Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 307 del 09/09/2014

SENATO DELLA REPUBBLICA
------ XVII LEGISLATURA ------

307a SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO STENOGRAFICO (*)

MARTEDÌ 9 SETTEMBRE 2014

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Presidenza del presidente GRASSO,

indi della vice presidente FEDELI

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(*) Include l'ERRATA CORRIGE pubblicato nel Resoconto della seduta n. 348 dell'11 novembre 2014
(N.B. Il testo in formato PDF non è stato modificato in quanto copia conforme all'originale)

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N.B. Sigle dei Gruppi parlamentari: Forza Italia-Il Popolo della Libertà XVII Legislatura: FI-PdL XVII; Grandi Autonomie e Libertà: GAL; Lega Nord e Autonomie: LN-Aut; Movimento 5 Stelle: M5S; Nuovo Centrodestra: NCD; Partito Democratico: PD; Per le Autonomie (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE: Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE; Per l'Italia: PI; Scelta Civica per l'Italia: SCpI; Misto: Misto; Misto-Italia Lavori in Corso: Misto-ILC; Misto-Liguria Civica: Misto-LC; Misto-Movimento X: Misto-MovX; Misto-Sinistra Ecologia e Libertà: Misto-SEL.

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RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza del presidente GRASSO

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 16,36).

Si dia lettura del processo verbale.

VOLPI, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del 4 settembre.

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 16,37).

Sugli eventi alluvionali che hanno colpito le popolazioni del Gargano

PRESIDENTE. (Si leva in piedi e con lui tutta l'Assemblea). Colleghi, vi invito ad un attimo di attenzione, per favore.

La scorsa settimana una vasta area del Gargano è stata colpita da devastanti eventi alluvionali che hanno provocato vittime ed ingenti danni alle abitazioni e alle strutture economiche del territorio. È passato appena un mese da quando questa Assemblea ha commemorato le vittime della calamità che ha colpito il Trevigiano e ancora una volta ci troviamo a piangere la perdita di vite umane e ad esprimere vicinanza e solidarietà a popolazioni segnate duramente da emergenze legate al dissesto idrogeologico.

Questa ennesima sciagura impone di nuovo una riflessione sulla necessità di affrontare con urgenza e determinazione la questione della prevenzione e delle risorse destinate a fronteggiare eventi che sono diventati troppo frequenti o, mi si consenta, addirittura ordinari.

In ricordo delle vittime e in segno di vicinanza alla popolazione del Gargano, vi invito ad osservare un minuto di silenzio e di raccoglimento. (L'Assemblea osserva un minuto di silenzio).

Sulla scomparsa di Franca Falcucci

CASINI (PI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CASINI (PI). Signor Presidente, intervengo per un brevissimo ricordo.

Giovedì scorso è scomparsa la senatrice Franca Falcucci. È stata in quest'Aula dal 1968 al 1992. È stata vice segretaria nazionale della Democrazia Cristiana e Ministro della pubblica istruzione per lungo tempo. Di lei vorrei ricordare non solo le tante qualità umane e il profondo rigore morale, ma anche il suo impegno per l'inserimento dei ragazzi disabili della scuola. Ha fatto studi molto seri su questo e ha potuto governare il difficile processo di inserimento dei ragazzi diversamente abili nella scuola italiana.

Mi sembrava doveroso che questo Senato dedicasse pochi istanti al ricordo di una persona certamente buona, onesta e perbene. (Applausi).

Sui lavori del Senato
Parlamento in seduta comune, convocazione

PRESIDENTE. La Conferenza dei Capigruppo ha approvato il calendario dei lavori fino al 25 settembre.

Oggi pomeriggio si svolgeranno le repliche dei relatori e del Governo sui disegni di legge di delegazione europea 2013 e di legge europea 2013, senza procedere ad alcuna votazione. L'esame dei provvedimenti proseguirà a partire dalla seduta pomeridiana di domani. Come già comunicato, alle ore 18 si svolgerà l'informativa del Ministro dell'interno sul tema del terrorismo internazionale di matrice religiosa. I Gruppi potranno intervenire per dieci minuti ciascuno.

Domani mattina l'Assemblea non terrà seduta in concomitanza con la riunione del Parlamento in seduta comune, convocato alle ore 9, per le votazioni relative all'elezione di due giudici della Corte costituzionale e di otto componenti del Consiglio superiore della magistratura.

Nella seduta antimeridiana di giovedì, a partire dalle ore 10,30, il Ministro dello sviluppo economico renderà un'informativa sull'impatto economico per le imprese nazionali in relazione alle sanzioni commerciali della Federazione russa nei confronti dell'Unione europea. I Gruppi potranno intervenire per dieci minuti ciascuno.

La prossima settimana, nella seduta di martedì 16 settembre, con inizio alle ore 15, il Presidente del Consiglio dei ministri renderà un'informativa sulle linee di attuazione del programma di Governo. I Gruppi potranno intervenire per dieci minuti ciascuno.

Sempre la prossima settimana, saranno esaminati i disegni di legge di rendiconto e assestamento, il disegno di legge in materia di diffamazione, già approvato dalla Camera dei deputati, nonché il bilancio interno e il rendiconto del Senato. Nella seduta pomeridiana di giovedì 18 settembre si terrà il question time con il Ministro della difesa.

Il calendario della settimana dal 23 al 25 settembre prevede la discussione del decreto-legge di proroga di missioni internazionali, ove approvato dalla Camera dei deputati, nonché la discussione del disegno di legge delega in materia di lavoro, se concluso dalla Commissione.

Programma dei lavori dell'Assemblea, integrazioni

PRESIDENTE. La Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari, riunitasi oggi con la presenza dei Vice Presidenti del Senato e con l'intervento del rappresentante del Governo, ha adottato - ai sensi dell'articolo 53 del Regolamento - la seguente integrazione al programma dei lavori del Senato per i mesi di luglio, agosto e settembre 2014.

- Disegno di legge n. 1119 e connessi - Modifiche alla legge 8 febbraio 1948, n. 47, al codice penale e al codice di procedura penale in materia di diffamazione, di diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di diffusione, di ingiuria e di condanna del querelante (Approvato dalla Camera dei deputati)

Calendario dei lavori dell'Assemblea

PRESIDENTE. Nel corso della stessa riunione, la Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari ha altresì adottato - ai sensi dell'articolo 55 del Regolamento - il calendario dei lavori dell'Assemblea fino al 25 settembre 2014:

Mercoledì

10

settembre

pom.

h. 16,30-20

- Seguito discussione congiunta:

- Disegno di legge n. 1519 - Legge di delegazione europea 2013 - secondo semestre (Approvato dalla Camera dei deputati) (Voto finale con la presenza del numero legale);

- Disegno di legge n. 1533 - Legge europea 2013-bis (Approvato dalla Camera dei deputati)

- Informativa del Ministro dello sviluppo economico sull'impatto economico per le imprese nazionali, in relazione alle sanzioni commerciali della Federazione Russa nei confronti dell'Unione europea (giovedì 11, ore 10,30)

Giovedì

11

"

ant.

h. 9,30

Giovedì

11

settembre

pom.

h. 16

- Interpellanze e interrogazioni

Il Parlamento in seduta comune è convocato mercoledì 10 settembre, alle ore 9, per le votazioni relative all'elezione di due giudici della Corte costituzionale e di otto componenti del Consiglio superiore della magistratura. Voteranno per primi i senatori.

Martedì

16

settembre

pom.

h. 15-20

- Informativa del Presidente del Consiglio dei Ministri sulle linee di attuazione del programma di Governo

- Disegni di legge nn. 1594 e 1595 - Rendiconto 2013 e Assestamento 2014 (Approvati dalla Camera dei deputati) (Votazioni finali con la presenza del numero legale)

- Disegno di legge n. 1119 e connessi - Diffamazione (Approvato dalla Camera dei deputati)

- Documenti VIII, nn. 3 e 4 - Bilancio interno e rendiconto del Senato

Mercoledì

17

"

ant.

h. 9,30-13

"

"

"

pom.

h. 16,30-20

Giovedì

18

"

ant.

h. 9,30-14

Giovedì

18

settembre

pom.

h. 16

- Interrogazioni a risposta immediata ai sensi dell'articolo 151-bis del Regolamento al Ministro della difesa

Gli emendamenti ai disegni di legge nn. 1594 e 1595 (Rendiconto 2013 e Assestamento 2014) e al disegno di legge n. 1119 e connessi (Diffamazione) dovranno essere presentati entro le ore 17 di lunedì 15 settembre.

Martedì

23

settembre

pom.

h. 16,30-20

- Disegno di legge n. ... decreto-legge n. 109 - Proroga missioni internazionali (Scade il 3 ottobre 2014) (Ove approvato dalla Camera dei deputati)

- Disegno di legge n. 1428 e connessi - Delega lavoro (Voto finale con la presenza del numero legale) (Ove concluso dalla Commissione)

Mercoledì

24

"

ant.

h. 9,30-13

"

"

"

pom.

h. 16,30-20

Giovedì

25

"

ant.

h. 9,30-14

Giovedì

25

settembre

pom.

h. 16

- Interpellanze e interrogazioni

I termini per la presentazione di emendamenti al disegno di legge n. ... (Decreto-legge n.109, proroga missioni internazionali) e al disegno di legge n. 1428 (Delega lavoro) saranno stabiliti in relazione ai lavori delle Commissioni.

Ripartizione dei tempi per la discussione congiunta

del disegno di legge n. 1519
(Legge di delegazione europea 2013 - secondo semestre)
e del disegno di legge n. 1533
(Legge europea 2013-bis)
(10 ore, escluse dichiarazioni di voto)

Relatori

1 h.

Governo

1 h.

Votazioni

1 h.

Gruppi 7 ore, di cui:

PD

1 h.

33'

FI-PdL XVII

1 h.

M5S

47'

NCD

42'

Misto

37'

LN-Aut

31'

Aut (SVP, UV, PATT, UPT) - PSI-MAIE

29'

GAL

29'

PI

28'

SCpI

26'

Dissenzienti

5'

Ripartizione dei tempi per la discussione dei disegni di legge nn. 1594 e 1595
(Rendiconto 2013 e Assestamento)
(7 ore, escluse dichiarazioni di voto)

Relatori

1 h.

Governo

30'

Votazioni

30'

Gruppi 5 ore, di cui:

PD

1 h.

6'

FI-PdL XVII

43'

M5S

34'

NCD

30'

Misto

26'

LN-Aut

22'

Aut (SVP, UV, PATT, UPT) - PSI-MAIE

21'

GAL

21'

PI

20'

SCpI

18'

Dissenzienti

5'

Ripartizione dei tempi per la discussione del disegno di legge n. ...
(Decreto-legge n. 109 - proroga missioni internazionali)
(7 ore, escluse dichiarazioni di voto)

Relatori

40'

Governo

40'

Votazioni

40'

Gruppi 5 ore, di cui:

PD

1 h.

..6'

FI-PdL XVII

43'

M5S

34'

NCD

30'

Misto

26'

LN-Aut

22'

Aut (SVP, UV, PATT, UPT) - PSI-MAIE

21'

GAL

21'

PI

20'

SCpI

18'

Dissenzienti

5'

Seguito della discussione congiunta dei disegni di legge:

(1519) Delega al Governo per il recepimento delle direttive europee e l'attuazione di altri atti dell'Unione europea - Legge di delegazione europea 2013 - secondo semestre (Approvato dalla Camera dei deputati) (Votazione finale qualificata ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Relazione orale)

(1533) Disposizioni per l'adempimento degli obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia all'Unione europea - Legge europea 2013-bis (Approvato dalla Camera dei deputati) (Relazione orale) (ore 16,44)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione congiunta dei disegni di legge nn. 1519 e 1533, già approvati dalla Camera dei deputati.

Ricordo che nella seduta antimeridiana del 4 settembre i relatori hanno svolto la relazione orale, è stata respinta una questione sospensiva e ha avuto luogo la discussione generale congiunta.

Ha facoltà di parlare il senatore Floris, relatore sul disegno di legge n. 1519.

FLORIS, relatore sul disegno di legge n. 1519. Signor Presidente, rappresentante del Governo, colleghi, nella scorsa seduta sono state illustrate le relazioni introduttive e si è svolta la discussione generale sul disegno di legge europea 2013-bis e sul disegno di legge di delegazione europea 2013 - secondo semestre. Nella replica, mi sento di accogliere le osservazioni anche critiche manifestate dai colleghi Candiani, Divina, Liuzzi, Mauro, Mussini, Panizza e Orellana.

Condivido non tanto le analisi sui contenuti della legge di delegazione, quanto quelle sui tempi lunghi ed eccessivamente dilatati con i quali la legge è stata presentata alle Camere per la relativa approvazione. Se è vero che la legge n. 234 del 2012 consente al Governo di presentare alle Camere entro il 31 luglio di ogni anno il disegno di legge di delegazione riferito all'anno in corso, è anche vero però che il provvedimento in esame è stato presentato alla Camera dei deputati il 22 novembre 2013 e successivamente licenziato a Montecitorio il 10 giugno di quest'anno.

Sono consapevole che i motivi che hanno ritardato la presentazione dell'Atto Senato 1519 siano da ricercare anche nella tardiva formazione del Governo Letta, ma ritengo prioritaria e urgente l'applicazione di questa legge.

Abbiamo già detto che la legge di delegazione europea 2013 - secondo semestre delega il Governo al recepimento di numerose direttive e che il disegno di legge di delegazione europea 2014 di prossima presentazione al Senato è stato già approvato dal Consiglio dei ministri.

A tale proposito, rivolgo il mio monito all'Esecutivo, chiamato ad essere più efficiente nella presentazione della legge di delegazione europea 2014, con tempi in linea con quelli europei, al fine di consentire una adeguata discussione alle Assemblee parlamentari, senza il clima emergenziale odierno.

Nella discussione generale sono stati toccati numerosi profili, su cui oggi sia io, sia la collega Cardinali replichiamo sinteticamente.

Sulle politiche dell'immigrazione, senatori Candiani, Panizza, Orellana e Liuzzi, abbiamo cercato di prospettare soluzioni equilibrate e fornito una delega per il recepimento delle direttive mediante la predisposizione di un testo unico e il recepimento di alcune infrazioni rilevate dalla Camera dei deputati.

Il punto focale rimane la maggiore collaborazione da parte di tutti gli Stati europei verso quelli che subiscono, come l'Italia, una forte pressione migratoria, dovuta all'acuirsi delle tensioni su tanti, forse troppi territori dell'area del Mediterraneo e del Medio Oriente. L'accordo raggiunto con la commissaria dell'Unione europea Cecilia Malmström per un maggiore coinvolgimento di Frontex nel controllo del Mediterraneo mi pare vada nella direzione giusta.

Quello che in questa sede rileva per noi però è la necessità di conformare l'ordinamento interno a quello europeo. Su tale base, la legge di delegazione europea prevede non solo una delega per il recepimento delle direttive nn. 32 e 33 del 2013 da esercitare entro il 2015, ma anche, in base all'articolo 7, una delega per la predisposizione di un testo unico in materia di immigrazione possibilmente condiviso dalla Commissione europea. Approfittiamo del semestre europeo proprio per gettare le basi affinché il testo unico sia ampiamente condiviso. Ecco perché ritengo che la spinta riformatrice dell'Europa sia importante e spetterà al legislatore delegato darvi rapido seguito.

Nel corso della discussione generale il tema della burocrazia e dei vincoli è stato sollevato dal senatore Candiani, al quale ricordo che è già insito nel divieto di gold plating. Nell'articolo 32, comma 1, lettera c), della legge n. 234 del 2012, infatti, il Governo è vincolato a far sì che gli atti di recepimento di direttive dell'Unione europea non possano prevedere l'introduzione o il mantenimento di livelli di regolazione superiori a quelli richiesti dalle direttive stesse. L'articolo 1 del disegno di legge di delegazione lo richiama espressamente e quindi il problema, in fase di concreto recepimento, non si dovrebbe porre. Teniamo anche conto che in fase di recepimento, qualora fosse inserito - anche solo per errore o dimenticanza - un onere non previsto da una direttiva, il particolare meccanismo costituzionale del rapporto tra legge delega e decreto delegato determinerà un'illegittimità costituzionale dell'onere aggiuntivo non previsto dalla direttiva. Sebbene ciò sia stato introdotto recentemente, nel dicembre 2012, non credo che gli effetti positivi tarderanno a manifestarsi.

Il tema della trasferibilità dei diritti pensionistici (sollevato in particolare dal senatore Divina) o del capitale accumulato dai lavoratori reputo possa essere affrontato sia in un'ottica europea sia in un'ottica interna, nel momento immediatamente successivo all'applicazione di questa legge. È stato però presentato un ordine del giorno che impone una riflessione adeguata e che affronteremo a breve.

Mi permetto infine di rilevare l'atteggiamento costruttivo tenuto da parte di tutte le forze politiche nell'esame dei due disegni di legge in 14a Commissione, a dimostrazione del fatto che - come rilevato in discussione generale dal collega Liuzzi - gli interessi di parte devono venire dopo quelli del Paese.

Con questo spirito e con la volontà di arrivare ad una riduzione delle infrazioni, abbiamo esaminato il provvedimento Atto Senato n. 1519, contenente il recepimento di obblighi europei, per l'adempimento del quale siamo in notevole ritardo, non per colpa del Senato. Si invita dunque l'Aula ad un atteggiamento conseguente, affinché la legge abbia esito positivo. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare la senatrice Cardinali, relatrice sul disegno di legge n. 1533.

CARDINALI, relatrice sul disegno di legge n. 1533. Signor Presidente, signor sottosegretario, colleghi senatrici e senatori... (Brusio). Chiedo scusa, signor Presidente, ma se alle mie spalle questo brusio non diminuisce non riesco a parlare: non è possibile, mi sembra una questione di rispetto dei luoghi. Chiedo se magari i colleghi che si trovano proprio alle mie spalle possono parlare un po' più piano.

PRESIDENTE. Ha ragione, senatrice: chiedo ai colleghi di interrompere i capannelli e le discussioni, grazie.

CARDINALI, relatrice sul disegno di legge n. 1533. Grazie a lei, signor Presidente.

Nella scorsa seduta si sono svolte le relazioni introduttive e la discussione generale sui disegni di legge europea 2013-bis e sul disegno di legge di delegazione europea 2013 - secondo semestre. Si tratta di due provvedimenti importanti, come diceva anche il collega Floris, che pongono l'Italia in una situazione di maggior conformità all'ordinamento europeo e danno anche la misura dell'impegno del Governo e del Parlamento nel semestre di presidenza italiana dell'Unione.

Il disegno di legge europea 2013-bis risolve numerose procedure d'infrazione e casi EU Pilot con un approccio sostanziale che dà modo di chiudere molte contestazioni, consentendo così all'Italia di risalire nello scoreboard comunitario. La legge di delegazione europea 2013 - secondo semestre, allo stesso modo, come già detto bene dal collega senatore Floris, fornisce la delega per il recepimento di numerose direttive.

Dopo l'approvazione dei due testi da parte della Commissione politiche dell'Unione europea e dopo la discussione generale, l'Aula si accinge ora a chiudere l'esame con la votazione degli emendamenti, confermando ancora una volta la vocazione europeista di questo Senato, dove si è comunque cercato di accelerare al massimo i tempi di approvazione delle leggi europee, fondamentale biglietto da visita per gli importanti negoziati che si apriranno in Europa nelle prossime settimane.

Nella discussione generale congiunta sono stati toccati numerosi profili, su cui oggi sia io che il collega Floris abbiamo modo di replicare, anche se evidentemente in maniera sintetica.

Una delle questioni poste - in particolare, con modalità e approcci diversi, dal senatore Candiani, della Lega, e dal senatore Mirabelli, del PD - riguarda la sovrapposizione, che pure c'è stata, tra articoli del disegno di legge europea 2013 - secondo semestre e decreto competitività. Non si può parlare - come pure ho sentito fare in quest'Aula - di atto di arroganza da parte del Governo nel voler esautorare la funzione parlamentare e, in particolare, il ruolo della 14a Commissione, tanto che tutti - Commissione e Governo, come dicevo nella scorsa seduta - abbiamo condiviso l'urgenza di provvedere, su alcune limitate questioni, proprio per accorciare i tempi, e ci siamo adeguati di conseguenza, utilizzando proprio lo strumento del decreto-legge. Desidero ricordare che spesso ci si lamenta della tempistica. Il fatto che questo provvedimento sia rimasto alla Camera dei deputati per diversi mesi ha causato non solo l'aggiunta di molti articoli, ma anche la necessità da parte nostra di recuperare in qualche modo quel lasso di tempo perduto. E senza alcuna polemica faccio al riguardo una battuta: anche con il provvedimento al nostro esame abbiamo toccato con mano quanto possa essere urgente una riforma del bicameralismo. Non si tratta di alcun atto di villania, quindi, ma solo della valutazione, condivisa dalla Commissione, di accelerare l'iter di alcune procedure, tenendo conto del fatto che il decreto ha reso possibile, essendo immediatamente operativo, l'attuazione di iniziative importanti.

Quanto al tema della responsabilità civile dei magistrati, ricordato negli interventi dei colleghi Candiani, Mussini e Mirabelli, ricordo che esso si pone come tema di carattere generale che eccede il limitato ambito della legge europea.

Anche il limitato tema dell'attuazione della sentenza della Corte di giustizia «Traghetti del Mediterraneo», che pure avrebbe potuto - solo questo - trovare spazio nella legge europea, potrà trovare una più compiuta attuazione nel disegno di legge approvato dal Governo e di prossimo esame parlamentare nella sede propria della Commissione giustizia. Non si tratta, quindi, di aver eliminato un tema, ma di avergli dato la giusta collocazione e destinazione nella discussione e anche uno strumento adeguato. Di certo, però, il mantenimento del testo che ci era arrivato dalla Camera poneva rilevanti problemi di tenuta da un punto di vista ordinamentale. Non si trattava, quindi, solo della giusta collocazione, ma anche di un tema legato al contenuto. E non è un caso che sia stato soppresso a seguito della presentazione di emendamenti.

A tal proposito, senza fare polemica e in tono amicale, ricordo al collega Candiani - peraltro quasi sempre presente ai lavori della 14a Commissione - che nessuno ha minacciato - tranquillizzo quindi tutti, perché è qui presente, vicino a me e sta bene - o ricattato il senatore Cociancich affinché presentasse l'emendamento da parte del Partito Democratico. Ripeto, non ha subìto né minacce né ricatti, e a questo punto dovrei dire che la stessa cosa il Governo l'avrebbe dovuta fare anche con i colleghi di SEL e del Movimento 5 Stelle, non solo con il Partito Democratico, perché l'emendamento soppressivo dell'articolo 30 (o meglio ex articolo 30, perché oggi non ha più questa numerazione, essendo diminuiti gli articoli) è stato presentato anche da altri Gruppi del Senato.

Sul numero delle infrazioni pendenti, ricordo gli interventi dei senatori Candiani, Mussini, Panizza e Fucksia. (Brusio). Presidente, le chiedo scusa, ma la prego di richiamare i colleghi a prestare attenzione, perché è faticoso intervenire con questo brusio, pur se riposati dopo il week-end. (Richiami del Presidente). Non posso che concordare con i colleghi che hanno sottolineato giustamente l'esigenza di diminuire sensibilmente il numero delle infrazioni pendenti, soprattutto durante la Presidenza italiana del Consiglio dell'Unione europea.

Senza inutili polemiche, ma anzi tenendo conto - lo voglio ricordare anch'io, come ha fatto la senatrice Fucksia - del clima costruttivo da sempre vissuto (e non solo durante l'esame di questo provvedimento) in 14a Commissione, invito a fare in modo che questi due provvedimenti possano essere licenziati rapidamente, in modo tale da permettere al Governo di notificare a Bruxelles l'avvenuta approvazione definitiva di norme di legge che vadano a chiudere le infrazioni che vengono in rilievo, contribuendo in tal modo a ridurne ulteriormente il numero. Lo diciamo sempre, ma lo si fa attraverso l'approvazione di atti come quello in esame, per cui è giusto ribadirlo e riconfermarlo in questa sede. In un'Europa che ci vede attori nel dialogo legislativo e politico con gli altri Stati membri un'azione negoziale efficace potrà essere massimamente agevolata dal rispetto degli adempimenti richiesti.

In riferimento alla questione dell'agroalimentare posta dalla senatrice Mussini e dal senatore Mauro, nella legge europea si è cercato di fornire soluzioni che dessero sostegno alle produzioni italiane, con riferimento sia alla norma relativa al contenuto minimo di succo d'arancia nelle bevande che alla norma sull'olio di oliva, a tutela non solo dei produttori, ma anche dei consumatori. Sono tasselli minimi ma importanti, soprattutto in una fase in cui il settore agroalimentare rischia di essere pesantemente compromesso dal blocco sulle importazioni dei prodotti agricoli europei, adottato dalla Federazione russa a partire dal 6 agosto. Auspichiamo che vi possa essere una rapida soluzione della questione politica generale dei rapporti tra Unione europea e Russia, in modo che il divieto di importazione possa essere eliminato. È chiaro, peraltro, che ogni provvedimento adottato in materia agricola deve essere adottato nella consapevolezza dell'integrazione dei mercati e delle connessioni esistenti tra Stati europei e Stati non europei. Occorre, quindi, vigilare attentamente sui negoziati europei - questo veniva ricordato anche nell'intervento del senatore Mauro - che riguardano trattati con Stati terzi, per impedire che vengano inserite norme che svantaggino grandemente le produzioni nazionali.

Sul tema dell'autotrasporto, sollevato dal collega Panizza (del quale abbiamo infatti accolto una sollecitazione), auspichiamo che nei confronti delle questioni sul cabotaggio vengano introdotti dei temperamenti che attenuino le forti pressioni sui lavoratori italiani, che si trovano a subire la concorrenza dei lavoratori di altri Stati membri in cui il costo del lavoro è enormemente minore. Non sarà facile, indubbiamente, perché sono le stesse normative europee che in taluni casi favoriscono queste forme di integrazione lavorativa. Abbiamo fiducia, però, nel lavoro del Governo, che - ricordiamo - dovrà dare seguito all'ordine del giorno a prima firma del senatore Panizza accolto in Commissione.

Quanto al tema della partecipazione del Parlamento alle decisioni europee (trattato e sollecitato dalla senatrice Mussini e dal senatore Mauro) e al rischio di una prevalenza delle burocrazie nella scrittura delle norme, sono perfettamente d'accordo sul fatto che si debba intervenire. Ricordo a tal proposito che la legge n. 234 del 2012 fornisce alle due Camere tutti gli strumenti per intervenire nella fase di formazione della decisione europea, condizionandone, quindi, le scelte.

Con il Trattato di Lisbona importanti materie sono state devolute alla competenza europea. Contestualmente, però, sono stati anche accresciuti i poteri di indirizzo e controllo dei Parlamenti nella fase ascendente. Forse, quindi, (ed è un auspicio e una sollecitazione) il Parlamento italiano potrebbe esercitare questi poteri anche con minore ritrosia in alcuni casi - come fanno ad esempio i parlamentari britannici o danesi - anche e soprattutto imponendo vincoli negoziali stringenti al Governo nella fase delle trattative.

Gli strumenti quindi ora li abbiamo, colleghe senatrici e colleghi senatori: dobbiamo solo utilizzarli con tempestività ed efficacia. Per questo rivolgo un appello a stringere i tempi, perché l'Europa ci chiama ad assumere un'ulteriore responsabilità, in particolar modo ora che la Presidenza spetta all'Italia. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

GOZI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, ringrazio innanzitutto la relatrice Cardinali, il relatore Floris e tutti i senatori che sono intervenuti in discussione generale, in un dibattito ricco di spunti, di domande e di richieste di approfondimenti. Proprio per questo, signor Presidente, mi permetterà di cercare di rispondere punto per punto a tutti i senatori intervenuti. Mi permetta, altresì, di ringraziare l'ottimo lavoro che la Commissione 14a ha svolto: un lavoro costruttivo, molto tempestivo e di qualità, che, tra l'altro, ha anche migliorato, per certi aspetti, il contenuto della legge europea 2013-bis. Ringrazio, quindi, tutti i membri della Commissione e il presidente Chiti.

Certamente è stato fatto un lavoro tempestivo - è infatti necessario procedere molto rapidamente nell'adozione in via definitiva della legge di delegazione 2013 (e tra un attimo spiegherò il perché, anche se è stato detto dal relatore) - e un lavoro di qualità, perché obiettivamente il provvedimento è uscito migliorato dai lavori di Commissione. Questo è il lavoro che il Governo auspica di fare sempre con il Parlamento e con il Senato in particolare.

