai voucher. Attualmente la delega prevede una possibilità di estensione, con poche limitazioni, dei voucher, che passa soprattutto attraverso l'elevazione dei tetti attualmente posti per quanto riguarda sia il lavoratore che i datori di lavoro. Penso che l'attuale tetto dei 5.000 euro, praticamente analogo a quello dei mini job tedeschi, non debba essere assolutamente abbandonato, se non vogliamo che questa forma di lavoro, che ha una sua logica nel lavoro occasionale, temporaneo, non arrivi invece a cannibalizzare forme di lavoro più strutturate come il part-time - quello vero - e il lavoro stagionale, che sono ben diverse in termini di tutele che garantiscono i lavoratori sia sotto il profilo previdenziale che proprio a fronte della perdita di lavoro.
Non si può dire che questa limitazione crei ostacolo nel campo dei servizi alla persona - si sente parlare a volte delle badanti, delle colf, delle baby sitter - perché non esiste al momento attuale alcuna difficoltà per il datore di lavoro ad assumere a tempo determinato e indeterminato queste figure con un orario, che può essere anche di un'ora al mese o di due ore alla settimana, gestito in tutta flessibilità. Si tratta quindi di un tema, quello dei voucher, su cui richiamo fortemente l'attenzione e la sensibilità del Governo.
Allo stesso modo e a questo collegato, sostengo che la delega è timida nel porre al centro della propria azione il lavoro a tempo indeterminato, quel lavoro che dà stabilità al rapporto di lavoro, che permette al datore di lavoro e al lavoratore di investire su una attività comune. Bisogna fare propria l'affermazione che il ministro Poletti ha fatto tante volte e che condivido: questo lavoro deve avere minori costi sia fiscali che contributivi e in termini di altri tipi di oneri rispetto agli altri. In effetti, vediamo un arresto nella possibilità di trasformare il lavoro a tempo determinato in lavoro a tempo indeterminato. Gli ultimi dati che ci vengono dal rapporto sul mercato del lavoro del CNEL ci confermano che il passaggio dalla forma a tempo determinato a quella a tempo indeterminato è molto ipotetico: sono quasi il 58 per cento coloro che restano in forme indeterminate una volta che queste sono finite; circa il 21 per cento sono quelli che escono da forme di lavoro a tempo determinato per poi non poter accedere a niente, ossia rimanere inattivi o disoccupati. Questo è un tema di una rilevanza fondamentale.
Nel testo della delega si parla di un contratto a tutele crescenti. Non è però declinato in alcun modo che cosa effettivamente questo significhi e come questo contratto si ponga in relazione con gli altri contratti esistenti. Non nascondo perché so benissimo che il tema delle tutele crescenti si lega con un altro dibattito molto rilevante, svolto negli ultimi giorni, che riguarda il tema delle tutele rispetto ai licenziamenti. Reputo questo un tema delicato su cui bisogna fare assoluta chiarezza, perché i licenziamenti di cui si parla, e in particolare quelli tutelati dall'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, niente hanno a che vedere con la flessibilità in uscita del lavoro. Questa è una mistificazione, perché la tutela, e in particolare la tutela della reintegrazione, è riservata esclusivamente, a parte ovviamente i licenziamenti discriminatori di cui nessuno può parlare perché protetti dalla Costituzione, oltre che dalla disciplina internazionale, riguarda esclusivamente quelle situazioni in cui la motivazione risulta non giustificata né dal punto di vista economico che da quello disciplinare.
È questo un principio che non può essere messo in discussione se non al prezzo di mettere la vita del lavoratore nella piena disponibilità delle scelte del datore di lavoro. (Applausi dal Gruppo PDe dei senatori Campanella e Bencini).
I principi che ci vengono ricordati dalla Carta sono tre, e vorrei brevemente rammentarli. Innanzitutto deve essere garantito il diritto dei lavoratori a non essere licenziati senza un valido motivo.
In secondo luogo, deve essere salvaguardato il diritto dei lavoratori licenziati senza valido motivo ad ottenere una riparazione, e - attenzione - deve trattarsi di una riparazione che agisca da deterrente nei confronti del licenziamento illegittimo. È sbagliato dire che l'articolo 18 copre poche migliaia di lavoratori perché sono poche migliaia quelli che ottengono la reintegrazione; il problema è che cosa succederebbe se non ci fosse l'articolo 18! I lavoratori tutelati dall'articolo 18 sono 7,5 milioni: è un discorso un po' diverso. (Applausi del senatore Campanella).
Il terzo elemento, secondo me cruciale, sancito nella Carta di Nizza, è il diritto dei lavoratori a poter contestare davanti ad un organo terzo (che può essere un giudice, ma non necessariamente) le ragioni con cui il datore di lavoro ha motivato il licenziamento, anche quelle di carattere economico.
Tutti noi siamo sensibili alla necessità di dovere anche ridimensionare il numero dei lavoratori quando c'è un'esigenza economica, ma qui non si sta discutendo di questo, quanto del fatto che questa esigenza esista e sia motivata. Non può essere una decisione incontestabile del datore di lavoro perché altrimenti sarebbe troppo banale che qualsiasi tipo di licenziamento senza giusta causa e senza giusto motivo finisca per essere giustificato con ragioni di tipo economico. (Applausi dal Gruppo M5S e della senatrice Gatti).
Ora, è proprio per la necessità di dare voce sul posto di lavoro anche ai lavoratori, e non solo ai datori di lavoro, senza per questo richiamare conflitti, ma anzi auspicando rapporti di ottimizzazione comune, che io guardo con grande perplessità ad alcuni aspetti ipotizzati in questo disegno di legge di deleghe al Governo che interviene sullo Statuto dei lavoratori. In particolare, non ho niente contro la possibilità che si rivedano le mansioni in una situazione di crisi e di difficoltà aziendale: quello che mi preoccupa molto è che, diversamente da quanto già prevede lo Statuto dei lavoratori, la delega non si preoccupi di precisare che il tutto debba avvenire con attenzione al livello salariale garantito al dipendente e attraverso l'interlocuzione con i sindacati, ovviamente quelli più rappresentativi al livello nazionale, in una contrattazione con tutti i sindacati che possa riguardare la singola azienda e la situazione specifica.
Non possiamo affidare scelte così delicate a decisioni unilaterali, altrimenti andiamo indietro davvero di qualche secolo nella storia calpestando qualche diritto che ci sta a cuore, che è stato conquistato per sempre; così come teniamo ai diritti fondamentali dell'uomo e alla Costituzione, che contiene valori che non sono di ieri e che valgono per sempre. (Applausi dai Gruppi PD, M5S e Misto-ILC).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Munerato. Ne ha facoltà.
MUNERATO (LN-Aut). Signora Presidente, prima di iniziare il mio intervento vorrei fare una breve considerazione. Questa mattina, per ben quattro volte è mancato il numero legale, e, visto che stiamo parlando della riforma del lavoro, credo sia un esempio vergognoso nei confronti di chi ogni mattina si alza presto per andare a lavorare e timbra puntualmente il cartellino (Commenti del senatore Mirabelli). Oltre tutto, la farsa sta continuando oggi pomeriggio perché ho appena letto un comunicato ANSA della sottosegretaria Bellanova, che dice che il maxiemendamento è pronto ed è al vaglio della Ragioneria, quindi vuol dire che il contenuto c'è già e noi stiamo qua a discutere a vuoto. (Applausi dai Gruppi LN-Aut e M5S).
Onorevole colleghi, ci accingiamo ad esaminare un provvedimento venduto a mezzo stampa come la soluzione ai problemi dell'Italia. Il premier Renzi e la sua compagine governativa continuano a ripetere che bisogna accelerare con l'approvazione di questo disegno di legge perché solo così il tasso di disoccupazione, che è a livelli record, scenderà: le imprese offriranno più lavoro, i giovani avranno un futuro occupazionale e non dovranno più andare all'estero per necessità: bla bla bla, le solite promesse. È utile ricordarvi che secondo i nuovi dati ISTAT la disoccupazione giovanile è pari al 44,2 per cento: nuovo record negativo.
Per ripercorrere un po' di storia, tanto per rinfrescarvi la memoria, ricordo che già nel 2011 durante un mio intervento avevo esposto un giudizio negativo della Lega Nord nei riguardi della legge Fornero: annunciavamo che sarebbe stato un disastro per i lavoratori e per tutto il mondo del lavoro. Voi non ci avete nemmeno considerati e il risultato è che abbiamo nonni nelle fabbriche e giovani disoccupati nei bar. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Catalfo).
Oltre a questo, avete creato una nuova categoria di lavoratori disperati, che conosciamo meglio con il nome di «esodati», proprio sostenendo ed approvando quella famigerata legge che tutti voi avete votato. Colgo l'occasione per ricordarvi che noi della Lega Nord abbiamo raccolto oltre 500.000 firme per indire un referendum che ci permetterà di abolire quella legge, perché questo è il volere del popolo. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).
Anche oggi, come nel 2011, siamo qui per farvi presente che questa grande riforma del lavoro - che voi chiamate jobs act - sarà un grande fallimento. Il vostro jobs act non è altro che la continuazione della linea di Monti, di Bersani, di Letta, che hanno solo impoverito - o meglio portato alla fame - i cittadini italiani. In poche parole, sarà l'ennesimo fallimento a spese dei lavoratori.
Il presidente Renzi, da bravo scolaretto della professoressa Merkel, vuol far vedere quanto è bravo a rispettare il tetto del 3 per cento; vuol fare le riforme senza investire un euro, anzi, con il giochino di voler mettere il TFR nella busta paga, mira a far cassa, illudendo i lavoratori di aumentare loro il reddito, mentre essi subiranno un'ulteriore tassazione. (Applausi dal Gruppo LN-Aut). In poche parole, vorrebbe che le aziende si privassero di quella poca liquidità disponibile per fare incassare subito al fisco le tasse del trattamento di fine rapporto, rubando anni e anni prima quel denaro che i lavoratori si stanno mettendo da parte.
Oltre a questo, le aziende andrebbero ancora più in crisi di liquidità, mentre i vostri compari banchieri continuerebbero a non fare credito.
Cari colleghi del Governo e caro presidente Renzi, vi dovete mettere bene in testa che, per ridurre la disoccupazione, bisogna creare lavoro, non ridurre i diritti dei lavoratori. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Bignami).
Un imprenditore straniero non investirà mai in Italia, prima di tutto per l'alto livello di tassazione, poi per la grande e complicata burocrazia e, in terzo luogo, per il costo dell'energia. Per agire e risolvere questi tre problemi fondamentali per la nostra economia servono risorse, che è possibile recuperare solo facendo tagli, tagli e tagli, ma non ai Comuni virtuosi o alla sanità di Regioni virtuose, ma ai tanti «baracconi» dello Stato. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Bignami).
Inoltre per creare lavoro bisogna creare un mercato, bisogna smuovere il mercato interno, mettendo soldi nelle tasche dei cittadini, con una riduzione delle tasse ad un'aliquota unica che non dovrebbe superare il 20 per cento, e lavorare anche molto sull'esportazione e la tutela del marchio made in Italy.
Questo Governo è orgoglioso di essere rappresentato in Europa dalla ministra degli esteri Mogherini, una donna che, per garantirsi quella poltrona di prestigio nel «baraccone» europeo, ha votato a favore delle sanzioni alla Russia, segnando la fine di tante aziende del settore agroalimentare che esportavano per miliardi di euro in quel Paese. A questo proposito, da veneta, mi associo vivamente al pensiero del mio doge Luca Zaia: «Meno clandestini e più Russia». (Applausi dal Gruppo LN-Aut).
A conferma della vostra riforma a costo zero, ricordiamo che il decreto-legge n. 34 e questo disegno di legge non hanno stanziato alcuna risorsa per la riduzione del costo del lavoro, passaggio imprescindibile per rilanciare l'occupazione.
Il taglio del cuneo fiscale di 10 miliardi, che nell'inverno scorso il premier Renzi ha orgogliosamente sbandierato, si traduce in percentuale in un taglio di appena il 3 per cento, mentre per rendere più competitive le imprese il Governo avrebbe dovuto procedere ad un taglio a due cifre in termini percentuali di almeno il 10 per cento. Siamo stanchi di sentir dire che non ci sono risorse disponibili, visto che il Governo - non contento di aver già previsto una spesa per l'immigrazione clandestina, tra costi diretti ed indiretti, di oltre 10 miliardi di euro - ha appena stanziato, con il cosiddetto decreto stadi, altri 130 milioni di euro per rifinanziare Mare nostrum. Sono state trovate risorse per sgravi e decontribuzioni per aziende che assumono ex detenuti, mentre per chi assume giovani e persone oneste il nulla.
Noi non ci stancheremo mai di ribadire che a creare occupazione sono le imprese e non le tipologie contrattuali. Interventi come i contratti a tempo determinato acausali a 36-mesi, di cui al decreto legge n. 34 del 2014, o come quello recato dall'articolo 4 del provvedimento oggi all'esame, che intende introdurre il cosiddetto «contratto a tutele crescenti» ed il «salario minimo garantito», rischiano di restare lettera morta senza un contestuale intervento di riduzione della pressione fiscale e contributiva per le imprese.
L'unica via per ridare slancio all'economia, rendere nuovamente competitive le nostre imprese e creare nuovi posti di lavoro è una diminuzione delle imposte sia all'impresa che al lavoratore, che comporterà un salario netto più alto e meno oneri per le aziende. Una riforma del lavoro che non prevede misure di defiscalizzazione e decontribuzione è una presa in giro. Incentrando la riforma del mercato del lavoro sulla revisione dell'articolo 18 invece che sull'abbattimento del cuneo fiscale il Governo dimostra di essere sordo alla richiesta di chi può creare occupazione, di coloro che potrebbero e vorrebbero assumere, ma non possono per l'elevata tassazione.
In questi giorni stiamo assistendo ad un teatrino tra Renzi ed i sindacati, che è da irresponsabili. Mentre voi litigate, i disoccupati vivono il dramma di non sapere come dare da mangiare ai loro figli e gli imprenditori di come pagare operai e tasse.
Il problema del lavoro è l'argomento principale in questo Paese; la disoccupazione giovanile è oltre il 44 per cento eppure chi governa e chi dovrebbe tutelare i lavoratori discute sull'articolo 18 e non pensa ad abolire la legge Fornero che voi avete votato.
Noi non riteniamo questo provvedimento una soluzione al problema occupazionale perché non crediamo nel tanto decantato «contratto a tutele crescenti», che già si prefigura come un ulteriore irrigidimento del mercato del lavoro, in controtendenza con l'esigenza di flexicurity, sentita dai datori di lavoro e voluta dai lavoratori. Non è chiaro, inoltre, come il Governo intenda coordinare la nuova tipologia contrattuale con il contratto a termine acausale a 36 mesi. Perché mai le aziende dovrebbero attivare da subito un contratto a tutela crescente quando potrebbero far ricorso al contratto a tempo determinato, che imbriglia meno il datore di lavoro e di fatto gli costa di meno?
Dubbi e perplessità li abbiamo anche sui contenuti dell'articolo 2, contenente la delega al Governo in materia di servizi per il lavoro e le politiche attive. Si prevede l'istituzione di una nuova struttura, l'Agenzia nazionale per l'occupazione, senza prevedere di metter mano agli ex uffici di collocamento. È obbligo ricordare che in alcune realtà territoriali i centri per l'impiego funzionano, ma nella maggior parte dei casi sono l'emblema dei carrozzoni pubblici, inefficienti e costosi. Per questo abbiamo presentato alcuni emendamenti che ne prevedono la soppressione.
Forti dubbi li esprimiamo soprattutto sui contenuti dell'articolo 1, in materia di revisione degli ammortizzatori sociali, che ipotizza l'introduzione di un istituto unico, la Naspi, ma non chiarisce come sarà finanziato. La nostra preoccupazione è che l'onere sarà a carico delle imprese, sulle quali verrà scaricato il costo dell'intera riforma degli ammortizzatori con l'inevitabile conseguenza di aggravare il loro persistente stato di crisi.
Pur apprezzando l'apertura del Governo e della maggioranza parlamentare che lo sostiene sul nostro emendamento in materia di cosiddette ferie solidali, criticità rinveniamo anche nell'articolo 5 del provvedimento in materia di delega al Governo per la revisione delle misure di tutela della genitorialità e conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. In particolare, sospettiamo che l'armonizzazione del regime delle detrazioni per il coniuge a carico sia un eufemismo, per non parlare apertamente di abolizione, che si tradurrebbe in un dissesto finanziario per le famiglie di lavoratori e pensionati monoreddito.
Per eliminare questi dubbi, che poi sono i dubbi della nostra gente, dei nostri lavoratori, delle nostre imprese e delle nostre famiglie, avevamo presentato una serie di emendamenti migliorativi del testo, ma ancora una volta si parla di fiducia, ancora una volta salterà il dialogo e il confronto con questa Aula. Se questa è democrazia... (Applausi dai Gruppi LN-Aut e M5S e della senatrice Bignami).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Romani Maurizio. Ne ha facoltà.
ROMANI Maurizio (Misto-MovX). Signora Presidente, signor Ministro, Sottosegretari, onorevoli colleghi, la legge delega è uno strumento molto importante: con esso il Parlamento cede al Governo il suo potere più importante: il potere legislativo. È importante, dunque, accertarsi che questo avvenga con la certezza che l'Esecutivo rispetti diligentemente i criteri impartiti. È dunque ancora più rilevante che questi criteri siano chiari e precisamente identificabili.
Sappiamo bene che nella legislazione del lavoro i dettagli sono fondamentali e sappiamo ancor di più quanto poco tempo questo Parlamento passa ad esaminare provvedimenti di origine davvero parlamentare, a causa dell'abuso della decretazione d'urgenza. È chiaro che se il Parlamento vuole resistere alla perdurante erosione delle sue prerogative deve quanto meno impegnarsi a far sì che il mandato sia chiaro.
È noto che non si creano nuovi posti di lavoro cambiando le regole, ma investendo risorse e rilanciando i consumi. Nel piano Renzi non ci sono investimenti o nuove risorse per creare posti di lavoro perché, dall'attuazione delle deleghe recate dalla presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Il disegno di legge n. 1428 è di una totale genericità. Non si sa se nelle intenzioni del Governo gli ammortizzatori sociali aumentano o diminuiscano; se le tutele del rapporto aumentano o diminuiscono; se le figure contrattuali precarie aumentano o diminuiscono.
Veniamo al contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, che è stato inserito dal Governo con un emendamento all'articolo 4 come criterio per il riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e delle forme contrattuali.
In primo luogo, bisogna evidenziare che il testo non specifica in alcun modo a quali tipi di tutela ci si riferisca, né come queste varieranno in rapporto all'anzianità di servizio.
In secondo luogo, non si risolve neanche lontanamente il problema della ingiustificata ed abnorme quantità di tipologie contrattuali. Una vera e propria giungla che i lavoratori e i datori di lavoro si trovano ad affrontare, con i risultati che tutti noi possiamo tristemente constatare.
Si dice che questa riforma dovrebbe essere a costo zero, ma per rendere veramente appetibile agli occhi del datore di lavoro la scelta del contratto a tempo indeterminato, al posto di contratti temporanei che rappresentano comunque un lungo periodo di prova, gli incentivi fiscali dovrebbero essere veramente ingenti. Questa riforma potrebbe rivelarsi, al contrario, molto costosa. E qui si pone il problema del coordinamento e di quanto il Governo si appresta a fare con quanto ha già messo in atto. A maggio il Governo ha operato una sorta di liberalizzazione dei contratti a tempo determinato dei quali si consente il rinnovo fino a cinque volte nell'arco di tre anni. Il rischio è quello di produrre un rinnovato mercato del lavoro di serie B, visto che il lavoratore potrebbe dover accedere al nuovo contratto a tutele crescenti, dovendo attendere ancora per una tutela piena e riconosciuta, dopo aver già prestato per tre anni la propria attività lavorativa nella stesso luogo di lavoro con contratti precari.
Questo è il problema del turnover: non è chiaro se questa tipologia contrattuale sia riferita solo ai lavoratori che si inseriscono per la prima volta nel mondo del lavoro o, in generale, ai nuovi assunti. Che succede se un lavoratore che gode di tutte le tutele passa ad un'altra azienda? Se verrà assunto con un contratto a tutele crescenti deciderà di non spostarsi.
Allora è evidente che, se davvero si vuole introdurre questa tipologia contrattuale, in un'ottica di equità di trattamento, sarà necessario rendere meno agevole per il datore di lavoro l'uso di contratti a tempo determinato prorogati più volte, consentendoli solo a specifiche condizioni, come ad esempio i lavori stagionali, ed eliminare tutti gli altri tipi di contratti precari.
A questo punto volevo fare riferimento al piano Garanzia giovani che è direttamente collegato al tema degli investimenti del nostro Paese sulle esigenze del lavoro e sulla loro riorganizzazione, che è fondamentale per un piano che è l'unica possibilità di lavoro sulla quale l'Europa e l'Italia hanno investito ingenti risorse per i prossimi due anni.
Appare difficile che con la delega ancora in Parlamento si riesca a fare la riforma delle agenzie prima della fine della cosiddetta Garanzia giovani, partita già il 1° maggio, che, nonostante gli annunci del Ministero del lavoro, rischia di essere un fallimento.
Da una nota del Ministero del 19 settembre, estraggo in sintesi: 1) registrati a Garanzia giovani: 201.001 giovani; 2) opportunità di lavoro pubblicate dalle aziende: 13.197, per un totale di posti disponibili pari a 19.073; 3) dei 19.073 posti disponibili: il 71,9 per cento delle occasioni di lavoro è concentrata al Nord, il 14,7 per cento al Centro ed il 13,3 per cento al Sud.
Vi sono però problemi che sono stati segnalati da uno studio e monitoraggio condotto da Adapt. (Brusio).
PRESIDENTE. Chiedo scusa, senatore, ma capisco quanta fatica stia facendo. Chiederei per favore di abbassare la voce, sia a chi sta telefonando, sia a chi sta parlando.
ROMANI Maurizio (Misto-MovX). Secondo quanto scritto da Adapt, le opportunità di lavoro, contate indipendentemente sul sito web di Garanzia giovani erano, all'8 settembre, 3.600, un quarto rispetto a quelle effettivamente annunciate dal Ministero del lavoro. Nessuna spiegazione ufficiale per questo discostamento così forte.
I profili alti ricercati sono solo 448, contro i 1.469 profili medi ed i 1.687 profili bassi. Uno specchio impietoso della scarsa qualità dei profili ricercati. Invece tra i giovani candidati il 20 per cento ha conseguito una laurea ed il 56 per cento è diplomato. Peggio ancora, con uno spettacolare controsenso rispetto agli stessi obiettivi della Garanzia giovani, nata per inserire nel mondo del lavoro persone senza esperienza, molti annunci chiedono esperienza pregressa in ambito lavorativo, in alcuni casi anche dieci anni.
È importante raccontare un esempio del mezzo fallimento, tratto dal sito «Repubblica degli stagisti»: «Guardate cosa propone nell'ambito del programma Garanzia giovani, Synergie Italia Agenzia per il lavoro: 14 operatori per ristorazione per catena multinazionale di fast food, formazione per 30/35 ore settimanali a 3 euro all'ora. Tutto ciò è scandaloso (...) non solo perché non offre un posto di lavoro bensì un tirocinio, e perché l'indennità di frequenza - 3 euro l'ora - definita come borsa di studio è prevista solo al raggiungimento del 100 per cento delle ore previste dallo stage (lasciando ipotizzare che, se colto da influenza per una settimana, lo stagista potrebbe perdere il compenso di tutti gli altri mesi)».
È ancora più scandaloso che l'indennità per questi mesi di stage, per imparare a battere gli scontrini e a girare gli hamburger sulla piastra non verrà pagata dalla catena di fast food che si gioverà della presenza dei 14 stagisti, bensì con soldi pubblici.
Potremo quindi aggiungere due parole sul lavoro gratuito: tra stage, tirocini, eccetera, ormai c'è anche un mondo del lavoro parallelo, non retribuito, soprattutto intellettuale, in cui il lavoratore ha perso ogni parvenza di potere contrattuale. Questo in un'ottica in cui, se qualcuno ti offre un lavoro, devi essergli talmente grato da lavorare anche gratis! (Applausi dai Gruppi Misto-ILC e M5S).
In definitiva quella che ci propone il Governo - se ce la propone - è una cornice, ma non è dato saper quale sarà il disegno che formerà il quadro. Io spero che il disegno ci sia e non sia solo mediatico o peggio ancora una natura morta.
Mai come oggi è necessario mettere in discussione il ruolo dello Stato nell'economia. Questo perché in quasi tutti i Paesi del mondo stiamo assistendo ad un imponente arretramento dello Stato, giustificato con la necessità di ridurre il debito e (forse in modo più sistematico) con l'esigenza di rendere l'economia più dinamica, competitiva e innovativa.
L'impresa privata è vista da tutti come una forza innovativa, mentre lo Stato è bollato come una forza inerziale, indispensabile per le cose basilari, ma troppo grosso e pesante per fungere da motore dinamico. È vero che l'innovazione non è la funzione principale dello Stato, ma illustrare la sua potenzialità d'innovazione e dinamismo e la sua capacità storica di giocare un ruolo imprenditoriale nella società è sicuramente il modo più efficace per difendere la sua esistenza e la sua importanza. In tutte le innovazioni più radicali e rivoluzionarie che hanno alimentato il dinamismo dell'economia capitalista, dalle ferrovie alla rete, fino alle nanotecnologie ed alla farmaceutica dei nostri giorni, gli investimenti imprenditoriali più coraggiosi, precoci e costosi, sono riconducibili allo Stato. Questo comporta un elevatissimo livello d'incertezza ed è stata la mano invisibile dello Stato che ha dato corpo a queste innovazioni, che non ci sarebbero state se avessimo dovuto aspettare il mercato delle imprese.
Per affrontare molte di queste sfide, c'è stato bisogno di capacità di visione, di una missione e, soprattutto, di fiducia da parte dello Stato riguardo al proprio ruolo nell'economia. Oggi gli investimenti visionari sono effettuati in Paesi come il Brasile e la Cina, da banche di investimenti pubbliche con una visione molto ambiziosa, che non si limitano ad erogare credito in funzione anticiclica, ma lo indirizzano verso settori nuovi ed incerti, dove le banche private ed i venture capitalist esitano ad avventurarsi.
Perché dico tutto questo? In un periodo di boom, la maggior parte delle aziende e delle banche preferisce finanziare piccole innovazioni a basso rischio ed aspettare che lo Stato realizzi progressi importanti in ambiti più radicali. Come tutte le rivoluzioni tecnologiche, però, anche le tecnologie verdi hanno bisogno di un Governo audace, che assuma un ruolo guida, così com'è stato per Internet, per le biotecnologie e le nanotecnologie: tutto questo, però, nella legge delega in esame, non lo vedo.
Si creano così dibattiti stimolanti su quanto può fare lo Stato per incrementare quelli che si chiamano gli «spiriti animali» delle imprese private, per indurli a smettere di accumulare liquidità e cominciare a spenderla in ambiti nuovi ed innovativi. Un Governo sicuro dei propri mezzi sa bene che le imprese possono lagnarsi delle tasse troppo alte, ma vanno dove vi sono nuove opportunità tecnologiche e di mercato. Queste opportunità, in una netta maggioranza dei casi, si trovano nei Paesi in cui lo Stato investe in modo significativo.
Faccio un esempio che vale per tutti: la Pfizer recentemente ha lasciato Sandwich, nel Kent, per trasferirsi a Boston. L'ha fatto perché vi sono meno tasse e meno regolamentazione? No, cari senatori: l'ha fatto perché negli USA gli istituti nazionali di sanità spendono quasi 30,9 miliardi di dollari all'anno per finanziare la base di conoscenza su cui le case farmaceutiche private prosperano.
Invece di analizzare il ruolo attivo dello Stato nella correzione dei fallimenti del mercato, come enfatizzato da molti economisti progressisti, è necessario costruire una teoria del ruolo che gioca lo Stato nella creazione dei mercati, consci che il mercato è stato pesantemente influenzato sin dall'inizio dalle azioni dello Stato. Con l'innovazione, lo Stato non si limita ad incentivare gli investimenti da parte delle imprese, ma le dinamizza, creando la visione, la missione ed il piano.
Quello che quindi chiedo a questo Governo è che da Leviatano burocratico ed inerte diventi catalizzatore di nuovi investimenti commerciali e che passi da riparatore del mercato a modellatore e creatore di mercati, quindi di lavoro, da entità passiva, che si limita a sollevare dal rischio il settore privato, a soggetto attivo, che accoglie di buon grado il rischio e se ne fa carico, in considerazione delle opportunità di crescita che offre contro tutte le aspettative.
Dobbiamo avere tutti la visione di uno Stato che non elimina il rischio, come se avesse una bacchetta magica, ma che se lo assume, plasmando e creando nuovi mercati. Non potremo assolutamente sperare di affrontare le sfide strutturali del XXI secolo e di produrre quel progresso tecnico ed organizzativo indispensabile per una crescita equa e sostenibile nel lungo periodo, senza una visione più completa della centralità del settore pubblico, nell'assunzione del rischio e nella promozione di un cambiamento tecnologico radicale, elementi fondamentali per favorire la crescita e lo sviluppo.
Quindi, lo Stato si deve fare protagonista principale di quella che viene spesso definita economia della conoscenza, cioè un'economia trainata dal progresso tecnico e dalla produzione e diffusione di conoscenza. Una volta fatto questo, potremo iniziare a formulare politiche efficaci invece di riprodurre stereotipi ed immagini che assolvono soltanto a scopi ideologici.
Questo era tutto quello che volevo dire prima di sapere, ieri sera, che ci sarebbe di nuovo stata la fiducia anche su questa legge delega (cosa che è stata confermata stamani e che ancora facciamo finta di non sapere). Questo renderà tutti i nostri tentativi di migliorarla delle semplici parole al vento, comprese quelle che io, purtroppo, penso di aver detto ora. Il Governo decide ed i parlamentari sono ridotti a semplici oratori, filosofeggianti da agorà ateniese quando hanno cose da dire, altrimenti ad urlatori da stadio quando devono solamente far vedere che ci sono e che sono duri e puri.