Siamo convinti che la politica europea dell'Italia, soprattutto - come ha ricordato poc'anzi la relatrice Cardinali - dopo il Trattato di Lisbona e alla luce della legge n. 234 del 2012, sia sempre di più una politica di sistema, che si fa insieme, Governo e Parlamento. Il Governo - lo confermo al relatore Floris - è certamente pronto a dialogare nel quotidiano con il Parlamento. È evidente, infatti, che più noi riceviamo indicazioni chiare e precise, orientamenti importanti da parte del Parlamento sui negoziati rilevanti in sede europea, più noi potremmo far valere la posizione e il peso dell'Italia. In un negoziato è molto importante avere il peso positivo negoziale di un orientamento politico netto e chiaro del Parlamento. Siamo quindi pienamente disponibili come Governo e auspichiamo che il Parlamento voglia avvalersi pienamente delle sue prerogative sia alla luce del Trattato di Lisbona (mi riferisco in particolare al protocollo relativo ai Parlamenti nazionali) sia soprattutto alla luce della legge n. 234 del 2012.

Si tratta di uno sforzo importante anche in termini di credibilità. È evidente che stiamo lavorando e dobbiamo lavorare; ci basiamo anche sul buon lavoro svolto da chi ci ha preceduto, dagli ultimi Governi che ci hanno preceduto, per rafforzare la credibilità e l'influenza dell'Italia. Lo avete detto in molti e certamente io concordo: la credibilità e l'influenza dell'Italia dipendono anche dalla tempestività, dalla qualità e dal modo in cui l'Italia recepisce gli impegni europei (che non sono certamente degli obblighi esterni, ma il prodotto di un lavoro legislativo e negoziale a cui partecipa l'Italia), e dal modo in cui risponde anche alle sentenze di condanna e alle procedure di infrazione.

Il tema della credibilità e dell'influenza è molto importante. Ricorderò alcune cifre, perché gli interventi di alcuni senatori secondo me non erano pienamente aggiornati rispetto al lavoro compiuto dal Governo di cui faccio parte. Noi vogliamo, e abbiamo cominciato a farlo, diventare dei negoziatori sempre più «difficili», cioè esigenti. Per essere difficili ed esigenti bisogna avere molto chiaro qual è l'interesse nazionale che si vuole difendere. Per avere chiaro l'interesse nazionale, è molto importante - noto che è arrivato il senatore Mauro, così potrò rispondere anche a lui - che il Governo sappia chiaramente qual è la posizione del Parlamento su certi grandi temi negoziali.

Vogliamo essere negoziatori difficili ed esigenti, ma vogliamo anche essere dei bravi esecutori: nel momento in cui il negoziato è stato concluso, nel momento in cui l'interesse nazionale è stato difeso, nel momento in cui un provvedimento è stato votato, bisogna migliorare la qualità e la tempestività dell'esecuzione. Queste sono le due coordinate attorno alle quali questo Governo si è mosso sin dall'inizio.

Dicevo negoziatori esigenti, e penso vi siate accorti che qualche posizione l'abbiamo fatta valere a livello europeo e qualche negoziato l'abbiamo avviato, non necessariamente molto consensuale al momento, ma è evidente che i negoziati difficili non possono essere consensuali nella fase di avvio. Allo stesso tempo vogliamo lavorare anche sulla buona esecuzione.

Per quanto riguarda le cifre, ricordo che da quando questo Governo ha cominciato operativamente a lavorare sulle procedure di infrazione (un tema che è stato sollevato dal senatore Candiani, che ora non vedo in Aula ma leggerà la risposta, e dalla senatrice Fucksia), il numero delle infrazioni al 1° marzo di quest'anno era di 120, e non di 104 come è stato detto. Al 1° marzo di quest'anno avevamo dunque 120 procedure di infrazione aperte, mentre al momento sono 101. Mi ritengo soddisfatto? No, non lo sono, perché credo che lo saremo quando il numero di infrazioni si avvicinerà allo zero. Spiego perché ho detto «si avvicinerà allo zero» e non che deve essere zero: perché le procedure di infrazione, colleghi, non sono sentenze di condanna, ma dei contenziosi: sono come delle cause in tribunale. E se la Repubblica italiana, Stato membro dell'UE, è convinta della bontà delle sue posizioni, fa bene a mantenere aperta la procedura d'infrazione, fa bene ad arrivare fino alla Corte di giustizia, fa bene a reclamare la decisione di tale Corte. E non è raro, ma capita, che sia la Commissione europea ad avere torto e lo Stato membro ad avere ragione. Dobbiamo quindi continuare ad abbattere il numero delle infrazioni portandole quasi vicino allo zero (sottolineo il «quasi»). Ribadisco che al 1° marzo di quest'anno le procedure di infrazione erano 120, mentre al momento sono 101.

Il provvedimento che ci accingiamo ad adottare (mi riferisco alla legge europea 2013-bis) era stato presentato dal Governo precedente, ed avete ricordato le ragioni per cui si è accumulato un ritardo alla Camera, ma il testo all'esame ha poco a che fare con il testo originario, e questo grazie soprattutto al lavoro che avete svolto voi. Certamente anche il Governo è intervenuto su quel provvedimento, ma è stato arricchito dal lavoro parlamentare prima alla Camera e poi al Senato. Con la legge europea 2013-bis noi risolviamo otto procedure d'infrazione e 15 casi EU Pilot; rispettiamo le scadenze di quattro regolamenti dell'Unione; adeguiamo l'ordinamento italiano ad una sentenza pregiudiziale della Corte di giustizia dell'Unione europea in materia di appalti pubblici; attuiamo direttamente la direttiva 2013/61 scaduta il 1° gennaio 2014.

Voglio poi ricordare i punti specifici sui quali avete lavorato in maniera molto proficua: il tema dei rimpatri, il tema dell'orario di lavoro dei medici, il tema del certificato successorio europeo, il tema delle bevande a base di frutta. Su tutti questi punti (cui si aggiungono la libera prestazione di servizi, la vigilanza sui soggetti finanziari, il tema della sicurezza sul lavoro, il tema della concorrenza degli appalti, il tema della concorrenza e della distribuzione dei carburanti, l'importante tema delle pari opportunità tra uomo e donna, il tema della pesca e il tema dei ritardi di pagamento), avete svolto, insieme al lavoro svolto prima dalla Camera, un lavoro molto importante.

Si tratta di questioni di grande rilevanza, collegate alle priorità del nostro semestre di Presidenza e anche all'impostazione di politica economica europea di questo Governo. Tra queste ricordo, in particolare, il tema (che verrà affrontato e risolto, nel momento in cui vorrete votare, verrà approvata ed entrerà in vigore la legge europea 2013-bis) dei ritardi nel pagamento dei debiti della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese.

È un tema di grandissima rilevanza e su cui il Governo, nella persona in particolare del Presidente del Consiglio, si è impegnato sin dal discorso in cui chiedeva la fiducia di fronte a questo Senato. Sono stati pochi i punti dettagliati e specifici di politica europea ordinaria che egli ha ricordato, ma ha appunto ricordato il tema del pagamento dei debiti della pubblica amministrazione. E noi stiamo dando una risposta molto chiara alla perentorietà dei termini di pagamento; con la legge europea 2013-bis l'Italia si metterà in regola, dal punto di vista della piena attuazione della direttiva sui ritardi nei pagamenti, perché è chiara la perentorietà dei termini di pagamento: 30 giorni o, in alcuni casi che sono esattamente i casi ricordati dalla direttiva, 60 giorni.

Questo punto è chiaramente collegato alla priorità di politica europea del nostro Governo. Abbiamo introdotto un sistema che evita, in futuro, che si ripetano questi ritardi. È un sistema di cui certamente il tassello giuridico è l'articolo della legge europea 2013-bis di cui sto parlando, ma che si collega anche a delle misure operative. Penso alla piattaforma elettronica, che è già in funzione e nella quale sono iscritti ben 21.000 amministrazioni centrali, regionali ed enti locali; penso al negoziato che stiamo avviando, con la Commissione europea, sulla procedura d'infrazione che ha aperto con una lettera sul punto la Commissione uscente.

Questo tema è stato oggetto di negoziati, anche recenti. Il 30 luglio scorso abbiamo avuto un incontro con la Commissione europea nel quale abbiamo sottolineato l'ottimo lavoro che il Senato stava svolgendo proprio sul punto della perentorietà dei termini. Se si legge anche il Documento di economia e finanza si vede la rilevanza del tema del pagamento, dal momento che i vari Governi che si sono succeduti, e soprattutto il Governo del presidente Renzi, hanno stanziato 56 miliardi per risolvere in maniera definitiva la questione dei debiti della pubblica amministrazione. È quindi evidente che vogliamo procedere rapidamente. È altrettanto evidente che, fino a che manca questo tassello giuridico, cioè fintanto che la legge europea 2013-bis non viene adottata, noi avremo un contenzioso aperto con la Commissione europea, su un punto su cui concordiamo occorra intervenire.

Sul tema, invece, della legge di delegazione 2013, io ricordo nuovamente la posizione del Governo: noi auspichiamo un'approvazione in via definitiva in questa Camera. Auspichiamo che la legge di delegazione 2013 entri subito in vigore perché dobbiamo combattere (e dobbiamo farlo tutti insieme, Governo e Parlamento) una questione sulla quale non vi è giustificazione per il nostro Paese: si tratta del tema delle procedure d'infrazione aperte per mancato recepimento.

Un conto è avere una procedura di infrazione perché si ha un contenzioso con la Commissione europea, un conto è andare in infrazione perché non si recepiscono direttive che si contribuisce a produrre, a elaborare, a negoziare, a votare e poi, per ritardi amministrativi o per ritardi legislativi, si determina una serie di procedure di infrazione che vengono aperte per il mancato recepimento.

Questa è la ragione principale per cui vogliamo procedere in modo spedito all'adozione in via definitiva della legge di delegazione europea 2013. Proprio perché riteniamo che occorra procedere rapidamente nel lavoro di riduzione - questa sì fino allo zero - delle infrazioni aperte per mancato recepimento, il Governo ha già adottato la legge di delegazione europea 2014 e l'ha già trasmessa alla Conferenza Stato-Regioni e - come avevo già annunciato in Commissione e come da accordi con i vari Gruppi politici - inizierà in Senato la discussione della legge di delegazione europea 2014. Pertanto, tutti quei provvedimenti ed ulteriori atti che i senatori vogliono vedere recepiti anticipatamente e più rapidamente possono essere discussi ed eventualmente inseriti nella legge di delegazione europea 2014.

Nel frattempo, su delega del Presidente del Consiglio, ho già convocato il Comitato interministeriale per gli affari europei al fine di lavorare anche sulla legge europea 2014.

Questo è il pacchetto «semestre 2014» - mi rivolgo, in particolare, al senatore Candiani - che io avevo annunciato e che confermo, sul quale stiamo lavorando. Tale pacchetto si compone di due provvedimenti 2013, arricchiti dal lavoro parlamentare e da quello del Governo; della legge di delegazione 2014, che abbiamo già approvato in Consiglio dei ministri; della legge europea 2014, che verrà presentata nel corso di settembre, e di quella parte del decreto competitività che necessariamente (visti i tempi lunghi che avevamo accumulato) dovrà contenere alcune disposizioni, soprattutto in materia ambientale, perché nel frattempo la procedura si è aggravata e ci è sembrato assolutamente necessario intervenire con urgenza. Questo è il pacchetto «semestre 2014», che avevo annunciato, del quale confermo l'esistenza e su cui stiamo lavorando insieme anche oggi.

Sempre il senatore Candiani si preoccupava degli equilibri all'interno del Governo rispetto a chi fa o non fa la politica europea. Al riguardo ricordo che, per la prima volta, alla Presidenza del Consiglio è affidato anche il coordinamento del semestre di Presidenza: ciò non è mai accaduto in tutte le Presidenze di turno del Consiglio dei ministri dell'Unione europea, perché nelle altre dodici volte era sempre stato affidato al Ministero degli affari esteri. Visto che il senatore Candiani ha espresso una preoccupazione nel merito, confermo che per la prima volta la Presidenza del Consiglio ha anche il coordinamento del semestre europeo.

Un'altra accusa mossa da vari senatori e, di nuovo, in particolare dal senatore Candiani è quella di una totale assenza, finora, di risultati di politica europea del Governo Renzi. Io ne ricordo solo alcuni per quanto riguarda l'attività specifica svolta negli ultimi mesi. Innanzi tutto, sottolineo il successo di metodo. Per la prima volta, infatti, come Governo abbiamo chiesto e ottenuto con successo a livello europeo che prima di discutere di nomine si identificassero in modo formale, con l'approvazione di tutti i Capi di Stato e di Governo, le priorità strategiche attorno alle quali il Consiglio europeo avrebbe dovuto designare il Presidente della Commissione e attorno alle quali il Presidente della Commissione europea si sarebbe dovuto impegnare a presentarsi dinanzi al Parlamento. Così è stato, perché l'Agenda per l'Unione in tempi di cambiamento - la cosiddetta Agenda Van Rompuy - ha anzitutto anticipato le priorità del semestre; noi siamo riusciti ad inserire praticamente tutte le priorità del semestre di Presidenza italiana a fine giugno. Si tratta di un documento politico su cui si è impegnato il presidente Juncker.

Ricordo che il piano di investimenti pubblici e privati aggiuntivi - ha affermato il presidente Juncker - di 300 miliardi di euro è una priorità che si ritrova nel documento che il Presidente del Consiglio ha trasmesso al presidente del Consiglio europeo Van Rompuy a fine giugno. Quella era una proposta italiana, sostenuta fortemente anche dalla Francia, che oggi è una grande priorità su cui sta lavorando il Presidente della Commissione europea.

Mi sembra importante ricordare, inoltre, la nomina del numero due della Commissione europea: Federica Mogherini è stata nominata Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza dell'Unione europea e Vice Presidente della Commissione europea. Si tratta dell'incarico più importante dopo quello del presidente della Commissione europea Juncker.

Stiamo lavorando per dare attuazione anche a quella parte dell'Agenda strategica Van Rompuy in cui si indica la volontà e l'impegno di tutti i Capi di Stato e di Governo (su cui è impegnato anche il presidente Juncker) di sfruttare al massimo la flessibilità inserita nelle regole esistenti, facendo il migliore uso possibile della flessibilità per quanto riguarda l'applicazione del Patto di stabilità e di crescita. Questo è oggetto del negoziato che stiamo portando avanti anche in questi giorni.

Con ciò credo di aver risposto anche all'intervento della senatrice Mussini, che faceva riferimento a quella parte degli articoli stralciati e inseriti nel decreto competitività, soprattutto in materia di ambiente: ciò è avvenuto perché nel frattempo la procedura di infrazione si era molto aggravata.

Circa il nostro atteggiamento, confermo la disponibilità, la volontà e l'interesse del Governo a sfruttare pienamente, nell'ambito della dialettica parlamentare, i contenuti della legge n. 234 del 2012. Tra l'altro, chi vi parla non è del tutto estraneo a quella legge, frutto del lavoro di tutti i Gruppi politici della passata legislatura.

Per quanto riguarda l'azione del Governo, stiamo dando piena attuazione ad una legge che non era stata attuata. Abbiamo attivato i nuclei europei in tutti i Ministeri, abbiamo riattivato il Comitato interministeriale per l'Unione europea, abbiamo dato esecuzione alle norme sugli esperti nazionali distaccati. Dal punto di vista del Governo, stiamo attuando pienamente una legge che riteniamo fondamentale per un miglioramento sostanziale del modo in cui l'Italia fa la politica europea. Senatrice, le confermo che anche per quanto riguarda i rapporti tra Governo e Parlamento siamo pienamente disponibili a sfruttare al massimo l'occasione.

Sono stati svolti vari interventi sul tema della responsabilità civile dei giudici ed è già stato ricordato dai relatori. Anzitutto nessuno ha sottoposto a vessazioni il senatore Cociancich, che mi sembra piuttosto tranquillo e rilassato nel momento in cui sto parlando e non ha certo l'aria di qualcuno sottoposto a vessazioni. Ricordo che quell'emendamento soppressivo, come è già stato detto, è stato votato dal Partito Democratico, dal Movimento 5 Stelle, da Sinistra Ecologia e Libertà. È stata quindi una soppressione positiva e richiesta da molti. Il Governo, infatti, il 29 agosto ha adottato in Consiglio dei ministri un disegno di legge che affronta e risolve la questione in maniera molto più sistematica. Si tratta della parte del provvedimento relativa alla condanna dell'Italia ad opera della Corte di giustizia, rispetto alla quale c'è stata prima una pregiudiziale nel 2006 e poi la famosa sentenza di condanna della Corte di giustizia nel 2011. Riteniamo innanzitutto che il testo vada esaminato nelle sedi adeguate, che sono in primo luogo la Commissione giustizia nell'ambito di un dibattito legato alla giustizia. Occorre infatti affrontare in una sede appropriata questo tema, troppo rilevante per essere trattato in un provvedimento orizzontale che mira unicamente a chiudere le procedure di infrazione con l'Unione europea, come quello di cui stiamo discutendo.

In secondo luogo, è questa è un'altra ragione, era necessario discuterlo in un provvedimento specifico. Era infatti necessario rispondere alla sentenza di condanna creando un sistema unico, che guardasse sia al diritto dell'Unione europea sia al diritto interno. Non possiamo sviluppare due tipologie di responsabilità civile dei giudici: una per le violazioni del diritto dell'Unione europea ed un'altra per le violazioni del diritto interno.

Il testo del Governo con riferimento alla responsabilità prevede quella per violazione manifesta di interpretazioni del diritto europeo e del diritto interno dello Stato; non la limita, ed è consentito certamente alla luce della sentenza di condanna, ai giudici di ultima istanza ma a quelli di qualsiasi grado. Introduce inoltre una serie di modifiche importanti in tema di rivalsa, di prescrizione della rivalsa, di azione disciplinare, di eliminazione dei filtri di ammissibilità, che certamente meritano un dibattito e un approfondimento in sede di Commissione giustizia.

Mi fermo qui, perché solo i punti del disegno di legge del Governo mi sembrano giustificare un esame da parte di quest'Aula nelle sedi appropriate, che non sono quelle della legge europea o di delegazione, ma in sede di esame di un disegno di legge sulla responsabilità civile dei giudici.

Credo di aver risposto al senatore Mauro per quanto riguarda la disponibilità del Governo a lavorare sin dall'inizio con il Senato in relazione al contenuto da arricchire, se il Senato lo riterrà, rispetto al testo della legge di delegazione 2014 adottato dal Governo. Certamente l'Esecutivo è disponibile a discutere con il Parlamento, e quindi con il Senato, dei negoziati internazionali. Il senatore Mauro si riferiva ad alcuni negoziati internazionali del passato e ad altri che sono in corso e, ad esempio, credo che un confronto con il Parlamento sull'importante Partenariato transatlantico su commercio e investimenti, che il Governo sta portando avanti come presidente di turno dell'Unione europea, sia auspicato dal Governo, perché ci sono tanti punti da chiarire e anche tante leggende che circolano attorno a questo trattato che meritano una discussione parlamentare ed un approfondimento. Cito solo questo esempio, anche se ci sono altri negoziati in corso sui quali certamente siamo disposti ad informarvi.

Da parte di alcuni senatori, poi, è stata rivolta una critica al Governo, che non si starebbe occupando dello strapotere della tecnocrazia europea rispetto alle grandi questioni europee. Ebbene, noi stiamo lavorando anche sugli strumenti, sulle istituzioni. È infatti evidente che nel momento in cui abbiamo identificato nuovi obiettivi strategici - che sono quelli che ho ricordato - non sono gli obiettivi a doversi adattare alle tecnostrutture, bensì sono queste ultime che devono adattarsi agli obiettivi. È per questo che abbiamo avviato un negoziato per riformare il funzionamento del Consiglio competitività, che è uno dei consigli in cui non si è fatta ma si dovrebbe fare la politica industriale europea, e questa certamente è una prima risposta.

Riformare quel Consiglio e rivederne il funzionamento vuol dire ridare alla politica la possibilità di orientare le decisioni dell'Europa in tutti i settori della cosiddetta economia reale (politica industriale, competitività, marchi d'impresa, segreti commerciali). Si tratta quindi di una prima risposta nel senso di una riaffermazione del primato del livello politico sulla tecnocrazia. Così come abbiamo avviato un dibattito sulla revisione del funzionamento dell'unico consiglio ministeriale previsto dai trattati, che è il Consiglio affari generali, il quale deve svolgere un ruolo di coordinamento politico molto più rilevante, sia nella preparazione dei lavori del Consiglio europeo che nell'attuazione delle decisioni e delle conclusioni dello stesso. È questo l'oggetto del Consiglio informale che abbiamo tenuto a Milano il 27 agosto scorso; su questo stiamo lavorando e confidiamo di raggiungere risultati positivi ed importanti prima della fine del nostro semestre.

È stato inoltre sollevato il tema del carattere orizzontale della legge europea e della legge di delegazione europea. Sì, esse hanno un carattere orizzontale, ed è per questo che, quando si vogliono approfondire in maniera molto specifica alcuni temi che hanno una dimensione europea ma anche una grande rilevanza interna, è opportuno non usare leggi orizzontali bensì lavorare su canali e temi specifici, su proposte di legge specifiche. È proprio la natura di queste leggi ad essere orizzontale, orizzontalità necessaria per il recepimento di tutta una serie di direttive che sono da recepire, nonché per rispondere con un unico provvedimento a tante procedure di infrazione che sono aperte. In tal senso, tali leggi rappresentano un buono strumento che abbiamo a disposizione. Ma se si richiede un approfondimento su un tema che riguarda la giustizia, la caccia o la sicurezza del lavoro, il veicolo non può essere la legge di delegazione europea o la legge europea. Il provvedimento dovrà essere un disegno di legge sulla caccia, che apra un ampio dibattito sulla caccia in questo Paese; un provvedimento sulla giustizia o sul design industriale, perché non basta una piccola dimensione giuridica europea per giustificare un dibattito importante in provvedimenti che, come è stato detto, sono per natura (e devono essere) orizzontali.

Il senatore Panizza si è rivolto al Governo per quanto riguarda la dimensione regionale ed ha rilevato che qualcosa in Europa non funziona. Noi riteniamo che molte cose non funzionino in Europa e siamo impegnati per cambiare in maniera molto rilevante l'impostazione politica dell'Unione europea in materia di diritti fondamentali. È una priorità del semestre di Presidenza italiana e ne discuteremo nel Consiglio affari generali in ottobre, perché l'Europa non può essere percepita dai cittadini come molto occhiuta unicamente nei parametri finanziari e molto distratta quando è a rischio la violazione dei diritti fondamentali, del principio democratico e dello Stato di diritto in questo o quello Stato membro.

È un tema che abbiamo posto proprio per cambiare impostazione, così come siamo molto attenti alla questione delle Macroregioni, cui lei faceva riferimento. Credo con fiducia di poterle dire che durante la nostra Presidenza potremo avviare la strategia per la Macroregione adriatico-ionica, che è di grande rilevanza strategica per otto Regioni del nostro Paese e per otto Stati, tra quelli membri e quelli candidati all'allargamento, e che è un nuovo modo di sviluppare la cooperazione territoriale tra Regioni in un'area strategica, cioè quella tra l'Italia e i Balcani, quella dell'Adriatico e quella dello Ionio.

Allo stesso modo lavoreremo per l'avvio di un'altra strategia nel 2015, quella alpina, che è di grande interesse non solo per l'Europa ma per tante Regioni del nostro Paese. Non credo che riusciremo a concludere i lavori sulla strategia alpina durante il nostro semestre di Presidenza, ma certamente andremo il più avanti possibile per permettere alla Presidenza di turno della Lettonia eventualmente di chiudere la decisione su quella strategia macroregionale.

Il senatore Orellana faceva riferimento alla delega troppo ampia. Beh, molti principi e criteri direttivi sono stati soppressi per mancanza di coperture, ma certamente ci siamo impegnati politicamente con vari ordini del giorno alla Camera a riprenderne il contenuto politico e amministrativo. Riteniamo comunque che, nel momento in cui noi lavoriamo a livello europeo per avere finalmente una politica europea dell'immigrazione, legale e illegale, non stiamo facendo un lavoro di un semestre, ma un'opera che si avvia nel semestre ed è di legislatura. Siamo impegnati per avere una gestione comune delle frontiere e finalmente le aperture - lo sottolineo - della Commissione europea con Frontex plus rispetto a Mare nostrum vanno nella buona direzione. Nel momento in cui noi vogliamo rendere permanente un nuovo approccio basato sulla gestione comune delle frontiere, è evidente che dobbiamo lavorare per migliorare ulteriormente il sistema italiano d'asilo.

Il Governo ha già creato ulteriori commissioni d'asilo; attraverso il testo unico con la delega al Governo di recepire la direttiva in materia di asilo, protezione internazionale, protezione sussidiaria, noi diamo una risposta anche alla richiesta che ci viene fatta di migliorare, di rendere più efficaci e completamente conformi al diritto europeo le norme in materia di asilo. È importante farlo adesso, in queste settimane, perché il recepimento ci dà più forza a livello europeo per negoziare meglio la questione delle frontiere e dell'immigrazione illegale. Infatti, da una parte, possiamo dire che stiamo attuando decisioni che abbiamo contribuito a prendere a livello europeo per migliorare il sistema di asilo e internazionale, dall'altra, però, vogliamo anche l'applicazione di quel principio di solidarietà e condivisione dell'onere che è nell'articolo 80 del Trattato sull'Unione europea, nonché nelle conclusioni del Consiglio europeo di fine giugno e sul quale solo adesso con Frontex plus stiamo vedendo un inizio di attuazione. Ci serve quindi dal punto di vista della necessità di migliorare il sistema italiano d'asilo, ma anche per avere più forza negoziale sul tema più ampio dell'asilo, dell'immigrazione, della gestione delle frontiere a livello europeo.

Mi avvio alla conclusione ricollegandomi a quanto dicevano i senatori Liuzzi e Mirabelli. Condivido in toto l'intervento del senatore Mirabelli sull'utilità concreta, sulle risposte concrete punto per punto, settore per settore, che noi stiamo dando con questi provvedimenti. È evidente che in certi casi la concretezza è utile solo se accompagnata dalla tempestività, perché fare un lavoro concreto ma non tempestivo non è pienamente utile.

Concludendo, ringrazio di nuovo i relatori e tutti i senatori che sono intervenuti. Credo e spero che con questi provvedimenti noi faremo non solo un lavoro molto concreto, in maniera positiva, ma faremo anche un lavoro tempestivo, che serve all'Italia e soprattutto a tutti quegli italiani che saranno destinatari di queste riforme di grande rilevanza italiana ed europea. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Come stabilito dalla Conferenza dei Capigruppo, il seguito della discussione dei disegni dei legge in titolo è rinviato a domani, alle ore 16,30.

Sospendo la seduta fino alle ore 18.

(La seduta, sospesa alle ore 17,35, è ripresa alle ore 18,03).

Informativa del Ministro dell'interno sul tema del terrorismo internazionale di matrice religiosa e conseguente discussione (ore 18,03)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Informativa del Ministro dell'interno sul tema del terrorismo internazionale di matrice religiosa».

Dopo l'intervento del rappresentante del Governo, ciascun Gruppo avrà a disposizione dieci minuti.

Ha facoltà di parlare il ministro dell'interno, onorevole Alfano.

ALFANO Angelino, ministro dell'interno. Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi scuso in anticipo se non sarò breve, ma ho ritenuto di fornire al Parlamento un'ampia ricostruzione di analisi riguardo al terrorismo e specificamente al terrorismo internazionale di matrice religiosa.

Il terrorismo è sovversione sistematica di valori assoluti, di tradizioni religiose, di appartenenze culturali, di diritti e di libertà. Terrorismo e antiterrorismo sono entrati prepotentemente - sostengono studiosi autorevoli - nella vita degli Stati, delle società e degli individui dell'intero pianeta, modificando il concetto di sicurezza e di sovranità.

Il terrorismo internazionale di matrice religiosa, oggi, nella sua versione più evoluta e aggressiva, veste anche abiti europei, muovendosi, talvolta, insospettabile tra insospettabili e lanciando una sfida senza precedenti alla sicurezza globale. In questa veste nuova, si pone come una nuova minaccia e guarda con più temerarietà all'Occidente, cioè a quell'insieme di Paesi e continenti che credono nella libertà della persona e nella sua insopprimibile originalità, che credono nella democrazia.

Questa sfida alla sicurezza globale ha già prodotto drammatici risultati e adesso, per evitare che altri se ne ripetano, necessita di una risposta globale. I Paesi dell'Occidente hanno acquisito la consapevolezza di tale passaggio e dei livelli di allarme in scala potenziale, così hanno deciso di affrontare uniti la sfida.

In tale quadro, ho ritenuto opportuno rivolgermi direttamente al Parlamento, per informarlo dello stato delle conoscenze, delle possibili ricadute di questa minaccia sul suolo nazionale e della situazione della cooperazione internazionale e globale. Abbiamo di fronte un'organizzazione che ha ambizioni, soldi e uomini pronti a combattere, come nessun'altra aveva mai avuto; un'organizzazione spietata, che infligge torture e commette crimini brutali, contrari ad ogni principio di umanità; e un'organizzazione che aggredisce, con l'intento di annientarla, ogni minoranza etnico-religiosa, ricorrendo anche a forme di genocidio programmato. La comunità cristiana è esposta a persecuzioni e la sopraffazione dell'Islamic State si abbatte anche sulle minoranze curde e yazide con assassini e stupri.

Questa mia informativa ha l'obiettivo, dunque, di entrare nel merito di quanto detto e di confermare anche in voi che si tratta di una minaccia portata avanti da un'organizzazione con ambizioni grandissime e che intende porsi come una vera e propria soggettività statuale.

A questo scopo, articolerò il mio intervento in tre parti: la prima, dedicata alla struttura ed alle modalità di finanziamento, propaganda e reclutamento dell'Islamic State; la seconda, alla risposta che l'Italia, l'Europa e gli Stati coinvolti nelle mire espansionistiche di questo fenomeno intendono dare; la terza, infine, alla specifica situazione italiana, ai fattori di rischio e al livello di allarme connesso alle evidenze investigative.

L'analisi non può che partire dalla peculiare struttura che presenta l'IS, l'Islamic State, la formazione terroristica di matrice sunnita guidata da Abu Bakr al-Baghdadi, la quale ha ormai assunto, come dicevo, il controllo di parti rilevanti del territorio siriano e iracheno, dichiarando la nascita di un califfato autonomo, amministrato secondo i dettami della legge islamica.

Le origini dell'IS si ricollegano alle dinamiche interne di Al Qaeda, che portarono una sua componente, sotto la guida di al-Zarqawi, figura carismatica dell'organizzazione qaedista, a rendersi autonomia dallo sceicco Bin Laden e ad elaborare il progetto di un califfato islamico esclusivamente sunnita. Le successive vicende, che hanno visto l'eliminazione di al-Zarqawi, hanno portato all'ascesa di al-Baghdadi, divenuto leader della nuova organizzazione dell'ISIS, rimasta nell'orbita di Al Qaeda fino a quando non si sono determinate le condizioni della sua fuoriuscita. Ciò è avvenuto a seguito dell'espulsione decretata dai vertici di Al Qaeda, contrari ai metodi di lotta che l'Islamic State praticava nei confronti delle altre formazioni di credo sunnita.

L'IS, pur avendo dunque dei legami storici con Al Qaeda, rappresenta una forma più aggressiva del pericolo fondamentalista, per una serie di ragioni. Intanto, fin dalla scelta del nome, vi è la pretesa di considerarsi e di proporsi nei termini di una nuova e antagonista soggettività statuale, che tende a trarre il massimo profitto dalla crisi dello Stato Nazione che ha investito i Paesi islamici. L'Islamic State vuole esercitare il dominio su un suo territorio e, in coerenza con tale autorappresentazione, dare di sé un'immagine ben diversa da quella collegata all'idea che, come altre organizzazioni terroristiche di matrice politico-confessionale, costituisca una semplice falange armata. È un fattore, questo, di forte attrattività, la cui principale ragione seduttiva sta nel veicolare sentimenti di appartenenza e di adesione capaci di alimentare un'offerta di proselitismo più radicale e in grado di rivolgersi ad una platea vastissima, potenzialmente indiscriminata e indefinita. Del resto, l'Islamic State si propone di estendere il proprio progetto insurrezionalista verso un'ampia regione, quella di Levante, che, nei suoi piani, è destinata a ricomprendere, oltre alla Siria e all'Iraq, la Giordania, la Palestina, il Libano, il territorio di Israele e Cipro, Paesi che non risultano coinvolti dal conflitto, ma che potrebbero risentirne o esserne contagiati sia a causa della vicinanza geografica sia per la presenza di gruppi religiosi o culturali direttamente o indirettamente coinvolti nella crisi.

La particolare pericolosità dell'Islamic State è poi legata ad una certa indipendenza da fonti esterne di finanziamento e al fatto di aver acquisito la disponibilità di armi anche per effetto del dissolvimento di interi reparti dell'esercito regolare iracheno. Peraltro, all'Islamic State sembra che siano stati forniti uomini e dotazioni militari da un esponente del vecchio regime di Saddam Hussein, e cioè il generale Ibrahim al-Douri, che sarebbe ricomparso di recente al fianco del leader al-Baghdadi.

L'indipendenza economica ha corrisposto all'avanzata militare dell'IS che ha raggiunto il controllo di importanti risorse energetiche, come elettricità e petrolio, strappandole al Governo di Damasco e a quello di Baghdad. Inoltre, riesce ad esercitare anche un'azione di prelievo attraverso l'esazione delle tasse. Ai flussi finanziari derivanti da queste lucrose attività vanno aggiunti i proventi dei sequestri di persona e di altri traffici illegali, nell'ambito dei quali viene segnalato, come particolarmente fiorente, quello legato al commercio clandestino di opere d'arte o di reperti archeologici, sempre che sfuggano alla furia iconoclasta dei miliziani.

Con il denaro raccolto l'Islamic State è in condizioni di pagare i propri militanti e di soddisfare le esigenze economiche primarie delle loro famiglie, così arricchendo la capacità di tenuta e di coesione interna dell'organizzazione, ma anche giovandosene notevolmente sul piano dell'immagine e del prestigio. Inoltre, l'IS, a differenza di altre formazioni filojihadiste, rigorosamente selettive nei loro metodi di reclutamento (e questo è un passaggio molto rilevante, a mio avviso), consente forme di accesso e di affiliazione più elastiche, secondo le quali anche un non siriano può accorrere nei teatri di conflitto per portare il suo contributo alla causa islamica.

L'insieme di queste particolari connotazioni ha finito con il dare enorme impulso al fenomeno dei foreign fighters, formato da quei giovani estremisti islamici, spesso appartenenti alla seconda generazione di immigrati, che, pur non avendo nazionalità siriana o irachena, decidono, generalmente dopo un periodo di autoindottrinamento, di raggiungere i teatri bellici per unirsi ai combattimenti. L'attrazione verso i luoghi di conflitto ha riguardato migliaia di giovani suggestionati e irretiti da un'abile strategia mediatico-comunicativa che affida la sua efficacia alla diffusione di immagini di propaganda tramite web. Non è un caso che, dalle colonne della rivista «Dabiq», pubblicata on line e organo di informazione ufficiale dell'IS, sia stato rivolto l'invito ai sunniti a trasferirsi nei territori posti sotto il controllo del neocaliffato con la promessa di stabilità, di sicurezza, anche economica, e di larga disponibilità di beni alimentari e materiali.

La chiamata verso i luoghi della guerra santa non appare un fatto inedito, ricordando in parte ciò che è accaduto anni fa in Afghanistan, ai tempi dell'occupazione sovietica e più tardi durante il conflitto bosniaco; ma è indubbio che, nel caso siro-iracheno, il fenomeno abbia assunto dimensioni di massa.

I motivi per i quali si sta verificando questo flusso di volontari così ampio, soprattutto verso la Siria, sono molteplici e legati anche alla facilità con cui, dopo i fatti della primavera araba e con la fragilità degli Stati laici del Maghreb, risulta possibile eludere i controlli di frontiera. Le fonti di intelligence segnalano che anche la precaria situazione in Libia, dove si sta riacutizzando lo scontro tra componenti islamiste radicali e laico- progressiste, possa determinare condizioni favorevoli all'addestramento e all'invio di nuove reclute a sostegno del jihad siro-iracheno. La causa attrattiva dell'alto numero di combattenti stranieri, che accorrono anche da Paesi dell'area balcanica, e in particolare dal Kossovo, pare sia da collegare principalmente alla rivolta sunnita contro il regime di Damasco, che svolge - come è stato osservato - una funzione di calamita per i potenziali terroristi di molti Paesi.

Considerazioni in parte analoghe valgono anche per il processo di trasferimento di volontari in Iraq, dove la mobilitazione sunnita sembra trovare le proprie scaturigini nelle politiche settarie praticate dal Governo dello sciita Nuri al-Maliki e nel sentimento di ribellione e di rivalsa che ne è conseguito. L'avvento del più moderato al-Abadi schiude ora nuove opportunità di un Governo più inclusivo, che potrebbe riuscire a smorzare, almeno negli auspici, le conflittualità etnico-religiose.

Alla maggioranza di combattenti siriani e iracheni si aggiungono alcune migliaia di volontari stranieri provenienti soprattutto dai Paesi circostanti di religione islamica, nonché un consistente gruppo di ceceni. Viene segnalata anche la presenza di molti occidentali nel fronte anti Assad, sulla cui precisa consistenza numerica vi sono stime oscillanti che scontano l'estrema difficoltà di acquisire notizie certe.

L'imprecisione delle fonti, determinata dall'oggettiva criticità dei diversi contesti e probabilmente anche dalla debolezza dei Servizi informativi dei Paesi arabi, è notevolissima e investe anche lo stesso numero complessivo dei miliziani sui quali potrebbe contare l'IS. Al riguardo, alcuni canali informativi quantificano la forza militare dell'Islamic State attorno alle 10.000 unità; secondo altri invece sarebbero 80.000 gli aderenti all'organizzazione islamica, mentre fonti aperte accreditano la voce secondo cui essa sarebbe forte addirittura di 100.000 uomini.

Questa così sensibile approssimazione nelle stime sembra da ricondurre anche alle modalità del reclutamento, che segue logiche anomale e irregolari, sulle quali difficilmente possono aversi riscontri. È arduo, ad esempio, stabilire quanti dell'esercito iracheno abbiano effettivamente disertato e siano confluiti nelle file dell'Islamic State, o ancora quanti siano gli uomini delle tribù sunnite costretti a passare, sotto minaccia di rappresaglia, nelle milizie di al-Baghdadi.

Pure sull'arruolamento dei fighters occidentali, le quantificazioni appaiono soffrire di una certa aleatorietà. Il dato sulla loro entità, che include sparute presenze di combattenti provenienti dal Canada o dall'Australia e finanche dagli Stati Uniti d'America, ricomprende molti volontari, stimati in 2.300, provenienti da Paesi dell'Europa, tra cui l'Italia, che interessata dal fenomeno sebbene in misura minore.

Allo stato attuale, nell'esodo verso la Siria risultano coinvolte finora 48 persone collegate a vario titolo al nostro Paese, di cui 2 di nazionalità italiana, una delle quali è il ventiquattrenne genovese Giuliano Delnevo, convertitosi all'Islam e deceduto in combattimento nei pressi di Aleppo nel giugno dello scorso anno, mentre l'altra persona è un giovane marocchino naturalizzato che si trova attualmente in un altro Paese europeo.

L'ulteriore elemento che allarma l'Occidente, e che naturalmente interessa anche l'Europa, consiste nel reducismo, ossia nel rientro dei foreign fighters nei territori di provenienza dopo avere preso parte alle attività belliche, forti dell'esperienza operativa e del carisma acquisiti e ormai assuefatti alle brutalità insite in ogni conflitto. È fondato supporre che in questi reduci possa albergare la volontà di continuare l'attività jihadista nei Paesi in cui fanno ritorno, dando vita ad una sorta di prosecuzione del conflitto in una diversa forma e ad uno stillicidio di attentati, secondo una strategia che essi stessi definiscono «dei mille tagli», intendendola come un lento dissanguamento del nemico.

Che non si tratti di un'ipotetica fonte di pericolo, bensì di un fenomeno che ha già dimostrato più volte di potere colpire, lo attesta anche la circostanza che il responsabile della strage al Museo ebraico di Bruxelles, consumatasi a maggio di quest'anno, sia proprio un ex combattente nelle file dell'Islamic State, il francese Mehdi Nemmouche. Questo specifico aspetto del reducismo riporta a ciò che venne diagnosticato dalla comunità dell'intelligence già nel 2009, allorché nella relazione al Parlamento di quell'anno venne indicata tra i principali fattori di rischio l'improvvisa accensione di cellule jihadiste dormienti, ossia di singole persone che, pur non facendo parte di organizzazioni terroristiche strutturate, sarebbero state pronte a risvegliarsi e a realizzare azioni ostili aderendo al richiamo della jihad globale.

Anche dopo, nel 2012, i nostri Servizi misero in luce tutta la pericolosità del fenomeno dei jihadisti di ritorno, illustrando il caso dell'estremista franco-algerino Mohammed Merah, radicalizzatosi in Pakistan e Afghanistan, il quale successivamente eseguì una serie di attentati nelle città di Tolosa e Mantauban. Esempi della pericolosità dei reduci non mancano e risalgono, come si è visto, anche a tempi che precedono l'affermazione dello Stato islamico di al-Baghdadi, al punto che si potrebbe ricostruire, purtroppo, una lunga cronologia del terrore. In qualche misura, sia pure con tutte le diversità di contesto, si possono ravvisare elementi di analogia delle forme di jihadismo qaidista con quelle ora riconducibili all'Islamic State.

Ma è un altro l'aspetto di inquietudine che l'analisi dell'attuale scenario mette in evidenza e su cui vorrei fare un'ulteriore riflessione: la minaccia portata dall'Islamic State al mondo occidentale indubbiamente si avvale del web come mezzo di potente propagazione del fanatismo fondamentalista. La capacità diffusiva della rete, anche se non è un fatto nuovo, ci costringe tuttavia a fare i conti con la dimensione pervasiva e di massa che ha assunto il fenomeno della cooptazione e del reclutamento, nella quale il contatto con l'aspirante jihadista non sembra né richiedere strutture o articolazioni militari complesse, né doversi misurare con particolari necessità organizzative.

Anche la minaccia legata al fondamentalismo pare assumere dunque una consistenza liquida, nella quale il dato strutturale dell'associazione criminale volta al compimento di atti di terrorismo in Italia o all'estero, finisce con l'essere quasi surrogato dalla vastità immateriale della Rete.

Occorre allora rafforzare le armi legislative. Il nostro arsenale di leggi in materia di terrorismo di cui disponiamo va rafforzato per affrontare con accresciuta efficacia questo grave e insidioso fenomeno, mettendo mano a nuovi strumenti che tengano conto della evoluzione della minaccia. Bisogna che sia sempre possibile contestare il delitto di partecipazione a conflitti armati o ad atti di terrorismo che si svolgano fuori dai nostri confini, anche quando il responsabile corrisponda alla conosciuta figura del «lupo solitario», cioè non risulti appartenere ad alcuna associazione di stampo terroristico né abbia svolto il ruolo di reclutatore, perché altrimenti sarebbe perseguibile in base all'articolo 240-quater del nostro codice penale. L'obiettivo è di consentire la perseguibilità di condotte che, anche se connotate da pulsioni individualiste, frutto di processi di autoradicalizzazione, rappresentano pur sempre una considerevole fonte di pericolo da neutralizzare per tempo.

Anche nel campo della legislazione di prevenzione, ravviso i margini per un intervento di attualizzazione delle norme. Vi è l'esigenza di un affinamento delle disposizioni che tipizzino questa figura monadica, solitaria, individuale di aspirante miliziano, includendola senza incertezze tra quelle a cui è possibile applicare la sorveglianza speciale con obbligo di dimora. Ciò avrebbe lo scopo di vanificare sul nascere il tentativo di recarsi nei luoghi della guerra santa sottoponendo l'autore a uno stretto controllo di polizia e applicando nei suoi confronti tutta quella serie di misure accessorie che lo priverebbero, di fatto, di ogni libertà di movimento.

Naturalmente si tratta di spunti che dovranno essere approfonditi nella più ampia collegialità di Governo e che sento di anticipare qui in nuce perché suscitino la vostra attenzione e, se possibile, una prima riflessione.

Uno sguardo comparativo alle iniziative e alle attività che stanno portando avanti gli altri Paesi europei, quelli più colpiti dal fenomeno dei foreign fighters, ci conferma che quella che stiamo seguendo è una strada giusta. Nel Regno Unito, infatti, si sta discutendo di misure che consentano il ritiro del passaporto delle persone sospette, bloccandole alla frontiera, e anche di privarli della cittadinanza britannica quando siano titolari di doppio passaporto.

Nel corso dei recenti incontri che ho avuto con i colleghi di Francia e Germania, e anche nei contatti avuti con la Spagna, ho potuto constatare come questi Paesi, altrettanto consapevoli dell'elevata pericolosità dei combattenti stranieri, stiano predisponendo una serie di misure nel cui ambito è dedicata un'attenzione particolare ai flussi dei sospetti combattenti in uscita e in ingresso in Europa. Germania e Regno Unito stanno poi dando vita anche a programmi di prevenzione imperniati su strategie di deradicalizzazione del jihadismo, avvalendosi del supporto e dell'esperienza di insegnanti e assistenti sociali e imam moderati. Sono misure che riguardano sia coloro che hanno mostrato propensione ad abbracciare la scelta dell'estremismo islamico, in maniera che siano sospinti ad abbandonare l'ideologia jihadista, sia i giovani estremisti che, di ritorno dalle zone di conflitto, accettino di seguire percorsi riabilitativi.

Una iniziativa comune a molti Paesi consiste nel monitorare i siti di propaganda dell'islamismo violento e nel disporne la chiusura per stroncarne l'attività di incitamento all'odio. Anche l'Italia, come preciserò in seguito, investe considerevoli risorse investigative nelle attività di esplorazione della rete.

Un elemento, invece, di specifica preoccupazione che riguarda il nostro Paese resta legato alla sua particolare collocazione geografica, al crocevia di transiti da e verso le zone di conflitto. Ne deriva il rischio che elementi dell'estremismo islamico, pur essendo originari di altri Paesi, possano privilegiare il nostro territorio nazionale anche solo come area di attraversamento. In tale direzione va letta l'intensificazione dei servizi di controllo presso le frontiere che è stata attuata dalle Forze dell'ordine contro il paventato pericolo che i pendolari asimmetrici del jihadismo, come vengono definiti, possano rientrare in Europa utilizzando l'Italia come porta di ingresso.

L'impegno dei singoli Paesi è una condizione necessaria ma non è una condizione sufficiente, perché è impensabile che uno Stato possa fronteggiare da solo questa particolare forma di pericolo. Il livello globale della minaccia, in considerazione anche dei suoi caratteri di trasversalità e di mobilità, richiede infatti l'adozione di una strategia di collaborazione internazionale unitaria e armonizzata che valorizzi e metta a fattore comune il patrimonio informativo delle diverse Forze di polizia e degli organismi come Europol e Interpol.

L'Italia ha già prontamente risposto a ogni sollecitazione che avesse lo scopo di rafforzare l'attività dei fori di cooperazione di polizia e rispondesse al mandato di approfondire la minaccia jihadista e il fenomeno dei foreign fighters.

Nostri esperti, insieme ai rappresentanti dei Paesi dell'Unione europea più colpiti, partecipano al gruppo di lavoro ad hoc che ha preso vita da un'iniziativa del Belgio, avviata anche prima che avvenisse l'attentato al Museo ebraico di Bruxelles.

Un altro nostro progetto, quello di costituire una squadra multinazionale dedicata al fenomeno dei combattenti stranieri per favorire la cooperazione operativa, già accolto positivamente dal coordinatore europeo per la lotta al terrorismo, Gilles de Kerchove, è attualmente in discussione nei gruppi tecnici del Consiglio e, in particolare, nell'ambito del Police working group on terrorism.

Sono convinto che, sul piano internazionale, vada perseguita una strategia modulare, alimentata dallo scambio di esperienze, di informazioni e di buone pratiche con i Paesi continentali maggiormente coinvolti e anche dal più fecondo confronto in sede multilaterale, a cominciare dalla stessa Unione europea. In questo senso si indirizza la nostra iniziativa che ha già posto, al centro del semestre di Presidenza italiana e tra le priorità dell'agenda dei lavori, l'adozione di strumenti di azione comune per opporsi a quella che è diventata la più angosciosa fonte di pericolo del terrorismo fondamentalista. Inoltre, l'obiettivo di animare iniziative comuni, nella consapevolezza della portata generale del fenomeno, è stato inserito nelle linee guida per il post Stoccolma approvate dal Consiglio europeo nel mese di giugno scorso.

Con riferimento ai foreign fighters, viene indicato l'obiettivo di una più stretta cooperazione giudiziaria e di polizia, anche attraverso l'uso efficace degli strumenti di segnalazione degli spostamenti in tutta l'Unione europea e lo sviluppo di un sistema basato sull'adozione di un codice di prenotazione chiamato PNR (il passenger name record) funzionale alle attività di monitoraggio. Scopo dell'iniziativa è di costituire e disciplinare in maniera uniforme l'uso di una banca dati che metta a disposizione degli organismi di polizia le liste dei passeggeri dei voli in transito nell'area Schengen o in arrivo da Paesi terzi.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, la spirale di inaudita violenza, che ha trovato il suo culmine nell'efferata esecuzione dei due giornalisti americani, dimostra anche, purtroppo, la sagace strategia comunicativa dell'autoproclamato Stato Islamico. Il miliziano che appare nei video dei due terrificanti eventi si esprime, come è stato osservato, in un inglese «british», che ha fatto supporre che si tratti di una persona lungamente residente nel Regno unito e perfettamente integrata. È evidente l'ambivalenza del messaggio: da un lato, rivolto ai Paesi anglosassoni e forse all'intero mondo occidentale, come a volerne accrescere la preoccupazione che altri militanti possano infiltrarsi e colpire anche fuori dai confini dell'Islamic State; dall'altro, diretto ad aspiranti correligionari, ai quali è stata fornita una dimostrazione del modo in cui si può assumere un ruolo di protagonista se solo si abbraccia la causa del califfato.

Tuttavia (ed è questa l'analisi che tanti esperti condividono), è proprio questa violenza così sfacciatamente esibita che può ritorcersi contro gli interessi espansionistici dell'IS, procurandogli l'avversione di quei gruppi islamici che non sono disponibili a seguirne la deriva barbarica. Le reazioni alla brutalità degli islamisti e alla ferocia con cui impongono la sharia nelle zone conquistate potrebbero risultare simili a quelle provocate dallo Stato islamico dell'Iraq proclamato da Al Qaeda, che venne attaccato e ridotto a mal partito dalle milizie delle tribù sunnite.

A indebolire le pretese egemoniche dell'Islamic State può concorrere inoltre il tentativo di Al Qaeda di contenderne la leadership, aprendo una forma di competizione che sembra guardare anche ad altri scenari, come il subcontinente indiano, allo scopo di farne nuova terra di conquista e di fidelizzazione.

A questo si aggiunga che l'accesa rivalità tra i vari gruppi estremisti erode, come è stato osservato, l'illusione che i guerrieri islamici possano effettivamente combattere stando insieme, rimanendo uniti, la qual cosa ne potrebbe offuscare il prestigio e renderli più vulnerabili sul piano della legittimazione.

Naturalmente, la lotta alla minaccia portata dall'Islamic State non può solo speculare o sperare di giovarsi esclusivamente sulle e delle possibili tensioni interne al fronte islamico-fondamentalista e sui contrasti, spesso personali, tra i leader dei vari gruppi, anche se queste tensioni rappresentano oggettivamente un'opportunità per contrastare e ridurre la pericolosità del jihadismo. Proprio per questo, perché non si può contare solo sulle loro divisioni, occorre che l'intera comunità internazionale abbia la capacità di organizzare una risposta energica, efficace e coesa, basata anche su un'accorta politica di collaborazione con i Paesi dell'Islam moderato.

Le conclusioni del vertice NATO svoltosi la scorsa settimana nel Galles, con l'unanime riconoscimento da parte dei maggiori leader dell'Alleanza atlantica della necessità di contrapporsi fermamente alla sfida lanciata dall'Islamic State e di agire insieme per indebolirne e distruggerne le capacità offensive, incoraggiano a pensare che sia stato fatto un passo decisivo per una forte e risolutiva attività di cooperazione. Nessuno certamente intende nascondere o sottovalutare la difficoltà del compito e soprattutto le delicate implicazioni delle scelte strategico-militari che dovranno essere dispiegate per prevalere sul campo avversario, ma resta in ogni caso evidente che, attraverso la decisione di mettere in campo uno sforzo congiunto contro il neocaliffato, a cui darà il suo contributo anche l'Italia, è stato dato un segnale atteso e, al tempo stesso, di straordinaria importanza.

Passando più specificamente all'Italia, la minaccia costituita dall'Islamic State si qualifica, ancor più di quanto sia accaduto negli anni passati per Al Qaeda, in termini di guerra globale, in quanto viene predicata una conflittualità totale e senza quartiere che vuole annientare ogni minoranza culturale e religiosa e neppure risparmia, come si è visto, le fazioni islamiche considerate avversarie.

Il principale obiettivo dell'Islamic State resta comunque l'Occidente e ogni simbolo che lo rappresenti storicamente, politicamente e culturalmente. È l'Occidente soprattutto che l'IS intende travolgere nelle sue fondamenta e sembra da condividere l'analisi secondo la quale, in questo preciso target, il profilo dell'Italia non occupi un posto secondario. Il nostro Paese è intanto anche la culla della cristianità e Roma, il luogo di residenza della più alta autorità spirituale dei cattolici, viene appunto evocata nei discorsi e nei videomessaggi lanciati di recente da al-Baghdadi, il quale, nelle sue rituali esortazioni alla guerra santa, si propone anche nelle vesti di guida religiosa del popolo islamico, indicando, nella sua visione apocalittica dello scontro tra civiltà, un destino radioso che presto porterà i musulmani a divenire i padroni del mondo.

È anche vero che, secondo una certa analisi, la nostra capitale, di cui è vagheggiata la conquista, sarebbe richiamata con riferimento al suo valore simbolico, cioè in ragione della sua importanza millenaria nella storia del continente europeo e dell'intera civiltà occidentale, piuttosto che come concreto luogo fisico, ma non sarebbe prudente - a nostro avviso - dare alle parole di al-Baghdadi un significato solo metaforico, minimizzandone il senso di una minaccia concreta. Dobbiamo sempre considerare la platea a cui egli si rivolge ed il rischio che menti deboli e facilmente influenzabili possano lasciarsi suggestionare dai messaggi del loro capo politico e spirituale, interpretandoli alla lettera.

Vi sono poi ulteriori elementi di esposizione che riguardano la posizione internazionale del nostro Paese e la sua politica estera. In questo quadro, si possono ricordare alcune componenti di rischio. Intanto, l'Italia, fin dall'attentato alle torri gemelle non ha mai fatto mancare il proprio appoggio alla lotta al fondamentalismo islamico, schierandosi tra i Paesi maggiormente impegnati su questo fronte.

Non possono poi essere trascurati l'antica vocazione atlantista del nostro Paese, la sua tradizionale amicizia con gli Stati Uniti d'America e il fatto stesso di trovarsi oggi al vertice dell'istituzione europea.

Più di recente, la necessità di impedire attraverso atti concreti che il nascente Stato islamico persegua i suoi progetti di genocidio contro le minoranze etnico-religiose ha determinato il Governo italiano all'inevitabile scelta, avallata dalle Camere, di aderire alla richiesta di aiuto umanitario e di supporto militare delle autorità regionali curde in Iraq.

Gli indicatori a cui ho fatto riferimento servono a darci tuttavia l'idea di un pericolo che richiede la massima vigilanza e l'interesse verso ogni segnale premonitore, anche quello apparentemente più tenue, che possa consentire la diagnosi precoce di eventuali rischi per la sicurezza interna o per gli interessi italiani all'estero.

Delineato così il quadro dei fattori di rischio, va anche responsabilmente riferito che non si registrano al momento evidenze investigative in ordine a progettualità concrete, dirette contro l'Italia, da parte dell'Islamic State. L'attività di prevenzione e contrasto, in continuità con una consolidata linea di intelligence investigativa, si è indirizzata verso il monitoraggio dell'estremismo islamico, tenendo conto della sensibile diversità dei veicoli di propagazione che appaiono interessati da una trasformazione profonda maturata negli ultimi anni e favorita proprio dalla diffusione di Internet e dei social network.

Resta, ed è ovviamente alta, l'attenzione verso i centri di aggregazione religiosa, dei quali è stata fatta un'accurata rilevazione che ha portato a censire nell'intero territorio nazionale 514 associazioni e 396 luoghi di culto, tra cui le quattro moschee di Roma, Milano, Colle Val d'Elsa e Ravenna. Voglio precisare che questa attività non è frutto di alcun pregiudizio ideologico, né intende additare una sorta di pericolosità presunta e aprioristica che prescinda da concreti elementi investigativi. In effetti, quando si è agito contro i predicatori dell'odio, ossia nei confronti degli imam più oltranzisti, è perché erano stati individuati come i principali responsabili di pericolosi processi di radicalizzazione o come agenti infiltrati dell'estremismo islamista. Sono undici i provvedimenti di espulsione adottati dai Ministri dell'interno succedutisi dal 2002 ad oggi. Anche il provvedimento di espulsione, che ho adottato per motivi di sicurezza ad inizio dello scorso mese di agosto nei riguardi di un imam, il marocchino Raoudi Albdelbar, residente in Veneto, si è fondato sul forte tenore antisemita della sua attività predicatoria, peraltro diffusa anche sul web.