A cosa conduce tutto questo? La nostra società trova giovamento da una classe politica così ridotta? Alla fine qualcuno decide quale bottone dobbiamo premere e da bravi soldati eseguiamo l'ordine. La colpa o il merito sarà del nostro generale e noi avremo la coscienza a posto. Siamo qui per eseguire in maniera critica l'ordine ricevuto? Oppure ci siamo presi questo onere per apportare idee, condividere conoscenze e trovare soluzioni con pensieri laterali? Penso che sia questo il nostro primo dovere. Forse è questo il motivo per cui sono nel Gruppo misto, anche se ci sono finito contro la mia volontà. (Applausi dal Gruppo Misto-MovX).
Parlamento in seduta comune, convocazione
PRESIDENTE. Comunico che il Parlamento in seduta comune è convocato martedì 14 ottobre, alle ore 11, per le votazioni relative all'elezione di due giudici della Corte costituzionale e di un componente del Consiglio superiore della magistratura.
Ripresa della discussione dei disegni di legge nn.
1428, 24, 103, 165, 180, 183, 199, 203, 219, 263, 349, 482, 500, 555, 571, 625, 716,
727, 893, 936, 1100, 1152, 1221, 1279, 1312 e 1409 (ore 17,01)
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Ricchiuti. Ne ha facoltà.
RICCHIUTI (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, membri del Governo, oggi affrontiamo un tornante decisivo della legislatura, un tratto di attività che segna il modo e la profondità di senso con cui questa compagine parlamentare sa parlare alle italiane e agli italiani.
Tra questi, Laura: 32 anni, laurea magistrale, esperienza decennale, single. Laura lavora per sette euro l'ora per una cooperativa presso alcuni Comuni. Fa un lavoro delicatissimo; lavora da settembre a giugno, luglio ed agosto senza paga, niente TFR, niente malattia, niente ferie. Per sopravvivere deve integrare la miserabile paga facendo altri lavoretti, compreso il passare la notte in una comunità una volta la settimana. La sua situazione è la normalità per chi lavora per le cooperative.
Poi c'è Federico: 24 anni, un diploma e molti altri corsi di specializzazione. Per cercare un lavoro qualsiasi accetta la posizione di apprendista e lavora undici ore al giorno, ma viene pagato per otto. Di fatto, la formazione non la fa; è autonomo sul lavoro, ma piuttosto che stare a casa si adatterebbe a fare qualunque cosa e poi, se reclamasse i suoi diritti, il giorno dopo sarebbe senza lavoro. La sua situazione è la normalità.
Linda, Marco e Luisa lavorano come commessi nei negozi dei centri commerciali. Tutti e tre sono laureati, ma non lo hanno dichiarato nei curricula, perché altrimenti non li avrebbero assunti. Lavorano su due turni, sette giorni su sette. Non possono fare ferie, altrimenti a casa.
L'edilizia oggi è in crisi e sono riapparsi i caporali che raccolgono non gli extracomunitari, ma i muratori disoccupati italiani. Tutti in nero: basta fare dei controlli nei cantieri.
Giovanni, con altri, lavora in un supermercato dove lavorano 50 ore la settimana, ma sono pagati per 40. Giovanni ha chiesto il pagamento degli straordinari; il giorno dopo era a casa.
Esistono le cooperative di lavoro gestite dalla 'ndrangheta, che trattano i lavoratori come schiavi. Esistono gli schiavi in agricoltura, sia nel mantovano, nell'agro pontino, nel tavoliere e in Calabria. Per non parlare dei giovani che lavorano praticamente gratis.
Ecco, a tutti questi lavoratori, giovani e meno giovani, noi rischiamo di togliere non solo sacrosanti diritti, ma anche dignità: loro saranno i futuri poveri, tanti con il master in tasca.
Mio padre era un operaio dell'Alfa Romeo e ha fatto centinaia di ore di sciopero negli anni Sessanta per rivendicare i diritti dei lavoratori e per costruire una società più giusta, per quelli come lui e per le future generazioni. Mi ricordo perfettamente quei tempi: i soldi che mancavano nella sua busta paga non ci permettevano di tirare la fine del mese e questo non lo potrò mai dimenticare. Le sue lotte e quelle di migliaia di lavoratori come lui si concretizzarono con l'approvazione dello Statuto dei lavoratori.
Non contribuirò a distruggere quello che è costato loro sacrifici, lacrime e sangue. Non è ideologia né nostalgia: è la carne delle persone.
Oggi la riforma del lavoro dovrebbe servire per eliminare il precariato e per estendere i diritti a tutti; quindi è indispensabile eliminare la maggior parte di questi contratti «vergogna», le false partire IVA, compreso il contratto a temine del decreto Poletti. Uno dei nostri emendamenti va in questa direzione.
Vogliamo estendere la cassa integrazione ordinaria e straordinaria a tutti i lavoratori? Bene, il costo è zero per lo Stato, perché il contributo per la cassa integrazione è a carico del datore di lavoro e dei lavoratori. Basta farlo pagare a tutti e abbiamo risolto il problema. Prevedetelo nella delega!
Quanto alle mansioni, è un principio di civiltà del lavoro che il prestatore di lavoro progredisca gradualmente, in termini di responsabilità, mansioni e stipendio. Un lavoratore che sapesse che dovrà fare lo stesso identico lavoro per tutta la vita senza mai avanzare nel contesto organizzativo dell'impresa sarebbe una persona le cui aspettative legittime sono conculcate e per il quale il cosiddetto ascensore sociale è fermo. Per questo, lo Statuto dei lavoratori ha modificato il codice civile (articolo 2103) e ha vietato il cosiddetto demansionamento, che consiste nel dedicare il prestatore a mansioni inferiori a quelle pattuite o a quelle superiori cui successivamente egli si sia dedicato, svilendone la professionalità.
Nessuno nega che vi possano essere momenti di particolare tensione produttiva ed organizzativa che impongono maggiore flessibilità, né che i processi di lavoro spesso oggi possano contemplare uno spettro di mansioni che spazi da operazioni meramente manuali a lavori di maggior contenuto concettuale e che questo spettro possa essere ricompreso tutto in una mansione. Tuttavia, la materia del contenuto della prestazione di lavoro è oggetto della contrattazione e in quella sede in Italia si sono raggiunti già livelli di flessibilità molto significativi. Quindi, se si deve intervenire per legge sulla materia, occorre ancorare la possibilità del cambio di mansioni in peggio solo a processi di riorganizzazione e ristrutturazione dovuti a comprovate difficoltà economiche dell'impresa.
E veniamo all'articolo 18. E qui mi rivolgo al collega Sacconi, che sta in Parlamento dal 1979 e che ci fa la predica della modernità e del rinnovamento ma dice le stesse cose di destra da 35 anni: bisogna stabilire la verità. La reintegra è un rimedio per un fatto illecito. Prevede una sanzione se i contenuti della regolazione del lavoro sono violati.
È inutile stabilire delle regole se poi la garanzia ultima dovesse sparire. Il datore di lavoro avrebbe sempre l'arma del licenziamento, anche illegittimo, per mettere a tacere qualunque lavoratore dovesse far valere il proprio diritto. Ripeto: l'articolo 18 è un rimedio per la violazione di regole, quali che esse siano. La sua abolizione non ha senso logico né giuridico.
Abolire l'articolo 18 equivale a legalizzare il reato di furto o di rapina: è del tutto inutile regolare la proprietà o il possesso dei beni se poi chi commette un furto la fa franca per legge. Per restare nella metafora del furto: il ladro che, per legge, deve restituire la refurtiva, non se la può cavare con un risarcimento e se la tiene. Se viene costruito un manufatto in area archeologica o sismica, l'abuso edilizio deve essere abbattuto. Quindi la cosiddetta restitutio in integrum è la forma normale di riparazione di un fatto illecito.
Ci sono poi quattro argomenti insopportabili. Il primo è quello per cui c'è disparità tra coloro che sono garantiti perché si applica loro l'articolo 18 e quelli che - in stragrande maggioranza - quella garanzia non l'hanno. La soluzione evidentemente è estendere le tutele a chi non le ha, non toglierle a che li ha.
Il secondo è che per i fatti illeciti è sufficiente la tutela risarcitoria. Non è così: la reintegra sul posto di lavoro è la più efficace ed è la più coerente con l'articolo 1 della Costituzione. La monetizzazione può essere scelta dal lavoratore, ma non può essere imposta, anche perché l'esecuzione sui beni dell'impresa può rivelarsi infruttuosa se questa ha capitali all'estero, come spesso accade.
Il terzo argomento è che con la tutela universale per la disoccupazione involontaria, una sorta di indennizzo per la perdita del lavoro per tutti, il problema della reintegra sarebbe superato. Non è vero per niente: una cosa sono i cicli economici che portano alla crisi aziendale e alla disoccupazione involontaria; ben altra il licenziamento illegittimo.
Il quarto argomento è che l'articolo 18 riguarderebbe solo lo 0,001 per cento dei lavoratori. Ma, se così fosse, perché è cruciale abolirlo? Come fa una norma che riguarda così poche persone a essere un freno agli investimenti?
Tralascio poi che la riduzione delle garanzie finora non ha portato alcun aumento nell'occupazione e che la gran parte degli imprenditori - tra cui, ad esempio, Prada e General Electric - non dice che l'articolo 18 è il loro principale problema. Come è falso affermare che gli investimenti esteri non arrivano perché esiste l'articolo 18. Basta leggere le dichiarazioni dell'amministratore delegato proprio della General Electric, De Poli, che in Italia fa 11.000 dipendenti e che ha comprato l'Avio. Quello io lo chiamo un investimento.
Gli investimenti esteri non arrivano perché la corruzione in Italia ha inquinato l'economia sana a favore di quella criminale (Applausi dei senatori Barozzino e Buccarella) in termini insopportabili e la libera concorrenza è alterata. Gli investimenti non arrivano perché il processo civile ha tempi assurdi. Non si investe in Italia o, meglio, in alcune zone dell'Italia, perché le mafie hanno sostituito lo Stato. Gli investimenti non arrivano perché in Italia chi falsifica i bilanci non è punito, ma premiato (Applausi dal Gruppo M5S e del senatore Barozzino) e, quindi, non c'è la libera concorrenza.
E allora forse è il caso di approvare in fretta il reato di falso in bilancio, quello vero, non quello inserito nel disegno di legge di Orlando; approvare il reato di autoriciclaggio e approvare l'interruzione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Un imprenditore ha bisogno di certezza del diritto, qualcosa di sconosciuto in Italia.
L'articolo 18 è solo un falso problema. Serve a mascherare la nostra incapacità di prendere le decisioni vere, quelle che il convitato di pietra, Silvio Berlusconi, non ci permetterà mai di prendere.
Il lavoro non è una merce di scambio qualsiasi. Stiamo parlando di persone che hanno disperati bisogni: soprattutto quello di potersi costruire un futuro e di affrancarsi da paghe da fame, quando ce l'hanno. Non ci si faccia condizionare dalla destra, che ha fatto la crisi di questi anni, tramutando il fondamento del nostro Paese dal lavoro alla precarietà. A destra bisogna guardare per salutarla, dirle addio e starle lontani, non per abbracciarla. Combattiamo i vincoli imposti dalle consorterie forti e non smantelliamo le tutele per i deboli. Si abbia il coraggio della realtà, delle storie vere, degli occhi dei nostri giovani, di chi si sente sempre più fuori e che vi è tenuto da chi è sempre più dentro.
Oggi Matteo Renzi ha ribadito che il dissenso può portare nel partito a un voto, ma non può essere un veto. Il mio dissenso però è vero e la discussione non può essere priva di contenuti, vuota, deve esserci vita e per coglierne i termini non deve occorrere un vate. Questa riforma deve dare lavoro ai disoccupati, non solo valori alle multinazionali. Sollecito quindi tutti i miei colleghi a votare con coerenza e non per cieca credenza.
Contesto la decisione di porre la questione di fiducia su un emendamento del Governo. Taluni dicono che si tratta di un segno di debolezza. Personalmente non so dire; ma avverto la mancanza di una discussione sui contenuti, sulle esperienze e sulle persone. Il voto di fiducia sposta l'oggetto della votazione, non solo in senso tecnico-procedurale, ma in questo caso, come raramente in altri, lo sposta in chiave politica e devia l'attenzione dal merito dei problemi, riduce al silenzio i dissensi di questi giorni.
Aspetterò di vedere il testo su cui la fiducia verrà posta e mi auguro di poter constatare che si sono fatti dei passi avanti in modo che io possa rinnovare la fiducia al Governo che sostengo. Dico però sin d'ora che la mia opposizione alle norme sbagliate del jobs act non è a termine, cari colleghi; il mio dissenso non dura 24 ore e poi scade per svanire in un malinteso senso di responsabilità. Io devo responsabilità e credibilità ai precari, ai disoccupati, agli esodati, ai lavoratori discriminati e alle donne licenziate in gravidanza. (Applausi della senatrice Simeoni). Staremo a vedere. (Applausi dai Gruppi PD, M5S, Misto-SEL e Misto-ILC).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Candiani. Ne ha facoltà.
CANDIANI (LN-Aut). Signora Presidente, affrontiamo il tema in un clima che definire surreale è perfino eufemistico e certamente si deve partire da quanto è accaduto stamattina. Far mancare quattro volte il numero legale in quest'Assemblea appare quantomeno una mancanza di rispetto nei confronti di quei lavoratori che poi si vogliono obbligare a nuove norme. Qui il Governo viene a modificare norme che riguardano gente che va in fabbrica e timbra il cartellino tutti i giorni e attività produttive con imprenditori che vanno dal mattino fino alla sera a cercare lavoro; tuttavia chi dovrebbe venire qui a fare il proprio dovere di eletto dai cittadini manca nel proprio compito, è assente. Si tratta di un'assenza della maggioranza, di un'assenza colpevole, un'assenza che fa esattamente il paio, al contrario, con quello che il presidente Renzi invece vorrebbe far credere al Paese.
Di questo, infatti, dobbiamo parlare ed è inutile nascondercelo: è una farsa. Noi oggi stiamo intervenendo in discussione generale senza conoscere il testo del maxiemendamento su cui verrà posta la fiducia e, come ha correttamente detto il senatore Divina, appare quantomeno surreale il fatto che venga posta la fiducia su un disegno di legge delega: è una fiducia sulla fiducia. Un tempo la si sarebbe chiamata una carta in bianco: dare una carta firmata in bianco al Governo dicendogli di fare quello che vuole.
Oggi ci sono forme sottili di dittatura molto democratica. Passano attraverso la stampa, attraverso l'informazione; passano anche attraverso la delegittimazione degli organi di rappresentanza. Questo è un percorso che il Governo ha iniziato a partire dalle Province, togliendo ai cittadini il diritto di scegliere chi deve amministrare i loro territori, e lo ha continuato in maniera assolutamente pervicace con la riforma di questo Senato che, se andrà in porto, impedirà ai cittadini di scegliere chi deve venire qui a fare le leggi.
Tutto questo risponde, quindi, a un disegno molto semplice: non bisogna disturbare il manovratore. Il manovratore deve essere libero di agire a proprio uso e consumo.
Parliamoci chiaro (e mi rivolgo in questo caso ai senatori del PD che siedono qua dentro): non è l'interesse del Paese quello che Renzi sta facendo, ma è un interesse di parte, e neanche di una parte politica perché del PD, se non l'avete ancora capito, non gliene frega nulla! L'unica cosa che gli interessa è accumulare un consenso personale che possa consentirgli di gestire una massa fluida di beneplacito e di voti indipendentemente dalla vostra parte politica.
Voi oggi siete chiamati in questa sede a ratificare cose che neppure avete avuto modo di discutere. Questa è l'ipocrisia alla quale voi vi piegate, andando poi davanti ai lavoratori e agli imprenditori a dire che li avete rispettati mantenendo qui dentro gli impegni che avete preso in campagna elettorale? Voglio vedere con quale faccia, che forse è un po' la stessa che vi contraddistingue in questo momento. E penso ai lavoratori che perderanno il posto a Malpensa, una realtà che conosco venendo da quella Provincia. Il Governo dà rassicurazioni e il ministro Lupi puntualmente, dopo qualche mese, ovviamente con l'accordo di Renzi, per fare l'interesse dei capitani coraggiosi, di Alitalia, di Etihad e di tutte le finanze che ci stanno dietro, va e suicida un hub aeroportuale su cui il Paese ha investito miliardi, mettendo poi allo scoperto del posto di lavoro centinaia di persone, un intero territorio e un intero comparto, quello produttivo del Nord-Ovest.
Questa è la coerenza del Governo rispetto alle riforme, rispetto alla ripresa economica? Su questo vi chiedo di essere coerenti.
La senatrice Ricchiuti prima ha detto che il suo dissenso non è certamente passeggero. Me lo auguro, perché altrimenti vorrebbe dire che le canne flettono al vento. Qui, invece, si tratta di essere coerenti con un mandato popolare, non con la linea politica personale di chi, in questo momento, ha solamente l'interesse di far credere di fare le riforme - il presidente Renzi - per far precipitare poi il Paese, in primavera, con una nuova campagna elettorale, nel baratro. Questa è la menzogna che si nasconde dietro tutto ciò!
Niente di ciò che riguarda il jobs act riguarda i posti di lavoro dei cittadini. In questo momento, nel Paese, se c'è un problema, quello di creare posti di lavoro per le imprese, non quello di trovare le modalità più semplici per licenziare. Questo tipo di politica non ci appassiona e l'abbiamo detto in tutte le maniere. È incoerente e soprattutto molto ipocrita nei confronti della gente far credere che, con il trattamento di fine rapporto in busta paga, si possano risolvere i problemi dell'economia.
Il Governo, se sarà questo uno dei contenuti della delega (stiamo parlando ovviamente di qualcosa che non conosciamo, Presidente), farà semplicemente un gioco d'azzardo sulle spalle dei cittadini e andrà a lusingarli, come già fece lo scorso anno, con gli 80 euro. Nel momento della campagna elettorale chiederà ovviamente il tornaconto (e che cosa è questo se non un voto di scambio, mi domando), lasciando poi, negli anni a venire, le stesse persone che si sono illuse di poter avere risorse fresche istantanee senza alcun paracadute sociale, come il TFR era stato costruito quando iniziò la sua operatività.
Bene, Presidente, noi di fronte a questo non possiamo piegarci. Ci sono delle ipocrisie qua dentro che vengono nascoste, e una l'ho potuta vedere nei giorni scorsi a Terni. Ho potuto assistere a quanto è accaduto riguardo alle acciaierie di Terni, con il Presidente del Consiglio che, dalla loggia delle benedizioni di Assisi (non so come si chiami), si è messo a dispensare consigli su come avrebbe raddrizzato anche le ossa storte. Bisogna, però, ricordare che, qualche giorno prima, un senatore di Terni, Gianluca Rossi, aveva presentato un'interrogazione in Commissione e la risposta ricevuta dal Governo è stata quantomeno vergognosa, se non imbarazzante, fino ad arrivare a non dire nulla riguardo all'occupazione delle persone, e cito delle sue parti. La domanda posta in Commissione è stata la seguente: «Si chiede al Governo se, nell'ambito dell'Industrial compact che il Governo italiano presenterà, nel mese di dicembre, al Consiglio europeo, non ritenga necessario fare esplicito riferimento alla strategicità di Acciai Speciali Terni per l'economia nazionale». La risposta che è stata data è nulla. Sono state messe in fila parole, parole e parole e ricordo l'imbarazzo del senatore Rossi, uscendo dalla Commissione, nel dirsi parzialmente soddisfatto.
Questa è la vera ipocrisia. Voi qui dentro oggi non siete a rappresentare i vostri concittadini: siete qui semplicemente a ratificare quello che il Presidente del Consiglio dei ministri vi ordina di fare, perché avete paura alle prossime elezioni di non essere ricandidati! Questa è la grande menzogna che sta dietro! Questo è quello che nascondete a voi stessi! (Applausi dai Gruppi M5Se Misto-MovX e del senatore Centinaio).
Certamente il Presidente del Consiglio dei ministri nel suo curriculum ha molte esperienze in termini di attività produttive, ma è fortunato perché evidentemente gode anche di ottimi amici. Riesce ad avere copertura dai giornali perché, a distanza di qualche giorno, ormai nessuno più si ricorda delle dieci aziende di Renzi padre; nessuno più si ricorda di quel castello a matrioska, quel castello incantato che ha creato facendosi passare per imprenditore semplicemente per buggerare il prossimo. Questo oggi è colui che vuole fare la riforma del lavoro! Questo oggi è colui che vuole dire ai lavoratori come si lavora e agli imprenditori come si fa gli imprenditori, essendo stato l'unico dipendente dell'azienda di famiglia per convenienza! Questa è la coerenza di colui che vi dice che cosa fare, e voi state facendo quello che vi dice lui, quindi con la stessa coerenza: buggerate il prossimo.
Io vorrei che tutto quello che il presidente Renzi sta predicando si avverasse, lo desidero per il futuro del Paese, sperando che rinasca l'economia di questo Paese a partire delle sue capacità, ma non si può nascondere la menzogna nel momento in cui tutto è semplicemente finalizzato all'apparenza, perché, come è stato per la riforma costituzionale, nulla di ciò che viene scritto oggi avrà effetto reale sul Paese: non ci sarà un posto di lavoro in più dopo questa riforma del lavoro; si creerà fluidità tra i posti di lavoro ma non se ne creerà uno in più. Il presidente Renzi potrà andare davanti agli altri Capi di Stato europei - questa volta spero non con un gelato in mano - e prendersi magari anche la soddisfazione di dire: «Beh, io sono riuscito a fare quello che neanche nel Ventennio fecero!». Bella soddisfazione! Intanto il Paese precipita nell'angoscia di una ripresa economica che non arriva, perché non ci sono investimenti che generano economia; si vedono solo investimenti speculativi che servono unicamente per pagare gli interessi del debito pubblico.
Credo, Presidente, che, riguardo all'articolo 18, quello che è stato messo in scena sia stato un ottimo diversivo; bisogna rendere atto al presidente Renzi: come vende le padelle bucate lui non le sa vendere nessuno. Bravissimo davvero! (Applausi dal Gruppo LN-Aut).Nel momento in cui c'è una crisi economica che morde ancora più stretto, nel momento in cui, da quando si è insediato il suo Governo, il Paese ha aumentato il debito pubblico di 100 miliardi di euro, nel momento in cui tutto quello che ha previsto si basa su un DEF che prevedeva una crescita di +0,8 e siamo in questo momento in recessione con -0,2 (con un punto percentuale secco di PIL in meno), lui devia l'attenzione su un dibattito squisitamente ideologico con il sindacato. Un sindacato che oggettivamente ormai non rappresenta che sé stesso. Questo è quello che sta avvenendo oggi nel Paese e che riempie le pagine dei giornali: non un dibattito che riguarda i posti di lavoro e come far riprendere l'economia; non un dibattito che ci porti a riflettere sull'avere, in maniera supina, accettato politiche europee che costringono l'Italia a subire sanzioni economiche da parte della Russia, che mettono ulteriormente a dura prova il nostro tessuto economico; non si fa un dibattito su questo: si parla dell'ideologia che contraddistingue le correnti del PD, tra il sindacato, i massimalisti del PD, i minimalisti del PD, quelli che stanno a destra, quelli che stanno un po' più a sinistra, chi sta sopra e chi sta sotto. Bene, di fronte a tutto questo, dico che il presidente Renzi merita certamente un applauso perché è il miglior venditore di padelle che ci sia sul mercato. Padelle bucate.
Presidente del Senato, credo che i mille giorni che ci vengono propinati siano molto lontani dall'essere la verità alla quale il Governo lavora. Qui sta la differenza tra lo statista, il capopopolo e il capo di partito. Lo statista è disposto anche ad accettare una flessione del consenso; è disposto anche ad accettare che il proprio consenso personale venga meno per fare riforme che generino poi nel Paese una ripresa e una crescita economica. Il capopopolo, invece, persegue il consenso spicciolo; non gli interessa nulla delle ricadute future; cerca nell'immediato la soddisfazione dalla propaganda più spinta. Lascio a voi dire a quale delle due figure che ho appena descritto si può ricondurre Renzi. Non credo che sia certamente possibile assimilarlo alle grandi figure che hanno contraddistinto la politica italiana del Novecento; non è certamente uno statista.
Sarà certamente il segretario del PD che, non credendo nel PD, lo ha portato al 40 per cento; sarà certamente il segretario del PD che lo rottama, rottamando voi insieme a quell'articolo 18 che per anni avete difeso come se fosse la tutela di un tabù della sinistra. Renzi non è però certamente quello statista di cui ha bisogno oggi il Paese, non è quella persona che costruisce per il Paese: è un abile manipolatore di consenso, che trova seguito in ampi spazi della società, un seguito, se vogliamo, anche molto «chiccoso». È un po' come chi si sente molto più serio se il nome di una legge è in inglese: perché non parlare di legge sul lavoro? Dobbiamo invece parlare di jobs act, perché così è più chic, è più radical chic, è più importante, perché così è più credibile come messaggio internazionale.
Questo è quello che oggi sta contraddistinguendo la politica nazionale. Questo è quello che sta facendo il Governo: rincorrere un consenso spicciolo. Credo che ci sia molto da riflettere, e lo dico a quanti sono qui da più anni di me; lo dico a quelli di noi che sanno qual è la differenza tra fare politica e cercare il consenso spicciolo.
È molto bravo il Presidente del Consiglio quando, prendendo Confindustria sottobraccio, la avverte: «state attenti che, se non fate proprio quello che dico io, è probabile che Poste Italiane e magari anche Finmeccanica si tirino fuori da Confindustria, come ha fatto il mio amico Marchionne, e voglio vedere poi come farete a sostenere le spese senza avere più i grandi afflussi dei capitali di Stato, senza avere neanche più chi vi paga le cosiddette marchette».
Presidente, questo è quello che sta avvenendo, questo è l'inganno che sta dietro questo modo di fare le leggi, presentando una delega e chiedendo una fiducia su una delega, senza dire che cosa si vuol fare, obbligando il Parlamento ad approvare un provvedimento senza che se ne conoscano i contenuti.
Io sono molto preoccupato, e colgo qui lo stimolo dato qualche giorno fa dal presidente di Confartigianato. Se il presidente Renzi vuol dare un esempio, saldi tutti i debiti della pubblica amministrazione, li saldi tutti, senza fissare necessariamente la scadenza del proprio Santo. Vuole mettere il TFR in busta paga? Cominci dai dipendenti pubblici. Lo faccia, lo anticipi pure, se ha le risorse per farlo; lo faccia se sa come fare una nuova legge di stabilità senza avere una tassa in più.
«Stiamo sereni», renzianamente parlando, perché la legge di stabilità non porterà alcun aggravio di tasse, sarà tutto rinviato all'anno prossimo e, quando il Paese non riuscirà più a far fronte al proprio debito, finiremo semplicemente nelle mani della troika, com'è già avvenuto per la Grecia. A quel punto il Presidente del Consiglio avrà concluso il suo fantastico operato, avrà consegnato il Paese nelle mani della finanza speculativa, mettendo in saldo quello che ormai resterà delle nostre imprese.
E anche a questo proposito c'è un altro inganno: basta con questa faccenda di portare qua capitali esteri! Bisogna lavorare per tenere qui i capitali italiani, per investire qua e fare in modo che si rimanga qua a lavorare, senza costringere le nostre imprese, con tasse assurde, ad andare all'estero, perché questo non produce alcun vantaggio economico, ma soltanto speculazione! (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Rizzotti).Quando infatti vengono i francesi ad investire in Italia, non lo fanno perché credono in questo territorio e in questo Paese, ma perché vedono qui un'opportunità di speculazione e, quando la speculazione sarà finita, abbandoneranno come carta straccia le nostre imprese e i nostri lavoratori perderanno il lavoro.
Ma si vuole fare una riflessione seria su questi aspetti, che sono quelli che dovrebbero contraddistinguere una politica seria che guarda alla ripresa economica? E invece no.
Presidente, c'è una proposta di legge semplice, banale, che abbiamo depositato, insieme anche ai colleghi di altri Gruppi, che parla di separazione bancaria, vale a dire della distinzione tra gli istituti di credito commerciali, che prendono i soldi dai risparmiatori, e quelli che invece usano questi soldi per fare speculazione. Noi siamo qui ancora oggi a parlare di come le imprese non ricevono i soldi dalle banche e non si affronta questo semplice e piccolo tassello. Perché? (Applausi dal Gruppo LN-Aut). Io non sono il direttore del «Corriere della Sera», De Bortoli, che fa la predica sulla massoneria al presidente Renzi, ma sono convinto che ci sono interessi importanti, che lui difende, che non collimano con l'interesse del Paese e che pertengono a una finanza speculativa, che è quanto di più lontano ci deve essere nel momento che stiamo vivendo.
Dico ancora una volta al PD: quale sinistra state rappresentando? Voi rappresentate quella sinistra speculativa? Siatene fieri e coerenti, se questa è la degenerazione a cui siete arrivati! Ai colleghi del Nuovo Centrodestra dico: voi sostenete queste politiche? Complimenti! Ma cosa siete oggi? Siete destra? Siete sinistra? Siete sopra? Siete sotto? Siete dei servi: siete semplicemente dei servi al guinzaglio del padrone che comanda, il Presidente del Consiglio dei ministri, che deciderà del vostro destino in funzione della legge elettorale.
Questo è quello che va detto e che sta dietro all'inganno che stiamo vivendo oggi! Questo è il raggiro che si compie ai danni dei cittadini: viene fatto credere che si fanno le riforme e invece si prende semplicemente in giro la gente.
Mi auguro che non si debba concludere anche questa esperienza di Governo parafrasando quella frase che ebbe a dire Bill Clinton a George Bush in campagna elettorale: «Mister President, it's the politics, stupid». Non la traduco perché so che il presidente Renzi è molto avvezzo all'inglese. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e delle senatrici Mussini e Rizzotti).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Idem. Ne ha facoltà.
IDEM (PD). Signora Presidente, prendo la parola per introdurre il tema del lavoro sportivo. In merito ho presentato due emendamenti che purtroppo sono stati dichiarati inammissibili. Voglio comunque parlare di questo tema perché penso che se ne sappia troppo poco.
Uno di questi emendamenti avrebbe consentito di portare il tetto massimo per la deducibilità fiscale per le aziende delle sponsorizzazioni sportive da 250.000 a 300.000 euro, abrogando la norma che consentiva comunque alle associazioni dilettantistiche sportive, che operano secondo il regime della legge n. 398 del 1991, di defiscalizzare importi per oltre 50.000 euro. Pertanto, l'obiettivo, senza alcun costo per le casse dell'erario, sarebbe stato quello di razionalizzare e semplificare il sistema della disciplina fiscale delle associazioni sportive semplificando notevolmente gli adempimenti. Si pensi a cosa può voler dire in tema di lavoro sportivo intervenire in merito alle disposizioni fiscali per le associazioni sportive.