Che non sia il caso di nutrire posizioni preconcette sembra dimostrarlo anche l'atteggiamento collaborativo della grande maggioranza degli imam, con i quali è stato preso contatto in occasione della recente mappatura delle associazioni islamiche e dei luoghi di culto. La loro disponibilità e la loro apertura al dialogo rappresentano un dato di estrema importanza che può sostenere, in una chiave di moderazione, il percorso di integrazione delle comunità musulmane e favorirne condizioni migliori di accettazione e di convivenza nell'ambito delle realtà locali di riferimento.

Rimane una certa frammentazione nel mondo di religione musulmana, che rispecchia anche in Italia quella dimensione plurale che è un segno distintivo dell'Islam mondiale e del suo variegato frazionismo, motivato da cause politiche o religiose, benché, per la stragrande maggioranza (l'82 per cento), le associazioni censite siano di estrazione sunnita.

L'altro canale che è stato oggetto di costante monitoraggio è quello rappresentato dalle varie piattaforme digitali, le quali hanno assunto quella dimensione di luogo virtuale della propaganda jihadista che ho già ricordato. Sono evidenti le difficoltà di controllare i messaggi veicolati dal web, la cui capacità di diffusione virale verso una pluralità indistinta di potenziali militanti rappresenta in sé una forma di pericolo. È stato necessario, di fronte a questa peculiare minaccia, mettere in campo sofisticate attività di investigazione per le quali si è dovuto ricorrere a tecniche di avanguardia che hanno richiesto l'investimento di maggiori risorse e l'impiego delle più qualificate expertise professionali. Naturalmente ci si è largamente avvalsi delle risultanze fornite da operazioni tecniche di carattere preventivo, frutto di un ascolto mirato che ha setacciato i vari ambienti di proselitismo e radicalizzazione.

Anche nelle attività di investigazione collegate al terrorismo di matrice islamica, allo stesso modo che per quelle di contrasto all'eversione interna, si è rivelata fondamentale la collaborazione tra gli apparati professionali delle Forze di Polizia e gli esperti delle agenzie di intelligence attivata da tempo nell'ambito del Comitato di analisi strategica antiterrorismo, il CASA.

Dal 1° gennaio di quest'anno il CASA ha tenuto ben 35 riunioni dedicate al tema, nell'ambito delle quali è stata compiuta un'approfondita analisi di scenario passando al vaglio 162 alert, di cui 129 relativi a gruppi terroristici internazionali, e nel dettaglio 81 segnalazioni hanno riguardato specificamente il nostro Paese e l'altra metà più in generale gli Stati occidentali, compresa l'Italia.

Il tavolo di alto coordinamento che opera presso la direzione centrale della polizia di prevenzione, che è un'articolazione del Dipartimento della pubblica sicurezza, ha focalizzato vari dossier informativi, non trascurando di esaminare, accanto ai profili internazionali della minaccia collegati alle diverse situazioni geopolitiche, anche i possibili addentellati interni in riferimento alle attività dei gruppi eversivi autoctoni. A tale riguardo, cioè a proposito del terrorismo interno, mi dichiaro fin d'ora disponibile a tornare in Parlamento per un'ulteriore specifica informativa.

Oltre a pianificare attività preventive ad ampio spettro, che hanno riguardato anche gli istituti di pena e hanno perciò coinvolto il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, il CASA ha poi predisposto, a supporto dell'attività operativa, uno specifico disciplinare dedicato alla problematica dei foreign fighters e al connesso fenomeno del reducismo.

Vorrei precisare che gli esiti investigativi, di cui danno notizia in questi giorni gli organi di stampa, fanno riferimento ad indagini avviate da tempo in relazione ad alcuni alert, di cui i successivi riscontri, effettuati anche sulla base delle indicazioni del CASA, hanno consentito di escludere l'attendibilità o l'attualità. In altre circostanze, notizie di stampa fanno riferimento a persone che sono state saltuariamente in Italia, i cui passaggi sul nostro territorio sono stati comunque registrati e monitorati. È il caso, ad esempio, del predicatore bosniaco Bosnic Husein, la cui posizione, prima che la polizia bosniaca procedesse qualche giorno fa al suo arresto, era stata più volte esaminata nell'ambito dello stesso CASA, in relazione alla sua segnalata presenza anche in Italia.

Assai intenso, nel periodo in cui è maggiormente cresciuto il livello di allarme, è risultato il raccordo tra la struttura dipartimentale della polizia di prevenzione e le articolazioni territoriali. Dal 1° giugno scorso sono state diramati venticinque allertamenti relativi a possibili minacce riconducibili all'Islamic State. Preciso subito che gli approfondimenti esperiti in ordine alle diverse segnalazioni non hanno portato ad elementi di riscontro. In ogni caso, non sono mancate, nel corso di quest'anno, iniziative giudiziarie di rilievo, come ad esempio quella messa a segno tra il 18 e il 19 giugno, che ha portato all'arresto di tre persone di origine libanese nei cui confronti erano stati acquisiti elementi probatori circa il finanziamento di organizzazioni terroristiche mediorientali.

Altre operazioni di spessore investigativo sono state realizzate in stretto rapporto collaborativo con la Francia, il Paese europeo più colpito, e le autorità transalpine dell'antiterrorismo. Le operazioni in questione hanno riguardato il franco-tunisino Abdelkader Tliba, trasferitosi in Siria per unirsi a una formazione jihadista, arrestato dalla nostra Polizia il 16 gennaio scorso, mentre sbarcava nel porto di Ancona provenendo dalla Grecia, e il combattente Ibrahim Boudina, catturato dalle autorità francesi a Nizza l'11 febbraio di quest'anno, transitato a Bari e a Milano e rintracciato grazie alla collaborazione delle unità antiterrorismo.

Vorrei, prima di andare alle conclusioni, non eludere un punto di particolare delicatezza, più volte evocato in questi giorni come uno specifico motivo di preoccupazione per l'Italia, e cioè che attraverso gli sbarchi possano giungere migranti di orientamento radicale che maturino il proposito di progettualità ostili o di azioni dimostrative ed eclatanti. Quando, nello scorso agosto, ho rassicurato circa il livello altissimo di allerta e di vigilanza, ho anche aggiunto - e lo ribadisco - che le fonti di intelligence non segnalano questo rischio tra quelli a cui il Paese potrebbe essere esposto. Certamente è un aspetto che non verrà trascurato, perché una diversa posizione sarebbe considerata controintuitiva e verrebbe meno all'impegno di cui sono garante, di non sottovalutare o non dare nulla per scontato, anche perché, se è vero che non è stato finora segnalato alcun rischio concreto, è altrettanto vero che nessuno può escluderne la possibilità.

L'offensiva dell'Islamic State rappresenta una forma orribile di sfida all'Occidente e ai suoi valori, ma non possiamo sovrapporla in maniera apodittica ai problemi dell'immigrazione, che sono tanti e per i quali tanto ci stiamo impegnando.

Condivido l'opinione di chi ritiene che dobbiamo guardare alla realtà e attenerci ai fatti contribuendo a un'analisi oggettiva e lucida e possiamo farlo solo a condizione di rifuggire da semplificazioni distorsive.

Concludo, signor Presidente, onorevoli colleghi, dicendovi che i fatti esposti, la gravità e il dramma di quanto realizzato dall'Islamic State fino ad ora ci spiegano una volta di più che il lungo cammino della libertà, il lungo cammino dei diritti umani attraverso la storia, il lungo cammino della democrazia non si sono ancora compiuti e non si sono ancora conclusi. Quanto mai attuali vengono alla mente le parole e le idee del presidente Roosevelt sulle quattro libertà fondamentali, ossia la libertà di parola, la libertà di credo, la libertà dal bisogno e la libertà dalla paura. In effetti, il senso profondo di quello che si sta verificando risiede nella mancanza di queste quattro libertà: la libertà di parola, che è negata da quei regimi che affondano la loro forza sul divieto di libera espressione; la libertà di credo, che è negata dai regimi privi di qualsiasi forma di laicità e le esperienze dell'Afghanistan, della Somalia, delle primavere arabe indicano che quando i diritti fondamentali dell'uomo, in primis la libertà religiosa, sono conculcati con forza si creano le premesse per la ribellione e l'instabilità; la libertà dal bisogno, perché uomini poveri cercano riscatto anche attraverso forme di ribellione come quella armata, e, soprattutto, permettetemi di dire, la libertà dalla paura, che sì chiama sicurezza. Quest'ultima è il compito essenziale che ci ha portati qui, in Aula, a dire che il dovere del Governo è quello di far sì che l'Italia continui ad essere un Paese sicuro, nel quale gli italiani possano continuare a vivere, a investire, a sperare, a costruire liberamente il proprio futuro. Ce la metteremo tutta e sono convinto che, insieme al Parlamento, faremo le scelte giuste per centrare questo grande obiettivo che coincide con la libertà degli italiani. Vi ringrazio dell'ascolto. (Applausi dai Gruppi PD, NCD e Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE, PI e SCpI).

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sull'informativa del Ministro dell'interno.

È iscritto a parlare il senatore Maran. Ne ha facoltà.

MARAN (SCpI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, il Ministro dell'interno, che ringrazio, ha svolto una relazione articolata che cerca di fare il punto su tutti i fronti aperti che possono mettere a rischio l'Italia: dalle minacce lanciate dallo Stato Islamico a tutto il mondo occidentale, fino ai luoghi di rischio in cui è più forte la presenza italiana, a cominciare dalla Libia. Il senso del suo messaggio - in soldoni - è questo: l'allerta è massima, ma al momento non ci sono rischi imminenti. Effettivamente, le Forze dell'ordine si stanno muovendo su una linea di grande attenzione.

Eppure, ricordo che non molti anni fa (era il 2003) il documento sulla Strategia di sicurezza europea iniziava con la seguente frase: «L'Europa non è mai stata tanto prospera, sicura e libera». Da allora le percezioni sono molto cambiate. Oggi il mondo sembra in fiamme ed è lo stesso assetto di sicurezza in Europa che appare in pericolo: un ulteriore aggravamento della crisi ucraina potrebbe avere un effetto fortemente destabilizzante, mettendo a rischio alcuni capisaldi del sistema di sicurezza post guerra fredda (regime di controllo degli armamenti, dialogo e concertazione con Mosca attraverso il consiglio NATO-Russia, il ruolo dell'OSCE nel campo della sicurezza e dei diritti umani, eccetera). Inoltre, l'istituzione dell'autoproclamato califfato da parte del gruppo jihadista dello Stato Islamico ha ulteriormente destabilizzato il Vicino Oriente, riportando l'attenzione internazionale sul fenomeno del radicalismo islamico, tanto che tutta la comunità internazionale, l'Occidente, s'interroga su come si possa fermare questa minaccia, su come sia possibile per la comunità internazionale contrastare questo fenomeno e quali rischi presenti per l'Occidente, anche alla luce dei casi sempre più frequenti di jihadisti europei.

Le affermazioni dei rappresentanti dell'Unione delle comunità islamiche d'Italia, secondo cui da noi il problema sarebbe del tutto marginale se non quasi inesistente, sono state rapidamente contraddette da quanto continua ad emergere circa l'esistenza di reti di collegamento in varie parti del Paese; che ci si sia poi tutti accorti in ritardo del diffondersi di un fenomeno che cresceva sotto i nostri occhi è fuori dubbio, così come è indubbio che ci siamo trovati impreparati per tentare di decifrare le ragioni che hanno indotto una quota non irrilevante di cittadini europei a rispondere ad un appello che nega alla radice i principi di tolleranza cui dichiarano di ispirarsi le nostre società.

Da un lato si pone un problema di prevenzione (ne ha parlato il Ministro), dall'altro c'è l'esigenza di approfondire l'analisi del fenomeno, la conoscenza dei meccanismi mentali e delle reti di collegamento e c'è l'esigenza di farlo superando steccati e diffidenze, riconoscendo che la minaccia della jihad non può essere affrontata in una mera ottica nazionale, che del resto è antitetica allo stesso messaggio della jihad.

C'è un problema - lo affronto in maniera molto schematica - che riguarda più in generale l'approccio di politica estera, perché in Occidente prevale non soltanto l'inquietudine, ma anche una certa insoddisfazione verso le esitazioni; insomma, vi è il senso che occorre intervenire, fare qualcosa. C'è chi propone di organizzare un intervento multinazionale ma a questo riguardo vanno dette le cose come stanno: perché un'iniziativa del genere abbia una qualche speranza di fattibilità, sarebbe necessaria una qualche compattezza politica dei Paesi del Medio Oriente e l'adesione della Russia. Entrambe queste condizioni sono più parte del problema che della sua soluzione. Occorre quindi fare un'altra cosa: tenere i nervi a posto e sostenere la dottrina di Obama contro il terrorismo: appoggi politico-militari ove possibile e pressioni diplomatiche affinché si rafforzino quei Paesi (pochi) come l'Iraq che, a differenza del regime siriano, hanno qualche orizzonte democratico. Più a lungo termine, vanno ricostruite le condizioni politico-diplomatiche perché venga meno la paralisi attuale; sarà opportuno ritrovare un rapporto funzionale dell'Occidente con la Russia e revisionare, per così dire, l'alleanza in Medio Oriente premiando l'aggregazione nazionale su quella settaria e la modernizzazione democratica sull'autoritarismo. Sono prospettive - occorre riconoscerlo - molto lontane, ma bisogna cominciare convincendoci una volta per tutte che il fardello dell'Occidente è un'idea morta per sempre. Non è un mistero per nessuno che il vecchio ordine mondiale, nato dalle macerie della Seconda guerra mondiale, rischia di crollare; molte cose stanno cambiando rapidamente e possono determinare la transizione verso un diverso assetto o verso un disordine planetario sconosciuto dagli anni Trenta.

Se dovessi dire quella che a me sembra la cosa più importante è che l'America non ha più la scala, la forza e neppure il consenso interno per agire come Atlante che regge sulle spalle il mondo, fungendo allo stesso tempo da locomotiva economica e da garante per la sicurezza militare. Non è un caso che un analista come Mandelbaum l'ha definita ormai una Frugal Superpower, senza contare che proprio i deficit crescenti di quel Paese, alimentati dai costi enormi della crisi finanziaria e dai programmi di protezione sociale, obbligheranno comunque l'America ad una presenza internazionale più modesta. Gran parte del nostro futuro si gioca attorno ad una domanda che non è più eludibile (gli alleati dell'America possono portare un po' più di questo peso, sì o no?) e si gioca attorno alla questione fondamentale della riforma dello strumento militare, perché in gioco per l'Italia non è soltanto la sua efficienza, ma anche la sopravvivenza della capacità operativa delle Forze armate, ovvero della possibilità per l'Italia di condurre o partecipare a missioni funzionali alla propria politica estera e di difesa e, in ultima analisi, alla promozione e alla protezione dei propri interessi nazionali.

In una nota recente l'Istituto di affari internazionali si è soffermato su una locuzione, che, come poi ha precisato, non ha e non contiene nessun doppio senso. La locuzione è: «la politica estera del sedere». Tale locuzione - dice lo IAI - è da intendersi in modo strettamente etimologico: politica alla ricerca di seggi dove sedersi, senza però sapere cosa farci una volta utilizzati. Questa, non da oggi, è stata per decenni una delle caratteristiche della politica estera dell'Italia e se l'Istituto di affari internazionali si occupa di questo oggi è perché ha fatto circolare un rapporto sulla politica estera italiana che si intitola: «Scegliere per contare». Infatti, è venuto il momento, anche per il nostro Paese, di scegliere.

Non a caso questo rapporto è uscito in parallelo con l'inizio del nostro semestre di Presidenza, perché in questo quadro una media potenza come la nostra, se vuole e se ne è capace, può indicare le priorità per la politica estera europea, che sono per noi vitali, a cominciare da un percorso credibile verso l'adesione all'Unione degli Stati dei Balcani occidentali, fino al rilancio della cooperazione transatlantica, attraverso iniziative come l'accordo di libero scambio. Può altresì indicare e battersi per due obiettivi strategici prioritari per l'Italia: la necessità di rispondere alle sfide di sicurezza nel Mediterraneo e nel Medio Oriente e di approfondire le prospettive di partenariato nell'Africa subsahariana. Si tratta di scelte ineccepibili per un Paese come il nostro, di medie dimensioni e che vive ormai quattro anni di crisi economica. Esse hanno un obiettivo che può sembrare limitato, ma che è invece ambizioso: preservare il ruolo dell'Italia nel quadro globale, nonostante più limitate risorse e, dunque, preservare le proprie condizioni di sicurezza. Si tratta però di scelte che cozzano contro la tradizionale politica del restare seduti. Sono fiducioso che per il nostro Governo - ne sono convinto - sia venuto il momento di fare delle scelte per garantire sicurezza e prospettive al nostro Paese e sono fiducioso che il Governo sarà in grado di farle con il sostegno della maggioranza. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Marino Luigi e Susta).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mauro Mario. Ne ha facoltà.

MAURO Mario (PI). Signor Presidente, nel lodare la lunga e dettagliata esposizione del ministro Alfano, mi preme evidenziare alcune questioni che possono contribuire a fornire elementi per tratteggiare uno scenario che porta con sé vistose contraddizioni e che, non a caso, mette insieme, in una valutazione come quella che stiamo facendo oggi, fattori di politica estera, fattori di politica di sicurezza e di difesa e fattori del contrasto al terrorismo che passano attraverso le competenze e le prerogative dei Ministri dell'interno.

Tengo anzitutto a dire che lo stesso autodefinirsi da parte del nostro avversario in campo in questa circostanza Stato Islamico ci costringe a portarci su un terreno estremamente scivoloso. Infatti, l'idea che non combattiamo semplicemente una formazione di stampo terroristico ma una comunità che si autodefinisce Stato (che, quindi, può rappresentare interessi quasi di dichiarata marca legittima) ci porta esattamente sul terreno voluto dai terroristi, un terreno di pesante autolegittimazione che nasconde un elemento dello scenario dietro il quale si sono nascosti per mesi e negli ultimi anni attori del contrasto peculiare che è avvenuto a quelle latitudini, per esempio, in nome dell'egemonia dell'area del Golfo tra Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Stiamo parlando di Paesi che rappresentano per molti versi anche nostri alleati o alleati potenziali nella lotta al terrorismo e che, come in un gioco di specchi, ci espongono alla più rischiosa delle contraddizioni dovendo intervenire in una materia così magmatica.

Il secondo elemento che vorrei mettere in evidenza è quanto è avvenuto più di recente, che é passato attraverso precise responsabilità dell'Italia, che ben ha fatto a spendersi perché il conflitto siriano non degenerasse in un'azione sposata dall'Occidente a danno degli interessi non solo del regime di Bashar al-Assad, ma anche del posizionamento in quella area di Mosca e della Russia. Cosa intendo dire? Oggi noi sappiamo con il senno di poi che molte delle armi gestite e in possesso degli uomini dello Stato Islamico sono state improvvidamente fornite al Free syrian army, cioè quella che appariva essere la parte più laica e collaborativa con l'Occidente dell'opposizione di Assad, e sono facilmente cadute preda dell'azione degli uomini dello Stato Islamico, che a quelle formazioni le hanno strappate tramite il loro alleato siriano Jabhat al-Nusra. Nel momento in cui hanno visto che gli uomini di Assad, supportati dagli hezbollah libanesi e da Mosca resistevano alla loro azione di penetrazione, gli uomini dello Stato Islamico non hanno fatto altro che rivolgerle verso sud contro le fatiscenti organizzazioni irachene che, persa per strada la presenza di 125.000 uomini dell'amministrazione americana, si sono rivelate effettivamente un contrasto non esistente e non sufficiente, esponendo peraltro lo Stato curdo alla capacità di penetrazione dell'ISIS ed oggi esponendo tutto il mondo alla deflagrazione di un problema di dimensioni colossali.

Il terzo fattore che metto in evidenza, lodando per la precisione dell'informativa il ministro Alfano, è il problema dei foreign fighters. Vorrei che noi tutti comprendessimo che dietro la presenza di varie centinaia di kosovari, bosniaci e persone che vivono non solo in Italia, ma anche in Gran Bretagna e Francia c'è ormai consolidata un'ideologia. Mi riferisco all'ideologia fondamentalista che prende come pretesto Dio per il proprio progetto di potere e rispetto alla quale i Paesi occidentali, e segnatamente i Paesi europei, seppur stanno ben organizzando la risposta sul piano dell'antiterrorismo, sono ancora titubanti sul piano culturale. Faccio un esempio per farmi comprendere, approfittando della presenza in Aula del collega Sergio Zavoli, del quale credo nessuno di noi ha dimenticato la capacità propositiva dimostrata con la realizzazione di uno strumento di analisi del terrorismo nostrano come «La notte della Repubblica». Voglio dire che se sul piano mediatico, della comunicazione, degli strumenti di analisi per decrittare quello che c'è dietro il nuovo terrorismo, noi non siamo capaci di mettere a punto strumenti che costringano una generazione, la generazione dei foreign fighters, a compiere un ripensamento sui propri errori e sul proprio posizionamento fuori dall'ordito della vita in una società occidentale e in una società di comunità libere che vivono tutto nel segno della democrazia e della libertà, ben difficilmente potremo superare questo stadio.

Concludo con un ultimo riferimento al ruolo che potrebbe esercitare ancora su tale questione la Russia. Lo dico perché è nostro dovere, in particolare dell'Italia, che ha giocato un ruolo tanto importante e di primo piano perché le vicende siriane potessero essere vissute con buonsenso, fare in modo che tutto quello che oggi avviene nel contrasto alle formazioni terroristiche non solo sia condiviso all'interno dell'intelligence occidentale, ma sia compartecipato attraverso lo strumento del Consiglio NATO-Russia, che è uno strumento non 28 contro uno, ma 28 più uno. Anche questo momento di grande difficoltà nel rapporto con Mosca, quindi, non deve farci dimenticare che il compito superiore al quale tutti siamo chiamati è il contrasto al terrorismo fondamentalista a trecentosessanta gradi. (Applausi dal Gruppo PI. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ferrara Mario. Ne ha facoltà.

FERRARA Mario (GAL). Signor Ministro, mi unisco non per prassi, ma sinceramente, ai complimenti che le hanno rivolto sia in questo ramo del Parlamento sia nell'altro per la sua relazione, che è stata giudicata ricca, puntuale, esaustiva e che dà ampia possibilità di discernimento per porre le basi di un ragionamento che una parte della sua relazione già individua, e cioè quello relativo agli obiettivi del terrorismo, e che alcuni interventi svolti alla Camera, primo fra tutti quello del presidente Cicchitto, hanno individuato. Non è una discussione, cioè, sulla fase nella quale ci troviamo a fronteggiare questo terrorismo internazionale di matrice religiosa, ma sul perché nasce questo terrorismo e su cosa si può fare contro di esso.

Non si può pensare al futuro se non si rivolge per un attimo la mente al passato e non si ripercorre la storia degli ultimi mille anni in Europa; se non si pensa alla battaglia di Poitiers del 732, o a quella di Lepanto del 1571, o a quella di Vienna, poco più di cento anni dopo, nel 1683. Non si può pensare al futuro, quindi, se non si rivolge la mente a quella contrapposizione tra Occidente e Medio Oriente sulla quale ci siamo trovati a dover ragionare da sempre e di cui in ultimo ragionò Papa Ratzinger, con l'acume che lo contraddistingue, domandandosi a cosa avesse portato questa continua contrapposizione cruenta tra Occidente e Oriente.

C'è però una verità sostanziale ancora più profonda, che ha determinato, nella divisione antecedente la battaglia di Lepanto in Europa, la necessità di un'unitarietà di azione, e cioè il fatto che quel confronto non era il confronto tra due Nazioni, non era il tentativo di prevalere di una parte del continente su un'altra parte, come nel caso delle guerre europee del 1915-1918 e del 1939-1945: non si trattò di guerre di successione, ma di guerre tra due civiltà che si fronteggiavano, cercando di prevalere l'una sull'altra, e questo è ancora oggi quello che succede. L'ha detto lei, signor Ministro, nel momento in cui tra gli obiettivi del terrorismo ha individuato la possibilità di occupare anche fisicamente Roma, come culla del cristianesimo e sede autorevole del cattolicesimo. Negli ultimi tempi, questi due eserciti si sono fronteggiati, uno con una struttura giuridico-militare di tipo tradizionale, l'altro - al di là del suo numero esiguo o notevole di adepti, che non sappiamo se è di 10.000 o 100.000 uomini - con un'attività di fiancheggiamento enormemente importante, facente capo a tutta quella parte della civiltà mediorientale fatta da sceicchi, imam, guerriglieri, finanzieri, esperti di computer e foreign fighters (la nuova scoperta che abbiamo fatto negli ultimi tempi).

Dobbiamo dunque chiederci cos'è successo negli ultimi trent'anni. Sono già abbastanza anziano ed ella, signor Ministro, è abbastanza esperto per ricordarsi della prima guerra in Iraq di Bush padre, del tentativo di portare in Oriente quella che noi ritenevamo essere la civiltà occidentale e del fallimento di quell'esperienza, come pure della successiva, ancor più cruenta, durante la seconda amministrazione Bush. Ugualmente ricordiamo l'ultimo, sbagliatissimo intervento in Libia, dove un fair play internazionale non ci ha dato la possibilità di emendare e criticare fortemente l'azione di Sarkozy - così come invece avrebbe dovuto essere fatto immediatamente - che in quel momento aggredì - è la parola esatta dal punto di vista internazionale - un Governo legittimamente costituito, visto che sino al giorno prima aveva ricevuto, e dato, le credenziali da un cospicuo numero di Paesi occidentali.

Dobbiamo allora domandarci cosa possiamo fare e cosa può fare l'Italia nella partecipazione agli incontri della NATO in Galles, visto che vi partecipiamo, ma non in una misura di qualificazione importante, se è vero quanto ci ha ricordato l'ex ministro Martino nel riferirci di aver rinunziato al ruolo di Segretario generale della NATO perché in tal modo si sarebbe trovato costretto a chiedere l'uscita dell'Italia dall'alleanza stessa, dato che il nostro Paese ne era il più contenuto contribuente.

Cosa può fare, allora? Può lavorare con l'intelligenza di una proposta e con la cultura che gli è propria, nonché con quella di coloro che più di altri conoscono quello che avvenne nel 1571, antecedentemente alla battaglia di Lepanto. Vi è la necessità di intraprendere nelle Aule parlamentari, nel Paese e nella società - e ancor di più da italiani visto come ella ha richiamato la presenza in Italia della Santa Sede - attività che consentano di essere maturi per un coinvolgimento occidentale, che sia caratterizzato però non soltanto da quel confronto cruento, che pure c'è stato e dev'esserci, perché - come dice Kissinger - non è possibile che vengano trucidati in televisione, senza che siano vendicati, cittadini occidentali nel modo in cui siamo stati costretti ad assistere.

Contemporaneamente, però, va fatto il tentativo di mettere in campo tutte quelle azioni intelligenti che, facendo leva sulle conoscenze che anche il documento portato in Aula oggi ci mette a disposizione, diano il via e lo spazio in futuro ad un'azione più incisiva e determinante, che, seppure non con una battaglia come quella di Lepanto, porti però ad una soluzione che ci veda comunque totalmente coinvolti, come Occidente cosciente. Solo in tal modo potremo affermare non la nostra superiorità (e qui cito nuovamente Ratzinger a Ratisbona), ma la necessità che il confronto sia sereno e fattivo, eppure forte, dove la forza trova radicamento non soltanto nel proprio credo, ma anche nella possibilità che il convincimento sia fatto con la forza delle azioni e non soltanto delle ragioni. (Applausi dal Gruppo NCD e dei senatori Compagnone e Crosio).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Di Biagio. Ne ha facoltà.

DI BIAGIO (PI). Signor Presidente, gentile Ministro, la ringrazio per la sua dettagliata informativa che dà conto della gravità e del livello di allarme che il terrorismo fondamentalista sta assumendo in questi mesi, imponendosi violentemente all'attenzione della comunità internazionale con la preoccupante ascesa dell'Islamic State nei territori di Iraq e Siria. Siamo consapevoli della sua costante attenzione e sensibilità su questi temi, che l'informativa ha pienamente confermato.

Oggi non possiamo sottovalutare il problema, né sminuirne le ripercussioni sullo scenario internazionale, anche per le peculiarità - da lei ben delineate - che il terrorismo jihadista sta assumendo nel caso del califfato e che afferiscono a numerosi livelli, in primo luogo, sul versante della sicurezza, e io mi concentrerò, in particolar modo, sulle questioni di sicurezza nazionale.

Uno degli aspetti più allarmanti per il nostro Paese è, senza dubbio, rappresentato dai combattenti reclutati in Paesi stranieri: un fenomeno che interessa certamente i Paesi del Mediterraneo settentrionale, ma che coinvolge anche l'Europa, con apporti non trascurabili in particolare dalla Bosnia e dal Kosovo, e l'Italia, quanto sia alla residenza dei volontari reclutati che alla cittadinanza degli stessi. La pericolosità di cui tali soggetti sono portatori è data, in primo luogo, dalla loro libertà di spostamento entro e fuori i confini nazionali ed europei, anche nell'ottica del loro rientro; un fenomeno che, nel nostro Paese, assume connotazioni preoccupanti anche per la capacità dei combattenti di fornire, oltre ad una adesione personale, un supporto di natura logistica. Tale situazione richiede l'intensificazione del monitoraggio finalizzato a prevenire e contrastare il reclutamento jihadista: un'opera mirata alla piena tracciabilità degli spostamenti e al controllo più attento su quelle realtà minori, e pertanto difficilmente controllabili, che sul nostro territorio potrebbero declinare questo tipo di estremismi (e sappiamo bene che il Nord Italia presenta, purtroppo, su questo versante, numerose zone sensibili).

Detto lavoro necessita di una collaborazione quanto più stretta tra tutti i reparti investigativi e di polizia, opportunamente potenziati, nonché di rinnovare gli strumenti legislativi, spesso inadeguati - così come lei, Ministro, ha ribadito - per rendere l'azione di contrasto più efficace sul piano operativo. Su questo fronte siamo pronti a discutere le iniziative che il Governo riterrà di supportare, ma si richiede anche un'azione in grado di prevenire, intervenendo sugli ambiti più deboli ed esposti sotto il profilo sociale, il rischio di reclutamento. Siamo consapevoli dell'impegno che il suo Dicastero, signor Ministro, sta portando avanti su questi versanti, coordinando le forze di intelligence e di polizia. È un lavoro assolutamente meritevole che noi sosteniamo con forza e che deve essere quanto più valorizzato in questa fase, ma anche inserito all'interno di un intervento coordinato dell'Europa la quale, in chiave NATO, si mostri attiva e risoluta nella condanna dei crimini, nelle azioni volte a circoscrivere e contrastare l'avanzata del califfato, anche colpendo le realtà che ne favoriscono economicamente la sussistenza, e nel contrasto alle dinamiche di reclutamento, indottrinamento e promozione del terrorismo. È chiaro, infatti, che la risposta alle violenze e alle provocazioni dell'Islamic State non può essere articolata singolarmente.

Infine, ma non secondario per importanza, il coordinamento europeo deve interessare il necessario intervento sul versante umanitario, a fronte della drammatica situazione delle centinaia di migliaia di profughi che già sono state cacciate dai territori di Iraq e Siria, e che Amnesty International ha recentemente stimato in più di un milione di profughi. È un dato che configura una vera e propria crisi umanitaria, destinata ad avere un impatto sulle difficili dinamiche dell'emigrazione che costantemente si ripropongono alla nostra attenzione, aggravate, in questo caso, dall'oggettivo rischio che, all'interno di detti flussi, si nascondano ipotetici focolai di terroristi di ritorno.

Mi sento di evidenziare quanto questa fase richieda un ulteriore approfondimento della risposta umanitaria che il nostro Paese può e deve fornire al fenomeno dei flussi migratori, mantenendo alta l'attenzione per i rischi connessi. Questo deve essere fatto attraverso scelte coraggiose, sia nel contrasto al traffico di uomini sia nella gestione dei flussi, che consentano di definire un quadro d'azione omogeneo in chiave europea e di declinare una risposta lucida anche per una rimodulazione più organica e condivisa delle dinamiche legate all'asilo politico.

Abbiamo dinanzi agli occhi - e vado a concludere - una situazione complessa sulla quale l'Europa deve mostrarsi presente, attiva e collaborativa. L'Italia, a sua volta, può e deve avere un ruolo di primo livello, anche considerando la profonda esperienza maturata nel contesto delle tante missioni di peacekeeping e cooperazione internazionale, che hanno visto il coinvolgimento del nostro Paese e che costituiscono parte attiva della credibilità dell'Italia in politica estera.

In questo momento non ci si può tirare indietro, e rispetto a questo, apprezziamo pienamente quanto il nostro Paese ha fatto e sta facendo con grande serietà, anche attraverso il suo operato, signor Ministro.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Crosio. Ne ha facoltà.

CROSIO (LN-Aut). Grazie, Presidente. Buonasera, Ministro. Innanzitutto il nostro Gruppo vuole essere solidale con lei, vista l'Aula così deserta questa sera a fronte di un problema così importante: forse il tutto è riconducibile al fumo che lei ha fatto. Mi permetta di dire che non avrà i nostri complimenti, perché ci sembra un po' come quei raccoglitori di miele della tribù kanaka che (come fanno tutti i raccoglitori di miele) con il fumo tentano di stordire le api perché hanno paura di essere punti; noi della Lega cercheremo allora di metterle un bel pungiglione nel posto giusto.

Signor Ministro, lei ha citato Roosevelt e ha fatto bene, perché proprio Roosevelt nutriva la speranza che se il mondo avesse conosciuto i valori americani non sarebbe stato necessario esportarli o imporli con la forza. Probabilmente, anzi evidentemente, Roosevelt non conosceva l'Islam. Inoltre, le ricordo anche, signor Ministro (e magari se lo può appuntare), che Roosevelt condusse una politica estera definita aggressiva: gli americani la definirono la «politica del bastone». Forse oggi, per questo tema, servirebbe la politica del bastone e non quella dei segnali di fumo che abbiamo visto questa sera.

Per tornare alla realtà, signor Ministro, lei ci ha rappresentato una situazione apparentemente riconducibile unicamente al terrorismo di matrice religiosa, generato dall'Islamic State, quale sfida senza precedenti alla sicurezza globale. Questo in parte è vero, signor Ministro, ma noi vorremmo farla tornare un attimo sulla terra, perché non è tutto lì. Sia chiara una cosa, e gliela vogliamo dire con estrema franchezza noi della Lega. Vi sono due mondi, signor Ministro, distanti anni luce tra di loro: il nostro mondo, quello occidentale, sicuramente imperfetto, ma che alla sua base trova come principio fondamentale la separazione inequivocabile tra la sfera laica e quella religiosa; poi c'è l'altro mondo, signor Ministro, che piace forse meno agli italiani, quello islamico, dove la legge religiosa determina la legge civile e gestisce la vita privata e sociale di chiunque viva in un contesto musulmano. Ricordo, infatti, signor Ministro, che lei ci ha rappresentato forse, apparentemente, un Islam bianco e uno nero. Voglio ricordare che nel Corano è scritto chiaramente che la mission finale è quella della annientare gli infedeli, cioè prevalentemente i cristiani. Questo c'è scritto. Non è che chi arriva ad un certo punto del Corano strappa la pagina o non la legge: c'è scritto questo e forse lo stiamo dimenticando. Se questa prospettiva è destinata a rimanere immutata, come è accaduto finora, la convivenza con chi non appartiene alla comunità islamica non può che risultare difficile, quasi impossibile.

Esistono due mondi, signor Ministro. Uno è fatto da persone che, spinte sia dalla carità cristiana che dalla laica solidarietà, dedicano la loro vita all'altro mondo, per il bene degli altri e degli ultimi. E la loro vita troppo spesso viene spezzata da una violenza disumana. Le ricordo che le tre suore cristiane cattoliche trucidate in questi giorni in Burundi rappresentano un'altra pagina insanguinata che viene dall'altro mondo, come pure quella dei giornalisti sgozzati in una maniera disumana.

Lo ricordava bene anche lei, signor Ministro, che l'assassino del giornalista britannico si esprimeva in perfetto inglese. Signor Ministro, questo dovrebbe forse farla riflettere. Un giorno non troppo lontano ci troveremo un assassino che combatte la sua guerra santa e che si esprimerà in perfetto italiano: questa è la realtà dei fatti e lo scenario che stiamo vedendo. Ci sono infatti circa cinquanta italiani che stanno partecipando a questa guerra santa.

A questo punto vorremmo fare una riflessione, signor Ministro. La società contemporanea ha favorito i cosiddetti processi di globalizzazione che facilitano infatti la circolazione non solo di merci e capitali a livello mondiale, ma soprattutto l'elevata mobilità di persone che si trapiantano, con i loro diversi corredi culturali e religiosi, in molte società del pianeta: questo ha prodotto la globalizzazione. Per tale ragione, signor Ministro, è bene tornare non in questo o nell'altro mondo, ma sulla terra. Il rapporto tra nazionalità e cittadinanza si altera.

Aumentano le società in cui i cittadini non condividono la storia della Nazione: questo è il processo che stiamo vedendo in Occidente, e lei è uno degli artefici di questo processo, purtroppo; è la verità. Il «Mare vostrum» è complice attivo di questa situazione, e specialmente nel nostro Paese è ormai a una deriva preoccupante. Come ricordavo poc'anzi, verrà un tempo in cui dal nostro Paese partiranno per la loro guerra santa anche quelli che oggi sbarcano sulle nostre coste, oltre a non capire cosa potranno fare nel nostro Paese. Vedremo. Noi le chiediamo di riflettere seriamente, signor Ministro.

Il video pubblicato, quello con il giornalista sgozzato, ci preoccupa molto. Noi crediamo che il messaggio sia chiaro: state attenti, siamo fra di voi. Questo è il messaggio chiaro e lo pensano anche i nostri amici inglesi, che l'hanno definito così. La nostra società è pervasa, tra l'altro, da falsi sentimenti di buonismo, e qui mi voglio riferire a qualche collega del PD: questi falsi sentimenti di buonismo troppo spesso carichi di ipocrisia o di chiara opportunità politica, che indeboliscono inevitabilmente la struttura della nostra società.

Mi spiego meglio. Stiamo molto attenti perché anche quello che potrebbe sembrare per taluni normale, da fare con leggerezza, come togliere il simbolo non solo della cristianità, ma della nostra millenaria cultura, dalle pareti delle nostre scuole o da altri luoghi, agli occhi dell'altro mondo, quello che citavo prima, è letto come un gesto di debolezza e di rassegnazione. Questo mondo così diverso che per principio non tollera assolutamente nessun simbolo che determina una diversità religiosa o una libertà di pensiero. Questa è la differenza tra un mondo e l'altro.

A questo punto, signor Ministro, vorremmo darle un consiglio, visto che una volta i nostri consigli li ascoltava, ma poi ha cominciato a frequentare brutte compagnie ed è andata male. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

Partendo dal presupposto che, non solo nel nostro Paese, ma in tutti i Paesi occidentali i criteri di reclutamento e di organizzazione di uomini che alimentano il terrorismo internazionale sono fatti all'interno di quelle che, camuffate come moschee, altro non sono che caserme dove trovano copertura quelle cellule di terrorismo che diventano sempre più organizzate, grazie anche a una rete economica sempre più performante, noi le vogliamo dare un consiglio, da attuare immediatamente in ambito nazionale.

Prenda immediatamente in considerazione la proposta di legge della Lega Nord, la moratoria che abbiamo predisposto: disposizioni concernenti la realizzazione di nuovi edifici destinati all'esercizio dei culti ammessi.

Questa legge, cioè, è volta a garantire la necessità di regolamentazione di attività ritenute fisiologiche alle pratiche religiose delle comunità musulmane presenti nel nostro Paese, individuando competenze precise in merito alla regolamentazione di luoghi che, a volte, hanno poco a che fare con le funzioni religiose, così come concepite dalla cultura occidentale. Questi luoghi sono altro: sono delle caserme. Se vuole fare veramente qualcosa prenda in considerazione questa legge.

Signor Presidente, io concludo invitando un'altra volta il Ministro a riflettere. Forse esiste un mondo arabo moderato, ma più passa il tempo e più ci sembra un'utopia. Le sue posizioni in questo momento sono molto distanti, signor Ministro, dalle nostre posizioni in merito all'immigrazione, a quella che lei definisce la nostra predisposizione all'accoglienza.

Noi la invitiamo a riflettere, signor Ministro. Fermi subito la sua diabolica creatura. Lei è il padre di Mare nostrum. Lei è il ministro dell'invasione in questo momento. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

Lei è responsabile di questa deriva che, di fatto, sta gettando il nostro Paese nel caos. E le conseguenze, signor Ministro, saranno terrificanti: per il Paese e per gli italiani. E lei sarà il primo responsabile. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Cristofaro. Ne ha facoltà.

DE CRISTOFARO (Misto-SEL). Signor Presidente, signor Ministro, noi parliamo di una tragedia che sta sconvolgendo evidentemente un'area geografica a noi vicinissima. Per questo è comprensibile chiedersi, innanzitutto, quali e quanto alti siano i rischi che essa ci tocchi direttamente, cioè che in casa nostra possano verificarsi gli episodi di terrorismo.

Se questo rischio esiste, è necessario ed urgente allestire rapidamente una rete di sicurezza, un lavoro di intelligence a maglie strette e fare ovviamente tutto il necessario per prevenirlo. Tuttavia, vorremmo parlare anche del fatto che esiste un altro rischio, meno evidente e meno immediato, ma più subdolo e, in prospettiva, finanche più esiziale. Il rischio è che, a fronte di questa offensiva di terrore lanciata dall'estremismo islamico, la nostra opinione pubblica reagisca con un sentimento di diffusa e indiscriminata ostilità anti-islamica.

Sarebbe, a nostro avviso, una reazione tragica. Sarebbe probabilmente il migliore aiuto possibile offerto agli estremisti dell'ISIS o della jihad islamica. L'Islam non è l'ISIS, e questo nessuno lo sa meglio dei dirigenti dell'estremismo islamico stesso che, non a caso, mettono al primo posto proprio l'offensiva ferocissima contro quella grande maggioranza di mondo islamico che non intende combattere nessuna guerra santa. È su questa base che è nato l'ISIS ed è per questo che ha rotto perfino con una organizzazione come Al Qaeda, terrorista e feroce, ma contraria a prendere di mira proprio gli islamici moderati.

La politica ha oggi prima di tutto il dovere d'impedire che una dissennata reazione dell'opinione pubblica e di alcuni cosiddetti intellettuali faccia precisamente il gioco dell'ISIS, che evidentemente non aspetta altro. Da questo punto di vista non posso che condividere alcune osservazioni fatte dal Ministro su questo punto. Non potrei però dire altrettanto di possibili, future, leggi speciali a cui in qualche modo si è alluso. Quelle leggi, infatti, non rischierebbero soltanto di violare gravemente i diritti individuali, ma potrebbero finanche risolversi in un effetto boomerang.

Il Ministro ha segnalato che tra le peculiarità di questa insorgenza del terrore c'è proprio l'arruolamento che da molte parti del mondo spinge giovani islamici a entrare nelle file dell'armata integralista. Noi crediamo che solo la nostra capacità di distinguere con massima nettezza tra Islam e integralismo islamico, di offrire quindi una sponda accogliente alle comunità islamiche e di evitare così ogni atteggiamento che possa risultare persecutorio, potrà frenare questo flusso di arruolamenti, in particolare concentrandoci su un'azione di forte sostegno e supporto verso tutte quelle esperienze (soprattutto quelle femminili, che evidentemente sono decisive all'interno di tale vicenda) che possono fornire un contributo fondamentale per la sconfitta dell'integralismo.

Questo è vero per i Paesi occidentali ed è tanto più vero per il principale teatro della guerra e del terrorismo, cioè i Paesi del Medio Oriente. Se noi, con colpevole miopia, continueremo a indebolire le organizzazioni politiche nemiche dell'integralismo, come l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) o lo stesso Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), ad avvantaggiarsene saranno solo i gruppi terroristi e integralisti, come - appunto - l'ISIS o la Jihad. Lo stesso PKK, che anche attraverso le sue, non a caso, brigate femminili combattenti sta cercando, qualche volta addirittura in solitudine, di fermare l'ISIS e il fondamentalismo, nel corso di questi anni è stato esso stesso colpevolmente considerato terrorista.

Quando Israele sequestra in un colpo solo 500 ettari di terra palestinese, umiliando in tal modo un uomo di pace come Abu Mazen, rende ad Hamas il più prezioso dei servizi, e affermarlo oggi non significa affatto essere nemici di Israele, ma significa esattamente il contrario. Ancora, quando si tengono imprigionati da anni uomini come Marwan Barghuthi in Palestina o Abdullah Ocalan, ancora una volta si aiuta e non si combatte l'integralismo.

Strategie miopi e alla lunga devastanti di questo tipo sono state messe in atto per troppi anni, per troppi decenni, non soltanto nello scenario del Medio Oriente, ma più in generale da molti Paesi occidentali; spesso anche l'Italia ha rinunciato a svolgere quel ruolo di ponte che, invece, nel corso degli anni passati, forze politiche totalmente distanti dalla mia cultura politica avevano saputo svolgere in maniera intelligente, adeguata ed efficace.

Oggi le conseguenze sono di fronte ai nostri occhi e sono conseguenze tragiche prima di tutto per i cittadini di quella martoriata regione. Oggi la priorità assoluta è garantire protezione a tutte le popolazioni vittime dell'attacco integralista.

Attenzione, non tutti i mezzi utilizzati sono buoni: alcuni sono utili, altri sono soltanto controproducenti. È utile e necessario inviare un contingente ONU con funzioni di protezione della popolazione e di arresto dell'avanzata dell'ISIS. È utile e necessaria la convocazione di una conferenza internazionale di pace, con la partecipazione di tutti i principali Paesi dell'area e di tutte le forze moderate che si oppongono all'estremismo islamico. Ancora, è fondamentale la creazione di corridoi umanitari per sostenere le popolazioni civili. Non è utile, ed è anzi controproducente, armare una fazione contro l'altra; sto evidentemente alludendo alla scelta di armare i Peshmerga, con il risultato di sancire forse finanche la scomparsa dell'Iraq, che tra l'altro è proprio uno degli obiettivi che si prefigge l'ISIS.

Sono stati errori di questo tipo che nel corso degli ultimi anni hanno posto le basi per tale emergenza.

Vedete, credo davvero che a volte noi usiamo con troppa leggerezza e con qualche elemento di confusione e superficialità la categoria del «terrorismo». Affermo con molta chiarezza che non voglio essere frainteso e che ovviamente non sto giustificando in alcuna maniera gli assassini dell'ISIS. Anzi, penso che chi lo ha fatto, anche negli scorsi giorni e mesi, ha commesso un grave errore politico; ha fatto un'enorme confusione e ha sbagliato a fare quelle affermazioni. L'ISIS, la Jihad e l'estremismo islamico costituiscono una minaccia per tutti, per l'Islam, per le popolazioni di quei Paesi e per noi, e quindi devono essere sconfitti. Dico, però, che non si può parlare di «terrorismo» sempre e comunque per situazioni spesso molto diverse tra loro: ciò impedisce prima di tutto l'elaborazione di un'analisi lucida e quindi anche l'individuazione di situazioni efficaci, in un contesto in cui peraltro vi è il grande rischio di fenomeni emulativi in tante altre aree del globo.

Oggi l'ISIS controlla e in una certa misura amministra un'area grande come il Belgio. Con i suoi 8.000 effettivi non potrebbe farlo, non potrebbe minacciare Baghdad senza l'appoggio delle forze baathiste. Quell'appoggio è una conseguenza diretta della sciagurata guerra in Iraq, iniziata malissimo, ma proseguita ancora peggio, ed è sempre più necessario fare un bilancio vero su quanto accaduto nel corso di questi anni.

Colleghi senatori, sono stati errori come questo a far lievitare il pericolo del terrore integralista. L'Occidente ha commessi moltissimi di questi errori e purtroppo anche l'Italia ne ha commessi moltissimi. Senza togliere nemmeno un milligrammo - se così si può dire - all'urgenza di sconfiggere l'ISIS e le altri centrali del terrore, è ora però di smetterla di commettere quegli errori e di cambiare finalmente strada.

Occorrerebbe appunto fare un bilancio serio delle guerre e delle politiche perseguite negli ultimi venti anni dall'Alleanza atlantica. Scelte geopolitiche quasi sempre sbagliate, che non solo hanno spesso sacrificato i diritti umani di intere popolazioni, ma che si sono rivelate finanche disastrose in termini di sicurezza e di stabilizzazione delle aree interessate, come ormai sostiene una parte crescente, probabilmente maggioritaria, dell'opinione pubblica globale.

Anche per queste ragioni occorrerebbe finalmente una politica estera europea capace di dare al nostro continente quella funzione di moderazione, mediazione e ragionevolezza, pur nella massima determinazione, che purtroppo nel corso di questi anni troppe volte è venuta a mancare. (Applausi dal Gruppo Misto-SEL).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Esposito Giuseppe. Ne ha facoltà.

ESPOSITO Giuseppe (NCD). Signor Presidente, onorevole Ministro, ho ascoltato con attenzione il suo intervento, ho apprezzato il contenuto della sua relazione, ho condiviso la fermezza con cui continua l'opera del Dicastero da lei guidato. Vorrei ribadire solo alcuni concetti che stanno alla base della discussione che oggi stiamo tenendo in Parlamento.

Il pericolo dello Stato islamico, del califfato di al-Baghdadi, è un pericolo grave per la nostra sicurezza e la democrazia ed è ancor più grave perché è molto diverso dal passato e dalle altre organizzazioni terroristiche fino ad oggi conosciute. In primo luogo perché è molto ricco: si calcola intorno ai due miliardi di dollari il cash posseduto dall'IS. Questa forza, questa potenza sono state acquisite con razzie, rapine, traffici illeciti, rapimenti e recepimento di fondi dall'estero attraverso ONG che spesso appaiono del tutto legali. In secondo luogo, c'è una strategia militare completamente diversa, e lo diceva anche lei nel suo intervento. Questa strategia militare non è più asimmetrica, non è più nascosta, non è più sottotraccia, ma è di chiara riconoscibilità, è una strategia militare finalizzata ad essere riconosciuta come struttura e teatro di guerra: identificati e identificabili.

Infine c'è la strategia della comunicazione, che da questo punto di vista cambia completamente. Gli appartenenti allo Stato Islamico sono orgogliosi della loro appartenenza, della loro attività di razzie, esibiscono la loro presenza fisica sul territorio. In questi giorni stanno addirittura consegnando i passaporti neri dell'Islam, proprio a segnare e a identificare la loro presenza, non solo come terroristi, ma principalmente come Paese che vuole occupare gli altri Paesi. Arruolano i servi di Allah e li pagano con i tanti soldi di cui dispongono. Si servono del web, sono predicatori e indottrinatori falsi, per molti versi anche dello stesso Corano. Applicano la strategia della violenza.

Gli islamici dello Stato del califfato sono i migliori; i cani, gli altri, devono morire, e ogni loro frase finisce in questa maniera. Fanno spettacolo con gli sgozzamenti, i rapimenti, le sevizie a donne non allineate alla loro legge fondamentalista. Destabilizzano l'area in cui vivono e quella in cui vogliono entrare. Chiedono l'invasione e la Guerra santa in ogni loro filmato. Fanno la guerra non solo contro l'Occidente cristiano, ma anche contro gli stessi sunniti moderati, gli islamici sciiti e tutto il mondo non fondamentalista.

E di chi sono alleate queste persone che stanno nello Stato del Califfato? Sono state chiamate alla guerra tutte le milizie sopite nel mondo che ancora oggi sono alla ricerca della vittoria dell'Islam sul mondo infedele. E la risposta è arrivata al loro richiamo; è arrivata forte da parte dei Paesi balcanici e da un pezzo dell'Europa.

Certo, i combattenti stranieri sono di seconda generazione, vengono chiamati alla guerra e sono spesso delusi nei Paesi in cui vivono, in Europa o nei Balcani, perché vivono ai margini della società, ma sono comunque al suo interno e sono anche, il più delle volte, insospettabili. Sono lupi solitari, che ricevono attraverso il mondo cyber informazioni e indottrinamenti, spesso non islamici, lo ripeto ancora una volta, ma necessari per effettuare azioni violente o per partecipare alla Guerra santa.

Questi signori che vivono in Italia, in Europa, nei Balcani raccolgono fondi attraverso associazioni pulite e fanno scouting per l'ISIS. Sono la comunicazione del passaparola e dei graffitari, che ieri a Roma hanno riprodotto scritte inneggianti all'Islam e allo Stato Islamico in via Prenestina.

Ministro, bene ha fatto per l'Italia il Comitato di analisi strategica antiterrorismo presso il suo Ministero e vorrei ricordare, attraverso lei, tutti gli uomini che, a diverso titolo, ogni giorno difendono la nostra vita e garantiscono la nostra sicurezza in Italia. A lei e a loro va il mio ringraziamento più sentito.

Gli obiettivi strategici che lei ha ricordato e ha indicato nella sua relazione ci trovano d'accordo: dobbiamo rafforzare la sorveglianza delle frontiere, della rete Internet e delle comunicazioni, specializzare i nostri agenti per uno screening continuo sui possibili aderenti o militanti di Stati killer come l'IS, collaborare con tutte le intelligence e polizie europee per predisporre un piano operativo comune a lungo termine, per gestire la sicurezza. Dobbiamo aiutare un processo di transizione democratico e non criminale in Medio Oriente e nell'Africa per gli anni a venire, trovare e applicare ulteriori norme, insieme, Parlamento e Governo, sulla scia di decisioni già prese da alcuni Paesi europei per garantire ulteriormente la sicurezza agli italiani.

Concludendo, signor Ministro, la ringrazio per aver voluto portare in Aula questa informativa così puntuale, precisa e senza omissioni. Grazie, per aver diviso in maniera netta e decisa il giudizio dell'Italia tra i killer islamici e la religione islamica. Grazie dell'attenzione che il suo Dicastero, con quelli della difesa e degli esteri stanno attuando per la sicurezza degli italiani e per renderci liberi dalla paura. (Applausi dal Gruppo NCD. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Giarrusso. Ne ha facoltà.

GIARRUSSO (M5S). Signor Presidente, signor Ministro, colleghi, c'è una sottile linea rossa che separa il Paradiso dall'Inferno, la vita dalla morte, l'ordine dal caos. Questa sottile linea rossa, signor Ministro, sono le nostre donne e i nostri uomini in divisa, che ogni giorno difendono la legalità e la nostra sicurezza in tutte le città e in tutte le strade del nostro Paese.

Vede, signor Ministro, lei ha tratteggiato un quadro di grande allarme per la sicurezza del nostro Paese, ma tale allarme non nasce da qualche mese o da qualche giorno. Signor Ministro, ormai il Mediterraneo è in fiamme da anni, da molti anni, e le nostre agenzie per la sicurezza da tempo lanciano segnali di pericolo.

Ebbene, il suo Governo, la sua maggioranza, ma anche gli Esecutivi precedenti cosa hanno fatto per rafforzare questa sottile linea rossa che ci separa dalla barbarie dell'ISIS e dal caos? È davanti ai nostri occhi quello che hanno fatto, e glielo ricordo, signor Ministro, con i numeri. Per effetto delle modifiche alla revisione della spesa pubblica apportate dal Governo Monti solo dal 2012 al 2014, ogni 100 agenti di Polizia, Carabinieri e Guardia di finanza che vanno in pensione, ne possono essere assunti soltanto 20. La Polizia di Stato è passata da un organico di circa 110.000 unità a 94.000 unità; i Carabinieri da 118.000 a 105.000 unità; 6.000 unità in meno per la Guardia di finanza, per un totale di 35.000 uomini in meno, signor Ministro, mentre il Mediterraneo andava in fiamme. L'età media nella Polizia di Stato è pari a 46 anni; dal 2010 a oggi il parco automezzi della Polizia di Stato si è ridotto da 29.000 a 22.000 unità; quello dei Carabinieri è sceso da 34.000 a 25.000 unità.

Nel frattempo, signor Ministro, il suo Governo, come quelli precedenti, ha comprato gli F-35, spendendo miliardi di euro: è come se in una città con il fuoco alle porte, invece di rafforzare i Vigili del fuoco, qualche folle comprasse delle bombole di benzina, perché con quelli si incendiano le Nazioni e i Paesi. Inoltre, con gli F-35, caro Ministro, lei non potrà dare la caccia a lupo solitario o alle cellule dormienti che ci sono nel vostro Paese: dovrà farlo con quelle donne e con quegli uomini che avete tradito, colpito alle spalle, e che oggi per la prima volta erano in piazza per chiedere soltanto l'applicazione della legge e che voi avete addirittura identificato come ricattatori. Mi riferisco a questi uomini che devono proteggere la nostra sicurezza, il nostro Paese, signor Ministro.

Visto che noi parliamo di sicurezza del nostro Paese, sa cosa è successo in questi ultimi anni, dal 2011 al 2013? Sono aumentati i furti in abitazione del 21 per cento; sono aumentate le rapine nel loro complesso, e per quelle più brutte, le rapine in abitazione, si registra un aumento del 25 per cento. Signor Ministro, per chi è esperto di sicurezza, come dovrebbe esserlo lei, ciò significa che si è affievolito il controllo sul territorio.