L'altro emendamento che avevo presentato si proponeva di innalzare il tetto dei compensi esentasse annui per le prestazioni sportive da 7.500 euro a 8.200 euro, equiparandoli pertanto ai redditi di lavoro dipendente esenti fino a tali importi in virtù della detrazione esistente. Sopra questa soglia, ritenuto che sopra detti importi non si possa parlare correttamente più di volontariato, la disciplina si suddivide tra chi ha già un'attività lavorativa principale, con conseguente copertura previdenziale e assicurativa, per cui i compensi restano inquadrati come lavoro occasionale e soggetti al regolare regime fiscale previsto per tale attività, e chi non ha altra occupazione e per cui l'attività dello sport è diventata quella principale e viene equiparata alle vecchie collaborazioni coordinate e continuative, con conseguente applicazione del relativo regime fiscale, assicurativo e previdenziale. Vengono poi semplificati gli adempimenti legati al rapporto sportivo.
A questo punto penso che sia opportuno illustrare come attualmente si configura il lavoro nello sport o, meglio, come non si configura, diventando vero e proprio arbitrio.
L'articolo 1 della legge n. 91 del 1981 divide lo sport italiano in due grandi categorie: quello professionistico e quello dilettantistico. Si diventa sportivi professionisti se la federazione di appartenenza lo delibera. Ad oggi solo cinque federazioni sportive (calcio, pallacanestro, ciclismo, pugilato e golf) hanno un settore professionistico.
Questo significa che solo il 10 per cento dello sport (cinque federazioni su 45) ha ritenuto soddisfacente la risposta che questa legge del 1981 dava. Ne consegue che nel dilettantismo sportivo troviamo messe insieme e disciplinate dalle stesse regole realtà socioeconomiche molto diverse: la tennista che vince il Roland Garros in Francia, il grande sciatore e i tennisti e sciatori del dopolavoro, la squadra di pallavolo di serie A e quella della parrocchia. Sì, è proprio così. Per fare dei nomi, i proventi di atlete come Federica Pellegrini e Flavia Pennetta, che non hanno bisogno di presentazione e che fanno attività sportiva a tempo pieno, sono disciplinati dalle stesse regole di chi gareggia e percepisce compensi in categorie molto inferiori e che, comunque, fa attività sportiva solo al termine del proprio lavoro principale, che già gli offre (o gli dovrebbe offrire) le garanzie che la Costituzione italiana prevede in capo a tutti i lavoratori.
Infatti, non ci si è resi conto che nel mondo dello sport dilettantistico ora ci sono migliaia di persone che non svolgono più tale attività per diletto ma come loro specifica scelta professionale di vita.
Migliaia di studenti ogni anno escono dai corsi di laurea in scienze motorie (e ricordo che questo percorso è stato trasformato in laurea a tutti gli effetti soltanto alcuni anni fa), però la realtà sta tanti passi indietro rispetto a questo quadro professionale e questi studenti si preparano ad entrare da laureati in un mondo di dilettanti: basti pensare a tutto il mondo delle palestre di fitness e wellness. Queste persone (ci riferiamo, oltre che agli atleti, ai tecnici, agli istruttori, agli addetti agli impianti sportivi, eccetera) si trovano ad operare oggi senza nessuna copertura.
Non esiste tutela per la maternità. Nelle cosiddette scritture private tra atleti ed associazioni sportive si trovano le cosiddette clausole antimaternità. Voglio citare il caso di Adriana Pinto, che è stata una cestista, punta di diamante di una società faentina nonché beniamina della società locale. Quando è rimasta incinta, è stata additata come traditrice della città e della squadra, perché «quella volta lì» ha deciso di non abortire. E voglio precisare che quello di Adriana Pinto non è un caso isolato.
Non esiste copertura previdenziale, con la prospettiva che i giovani lavoratori nel mondo dello sport di oggi, un domani si troveranno senza alcun tipo di copertura pensionistica.
Voglio a questo punto citare un'altra anomalia. Purtroppo c'è un altro caso da citare: quello della ciclista professionista a tutti gli effetti, ma dilettante per la legge, Marina Romoli. Nel 2010 ha subito un incidente stradale in allenamento ed è rimasta paralizzata. Per fortuna non ha avuto colpa per l'incidente, così avrà almeno la pensione per aver subito questo incidente. Per quanto riguarda la previdenza infortunistica, però, non ha nessuna copertura perché per la legge è una dilettante. Invece, stava svolgendo il suo lavoro di allenamento.
Apro poi il tema della tutela della sicurezza sul posto di lavoro. Siamo oggi in grado di garantire per gli atleti sportivi la sicurezza sui posti di lavoro? Bisogna cominciare a parlare di questi temi.
Gli emendamenti che ho presentato cercano di dare una risposta e una tutela a questi bisogni, affinché lo sport possa costituire una effettiva possibilità di lavoro e non solo di precariato privo di tutele per i nostri giovani, tenendo presente la specificità dello sport e il difficile momento economico che sta attraversando.
A partire da queste proposte emendative (che vorrei fosse possibile trasformare in ordini del giorno) è ad ogni modo necessario avviare in sede parlamentare un percorso di studio e di condivisione con il mondo dello sport, i suoi operatori, formatori e praticanti in merito al tema lavoro sportivo, al fine di tracciare linee nette di divisione tra i vari operatori nello sport, il professionismo, il dilettantismo e il volontariato. A tutt'oggi, tutto è nello stesso contenitore.
Colgo a questo punto anche l'occasione per entrare nel merito di ciò che io chiamo il Far West dei requisiti che danno titolo a operare nei vari settori dello sport. A titolo esemplificativo, basti ricordare il caso dei cosiddetti "corsi di abilitazione" che in pochi mesi e spesso dietro pagamento di cifre molto alte danno la possibilità di accedere alla professione sportiva con gli stessi titoli di chi ha invece duramente conseguito una laurea quinquennale in scienze motorie.
Come possiamo tutelare la sicurezza e la formazione delle nostre ragazze, ad esempio iscritte ad una scuola di danza, quando è possibile che vi accedano insegnanti improvvisati, a tutti gli effetti, senza alcun titolo riconosciuto e grazie a un semplice corso diabilitazione di pochi mesi? L'analogia tra chi consegue una laurea in scienze motorie e chi frequenta un semplice corso libero di abilitazionerischia di provocare ulteriori storture nell'ordinamento sportivo e gravi danni per gli addetti. (Applausi del senatore Puglia).
L'esigenza dunque di un'attenzione specifica verso il tema del diritto sportivo e una riforma dell'ordinamento appare oggi non più rinviabile. Ringrazio per l'attenzione. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Puglia e Santangelo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Uras. Ne ha facoltà.
URAS (Misto-SEL). Signora Presidente, colleghi, signori del Governo, la prima considerazione che ci viene da fare è su cosa dobbiamo svolgere la discussione generale: se la dobbiamo svolgere sul testo esaminato nelle Commissioni di merito e nella Commissione bilancio, è una cosa; se invece la dobbiamo fare sul fantasma del maxiemendamento che è possibile arrivi e sul quale sarà richiesta la fiducia, questa rischia di essere una discussione su un contenuto misterioso. E siccome siamo senatori e non Maghi Merlino, puntualizzare o tentare di fare un ragionamento su come migliorare il testo di legge è pressoché inutile.
Ma vale fare una riflessione che è di natura politica, ma anche istituzionale, di rispetto del sistema istituzionale, della Costituzione democratica e di come è stato ed è organizzato l'impianto dei poteri in questo Paese, sul ricorso sistematico (ci sono i dati e quindi è inutile che li ripeto: sono decine e decine in questi anni) a decreti-legge, quasi sempre viziati di incostituzionalità, non presentando i requisiti minimi di necessità e urgenza.
Sono viziate di incostituzionalità anche gran parte delle leggi-delega: questo ne è un esempio. Il disegno di legge al nostro esame non ha un ambito né un tempo definito: è una sorta di carta bianca data al Governo su una materia tra l'altro confusa nel modo in cui è stata espressa, in un testo esaminato, ma che verrà sostituto da un testo nuovo. L'incostituzionalità raddoppia, ma siccome la verifica di costituzionalità di un provvedimento la fa il Parlamento, e la fa in ordine alle maggioranze politiche, la funzione tecnica di valutazione è messa all'angolo e noi ci assumiamo tutti quanti la responsabilità di dire che la violazione delle leggi parte dalla testa.
L'esempio che diamo al cittadino è che le leggi si possono violare: basta avere la forza per farlo. È questo il dato più preoccupante di queste e altre vicende, ma non basta: si propone anche la questione di fiducia, che si deve dare a scatola chiusa, su un testo che non verrà discusso, né esaminato, né valutato, e sulla base del quale si assumeranno provvedimenti legislativi e amministrativi a dir poco a TIR interi.
Quale semplificazione del sistema? Scapperanno tutte le imprese e quei poveri pazzi che vorranno ancora investire perché si complica, non si semplifica. Tutti i Governi di larghe intese hanno agito così. Dei 1.200 provvedimenti amministrativi originati da provvedimenti legislativi, in questi ultimi tre anni, ne sono stati adottati circa 700. Siamo invasi da norme confuse e contraddittorie, che correggiamo sistematicamente, in un'ansia produttrice di norme che derivano tutte dalle stanze delle burocrazie più elevate e dal Governo, con danno gravissimo per l'economia, per i lavoratori e per il Paese.
È una tale incapacità a non essere tollerabile: chi sta trattando questa materia ha trattato anche la legge delega in materia di lavoro, la cosiddetta "legge-30".
Gli effetti sono chiari: i tassi di disoccupazione sono elevatissimi, la popolazione attiva si contrae e la disoccupazione giovanile molto pesante, fra l'altro è falsata anche nel modo in cui la si propone nella discussione. Ci sono però soprattutto tanti lavoratori adulti, padri di famiglia, buttati per strada, perché la crisi economica si aggrava. E non si aggrava per assenza di norme di semplificazione; anzi ne abbiamo fatte a quintali, tanto da avere complicato le cose; abbiamo prodotto una cinquantina di contratti diversi; abbiamo sviluppato un'assoluta precarietà della condizione di vita non solo dei lavoratori, ma anche dell'impresa; abbiamo premiato la rendita e la speculazione, ma abbiamo punito la produzione, il lavoro degli uomini e delle donne che hanno ancora il sapore del rischio e la loro capacità di mettere in campo anche le loro ricchezze e le loro sostanze, mentre premiamo quelli che scappano dal Paese per fare i loro interessi, danneggiando l'economia di tutti.
Questa è la filosofia del provvedimento in esame. Non facciamoci confondere dalle nebbie: questo è un grande fumo, che nasconde il solito, identico arrosto. Vi sono alcuni che, da ingordi, devono guadagnare l'impossibile dalla devastazione degli altri. Vi è una linea da tracciare tra quelli che stanno soffrendo, la moltitudine di questo Paese, e quelli che stanno godendo, pochissimi rispetto alla grande massa della popolazione italiana (i grandi ricchi, i grandi investitori, gli istituti di credito e quelli che li controllano). Tutto il resto è fumo, mentre si continua a dire: «Ah, la disoccupazione! Giustizia, vogliamo giustizia, siamo pieni di giovani disoccupati!». Signora Presidente, i dati ISTAT riguardano i giovani tra i quindici e i ventiquattro anni. Sono circa 700.000 i cosiddetti giovani disoccupati. In un Paese civile - non questo - ci si preoccuperebbe di farli arrivare tutti alla laurea. Quale lavoro? Tra i quindici e i ventiquattro anni si studia. E invece si preferisce la disoccupazione giovanile.
Mettiamo in campo la giustizia: via i vecchi, già cacciati nella disoccupazione e nella disperazione; via i padri con figli che non sono in grado di studiare. Questa è la filosofia del provvedimento, del presente e del futuro perché, qualunque cosa si scriva, quello che si deve fare è già deciso: a pochi tutto, agli altri niente.
È questo il sistema che proponiamo al Paese; altrimenti faremmo altro, e ci chiederemmo: come si può premiare l'impresa ed il capitalista che vuole mettere le sue risorse in combinazione con il lavoro e far crescere un'economia? Quelli che, anziché venderle, costruiscono le fabbriche motociclistiche; quelli che, anziché abbandonare questo Paese al suo destino, lo salvano insieme a coloro che sanno mettere la testa, le braccia e la loro competenza al servizio della produzione. Questo faremmo, ma questo è derubricato, non c'è in questo provvedimento né negli altri; non c'è nelle leggi di stabilità.
Scivoliamo nel declino più assoluto e rinunciamo a combattere per il vero, non per il falso; per il giusto, non per lo sbagliato. Siamo noi a fare questo lavoro purtroppo; noi che avremmo voluto contribuire: dalle nostre bocche non sentirete mai insulti, ma riflessioni anche critiche e pesanti; ma sentirete però un appello, anche accorato a tutti, perché siamo sull'orlo del precipizio. Badate: sembra una discesa sopportabile e leggera ma quando si arriva al precipizio si crolla, si va a fondo e si precipita.
Siamo in questa condizione; non c'è un dato buono della nostra economia.
Oggi l'ennesimo Ministro dell'economia ci dice che vedremo la ripresa l'anno prossimo. Ma è l'ennesimo anno in cui ciò si ripete. Quest'anno c'è la recessione come l'anno scorso; e siamo uno dei pochi, se non l'unico Paese industrializzato a vivere questa condizione. Non possiamo far governare sempre coloro che sbagliano. Hanno sbagliato in altro tempo. Erano lì; sono gli stessi. Chi si occupa di questa vicenda se ne è già occupato nei precedenti Governi di taglio di destra. Bisogna dire basta e lo deve dire chi ne ha la responsabilità politica, chi ha cioè il maggior consenso del Paese perché quel consenso si è preso a sinistra e non a destra, e non può essere girato a danno dei lavoratori. (Applausi dal Gruppo Misto-SEL. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Simeoni. Ne ha facoltà.
SIMEONI (M5S). Onorevoli colleghi, Presidente, personalmente lavoro dall'età di 17 anni. Ho eseguito lavori pesanti ed umili nelle fabbriche, nelle strade, sulle ambulanze, durante i turni massacranti nelle centrali operative. Nella mia vita mi sono sempre battuta con scioperi, manifestazioni e picchetti, sotto la neve, a volte senza cibo, sempre per i diritti dei lavoratori.
Sono stati anni duri, ma siamo riusciti ad ottenere la maternità, la malattia, la sicurezza sul posto di lavoro, la pensione.
Sia ben chiaro; nessuno ci ha regalato nulla e qualcuno di quelli che lottavano con me è anche morto per avere giustizia sociale.
Con questo jobs act iniziamo oggi la distruzione di ciò che resta del mondo del lavoro. Abbiamo assistito in questi ultimi anni alla precarizzazione di tutti i sistemi lavorativi. Tutto è iniziato con l'abbattimento dei salari a seguito dell'arrivo in Italia di manodopera a basso costo. La globalizzazione e gli spostamenti di masse di individui hanno dato luogo ad una offerta di lavoro a stipendi minimi. Ricordiamo che al momento, per le popolazioni che scappano dalla fame e dalla guerra, questo é il Paese più facilmente accessibile del Mediterraneo e che quindi questo fenomeno è destinato a peggiorare.
Questo tipo di manodopera a basso costo ha fatto crollare i salari e generato un mercato del lavoro in cui una folle corsa alla flessibilità, alla precarizzazione, al ribasso retributivo, hanno creato disoccupazione e soprattutto sfiducia nel futuro.
Nessuna politica seria è stata messa in campo per prevenire questo disastro, anzi per venti anni si è approfittato della situazione per tagliare i diritti ai lavoratori. Le famiglie, che oggi sono costrette ad un lavoro precario da 400 euro al mese, hanno depresso i consumi interni e sono crollate le industrie dei settori immobiliare, dell'automobile, alimentare, degli elettrodomestici e dei trasporti.
Ma questo è dovuto ad una pletora di politici incapaci, che invece di sburocratizzare, diminuire il costo del lavoro e semplificare, hanno tassato all'inverosimile, favorendo economicamente le banche, le mafie e il mercato finanziario, tutti quei soggetti che si approfittano dei Paesi in crisi.
Non è precarizzando ancora di più il mondo del lavoro, abolendo l'articolo 18, che si avrà più ripresa. Lo ribadiscono oggi anche i premi Nobel per l'economia.
Basta con i licenziamenti selvaggi! Nel nostro Paese non esistono tutele sociali di alcun tipo. Chi perde il lavoro finisce in strada e gli vengono anche tolti i figli.
Vi invito a fare un giro nelle sedi della Caritas e nelle strade di questa città, perché forse non avete capito quanto grave sia la situazione.
Quello che ci serve adesso non è un taglio dei diritti dei lavoratori, ma avere al più presto un sistema di tutele sociali vero, come esiste in tutte gli Stati civili, ad esempio come il reddito di cittadinanza. Stiamo per uccidere una seconda volta tutti coloro che sono morti per ottenere i diritti dei lavoratori.
E mi voglio rivolgere agli eletti del Partito Democratico, di cui buona parte sono stati sindacalisti o sono stati eletti grazie ai voti dei lavoratori, che come rappresentanti dei lavoratori si debbono vergognare: hanno tradito i lavoratori, hanno tradito il loro mandato. Ma perché non vi tagliate voi lo stipendio, perché non la smettete di dire menzogne e di prendere in giro gli italiani?
Basta con l'essere servi e schiavi dell'Europa, alziamo la testa e torniamo ad essere italiani e non una colonia della Germania! (Applausi dal Gruppo M5S).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tocci. Ne ha facoltà.
TOCCI (PD). Signora Presidente, la richiesta del voto di fiducia sembra una prova di forza ma è, a mio avviso, un segno di debolezza. Il Governo chiede al Parlamento una delega a legiferare, mentre impedisce al Parlamento di precisare i contenuti di quella stessa delega. Il potere esecutivo in questo modo si impadronisce del potere legislativo, per disporne a suo piacimento senza alcun contrappeso istituzionale: il Senato delega per sentito dire nelle televisioni, ma senza quei principi e criteri direttivi prescritti dalla Costituzione. È l'anticipazione di un metodo che diventerà normale con la revisione costituzionale in atto. Si forzano le regole per paura di un libero dibattito parlamentare. Il Presidente del Consiglio non è in grado di presentare gli emendamenti che ha proposto come segretario del suo partito.
In questo modo, la legge delega finirà per essere priva non soltanto di alcune garanzie ampiamente condivise, ma perfino della famosa questione della cancellazione dell'articolo 18. Se ne parla sui media ma non risulta nei testi. D'altronde, a quanto pare, non conta più cosa decide il Parlamento: sarà poi il Governo, tra qualche mese, a scrivere i veri decreti.
L'importante è ora creare l'apparenza di una grande riforma. L'argomento è stato scelto ad arte per inscenare una contrapposizione simbolica. Diciamo la verità: ce la potevamo risparmiare questa guerra di religione sul diritto del lavoro! Non solo perché il Paese avrebbe bisogno di ritrovare coesione sociale intorno ad un chiaro progetto di cambiamento, ma soprattutto perché non vi è alcun motivo pratico per ingaggiare l'ennesimo duello giuslavorista.
Il primo ad esserne convinto sembrava proprio Matteo Renzi, solo qualche mese fa pronto a dire che ridiscutere dell'articolo 18 fosse una fesseria. Si era addirittura impegnato di fronte al popolo delle primarie ad archiviare la questione. Come mai ha cambiato idea? Sarebbe doverosa una spiegazione; altrimenti potrebbe alimentare il dubbio che la guerra di religione è ingaggiata per distrarre l'opinione pubblica, per coprire evidenti difficoltà dell'azione del Governo, per occultare gli scarsi risultati ottenuti nella trattativa europea.
Temo che si vada consolidando un metodo di governo basato sulla continua ricerca di un nemico; ciò può servire a creare un consenso effimero, ma non aiuta il Paese a trovare una rotta, asseconda il rancore sociale, ma non coagula le passioni civili per il cambiamento.
La furia distruttiva stavolta è indirizzata verso un bersaglio inesistente; un altro ceffone alle mosche. L'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non esiste più nella legislazione italiana perché è stato cancellato da Monti due anni fa. Si racconta ancora la bufala secondo la quale nell'Italia di oggi un'impresa non può licenziare per motivi economici e disciplinari. Lo scorso anno ci sono stati circa 800.000 licenziamenti individuali; solo il 10 per cento portati in tribunale; solo lo 0,3 per cento annullati.
Infatti, il Governo tecnico ha eliminato tutti i vincoli degli anni Settanta. È rimasto il reintegro solo nel caso più estremo, quando cioè il magistrato constata la falsità della giusta causa. Se ora si cancella quest'ultima garanzia, un lavoratore potrà essere licenziato con l'accusa di aver rubato, oppure con la giustificazione di una crisi aziendale, perfino se un processo dimostrasse che si tratta di falsità.
In altre parole, per licenziare una persona diventa legittimo dichiarare il falso in tribunale: non è flessibilità economica, ma barbarie giuridica, che nega un principio generale del diritto: quod nullum est, nullum effectum producit. (Applausi della senatrice Catalfo). Una soglia mai varcata dal ministro Fornero o, forse, dovrei dire dalla compagna Fornero, riconoscendo amaramente che il Governo tecnico ha certo sbagliato sugli esodati, ma ha difeso i diritti dei lavoratori meglio del Governo a guida PD.
In seguito alle nostre critiche, è stato riproposto il reintegro nel caso dei disciplinari fasulli, ma non per le false cause economiche. Questo canale diventerà privilegiato per ottenere licenziamenti ingiustificati. D'altronde, per svuotare un secchio d'acqua basta un solo buco, non ne servono due.
In apparenza, quindi, Renzi attacca la Camusso, ma nella realtà contesta la Fornero. È curioso che l'ex Presidente del Consiglio, Mario Monti, presente in quest'Aula come senatore a vita, non senta il bisogno di difendere la sua legge, che pure presentò in tutti i consessi internazionali come strumento per la crescita del PIL. Solo in Italia può accadere che dopo due anni si scriva un'altra legge sul lavoro, senza neppure analizzare gli effetti della precedente. Da venti anni la legislazione è in continua mutazione, senza risolvere alcun problema, aumentando solo la burocrazia. Si attacca la magistratura per la varietà dei giudizi, a volte davvero troppo ampia, dimenticando che proprio l'eccesso di legislazione ha impedito il consolidarsi della giurisdizione sui casi esemplari.
Ciò che allontana davvero gli investitori stranieri è proprio il susseguirsi frenetico di nuove regole. Se si riflette onestamente su questa anomalia italiana, appare ridicola la retorica dei conservatori che hanno bloccato le riforme degli innovatori. È vero esattamente il contrario: sono state approvate troppe riforme, tutte, purtroppo, sbagliate, e questa proposta di legge persevera negli errori del passato. Si continua a far credere che abbassando l'asticella dei diritti, riprenda la crescita; l'esperienza dovrebbe averci convinto che la svalutazione del lavoro ha contribuito pesantemente alla crisi di produttività perché ha ridotto la capacità d'innovazione. Si continua a contrapporre garantiti e non garantiti, mentre è evidente che entrambi hanno perso diritti nel ventennio, come certifica ormai anche l'OCSE. La contrapposizione poi è ancora più falsa in questo disegno di legge poiché mantiene il reintegro per i lavoratori occupati e lo toglie ai giovani neoassunti. Si continua con la politica dei due tempi: "ora aumentiamo la precarizzazione, poi verranno gli ammortizzatori sociali". Fin dalle leggi Treu la promessa non è mai stata mantenuta e anche questa volta il passo indietro nei diritti è certo e immediato, mentre il sussidio di disoccupazione è incerto e insufficiente.
Si continua a denunciare il freno del sindacato quando è evidente a tutti che non ha mai contato così poco nelle fabbriche. I politici, anche della vecchia guardia, hanno sempre polemizzato con i leader sindacali, ma hanno sempre impedito l'approvazione di una legge di rappresentanza che desse voce ai lavoratori.
Si continua nell'illusione che basta incentivare il tessuto produttivo attuale per creare lavoro, ma la ripresa non avverrà facendo le stesse cose di prima. Non suscita nessuna riflessione il fallimento dei bonus fiscali per l'assunzione, della garanzia giovani, né la scarsa risposta alle offerte dei prestiti della BCE. Che altro deve succedere per capire che ormai le norme e gli incentivi sono strumenti inutili se non si innova la struttura produttiva del Paese? Nel primo annuncio del jobs act, subito dopo le primarie, tutte queste leggende sembravano abbandonate, ma ora sono tornate in auge; la forza del passato ha preso il sopravvento, riducendo l'entusiasmo della novità ad una stanca retorica. Il grande rottamatore porta a compimento i programmi dei rottamati di destra e di sinistra. Ben due generazioni hanno creduto agli annunci di una flessibilità coniugata ai diritti e sono rimaste ferite. La promessa di uscire dal buco nero della precarietà è troppo seria per essere delusa; stavolta alle parole devono seguire i fatti. Solo da questa preoccupazione muove la mia critica.
Sento dire che il contratto a tutele crescenti dovrebbe eliminare la sacca di precarietà: qualcuno mi sa indicare il comma che assicura questo risultato? Purtroppo non esiste poiché il nuovo contratto si aggiunge ai precedenti e le imprese non ricorrono al tempo indeterminato se possono continuare a gestire rapporti di lavoro meno costosi e senza futuro; anzi, questi sono stati ulteriormente incentivati con il decreto Poletti di luglio, che ha abbassato le garanzie dei contratti a tempo determinato e dell'apprendistato; inoltre nel presente disegno di legge delega si amplia perfino l'uso del voucher. Si è annunciata l'eliminazione del co.co.pro, ma è molto difficile che da questa figura parasubordinata si approdi a un vero contratto di lavoro; è più facile invece che si regredisca nel sommerso delle partite IVA. D'altro canto anche i critici di sinistra - bisogna riconoscerlo - peccano di normativismo, illudendosi che basta togliere questa o quella figura contrattuale per migliorare la qualità del lavoro.
C'è un lavoro autonomo di seconda generazione legato alla trasformazione tecnologica del nostro tempo; è una figura anfibia che non si può ingabbiare negli schemi tradizionali dell'impresa e del lavoratore, ma va riconosciuta nella sua peculiarità e sostenuta con strumenti non convenzionali. L'armatura giuslavoristica di questa legge delega non riesce a contenere il fenomeno e anzi rischia di soffocarlo. Questo carattere anfibio del lavoro terziario richiederebbe l'attivazione di tutele di tipo universalistico - pensionistiche, formative, di welfare territoriale - a prescindere dalle forme contrattuali. Perfino il sostegno al reddito deve essere legato allo status di cittadinanza e non può essere limitato solo al passaggio da un'occupazione all'altra, come invece è necessario e assolutamente prioritario per il lavoro dipendente. La vera flessibilità è quella del lavoro autonomo; per quello subordinato sarebbe molto più semplice ricondurre l'ordinamento a poche e chiare figure contrattuali che prevedano un periodo di prova e di formazione prima dell'assunzione definitiva e forme di impiego temporaneo più costoso e legato a reali esigenze produttive.
Questa semplificazione è credibile solo se si attua la riforma più difficile in Italia, cioè l'obbligo di rispettare la legge. La gran parte della precarietà nel lavoro subordinato si regge infatti su una pratica d'illegalità e di elusione. In questa proposta si delega il Governo a fare tutto tranne che a organizzare un efficiente sistema di controlli sulle condizioni di lavoro; basterebbe rafforzare il corpo degli ispettori del lavoro e incrociare le banche dati con la lotta all'evasione fiscale e previdenziale, con l'obiettivo di sopprimere il lavoro nero e aumentare la vigilanza sulla sicurezza.
Tuttavia, a dare il buon esempio darebbe essere prima di tutto lo Stato. Nella stragrande maggioranza i contratti precari della pubblica amministrazione sono illegali, perché utilizzano rapporti temporanei per funzioni continuative e in alcuni casi di delicato interesse pubblico. La recente promessa di assumere 150.000 insegnanti che attualmente hanno cattedre annuali va nella giusta direzione e dovrebbe riguardare anche le tante figure che si trovano in condizioni simili (ricercatori, archeologi, ingegneri, architetti, informatici e operatori sociali), non solo per rispettare la dignità di quei lavoratori, ma anche perché la valorizzazione delle loro competenze aumenterebbe la qualità delle politiche pubbliche. Anche le gare d'appalto a massimo ribasso oggi contribuiscono a diffondere l'illegalità e il precariato selvaggio, mentre la committenza pubblica dovrebbe prendersi cura del rispetto dei diritti del lavoro.
È curioso che questa proposta di legge si occupi del mercato privato e ignori completamente le responsabilità dello Stato come datore di lavoro diretto e indiretto.
Tra le righe di questo provvedimento si legge una sfiducia nel futuro del Paese. Si ritiene che l'Italia non possa essere diversa da come è oggi: non sia in grado, cioè, di modificare la sua struttura economica tradizionale ormai messa fuori gioco dalla competizione internazionale. Si pretende di risolvere il problema eliminando i diritti e riducendo i salari, già oggi i più bassi in Europa, magari utilizzando gli 80 euro e il TFR per pareggiare il conto. Sembra una scelta di buon senso, ma è una via senza uscita.
I Paesi emergenti saranno sempre nelle condizioni migliori di costo per vincere la concorrenza. L'unico modo per mantenere il rango di grande Paese consiste, invece, nel migliorare il livello tecnologico, la specializzazione del tessuto produttivo, l'accesso nell'economia della conoscenza. Ma ci vorrebbe un'agenda di Governo tutta diversa. Bisognerebbe puntare sulla formazione permanente per migliorare le competenze, mentre qui si promuove per legge il demansionamento dei lavoratori. Si dovrebbe puntare sulle politiche industriali della green economy, mentre il decreto "sblocca-Italia" rilancia la rendita immobiliare. Si dovrebbe puntare sulla ricerca scientifica e tecnologica, che invece subirà altri tagli con la legge di stabilità. Si dovrebbe puntare sull'economia digitale non a parole ma con azioni concrete che ancora non si vedono.
Non si è mai cominciato a cambiare verso, purtroppo. Finora si sono visti solo passi indietro. Con le riforme istituzionali gli elettori contano meno di prima. Con il jobs act si intaccano le garanzie per i lavoratori. Queste scelte non erano previste nel programma elettorale del 2013 che abbiamo sottoscritto come parlamentari del PD. Non siamo stati eletti per indebolire i diritti. (Applausi dai Gruppi PD, M5S, Misto-SEL e Misto-MovX).