Signor Ministro, qua si parla di terrorismo a vanvera. Quando negli anni di piombo nel nostro Paese si combatteva il terrorismo, si usava un'espressione che io ricordo: svuotare il mare dove navigano gli squali dell'eversione. Ebbene, signor Ministro, in questa illegalità e impunità navigheranno anche quelle cellule dormienti di cui lei paventa l'esistenza; anche quel lupo solitario avrà facilità a stare in latitanza, a procurarsi i mezzi di sostentamento illeciti e armi, a poter tentare attentati devastanti anche in solitaria. Infatti, signor Ministro, quando si chiudono le stazioni dei carabinieri e per giustificare questo comportamento si usa l'espressione «ripiegamento», a noi tutti si gela il sangue, perché «ripiegamento» è un termine militare più eufemistico per definire la ritirata, quando un Paese si ritira. Noi, signor Ministro, ci stiamo ritirando da vaste aree del nostro Paese, lasciandole in mano alla delinquenza, organizzata e non. È questo il rischio che noi corriamo in questo momento.

Il nostro è un Paese le cui difese sono sguarnite perché quella intelligence di prevenzione non si fa su Internet o sui computer. Si fa per le strade di questo Paese, per vedere dove davvero sono i problemi e dove c'è l'illegalità. Come ci vanno per le strade di questo Paese gli uomini in divisa? A Catania ci sono 30 auto-civetta. Lo sa, signor Ministro, quante sono ferme, su 30? Sono ferme in 25, perché non ci sono i soldi per i pezzi di ricambio. È questa la lotta al terrorismo di cui ci sta parlando? È questa la sicurezza che vuole garantire al nostro Paese, signor Ministro? (Applausi dal Gruppo M5S).

Ma non c'è solo la questione economica. Voi non avete colpito le nostre Forze dell'ordine soltanto alle spalle: avete anche legato loro le mani. Oggi esponenti delle Forze dell'ordine mi hanno riferito, sconcertati, che grazie alle vostre leggi approvate in questo anno di legislatura è in atto un orrendo rimpiattino tra le persone che non possono più mandare in galera e che mettono agli arresti domiciliari. Queste persone hanno capito che evadere è semplice e non comporta alcun rischio. Sempre esponenti delle Forze dell'ordine mi hanno raccontato che ci sono delinquenti che sono già evasi quattro volte perché noi li prendiamo e li riportiamo a casa. Ormai le nostre Forze dell'ordine giocano a rimpiattino e fanno i tassisti: riportano a casa i delinquenti invece di metterli in galera. (Applausi dal Gruppo M5S).Questo grazie alle vostre leggi svuota carceri, signor Ministro. È questo che avete fatto: avete legato le mani alla magistratura e alle Forze dell'ordine. Ciò non è un caso: lo avete fatto per i vostri interessi, signor Ministro, perché le Forze dell'ordine efficaci e la magistratura con poteri penetranti potevano mettervi in difficoltà.

Signor Ministro, se dovessimo subire un attentato - non lo voglia il cielo - certo la mano sarà di qualche fanatico folle, ma la responsabilità non sarà tutta sua, perché voi, con la vostra scelleratezza, avete fornito su un piatto d'argento le possibilità per farlo, disarmando le nostre Forze dell'ordine. Questo è un atto grave di cui noi vi accusiamo, signor Ministro: lo avete fatto scientemente per i vostri scopi. Non si disarmano le Forze dell'ordine in un momento in cui tutto il mondo sta per esplodere con il terrorismo, come state facendo voi.

Noi pensiamo che se - ce lo auguriamo - nel nostro Paese non accadrà nulla di grave, ciò avverrà perché queste Forze dell'ordine, colpite alla schiena, con le mani legate, senza mezzi e senza benzina per andare in giro, continuano lo stesso, malgrado tutto, a fare il proprio dovere. Noi di questo li ringraziamo e li invitiamo a resistere e a tenere duro. Questo regime, marcio e corrotto, non durerà ancora a lungo. (Applausi dal Gruppo M5S).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Gasparri. Ne ha facoltà.

GASPARRI (FI-PdL XVII). Signor Ministro, signor Presidente, onorevoli colleghi, l'ultimo intervento spero sia stato ascoltato anche dai deputati, così il deputato - credo si chiami così il cittadino Di Battista - potrà meditare sulle parole del senatore Giarrusso, che sono sicuramente migliori di quelle di plauso al terrorismo che abbiamo ascoltato con sconcerto qualche giorno fa. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII e del sottosegretario Vicari. Applausi ironici dal Gruppo M5S). Siccome è l'ultima parola quella che conta, forse è migliore quella a sostegno delle Forze di polizia del senatore Giarrusso che quella a sostegno dello Stato Islamico. Fine della citazione.

AIROLA (M5S). Siete voi che non sostenete le Forze dell'ordine!

GASPARRI (FI-PdL XVII). Torno al tema. Signor ministro Alfano, come Gruppo Forza Italia la ringraziamo, perché certamente ha svolto un'analisi ampia, completa e dettagliata.

Tuttavia, noi restiamo molto perplessi, nel contesto generale, delle politiche internazionali fatte in questi anni. Ricordo che qualche anno fa - era il 2011 - lo schieramento politico che governava l'Italia fu accusato di essere esitante quando molti proponevano la guerra verso la Libia. Ci fu un dibattito anche nelle istituzioni italiane. Il presidente Berlusconi, che allora guidava il Governo, fu quasi vilipeso. Si diceva che incontrava Gheddafi che portava le amazzoni o altre amenità. In realtà, c'era lucidità nella realpolitik che il Governo di centrodestra aveva attuato anche nel rapporto con la Libia. Certo, Gheddafi non era il massimo della vita, ma quando poi, su spinta della Francia, degli Stati Uniti e di altri Paesi, si «vinse» quella guerra, si è lasciato il campo a califfati e ad altre guerre tra bande.

Presidenza della vice presidente FEDELI (ore 19,55)

(Segue GASPARRI). Oggi leggo su autorevoli editoriali del «Corriere della Sera» del vuoto creatosi in Libia. Si tratta degli stessi giornali che istigavano a quella scelta sbagliata. Oggi l'Italia si trova a poche miglia di mare con un problema di terrorismo, di conflitti e anche d'immigrazione clandestina. Il tema del califfato, cioè del fondamentalismo, oggi non si pone soltanto con lo Stato Islamico che pretenderebbe di insediarsi tra Iraq e Siria, perché anche a Bengasi, in Libia, e nella Nigeria c'è un tentativo analogo. Sono luoghi lontani tra loro, ma se alla fine tutto ciò si saldasse, se questo ritorno nelle viscere della storia, le scene e le immagini delle decapitazioni che abbiamo visto si riproponessero su uno scenario più ampio, saremmo di fronte a una minaccia ancora più grave di quella che stiamo vivendo, che è già gravissima.

Non per fare confusione, ma tutte le crisi vanno collegate. Il presidente Berlusconi in questi giorni ha richiamato alla realpolitik anche nei confronti della Russia. In questo scontro tra una parte del mondo e alcuni settori del fondamentalismo, la Russia, che ha mille difetti, certamente sta dalla parte giusta e credo sia più opportuno a livello internazionale intavolare un dialogo, chiarendo il destino dell'Ucraina, che è importante. Non ci sono solo gli scenari mediorientali, ma credo che dovremmo ampliare anche verso est e la Russia un fronte di difesa dal fondamentalismo. Del resto, anche l'ex impero sovietico è corroso e minato da quei fenomeni, ha vissuto situazioni gravissime nella Cecenia e altrove. E allora, vanno benissimo l'analisi e i fatti che lei ci ha raccontato, ma proprio perché l'Italia ha assunto in questa fase anche la Presidenza di turno dell'Unione europea e tanto ha inseguito incarichi di un certo tipo all'interno dell'Unione europea dobbiamo animare questa situazione.

Lo sconcerto più forte è stato quello che nei giorni scorsi ha causato il presidente Obama quando ha detto letteralmente: non abbiamo una strategia di fronte a questi fenomeni. Non è certo il Ministro dell'interno italiano che può risolvere questi problemi, ma il Governo italiano e l'Italia devono fare la loro parte. Anche se Obama non ha una strategia, il Presidente della più grande democrazia non può presentarsi al cospetto del mondo con un'affermazione così esitante. In questi giorni qualche strategia la stanno abbozzando e qualche riflessione l'hanno fatta, ma non possiamo farci spiazzare da questa offensiva che riguarda i valori fondamentali della libertà, della vita, dell'umanità.

Tutto si tiene in attesa che l'Italia faccia sentire autorevolmente la sua voce nel mondo, nell'Unione europea che sta guidando in questo semestre, nell'ambito della NATO, nel riallacciare con realpolitik i rapporti con la Russia per non regalare verso oriente alleanze, interessi, convergenze, anche sul piano economico e dell'export, di cui non parlo perché il tema sarà discusso in quest'Aula in altra occasione. Credo che noi dobbiamo fare la nostra parte.

Signor ministro Alfano, anche i temi dell'immigrazione vanno affrontati diversamente. Non è che tutti gli immigrati che arrivano in Italia sono terroristi - non ci sogniamo di fare un'affermazione del genere - ma anche lei ha dovuto dire che ci sono rischi di infiltrazione. Credo che anche questo trasferimento da Mare nostrum a Frontex Plus sia un inganno. L'altro giorno mi ha meravigliato - l'avrà letto anche lei - che il quotidiano «Avvenire», un giornale molto particolare e moderato, ha denunciato la retromarcia dell'Unione europea rispetto al presunto impegno che pure l'attuale Governo ci ha più volte annunciato. Cos'è il passaggio presunto da Mare nostrum a Frontex Plus? Forse nulla, perché da un lato quelli di Frontex dicono di non sostituire Mare nostrum, e dall'altro lato i soldi e le risorse scarseggiano e, anzi, c'è il rischio di peggiorare. Se noi, infatti, avremo qualche nave in più che porterà più clandestini in Italia avremo peggiorato il quadro. «Plus» sta per un rafforzamento del problema per l'Italia.

Gli errori si tengono. Fu un errore la pressione internazionale per quella guerra in Libia, perché, lo ripeto, il dittatore era inviso, ma il caos, le lotte tribali e il califfato a Bengasi sono peggio. Allo stesso modo, forse si dovrà riflettere sulle vicende dell'Iraq e della Siria. Il modello che fu delineato con la fine dell'Impero ottomano dagli accordi franco-inglesi oggi si sta sgretolando, quindi siamo di fronte a un'emergenza di dimensione storica. Evitiamo allora che vi siano, almeno in casa nostra, conseguenze peggiori.

È bello, è vero, senatore Giarrusso, sostenere le Forze dell'ordine, ma se non aveste votato per l'abolizione del reato di immigrazione clandestina, che noi del Gruppo di Forza Italia qui in Senato abbiamo sostenuto, forse avremmo avuto una situazione meno grave. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII). Lo dico anche al ministro Alfano e al Governo: non vogliamo criminalizzare l'intera immigrazione, ma riteniamo che si debbano porre dei paletti.

Ci auguriamo quindi che l'operazione Mare nostrum venga sospesa, che Frontex Plus non sia un imbroglio per cambiare la sigla e forse peggiorare la situazione, che si adottino, per fronteggiare il terrorismo, le misure che anche lei ha evocato, che anche l'Inghilterra ha annunciato e che l'Italia deve assolutamente mettere a punto.

Tutto questo, però, va inquadrato in una grande politica internazionale di difesa della libertà, evitando gli errori del passato. Quanti inneggiarono alle primavere arabe credendo che, in alcuni Paesi dove la via verso la democrazia sarà ancora lunga e difficile, si insediasse una sorta di Camera dei Lord o di Parlamento inglese! Magari fosse stato così! Perfino l'Egitto, che è un Paese che ha avuto maggiori rapporti con tante realtà internazionali rispetto ad altri, ha vissuto la stagione dei Fratelli Musulmani; poi si è tornati di fatto ai militari, che ora governano nuovamente quel Paese. Gli americani, che avevano finanziato per anni il Governo di Mubarak e quelli precedenti, subentrando all'influenza russa che c'era stata ai tempi di Nasser, hanno speso soldi per plaudire alle rivolte a sostegno di quelli che hanno abbattuto gli stessi che loro avevano finanziato, per poi tornare punto e a capo.

C'è grande disordine nel mondo, c'è grande mancanza di leadership. Non so se i ragazzi in camicia bianca che abbiamo visto domenica saranno in grado di creare una nuova leadership internazionale, se Obama riuscirà a trovare finalmente una strategia uscendo da quell'impotenza che ha pubblicamente ammesso.

Quel che so è che noi dobbiamo fare la nostra parte, quindi impedire che attraverso l'immigrazione clandestina o il trasporto a nostre spese di troppi clandestini si alimentino sacche di intolleranza; non consentire forme di violenza e di prevaricazione. Vedo infatti tanto silenzio, soprattutto quando all'interno delle comunità degli immigrati ci sono prevaricazioni verso le donne e i bambini. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII). Non possiamo più tollerare forme di prevaricazione che non hanno nulla a che vedere con le tradizioni: e se sono delle tradizioni, sono tradizioni sbagliate. Non dobbiamo vergognarci del nostro modello di democrazia occidentale, che non dobbiamo imporre a nessuno, ma che dobbiamo proporre a tutti e che dobbiamo difendere all'interno dei nostri confini.

Ben venga l'espulsione dell'imam avvenuta nei giorni scorsi, espulsione che abbiamo apprezzato come lei avrà notato, ma forse ci sono troppe moschee clandestine. A Roma addirittura, qualche tempo fa, un municipio ha dato una sala pubblica a una specie di moschea, che non era una moschea ma un luogo di avvelenamento.

Ricordo anni fa quando a Milano erano state denunciate delle vere e proprie scuole di kamikaze alcuni settori della magistratura minimizzarono, e anche in organismi parlamentari erano presenti questi atteggiamenti. Sempre a Milano, alcuni anni fa, una persona si fece esplodere in una caserma: per fortuna non aveva fatto il corso completo, e quindi l'attentato non ebbe esiti catastrofici, perché probabilmente era ancora alle prime armi. Ma cosa ci dobbiamo aspettare?

Abbiamo registrato in questo Paese anche lo smantellamento (ricordo la vicenda di Abu Omar) di strutture di sicurezza italiane ed internazionali chiamate a contrastare il terrorismo. Faccia il Governo la sua parte, adotti nel concerto internazionale norme di maggiore controllo antiterrorismo, ma blocchi anche, con Mare nostrum o con Frontex Plus, altre politiche sbagliate che stanno aprendo il nostro Paese a pericoli che non meritiamo di affrontare.

Le democrazie occidentali si rendano conto della realpolitik che occorre: se si è sbagliato in alcuni momenti, si chieda scusa.

Vorrei concludere con un'immagine. Ricordo che si ironizzò quando venne a Roma Gheddafi, perché tenne montata per due giorni la tenda a Villa Pamphili. Andate questa sera a mezzanotte a Villa Pamphili: troverete spacciatori e prostitute. Forse era più sicura e controllata quando ci furono quegli episodi anziché oggi.

Allora, l'Italia riprenda nel Mediterraneo quella realpolitik di dialogo dove è possibile, di fermezza dove è necessario, ma non tollereremo che la nostra democrazia e la nostra civiltà vengano spazzate via dai tagliagole. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Casson. Ne ha facoltà.

CASSON (PD). Signora Presidente, colleghi, signori del Governo, l'informativa del Ministro dell'interno sul terrorismo religioso di matrice islamica impone di dare al nostro intervento un taglio più attinente alle problematiche di natura interna maggiormente concernenti la sicurezza delle persone sul territorio nazionale, con la doverosa disamina degli strumenti oggettivi e soggettivi in possesso del nostro Stato per prevenire e fronteggiare adeguatamente l'eventuale pericolo terrorista, a partire da quanto emerge dalle relazioni e dalle attività dei nostri apparati di sicurezza, da quelli di prevenzione e di polizia e della stessa magistratura. Ciò nonostante, l'analisi e le considerazioni sarebbero monche, se non partissero, seppur sinteticamente, da alcune riflessioni di più ampio respiro, con evidenti riflessi e ripercussioni interni.

È indubitabile innanzi tutto che ci troviamo di fronte ad una situazione in gran parte nuova, perché lo Stato Islamico costituisce attualmente la forza più aggressiva e violenta che si sia vista in Oriente e in Medio Oriente dai tempi dell'invasione dei Mongoli. Questo Stato Islamico pare avere - e comunque volere - mano libera nell'intervenire in una delle aree geopolitiche più sensibili e strategiche del pianeta. La situazione è in gran parte nuova, perché lo Stato Islamico, pur sorgendo dalla culla alqaedista, ha superato e addirittura sta realmente concretizzando alcune delle principali ambizioni di Bin Laden, essendo appunto uno Stato che tende a conquistare e preservare un proprio territorio, che dispone di un esercito, che è dotato di risorse finanziarie ingentissime e che gestisce persino tutta una serie di servizi sociali.

La situazione è poi in gran parte nuova, anche perché si inserisce nel contesto del conflitto siriano, che sembra avere ormai perso l'iniziale caratteristica di contestazione e lotta al duro regime ivi esistente, per assurgere al livello di graduale processo di regionalizzazione del conflitto, con il conseguente coinvolgimento di soggetti del tutto estranei alle dinamiche interne che tendono a introdurre visioni e interessi di portata globale.

Se consideriamo come stia per essere messo in discussione quello che in ambito di intelligence è stato definito il pilastro della strategia di sicurezza regionale delle comunità sciite e se consideriamo l'esistenza di nuove aggressive e radicali formazioni terroriste islamiste (come lo Stato Islamico, che da gruppo terrorista è passato a forme di guerriglia più sofisticate, per approdare a forme semistatuali, o come il Jabhat al-Nusra, o Fronte della Vittoria, dell'emiro al-Golani, o i terroristi caucasici), ci rendiamo conto che le fortissime tensioni, per usare un eufemismo, al momento ancora contenute in ambiti geografici distanti dall'Italia, rischieranno ben presto di estendersi all'intero mondo occidentale in tutta la loro virulenza, e non soltanto per motivi di emulazione, competizione o primazia tra esponenti e movimenti del radicalismo terrorista islamico.

In questa situazione, pur ricordando quelle che possono ritenersi le maggiori debolezze dello jihadismo internazionale, come le eccessive intransigenza e ferocia che per buona sorte generano repulsione nello stesso mondo islamico moderato, e pur menzionando quel piano ventennale in sette fasi di Al Qaeda, che in alcuni punti pare ogni qual tanto trovare spiragli di presunta realizzazione, non ci si può nascondere che l'unica possibilità di tutela - direi di autotutela - dei nostri territori e dell'intero mondo occidentale consiste nell'ineluttabilità di alcune condizioni.

Preliminarmente, non si può prescindere da una strategia politica internazionale che preveda il coinvolgimento dello Stato iracheno e delle varie popolazioni, sunnite e sciite, da sottrarre all'influenza e all'intervento dello Stato Islamico, nei confronti del quale dovrebbero prendere nettamente le distanze tutti gli Stati della regione e tutte le autorità, soprattutto religiose, del mondo islamico, proprio per cercare di fare terra bruciata attorno alla violenza e al cinismo ideologico estremista, che non può che venire sconfessato appunto dai vertici stessi dell'Islam. Inoltre, è evidente che, a livello europeo e mondiale, non si può prescindere da un'azione comune e da attività politiche, finanziarie, di sicurezza e di intelligence, che rallentino e poi blocchino il flusso di combattenti e di finanziamenti al terrorismo islamista.

La collaborazione internazionale era e rimane fondamentale, così come i rapporti sia nel mondo politico-governativo sia tra organismi di prevenzione e di intelligence si confermano come lo strumento necessario per combattere un terrorismo che mira ad essere globale, che individua obiettivi mutevoli e che si avvale di tattiche differenziate, tra cui - molto pericolosa e attrattiva per i giovani occidentali - la propaganda e la diffusione via web.

Certamente a ragione, negli ultimi tempi, la stampa italiana e quella internazionale hanno sollevato il velo, pubblicamente, su meccanismi e interventi di morte che hanno colpito, al momento e di recente, il solo scenario internazionale extraeuropeo. E a buona ragione, hanno raccontato della partecipazione alle attività dei movimenti terroristici islamici in particolare di cittadini europei e anche italiani, non nascondendo preoccupazioni per attività di reclutamento e di proselitismo anche all'interno del nostro territorio nazionale.

Ora, non c'è alcun dubbio sul fatto che la guardia debba sempre essere tenuta ben alta. Peraltro, va detto subito che quanto riferito dagli organi di informazione era ben noto da tempo ai nostri apparati di intelligence e sicurezza, per quanto riguarda sia la fenomenologia che i numeri, le modalità e i meccanismi. A questo proposito, non va, seppur genericamente, sottaciuta l'ampia collaborazione che i nostri apparati di intelligence hanno mantenuto con il Copasir, il nostro organismo parlamentare di controllo; collaborazione che, come Copasir, abbiamo riscontrato anche con organismi analoghi europei e statunitensi. Così come appare essere stata adeguata, al momento, l'attività di prevenzione e di controllo delle nostre forze di polizia, in collaborazione con gli uffici di magistratura delegati al contrasto ai delitti di eversione e terrorismo, come risulta anche dai dati forniti dal Ministro. Non si può dire certamente che si può stare tranquilli o che tutto vada bene. La minaccia non va sottovalutata e durerà ancora a lungo nel tempo, perché il fenomeno propagandistico e la forte presa ideologica su cittadini europei, e anche italiani, è purtroppo in ascesa, seppure i numeri devono ritenersi ancora molto limitati. In questa materia, quella del terrorismo, però, sappiamo benissimo che potrebbero bastare pochissimi folli, anche uno solo, per scatenare violenze e ferocie indescrivibili e più difficilmente individuabili in fase preventiva.

Peraltro, il richiamo che è stato fatto nella relazione introduttiva all'approvazione di nuove fattispecie di reato antiterrorismo, o comunque alla creazione di nuove fattispecie penali, pare essere non necessaria. Il nostro sistema processuale e sostanziale penale, così come quello prevenzionale e di sicurezza, si appalesano come idonei alla bisogna. È evidente che nessun sistema è o sarà sempre perfetto, motivo per cui sarà indispensabile continuare a studiare i fenomeni e i fatti specifici per anticipare eventuali falle del sistema e per rimanere all'interno di un sistema di protezione anche penale europeo, come ricordato dal Ministro.

Ma soprattutto sarà necessario garantire alcuni fattori: che la collaborazione e la solidarietà internazionali e con le comunità religiose siano sempre più ampie e reali, senza ricorrere a irrazionali allarmismi o a caccia alle streghe; che a livello di Governo si curino e si gestiscano rapporti profondi e di sicurezza con la politica internazionale, e in particolare nel mondo islamico; che le nostre forze di polizia e gli apparati di sicurezza non subiscano tagli di risorse indiscriminati (di uomini e mezzi), dei quali poi non vorremmo mai doverci pentire; che le forze di polizia e sicurezza siano dotate degli strumenti, anche tecnici, più moderni per un controllo più puntuale e in tempo reale del o dei terroristi. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Di Maggio e Mauro Mario).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione sull'informativa del Ministro dell'interno, che ringrazio.

Interventi su argomenti non iscritti all'ordine del giorno

PUPPATO (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PUPPATO (PD). Signora Presidente, non vorrei lasciar trascorrere questa giornata senza ricordare il sacrificio di tre sorelle che, nella Repubblica del Burundi, nella giornata di ieri, sono state barbaramente uccise: Olga Raschietti, Lucia Pulici e Bernardetta Boggian. (Applausi).

È di qualche ora fa la notizia che è stato trovato ed è stato incarcerato il colpevole, probabilmente una persona squilibrata.

Mi interessa ricordare il fatto che persone come le sorelle, nella realtà nella quale hanno svolto il loro servizio (in alcuni casi per molti decenni), sono sempre state ricordate con amore, al punto che, in età avanzata, hanno deciso comunque di tornare e concludere la loro vita terrena nell'ambito delle stesse realtà che le hanno conosciute come amorevoli e competenti figure, disponibili ad aiutare in ogni modo, senza alcun altro scopo se non quello che giustamente Papa Francesco ha ricordato, cioè di seminare il bene. Il seme del bene, che cresce in un mondo così tormentato come l'Africa, credo stia nell'intelligenza e nei cuori di tutti noi.

Volevo ricordarle insieme a voi a fine seduta, perché penso che il loro sacrificio debba essere ricordato, per quello che sono state e per quello che hanno seminato. (Applausi).

DI BIAGIO (PI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DI BIAGIO (PI). Signora Presidente, desideravo intervenire sullo stesso argomento sollevato dalla senatrice Puppato, associandomi alle sue parole.

GIOVANARDI (NCD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GIOVANARDI (NCD). Signora Presidente, anch'io mi associo alle parole della senatrice Puppato.

PRESIDENTE. La Presidenza si associa al ricordo delle sorelle uccise.

SERRA (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SERRA (M5S). Signora Presidente, oggi il Ministro ci ha presentato un prospetto di analisi strategica che mi inorridisce. La Polizia, la Marina e l'Aeronautica italiana stanno vivendo nel tracollo di strutture e sovrastrutture.

La Sardegna rappresenta una sede strategica militarmente, non tanto e non solo come base di appoggio, ma soprattutto come teatro di esercitazioni interne che l'Esercito italiano e la NATO continuano da molti anni a fare. I poligoni militari interforze sono tre, rispettivamente: il Poligono interforze sperimentale del Salto di Quirra, il Poligono di Capo Frasca e il Poligono di Capo Teulada.

Dopo quello di Quirra - assurto all'onore delle cronache per un'inchiesta giudiziaria sulle attività e le esercitazioni svolte nel corso degli anni all'interno del poligono, in cui l'istruttoria contro sei ex comandanti e altri responsabili di aver falsificato i dati ambientali si è aperta nell'agosto del 2012 - e nonostante le denunce rimaste inascoltate, siamo ora davanti ad un altro disastro, quello di Capo Frasca, un'area comprendente più di 14 chilometri quadrati, in cui vengono svolte continue esercitazioni terra-mare, precludendo inoltre uno specchio d'acqua di circa 450 chilometri quadrati alla navigazione e alla pesca.

In virtù delle esercitazioni militari sia il territorio, sia l'area marina antistante sono «ricchi di ordigni inesplosi» e «irrimediabilmente compromessi». Da ultimo, diverse inchieste hanno accertato, ormai, come i poligoni militari abbiano inquinato e contaminato immense aree della Sardegna, utilizzando al loro interno armi e sostanze nocive che hanno inciso in maniera decisiva sull'aumento di tumori, linfomi e malattie gravi tra gli abitanti delle zone limitrofe.

A ciò si deve aggiungere il danno implicito inestimabile di aver privato le aree dei poligoni militari della loro destinazione naturale e la gestione dei cittadini residenti finalizzata allo sviluppo del territorio.

A questo lungo, e troppo spesso inascoltato contenzioso, si è aggiunta la triste e preoccupante notizia - divulgata dal quotidiano «L'Unione sarda» - dei danni causati, sempre a causa di esercitazioni militari, negli ultimi giorni, all'area archeologica di Teulada (con particolare riferimento a 13 nuraghi e un'importante necropoli). L'area comprende inoltre anche i ruderi punico-romani di Porto Scudo, la necropoli punica di Porto Zafferano e un relitto nella stessa zona.

Ricordo che i nuraghi, a far tempo dal 1997, sono stati riconosciuti come patrimonio dell'umanità.

PRESIDENTE. Senatrice, la invito a concludere.

SERRA (M5S). Interessi di parte e sottaciute responsabilità hanno caratterizzato dal secondo dopoguerra a oggi una gestione, come quella dei siti militari sardi, pericolosa, iniqua e sconsiderata. Voglio augurarmi che, solo ultima in ordine di tempo, la recente ferita inferta al patrimonio storico-artistico sardo abbia quantomeno il merito di portare a conoscenza la gravità dei fatti nei confronti dell'opinione pubblica e smuovere le coscienze, affinché una volta per tutte si volti pagina senza volgere lo sguardo da un'altra parte. (Applausi dal Gruppo M5S).

Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ordine del giorno
per la seduta di mercoledì 10 settembre 2014

PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica domani, mercoledì 10 settembre, alle ore 16,30, con il seguente ordine del giorno:

(Vedi ordine del giorno)

La seduta è tolta (ore 20,20).

Allegato B

Congedi e missioni

Sono in congedo i senatori: Angioni, Astorre, Broglia, Bubbico, Cassano, Cattaneo, Ciampi, Della Vedova, De Pietro, De Pin, De Poli, D'Onghia, Esposito Stefano, Formigoni, Idem, Marton, Minniti, Monti, Morra, Nencini, Olivero, Piano, Pignedoli, Pizzetti, Stefano, Stucchi, Valentini e Vicari.

Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Marcucci, per attività della 4a Commissione permanente; Fazzone e Verducci, per attività dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa.

Commissione parlamentare d'inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, Ufficio di Presidenza

La Commissione parlamentare d'inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati ha proceduto all'elezione dell'Ufficio di Presidenza.