LIUZZI. Bravo!
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bellot. Ne ha facoltà.
BELLOT (LN-Aut). Signora Presidente, rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, jobs act: solo ipoteticamente questo Governo, e solo sul nome, si dimostra all'avanguardia probabilmente perché dare un significato al nulla in lingua italiana risulterebbe più chiaro e comprensibile e, quindi, il calo di consensi sarebbe immediato.
In effetti, già ora contare gli iscritti al PD e calcolarne la percentuale di calo è certamente un modo per creare lavoro contabile, specialmente quando i conti non tornano. Peccato che le performance di Renzi in inglese abbiano deluso e, se tanto ci dà tanto, il risultato sarà solo ed unicamente fallimentare.
Presidente Renzi, il mio inglese non sarà dei migliori ma azzardo, certa di essere compresa: «No job, no lunch». (Applausi dal Gruppo LN-Aut e del senatore Vacciano).
Passando al dibattito in essere, ascoltando gli interventi di alcuni che mi hanno preceduta, penso sia evidente come per molti, purtroppo troppi, la lontananza da quanto accade quotidianamente ad aziende e lavoratori non sia né percepita né tantomeno compresa. Forse dovreste uscire e confrontarvi con il mondo reale, quello della crisi che sempre più attanaglia questo Paese: la disoccupazione è quasi al 13 per cento e quella giovanile al 44,2 per cento. Fanno paura questi dati percentuali.
Inutili e sterili sono le discussioni sull'articolo 18 come panacea di tutti i mali, con il solo obiettivo di distrarre i cittadini dall'incapacità di questo Governo di centrare il solo ed unico problema: il lavoro, signori.
Quali tutele per chi non ha un lavoro, per chi non ha mai potuto lavorare? Quali incentivi per gli imprenditori che chiedono solo di lavorare, di dare lavoro ed essere competitivi? Quali risposte a chi, in questa guerra per la sopravvivenza, ha già perso tutto e spesso, purtroppo, non ha retto ed ha deciso di farla finita?
Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 18,17)
(Segue BELLOT). Credete, quindi, di dare risposte con l'articolo 18?
Meno slide e più concretezza. Non serve all'Italia una scuola di marketing pubblicitario per il lancio di un prodotto ormai scaduto.
Già il solo fatto che questa riforma sia a costo zero, è traducibile con un nulla di fatto. Pensare di fare una riforma del mercato del lavoro senza stanziare risorse proprie o addirittura utilizzando quelle di imprese e lavoratori, con una distorta disponibilità del TFR, lascia già comprendere quanto vuota sia la riforma stessa. Nessuna defiscalizzazione, nessun incentivo, insomma, nulla di nulla.
Scaricare sulle imprese il costo della riforma prevedendo una maggiore compartecipazione da parte delle imprese che utilizzano gli ammortizzatori sociali è uno scorretto «deleghiamo gli altri» che avete inserito all'articolo 1 con la delega alla revisione degli ammortizzatori stessi. Ovviamente in questo momento parliamo del contenuto del disegno di legge che conosciamo, perché non sappiamo in realtà cosa conterrà il maxiemendamento, quindi di cosa stiamo parlando concretamente. Interveniamo su ciò che conosciamo e non su ciò che voi avete messo in atto in maniera antitetica, facendoci fare un salto nel buio e costringendoci a lavorare in maniera disastrosa e disperata.
Tornando al provvedimento, all'articolo 4 antitetica è la scelta di lasciare in vita il cosiddetto decreto Poletti - mi rivolgo a lei, Ministro - con contratti a termine acausali che hanno prolungato il precariato per trentasei mesi, meno costosi per le aziende, con l'introduzione ora del contratto unico di inserimento a tutele crescenti, una lunga denominazione questa che comporta praticamente il vuoto visto che è difficile coordinare le due soluzioni, essendo chiaramente la prima più appetibile per aziende costantemente in difficoltà. Parliamo quindi di proposte in realtà inattuabili o comunque certamente impossibili da scegliere essendo antieconomiche per le aziende stesse.
Poi ancora aumento di precariato (questa parola che sembra il vostro cavallo di battaglia) con l'inserimento di un mini jobs sulla falsariga di quello tedesco, al solo fine di falsare numeri temporanei di occupazione a basso salario. Sembra, infatti, che il solo obiettivo non sia stabilità, competitività, ma - lo ripeto - precariato, precariato ed ancora precariato: nessun futuro per i nostri giovani. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).
All'articolo 5 si prevedono misure di tutela della genitorialità e conciliazione dei tempi di vita e di lavoro - quale lavoro? - e l'introduzione del tax credit quale incentivo al lavoro femminile per le donne lavoratrici, anche autonome, con figli minori e sotto una determinata soglia di credito. Per queste ultime sono ancora in attesa di conoscere l'esito di una mozione e di un'interrogazione pubblicate il 20 giugno 2013 - ripeto la data: 2013 - a firma mia e del Gruppo della Lega Nord e Autonomie relative al rifinanziamento di progetti di cui all'articolo 9 della legge n. 53 del 2000, strumento esistente ma mai rifinanziato: già, non ci sono i soldi, eppure avevate gli strumenti, avevate modo di dare rilancio a quegli imprenditori che con coraggio sono ancora sul mercato, che con coraggio danno ancora lavoro e restano ancora competitivi per avendo un Governo che non dà assolutamente possibilità di esserlo.
Eppure, signori, per un fallimentare Mare nostrum i soldi sono stati trovati; i soldi li avete, e non pochi. Per implementare schiere di disperati che illudete nel far credere loro di poter trovare un futuro in questo Paese ormai alla deriva, i finanziamenti ci sono. State creando disperazione su disperazione per poi bussare alla porta di un'Europa che guarda questo Governo come all'armata Brancaleone. Forse è il caso che andiate a guardarvi il film per capire come funzionava quell'armata: siete davvero molto simili al trend del film! (Applausi dal Gruppo LN-Aut).
È di ieri - un'altra conferma rispetto all'armata Brancaleone! - la dichiarazione del ministro Alfano: l'operazione Spiagge sicure ha dato ottimi risultati in tema di contrasto alla contraffazione. Spiagge sicure e difesa del made in Italy, difesa della salute dei cittadini e dell'economia legale. Lo Stato attacca il sistema della contraffazione: aziende in crisi ed immigrati in ogni dove a vendere illegalmente in nostro made in Italy contraffatto. Ma, signori, non serve andare al mare! Fatevi un giro a Roma, girate l'angolo di queste strade, vedrete dovunque immigrati che vendono di tutto e di più, in maniera illegale e tra l'altro contraffatta, senza nemmeno un certificato, un marchio di qualità, senza la sicurezza che deve essere data ai cittadini e ai consumatori: nulla di nulla. Ma voi, ciechi, passate davanti dritti; eppure - ripeto - dietro l'angolo tutto questo è visibile.
Poche idee, ben confuse e sulle spalle dei cittadini, delle amministrazioni: sindaci ormai ridotti ad esattori, tagli importanti agli enti locali, nessuna azione per svincolare dal Patto di stabilità la possibilità di dare occupazione tenendo ferme cifre che potrebbero aiutare il lavoro, ridare lavoro, far ripartire l'economia. Torniamo sempre lì, a quella parola che in italiano non sapete pronunciare: lavoro, signori, si chiama lavoro, e non job, parola grossa, che alla fine in Europa, detta in italiano per questo Governo non conta assolutamente nulla.
Presidente Renzi, io non so se nella sua vita lei abbia mai timbrato un cartellino, se abbia mai avuto paura di perdere il posto di lavoro, se sappia cosa voglia dire cercare un posto di lavoro o ricominciare tutto, magari a quarant'anni: io sì, io l'ho provato e le dico che forse sarebbe bene che lo provasse anche lei, così da comprendere le paure dei cittadini di questo Paese, dei giovani, degli esodati e dei senza lavoro che non sanno come ricominciare a vivere. Mi creda, quella del lavoro è una certezza che tutti noi vorremmo avere per poterla trasmettere anche ai nostri figli, ora costretti ad andare all'estero per lavorare e sentirsi dire che abbiamo delle vere eccellenze e che sempre più italiani sono in fuga dal Paese. Da un dato emerso dal Rapporto Italiani nel Mondo 2014 della Fondazione Migrantes, la percentuale degli italiani all'estero in questo momento è cresciuta del 16,1 per cento e non per scelta, mi creda. Si parla di quasi 95.000 cittadini di questo Paese che se ne sono andati: una ricchezza, una vera capacità produttiva che qui non trova assolutamente nessuna possibilità di avere qualcosa in cambio.
Ricordiamoci che non è vero che questo nostro Paese non ha capacità, intelletto e voglia di lavorare: ci sono giovani che cercherebbero lavoro quotidianamente, disposti a fare qualsiasi cosa per entrare in quel mondo e in quel mercato che in questo momento voi avete sbarrato e chiuso; giovani in cerca di lavoro, che hanno voglia di uscire dalle famiglie, di avere autonomia, di potersi fare una famiglia ed avere un futuro che voi avete negato; giovani che sono figli di un Paese governato da chi sta giocando con il loro futuro e da un Presidente che ama solo autocelebrarsi. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Petraglia. Ne ha facoltà.
PETRAGLIA (Misto-SEL). Signor Presidente, la discussione che siamo facendo ormai da diversi giorni in quest'Aula è particolarmente importante, ma, nello stesso tempo, anche abbastanza surreale. Come infatti è stato detto in moltissimi interventi anche oggi pomeriggio, stiamo svolgendo la discussione su un testo della legge delega che è stato esaminato in Commissione e che è ora agli atti del Senato, ma che domani potrebbe essere stravolto, per cui anche gli interventi che stiamo facendo nel merito potrebbero avere un'altra direzione. Di certo sarebbe stato molto più utile fare in quest'Aula una discussione sugli obiettivi concreti dell'azione di Governo e sugli strumenti efficaci per far uscire il nostro Paese dalla crisi economica in cui ristagna da anni, per rilanciare l'occupazione, per restituire una speranza e far uscire dalla depressione intere fasce di popolazione, quali interventi urgenti e non più rinviabili per eliminare i contratti precari.
Tutti sappiamo che la precarietà esiste da troppi anni, tutti siamo consapevoli che la responsabilità delle 46 forme di contratti precari è di tanti, anche del centrosinistra che spesso ha governato, affascinato dalle peggiori politiche liberiste. (Applausi della senatrice Bignami).Oggi è evidente a tutti che quelle ricette non hanno prodotto lavoro, né crescita. Non c'è nessun dato scientifico, semmai il contrario, dell'esistenza di un rapporto diretto tra licenziabilità e tasso di occupazione. Non basta annunciare che si eliminano i contratti precari: vogliamo sapere come e perché nella legge delega tutto questo non c'è e non raccontateci che state estendendo le tutele, perché per ora si parla di 1,5 miliardi e, se la matematica non è un'opinione, i numeri dicono che non basta a coprire neppure i costi delle attuali della CIG.
Nessuno può fare demagogia sulla pelle di chi il lavoro non ce l'ha o ha il terrore di perderlo. La precarietà colpisce la sicurezza e il senso della vita.
Le storie di precarietà e di disperazione sociale sono tante. Molti di noi conoscono Marta. Alcune di noi forse sono state Marta prima di essere qui, perché la maternità alle giovani precarie è negata da oltre quindici anni. Peccato e, allo stesso tempo, per fortuna che vi siete resi conto del disastro sociale che le vostre presunte riforme hanno prodotto in questi anni. Non basta dire per autoassolversi: «Noi non c'eravamo in Parlamento», perché, se non eravate qui a votare, eravate sicuramente in altri luoghi ad approvare le decisioni che ammazzavano il lavoro, quello stabile, quello sicuro. Ma quali sono le misure di questa delega a tutela del lavoro delle donne? Le lavoratrici madri? Perché non avete inserito la proposta delle dimissioni in bianco così come prevedeva il testo di legge approvato alla Camera?
Forse ancora una volta quella norma svela la vera novità e il vero regista. Noi vogliamo fatti, non chiacchiere, la verità dei fatti e non falsità. I dati ISTAT di questi giorni ci dicono che il tasso di disoccupazione nel nostro Paese si è stabilizzato. Sono oltre 710.000 i disoccupati tra i quindici e i ventiquattro anni, un'intera generazione che rischia di sentirsi ormai da tempo senza alcuna speranza. I dati sull'inflazione dimostrano che siamo entrati stabilmente in un regime di deflazione: il mercato interno è crollato ed è probabile che ci sia un ulteriore lieve decremento. Come avevamo previsto - ahinoi - anche l'effetto degli 80 euro, proprio a causa del meccanismo di finanziamento attraverso tagli alla spesa, non ha portato all'aumento del PIL, previsto dal Governo, dello 0,1 per cento ma, anzi, ha portato un saldo negativo. Appare evidente dai dati che l'austerità espansiva è un ossimoro. Sono necessari cambi radicali di paradigma.
La Francia ha annunciato l'allungamento dei tempi per rientrare nei parametri europei e del pareggio di bilancio, confermando esplicitamente le proprie critiche alle misure di austerità e rafforzando la battaglia promossa da tanti economisti insieme a tante forze della società civile, dei sindacati, sostenuta anche da noi di Sinistra Ecologia e Libertà, da molti parlamentari del partito democratico, dai promotori del referendum contro il fiscal compact per eliminare dalla Costituzione l'inserimento dell'obbligo del pareggio di bilancio. Il Presidente del Consiglio si è detto subito concorde, ma poi ha proseguito per la stessa strada.
Con buona pace del modello di austerità, servono strumenti urgenti per rilanciare l'economia, un'analisi dei mercati di riferimento, strumenti di innovazione tecnologica da utilizzare per migliorare i processi produttivi e la qualità dei prodotti. Serve una serie politica industriale - il nostro Paese non ce l'ha da troppo tempo - che preveda un sostegno pubblico, sul modello tedesco, volto al rilancio delle attività economiche. Servono da subito garanzie pubbliche per facilitare l'accesso al credito. Il deficit competitivo in cui si trovano le nostre imprese non deriva da eccessive tutele e diritti dei lavoratori ma spesso dalle poche idee dei manager, dalla scarsa qualità di prodotti e servizi, dalla mancanza di strategie e di scelte chiare e coerenti. Non dipende neanche dall'eccessivo costo del lavoro, rendendo inutili tutti i sacrifici di questi anni. I dati ISTAT ci dicono che non sono aumentati i posti di lavoro nei settori innovativi e persino le retribuzioni non sono aumentate in questi settori perché non si è investito sulla qualità e le capacità professionali.
Il direttore della Banca d'Italia, Visco, lo scorso 1° aprile, ha sostenuto che esiste una flessibilità sbagliata. Diceva: «Abbiamo osservato una flessibilità non utile, utilizzata da imprese che non hanno innovato (...). Per lungo tempo hanno rinviato riducendo il costo del lavoro sfruttando la flessibilità». Ha sottolineato inoltre che nel mercato globale di oggi l'unico modo per rilanciare le aziende europee è innovando, investendo sull'innovazione tecnologica e sulla qualità dei prodotti. L'idea di ridurre garanzie e diritti è solo un alibi che ritarda o annulla la possibilità del rilancio.
È esattamente quello che sta avvenendo attraverso quest'altra idea geniale di inserire il TFR in busta paga: si raschia il fondo del barile prendendo oggi quello che avevamo programmato per la nostra vecchiaia. Gli italiani, si sa, hanno una tendenza storica al risparmio e alla patrimonializzazione e questo ha contributo in questi anni al limitare gli effetti pesanti della crisi. Renzi oggi propone di non pensare troppo al futuro, di concentrarsi sul presente e di dare un po' per volta ogni mese in busta paga una parte dei fondi che - è bene ricordare a tutti - sono già fondi dei lavoratori. Non stiamo parlando di alcun aumento salariale. Siamo dinanzi alla monetizzazazione del lavoro. Vorremo allora sommessamente ricordare che, in tempi di legge Fornero, si va in pensione molto in ritardo e con pensioni molto ridotte e il TFR viene utilizzato spesso per sopravvivere, sempre che non ne siano state chieste anticipazioni per far fronte alla crisi. (Applausi dai Gruppi Misto-SEL e Misto-MovX e del senatore Campanella). Siamo sicuri che tutti i lavoratori saranno consapevoli di quel che vuol dire aver il TFR in busta paga? Una somma complessiva può essere investita e protetta, una somma data tutti i mesi si disperde più facilmente, per non parlare - e nemmeno questo lo raccontate - dei diversi sistemi di tassazione cui sono sottoposte le retribuzioni normali e il TFR.
Questa proposta rende evidente due aspetti: il Governo non crede affatto nel rilancio dell'economia, alla ripresa della produzione, all'espansione verso nuovi mercati e al rilancio dell'occupazione e si attrezza invece per garantire dei contentini compensativi a costo zero attraverso un salario integrativo prelevato dal TFR. Il progetto economico che il Governo ha in mente per il Paese è quello di tentare di rendere competitive le aziende diminuendo i salari reali. Si dà per scontato che non vi sia modo di far ripartire l'economia se non abbassando salari e condizioni di lavoro.
Visti i livelli di salario e le garanzie del resto del mondo questa spirale negativa, non solo è pericolosissima, ma rischia di non aver fine.
Soprattutto, ancora una volta non siamo dinanzi a nessuna ricetta innovativa ma si ripropone un sistema ottocentesco. Nessun conservatorismo, ma direi una restaurazione pura. Per non parlare del fatto che per tante aziende il TFR è il principale strumento di autofinanziamento. In un momento in cui l'accesso al credito è difficilissimo forse dovremmo riflettere anche su questo.
Ma se allora questo è il quadro, se non è con la riduzione delle tutele e dei diritti che si rilancia l'economia e si crea occupazione, perché questo accanimento sull'articolo 18? È stata citata in questa Aula tante volte la Germania, a torto o a ragione, come modello: lì l'articolo 18 è previsto con il reintegro e affiancato da un welfare ben diverso dal nostro. Abbiamo letto tutti lo studio comparativo pubblicato in questi giorni, in cui si è scoperto, dopo anni di demagogia sull'eccezionalità italiana, che in altri Paesi le tutele sono più estese di quanto raccontavano gli ideologi della precarizzazione da noi chiamata flessibilità. I Paesi che prevedono, nel caso di un licenziamento senza giusta causa, un indennizzo al lavoratore al posto del reintegro sono un'assoluta minoranza in Europa, e anche nei modelli cosiddetti della flexsecurity, cara al nostro Presidente del Consiglio, come Olanda, Danimarca, Svezia e Norvegia, si prevede il reintegro ed il sostegno del lavoratore nel momento in cui fa ricorso contro il licenziamento illegittimo. In molti casi si prevede che il lavoratore continui a lavorare in attesa della decisione del giudice. Tutto questo si aggiunge ad una forte rete aggiuntiva di protezione in caso di disoccupazione, dimostrando quanto l'articolo 18 non sia una tutela eccessiva giustificata solo dall'assenza di altre tutele; nei Paesi del Nord Europa ci sono esattamente entrambe, e qui che fino ad oggi avevamo solo la prima, ora rischiamo di perdere anche quella, in nome di un principio paritario al ribasso.
II lavoro non è solo merce, come voi l'avete pensato finora: il lavoro è libertà e non serve solo per vivere e sopravvivere, ma per essere liberi. Il nesso tra lavoro e libertà è importantissimo e questo è ciò che state colpendo, perché mettete al centro della vostra azione l'impresa, rivendicandone la centralità. La libertà nel lavoro vuol dire che non sei accompagnato dalla paura e non sei ricattato nella pratica quotidiana.
Inutile dire che questa battaglia, come le altre create ad arte in questi lunghi mille giorni, corrisponde a un riflesso populista che il nostro Premier mette in atto quando si trova in difficoltà: individua a tavolino dei nemici, ingaggia con loro battaglie di principio per polarizzare l'opinione pubblica, dividere coloro che si schierano con lui, l'innovatore che battaglia contro i conservatori rappresentati dai sindacati, dalla sinistra, da una parte del suo partito, dagli economisti, dal mondo accademico, da chi legge i dati di macroeconomia, distogliendo l'attenzione dai numeri sballati del suo DEF, dai dati sempre più drammatici della disoccupazione e del PIL.
Ma gli italiani non ci cascano più. L'Italia non si può più permettere di perdere tempo dietro ad un populismo improduttivo e dietro finte riforme come quella del Senato (che sono solo di facciata, che mantengono quasi tutti i costi e sottraggono solo spazio alla democrazia), senza avere il coraggio di aggredire i veri gangli di questo Paese, di mostrare come uscire dalla crisi e di fornire alle aziende strumenti concreti alle aziende.
In questa riforma non abbiamo mai sentito parlare di sicurezza sui luoghi di lavoro. I tagli e le modifiche che in questi anni sono stati fatti al famoso decreto legislativo n. 626 del 1994 sono stati tremendi. Oggi sui posti di lavoro ci sono milioni di incidenti e circa mille morti l'anno. Vogliamo allora essere competitivi sulla qualità e sulla sicurezza o vogliamo essere competitivi sul togliere le tutele e i diritti?
Ma se l'effetto per il presente e per il futuro è inesistente non dobbiamo sottovalutare gli effetti culturali profondi che tutto questo comporta: individuare la responsabilità della crisi profonda del Paese nei sindacati, fare del sindacato il capro espiatorio, ridurne il ruolo e il potere contrattuale. Insomma, ciò vuol dire semplicemente lasciare libero il manovratore: oggi tocca ai sindacati, ieri è stata la volta dei partiti e ora stiamo procedendo con le istituzioni.
La discussione dovrebbe vertere invece su ciò che dobbiamo fare di concreto. Questa estate abbiamo letto tutti le ricerche che mostrano come l'impoverimento della classe media sia ormai un dato strutturale del nostro modello economico e non sia un elemento soltanto riferito alla crisi economica. Sono allora indispensabili interventi redistributivi concreti. In gioco c'è il crollo del modello sociale europeo e di tutti i servizi di base come noi li abbiamo conosciuti sinora. I tagli sono ormai insopportabili, arrivati al limite, tanto da mettere in crisi l'erogazione stessa dei servizi, ben oltre la qualità degli stessi. Cominciamo allora a parlare di introdurre una tassazione progressiva sui grandi capitali e sui grandi patrimoni, coordinata magari con gli altri Paesi dell'Unione europea. Anche di questo non ne sentiamo parlare.
Il partito laburista britannico, a cui spesso ci riferiamo, ha messo al centro delle sue proposte per la campagna elettorale del maggio 2015 la mansion tax, ovvero una tassa aggiuntiva straordinaria sugli immobili di lusso, con valori superiori a due milioni e mezzo di euro, per finanziare una riduzione di tasse per i redditi più bassi. E ancora: altre forze progressiste moderate in tutta Europa stanno elaborando proposte in quella direzione: detassare il lavoro, promuovere gli investimenti pubblici attraverso una tassazione progressiva dei capitali e della proprietà, tasse di successione fortemente progressive che continuino in ogni modo a esentare i piccoli patrimoni. Queste sono forze progressiste: è il minimo che una forza politica di sinistra potrebbe fare. Si liberano così risorse indispensabili per fare gli investimenti necessari per rilanciare la nostra economia.
Dobbiamo evitare la polarizzazione della ricchezza, dagli imprenditori, ai lavoratori, ai giovani che vogliono aprire una start-up. Oggi come oggi appare irresponsabile un imprenditore che continua a svolgere la sua attività a rischio, mentre potrebbe tranquillamente liquidare tutto e vivere di rendita. Tutelare il lavoro, investire nell'istruzione e la formazione, così come sancito dalla Costituzione, diventa allora una priorità.
Vi abbiamo inoltre sentito parlare troppe volte di merito. Anche qui ci vogliamo chiedere che cosa vuol dire questo merito, perché in questa fase di crisi economica e di tagli non vorremmo diventasse un alibi per qualche docente universitario o per qualche professionista, per privilegiare il figlio dell'amico di famiglia che già si conosce ed è tanto bravo, lasciando fuori i migliori e azzerando con il clientelismo e i favoritismi un'intera generazione di giovani. Una riforma del mercato del lavoro che non parte dai criteri oggettivi e trasparenti su come si entra nel mercato del lavoro è inutile. È evidente che gli interessi della classe media dei lavoratori sono gli stessi dei piccoli imprenditori e dei tanti giovani che sognano di mettere a frutto le proprio idee con un start-up senza avere il dovere di emigrare. La sburocratizzazione, garanzie pubbliche per accedere al credito per privati e piccole imprese: serve un vero e proprio piano per la piccola impresa e le start-up che riduca drasticamente il costo di ingresso, che semplifichi gli adempimenti, che permetta di ricevere consulenze giuridiche e fiscali gratuitamente dal pubblico. Anche qui la Germania può essere presa ad esempio: un'agenzia nazionale di sostegno alle attività economiche che aiuti le imprese di qualunque dimensione a crescere, ad aggredire i mercati di riferimento, a coordinare le proprie attività di promozione. Da questo punto di vista è interesse stesso delle aziende stabilizzare la forza lavoro ed avere un welfare esteso di tipo nordico che permetta ai propri lavoratori di vivere con maggiore tranquillità.
Per fare tutto ciò basterebbe partire dalla prossima legge di stabilità e fare quelle scelte di campo, di cui spesso ascoltiamo con grande enfasi gli slogan: servono grossi investimenti sui settori che possono fungere da traino per il Paese. Quindi serve investire in cultura, in energia, in tecnologia, in turismo sostenibile e in restauro in senso energetico del nostro patrimonio immobiliare. In alternativa, la stagnazione proseguirà, con il suo carico di inanità e depressione sociale.
Bisogna avere allora il coraggio di non illudere, né di cercare scorciatoie, tantomeno di prendere tempo in attesa di una ripresa, che ovviamente tarderà ad arrivare, se continuiamo in questo modo. In questi mesi, a proposito di grandi e nuove risorse da trovare, non abbiamo mai sentito l'espressione «battaglia dura contro gli evasori fiscali» neppure negli slogan del Presidente del Consiglio, e questo è un problema grande per un Governo che dice di dover cambiare verso. (Applausi dal Gruppo Misto-SEL e della senatrice Bignami).
In conclusione, nel chiedere l'autorizzazione a lasciare agli atti un'integrazione del mio intervento, desidero ricordare che questo provvedimento non riguarda solo la riforma del mercato del lavoro, ma la credibilità di un Governo che sembra impiegare ormai mesi preziosi in battaglie di facciata che finora non hanno cambiato nulla (Applausi dai Gruppi Misto-SEL, Misto-MovX e Misto-ILC), ma hanno dato solo l'impressione ai cittadini che qualcosa si stia facendo, nella speranza di intercettare la ripresa economica. Questo, però - ahinoi - riguarda anche la credibilità del Paese tutto. (Applausi dal Gruppi Misto-SEL e Misto-MovX).
PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza a consegnare l'integrazione del suo intervento perché sia pubblicata nel Resoconto.
È iscritta a parlare la senatrice Comaroli. Ne ha facoltà.
COMAROLI (LN-Aut). Signor Presidente, oggi vediamo che il presidente del Consiglio Renzi ed il ministro Poletti hanno in mano il mondo del lavoro, che però è caratterizzato da una particolarità: il lavoro c'è quando le aziende vendono i loro prodotti, perché vendendo riescono ad assumere persone. Nei momenti di crisi come quella che stiamo vivendo, cosa succede? Le aziende non riescono più a vendere i loro prodotti: in tal caso, un Governo lungimirante dovrebbe andare ad abbassare il costo del lavoro, affinché i lavoratori riescano comunque ad avere un posto di lavoro e ad arrivare così a fine mese. Qui invece è successo che il Governo abbia presentato il provvedimento oggi in esame, il jobs act, ritenendo, con questo sistema, che arriveranno frotte di investitori stranieri a risolvere il problema del lavoro, in modo che tutti noi lo avremo e che tanti disoccupati finalmente riusciranno ad avere l'onorato stipendio. Il problema, invece, non è un altro? Il problema dell'articolo 18 non è l'articolo 18: nel nostro Paese, il problema sono le tasse, che per le aziende sono troppo alte, portandole a non essere concorrenziali con tutto il resto d'Europa e soprattutto con i Paesi extraeuropei (Applausi dal Gruppo LN-Aut); il problema sono il cuneo fiscale del lavoro e la mala giustizia. Gli investitori esteri e molte aziende non vengono qua in Italia ad investire per il problema costituito dalla giustizia: se devono vantare diritti, non hanno la certezza che vengano loro riconosciuti. Pensiamo solo al problema che hanno molte aziende nel recuperare i propri crediti: passano anni prima che venga loro riconosciuto il diritto ad avere il prezzo di quanto hanno venduto.
Un altro problema che, a nostro modo di vedere, è fondamentale - e che non costerebbe nulla risolvere - è la burocrazia. Ministro, mi spieghi come mai per aprire un'azienda qua in Italia passano mesi, se non anni. Magari vi sono bravi imprenditori che vorrebbero investire, aprendo un'azienda in un settore in cui potrebbero riuscire a far lavorare delle persone, ma incontrano tutta una serie di intoppi, a partire dalle varie autorizzazioni e conferenze di servizi, da tutti quelli che fanno ricorso, eccetera. Si verificano così casi come quello famoso dell'Ikea, che voleva aprire un'azienda in Centro Italia ed ha atteso sette anni prima di avere l'autorizzazione, una cosa da mandare fuori di testa. Questo Paese è fatto così e sembra che non si riesca proprio a risolvere il problema. Nella vicina Svizzera e nella vicina Austria in ventuno giorni un'azienda riesce ad aprire e a partire subito. Qui no: non si capisce come mai qui - invece - non si riesca a fare.
Signor Ministro, l'articolo 18 non è il vero problema per far ripartire il lavoro in Italia. Lo abbiamo visto con le piccole imprese. Le piccole imprese sotto i 15 dipendenti non hanno l'articolo 18, eppure guardiamo la miriade e le migliaia di piccole aziende che hanno chiuso. (Applausi dal Gruppo Misto-MovX e della senatrice Bulgarelli). Questo è un dato fondamentale. Bisogna cercare di capire quali sono le vere motivazioni per cui qua, in Italia, non si riesce a trovare lavoro; mentre altri Paesi stanno ripartendo, l'Italia no, è ferma al palo.
Passiamo ad un'altra considerazione, signor Ministro. Oggi siamo qui a discutere. Non voglio entrare nel merito del discorso che hanno già accennato i miei colleghi, riguardante il fatto che non sappiamo come sarà il provvedimento visto che non abbiamo ancora visto il testo su cui porrete la fiducia. Però, signor Ministro, un minimo di considerazione. Ripeto: un minimo di considerazione. È il Parlamento che vi dà la delega: almeno ascoltateci e teneteci in considerazione. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Bignami). Oppure, Ministro, l'Aula del Senato è già abolita e non contiamo proprio più nulla? Non contiamo più nulla? (Applausi dai Gruppi LN-Aut e Misto-MovX e della senatrice Bulgarelli).
Non contiamo nulla perché c'è da fare in fretta; bisogna fare in fretta! Domani c'è la riunione dei burocrati europei sul lavoro e bisogna andare là con il pacchetto. Mi permetta, con il manifesto. Il manifesto con scritto: avete visto? Qua abbiamo fatto il jobs act e risolverà tutti i problemi. Però, di contenuti in questo jobs act non c'è nulla.
La mia impressione è che il Presidente del Consiglio faccia un po' come Alberto Sordi nel film: «Il marchese del Grillo». Vi ricordate la frase in cui il marchese dice: io sono io e voi siete nessuno? Ecco, Ministro, noi siamo così (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Bignami); stiamo vivendo questa situazione dove c'è Renzi che fa, fa e fa quello che vuole e noi siamo nessuno. Ripeto: siamo nessuno. Questo è avvilente perché, comunque, noi siamo stati eletti e abbiamo il dovere verso quelle persone che ci hanno eletto di far sentire le loro ragioni; non che ci sia il Primo Ministro a fare solo quello che vuole lui nella sua visione! (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Bignami).Perché è semplicemente questo. Lui ha una visione tale per cui molte volte mi viene da dire: ma si rende conto di quella che è la realtà delle aziende, la realtà dei lavoratori, dei cittadini?
Presidente, mi consenta un'altra considerazione. (Commenti dal Gruppo M5S)... Sì, l'espressione «mi consenta» è brutta.
PRESIDENTE. Non è neanche vietata, però.
COMAROLI (LN-Aut). Non riusciamo a comprendere come mai il Governo abbia deciso di utilizzare lo strumento del disegno di legge. Se il problema lavoro è un problema urgente, perché non ha utilizzato il decreto-legge? Tra l'altro, sarebbe stata forse l'unica volta in cui non ci sarebbero stati problemi di costituzionalità. Il provvedimento è urgente: decreto-legge urgente, perché il problema del lavoro è urgente. No, il Governo ha voluto far vedere che è magnanimo: ricorro al disegno di legge, così lo sottopongo al Parlamento; voglio avere il vostro parere. Invece no: avete fatto, ancora, quello che volete.
Lo stesso «Financial Times» bacchetta Renzi perché definisce il jobs act come una serie di proposte vaghe e di intenzioni generiche: linee guida prive di una chiara intenzione di arrivare ad una singola e più universale forma di contratto di lavoro. È il «Financial Times» che lo dice.
Vi è poi un'altra considerazione: a questo disegno di legge seguiranno i decreti legislativi di attuazione. Ma tutti noi possiamo constatare e abbiamo prova della difficoltà di emanare i decreti legislativi. Quanti ne mancano ancora dei decreti legislativi di tutti i precedenti provvedimenti, che ancora non sono stati emanati! E pensiamo davvero che, visti tutti gli arretrati, questi si emaneranno? Lo spero, però la preoccupazione è forte e i dubbi lo sono molto di più.
Dal punto di vista economico, il provvedimento mi ha lasciato perplessa per due questioni. La prima, concerne quella parola strana che avete inserito nel testo, laddove prevede l'«armonizzazione del regime delle detrazioni per il coniuge a carico». Cosa succederà con l'armonizzazione?
Se verrà tolta la detrazione per il coniuge a carico, ai lavoratori che hanno un reddito compreso fra gli 8.000 e i 20.000 euro verranno tolti circa 1.000 euro in un anno e ai redditi tra 20.000 e i 25.000 euro verranno tolti circa 700 euro in un anno. Cifre - mi consenta, Ministro - che mi ricordano vagamente gli 80 euro, di cui Renzi si è riempito la bocca, dicendo: «Avete visto? Vi do i soldi! Lavoratori, io sono l'unico che vi ha dato i soldi!».
Adesso, con questa bella parola - armonizzazione - tac: i soldi verranno prelevati dal reddito. È facile allora dire che gli 80 euro diventeranno strutturali: per forza, te li do da una parte però te li tolgo dall'altra! (Applausi dal Gruppo M5S e della senatrice Bignami).Che cosa è cambiato per il lavoratore, oltre al fatto che deve pagare più tasse locali, perché questo Governo continua a tagliare fondi ai Comuni e alle Regioni?
La seconda questione concerne l'Agenzia nazionale per l'impiego. Ancora accentriamo! Di questa Agenzia nazionale farà parte lo Stato, le Regioni e le Province autonome, essa verrà vigilata dal Ministero e vi sarà il coinvolgimento delle parti sociali. Ma per mettere d'accordo tutti questi attori passeranno mesi prima che ne derivi qualcosa di proficuo per il mercato del lavoro!
Un'ultima considerazione e concludo: jobs act. Un titolo inglese per far sembrare questo provvedimento importante, per farlo sembrare risolutore. È in inglese e la gente non capisce. Però, a noi sembra solo che la montagna abbia partorito il topolino! (Applausi dai Gruppi LN-Aut, M5S e Misto-MovX e del senatore Campanella).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Consiglio. Ne ha facoltà.
CONSIGLIO (LN-Aut). Signor Presidente, tutti i colleghi intervenuti fino adesso hanno evidenziato che non c'è un testo su cui lavorare, come se non ci fosse alcun morto su cui piangere. In apertura di intervento, vorrei riprendere quanto ha detto la settimana scorsa dal senatore Divina, il mio maestro: che i nostri vecchi sostenevano che se si comincia ad abbottonare una camicia sbagliando la sequenza della prima asola, allora tutta la camicia risulterà abbottonata male.
Ebbene, i nostri vecchi sono saggi, anche perché il presidente Renzi di bottoni ed asole maldestramente accoppiati se ne intende e mica per ridere!
Ne deriva, signor Presidente, che il mio collega aveva ragione; se si sbaglia un'asola, si perde tutto il disegno. Se si parte con il piede sbagliato, si sbaglia il senso o l'approccio anche di una legge. È saggezza popolare e, al riguardo, do un consiglio un po' a tutti, anche se forse un consiglio è un po' troppo, darei piuttosto un suggerimento, che è molto meno di un consiglio. Suggerisco di andare a rivedere un bellissimo video di Gilberto Govi, comico genovese, che interpreta a meraviglia quello che il senatore Divina ha esplicitato nel suo intervento la settimana scorsa.
Signor Presidente, non c'è nessun politico, non c'è nessuno degli ultimi due o tre Governi che non si sia cimentato nelle riforme per far ripartire l'economia di questo Paese; nessuno di loro ha mai pensato di non fare qualcosa per la crescita e per il rilancio del sistema industriale. Nessuno di loro si è mai sognato di non mettere mano all'idea di diminuire le tasse, di agire sul sistema bancario, di occuparsi di giustizia, di politica energetica e di scuole. Ecco, a proposito, complimenti: negli ultimi sette o otto mesi abbiamo ristrutturato tutte le scuole. Ora sono tutte belle, in ordine e sicure.
Tutti con le loro formule, i loro studi e stratagemmi, forse qualcuno anche con qualche sogno. Poi però ci si scontra con la realtà, l'incapacità di leggere da che parte sta andando il mondo, le difficoltà dell'Europa, questa benedetta o maledetta moneta unica, il pensiero unico e l'immigrazione. Forse non abbiamo ancora capito dove stiamo andando a finire con l'immigrazione: le sue problematiche e gli equilibri interni ed esterni a questo benedetto Paese, nonostante abbiamo una delle cariche più importanti che si potesse occupare in Europa. E allora ci si straccia le vesti cercando di capire a quale modello rapportarsi: quello tedesco, quello americano o, ancora e forse è meglio, a quale non rapportarsi e non prendere come esempio (la Spagna, la Grecia e altri Paesi africani, probabilmente).
Il presidente Renzi stamattina ha dichiarato che in questo Paese serve un clima di fiducia. Mi sono chiesto se si prendeva un po' in giro: quante sono ormai le fiducie che ha posto in quest'Aula? Non le ricordo nemmeno più. Fiducia; come se ne può avere se la questione di fiducia viene messa su una legge delega e se si ricevono i sindacati, Confindustria e altra gente qualche minuto prima di porla? Se non ho capito male, domani a Milano inizierà la Conferenza sull'economia, mentre noi saremo forse ancora a votare questa fiducia. Non è stato ancora possibile commentare questo maxiemendamento perché il testo non è ancora di nostra conoscenza, ma, a quanto pare, non è neanche di vostra conoscenza. (Applausi dei senatori Divina e Bignami).
Il senatore Latorre ha dichiarato che è auspicabile che non si faccia ricorso alla fiducia, ma se in Parlamento si produrrà un atteggiamento ostruzionistico, allora la fiducia diventerà uno strumento di legittima difesa. Ora ho capito perché è diventato Presidente proprio della Commissione difesa. Ma quale ostruzionismo? Bastavano probabilmente quarantott'ore e tre giorni di Aula, per completare il lavoro.
Il ministro Padoan ha dichiarato che c'è un fallimento delle politiche di bilancio troppo stringenti. Questo si riflette nella mancata crescita, e ne spiega anche le ragioni: le stime di crescita sono state eccessivamente ottimistiche, la crescita si è dovuta spostare più in là nel tempo e alcune cause non sono state ancora ben comprese. Non so chi ha fatto queste stime; forse qualcun altro. Aveva ragione il senatore Uras: a fine anno si fanno sempre delle stime molto positive.
Nel Documento di economia e finanza infatti tutte le stime sono riviste al ribasso. Il PIL, previsto in crescita dello 0,8 per cento, è stato valutato tra il -0,2 e il -0,3. Il rapporto deficit-PIL si dovrebbe collocare al 2,9 per cento contro il 2,6 per cento e questo 2,9 per cento, leggermente sotto al 3 per cento, fa un po' drizzare le antenne, perché sembra palesemente taroccato per l'occasione.
Si è parlato anche del TFR in busta paga. Esso equivale al reddito annuo diviso 13,5, cioè all'incirca a uno stipendio. Si è parlato di anticipare il 50 per cento del TFR maturato per almeno un anno e poi magari di estendere tale misura a tre anni, che guarda caso corrispondono circa ai 1.000 giorni. Le imprese non sono per nulla entusiaste di questo, perché dovrebbero sborsare da subito quel denaro. Nelle aziende con meno di 50 dipendenti, il TFR di cui secondo la riforma del 2006 il lavoratore ha scelto di non avvalersi resta in azienda, e le stesse aziende utilizzano questa cifra per finanziarsi. Si tratta di un accumulo di circa 24 miliardi annui, di cui il 40 per cento matura nelle piccole e medie imprese. Con l'ipotesi di mettere in busta paga metà della liquidazione si avrebbe un buco di circa 5 miliardi nelle casse già vuote di queste imprese; ne deriva che non si possono chiamare le aziende a indebitarsi per sostenere i consumi dei propri dipendenti, in particolare in un periodo in cui il credito delle banche è sempre più difficile da ottenere. Chiaramente un po' di soldi fanno comodo al lavoratore, ma con gli stessi lavoratori bisogna essere estremamente franchi: quei soldi al momento del pensionamento non ci saranno più. Si spenderà oggi la ricchezza che dovrebbe garantire un ritiro dal lavoro più sereno, direi più protetto, sicuramente più certo. Nei primi otto mesi del 2014 crolla il gettito derivante dalle piccole e medie imprese: -3,5 miliardi da IRES e meno un miliardo da IRPEF, caro signor Presidente.
Presidente Renzi, siamo nel semestre europeo e nessuno se ne era accorto. (Applausi dai Gruppi LN-Aut e Misto-MovX). La ribalta dell'Europa veniva considerata uno dei momenti fondamentali della sua amministrazione, un termometro politico che non ha avuto nemmeno una linea di febbre, un battito, nemmeno un sussulto. Invece, questo sta diventando il semestre francese, perché il Presidente di quel Paese ha ribadito che la sua legge di bilancio prevederà un rapporto deficit-PIL al 4,4 per cento, per arrivare al 2,8 per cento solo nel 2017. Pertanto la Francia si prenderà tre anni netti per portare il rapporto tra l'ammontare delle spese statali non coperte da entrate e il prodotto interno lordo sotto la quota del 3 per cento prevista dai Trattati dell'Unione europea. Trattati mai così apertamente sconfessati da un Paese importante come la Francia, che ha apertamente dichiarato che nessun ulteriore sforzo sarà richiesto alla Francia, perché il Governo si prende la responsabilità di bilancio per rimettere sulla giusta strada il Paese.
A questo Presidente che non mi sta particolarmente simpatico io direi una medaglia al coraggio, cosa che il nostro Presidente (per il quale più o meno nutro la stessa simpatia) non è stato in grado di fare né mai farà. La Francia però ci ha abituato a questo tipo di atteggiamenti anche quando ha tentato di adattare i propri interessi nazionali alle regole dell'Unione europea, nel momento in cui la concorrenza continentale danneggiava gli interessi delle proprie imprese. Questo sui parametri, signor Presidente, è uno strappo molto grave che potrebbe mettere a rischio l'architettura ormai logora dell'Europa e dell'euro. Chapeau, François.
Sarà molto interessante vedere come andrà a finire l'incontro tra Hollande, Renzi e la Merkel. È il primo incontro dopo la sfida della Francia sui conti da rispettare e Renzi, da buon democristiano, ha affermato che la Francia ha ragione e alla Merkel ha detto che noi rispetteremo i conti. C'è qualcosina che non mi quadra.
Cerchiamo allora di riassumere: domani la fiducia, stamattina incontro con i sindacati, Confindustria e le banche; in separata sede, c'è stata una riunione da parte di tutta l'ala critica del PD a questo provvedimento per vedere che cosa fare. Poi magari, domani, durante la fiducia, arriverà qualche aereo in ritardo, non essendo sempre puntuali, e qualcuno sarà ammalato. Allora, caro il mio Renzi, non so se lei potrà andare avanti così, con un maxiemendamento che alla sinistra della sinistra non può certo andar bene, ma forse si è fatto un grande rumore per nulla. È una cosa seria andare avanti così? Non credo. Una manciata di senatori non votano la fiducia e il Governo cade. (Applausi della senatrice Bignami).
Come dicevo, tanto rumore per nulla: tutto verrà demandato ai decreti attuativi. E stamattina - sarà il caso di ricordarlo a tutti, anche se l'hanno già fatto altri colleghi - per quattro volte è mancato il numero legale in quest'Aula. Aria grama, Presidente. Ma io ci vedo anche del tatticismo: qui non era pronto un bel tubo del maxiemendamento. Vi siete presi tempo, non ci avete fatto parlare e ci avete fatto buttare via mezza giornata. Si parla poi di lavoro e a Bergamo dicono: «I gà mia tata oïa fan». Andiamo avanti così che andiamo bene.
Nessuna paura, presidente Renzi: né lei né il suo Governo cadrà, o quantomeno non cadrà ora. La lasceranno andare avanti finché non sarà pronta una legge elettorale che vada bene tanto a lei quanto a chi è pronto a stampellarla in caso di bisogno. Bene ha detto il senatore Uras: stiamo aspettando un'OPA sul PD da parte di Berlusconi. A volte si fa prima a comprare un partito che a costruirne un altro.
Signor Presidente, l'articolo 18 e le modifiche che ad esso si intendono apportare valgono anche per tutti quegli elettori delle primarie che non si sono presentati alle urne nella Regione più rossa, la più organizzata e la più disciplinata? Per loro, signor Presidente, è previsto un reintegro? Vedremo se ci sarà la possibilità di presentare qualche emendamento, ma pare proprio di no, e tanto meno di vederlo approvato. Vedremo se qualcuno su questa domanda che le pongo presenterà almeno un emendamento o un ordine del giorno.
Presidente, per quanto riguarda la rivolta degli ombrelli a Hong Kong, è chiaro che non è lo stesso caso dell'Ucraina, ma comunque ci assomiglia molto. Se il Governo cinese dovesse mandare l'esercito a ristabilire la calma e a sedare la protesta, come Europa ci spingeremo ad adottare le stesse iniziative prese contro la Russia e, quindi, l'embargo? Sa, Presidente, con la Russia sono centinaia di milioni di euro i danni. Un embargo sulla Cina ci farebbe estremamente comodo, molto comodo. Altro che le modifiche all'articolo 18 e TFR in busta paga per rilanciare l'economia! Si andrebbe a fare quei dazi di cui la Lega parla da venticinque anni.
Diceva bene Celentano: «Chi non lavora non fa l'amore». È per questo che il nostro Paese ha una crescita demografica pari allo zero. (Applausi dai Gruppi LN-Aut eM5S e dei senatori Campanella e Mussini).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Campanella. Ne ha facoltà.
CAMPANELLA (Misto-ILC). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori del Governo, lasciatemi dire che l'annuncio della fiducia su questo disegno di legge, con la conseguente discussione generale su un testo che appare già superato, mi pare che segni un livello di disprezzo per il Parlamento mai raggiunto da un Capo del Governo, se non dal dottor Berlusconi. Ora, la contingenza politica in cui ci stiamo trovando mi pare molto simile alle fasi finali di una corrida, a quel momento in cui il toro, dopo essere stato ferito più volte per fiaccarlo, alla fine stanco e confuso viene ucciso (anche se è il caso di ricordare che a volte è il toro che ha la meglio).
Il jobs act si propone come il colpo di grazia allo Statuto dei lavoratori, la legge n. 300 del 1970; una legge che non è stata regalata da nessuno, è nata dopo anni di lotte dei lavoratori organizzati per dare una griglia di diritti ai dipendenti, e con quelli la dignità del lavoro, tanta dignità da poter guardare in faccia il padrone della fabbrica, o del call center, o dell'ipermercato oggi, e difendersi insieme dalla situazione di svantaggio in cui li pone il bisogno di lavorare alle dipendenze di altri per vivere.
Le garanzie conquistate dai lavoratori sono attaccate da sempre, fin da quando sono state ottenute, e negli ultimi anni, nella tensione verso le famose riforme strutturali, anelate dai tempi del liberismo, sono state amputate di pezzi importanti: il pacchetto Treu ha definito nuove fattispecie precarie di lavoro; la legge Biagi ha fatto esplodere le forme della precarietà, quella che gli imprenditori chiamano flessibilità (con quella legge si trovarono più di 40 posizioni e misure diverse di flessibilità del lavoratore); poi la legge Fornero che ha ancora incrementato la flessibilità, e ha già avvizzito l'articolo 18, mettendolo in condizione di non nuocere troppo, con la drastica riduzione delle fattispecie che danno luogo al reintegro del posto di lavoro e consentendo al datore di lavoro, che falsamente - e, ripeto, falsamente - motiva con ragioni economiche il licenziamento di un dipendente, di liberarsene, di liberarsi del lavoratore cacciato con motivazioni false: basta pagare. Questo, attenzione, là dove il lavoratore, ingiustamente licenziato, trovi il coraggio e il denaro per cercare di difendere il proprio diritto, che ormai è annichilito più che affievolito.
Ma questa riforma, oltre al superamento dell'articolo 18, di cui si è tanto parlato, con l'eliminazione dell'istituto del lavoro a tempo indeterminato come lo abbiamo conosciuto noi, noi della nostra generazione, e la sua sostituzione con il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti - scusate, crescenti a partire da dove? - prevede anche la possibilità di demansionare i lavoratori e di controllarli a distanza, come nel film «Tempi moderni», lo ricordate?
Allora, io mi rivolgo agli ultimi colleghi e colleghe del Partito Democratico (altri colleghi della maggioranza sono in piena coerenza con se stessi e con la politica che hanno sempre perseguito): scusate, state pensando di smontare il sistema di garanzie per il lavoro, così invece di pochi posti di lavoro garantiti, il mercato benevolo offrirà tanti più posti di lavoro moderni. Ma ci credete davvero?
Negli ultimi anni i posti di lavoro sono diventati sempre più precari, ma non sono aumentati, piuttosto sono diminuiti. Sono diminuiti per le delocalizzazioni, perché si è ridotta la produzione a causa della riduzione dei consumi interni, a loro volta diminuiti per la riduzione del reddito dei lavoratori; diminuiti perché si sono ridotti gli investimenti dall'estero verso il nostro Paese, ma non per le garanzie sul lavoro, quanto perché funziona male la giustizia, funziona male la pubblica amministrazione, la criminalità organizzata è presente e vitale e altrettanto lo è la corruzione.
Tuttavia, nonostante problemi tanto gravi e urgenti, il Governo fissa la sua attenzione sulle garanzie dei lavoratori dipendenti, togliendo ogni discriminazione tra lavoratori stabili e precari, trasformandoli tutti in lavoratori precari.
«Contratto a tutele crescenti», una sorta di ircocervo: un contratto che con il tempo diventa sempre più stabile, ma a cominciare da quale livello di garanzia e per arrivare a quale altro livello di garanzia? Non è dato saperlo, né si evince con chiarezza dal testo del disegno di legge delega: tra l'altro, si tratta di una delega talmente ampia, che necessita veramente di una grande fiducia da parte del Parlamento nei confronti del Governo, visto che in pratica è come dirgli: «Vai, fai, abbiamo fiducia in te». Le uniche cose che sappiamo le abbiamo apprese grazie alle chiacchiere televisive del Presidente del Consiglio.
A questo punto chiedo ai colleghi del Partito Democratico se ricordano «l'esercito industriale di riserva» - forse è un concetto troppo vecchio - i disoccupati. Non ho problemi a riconoscere che si possa cambiare idea, dopo tanto tempo e con tante esperienze, e che quindi anche gli ex marxisti non ricordino questo concetto, ma perlomeno spiegatelo alle persone. Quando infatti vedo qualcuno tra voi che si affatica a spiegarlo in televisione ai cittadini, lo vedo esercitarsi - più o meno felicemente - in una serie di suggestioni retoriche, senza dare tuttavia spiegazioni concrete. Si spiega che cosa si otterrà con il tipo di modifiche che si sta cercando di realizzare - le magnifiche sorti e progressive, avrebbe detto qualcuno un tempo - ma non come, né a che prezzo.
Tra l'altro, la cosa francamente sgradevole è contrapporre gli interessi dei precari - che lo stesso Partito Democratico nel tempo ha comunque contribuito a creare - agli interessi dei lavoratori a tempo indeterminato che, tra parentesi, per adesso con i propri stipendi integrano i redditi insufficienti dei figli, i cui posti di lavoro sono già stati «modernizzati». Chiedo ai colleghi del Partito Democratico che cosa stanno facendo: vi siete chiesti quanta parte della nuova ricchezza prodotta va oggi al lavoro e quanta, invece, alle rendite, alla speculazione, all'organizzazione manageriale? Vi siete chiesti in che direzione queste grandezze si siano spostate negli ultimi anni e di quanto?
I figli della classe media sono stati avviati ad una vita precaria, con un reddito peggiore di quello dei genitori, e in questo la crisi non c'entra: o è stata una variazione studiata a tavolino o i gruppi dirigenti che hanno guidato questo Paese lo hanno portato fuori strada, per dolo o per colpa. C'è da dire, però, che negli ultimi anni chi è stato vicino alla politica non ne è uscito danneggiato.
Sappiamo dalle agenzie che il Governo ha scelto di porre la questione di fiducia su quest'altro capolavoro. Ecco, oggi si pone un problema, non per noi, che già consideriamo questo Governo pericoloso perché lo riteniamo irresponsabile, ma per i colleghi della maggioranza, che condividono con noi la contrarietà al jobs act, ma che si sentono legati da un patto di lealtà con il proprio partito.
A questo punto pongo a me stesso una domanda: a chi deve andare la prima lealtà? Alle idee che ci hanno portato a fare politica o a un partito che sta tralignando e non ha più alcuna somiglianza con il suo progetto iniziale? La risposta, quale che sia, viene da dentro e comunque porta conseguenze politiche: vi prego, fate che siano quelle migliori per i nostri concittadini di oggi e per quelli che verranno. I diritti che adesso si intendono cassare non riapparirebbero gratis. (Applausi delle senatrici Bignami e De Petris).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Verducci. Ne ha facoltà.
VERDUCCI (PD). Signor Presidente, senatori, rappresentanti del Governo, l'urgenza che sentiamo è quella di un Paese che non può più aspettare, stremato da troppi anni di crisi, da insopportabili divari tra chi, la stragrande maggioranza della nostra società, ha perso terreno, benessere, possibilità di riuscita e i pochi che hanno potuto avanzare al riparo di rendite, di posizione e di speculazione. Ci sono diseguaglianze enormi - lo sappiamo - di reddito, ma anche di protezioni sociali e di opportunità.
Io non ho dubbi su quale debba essere la nostra parte, il nostro punto di vista. Deve essere innanzitutto quello degli esclusi, di chi non è messo nelle condizioni di far valere il proprio talento per sé e gli altri. C'era stato spiegato che avremmo vissuto una modernità liquida e invece questo è il tempo dei ghetti, dei muri invalicabili che impediscono di essere protagonista e di farsi valere a chi non ha dalla sua buona sorte, buona nascita e buona famiglia.
Nel nostro Paese, quello che è per antonomasia la terra della creatività, se hai una buona idea o un buon progetto ma non un capitale o un patrimonio non trovi quasi nessuno disposto a finanziartelo. Il nostro è il Paese in cui le imprese, soprattutto quelle piccole artigiane, legate alle comunità territoriali, sono tra le più tassate in Europa, mentre le tasse sulle rendite finanziarie sono tra le più basse. Bene ha fatto il Governo, con il decreto IRPEF dello scorso anno, a ridurre l'IRAP, un'imposta che colpisce soprattutto le imprese che vogliono crescere, e a farlo trovando copertura dal prelievo sulle transizioni finanziarie.
Il nodo è qui: scegliere con chi stare; porre con forza al centro dell'agenda politica la questione della nuova emarginazione e, dunque, il tema dell'inclusione per chi non ha un lavoro o lo ha in nero oppure è precario. Ci sono lavoratori che non vengono mai menzionati, come chi ha le partite IVA, che nascondono un lavoro subordinato senza alcuna tutela, come i docenti a contratto delle università, gli sfruttati dell'economia o dell'economia cognitiva.
C'è un costo insopportabile per la nostra democrazia che toglie credibilità alla politica e alle istituzioni. È la mole di energia vitali che sono sprecate, inutilizzate e impossibilitate ad esprimere le proprie potenzialità sul terreno costitutivo della cittadinanza, sul terreno del lavoro.
Oggi, nel nostro Paese e nella nostra Europa, in milioni vivono questa condizione, che è drammatica, di minorità e subalternità e che è anche una condizione di fallimento esistenziale, perché è intollerabile per chi è costretto chiudere un'azienda cui ha dedicato tutti gli anni della propria vita, così come è insostenibile perdere l'occupazione per chi ha cinquant'anni e non ha gli strumenti per ricominciare e rimettersi in gioco. È mortificante avere venticinque o trent'anni e vivere a intermittenza con contratti di collaborazione di pochi mesi in un circuito vizioso di precarietà e disoccupazione, che si alimentano a vicenda, senza voce, senza diritti, senza tutele e senza possibilità di maturare pensione. Ecco perché è venuta l'ora di cambiare. È ora che la politica stia da questa parte, dalla parte di chi il lavoro non ce l'ha o di chi ha un'occupazione precaria. È ora di ricostruire intorno a loro un sistema di welfare che sia universale, capace di innovazione e inclusione sociale, l'una e l'altra insieme, perché l'innovazione senza l'inclusione non va da nessuna parte e rischia di aggravare la crisi.
Abbiamo, del resto, ancora addosso il lascito di questi vent'anni di cosiddetta seconda Repubblica che sono stati fallimentari e che hanno bruciato enormi aspettative. L'imprinting decisivo fu quando venne adottata una legislazione sui contratti che introdusse tantissimi lavori atipici. Intorno a quei lavori non mettemmo un nuovo sistema di tutele universali, costringendo tantissimi lavoratori al rango di lavoratori poveri, senza rappresentanza sindacale né politica. Il peso della crisi in questi anni è stato scaraventato per intero sui lavoratori. Ricordo bene il 2008 quando il Governo della destra, appena reinsediato, cancellò, con un colpo di spugna, gli strumenti contro le dimissioni in bianco, lasciando una marea di lavoratori e, soprattutto, di lavoratrici alla mercé di una pratica vergognosa di stampo feudale. Qui sta l'urgenza di intervenire, di chiudere un ciclo e di mettere le basi per ripartire.
E tra gli indirizzi di questa legge delega, grazie soprattutto al lavoro del Gruppo del Partito Democratico, c'è una norma che impedisce le dimissioni in bianco. È una riconquista su cui ricostruire anche un patto per il lavoro e per la sua civiltà.
Questa è la discontinuità che il Governo Renzi deve poter dare ai tantissimi che il 25 maggio hanno chiesto cambiamento. C'era in quel voto una richiesta di protagonismo, di emancipazione, ma anche di protezione e di tutela.
C'è stato un tempo in cui si trovava un lavoro e lo si portava dietro per tutta la vita. Poi è arrivata la grande trasformazione della globalizzazione, della rivoluzione digitale, della divisione internazionale del mercato del lavoro. Quel modello è finito e ne è arrivato un altro: asimmetrico, segmentato e, soprattutto, contrassegnato da una precarietà strutturale.
Discontinuità è smettere di far finta che questo non sia avvenuto, e fare i conti con il fatto che questo nuovo modello ha provocato perdita di valore sociale del lavoro, di ruolo dei lavoratori e risentimento diffuso verso la politica. Discontinuità è bonificare, mettere in sicurezza, riscrivere questo modello, estendendo tutele e diritti, senza toglierne a chi non ne ha, arrivando a regime a una indennità universale per il reinserimento lavorativo ed educativo, che riformi nel loro complesso gli ammortizzatori sociali. Estendere la maternità, il diritto ai contributi figurativi, avere in Italia servizi per l'impiego specializzati.
Insomma, un sistema del lavoro funzionante, basato su qualità e merito. Questo indirizzo sta tra le tracce della delega. Adesso a noi e al Governo compete che questo emerga e diventi scossa che rimette in moto un meccanismo di equità e di competitività.