Sono risultati eletti:

Presidente: deputato Alessandro Bratti;

Vice Presidenti: deputato Stefano Vignaroli e senatore Andrea Augello;

Segretari: senatore Francesco Scalia e deputato Filiberto Zaratti.

Commissione parlamentare d'inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, variazione nella composizione

Il Presidente del Senato ha nominato componente della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati il senatore Augello, in sostituzione del senatore Sacconi, dimissionario.

Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, con particolare riguardo al sistema della tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, Ufficio di Presidenza

La Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, con particolare riguardo al sistema della tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro ha proceduto alla elezione dei Vice Presidenti e dei Segretari.

Sono risultati eletti:

Vice Presidenti: senatori Piero Aiello e Giancarlo Serafini;

Segretari: senatrici Nicoletta Favero e Serenella Fucksia.

Disegni di legge, annunzio di presentazione

Ministro affari esteri

Ministro interno

(Governo Renzi-I)

Ratifica ed esecuzione dell'Accordo fra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica di Capo Verde in materia di cooperazione di polizia, fatto a Praia l'8 luglio 2013 (1605)

(presentato in data 08/9/2014 ) .

Governo, trasmissione di atti

Il Ministro dello sviluppo economico, con lettera in data 5 settembre 2014, ha inviato - ai sensi della legge 24 gennaio 1978, n. 14 - la comunicazione concernente la nomina del professor Federico Testa a Commissario dell'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile - Enea (n. 33).

Tale comunicazione è stata trasmessa, per competenza, alla 10a Commissione permanente.

Il Ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento, con lettera in data 8 settembre 2014, ha inviato - ai sensi dell'articolo 11 della legge 23 agosto 1988, n. 400 - la comunicazione concernente la nomina per la durata di un anno a decorrere dal 30 giugno 2014, del Prefetto dottor Santi Giuffrè a Commissario straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket ed antiusura.

Tale comunicazione è stata trasmessa, per competenza, alla 1ª e alla 2a Commissione permanente.

Consigli regionali e delle province autonome, trasmissione di voti

E' pervenuto al Senato un voto della regione Umbria concernente: "Necessità di una pace giusta tra lo Stato di Israele e lo Stato di Palestina - Condanna delle stragi di civili nella striscia di Gaza - Adozione di intervento da parte della Giunta regionale presso il Governo nazionale ai fini di un immediato cessate il fuoco e dell'apertura di un corridoio umanitario".

Tale voto è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 138, comma 1, del Regolamento, alla 3a Commissione permanente (n. 44).

Interrogazioni, apposizione di nuove firme

Le senatrici Anitori, Dirindin, De Pietro e Bignami hanno aggiunto la propria firma all'interrogazione 3-01191 della senatrice Puppato ed altri.

I senatori Guerrieri Paleotti, Mastrangeli e Bencini hanno aggiunto la propria firma all'interrogazione 3-01193 del senatore Fravezzi ed altri.

I senatori Arrigoni, Consiglio, Stefani, Stucchi e Tosato hanno aggiunto la propria firma all'interrogazione 4-02651 della senatrice Bisinella.

Mozioni

PUPPATO, DE POLI, CASSON, CONTE, DALLA TOR, DALLA ZUANNA, DE PIN, FILIPPIN, SANTINI - Il Senato,

premesso che:

l'invasione del territorio ucraino da parte della Russia e il conseguente pesante conflitto hanno determinato l'Unione europea a varare misure restrittive nei confronti della Russia che interessano il settore bancario, le armi e l'energia;

a tale iniziativa la Russia ha reagito con una ritorsione, vietando importazioni soprattutto nel settore agricolo-alimentare dall'Unione europea - oltre che da Stati Uniti, Canada, Australia e Norvegia - di carne, pesce, latte e latticini, frutta e verdura;

il perdurare della crisi ucraina, che sembra aggravarsi di giorno in giorno, rischia di determinare reciproche, ulteriori e più gravi misure sanzionatorie e restrizioni, così come annunciato recentemente anche dal Ministro degli affari esteri e prossimo Alto commissario europeo per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini;

considerato che:

la guerra delle sanzioni tra Unione europea e Russia sta determinando danni gravissimi alle aziende italiane, specie nel settore agroalimentare, danni che, senza un intervento rapido ed efficace, potrebbero presto divenire strutturali e difficilmente rimediabili;

il valore dell'export italiano in Russia è stato di oltre 10 miliardi di euro nel 2013, superiore allo 0,5 per cento del PIL e sono ad esso collegati, secondo i dati del WIOD (World input-output database), 221.000 posti di lavoro;

il danno stimato, secondo una ricerca di SACE, nel biennio 2014/2015 per l'Italia, a seconda dell'evoluzione dello scenario, potrebbe essere pari ad una perdita di valore tra i 938 milioni e i 2,4 miliardi di euro, con particolari ricadute per le regioni, quali il Veneto, i cui rapporti commerciali con la Russia insistono maggiormente nel campo alimentare e per valori più alti (solo la regione Veneto esporta per un miliardo e 800 milioni, con particolare rilevanza della provincia di Vicenza che da sola si aggira attorno al mezzo miliardo di esportazioni). Tali sanzioni avranno dunque un importante impatto sulla bilancia commerciale italiana, colpendo in primis quelle regioni da cui ci si può aspettare una ripresa economica e dell'occupazione nei prossimi mesi, ledendo conseguentemente la capacità di queste di fare da traino per il resto del Paese;

preso atto che:

negli ultimi giorni la situazione in Ucraina sembra precipitare ancor più con migliaia di truppe russe al confine, pronte all'invasione, e con le truppe NATO in esercitazione nell'Europa orientale. Siamo dunque in uno stato di tensione che rievoca i giorni più cupi della guerra fredda e che rischia di mettere in ginocchio la già debole economia dell'Unione europea nella sua interezza, stante che, come detto in premessa, sono allo studio ulteriori sanzioni contro la Russia;

la Commissione europea ha provveduto a stanziare 125 milioni di euro come misura di sostegno ai produttori del settore ortofrutta colpiti dalle sanzioni russe, ulteriori 30 milioni per il settore ortofrutta fresca e prevede un prossimo stanziamento per formaggi e latticini;

il Governo italiano, stante il semestre di presidenza europea, ha convocato per venerdì 5 settembre 2014 il Consiglio dei ministri agricoli europei e sollecitato il lavoro della commissione competente perché, nella seduta del 4 settembre, decida per la retroattività delle misure;

rilevato che:

le misure di sostegno adottate dall'Unione europea a favore dei soggetti colpiti dalla crisi ucraina sono manifestamente insufficienti a ristorare e risarcire le aziende coinvolte dai pesanti danni economici già subiti e dalle perdite potenziali;

nel caso in cui la crisi perduri andranno ricercate nuove soluzioni per sostenere le imprese,

impegna il Governo:

1) a promuovere ogni azione politica e diplomatica, anche in virtù del turno di presidenza all'Unione europea, volte a rimuovere le cause originali che hanno condotto all'attuale "guerra delle sanzioni" e a promuovere la ripresa del dialogo e dei rapporti commerciali con la Russia;

2) ad assumere conseguenti misure di sostegno adeguate a ristorare le imprese e i sistemi di filiera agroalimentare dei danni sia contingenti che strutturali, con particolare riguardo a quelli italiani e veneti che commercializzano prodotti altamente deperibili;

3) a procedere, in accordo con le associazioni di categoria, alla riorganizzazione della commercializzazione dei prodotti rifiutati dalla Russia, rivedendo le filiere e promuovendo i prodotti italiani in nuovi e alternativi mercati.

(1-00303)

Interpellanze

MANCONI - Al Ministro della giustizia - Premesso che:

sabato 9 agosto 2014 l'on. Enza Bruno Bossio si è recata in visita ispettiva presso la casa di reclusione di Rossano (Cosenza);

al suo arrivo al carcere di Rossano gli agenti di Polizia penitenziaria si rifiutavano di farla entrare, cosa avvenuta solo a seguito di molte insistenze della parlamentare e della rinuncia ai propri accompagnatori;

la vice commissario Elisabetta Ciambriello, comandante della Polizia penitenziaria dell'istituto, in un colloquio telefonico avrebbe addirittura detto alla deputata: "Onorevole lei non si doveva permettere di venire al Carcere senza preavviso. Quando si va a casa degli altri si chiede il permesso";

considerato che, per quanto risulta all'interpellante:

l'on. Bruno Bossio intrattiene da tempo una comunicazione epistolare con un detenuto che lamenta di essere ristretto in un regime di isolamento inumano, nel quale gli sarebbero negate anche lettere e telegrammi (particolare confermato dai familiari dell'interessato). Inizialmente gli agenti si erano offerti di portare il detenuto in parlatorio, ma dopo lunghe insistenze la deputata è riuscita a farsi condurre nel reparto di isolamento del carcere;

al suo ingresso nella sezione, gli agenti stavano provvedendo a chiudere le porte blindate delle celle di tutti i detenuti allocati in isolamento, lasciando aperta solo quella del detenuto che la deputata intendeva visitare. Ad un certo momento gli altri ristretti si sono messi ad urlare chiedendo che vedesse in quali condizioni erano costretti a vivere. Quando l'on. Bruno Bossio ha chiesto di aprire le celle gli agenti le hanno detto che non avevano più le chiavi appena usate per chiuderle;

pur non essendo riuscita a entrare nelle camere da cui provenivano le urla, la deputata ha potuto vedere dalle finestrelle di controllo delle porte blindate detenuti sostanzialmente nudi, soltanto con gli slip; in alcune delle celle non c'era neanche il letto, e quindi i detenuti erano seduti per terra, in un caso in mezzo ai propri escrementi, al vomito ed ai piatti sporchi. Uno di loro era stato messo in isolamento per aver tentato il suicidio, gli altri due per aver tentato una evasione. Questi ultimi hanno sostenuto di essere stati picchiati da agenti della Polizia penitenziaria e mostravano sui loro corpi segni di percosse. A uno di loro avrebbero rotto anche un orecchio e, a suo dire, egli non avrebbe ricevuto alcuna assistenza sanitaria;

secondo l'on. Bruno Bossio, nel reparto di isolamento della casa di reclusione di Rossano l'ora d'aria verrebbe trascorsa in uno spazio più piccolo della cella, circondato da una rete metallica;

il 13 agosto il Ministro in indirizzo ha comunicato di aver disposto un'ispezione nel carcere di Rossano, anticipando che nei giorni successivi avrebbe avuto "comunicazione degli esiti dell'attività ispettiva";

giovedì 4 settembre il quotidiano "Cronache del garantista" ha reso pubblica la testimonianza di un uomo di 38 anni reduce da un periodo di detenzione nel carcere calabrese, come si riporta brevemente;

D.M. ha subito una condanna a 5 anni per furto, falso e lesioni e ora è ai domiciliari;

nell'agosto 2012 D.M. entra nella casa di reclusione di Rossano e, secondo il suo racconto, subisce le prime violenze: per i controlli di rito gli viene chiesto di denudarsi e di procedere all'esecuzione di flessioni; in quel momento uno degli agenti gli avrebbe sferrato improvvisamente e ingiustificatamente un pugno che ne avrebbe colpito la parte destra del cranio: il mento dell'uomo sbatte contro un muro e perde un dente, l'incisivo destro; D.M. avrebbe quindi chiesto invano di vedere un medico;

dalla sua cella, la numero 24, D.M. dichiara che poteva sentire le urla e i lamenti dei detenuti che venivano picchiati nel reparto di isolamento: non solo detenuti assegnati a quel reparto, ma anche detenuti che vi venivano portati appositamente, vittime prescelte sarebbero stati prevalentemente detenuti di media sicurezza, tra cui gli stranieri, presi particolarmente di mira,

si chiede di sapere:

quale sia stato l'esito dell'ispezione disposta nel carcere di Rossano;

se siano stati presi provvedimenti disciplinari nei confronti della comandante del corpo della Polizia penitenziaria, a parere dell'interpellante palesemente ignorante delle prerogative parlamentari in ordine alle visite negli istituti di prevenzione e pena;

se siano stati presi provvedimenti disciplinari nei confronti di ogni altro dipendente dell'amministrazione penitenziaria che abbia tentato in qualsiasi modo di impedire o di limitare lo svolgimento della visita ispettiva dell'on. Bruno Bossio (anche accampando l'argomentazione a giudizio dell'interrogante surreale di non avere a disposizione le chiavi di alcune celle dell'istituto);

se siano stati presi provvedimenti disciplinari nei confronti del dirigente dell'istituto, responsabile della sua conduzione;

se sia stato disposto un supplemento ispettivo in relazione alla denuncia del signor D.M., già detenuto nel carcere di Rossano, ovvero se dagli atti dell'ispezione già compiuta sia risultato il carattere sistematico dell'uso illegittimo dell'isolamento e della violenza nei confronti dei detenuti;

se il Ministro in indirizzo abbia notizia di altri istituti in cui vi sia un ricorso illegittimo all'isolamento e alla violenza nei confronti dei detenuti;

quali provvedimenti intenda adottare per impedire che ciò avvenga.

(2-00192)

Interrogazioni

DI BIAGIO - Ai Ministri dell'economia e delle finanze, dell'interno e della giustizia - Premesso che:

il decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, ha definito, all'art. 61, comma 23, un fondo unico dove confluiscono "Le somme di denaro sequestrate nell'ambito di procedimenti penali o per l'applicazione di misure di prevenzione di cui alla legge 31 maggio 1965, n. 575, e successive modificazioni, o di irrogazione di sanzioni amministrative (...) altresì i proventi derivanti dai beni confiscati nell'ambito di procedimenti penali, amministrativi o per l'applicazione di misure di prevenzione di cui alla legge 31 maggio 1965, n. 575, e successive modificazioni, nonché alla legge 27 dicembre 1956, n. 1423, e successive modificazioni, o di irrogazione di sanzioni amministrative, anche di cui al decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, e successive modificazioni";

il decreto-legge n. 143 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 181 del 2008, e successive modifiche ed integrazioni, ha poi perfezionato l'assegnazione del fondo unico giustizia (FUG) a Equitalia giustizia SpA, senza oneri né obblighi giuridici per la finanza pubblica;

in riferimento alla gestione del FUG, il decreto-legge n. 143 del 2008 prevede, all'art. 2, comma 7, che tali risorse siano riassegnate "a) in misura non inferiore ad un terzo, al Ministero dell'interno per la tutela della sicurezza pubblica e del soccorso pubblico, fatta salva l'alimentazione del Fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive di cui all'articolo 18, comma 1, lettera c), della legge 23 febbraio 1999, n. 44, e del Fondo di rotazione per la solidarietà delle vittime dei reati di tipo mafioso di cui all'articolo 1 della legge 22 dicembre 1999, n. 512; b) in misura non inferiore ad un terzo, al Ministero della giustizia per assicurare il funzionamento e il potenziamento degli uffici giudiziari e degli altri servizi istituzionali; c) all'entrata del bilancio dello Stato";

dal 2008 ad oggi nel fondo sono pertanto confluiti tutti i beni confiscati alla criminalità organizzata, il cui ammontare patrimoniale si attesta, secondo il rapporto annuale di Equitalia giustizia diramato il 30 giugno 2014, sui 3,5 miliardi di euro. Un cifra che, nell'attuale contesto di contrizione economica e spending review, che condiziona su molti versanti l'operatività dello Stato, consentirebbe un notevole incremento delle possibilità di intervento sotto una molteplicità di aspetti;

un'attenta gestione del FUG consentirebbe la realizzazione di interventi di notevole potenziamento di comparti ad oggi fortemente gravati, come il comparto sicurezza e gli uffici giudiziari, nonché di intervenire su versanti caratterizzati da notevole criticità, come la gestione delle opere di bonifica della cosiddetta terra dei fuochi, e molto altro. Dati tutt'altro che secondari in uno scenario di possibile mobilitazione generale delle forze dell'ordine per il paventato, ennesimo, blocco stipendiale;

a fronte di una tale disponibilità di risorse, che richiederebbe una gestione attenta e lungimirante, ma allo stesso tempo fattiva e proficua, risultano all'interrogante clamorose criticità in merito alla gestione del fondo la cui effettiva utilizzazione, secondo fonti di stampa nazionale, sarebbe limitata al solo 10 per cento delle risorse;

un dato che stride profondamente con le esigenze operative e di intervento che quotidianamente interessano sotto diversi profili la gestione della cosa pubblica, tanto più in un momento in cui le medesime fonti di stampa riferiscono di nuovi consistenti tagli, che incideranno in maniera forte su comparti già profondamente limitati;

la criticità risulta tanto più grave, giacché la drastica contrizione delle risorse del fondo effettivamente fruite e fruibili dai Ministeri interessati, nonché dal bilancio dello Stato, sarebbe dovuta a vincoli imposti dal Ministero dell'economia e delle finanze, le cui dinamiche richiedono un'opportuna chiarificazione in sede parlamentare, nonché un intervento fattivo che consenta l'effettiva fruibilità delle risorse,

si chiede di sapere:

se ai Ministri in indirizzo risulti a quanto ammontino le risorse presenti nel FUG e quelle effettivamente messe a disposizione, per l'anno 2014, dai Ministeri dell'interno e della giustizia e dal bilancio dello Stato;

quali siano i vincoli che impediscono la piena fruizione di tali risorse;

quali iniziative intendano attivare per garantire una piena, fattiva e rapida utilizzazione delle stesse, superando la grave impasse che le condiziona.

(3-01194)

ZELLER, BERGER, PALERMO, FRAVEZZI, LANIECE, PANIZZA, ZIN - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che:

in prossimità dell'inizio dell'anno scolastico 2014/2015, le scuole con lingua d'insegnamento slovena delle province di Gorizia e Trieste e la scuola bilingue di San Pietro al Natisone, in provincia di Udine, si ritrovano in una situazione precaria seria e preoccupante in quanto già da diversi anni risulta essere carente il numero dei dirigenti scolastici;

quest'anno la situazione si è ulteriormente aggravata in considerazione del fatto che sono rimasti scoperti ben 5 posti di dirigente scolastico, sopperiti attraverso l'affidamento a dirigenti di altri istituti scolastici, i quali hanno accettato tale incarico con spirito di sacrificio, ma che non potranno garantire un adeguato sviluppo;

la stessa carente situazione è presente per quanto riguarda i segretari generali. A Gorizia, su 5 istituti, è in carica solo un dirigente amministrativo di ruolo;

rimangono scoperti 2 posti riguardanti la supervisione per le scuole con lingua d'insegnamento slovena;

il sindacato della scuola slovena non è stato ancora riconosciuto, malgrado le disposizioni di cui all'articolo 22 della legge di tutela n. 38 del 2001;

a Gorizia, lo sportello provinciale dell'ufficio scolastico per le scuole slovene è di fatto soppresso in quanto senza personale fisso, contrariamente a quanto disposto dalla legge n. 932 del 1973;

tale circostanza sta negativamente influendo sulla situazione riguardante la tutela della minoranza linguistica slovena in Friuli-Venezia Giulia, il che è anche in contrasto con lo spirito della legge di tutela n. 38 del 2001 che vieta l'abbassamento del livello di tutela;

considerato inoltre che:

la nota del sindacato della scuola slovena ribadisce le criticità esposte e auspica un pronto intervento da parte delle autorità pubbliche competenti;

le scuole di tutti i livelli con lingua d'insegnamento slovena delle province di Gorizia e Trieste e l'istituto scolastico bilingue di San Pietro al Natisone (Udine) rappresentano l'istituzione più importante per il mantenimento e lo sviluppo della minoranza slovena in Friuli-Venezia Giulia;

anche gli accordi e i trattati internazionali in materia di tutela della minoranza slovena in Friuli-Venezia Giulia concernono il diritto dell'insegnamento nella propria lingua madre,

si chiede di sapere come il Ministro in indirizzo intenda procedere affinché la situazione venga risolta quanto prima al fine di evitare l'abbassamento del livello d'istruzione per le giovani generazioni della minoranza slovena nella regione Friuli-Venezia Giulia.

(3-01195)

ORELLANA, BATTISTA, BENCINI, CAMPANELLA, BOCCHINO - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che:

la Costituzione, all'articolo 9, primo comma, sancisce che "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica" e, all'articolo 3, definisce compito della Repubblica la rimozione degli ostacoli di ordine economico sociale che, di fatto, impediscono il pieno sviluppo della persona umana;

secondo i dati diffusi dal bollettino economico n. 1/2014 della Banca d'Italia, nel terzo trimestre del 2013 si è attenuata la flessione dei consumi delle famiglie, che tuttavia restano frenati dalla debolezza del reddito disponibile e dalle difficili condizioni del mercato del lavoro;

l'adozione dei libri di testo è stata recentemente oggetto di particolare attenzione da parte del legislatore, al fine di limitare, anche in considerazione del perdurare della crisi economica, il costo che annualmente le famiglie devono sostenere per l'acquisto dell'intera dotazione libraria;

considerato che:

il decreto-legge 12 settembre 2013, n. 104, recante "Misure urgenti in materia di istruzione, università e ricerca", convertito, con modificazioni, dalla legge 8 novembre 2013, n. 128, all'articolo 6 prevede che gli istituti scolastici, anche al fine di consentire la disponibilità e la fruibilità a costi contenuti di testi e strumenti didattici, possono elaborare il materiale didattico digitale per specifiche discipline da utilizzare come libri di testo per la disciplina di riferimento;

la circolare del Dipartimento dell'istruzione del 9 aprile 2014 (MIUROODGOS prot. 2581), al punto 3, prevede che, al fine di supportare le istituzioni scolastiche nel processo di elaborazione dei materiali e degli strumenti didattici digitali di cui al menzionato articolo 6, sarebbero state elaborate entro la fine dell'anno scolastico 2013/2014 le linee guida contenenti le indicazioni necessarie per l'elaborazione dei materiali didattici da realizzare nel corso dell'anno scolastico 2014/2015;

ad oggi Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca non ha ancora fornito alcun tipo di indicazione in merito e gli istituti scolastici hanno dovuto far nuovamente riferimento alla dotazione libraria classica,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno provvedere quanto prima alla pubblicazione delle linee guida necessarie per l'elaborazione dei materiali didattici digitali, anche al fine di assicurare un considerevole risparmio economico ai nuclei familiari.

(3-01196)

Interrogazioni con richiesta di risposta scritta

DI BIAGIO - Al Ministro dell'interno - Premesso che:

da notizie di stampa si è appreso che in data 22 agosto 2014 è stata revocata la scorta assegnata per motivi di sicurezza all'on. Gianfranco Fini, a poco più di un anno dalla cessazione del suo mandato come Presidente della Camera dei deputati;

al di là delle considerazioni sulla necessità del mantenimento di una misura di sicurezza di questo genere per chi ha rappresentato una delle massime cariche istituzionali, si deve sottolineare come, nell'ambito della sua lunga attività politica e parlamentare, l'on. Gianfranco Fini si è sempre contraddistinto per le sue battaglie in difesa della legalità e contro ogni forma di criminalità assumendo anche posizioni scomode e controtendenza;

senz'altro tutte le battaglie parlamentari in difesa dell'ordinamento giudiziario, del sistema delle intercettazioni e delle procure maggiormente impegnate nel contrasto alle mafie lo hanno visto protagonista e allo stesso tempo principale bersaglio delle polemiche politiche che ne sono scaturite;

la sua lunga sovraesposizione mediatica su questi temi ha fatto crescere in modo esponenziale un clima di ostilità nei suoi confronti;

è infatti notizia di questi giorni che dalle intercettazioni delle conversazioni tra Totò Riina e Alberto Lorusso all'interno del carcere di Opera a Milano, è emerso come il capo mafia abbia definito Gianfranco Fini "un miserabile e meschino";

si tratta di dichiarazioni la cui portata non può essere sottovalutata in quanto potrebbero rappresentare un messaggio anche verso l'esterno;

un tale provvedimento di revoca non potrebbe essere giustificato da esigenze di spending review, ma deve essere accompagnato da una riflessione più profonda circa le reali necessità di sicurezza e di ordine pubblico,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo intenda rivalutare il provvedimento di revoca della scorta all'on. Gianfranco Fini.

(4-02650)

BISINELLA, ARRIGONI, CONSIGLIO, STEFANI, STUCCHI, TOSATO - Al Ministro della salute - Premesso che:

secondo la definizione del direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità, Margaret Chan, il virus dell'Ebola "è una minaccia globale", con la precisazione che, "sui 3.500 casi segnalati, i decessi sono stati oltre 1.900";

le previsioni dell'Oms sono che l'epidemia peggiorerà prima di migliorare e l'organizzazione richiede un aumento della risposta globale, i cui dati raccontano della più complessa epidemia di Ebola nella storia del virus, "una situazione senza precedenti";

martedì 2 settembre 2014 la presidente di Medici senza frontiere, Joanne Liu, aveva tracciato un quadro fosco affermando sempre nella sede Onu: "Il mondo sta perdendo la battaglia contro l'epidemia. In Africa occidentale, i casi e le morti continuano ad aumentare. Ci sono continue rivolte, i centri di isolamento sono sopraffatti. Gli operatori sanitari che combattono in prima linea si stanno infettando e stanno morendo in numeri scioccanti. In Sierra Leone, corpi infetti marciscono nelle strade. Piuttosto che costruire nuovi centri di cura dell'Ebola in Liberia, siamo costretti a costruire forni crematori. Per arginare l'epidemia, è imperativo che gli Stati implementino attività civili e militari con esperienza nel contenimento del rischio biologico";

l'Ebola non si diffonde via aria o con contatti casuali come sedersi vicino a una persona sull'autobus. Il modo più comune con cui si contrae il virus è toccare il sudore, la saliva o il sangue di una persona infettata o morta a causa della malattia. Anche toccare un oggetto contaminato può essere causa di infezione;

il virus ha fatto ad oggi 1.552 morti su 3.069 casi confermati: 694 in Liberia, 430 in Guinea, 422 in Sierra Leone e 6 in Nigeria, secondo l'ultimo bilancio dell'Organizzazione mondiale della sanità del 26 agosto. Un primo caso è stato inoltre confermato in Senegal negli ultimi giorni di agosto. Al ritmo attuale di contagio, saranno necessari da 6 a 9 mesi ed almeno 490 milioni di dollari (373 milioni di euro) per riuscire a contenere l'epidemia, che secondo l'Oms rischia di colpire 20.000 persone;

dopo Bologna, Varese, Gallarate, anche il Veneto registra i primi casi sospetti di Ebola. Il Settore igiene pubblica e prevenzione del Veneto ha fatto appena in tempo, due giorni fa, ad inviare a tutte le aziende sanitarie il protocollo contenente le prime indicazioni operative di risposta regionale per la prevenzione;

il 2 settembre il protocollo è scattato in tutta la sua completezza a Padova di fronte a due pazienti, un nigeriano e un istriano, colpiti da febbre alta e sintomi dubbi. I 2 pazienti sono stati messi immediatamente in isolamento in stanze singole, e sono stati oggetto di approfondimenti diagnostici serrati. Nella mattinata del 5 settembre è rientrato l'allarme per quanto riguarda il paziente nigeriano. I test effettuati su di lui hanno dato esito negativo: l'uomo sarebbe però affetto da malaria. Sono ancora in corso le analisi sul secondo malato;

le cronache quotidiane riportano di migliaia di clandestini che vengono sbarcati nei porti del Paese e smistati nei nostri territori senza nessun criterio e senza la certezza di avere adottato tutte le necessarie misure di sicurezza,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo, in coordinamento con i Ministeri competenti, nonché con le autorità internazionali, abbia verificato l'applicazione dei protocolli di sicurezza per le compagnie aeree e di trasporto marittimo che effettuano viaggi da e per i Paesi africani coinvolti, in particolare quanto a formazione del personale di bordo per identificazione dei sintomi, informazioni sugli organi cui effettuare la notifica di casi sospetti, misure di identificazione, contenimento ed isolamento da adottare in porti ed aeroporti;

se siano state predisposte idonee misure nel caso di contagio di nostri concittadini con procedure di rimpatrio immediato e ricovero;

se il personale militare e civile addetto al primo contatto coi clandestini dell'operazione "Mare nostrum" abbia ricevuto la formazione professionale necessaria per affrontare l'emergenza e sia dotato di idonei presidi sanitari di tutela dal contagio, per la salvaguardia della salute propria e della cittadinanza tutta.