Qui, signor Ministro, c'è il tratto costituente di un Governo che su questo terreno, prima ancora che su quello delle riforme costituzionali, può riscrivere un patto repubblicano e di cittadinanza, dando basi solide e retroterra sociale alla terza Repubblica che vogliamo costruire. Qui sta l'occasione della delega, che è una grande opportunità per rafforzare e rinsaldare la fiducia di tanti, che è indispensabile per ripartire e per concretizzare la speranza.
Per questo voglio dire: guai a sbagliare! Guai a commettere passi falsi che potrebbero rendere il provvedimento inutile o anche dannoso. Per questo è importante ascoltare, innanzitutto le parti sociali. Per questo è stato importante questa mattina l'incontro. Perché noi dobbiamo rinnovare e rifondare la rappresentanza, non demolirla. Per questo alcuni contenuti vanno rafforzati e specificati.
Qui sta il significato di tre emendamenti che ho presentato insieme a tanti colleghi, che insistono su tre punti cardine di questa nostra riforma. Il primo è quello della semplificazione dei contratti, del disboscamento dei troppi contratti atipici; e, in base a questo, dare al contratto a tempo indeterminato la prevalenza che merita, facendone il perno del nuovo sistema, in modo che sia vantaggioso, economicamente e fiscalmente, per i lavoratori e per gli imprenditori. Inoltre, fare in modo che il demansionamento non vada a penalizzare i lavoratori, ma sia frutto di accordi nelle aziende.
Così pure un'attenzione importantissima va data al tema specifico di come ripensare le tutele nel quadro del nuovo contratto di inserimento, rafforzando la possibilità di reintegro in caso di licenziamento discriminatorio o disciplinare. Qui c'è un punto fondamentale, innanzitutto, rendendo esigibile un diritto che oggi, molto spesso, esiste solo sulla carta.
Bisogna riscrivere regole equilibrate, certe, semplici, che aiutino le imprese (che oggi molto spesso sono costrette a rimanere piccole) a crescere in innovazione e in qualità.
Questa è una battaglia decisiva, per creare occupazione e per il lavoro, per la tenuta del Paese e per la credibilità del Governo. Ma torneremo a crescere solamente creando occupazione, creando le condizioni di un sistema che attragga investimenti.
Per questo delega lavoro e legge di stabilità (quella legge nella quale decideremo dove prendere i soldi e a chi destinarli) stanno insieme, indissolubilmente: perché serviranno coperture per il nuovo welfare inclusivo, così come da impegni che sono stati presi; perché servirà il sostegno pubblico per investimenti che creino lavoro; perché serviranno politiche industriali mirate e selettive. E poi perché servirà vincere in Europa la battaglia contro l'austerità e la battaglia per mettere da parte il fiscal compact; per concretizzare quei 300 miliardi di investimenti che il presidente Juncker ha promesso sulla base della nostra sollecitazione; per non far fallire la seconda asta della BCE, in modo che non vada a ingrandire i portafogli dei titoli di Stato, ma soddisfi le esigenze del lavoro e dia ossigeno alle imprese.
Tutto questo significa rimettere al centro il lavoro e ha un grande significato per la politica, per la sua autonomia, per la sinistra e per il suo radicamento. Questa è la sfida: quel che conta è che alla fine del percorso, nella scrittura dell'ultimo dei decreti delegati, potremo dire di avere esteso diritti e tutele a più lavoratori rispetto a oggi, possibilità di una buona occupazione a più persone rispetto a oggi, senza guerre tra poveri, stando dalla parte dei padri e dei figli, di chi lavora senza orari, senza coperture in caso di malattia, senza ferie retribuite; dalla parte degli operai della grande azienda multinazionale licenziati ingiustamente per motivi disciplinari, dalla parte dell'impresa che investe in qualità e servizi e dalla parte chi vuole un lavoro degno delle sue aspettative.
È una sfida difficile, certo, ma vincerla è il nostro compito e sono convinto che ci riusciremo. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Buemi).
Sull'ordine dei lavori
PRESIDENTE. Colleghi, avverto che è pervenuta la richiesta, sottoscritta dal prescritto numero di senatori, di inserimento di un argomento nel nostro calendario dei lavori, non per la seduta di domani mattina, ma evidentemente sulla base della disponibilità che ci darà il Ministro. La discuteremo alle ore 20.
Ripresa della discussione dei disegni di legge nn.
1428, 24, 103, 165, 180, 183, 199, 203, 219, 263, 349, 482, 500, 555, 571, 625, 716,
727, 893, 936, 1100, 1152, 1221, 1279, 1312 e 1409 (ore 19,36)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Crosio. Ne ha facoltà.
CROSIO (LN-Aut). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Ministro, ho ascoltato con interesse l'intervento del collega Verducci, al quale riconosco l'onestà intellettuale e il convincimento delle proprie idee. Lo invito a girare un po' tra la gente, perché forse le riforme che lui ha appellato come di stampo feudale sono proprio quelle che gli italiani oggi rimpiangono.
Detto questo, l'unica certezza che abbiamo in queste ore, signor Ministro, è che voi e il Governo Renzi state scrivendo una delle pagine più buie della democrazia del Paese. Avete messo in scena questa commedia, una sceneggiata grottesca, sulla pelle degli italiani, in barba al Parlamento e alla democrazia: questa è la verità.
Avete l'audacia, anzi l'arroganza di chiedere la fiducia su un provvedimento sul quale siete stati a vostra volta delegati. Siete veramente senza pudore. Ci siamo chiesti: da dove viene tutta questa fretta di approvare la legge delega sulla riforma del lavoro? Forse Renzi vuol presentarsi domani a Milano dalla maestra Merkel e dire: «maestra, ho fatto i compiti». Questo farà.
In realtà, signor Ministro, l'Europa non ha nessuna fretta né di sentirsi raccontare il jobs act, né di fare la riunione (di fatto retrocessa - che sia chiaro - da vertice, sia pure informale, a conferenza), per chiarire che non c'è molto, anzi non ci sarà nulla sul piano delle decisioni, come del resto abbiamo visto accadere nei due appuntamenti analoghi che hanno avuto luogo prima a Berlino e poi a Parigi: momenti di confronto nei quali i ventotto Paesi dell'Unione europea non hanno prodotto nulla se non buoni intendimenti, belle parole, ma sostanza zero.
Che sia chiara una cosa: noi crediamo che la riunione di domani a Milano si annunci alta di tensione, e non per il lavoro, non per quello. La discussione rischia di concentrarsi sulla flessibilità, che pure non era in agenda. Dando uno strappo, la Francia ha lanciato una sfida aperta al rigore tedesco e al rispetto delle regole, annunciando che rientrerà nel parametro del 3 per cento nel rapporto tra deficit e PIL entro il 2017. Il confronto, domani, rischia di farsi incandescente, con la Germania che metterà i paletti all'azione della BCE per la crescita. Noi confidiamo nello spirito rivoluzionario francese - siamo ridotti a questo, che sia chiaro! - e comunque ci preoccupano anche le affermazioni fatte nel pomeriggio dal presidente della Bundesbank, Weidmann, che ha detto: «No alla politica monetaria ostaggio della politica». Ah, però! Für mich es ist eine groβe Scheiβe, ma non lo traduco, perché siamo in fascia oraria protetta.
Credo che tutti abbiamo capito che all'appuntamento di domani a Milano, voluto in maniera solitaria dall'Italia, forte della presidenza di turno, il Premier farà di tutto perché la conferenza non appaia un contenitore vuoto e per uscirne con una benedizione da parte dei partner sul suo operato nazionale. Questo è il motivo dell'accelerazione del jobs act: dare un senso alla vita, alla vostra vita politica. L'approvazione dei partner alla riforma del lavoro renziana è scontata: cosa volete che dicano la Merkel, Holland, Van Rompuy e Barroso (considerando anche che questi ultimi due di fatto stanno già svuotando i cassetti), di fronte ad un Premier che racconterà loro di aver avuto dal Parlamento una delega in bianco per fare una riforma del lavoro da urlo? «Bene, bravo, vai avanti e poi vieni a dirci quanto hai fatto e che risultati hai ottenuto!», e se la rideranno, secondo il nostro punto di vista.
Su questa questione, cari colleghi del PD e altri, siamo solidali, per lo spirito di frustrazione che vi pervade, perché, vostro malgrado, dovete sostenere l'azione di Governo. Vedo frustrazione non tanto per la sostanza - che legittimamente può essere divergente, ci mancherebbe altro - ma per il metodo, che ci lascia veramente perplessi.
Mi viene poi da fare la seguente riflessione: mi chiedo cosa sarebbe accaduto se questo atteggiamento del Governo verso il Parlamento e questa strada fossero stati proposti qualche anno fa da un altro Ministro del lavoro, di cui non faccio il nome (ricordo soltanto che è Presidente di una Regione): piazze piene, minacce e via dicendo.
Altra cosa che ci lascia molto perplessi è l'atteggiamento del Capo dello Stato circa il modo in cui il Governo si dimostra tanto arrogante e spregiudicato nel chiedere la fiducia su questo provvedimento. Ricordo bene le parole di Napolitano, che, bacchettando deputati e senatori, tuonava: «Troppe le omissioni, i guasti e le irresponsabilità tra le forze politiche (...). Convenienze, tatticismi e strumentalismi hanno condannato alla sterilità o ad esiti minimalistici i confronti tra le forze politiche ed i dibattiti in Parlamento (...). Se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al Paese».
Bene, abbiamo incassato, signor Presidente della Repubblica. La politica ha incassato in quel momento, perché forse aveva ragione. Non vorremmo mancarle di rispetto, ma ci sembra che in questo momento sul provvedimento in esame e anche sulla votazione che vede il Senato riunito in seduta comune con la Camera ci siano tutte le condizioni per trarre le conseguenze che lei stesso richiamava. Se così non sarà, lo catalogheremo come silenzio-assenso, caro signor Presidente della Repubblica.
E noi vogliamo credere al Presidente della Repubblica, che pochi minuti fa, in aggiunta, dichiarava: «È per me motivo di amara riflessione il fatto che a poco sono valse le mie ripetute, obiettive e disinteressate sollecitazioni perché da nessuna parte si venisse meno a questa prova essenziale di senso delle istituzioni».
Presidente, ci faccia capire, perché a questo punto non capiamo più niente di questa situazione (e non solo di questa). Il dramma vero, nella sostanza, è che nel momento in cui il Paese chiede un colpo di reni, il colpo ci sarà. Ci sarà un colpo per gli italiani, ma sarà di tutt'altro genere. Non posso leggere perché siamo ancora in fascia oraria protetta.
Dall'inizio della legislatura la Lega Nord formula proposte concrete per dare una spinta decisa al mondo del lavoro. Troppo spesso, però, signor Ministro, la nostra parte politica viene frettolosamente e pregiudizialmente etichettata dai nostri avversari politici come forza politica che, in forma egoistica, vuole esclusivamente penalizzare il Mezzogiorno a beneficio del Nord. Balle: queste sono balle. Le proposte serie le abbiamo avanzate, in maniera seria e giudiziosa.
Signor Ministro, per quanto riguarda il costo del lavoro, bisogna abbassare le tasse. Le porto l'esempio delle Province e delle Regioni di confine con la Confederazione elvetica, con il Canton Ticino, che è appetibile dal punto di vista delle tasse perché lì la pressione fiscale varia tra il 20 e - al massimo - il 25 per cento. Per la Lombardia, il Piemonte e le Province di confine, questo è diventato un sistema per desertificare tutto quello che abbiamo costruito in 100 anni. Questo non va bene. Signor Ministro, abbiamo anche avanzato proposte concrete sulla questione del cuneo fiscale, che sono state inascoltate.
C'è poi la questione della giustizia nel lavoro. Chi può mai venire ad investire nel nostro Paese se per affrontare un piccolo problema trova il disastro del mondo della giustizia e si spaventa? Come si fa a proporre ad un tedesco, a un francese o ad uno svizzero (tantomeno) di venire in Italia a investire, vista la situazione della giustizia del lavoro? Scappano a gambe levate. Per aprire una partita IVA e far partire una società nel nostro Paese ci sono trafile burocratiche da espletare che richiedono settimane e mesi di lavoro, quando i nostri concorrenti, anche extraeuropei, che citavo prima, fanno tutto via e-mail in dieci minuti, un quarto d'ora e sono a posto con la giustizia, con le questioni tecnico-formali nel campo del lavoro. Probabilmente neanche conoscete queste cose e non le avete neanche prese in considerazione. La verità, signor Ministro, è che nelle zone di confine siamo passati da 30.000 lavoratori transfrontalieri a 64.000. Ci sarà un motivo se la situazione è finita in questo modo.
Le nostre proposte, come dicevo, non sono state neppure prese in considerazione, non per una legittima e democratica diversità di vedute, ma per un vizio democratico, che, di fatto, ha zittito il democratico confronto, rendendolo sterile e - peggio ancora - mortificante per chi lo deve fare. La drammaticità della situazione del Paese impone di non attendere oltre. Il tempo degli slogan è finito. La politica fumosa è arrivata al capolinea. Mi sembra di aver già vissuto un po' questa situazione, che mi ricorda l'era Monti. Questo è un Paese strano, perché dalle stelle puoi finire alle stalle e ritrovarti pieno di un qualcosa che non posso dire, visto l'orario. Signor Presidente, questa è però la verità. Cerco di sdrammatizzare, ma forse non avete ben compreso la drammaticità di questo momento. Ripeto: questo Governo non ha inteso la drammaticità del lavoro nel nostro Paese.
Concludo svolgendo una riflessione di carattere politico che è un auspicio per gli italiani: giorno dopo giorno, stando in mezzo alla gente e ai suoi problemi come facciamo noi, diventa sempre più evidente che, diradato il fumo che avete prodotto, gli italiani avranno capito e, caro Presidente del Consiglio, abbiamo il presentimento che la inviteranno a stare sereno.
Ne riparleremo, ma sono convinto che così andrà la storia! (Applausi dal Gruppo LN-Aut).
PRESIDENTE. Rinvio il seguito della discussione dei disegni di legge in titolo ad altra seduta.
Discussione di proposte di inserimento nel calendario dei lavori dell'Assemblea di informative urgenti dei Ministri dell'interno e della salute
Reiezione della proposta avanzata dal senatore Petrocelli
PRESIDENTE. Comunico all'Assemblea che è pervenuta una seconda richiesta di inserimento, non all'ordine del giorno della seduta immediatamente successiva, ma nel calendario dei lavori vigente, di un'informativa urgente del Ministro della salute sui provvedimenti precauzionali di fronte al primo caso di ebola in Europa.
Propongo di procedere alla illustrazione delle due richieste di inserimento degli argomenti non previsti, procedendo al voto delle stesse non prima delle ore 20, come annunciato.
Non essendovi osservazioni, così resta stabilito.
PETROCELLI (M5S). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PETROCELLI (M5S). Signor Presidente, con il debito numero di sottoscrittori, abbiamo presentato come Gruppo parlamentare Movimento 5 Stelle, ai sensi dell'articolo 55, comma 7, del Regolamento, una richiesta affinché venga inserita nel programmato calendario dei lavori d'Aula già approvato e vigente fino al 16 del corrente mese l'audizione urgente del ministro dell'interno onorevole Angelino Alfano, perché ci possa riferire circa fatti sopravvenuti e urgenti che riguardano l'accertata mancanza delle immagini registrate dalle videocamere di sorveglianza collocate all'interno dell'ufficio del procuratore generale della Corte di appello di Palermo, dottor Roberto Scarpinato, nei giorni in cui veniva recapitata nei suoi uffici la missiva intimidatoria ai danni dello stesso magistrato.
La richiesta viene avanzata affinché si possa verificare la disponibilità del ministro Alfano e si possa inserire una sua informativa nel calendario delle settimane in corso.
DE PETRIS (Misto-SEL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DE PETRIS (Misto-SEL). Signor Presidente, anche noi abbiamo presentato una richiesta a norma dell'articolo 55 di inserimento nel calendario di una informativa urgente da parte del Ministro della salute sulla questione relativa alla possibilità di contagio del virus ebola.
Mentre gli esperti solo qualche giorno fa hanno detto che le probabilità di contagio in Europa erano molto basse, c'è stato il primo caso. Nelle valutazioni non erano inseriti Paesi come, ad esempio, la Spagna, ma lo erano Paesi come la Gran Bretagna, che registra una frequenza di viaggi aerei e di scambi con l'Africa occidentale molto più alta rispetto ad altri Paesi ed invece c'è stato il primo caso in Spagna, è possibile che ve ne sia un secondo e ci sono altri tre ricoveri sospetti.
Signor Presidente, penso sia il caso che vi sia un'informativa da parte del Ministro della salute, affinché venga qui in Aula a riferire di tutti i provvedimenti di prevenzione che sono stati messi in campo, prima che si diffonda un clima di allarmismo che può essere molto preoccupante, come abbiamo visto in passato, e creare problemi anche molto seri. Tra l'altro, Bruxelles sta chiedendo spiegazioni alla Spagna e a tutti gli altri Paesi.
Ci auguriamo che il centro di referenza, che per l'Italia è l'ospedale Spallanzani, stia mettendo in campo tutti i protocolli. Credo però che sia assolutamente necessario che il Ministro venga a riferire, per dare notizie certe e per evitare che possa diffondersi un allarme che potrebbe essere anche molto grave, con conseguenze dal punto di vista sociale non indifferenti.
PRESIDENTE. Quindi c'è una richiesta per un'informativa urgente del ministro Alfano e una rispetto al ministro Lorenzin. È chiaro che laddove dovesse essere approvata questa richiesta, il suo inserimento nel calendario è condizionato alla disponibilità del Ministro di poter venire a riferire.
Colleghi, vi ricordo che può intervenire un senatore per Gruppo, per dieci minuti.
DIVINA (LN-Aut). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DIVINA (LN-Aut). Signor Presidente, il mio Gruppo ha sottoscritto la richiesta della collega De Petris. Il Presidente del Consiglio ha deciso che domani bisognerà votare una fiducia «prendere o lasciare» e pare che ci sia un po' di sconcerto anche all'interno delle proprie fila. Solo oggi abbiamo potuto avere una notizia scientifica di come si trasmette, per esempio, il virus dell'ebola. Avere un Ministro che venga a rassicurare il Parlamento con qualche dato in più è molto importante. Fino a ieri non si sapeva nemmeno il modo di trasmissione. Per fortuna, sappiamo che non si trasmette per via aerea, ma soltanto con liquidi organici o contatto con essi. Non si è trattato però di una notizia istituzionale, ma di una notizia di cronaca generale.
Il mio Gruppo sostiene quindi la richiesta della collega De Petris per avere quanto prima il Ministro in questa sede per rendere un'informativa e dare delle rassicurazioni non solo all'Aula, ma a tutto il Paese.
PRESIDENTE. Non ci sono altre richieste di intervento.
Passiamo quindi alla votazione della proposta di inserimento nel calendario dei lavori dell'Assemblea di un'informativa del ministro dell'interno, onorevole Angelino Alfano, circa i fatti sopravvenuti e urgenti riguardanti l'accertata mancanza delle immagini registrate dalle videocamere di sorveglianza collocate all'interno dell'ufficio del procuratore generale della Corte d'appello di Palermo, dottor Roberto Scarpinato, nel giorno in cui veniva recapitata la missiva intimidatoria ai danni del citato magistrato.
Verifica del numero legale
CANDIANI (LN-Aut). Chiediamo la verifica del numero legale.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.
(Segue la verifica del numero legale).
Il Senato non è in numero legale.
Sospendo la seduta per venti minuti.
(La seduta, sospesa alle ore 19,59, è ripresa alle ore 20,19).
Ripresa della discussione di proposte di inserimento
nel calendario dei lavori dell'Assemblea di informative del Governo
PRESIDENTE. La seduta è ripresa.
Metto ai voti la proposta di inserimento nel calendario dei lavori dell'Assemblea di un'informativa del Ministro dell'interno, avanzata dal senatore Petrocelli.
Non è approvata.
GAETTI (M5S). Chiediamo la controprova.
PRESIDENTE. No, senatore, non se ne parla neanche. (Commenti del senatore Airola).
Senatore Airola, tante volte sento dire che le porte erano aperte. Durante le votazioni con alzata di mano le porte devono restare aperte, pena il sequestro di persona. (Applausi). Dopo di che, se c'è la possibilità di effettuare la controprova, la facciamo, visto che abbiamo un'altra votazione, ma non possiamo negare l'evidenza.
Passiamo alla votazione della proposta di inserimento nel calendario dei lavori dell'Assemblea di un'informativa urgente del Ministro della salute, avanzata dalla senatrice De Petris.
Verifica del numero legale
CANDIANI (LN-Aut). Signor Presidente, prima di procedere alla votazione, le chiedo la verifica del numero legale.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.
(Segue la verifica del numero legale).
Il Senato non è in numero legale.
Apprezzate le circostanze, tolgo la seduta.
Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ordine del giorno
per le sedute di mercoledì 8 ottobre 2014
PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi domani, mercoledì 8 ottobre, in due sedute pubbliche, la prima alle ore 9,30 e la seconda alle ore 16, con il seguente ordine del giorno:
La seduta è tolta (ore 20,22).
Allegato B
Integrazione all'intervento della senatrice Petraglia nella discussione generale dei disegni di legge nn. 1428, 24, 103, 165, 180, 183, 199, 203, 219, 263, 349, 482, 500, 555, 571, 625, 716, 727, 893, 936, 1100, 1152, 1221, 1279, 1312 e 1409
Secondo i dati ISTAT, ad agosto il numero di disoccupati, 3.134.000, ha di fatto stabilizzato il tasso di disoccupazione a livelli ormai altissimi, al 12,3 per cento. Ancor più impressionante il numero dei disoccupati tra i quindici ed i ventiquattro anni, che sono 710.000. In questa fascia di età la quota di disoccupati rispetto al totale di quelli occupati o in cerca arriva all'incredibile soglia del 44,2 per cento superando ancora il già drammatico dato di luglio scorso 42,8 per cento e del 40 per cento registrato un anno fa. Un'intera generazione che rischia di sentirsi ormai da tempo senza alcuna speranza.
I dati sull'inflazione, con i prezzi al consumo che nel mese appena scorso sono scesi dello 0,3 per cento rispetto a luglio e dello 0,1 per cento rispetto a settembre 2013, dimostrano che siamo entrati stabilmente in un regime di deflazione da cui, come insegna l'esperienza del Giappone, non è facile uscire in tempi brevi.
Il mercato interno è crollato. Le ottimistiche previsioni che erano state fatte per il 2014 si sono rivelate fallaci ed anche includendo il ricalcolo del PIL inserendo i proventi dell'economia illegale (droga, prostituzione), dell'aumento dello 0,8 per cento del PIL previsto nel DEF 2014 non c'è proprio traccia. È probabile anzi che ci sia un ulteriore lieve decremento. Come avevamo previsto, ahimè, anche l'effetto degli 80 euro, proprio a causa del meccanismo di finanziamento attraverso tagli alla spesa non ha portato all'aumento del PIL previsto dal Governo dello 0,1 per cento, ma anzi ha portato ad un saldo negativo.
In questo contesto appaiono ridicolmente ottimistiche, in una fase di profonda deflazione e recessione, le previsioni di un aumento del PIL dell'1,8 per cento nel 2017 e dell'1,9 per cento nel 2018 (con un totale di 7,4 per cento in cinque anni) quando negli anni dell'ultimo boom dal 2003 al 2007 l'aumento fu del 6,5 per cento complessivo. Per non parlare della produzione industriale che viene prevista nel 2014-2018 al +16,2 per cento, mentre perfino nel boom 2003-2007 era del +7,2 per cento.
Congedi e missioni
Sono in congedo i senatori: Bubbico, Caleo, Cassano, Cattaneo, Ciampi, Ciampolillo, Cuomo, Della Vedova, De Pin, De Poli, D'Onghia, Giacobbe, Longo Fausto Guilherme, Minniti, Monti, Morra, Nencini, Olivero, Piano, Pizzetti, Puppato, Santini, Serra, Stucchi, Verducci e Vicari.
Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Casson, Crimi, Esposito Giuseppe e Marton, per attività del Comitato Parlamentare per la sicurezza della Repubblica; Amoruso, per attività dell'Assemblea parlamentare del Mediterraneo; Bruni, Casini, Comaroli, Dalla Tor, De Pietro, Fattori, Guerrieri Paleotti, Malan, Marino Mauro Maria, Molinari, Sangalli, Tarquinio e Vaccari, per partecipare alla riunione internazionale dell'Asia-Europe Parliamentary Partnership Meeting (ASEP 8); D'Alì, per attività dell'Assemblea parlamentare dell'Unione per il Mediterraneo; Panizza, per partecipare ad incontri internazionali; Manconi, per attività della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani.
Commissioni permanenti, variazioni nella composizione
Il Presidente del Gruppo parlamentare Forza Italia - Il Popolo della Libertà - XVII Legislatura ha comunicato le seguenti variazioni nella composizione delle Commissioni permanenti:
1a Commissione permanente: entra a farne parte il senatore Mazzoni;
4a Commissione permanente: cessa di farne parte il senatore Mazzoni, entra a farne parte il senatore Verdini;
11a Commissione permanente: cessa di farne parte il senatore Verdini.
Commissione parlamentare per le questioni regionali, variazioni nella composizione
La Presidente della Camera dei deputati, in data 3 ottobre 2014, ha chiamato a far parte della Commissione parlamentare per le questioni regionali la deputata Eleonora Bechis, in sostituzione del deputato Michele Dell'Orco, dimissionario.
Governo, trasmissione di atti per il parere
Il Ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento, con lettera in data 30 settembre 2014, ha trasmesso - per l'acquisizione del parere parlamentare definitivo, ai sensi degli articoli 1, comma 7, e 7 della legge 11 marzo 2014, n. 23 - lo schema di decreto legislativo recante disposizioni in materia di semplificazione fiscale e dichiarazione dei redditi precompilata (n. 99-bis).
Ai sensi delle predette disposizioni e dell'articolo 139-bis del Regolamento, lo schema di decreto è stato deferito - in data 6 ottobre 2014 - alla 6a Commissione permanente, che esprimerà il parere entro il 16 ottobre 2014.
Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, con lettera in data 30 settembre 2014, ha trasmesso - per l'acquisizione del parere parlamentare, ai sensi dell'articolo 1, comma 40, della legge 28 dicembre 1995, n. 549 - lo schema di decreto ministeriale recante il riparto dello stanziamento iscritto nello stato di previsione del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare per l'anno 2014, relativo a contributi da erogare ad enti, istituti, associazioni, fondazioni ed altri organismi (112).
Ai sensi della predetta disposizione e dell'articolo 139-bis del Regolamento, lo schema di decreto è deferito alla 13a Commissione permanente, che esprimerà il parere entro il 27 ottobre 2014.
Il Ministro della giustizia, con lettera in data 2 ottobre 2014, ha trasmesso - per l'acquisizione del parere parlamentare, ai sensi degli articoli 1, comma 3, e 9 della legge 31 dicembre 2012, n. 247 - lo schema di decreto ministeriale concernente regolamento recante disposizioni per il conseguimento e il mantenimento del titolo di avvocato specialista (113).
Ai sensi delle predette disposizioni e dell'articolo 139-bis del Regolamento, lo schema di decreto è deferito alla 2a Commissione permanente, che esprimerà il parere entro il termine del 6 dicembre 2014. La 5a Commissione potrà formulare le proprie osservazioni alla Commissione di merito entro il 16 novembre 2014.
Governo, trasmissione di atti e documenti
La Presidenza del Consiglio dei ministri, con lettere in data 24, 29 e 30 settembre e 2 ottobre 2014, ha inviato - ai sensi dell'articolo 19 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni e integrazioni - le comunicazioni concernenti il conferimento o la revoca di incarichi di livello dirigenziale generale:
al dott Giovanni D'Avanzo, alla dottoressa Alessandra D'Onofrio e alla dottoressa Paola Ferroni, il conferimento di incarico di funzione dirigenziale, nell'ambito del Ministero dell'economia e delle finanze;
al dottor Gregorio Angelini e alla dottoressa Rossana Rummo, il conferimento di incarico di livello dirigenziale generale, nell'ambito del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo;
alla dottoressa Rita Cicchiello, il dottor Giuseppe Imparato e la dottoressa Alessandra Dal Verme il conferimento di incarico di funzione dirigenziale, nell'ambito del Ministero dell'economia e delle finanze;
al Magistrato Claudia Pedrelli, collocato fuori del ruolo organico della Magistratura, il conferimento di incarico di funzione dirigenziale, nell'ambito del Ministero della giustizia;
ai dottori Silvio Borrello, Renato Alberto Maria Botti, Massimo Casciello, Giuseppe Celotto, Gaetana Ferri, Raniero Guerra, Giovanni Leonardi, Marcella Marletta, Daniela Rodrigo, Giuseppe Ruocco, Rossana Ugenti e Giuseppe Viggiano, il conferimento di incarico di livello dirigenziale generale, nell'ambito del Ministero della salute.
Tali comunicazioni sono depositate presso il Servizio dell'Assemblea, a disposizione degli onorevoli senatori.
Il Ministro dell'economia e delle finanze, con lettera in data 1° ottobre 2014, ha inviato - ai sensi dell'articolo 19, comma 9, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 e successive modificazioni - la comunicazione concernente le nomine del dottor Vincenzo La Via nell'incarico di Direttore generale del tesoro, del dottor Daniele Franco nell'incarico di Ragioniere generale dello Stato, del dottor Giuseppe Peleggi nell'incarico di Direttore dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli, della professoressa Fabrizia Lapecorella nell'incarico di Direttore generale delle finanze, del dottor Luigi Ferrara nell'incarico di Capo del Dipartimento dell'amministrazione generale, del personale e dei servizi, della dottoressa Rosella Orlandi nell'incarico di Direttore generale dell'Agenzia delle entrate e dell'ingegner Roberto Reggi nell'incarico di Direttore dell'Agenzia del demanio.
Tale comunicazione è depositata presso il Servizio dell'Assemblea, a disposizione degli onorevoli senatori.
Il Ministro dell'economia e delle finanze, con lettera in data 3 ottobre 2014, ha inviato, ai sensi dell'articolo 6, comma 1, del decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 giugno 2014, n. 89, il rapporto sulla realizzazione delle strategie di contrasto all'evasione fiscale, sui risultati conseguiti nel 2013 e nell'anno in corso.
Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento, alla 5a e alla 6a Commissione permanente (Doc. XXVII, n. 13).
Governo, comunicazioni dell'avvio di procedure d'infrazione
Il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri per le politiche e gli affari europei, con lettera in data 2 ottobre 2014, ha inviato, ai sensi dell'articolo 15, comma 1, della legge 24 dicembre 2012, n. 234, la comunicazione concernente l'avvio della procedura d'infrazione n. 2014/0464, del 29 settembre 2014, ai sensi dell'articolo 258 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, concernente il mancato recepimento della direttiva 2012/35/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 21 novembre 2012, che modifica la direttiva 2008/106/CE concernente i requisiti minimi di formazione per la gente di mare.
La predetta comunicazione è stata trasmessa alla 8a e alla 14a Commissione permanente (Procedura d'infrazione n. 103).
Conferimento di incarichi dirigenziali e di consulenza
Con lettera in data 18 settembre 2014, è pervenuta - ai sensi dell'articolo 3, comma 44, della legge 27 dicembre 2007, n. 244 - la comunicazione concernente il conferimento di un incarico di consulenza per prestazione di servizi nonché l'importo del rispettivo compenso, relativo alla società Fintecna S.p.A..
Tale comunicazione è depositata presso il Servizio dell'Assemblea, a disposizione degli onorevoli senatori.
Mozioni
ALBANO, PUPPATO, PEZZOPANE, MANASSERO, PIGNEDOLI, BERTUZZI, FATTORINI, ZANONI - Il Senato,
premesso che:
nel 2013 il turismo internazionale ha proseguito la sua crescita sia in termini di arrivi sia in quelli di introiti, lasciandosi definitivamente alle spalle la flessione del 2009. Questo dato conferma la forza di un comparto che può essere una fondamentale leva di sviluppo per il nostro Paese;
secondo i dati diffusi dall'Organizzazione mondiale del turismo (UNWTO Barometer, June 2014) nel 2013 si è registrato un ulteriore rafforzamento dei turisti internazionali che hanno toccato quota 1.087 miliardi, con un incremento pari al 5 per cento rispetto all'anno precedente;
l'Europa si conferma come l'area che ha attratto il maggior numero di turisti (563,8 milioni), seguita da Asia (248,7 milioni), Americhe (168,2 milioni), Africa (55,9 milioni) e Medio Oriente (50,8 milioni);
purtroppo l'Italia non è riuscita a capitalizzare appieno questa tendenza. Nella graduatoria 2013 delle destinazioni turistiche mondiali più frequentate, essa occupa la quinta posizione dopo Francia, Stati Uniti, Cina e Spagna; la sesta posizione per introiti da turismo internazionale dopo Stati Uniti, Spagna, Francia, Cina, Macao;
per intercettare la crescita che si registra in questo settore è necessario dotare il nostro Paese di una strategia adeguata, capace di interpretare i grandi cambiamenti che hanno radicalmente modificato il mercato turistico a livello internazionale. Non basta più fare affidamento soltanto sulle straordinarie risorse del "Bel Paese". Alla luce della crescente competizione internazionale, con l'affacciarsi di nuove destinazioni straniere che, a partire dal Mediterraneo, hanno saputo creare prodotti turistici innovativi a prezzi accessibili, diventa decisivo per l'Italia un progetto capace di valorizzare il nostro patrimonio per consolidare i mercati tradizionali ed agganciare quelli emergenti;
secondo la Banca d'Italia che ha analizzato il settore nel lungo periodo, tra il 1997 e il 2012, il turismo non ha contribuito come avrebbe potuto alla crescita del PIL. In particolare, nel periodo di riferimento, si è dimezzato il surplus estero del turismo, sceso dall'1,1 per cento allo 0,6 per cento del PIL;
le condizioni del turismo italiano sono evidentemente peggiorate nel corso dell'estate 2014. La crisi economica e le cattive condizioni meteorologiche hanno influenzato negativamente la stagione turistica 2014 soprattutto con riferimento al turismo interno. Ai problemi cronici del settore si è sommata una stagione estiva caratterizzata da cancellazioni dei viaggi e partenze anticipate, in particolare nelle località turistiche balneari e montane;
secondo Confturismo-Confcommercio le cattive condizioni meteorologiche hanno portato il 15 per cento degli italiani a modificare i proprio piani delle vacanze. La Federalberghi ha evidenziato l'impatto negativo dell'estate 2014 sui fatturati delle strutture ricettive (con un calo del 5 per cento) sull'occupazione nel settore turistico (con un calo dell'1,3 per cento);
per quanto riguarda il turismo balneare, settore che vive nell'incertezza delle modalità di recepimento della direttiva europea servizi 2006/123/CE (cosiddetto Bolkestein), si ricava dai dati del Sib - Confcommercio (Sindacato italiano balneari) che le presenze in spiaggia sono aumentate solo in Sicilia (con un aumento del 10 per cento), Sardegna (con un aumento del 5 per cento) e Puglia (con un aumento dell'8 per cento), mentre nelle restanti regioni d'Italia sono calate tra il 5 per cento e il 40 per cento (Abruzzo meno 15 per cento, Basilicata meno 5 per cento, Calabria meno 5 per cento, Campania meno 10 per cento, Emilia-Romagna meno 10 per cento, Friuli Venezia Giulia meno 40 per cento, Lazio meno 5 per cento, Liguria meno 20 per cento, Marche meno 5 per cento, Molise meno 5 per cento, Toscana meno 10 per cento, Veneto meno 20 per cento),
impegna il Governo:
1) a dare urgentemente attuazione alle disposizioni contenute nel decreto-legge 31 maggio 2014, n. 83 convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 29 luglio 2014, n. 106 in particolare rispetto: a) agli incentivi per le ristrutturazioni edilizie degli alberghi e per l'innovazione tecnologica; b) all'istituzione del gruppo di lavoro in materia di Tax free shopping; c) alla nuova classificazione alberghiera; d) all'approvazione del nuovo statuto dell'Enit, per rendere immediatamente operativo il nuovo ente pubblico economico, anche in vista dell'Expo 2015 di Milano;
2) ad approvare velocemente il nuovo Piano nazionale dei trasporti per il turismo anche alla luce degli sviluppi dell'accordo Alitalia - Etihad;
3) a procedere al riordino del quadro normativo in materia di concessioni demaniali marittime ad uso turistico-ricreativo che dovrà essere presentato entro il 15 ottobre 2014 promuovendo in sede europea tutti gli approfondimenti necessari ad affrontare e risolvere le problematiche della durata e del rinnovo delle concessioni demaniali marittime nonché della loro eventuale definizione per assicurare la coerenza della disciplina europea del turismo balneare con le specificità nazionali e la salvaguardia dell'interesse pubblico generale garantito dai servizi di salvamento in mare, tutela delle coste, primo soccorso e organizzazione dell'arenile;
4) a valutare se esistano i presupposti per l'applicazione dell'articolo 3, comma 1, lettera c), n. 1) del decreto-legge 5 ottobre 1993 n. 400 convertito, con modificazioni, dalla legge 4 dicembre 1993, n. 494 che prevede la riduzione dei canoni nella misura del 50 per cento in presenza di eventi dannosi di eccezionale gravità che comportino una minore utilizzazione dei beni oggetto della concessione, previo accertamento da parte delle competenti autorità marittime di zona e per la revisione degli studi di settore riguardanti le imprese balneari (Modello WG60U) con l'inserimento di un parametro climatico (periodo di effettivo lavoro) da applicare anche alla determinazione della tassa sui rifiuti, TARI;
5) a riattivare i "buoni vacanze" rivolti ai lavoratori e pensionati meno abbienti, da utilizzare nei periodi di bassa stagione immaginando una possibile defiscalizzazione sul modello dei Chèque - Vacances francesi;
6) a rafforzare economicamente il progetto delle "Reti di impresa" nel turismo, uno strumento importantissimo per sostenere i processi di innovazione, in particolare tenendo conto della "rivoluzione" in atto nel settore del turismo con l'avvento delle web-technologies;
7) ad accelerare le procedure per il rilascio dei visti turistici;
8) a correlare in maniera più stringente l'imposta di soggiorno dei Comuni con i loro investimenti nel settore del turismo, comprendendo nei criteri di "premialità" non solo le attività prettamente turistico-culturali (progettazione, eventi, promozione, orari di apertura dei musei, "gratuità", eccetera) ma anche fattori (come prevede l'analisi del WTO2011) quali la pulizia delle strade, la manutenzione del verde pubblico, la qualità dell'arredo urbano, la copertura Wi-Fi e la qualità del trasporto pubblico;
9) a valutare l'opportunità di ridurre dal 10 al 7 per cento la percentuale dell'Iva gravante sui servizi alberghieri, adeguandola ai Paesi assimilabili all'Italia per offerta turistica.
(1-00317)
Interpellanze
GIOVANARDI - Al Ministro dell'interno - Premesso che domenica 5 ottobre 2014 gli aderenti al movimento "Sentinelle in piedi" sono stati aggrediti ed insultati da gruppi di facinorosi a Bologna, Torino, Napoli, Trento, Pisa, Genova, Aosta, Rovereto, Parma, Trieste mentre manifestavano pacificamente e silenziosamente le loro opinioni, si chiede di sapere quali iniziative il Ministro in indirizzo intenda promuovere per identificare i responsabili delle violenze e garantire in futuro la possibilità alle Sentinelle in piedi di poter continuare la loro azione di testimonianza nel perfetto rispetto dei principi della Costituzione.
(2-00209)
Interrogazioni
FUCKSIA, BUCCARELLA, COMPAGNONE - Al Ministro della giustizia - Premesso che:
il magistrato onorario è un membro dell'ordine giudiziario che svolge le funzioni tipiche del giudice o del pubblico ministero. L'aggettivo "onorario" sta ad indicare che svolge le proprie funzioni in maniera non professionale, poiché di regola esercita la giurisdizione per un lasso di tempo determinato senza ricevere una retribuzione, ma solo un'indennità per l'attività svolta. La previsione della magistratura onoraria trae origine dal disposto dell'art. 106, comma 2, della Costituzione che stabilisce: "La legge sull'ordinamento giudiziario può ammettere la nomina, anche elettiva, di magistrati onorari per tutte le funzioni attribuite a giudici singoli";
l'ordinamento giudiziario disciplinato dal regio decreto 30 gennaio 1941 n. 12, tuttora vigente, prevede varie figure di magistrato onorario, diverse per poteri, funzioni, durata e compensi, accomunati solo dall'esercizio della giurisdizione. In questa categoria di giudici sono compresi: il giudice di pace; il giudice onorario aggregato; il giudice onorario di tribunale (GOT), il vice procuratore onorario (VPO). Accanto a questi giudici onorari ve ne sono altri che, a vario titolo, intervengono nel processo, oppure si occupano di giurisdizioni diverse: giudici onorari del tribunale per i minorenni; esperti della sezione specializzata agraria; esperti del tribunale di sorveglianza; giudici popolari;
l'articolo 43-bis del citato regio decreto stabilisce che "I giudici onorari di tribunale non possono tenere udienza, se non nei casi di impedimento o di mancanza dei giudici ordinari". Ai giudici onorari di tribunale è pertanto assegnata una funzione di mera supplenza del magistrato ordinario impedito o assente, e sempre che non sia possibile provvedere alla sua sostituzione. Viene conseguentemente esclusa la possibilità di affidare al magistrato onorario un ruolo autonomo di cause (delibera del Consiglio superiore della magistratura del 16 luglio 2008 sui criteri di assegnazione degli affari ai giudici onorari di tribunale);
i giudici onorari di tribunale sono nominati con decreto del Ministro della giustizia, in conformità alla deliberazione del Consiglio superiore della Magistratura, su proposta del consiglio giudiziario competente per territorio (art. 42-terdel regio decreto);
l'ultimo decreto ministeriale del 26 settembre 2007 che regolamenta la materia è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 9 ottobre del 2007. Tale decreto impone, in particolare, che il numero dei giudici onorari presso ogni tribunale non possa essere superiore alla metà dei magistrati professionali previsti in organico ed affida al presidente della Corte d'Appello il compito di convocare il consiglio giudiziario per la valutazione dei requisiti e dei titoli degli aspiranti giudici onorari con la predisposizione di una graduatoria di tutti coloro che partecipano alle procedure selettive;
l'articolo 2 del decreto ministeriale, tra i requisiti minimi, richiede il conseguimento della laurea magistrale in giurisprudenza. Mentre, tra i titoli di preferenza per la nomina, indica: l'esercizio anche pregresso delle funzioni giudiziarie, comprese quelle onorarie; la professione di avvocato o di notaio; l'insegnamento di materie giuridiche nelle università o negli istituti superiori statali; le funzioni inerenti ai servizi delle cancellerie e segreterie giudiziarie, con qualifica di dirigente; le funzioni con qualifica di dirigente nelle amministrazioni pubbliche o in enti pubblici economici; il conseguimento del diploma biennale di specializzazione per le professioni legali di cui all'art. 16 del decreto-legge 17 novembre 1997, n. 398;
la durata dell'incarico, ai sensi dell'articolo 8 del suddetto decreto, è di tre anni, con proroga alla scadenza per una sola volta;
considerato che a quanto risulta agli interroganti:
la realtà negli uffici giudiziari appare assai diversa dal quadro normativo, stando anche alle stesse dichiarazioni delle associazioni dei giudici onorari sentiti recentemente dalla 2a Commissione permanente (Giustizia) del Senato. La giustizia è oggi amministrata prevalentemente e non occasionalmente da magistrati onorari (vice procuratori onorari, giudici onorari di tribunale), come dimostrano l'elevatissimo numero di deleghe ai vice procuratori. Lo svolgimento del 90 per cento delle udienze viene garantito da questa categoria di giudici, con una media personale di 3/4 udienze settimanali. Il magistrato onorario che da supplente è divenuto "giudice quotidiano" opera con un gettone di presenza di 98 euro per udienza, compenso corrisposto soltanto per le giornate di lavoro effettivamente svolte senza le garanzie costituzionali della previdenza ed assistenza;
molti giudici onorari, a dispetto dalla normativa sopra richiamata, risultano in servizio da tempi assai lunghi, arrivando in alcuni casi, a 27 anni di attività;
i magistrati onorari essendo reclutati sulla base di titoli anche minimi, quali la laurea in giurisprudenza, e non come per i giudici tramite concorso, hanno presumibilmente una professionalità e una preparazione non sufficiente per il ruolo ricoperto. Tale considerazione è dimostrata dai numerosi reclami ed esposti che i presidenti della Corte di appello ricevono annualmente da parte dei comuni cittadini (ad esempio la nota del presidente della Corte di appello di Lecce del 21 settembre 2011). Gli esposti evidenziano, nei provvedimenti del magistrato onorario, grossolani errori di diritto o condotte processuali discutibili, a cui tuttavia non può porsi rimedio in modo rapido, attraverso la via disciplinare o in via amministrativa;
la creazione, di fatto, di una magistratura "minore" rispetto a quella togata, alla quale vengono però attribuite le sue stesse competenze in materia civile e penale nei casi in cui la competenza è monocratica, rappresenta una grave sperequazione nell'amministrazione della giustizia a danno dei cittadini-utenti, ai quali non vengono assicurate le medesime garanzie, con sostanziale disparità di trattamento;
il ricorso alla magistratura onoraria, ovvero ad una magistratura non professionalizzata e con incarico provvisorio, non garantisce la trattazione dei procedimenti con la competenza e la professionalità assicurate dalla magistratura ordinaria; l'effetto è quello di generare una mole quantitativamente rilevante di procedimenti di appello avverso i provvedimenti emessi dai giudici onorari, causando in questo modo l'effetto perverso di contribuire ad intasare ancora di più la già farraginosa macchina della giustizia;
le modalità di reclutamento della magistratura onoraria (tramite nomina e non tramite concorso) e la minore preparazione professionale di tali figure rendono quantomeno inopportuno che queste ultime siano utilizzate nei procedimenti penali e che possano essere loro attribuite le stesse funzioni giudicanti di un magistrato togato nei procedimenti penali con rito monocratico;
considerato inoltre che, a parere degli interroganti:
il numero di posti per magistrati togati messi a concorso non è sufficiente a soddisfare la domanda di giustizia dei tribunali italiani e per tale motivo lo Stato ricorre al reclutamento dei giudici onorari, meno preparati ma anche meno costosi rispetto ai primi. Infatti, secondo i dati del Consiglio superiore della magistratura solo nel 2013 si contano 7.344 giudici onorari contro 9.190 giudici togati;
la giustizia merita di essere amministrata da persone dotate di un elevato grado di professionalità, la cui preparazione sia stata verificata tramite concorso pubblico e la cui formazione sia stata assicurata da un periodo necessario di tirocinio, anche al fine di ridurre i margini di errore e contenere così i numerosi giudizi di appello che vanno ad aggravare il carico di lavoro della magistratura togata,
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti;
quali misure intenda assumere per verificare che la durata degli incarichi assegnati ai giudici onorari non sia superiore a quella prevista dalla legge;
se non ritenga opportuno rivisitare i requisiti richiesti ai giudici onorari ed i criteri selettivi, al fine di reclutare professionisti più competenti;
se non ritenga necessario contenere le funzioni delegate alla magistratura onoraria, in particolare precludendole la funzione giudicante nei procedimenti penali;
quali provvedimenti ritenga adottare per favorire l'assunzione di giudici togati, aumentando eventualmente gli organici ed i posti messi a concorso e, contestualmente, promuovendo l'espletamento di più concorsi per il loro reclutamento, al fine di favorire la reale efficienza del sistema giustizia.
(3-01265)
Interrogazioni orali con carattere d'urgenza ai sensi dell'articolo 151 del Regolamento
GASPARRI, BERNINI - Ai Ministri dell'interno, degli affari esteri e della cooperazione internazionale e della difesa - Premesso che:
il 24 aprile 2014 la rivista "Analisi Difesa" pubblicava un articolo nel quale precisava che «sono almeno 500 i combattenti-volontari partiti dall'Unione Europea per la Siria - nessuno dall'Italia - dall'inizio del conflitto» e che, secondo quanto affermato dal coordinatore anti-terrorismo del Club dei 27 Gilles de Kerchove, «il numero preoccupa» «soprattutto per le minacce legate al loro ritorno, dopo aver conosciuto la Jihad ed aver impugnato le armi». L'articolo proseguiva spiegando che la «potenziale minaccia non è da sottovalutare», anche perché numerosi studi dimostrano come persone con addestramento o esperienza di combattimento all'estero abbiano avuto «un ruolo importante nelle trame terroristiche in Europa»;
il 22 agosto 2014 il quotidiano "Il Tempo" scriveva: «Nel panorama del mondo musulmano italiano, che nel nostro Paese conta circa 1,5 milioni di fedeli, i convertiti sono almeno 50 mila. Tra questi il 10 per cento sceglie la via del fondamentalismo, che in alcuni casi li porta a combattere nei teatri di guerra Mediorientali che rappresentano lo «sforzo» sulla strada di Allah. Secondo l'intelligence sarebbero attualmente 8 gli italiani "operativi" in questi scenari»;
il 29 settembre 2014, a margine della conferenza sulla "Strategia per la sicurezza dell'Unione europea", il ministro dell'Interno Angelino Alfano ha ribadito, nuovamente, che l'Italia non deve ritenersi al sicuro dal terrorismo e dall'avanzata dello Stato islamico. «L'allerta per l'Italia è elevatissima, pur in assenza di una minaccia specifica, ma lo è perché l'Italia è parte di quella grande coalizione internazionale che contrasta il terrorismo, perché è la sede della cristianità, ed ha fatto scelte importanti anche in Parlamento negli ultimi mesi»;
lo stesso giorno, Claudio Galzerano, direttore della Direzione centrale della polizia di prevenzione (DCPP) del Ministero dell'interno ha dichiarato, in un'intervista rilasciata a SKY tg24, che «In Italia abbiamo un conto preciso di quanti italiani sono partiti per combattere con Isis».... «È stata creata una lista consolidata che ci permette di conoscere esattamente le dimensioni del fenomeno in tutte le sue differenti sfumature. Siamo, tra tutte le persone coinvolte nella problematica, al di sotto delle 50 unità»;
il 2 ottobre tutti i quotidiani italiani hanno riportato la notizia della scomparsa di 35 cittadini algerini che, atterrati all'aeroporto di Fiumicino (Roma), ne sono usciti sottraendosi ai controlli. Di loro non si conosce né identità né provenienza e si presume siano giunti in Italia facendo scalo dalle tratte in provenienza da Algeri o Istanbul;
secondo quanto denunciato dal sindacato di polizia CONSAP, dall'inizio del 2014 sarebbero almeno 500 gli algerini giunti a Roma con voli provenienti da Algeri e da Istanbul dei quali non si ha più traccia;
pare che i servizi di informazione e sicurezza algerini abbiano schedato a decorrere dall'estate 2014 circa 130 persone dirette in Europa e simpatizzanti della "Jihad";
a parere degli interroganti se gli stranieri hanno fatto ingresso in Italia attraverso un vettore aereo ciò è stato possibile solamente se è stato loro concesso un regolare visto di ingresso per un motivo consentito dalla legge oppure perché negli aeroporti esterni allo spazio Schengen hanno avuto connivenze che, in mancanza di un visto di ingresso, lo hanno permesso, connivenze che in qualche modo è possibile presumere siano proseguite nell'aeroporto italiano;
la gravità della situazione è evidente se la Procura di Civitavecchia (Roma) ha chiesto alla Polizia di frontiera aerea di Fiumicino una relazione sui tentativi di fuga di algerini che arrivano nell'aeroporto di Fiumicino;
considerato che in un momento in cui si sta verificando un'emergenza umanitaria e sanitaria, il Governo ha destinato un ulteriore stanziamento per fronteggiare l'afflusso di stranieri (operazione "Mare nostrum"), spesso difficilmente identificabili, con il rischio di far transitare nel nostro Paese dei terroristi,
si chiede di sapere:
se ai Ministri in indirizzo risulti che queste "sparizioni" siano continue e quali siano le cause che non permettono all'interno della zona aeroportuale un adeguato controllo da parte delle forze di polizia e la ragione per la quale la vigilanza sui voli provenienti dall'Algeria si sia dimostrata sino ad oggi non sufficiente, se non inadeguata;
posto che non si conosca né identità né provenienza degli Algerini, come sia stato possibile determinarne il numero e la nazionalità;
quali siano le compagnie aeree presumibilmente utilizzate dai citati soggetti per fare ingresso nel nostro Paese e quali iniziative il nostro Governo abbia promosso affinché dette compagnie rafforzino i controlli e individuino chi possa aver aiutato tali cittadini stranieri ad entrare senza averne titolo nel nostro Paese.
(3-01266)
Interrogazioni con richiesta di risposta scritta
MARINELLO - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che:
al concorso per dirigenti scolastici, ex decreto del direttore generale 13 luglio 2011 dell'Ufficio scolastico della Regione Lombardia, risultano ad oggi 96 vincitori ed idonei;
la sentenza del Consiglio di Stato n. 3747/2013 ha respinto il ricorso in appello promosso dal Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca e altri contro la sentenza del TAR Lombardia che aveva ordinato la ricorrezione delle prove scritte di concorso;
a seguito di tale episodio, i 96 exvincitori ed idonei non sono stati ammessi alle prove orali;
considerato che, per quanto risulta all'interrogante:
non era mai accaduto che i candidati di un concorso ordinario, risultati idonei alla prova preselettiva, alle due prove scritte ed una prova orale, con i propri nomi già scritti su una graduatoria e sui contratti, a 3 giorni dalla presa di servizio subissero una lesione dei diritti acquisiti, in seguito ad una decisione della magistratura che ordina un dietrofront su loro impiego, imputando alla pubblica amministrazione gravi errori nella gestione della procedura concorsuale;
le commissioni, nominate dal Ministero per la ricorrezione degli elaborati, hanno arbitrariamente cambiato i criteri di valutazione;
la recente sentenza del Consiglio di Stato n. 4664 del 12 settembre 2014 relativa al concorso per dirigenti scolastici tenutosi in Toscana osserva che prevalenti ragioni di omogeneità e continuità dell'azione amministrativa (sia pure, entro i limiti resi possibili dall'avvicendamento nella composizione della commissione) inducono a privilegiare l'opzione secondo cui la nuova commissione confermi ed utilizzi i medesimi indirizzi e criteri di valutazione già enucleati dalla precedente;
i 96 vincitori ed idonei, esclusi dopo la seconda correzione, sono stati costretti a ricorrere in sede amministrativa e penale, corredando i loro ricorsi con gli atti nominativi di tutti coloro che, prima bocciati, avevano superato la seconda valutazione anche con il massimo dei voti, nonostante i loro elaborati presentassero lacune evidenti e grossolani errori formali;
ritenuto che:
il decreto-legge n. 58 del 2014, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 87 del 2014, al comma 2-terdell'art. 1, consente di "bandire" entro il 31 dicembre 2014 la prima tornata del corso-concorso nazionale per dirigenti scolastici, da espletare con le nuove procedure e modalità previste dall'art. 17 del decreto-legge n. 104 del 2013, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 128 del 2013;
il decreto-legge n. 58 stabilisce, molto genericamente, che una quota dei posti, nel rispetto della normativa vigente, sia riservata ai soggetti già vincitori ovvero utilmente collocati nelle graduatorie di concorso successivamente annullate in sede giurisdizionale;
l'indeterminatezza e la genericità delle disposizioni, che non specificano la misura della quota, se tale quota riguardi l'ammissione al corso-concorso o la graduatoria finale, non costituiscono per gli ex vincitori nessuna garanzia futura sull'immissione nei ruoli;
ai candidati risultati vincitori del concorso non può essere addebitata alcuna responsabilità per le cause che hanno determinato l'annullamento delle procedure di reclutamento, interamente ascrivibili ad errori procedurali compiuti dall'amministrazione;
nel corso dell'esame nell'Aula del Senato del disegno di conversione del decreto-legge n. 58, nella seduta del 15 maggio 2014, il Governo ha accolto gli ordini del giorno G1.1000, G1.100 e G1.101: in particolare, con l'ordine del giorno G1.1000, il Governo si è impegnato a fissare le quote di riserva per le diverse categorie considerate, in misura proporzionale alla consistenza delle stesse, nonché a valutare la possibilità, all'atto dell'assunzione in ruolo conseguente alle nuove procedure concorsuali, di ridurre al minimo gli spostamenti di sede per coloro che già svolgono le funzioni di dirigente scolastico,
si chiede di sapere quali azioni il Ministro in indirizzo intenda intraprendere affinché il bando di concorso di prossima emanazione possa prevedere un esplicito riconoscimento e una migliore definizione delle quote di riserva, come previste nell'ordine del giorno G10.1000 per le diverse categorie citate nel decreto, affinché i diritti e le legittime aspettative dei vincitori del concorso non vengano disattese.
(4-02782)
Luciano ROSSI - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che:
con deliberazione regionale n. 336 del 16 luglio 2014, la Regione Umbria ha approvato le linee guida per la programmazione territoriale della rete scolastica e dell'offerta formativa per gli anni scolastici 2015/2016, 2016/2017 e 2017/2018 ampiamente disattesa dal piano di dimensionamento ex delibera n. 65 del 25 settembre 2014 della Giunta del Comune di Terni;
la Corte costituzionale, in seguito al ricorso presentato da diverse Regioni, con la sentenza n. 147 del 7 giugno 2012 ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 19, comma 4, del decreto-legge n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111 del 2011;
il testo della disposizione incostituzionale sancisce che per garantire un processo di continuità didattica nell'ambito dello stesso ciclo di istruzione, a decorrere dall'anno scolastico 2011/2012 la scuola dell'infanzia, la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado sono aggregate in istituti comprensivi, con la conseguente soppressione delle istituzioni scolastiche autonome costituite separatamente da direzioni didattiche e scuole secondarie di primo grado; gli istituti comprensivi per acquisire l'autonomia devono essere costituiti con almeno 1.000 alunni, ridotti a 500 per le istituzioni site nelle piccole isole, nei comuni montani e nelle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche;
la normativa in vigore, ribadita dalle stesse linee della Regione Umbria n. 336 del 16 luglio 2014, è quella prevista dal comma 2 dell'art. 2 del decreto del Presidente della Repubblica del 16 giugno 1998, n. 233, la quale stabilisce: "Ai fini indicati al comma 1, per acquisire o mantenere la personalità giuridica gli istituti di istruzione devono avere, di norma, una popolazione, consolidata e prevedibilmente stabile almeno per un quinquennio, compresa tra 600 e 900 alunni; tali indici sono assunti come termini di riferimento per assicurare l'ottimale impiego delle risorse professionali e strumentali";
tutti gli istituti scolastici per mantenere la propria autonomia devono avere almeno 600 alunni e nel comune di Terni non ci sono scuole del primo ciclo sotto tale soglia;
il decreto-legge 12 settembre 2013, n. 104, recante: "Misure urgenti in materia di istruzione, università e ricerca", convertito, con modificazioni, dalla legge 8 novembre 2013, n. 128, articolo 12, concernente il "Dimensionamento delle istituzioni scolastiche", prevede, in applicazione delle precedenti sentenze della Corte costituzionale, che i criteri per l'individuazione delle istituzioni scolastiche sede di dirigenza e di direttore dei servizi generali ed amministrativi siano definiti con accordo in sede di Conferenza Stato-Regioni, ancora in fase di definizione, e il dettato di tale norma è stato ribadito dalle linee guida per la programmazione territoriale della rete scolastica e dell'offerta formativa in Umbria exDelibera regionale n. 336 del 16 luglio 2014;
constatato che:
nell'incontro del 30 settembre 2014, le organizzazioni sindacali dei lavoratori della scuola hanno chiesto il ritiro della delibera, contestandola nel merito: le istituzioni scolastiche, per mantenere la propria autonomia devono avere almeno 600 alunni e a Terni non ci sono scuole del primo ciclo sotto tale soglia, ritenendo quindi il piano inopportuno;
non esiste poi nessun obbligo normativo che impone ai Comuni di trasformare le direzioni didattiche e le scuole medie in istituti comprensivi (a meno che non ci sia un'effettiva esigenza di dimensionamento);
le critiche dei sindacati sono rivolte anche e soprattutto al metodo utilizzato, visto che il provvedimento preso non ha rispettato minimamente i passaggi previsti dalla delibera del Consiglio regionale (la n. 336 del 16 luglio 2014) che prescrive il confronto con istituzioni scolastiche, associazioni dei genitori e sindacati;
senza uno studio attento del territorio e degli istituti, un coinvolgimento delle parti sociali, delle scuole e dei genitori, non si può procedere a soppressioni di scuole, accorpamenti, trasferimenti di sedi e nuove istituzioni,
si chiede di sapere quali iniziative di competenza il Ministro in indirizzo intenda prendere in relazione ai fatti esposti, anche affinché le amministrazioni competenti azionino gli strumenti in autotutela per la revisione o annullamento delle delibere di Giunta n. 47 del 10 settembre 2014 e n. 65 del 25 settembre 2014.
(4-02783)
NACCARATO - Ai Ministri per la semplificazione e la pubblica amministrazione e dell'economia e delle finanze - Premesso che l'attuale convenzione relativa alla fornitura del servizio sostitutivo di mensa mediante buoni pasto (cosiddetta Consip 6) prevede (art. 7, lettera d), del capitolato tecnico) che il fornitore possa sospendere la fornitura del servizio (e quindi l'emissione di ulteriori buoni pasto) nei confronti dell'amministrazione contraente che si sia resa inadempiente solo nel caso di ritardato pagamento che si prolunghi complessivamente per 120 giorni;
constatato che:
questa previsione è, all'evidenza, fonte di grave pregiudizio, in termini economici, oltre che organizzativi, per i fornitori i quali, per un periodo di ben 4 mesi, si trovano costretti ad erogare le proprie prestazioni in favore di una controparte inadempiente, con inevitabile aggravio dei costi ed aumento della propria esposizione bancaria. Pregiudizio assai considerevole solo che si consideri il numero e le dimensioni delle amministrazioni clienti, purtroppo sempre più spesso, ed anzi di regola, in grave ritardo nei pagamenti;
ad aggravare la posizione del fornitore vi è inoltre l'impossibilità per quest'ultimo (stante la mancanza di una disciplina in proposito nel testo della convenzione attualmente in vigore) di rifiutare gli ordini provenienti da amministrazioni clienti che si siano già rese morose nei suoi confronti in relazione a precedenti convenzioni e a forniture già erogate;
infine, è quanto mai opportuno e necessario consentire alle società tutte che operano nel mercato dei buoni pasto di proseguire con la propria attività, anche in ossequio al principio della libera concorrenza, ovviamente penalizzato da un sistema che consente la "sopravvivenza" delle sole grandi imprese in grado di sostenere costi finanziare elevatissimi, con conseguente intuibile e serio rischio di monopolizzazione del settore,
si chiede di sapere:
quale sia l'opinione dei Ministri in indirizzo sui crescenti ed abituali ritardi nei pagamenti delle pubbliche amministrazioni alle società fornitrici dei "buoni pasto", particolarmente in un momento come questo, caratterizzato dalla quasi impossibilità di far ricorso al sistema bancario per anticipazioni sui pagamenti;
se non ritengano necessario ed urgente un intervento regolatorio che preveda il diritto del fornitore di rifiutare la fornitura ove richiesta da amministrazioni che si siano rese morose nei suoi confronti in relazione a precedenti convenzioni e forniture, nonché il diritto del fornitore di sospendere la fornitura dei buoni pasto nei confronti delle amministrazioni che si rendano morose allo scadere del termine fissato ex lege per il pagamento, cioè decorsi ulteriori 30 giorni dalla data di scadenza delle fatture.
(4-02784)
SANTANGELO, BOTTICI, MANGILI, PUGLIA, MARTON, DONNO - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:
nel 2010 il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ha emanato il bando "Bike Sharing e fonti rinnovabili", con il fine di diffondere sempre più la bicicletta quale mezzo di spostamento sistematico, rivolto ai Comuni, agli enti gestori dei parchi nazionali e regionali, finalizzato al cofinanziamento di investimenti per la realizzazione di progetti di bike sharing associati a sistemi di alimentazione mediante energie rinnovabili, in particolare pensiline fotovoltaiche;
il Ministero con decreto n. SEC-DEC-2011-38 dell'8 febbraio 2011 ha pubblicato la graduatoria dei progetti, e nello specifico, ha reso noti i primi 57 progetti ammessi al cofinanziamento, con la disponibilità finanziaria prevista dal bando pari a 14.000.000 euro purché siano portati a compimento gli interventi;
tra i progetti ammessi al cofinanziamento vi era quello del Comune di Erice (Trapani) "Lavori di realizzazione di un sistema di piste ciclabili completo di stazioni per il bike sharing alimentate con fonti rinnovabili" identificato con il codice 255 che, come da graduatoria, ha ottenuto il quindicesimo posto e l'importo di 340.956,85 euro;
l'importo complessivo dei lavori oggetto del contratto d'appalto è di 605.000 euro, e visto il DEC-2011-38 dell'8 febbraio 2011 del Ministero dell'ambiente di 340.956,85 euro, la rimanente somma di 264.43,15 euro veniva finanziata con fondi del bilancio del Comune di Erice (determinazione settoriale n. 72 del 29 febbraio 2012);
successivamente l'amministrazione comunale di Erice procedeva alla pubblicazione del bando di gara con procedura aperta con il titolo "Lavori di realizzazione di un sistema di piste ciclabili completo di stazioni per il bike sharing alimentate con fonti rinnovabili", ai sensi dell'art. 9 della legge regionale n. 12/2011, comunicando che detta gara sarebbe stata espletata dall'Ufficio regionale per l'espletamento di gare per l'appalto di lavori (UREGA), sezione provinciale di Trapani, codice cig (3940449162), codice cup (e51b11000400005);
a seguito di detta gara espletata dall'UREGA di Trapani, i lavori vennero appaltati dalla ditta Cantieri Edili Srl, con sede a Favara (Agrigento), per l'importo complessivo di 605.000 euro di cui 425.482,88 a base d'asta;
considerato che:
tali "Lavori di realizzazione di un sistema di piste ciclabili completo di stazioni per il bike sharing alimentate con fonti rinnovabili" sono stati avviati con una prima fase che ha visto la realizzazione del primo tratto della pista ciclabile ubicato ad Erice sul lungomare Dante Alighieri, sotto la direzione ed il coordinamento in fase di esecuzione di un tecnico abilitato, per incarico disposto con determina sindacale n. 22 del 7 maggio 2012. Lo stesso tecnico veniva revocato dall'incarico come da determina n. 818 del 6 giugno 2014 dal responsabile unico del procedimento (RUP), perché non aveva adempiuto alla produzione e trasmissione della documentazione tecnica-amministrativa;
i lavori ripresi nel settembre 2014, sotto la direzione dello stesso RUP del Comune di Erice, hanno determinato l'avvio della seconda fase esecutiva delle opere della pista ciclabile nel reticolo urbano, previa approvazione di una perizia di variante, che sembra aver modificato l'originario progetto in termini di viabilità della stessa pista ciclabile;
i lavori ripresi con il tracciamento dei tratti urbani della pista ciclabile (stesura di vernice rossa e strisce di colore giallo per la delimitazione della carreggiata) sono stati oggetto di contestazione da parte dei cittadini ericini anche per la colorazione degli attraversamenti sui marciapiedi e sulla sede stradale, che la connotano come poco sicura per la circolazione dei ciclisti stessi, come riportato dagli organi di stampa, tra cui "la Repubblica", edizione di Palermo del 2 ottobre 2014;
il sindaco pro tempore di Erice, dopo le numerose segnalazioni e contestazioni, ha disposto la revoca dell'incarico di direzione dei lavori interna al responsabile unico del procedimento, e la contestuale contestazione della mancata esecuzione dei lavori a "regola d'arte" all'impresa appaltatrice da parte dello stesso RUP, come da verbale del 26 settembre 2014 prot. gen. n. 35698,
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza di quanto esposto e se non intenda accertare con urgenza se il progetto autorizzato con decreto n. SEC-DEC-2011-38 dell'8 febbraio 2011, finanziato con l'importo di 340.956,85 euro, sia conforme alle opere ad oggi in esecuzione come da bando appaltato dal Comune di Erice e, pertanto, se non siano state attuate delle procedure tecnico-amministrative non conformi alle vigenti norme sugli appalti pubblici;
se l'esecuzione dei lavori per la realizzazione del sistema di piste ciclabili completo di stazioni per il bike sharing alimentate con fonti rinnovabili, sia conforme al regolamento che definisce le caratteristiche tecniche delle piste ciclabili, cioè al decreto ministeriale 30 novembre 1999, n. 557, nonché al vigente codice della strada (di cui al decreto legislativo n. 285 del 1992 e successive modificazioni e integrazioni) e, nella fattispecie, se vengano rispettate le disposizioni di sicurezza stradale;
se la segnaletica orizzontale e quindi i materiali posti in opera siano conformi ai parametri qualitativi minimi stabiliti dalla norma UNI EN 1436/1998.
(4-02785)
CANDIANI - Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali - Premesso che:
l'apicoltura è l'allevamento di api allo scopo di sfruttare i prodotti dell'alveare dove per tale si intende un'arnia popolata da una famiglia di api. L'apicoltura è considerata a tutti gli effetti un'attività agricola, del settore agricolo-zootenico di rilevanza economica fortemente radicata nella tradizione e nei luoghi in cui viene esercitata;
essa può essere assai significativa anche ai fini del controllo ambientale, essendo l'ape un animale molto sensibile alla qualità dell'ambiente in cui vive, e inoltre, per la natura stessa della sua attività, una sorta di "campionatore biologico" assai funzionale, almeno d'estate, in quanto le api ispezionano una vasta area attorno all'alveare, venendo a contatto con suolo, vegetazione, aria e acqua;
l'apicoltura è creatività, l'apicoltore s'ingegna per trovare delle soluzioni ai problemi pratici dell'allevamento, procura alle api ricovero e cure, veglia sul loro sviluppo, in cambio egli raccoglie una quota discreta del loro prodotto, consistente in: miele, polline, cera d'api, pappa reale, propoli e veleno;
la ricchezza culturale dell'apicoltura, le ampie disponibilità di risorse nettarifere che da sempre caratterizzano il territorio italiano, la varietà e la selezione negli anni di un ceppo di api universalmente riconosciute come le migliori del mondo hanno portato il nostro Paese ad importanti traguardi sul piano interno ed internazionale: per numero di addetti, per tipologia qualitativa delle produzioni e per diffusione dell'allevamento sul territorio;
sono circa 1.100.000 gli alveari nel nostro Paese e 50.000 gli apicoltori italiani, con una produzione media di 200.000 quintali di miele l'anno, per un fatturato di circa 70 milioni di euro che aumenta se si pensa che la produzione agricola trae incremento produttivo anche dal prezioso ed insostituibile servizio di impollinazione delle api sulle colture ortofrutticole e sementiere;
l'apicoltura quest'anno ha registrato una pessima stagione produttiva, che rischia di subire un calo fino al 70 per cento, a causa delle persistenti perturbazioni che hanno colpito il territorio nazionale;
a causa dei cambiamenti climatici, l'inverno non è stato particolarmente freddo, ma caratterizzato da abbondanti precipitazioni nevose, con qualche breve periodo di basse temperature ma complessivamente mite, che non hanno certo contribuito al completo riposo degli sciami riuniti in glomere (quando le api si stringono fra loro nei mesi invernali al fine di mantenere costante la temperatura all'interno di esso). Durante la primavera si sono verificate giornate con temperature elevate che hanno indotto le api regine a deporre uova e aumentare il numero delle api, quindi le famiglie si sono sviluppate troppo velocemente. Ed infine si è avuta un'estate non delle migliori, molto variabile con piogge insistenti, a volte con grandine, con temperature molto basse di notte e frequenti passaggi nuvolosi con piovaschi improvvisi e insistenti;
il maltempo ha prodotto conseguenze anche sui cicli vegetativi delle piante con l'allungamento dei tempi di crescita di molte colture condizionando così i ritmi naturali. Durante alcuni periodi importanti per alcuni tipi di fioriture quali il tarassaco, la robinia, il tiglio e il castagno queste sono avvenute sotto la pioggia determinando il fatto che le api non sono riuscite a bottinare (ovvero ad effettuare la raccolta di vari tipi di sostanze naturali come pollini e nettari) in quanto è notorio che le api con la pioggia non possono volare, e quindi sono state costrette a consumare le scorte degli alveari indebolendoli;
in alcuni casi gli apicoltori sono intervenuti alimentando le api dall'esterno, intervenendo con il miele prodotto nelle annate precedenti o con sciroppi a base di fruttosio, il che ha comportato anche ripercussioni sui costi aziendali;
gli effetti che il maltempo ha causato alle api si ripercuotono inevitabilmente sull'intero settore agroalimentare in quanto quando si parla di api non si parla solo di miele ma anche di agricoltura e della produzione di tutti quei prodotti (71 colture su 100) che quotidianamente consumiamo e che vengono impollinati dalle api quali ad esempio le mele, pesche, pere, uva e via dicendo per un valore di circa 3,5 miliardi di euro;
ad aggravare la situazione e le condizioni di difficoltà del settore (la maggior parte del miele viene importato da Paesi extraeuropei e arriva sul mercato italiano ad un prezzo molto più basso e con una qualità nettamente inferiore) è sopravvenuto il diffondersi di un dannosissimo parassita degli alveari, l'acaro Varroa Jacobsoni Oudemans, nonché della vespa asiatica Vesta velutina e da ultimo dalla Athina Tumida un coleottero che scava gallerie nei favi dove depone le uova e dove le larve diventano adulte nutrendosi del miele infestando così gli alveari, costringendo le famiglie di api ad abbandonarlo e, quindi, con un graduale ridimensionamento della consistenza complessiva della produzione;
si è tenuta nel mese di settembre 2014 a Montalcino, in provincia di Siena, la "settimana del miele" organizzata dalla ASGA (associazione apicoltori di Siena, Arezzo e Grosseto) durante la quale si sono discusse tutte le questioni che colpiscono il settore apistico dal maltempo che ha compromesso la produzione di quest'anno alla nuova minaccia proveniente dalla Athina Tumida;
è necessario sostenere una rinnovata attenzione verso l'apicoltura,
si chiede di sapere quali provvedimenti di competenza il Ministro in indirizzo intenda adottare a sostegno del settore apistico al fine di proteggere l'apicoltura nicchia dell'economia agricola, comparto che sta attraversando un periodo di profonda crisi dovuta ai cambiamenti climatici ed all'aumento dei parassiti che minacciano la vita degli alveari e quali iniziative intenda intraprendere in materia di monitoraggio e controllo al fine di evitare l'espansione di parassiti e specie dannose per l'apicoltura.
(4-02786)
MUNERATO - Al Ministro dell'interno - Premesso che:
l'art. 7, comma 31-sexies, del decreto-legge n. 78 del 2010, inserito dalla legge di conversione n. 122 del 2010, stabilisce la soppressione del contributo a carico delle amministrazioni provinciali e dei Comuni previsto dal comma 5 dell'articolo 102 del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali di cui al decreto legislativo n. 267 del 2000, e la corrispondente riduzione dei contributi ordinari delle amministrazioni provinciali e dei Comuni, per essere destinati alla copertura degli oneri derivanti dall'applicazione dal comma 31-ter dello stesso articolo 7 del decreto-legge n. 78;
esso stabilisce la soppressione dell'Agenzia autonoma per la gestione dell'albo dei segretari comunali e provinciali (AGES) e la successione a titolo universale del Ministero dell'interno alla stessa Agenzia, le cui risorse strumentali e di personale ivi in servizio, comprensive del fondo di cassa, sono trasferite al Ministero;
il secondo capoverso del comma 31-sexies dispone che i criteri della riduzione dei trasferimenti erariali destinati alla copertura degli oneri connessi al fondo finanziario di mobilità siano definiti con decreto del Ministro dell'interno, di concerto con i Ministri dell'economia e delle finanze e per la pubblica amministrazione e l'innovazione, sentita la Conferenza Stato-città ed autonomie locali, da adottare entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore della legge;
quest'ultimo decreto del Ministro dell'interno, di concerto con il Ministro dell'economia in data 23 maggio 2012, prevede, all'articolo 1, che le funzioni della soppressa Agenzia, trasferite al Ministero dell'interno, siano svolte attraverso la costituzione presso il Dipartimento per gli affari interni e territoriali di un ufficio dirigenziale generale;
il decreto del Ministro dell'interno, di concerto con il Ministro dell'economia e il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione del 20 febbraio 2013, prevede, all'articolo 1, comma 1, che il contributo a carico delle amministrazioni provinciali e dei Comuni previsto dal comma 5 dell'articolo 102 del decreto legislativo n. 267 del 2000 è soppresso dal 1° gennaio 2013 e sostituito, dalla medesima data, dalla riduzione di risorse spettanti agli enti locali;
lo stesso decreto, all'articolo 1, comma 2, stabilisce che la riduzione sia effettuata dal Ministero dell'interno sui trasferimenti erariali e sulle risorse da fondo sperimentale di riequilibrio di cui al comma 3 dell'art. 2 del decreto legislativo n. 23 del 2011 e di cui all'art. 21 decreto legislativo n. 68 del 2011, e, all'articolo 2, comma 1, che, nel caso di segreterie convenzionate, la classe demografica da considerare è quella derivante dalla somma delle popolazioni di tutti gli enti facenti parte della convenzione stessa;
in particolare, stabilisce, all'articolo 3, che per le sedi di segreteria convenzionata, la riduzione è operata a carico del Comune capo convenzione, salva la possibilità per lo stesso di rivalersi nei confronti degli altri Comuni facenti parte della convenzione;
contrariamente alle disposizioni di legge citate, alcuni amministratori locali denunciano l'illegittima sottrazione dal Fondo di solidarietà del 2014 della riduzione per la mobilità ex AGES, nonostante il Comune da loro amministrato non sia stato indicato, nella relativa convenzione di segreteria, quale sede di Comune capo convenzione;
in data 22 gennaio 2013 è stata firmata la convenzione tra i Comuni di Zevio, Povegliano veronese ed Arcole, tutti in provincia di Verona, "al fine di avvalersi dell'opera di un unico Segretario Comunale per svolgere in modo coordinato e in forma associata le funzioni di Segretaria Comunale, ottenendo un significativo risparmio della relativa spesa", in cui si stabilisce nel Comune di Zevio la sede di Comune capo convenzione;
come indicato dal sito del Ministero, nella sezione di finanza locale, il Comune di Arcole, nonostante non sia stato designato nella convenzione quale Comune capo convenzione, si vede sottrarre dal Fondo di solidarietà comunale 2014 la riduzione per la mobilità ex AGES per un ammontare pari a 6.311,14 euro, mentre per il Comune di Povegliano veronese non risulta tale addebito, poiché già il Comune di Zevio, capo convenzione, ha avuto invece calcolata la sua riduzione per la somma di 20.539,72 euro;
conformemente alle prescrizioni di legge citate, molti altri enti locali, anche nello stesso veronese, non si sono visti decurtare dal Fondo di solidarietà l'importo per la mobilità ex AGES, così come, a titolo di esempio, i Comuni di Zimella, Veronella e Cavaion veronese, tra cui, soltanto quest'ultimo si vede sottrarre dal Fondo di solidarietà 2014 la quota dovuta per la mobilità ex AGES, con un importo pari a euro 20.539,72, mentre per gli altri due enti parte della convenzione lo stesso importo è pari a 0, in quanto giustamente riconosciuti quali Comuni non capo convezione,
si chiede di sapere:
per quale motivo alcuni Comuni si vedano imporre dal Ministero, contra legem, tali sottrazioni per la mobilità ex AGES anche quando questi non siano stati indicati nelle convenzioni locali quali Comuni capo convenzione;
quali misure il Ministro in indirizzo, in base alle proprie competenze, intenda adottare al fine di erogare a tali enti locali l'intera somma del Fondo di solidarietà 2014 dovuta secondo le prescrizioni di legge.
(4-02787)
MUNERATO - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e dello sviluppo economico - Premesso che:
l'articolo 12 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, ha ulteriormente abbassato il limite all'uso del denaro contante, riducendolo da 2.500 a 999,99 euro, e lo stesso limite è stato fissato per i pagamenti, per l'erogazione di stipendi, compensi e pensioni da parte delle pubbliche amministrazioni;
nonostante il decreto-legge n. 16 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 44 del 2012, abbia stabilito che, in deroga alle norme sulla limitazione all'uso del contante, sia possibile per gli operatori del settore del commercio al minuto e le agenzie di viaggio e turismo vendere beni e servizi a cittadini stranieri non residenti in Italia, entro il limite di 15.000 euro, gli adempimenti a carico del cedente del bene o del prestatore del servizio restano comunque onerosi ed è possibile usufruire di tale deroga soltanto quando l'acquirente sia una persona fisica, che non abbia cittadinanza italiana né quella di uno dei paesi dell'Unione europea e dello Spazio economico europeo (Liechtenstein, Islanda, e Norvegia) e risieda al di fuori del territorio dello Stato;
tali misure, oltre ad aver generato un aumento degli oneri finanziari e delle commissioni sulle singole transazioni a carico dei cittadini e a favore del sistema finanziario, sta determinando da tempo gravi ripercussioni su più settori, come il turismo, laddove sono sempre di più i turisti italiani che preferiscono trascorrere i viaggi o i periodi di vacanza in altri Paesi dove possono pagare comodamente con denaro contante, piuttosto che restare in Italia e pagare con carta di credito o assegno bancario, ma, soprattutto, ne stanno risentendo i flussi turistici provenienti dall'estero, in particolare da quelle aree o quei Paesi per cui non è possibile avere la deroga (UE e Spazio economico europeo), che, come denunciano gli operatori del settore, hanno subito un gravoso calo dovuto alle nuove imposizioni sulla normativa in materia di tracciabilità;
ne risultano oltremodo svantaggiati gli operatori economici di ogni settore stanziati nelle zone transfrontaliere che vedono ridursi il volume degli affari, non soltanto perché i cittadini dei Paesi a noi limitrofi preferiscono acquistare nei loro Paesi o altrove, ma anche perché gli stessi cittadini italiani, che abitano nelle zone di confine, possono facilmente recarsi nei territori confinanti per svolgere qualsiasi tipo di attività economica, compresa l'apertura di esercizi commerciali o attività d'impresa;
in particolare, un comparto che stata subendo il carico di pesanti disagi è proprio quello della grande distribuzione nel settore ortofrutticolo veneto, laddove sono altrettanto numerosi gli operatori stranieri che erano abituati a pagare l'acquisto delle loro merci in denaro, in ragione del fatto che a seguito della contrattazione, in questo settore, è previsto il pagamento istantaneo di somme ingenti, mentre oggi, viceversa, tali operatori preferiscono vendere i loro prodotti nella rete di distribuzione di altri Paesi;
oltre alle conseguenze dirette sui livelli occupazionali, si profilano anche pesanti conseguenze future per il settore nel suo complesso, già duramente provato dalla crisi economica,
si chiede di sapere quali concrete misure i Ministri in indirizzo intendano adottare per sostenere gli operatori veneti del settore ortofrutticolo e se non si reputi di assumere iniziative normative per modificare al rialzo la soglia di tracciabilità dei pagamenti, valutati i disagi che tale disposizione sta arrecando, anche per quel che riguarda le conseguenze sui livelli occupazionali delle imprese del settore.
(4-02788)
MUNERATO - Al Ministro dell'interno - Premesso che:
il decreto-legge n. 16 del 2014, recante "Disposizioni urgenti in materia di finanza locale, nonché misure volte a garantire la funzionalità dei servizi svolti nelle istituzioni scolastiche", convertito, con modificazioni, dalla legge n. 68 del 2014, prevede, all'art. 9, le disposizioni in materia di contributo ordinario spettante agli enti locali;
la disposizione rende permanenti, a decorrere dal 2014, le riduzioni del contributo ordinario agli enti locali disposte, per gli anni 2010-2012, dall'articolo 2, comma 183, della legge finanziaria per il 2010 (legge n. 191 del 2009), definite nella misura di 7 milioni di euro per le Province e di 118 milioni di euro per i Comuni, ossia gli stessi importi della riduzione disposta dal comma 183 per l'anno 2012;
la riduzione del contributo ordinario disposta dal comma 183 è da porre in relazione alle disposizioni di cui ai commi successivi del medesimo articolo 2 della legge finanziaria per il 2010, che recano misure dirette a garantire risparmi di spesa per Comuni e Province, in parte derivanti dalla riduzione del numero degli amministratori locali, per assorbire la riduzione del contributo ordinario disposta in via predeterminata dal comma 183;
in particolare, il comma 183 ha disposto una riduzione dei trasferimenti erariali spettanti a Comuni e Province, iscritti sul Fondo ordinario per il finanziamento dei bilanci degli enti locali, per complessivi 13 milioni di euro per il 2010, 91 milioni per il 2011 e 125 milioni per il 2012, la cui riduzione riguarda: le Province, per un milione di euro per il 2010, 5 milioni per il 2011 e 7 milioni per il 2012, i Comuni per 12 milioni di euro per il 2010, 86 milioni per il 2011 e 118 milioni per il 2012;
come accennato i commi da 183 a 188 recano una riduzione del contributo ordinario agli enti locali e, in relazione ad essa, una serie di misure per farvi fronte, tra cui una diminuzione dei componenti degli organi rappresentativi ed esecutivi;
il comma 184 prevede la riduzione del 20 per cento del numero dei consiglieri comunali e dei consiglieri provinciali (con arrotondamento dell'entità della riduzione all'unità superiore) senza computare il sindaco e il presidente della Provincia. Successivamente, il decreto-legge n. 138 del 2011 (art. 16, comma 17), convertito, con modificazioni, dalla legge n. 148 del 2011, ha ulteriormente ridotto il numero dei consiglieri nei comuni fino a 10.000 abitanti, a decorrere dal primo rinnovo di ciascun Consiglio comunale;
il comma 185 prevede che il numero massimo degli assessori comunali e provinciali è determinato in misura pari, rispettivamente per ciascun Comune e per ciascuna Provincia, ad un quarto del numero dei consiglieri comunali e provinciali (con arrotondamento all'unità superiore);
quindi l'art. 9 del decreto-legge n. 16 del 2014 rende a regime, affianco alle disposizioni del comma 184 e seguenti, dell'art. 2 della legge finanziaria per il 2010 già ricomprese, anche la riduzione del contributo ordinario che riguardava solo il triennio 2010-2012, rendendo permanente la riduzione del contributo ordinario;
ferma restando l'entità complessiva della riduzione del contributo ordinario, il comma 183, come modificato dal decreto-legge n. 2 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 42 del 2010, provvede a modulare le modalità di individuazione della riduzione spettante a ciascun ente, introducendo una differenziazione a seconda dell'anno di applicazione;
si prevede, in primo luogo, che il Ministro in indirizzo con proprio decreto provveda, per il 2010, alla corrispondente riduzione, in proporzione alla popolazione residente, del contributo ordinario spettante a tutti gli enti locali, mentre per il 2011 la riduzione è disposta esclusivamente per gli enti per i quali hanno luogo il rinnovo dei Consigli in quell'anno e, infine, per il 2012 la riduzione si applica agli enti locali rinnovati in quell'anno e nell'anno precedente;
il citato decreto-legge n. 2 del 2010, art. 1, comma 2, ha precisato la decorrenza delle riduzioni degli organi disposte dai commi 184, 185 e 186, che si applicano per quanto riguarda i Consigli a decorrere dal 2011 agli enti locali per i quali in quell'anno ha avuto luogo il rinnovo del Consiglio e per quanto riguarda le Giunte, a decorrere dal 2010, sempre per gli enti per i quali in quell'anno ha avuto luogo il rinnovo;
come accennato, il comma 183 rinvia alla legge dello Stato la determinazione dell'ammontare della riduzione del contributo ordinario per i successivi anni 2013, 2014 e 2015: per ciascuno di tali anni, si prevede che la riduzione del contributo è applicata, in proporzione alla popolazione residente, a tutti gli enti per i quali il rinnovo del Consiglio ha luogo nel medesimo anno e a quelli per i quali ha avuto luogo negli anni precedenti a decorrere dal 2011;
seppur si osserva in proposito che dal momento che la riduzione degli organi degli enti locali decorre dalle elezioni 2010 (per la riduzione delle Giunte) e dalle elezioni 2011 (per i Consigli), la riduzione dei contributi, derivante anche dalla diminuzione delle indennità conseguente al minor numero di consiglieri ed assessori, sarebbe più gravoso per gli enti locali rinnovati prima del 2010-2011 per i quali non ha trovato applicazione la riduzione dei propri organi, le disposizioni citate, sia il rinvio alla legge, sia l'applicazione graduale, vengono abrogate dall'articolo 9 e, pertanto, la riduzione dovrebbe applicarsi in modo indiscriminato a tutti gli enti locali, anche a quelli per i quali sono stati rinnovati gli organi prima del 2011;
contrariamente alle disposizioni di legge citate, sul sito del Ministero degli Interni, nella sezione finanze, risultano della differenziazioni di accrediti e addebiti riguardo alla variazione per il criterio di riparto dei costi della politica di cui art. 9 del decreto-legge n. 16 del 2014, dove, a titolo di esempio, nella provincia veronese, i Comuni di Caldiero, Povigliano veronese e Zevio ricevono, rispettivamente, importi pari a 21.421,21, 20.131,20 e 41.001,51 euro, mentre ai Comuni di Zimella e Arcole vengono addebitati, rispettivamente, importi pari a 10.021,50 e 12.898,62 euro,
si chiede di sapere:
per quale motivo alcuni Comuni non siano soggetti al contributo dovuto all'amministrazione centrale proveniente dalla riduzione dei costi della politica di cui all'art. 9 del decreto-legge n. 16 del 2014, mentre altri si vedono addebitare la propria somma di contributo;
quali provvedimenti il Ministro in indirizzo intenda adottare, in base alle proprie competenze, al fine di riequilibrare la situazione di sperequazione ingiustificata che si è venuta a creare tra gli enti locali riguardo a tale voce sottratta dal totale delle risorse di riferimento.
(4-02789)
TOCCI - Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo -
(4-02790)
(Già 3-01203)
TOMASELLI - Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali -
(4-02791)
(Già 3-00541)
STEFANO - Ai Ministri delle politiche agricole alimentari e forestali e della salute -
(4-02792)
(Già 3-00526)
PAGLIARI - Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali -
(4-02793)
(Già 3-00512)
Interrogazioni, già assegnate a Commissioni permanenti, da svolgere in Assemblea
L'interrogazione 3-01032, della senatrice Fattori ed altri, precedentemente assegnata per lo svolgimento alla 9a Commissione permanente (Agricoltura e produzione agroalimentare), sarà svolta in Assemblea, in accoglimento della richiesta formulata in tal senso dall'interrogante.