(4-02651)

AUGELLO - Al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione - Premesso che:

il sindaco di Roma, Ignazio Marino, nell'ottobre del 2013 ha nominato direttore esecutivo del Comune di Roma il dottor Massimo Bartoli;

il dottor Bartoli per ricevere tale incarico ha presentato un curriculum, tuttora visibile sul sito internet del Campidoglio, nel quale non ha ritenuto di evidenziare di aver ricoperto dal luglio 2010 al settembre 2013 la carica di presidente dell'Agenzia sviluppo provincia per le Colline romane (Asp), ente di diritto privato controllato dalla Provincia di Roma, limitandosi a dichiarare di essere stato Presidente dell'Asp in un'epoca imprecisata;

tale dimenticanza ha probabilmente indotto in errore l'amministrazione capitolina, che non ha tenuto conto del dettato dell'art. 7 comma 2 del decreto legislativo n. 39 del 2013 che afferma l'inconferibilità dell'incarico di dirigente nei comuni superiori ai 15.000 abitanti a coloro che nell'anno precedente siano stati presidente o amministratore delegato di enti di diritto privato sotto il controllo pubblico delle provincie della medesima Regione in cui opera l'amministrazione conferente l'incarico;

tale incresciosa situazione rappresenta una violazione della legge anticorruzione e profila l'ipotesi di un danno erariale di circa 1,5 milioni di euro illegittimamente erogati dal Comune per un incarico non conferibile al dottor Bartoli;

oltre a questa violazione, risulta all'interrogante che il sindaco Marino abbia ora predisposto un'ordinanza per nominare il dottor Bartoli presidente di "Risorse per Roma", ente di diritto privato sotto il controllo del Comune di Roma;

si rende così necessario verificare l'effettiva scadenza della precedente carica del dottor Bartoli presso l'Asp Colline romane, essendo rimasta vacante la carica di presidente dopo le sue dimissioni fino al dicembre del 2013, circostanza che autorizza a ipotizzare una permanenza in prorogatio di Bartoli alla presidenza fino a quella data;

esiste quindi il concreto rischio che anche la nomina a presidente di "Risorse per Roma" configuri una violazione dell'art. 7, comma 2, lettera d) del citato decreto legislativo,

si chiede di sapere quali iniziative di competenza il Ministro in indirizzo intenda assumere, anche investendo della questione l'Autorità nazionale anticorruzione, per accertare le responsabilità relative all'illegittimo conferimento dell'incarico dirigenziale al dottor Bartoli nell'ottobre del 2013 e per accertare che la nomina a presidente di "Risorse per Roma" non configuri un'ulteriore violazione di legge.

(4-02652)

DI BIAGIO - Al Ministro degli affari esteri - Premesso che:

la partecipazione alle operazioni di monitoraggio elettorale che l'Unione europea, o organizzazioni quali OSCE, UNHCR e UNHCHR sempre più spesso svolgono in aree geografiche in fase di uscita da gravi crisi politiche, offre una valida opportunità di lavoro sia per i giovani neolaureati che vogliano intraprendere la propria carriera all'estero, sia per professionisti con una qualificata esperienza;

ciascuna missione è composta da un "Core Team" e da osservatori di lungo periodo (LTO) e di breve periodo (STO);

i requisiti per partecipare alle missioni di breve durata sono: la laurea in materie giuridiche o umanistiche, l'ottima conoscenza della lingua inglese e, preferibilmente, un'esperienza come scrutatore elettorale e di lavoro all'estero, mentre per le missioni di lunga durata, oltre ai requisiti citati, serve la comprovata esperienza internazionale nel settore e la capacità di redigere testi e norme giuridiche;

gli interessati a prendere parte alle missioni devono registrare il proprio curriculum vitae nella banca dati dei candidati atti a svolgere funzioni di osservatori elettorali per l'Unione europea cosiddetto "Roster unico europeo";

l'unità PESC/PSDC della Direzione generale per gli affari politici e di sicurezza del Ministero degli affari esteri svolge la prima selezione dei candidati, vagliando i curricula contenuti nel Roster UE e assicurandosi che siano rispondenti ai requisiti richiesti, mentre la selezione definitiva è compiuta dalla Commissione dell'Unione europea;

risulta all'interrogante che nonostante il possesso dei requisiti richiesti, le ripetute domande di partecipazione di numerosi candidati vengano sistematicamente respinte,

si chiede di sapere quali criteri vengano adottati per la prima selezione dei candidati da parte dell'Unità PESC/PSDC della Direzione generale per gli affari politici e di sicurezza del Ministero degli affari esteri e quali siano i nominativi dei soggetti selezionati negli ultimi 5 anni come osservatori elettorali long term e short term nelle missioni UE, OSCE e EuropAid.

(4-02653)

MUNERATO - Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali, dello sviluppo economico, degli affari esteri e delle politiche agricole alimentari e forestali - Premesso che:

secondo organi di stampa locale del Veneto di questi ultimi giorni, ammonterebbero a oltre 60 milioni di euro i potenziali danni derivanti dall'embargo imposto dal Governo russo ai prodotti ortofrutticoli provenienti dal Veneto, e a seguito di un incontro svoltosi nei giorni appena precedenti al Maap (Mercato agro-alimentare di Padova, il principale del Veneto), il presidente del mercato stesso, Fausto Dorio, avrebbe evidenziato come l'embargo rischia di avere pesantissime ripercussioni su tutte le aziende venete del settore;

a distanza di 2 settimane circa dall'inizio dell'embargo imposto da Mosca, infatti, sono già numerose le attività venete del settore che hanno dovuto adottare misure di riduzione dei costi stante l'impossibilità di vendere i loro prodotti nel mercato russo, riducendo l'orario di lavoro, rivedendo i turni o, in taluni casi, bloccando anche i contratti di collaborazione lavorativa, in particolare quelli di tipo interinale;

oltre alle conseguenze dirette sui livelli occupazionali, si profilano anche pesanti conseguenze per il settore nel suo complesso, in ragione del fatto che, considerata l'attuale impossibilità delle aziende locali di esportare, gli importatori russi, in questa fase, potrebbero stipulare nuovi contratti con operatori extraeuropei, i quali subentrerebbero così agli attuali fornitori veneti ed italiani, acuendo la già pesante recessione economica che li vede oggi coinvolti;

allo stesso tempo, con l'embargo in atto, le aziende europee del settore ortofrutticolo, la cui quota di esportazione in Russia è elevata, potrebbero dirottare i loro prodotti in Italia, immettendo così una quantità di prodotti eccessiva per il mercato interno e causando, di conseguenza, una revisione dei margini di guadagno delle imprese locali,

si chiede di sapere:

quali concrete misure i Ministri in indirizzo intendano adottare per sostenere gli operatori veneti del settore ortofrutticolo interessati dall'embargo russo, e per superare la complessa situazione, anche per quel che riguarda le conseguenze sui livelli occupazionali delle imprese coinvolte;

se non reputino opportuno interessare anche l'Unione europea dell'attuale situazione, sbloccando risorse economiche a favore delle imprese del settore colpite dall'embargo russo e prevedendo altresì misure di contenimento delle quantità immesse sul mercato italiano in modo da non causare un calo dei prezzi a livelli di crisi.

(4-02654)

DONNO, CAPPELLETTI, PAGLINI, PUGLIA, SERRA, AIROLA, SANTANGELO, BUCCARELLA, FUCKSIA, BERTOROTTA, MORRA, MORONESE, NUGNES - Ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e della salute - Premesso che:

tra la città di Lecce e Lizzanello veniva collocato un inceneritore, ora noto come "ex inceneritore Saspi", che per decenni ha bruciato i rifiuti di Lecce e delle aree limitrofe;

con deliberazione della Giunta comunale n. 779 del 13 ottobre 2010 veniva approvato il progetto preliminare "Interventi di messa in sicurezza e caratterizzazione sull'area ex inceneritore Saspi" inserito nella linea di intervento 2.5 asse II - P.O. FESR 2007-2013 (area vasta Lecce), trasmesso alla Regione Puglia con nota prot. n. 0120299 del 28 settembre 2010;

successivamente con delibera della Giunta comunale n. 591 del 27 luglio 2011 veniva approvato il progetto definitivo "Interventi di messa in sicurezza e caratterizzazione sull'area ex inceneritore Saspi", trasmesso dall'ingegnere Borgia, in data 7 giugno 2011, prot. n. 76313, che demandava al dirigente del Settore ambiente tutti gli atti e provvedimenti successivi;

a seguito dell'adozione di una determinazione a contrarre per l'aggiudicazione dell'appalto riguardante gli interventi di messa in sicurezza e caratterizzazione, con determinazione n. 56 del 14 febbraio 2012 veniva aggiudicato in via definitiva l'appalto all'Associazione temporanea di impresa Triversonda S.r.l., con sede a Squinzano (Lecce), e al gruppo Csa S.p.a. con sede a Rimini, per il ribasso offerto del 28,17 per cento sull'importo dei lavori posto a base di gara;

con determinazione dirigenziale CDR XX n. 65 del 14 giugno 2012 veniva autorizzato il subappalto delle attività di "pulizia, cernita, raccolta, trasporto e smaltimento c/o centri autorizzati di quanto contenuto nelle vasche, piazzali strade e tutti gli spazi ricadenti nell'area, indicata nel progetto e nel computo metrico, compreso amianto, con la sola esclusione di eventuali fanghi - decespugliamento, trasporto e smaltimento c/o centri autorizzati di tutti gli arbusti e scarti di potatura, presenti in qualunque ambiente indicato nel progetto e nel computo metrico" all'impresa subappaltatrice Serveco S.r.l., con sede in zona PIP (piano per insediamenti produttivi) Montemesola (Taranto), per un importo di contratto di 45.000 euro;

nel marzo 2013 il procuratore aggiunto di Lecce apriva un fascicolo volto ad accertare l'inquinamento dei suoli attigui all'impianto;

al proposito, secondo quanto riportato nella cronaca locale di "La Repubblica" del 12 marzo 2013, venivano contestate "ipotesi di reato di gettito pericoloso di cose, danneggiamento, omessa bonifica e avvelenamento colposo della falda acquifera" nei confronti di 5 dirigenti dell'ex Saspi;

a giudizio degli interroganti è evidente la sussistenza di un grave pregiudizio ambientale e sanitario caratterizzato dalla presenza di rifiuti interrati e scorie, con conseguente compromissione del suolo, dell'aria e della falde acquifere circostanti;

con missiva del 10 luglio 2013 inviata al sindaco di Lecce, il Meetup 5 Stelle per Lecce, nella persona degli attivisti, chiedeva "l'immediata perimetrizzazione e messa in sicurezza dell'area inquinata da bonificare";

considerato che dalle evidenze descritte, allo stato dei fatti, sussiste un pericolo per la salute dei cittadini che risiedono nelle aree prossime all'inceneritore, a cui si aggiunge un grave stato di degrado ambientale caratterizzato dalla presenza di collinette di rifiuti che costeggiano il fabbricato,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo, nell'ambito delle rispettive competenze, non ritengano necessario procedere con urgenza alla bonifica e alla messa in sicurezza dell'intera area limitrofa all'ex inceneritore Saspi;

se, nei limiti delle proprie attribuzioni, non ritengano indispensabile attivarsi per lo svolgimento di un'esaustiva analisi dei livelli di degrado e di contaminazione ambientale presenti nelle aree prossime all'ex inceneritore Saspi, con la finalità di porre in essere interventi volti al recupero funzionale e al ripristino ambientale dei siti inquinati;

se, per quanto di competenza, non ritengano doveroso avviare ulteriori accertamenti circa le responsabilità connesse al grave stato di degrado ambientale del territorio nonché alla presenza di possibili abusi di stampo mafioso.

(4-02655)

CAMPANELLA, BOCCHINO, ORELLANA - Ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e dell'interno - Premesso che, a quanto risulta agli interroganti:

l'Autorità garante della concorrenza e del mercato, con provvedimento n. 25057 del 1° agosto 2014, ha avviato un'indagine conoscitiva sul mercato della gestione dei rifiuti solidi urbani, ai sensi dell'articolo 12, comma 2, della legge 10 ottobre 1990, n. 287, ed ai sensi dell'art. 17 del decreto del Presidente della Repubblica 30 aprile 1998, n. 217, motivato da una serie di importanti ed allarmanti considerazioni;

nel provvedimento si legge che: «Al riguardo, l'analisi preliminare degli assetti istituzionali e di mercato nel settore sembra suggerire la presenza di diverse criticità concorrenziali. Innanzitutto, si osserva l'esistenza di un ricorso significativo all'affidamento diretto anche in assenza dei requisiti in-house e una durata degli affidamenti nella maggior parte dei casi superiore a quella che sembra necessaria per recuperare gli investimenti, tali da scoraggiare lo sviluppo della concorrenza tra operatori e favorire il consolidamento delle posizioni di mercato dei gestori incumbent»;

tra società partecipate in liquidazione, indagini penali, arresti per legami con la mafia e continue emergenze, in Sicilia il problema dello smaltimento dei rifiuti e della gestione delle discariche è oggi una vera e propria piaga sociale da cui i rappresentanti istituzionali regionali non riescono ad uscire;

in un articolo di "la Repubblica" nell'edizione di Palermo del 23 luglio 2014 dal titolo: "Il business dei rifiuti in mano ai privati, ecco i big e i loro sponsor", si evidenzia come «La Sicilia è in mano ai padroni dei rifiuti e rischia di ritrovarsi in un'emergenza sanitaria senza precedenti se chiuderanno soltanto alcuni dei siti amministrati dagli imprenditori finiti agli arresti. Una situazione paradossale, frutto di scelte politiche e di un monopolio difeso con le unghie e con i denti dai proprietari dei principali impianti dell'Isola, spesso con l'aiuto dello sponsor politico giusto. A pagare, i cittadini di una regione che non ha praticamente livelli di differenziata accettabili, meno del 10 per cento, e si trova oggi con appena cinque grandi discariche in funzione e autocompattatori che viaggiano da una parte all'altra dell'Isola»;

dallo stesso articolo si apprende che il 18 luglio 2014 veniva tratto in arresto l'imprenditore Domenico Proto, titolare della discarica "Oikos" di Motta Sant'Anastasia (Catania), durante l'operazione "Terra mia" condotta dalla Polizia di Palermo nell'ambito dell'inchiesta sullo smaltimento dei rifiuti;

alla discarica Oikos, gestita dalla famiglia di Domenico Proto che, come scrivono i pubblici ministeri nell'ordinanza di arresto, ottiene dal Governo Lombardo autorizzazioni ad ampliamenti nelle discariche di Motta Sant'Anastasia per 2,5 milioni di metri cubi, andava una grossa fetta dei volumi di abbancamento di rifiuti prodotti in Sicilia;

secondo quanto sostenuto dal dottor Aurelio Angelini, consulente nominato dall'ex assessore regionale Marino, la gestione delle discariche dell'isola ai privati è il frutto di una scelta precisa del Governo Lombardo, che negli stessi anni negava ai Comuni l'apertura di piccole discariche lasciando il monopolio ai privati;

a Siculiana (Agrigento) è presente una tra le più grandi discariche della Sicilia di proprietà di Giuseppe Catanzaro, numero due di Confindustria Sicilia, l'associazione che dal 2009 esprime un assessore, sia nel Governo Lombardo con Marco Venturi, sia in quello Crocetta con Linda Vancheri come assessori per le attività produttive;

la discarica da diversi anni svolge un'azione di mutuo soccorso in occasione di crisi ambientali con funzioni di impianto connesso e correlato ad una funzione su scala regionale ed oggi è adibita come discarica di riferimento a plurimi ambiti territoriali ottimali dell'isola;

considerato che:

con decreto della Regione Siciliana n. 1362 del 23 dicembre 2009 veniva rilasciata autorizzazione integrata ambientale (AIA) alla ditta Catanzaro costruzioni s.r.l. per la realizzazione di una vasca di discarica denominata "V4" in contrada Materano di Siculiana, ricadente nel territorio dell'ambito territoriale ottimale Agrigento 2 (ATO AG2), con una capacità di abbancamento pari a 2.937.379 metri cubi, in difformità a quanto stabilito dall'art. 199, comma 3, lettera a), del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, che stabilisce l'obbligo di assicurare la gestione dei rifiuti urbani non pericolosi all'interno degli ambiti territoriali ottimali;

l'AIA per la vasca V4 veniva rilasciata nonostante il Comune di Montallegro (Agrigento) avesse espresso parere contrario a causa del sovradimensionamento della discarica e dei conseguenti effetti ambientali e sanitari, per le conseguenze economiche per il proprio territorio e per l'impatto veicolare;

inoltre, tale autorizzazione veniva rilasciata sebbene fosse ancora operativa la vasca di discarica V3, anch'essa gestita nello stesso sito dalla Catanzaro costruzioni, che nella relazione progettuale dichiarava una capacità residua della vasca di discarica V3 di 560.000 metri cubi, corrispondente grossomodo al fabbisogno dell'ATO AG2, non tenendo conto dell'ulteriore riduzione che si sarebbe ottenuto con il raggiungimento degli obiettivi di raccolta differenziata e le relative operazioni di trattamento e vagliatura;

la stessa autorizzazione era rilasciata senza esaminare l'opzione "zero", in base a quanto previsto dall'art. 14-bis, comma 3, legge 7 agosto 1990, n. 241, che prevede "la necessaria ponderazione delle principali alternative ai fini della valutazione di impatto ambientale", che costituisce parte integrante della procedura di VIA, e che esamina le principali alternative, compresa l'alternativa "zero", soprattutto in presenza delle volumetrie disponibili nella vasca di discarica V3;

in più, essa era stata concessa in assenza di uno studio di impatto ambientale sull'effetto cumulo degli inquinanti provenienti dalle varie sorgenti di impatto, in considerazione del fatto che la vasca V4 è stata realizzata accanto alle discariche VE - V1 - V2 - V3 utilizzate e/o utilizzabili per complessivi 1.874.000 metri cubi;

ancora, era stata concessa al di fuori delle previsioni del piano regionale, visto che l'art. 9, comma 1, lettera e), del decreto legislativo 13 gennaio 2003, n. 36 stabilisce la necessità di una specifica previsione del piano regionale per la realizzazione di nuove discariche: lo stesso art. 9 stabilisce che l'autorizzazione all'esercizio della discarica può essere rilasciata solo dopo l'accettazione da parte della Regione delle garanzie finanziarie, e tale obbligo non è stato indicato nel decreto autorizzativo e neppure posto quale subordinata per validare l'idoneità del soggetto richiedente, in quanto la fideiussione deve precedere la verifica delle garanzie di cui all'art. 14 dello stesso decreto legislativo, non potendo costituire una mera prescrizione successiva all'approvazione del progetto, in virtù dell'adeguata reputazione finanziaria del proponente e del fatto che le garanzie sono parte integrante del piano di adeguamento, in quanto le garanzie hanno la funzione di assicurare che le discariche, nel periodo di gestione operativa, nella fase di chiusura e durante il periodo di gestione postoperativa, mantengano i requisiti minimi di sicurezza ambientale previsti dalla legge;

infine, l'autorizzazione veniva rilasciata in assenza della valutazione impiantistica per le operazioni di pretrattamento, in relazione alle nuove capacità di abbancamento e agli obiettivi previsti dal decreto legislativo 13 gennaio 2003, n. 36, di riduzione dei rifiuti urbani biodegradabili,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza di quanto esposto;

se non intendano avviare, per quanto di loro competenza, un'indagine amministrativa sul funzionamento degli uffici e sulle procedure seguite per il rilascio delle A.I.A. e delle V.I.A per la realizzazione della discarica V4 di proprietà della Catanzaro S.r.l., verificando se il sovradimensionamento e le attività di abbancamento rispettino le norme ed i criteri di concorrenza tra operatori;

se non ritengano che gli affidamenti diretti alla discarica di Siculiana, da parte di enti locali in stato di emergenza e al di fuori dell'ATO AG2, siano frutto di una posizione di vantaggio o privilegio, tale da ostacolare l'affermazione delle discariche concorrenti, o limitare in qualche modo il servizio di raccolta differenziata ed il funzionamento degli impianti collegati;

se siano a conoscenza dei dati emersi dall'indagine conoscitiva riguardante il settore della gestione dei rifiuti solidi urbani avviata dall'Autorità garante della concorrenza e del mercato e le quali azioni nell'ambito delle proprie competenze intendano portare avanti per porre fine a "monopoli naturali" da parte dei proprietari di discariche presenti su tutto il territorio nazionale, che di fatto rendono di difficile gestione lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani attraverso il sistema di raccolta differenziata.

(4-02656)

BARANI - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:

l'articolo 15, comma 1, del decreto-legge 4 giugno 2013, n. 63, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2013, n. 90, prevede che nel novero degli interventi per il miglioramento e la messa in sicurezza degli edifici esistenti sia compresa l'installazione di impianti di depurazione delle acque da contaminazione di arsenico (anche di tipo domestico, produttivo ed agricolo) limitatamente ai comuni dove è stato rilevato il superamento del limite massimo di tolleranza (stabilito dall'Organizzazione mondiale della sanità o da norme vigenti) ovvero dove i sindaci o le autorità locali siano stati costretti ad adottare misure di precauzione o di divieto all'uso di acqua per i diversi impieghi;

la norma espressamente recita: "Nelle more della definizione di misure ed incentivi selettivi di carattere strutturale, da adottare entro il 31 dicembre 2013, finalizzati a favorire la realizzazione di interventi per il miglioramento, l'adeguamento antisismico e la messa in sicurezza degli edifici esistenti, nonché per l'incremento dell'efficienza idrica e del rendimento energetico degli stessi, si applicano le disposizioni di cui agli articoli 14 e 16. Nella definizione delle misure e degli incentivi di cui al primo periodo è compresa l'installazione di impianti di depurazione delle acque da contaminazione di arsenico di tipo domestico";

la legge 27 dicembre 2013, n. 147 (legge di stabilità per il 2014), all'art. 1, comma 139, lettera c), ha spostato il termine dal 31 dicembre 2013 al 31 dicembre 2015; le disposizioni stanno ingenerando confusione tra gli operatori: secondo alcuni l'agevolazione sarebbe posposta al 2016 in quanto la misura sarebbe compresa tra quelle da definire entro il 2015 e quindi allo stato sarebbe inesistente,

si chiede di sapere se sussista, e secondo quali modalità si eserciti, l'agevolazione relativa all'installazione di impianti di depurazione delle acque da contaminazione di arsenico per l'anno 2014 e se il Ministro in indirizzo non ritenga di attivarsi con iniziative di competenza affinché la normativa sia estesa anche per l'inquinamento delle acque da cromo esavalente, come nel caso della città di Brescia.

(4-02657)

CAMPANELLA, BOCCHINO, ORELLANA, GAMBARO, BIGNAMI - Ai Ministri delle infrastrutture e dei trasporti e dell'interno - Premesso che:

con ordinanza n. 21/2013 del capo del circondario marittimo e comandante del porto di Licata (Agrigento) del 26 settembre 2013 a seguito della mancata funzionalità dell'impianto di illuminazione del porto, causato da un guasto alla cabina sita nella banchina "Marinai d'Italia", veniva ordinato il divieto d'ingresso e di uscita dal tramonto all'alba di navi, galleggianti, natanti in genere, oltre a tutte le attività all'interno dell'ambito portuale, in assenza di preventiva autorizzazione dall'autorità marittima, preposta a valutare di volta in volta la sussistenza di idonee condizioni di sicurezza;

tale ordinanza è stata ritenuta necessaria, visto lo stato di pericolo sui moli e sulle banchine, per salvaguardare la pubblica e privata incolumità all'interno di ambiti portuali comunque aperti al pubblico uso, nonché prevenire qualsiasi danno alle aree portuali fino al ripristino della funzionalità dell'impianto di illuminazione;

il problema del mancato funzionamento dell'impianto d'illuminazione risulta persistere dal black out del luglio 2013 e non ancora risolto;

considerato che:

tra le cause della ritardata ristrutturazione dell'impianto ci sarebbe la mancata erogazione all'Ufficio del genio civile di Agrigento delle somme pari a 246.000 euro richiesti con perizia d'urgenza redatta nell'ottobre 2013 ai sensi dell'art. 175 del decreto del Presidente della Repubblica 5 ottobre 2010, n. 207, autorizzata dalla Regione Siciliana;

risulta agli interroganti che dopo la redazione da parte dell'Ufficio della relazione tecnica per i lavori e l'acquisizione dei relativi nulla osta degli enti interessati, il Dipartimento delle infrastrutture e della mobilità e dei trasporti di Palermo ha fatto sapere della mancata disponibilità dei fondi per l'intervento ritenuto di "somma urgenza";

attualmente la situazione dell'illuminazione del porto risulta precaria ed inadeguata, in parte garantita grazie ad interventi di fortuna eseguiti dall'autorità marittima di Licata;

la situazione attuale, così come rappresentata, costituisce un gravissimo problema per la sicurezza della navigazione, per la salvaguardia della vita umana in mare, per la pubblica incolumità dei cittadini, nonché per ragioni di ordine pubblico e pubblica sicurezza;

l'intera area portuale, scarsamente illuminata, è oggetto di illeciti di varia natura, dalla pesca di frodo, ai furti, allo spaccio di stupefacenti e a traffici illeciti;

considerato inoltre che le misure coercitive ritenute idonee per evitare situazioni di pericolo, portate avanti come da ordinanza n. 21/2013 dall'autorità marittima di Licata, potrebbero compromettere ulteriormente la già difficile situazione economica e produttiva dello scalo marittimo,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza di quanto esposto;

se intendano attivarsi, per quanto di propria competenza, al fine di verificare quali siano gli interventi intrapresi e finalizzati ad impedire il persistere del degrado e della trascuratezza dello scalo marittimo di Licata;

quali iniziative intendano adottare, nelle opportune sedi di competenza, per verificare i fatti ed accertare le responsabilità dei disservizi, dei ritardi e dei mancati interventi.

(4-02658)

MANCUSO - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri per la semplificazione e la pubblica amministrazione, del lavoro e delle politiche sociali e per gli affari regionali e le autonomie - Premesso che:

con il decreto legislativo n. 181 del 2000 e successivamente con il decreto legislativo n. 297 del 2002, in attuazione delle direttive europee in materia di lavoro, sono state introdotte le nuove attività da svolgere all'interno degli ex uffici di collocamento, oggi centri per l'impiego (CPI), a favore dei lavoratori disoccupati che presentano all'ufficio la dichiarazione di disponibilità all'avviamento al lavoro;

in Sicilia l'assessorato regionale del lavoro con circolare n. 2/F.P. dell'8 giugno 2000 e successivamente con circolare n. 2 del 26 aprile 2001 ha posto in essere gli sportelli multifunzionali a cui sono stati assegnati compiti di servizi formativi in materia di accoglienza e informazione, orientamento, consulenza, promozione e sostegno all'inserimento lavorativo e informazione e consulenza alle imprese;

questi servizi, erogati attraverso il finanziamento degli ex "sportelli multifunzionali", finanziati prima dalla Regione Siciliana e poi dal Fondo sociale europeo, hanno cessato di esistere il 30 settembre 2013;

dal 23 aprile 2014 in Sicilia è stato praticamente interrotto il servizio pubblico di orientamento che svolgevano 1.753 lavoratori, oggi precari e a breve tempo disoccupati dopo 30 anni di servizio;

considerato che, a quanto risulta all'interrogante:

dal 2002 questi lavoratori, dopo aver frequentato diversi corsi di riqualificazione e di aggiornamento a spese delle istituzioni pubbliche (Regione Siciliana, FSE), hanno formato figure come orientatori, esperti in attività di integrazione, progettisti, valutatori, tutor, amministrativi, eccetera; gli stessi sono stati successivamente assegnati ai servizi di orientamento presso i centri per l'impiego dell'isola;

queste figure, per conto dei CPI, hanno predisposto azioni di orientamento per disoccupati ed inoccupati in genere, quelli di lunga durata, i soggetti della legge n. 68 del 1999, i cassintegrati, quelli posti in mobilità, i lavoratori dei cantieri di lavoro, gli studenti, i lavoratori socialmente utili e le attività socialmente utili ed hanno anche erogato misure per la riqualificazione della pubblica amministrazione regionale per rispondere a nuovi compiti (policy field D);

per alcune di queste categorie, su indicazione del Dipartimento lavoro dell'assessorato regionale siciliano della famiglia, delle politiche sociali e del lavoro, gli operatori degli sportelli multifunzionali hanno assicurato la partecipazione ai percorsi di politica attiva del lavoro per consentire loro la fruizione delle misure di sostegno al reddito;

i suddetti operatori della formazione in Sicilia, iscritti ad un albo regionale regolamentato dalla legge regionale n. 24 del 1976, godono di quanto previsto dalla legge regionale n. 25 del 1993, la quale dispone che la Regione Siciliana garantisca ai lavoratori iscritti a questo albo la continuità lavorativa, anche attraverso una nuova collocazione in altre attività all'esterno del settore della formazione professionale,

si chiede di sapere:

quali iniziative il Governo intenda intraprendere, anche in vista della prossima riforma dei servizi per l'impiego in Italia, per fare finalmente chiarezza sul futuro di questi lavoratori, in modo tale da ricercare le opportune soluzioni per le 1.753 figure professionali che hanno assicurato per oltre un decennio i servizi di orientamento presso i centri per l'impiego della Regione Siciliana;

se ritenga opportuno, tra queste iniziative, sollecitare la convocazione di un tavolo di confronto tra Governo, sindacati e imprese per adottare provvedimenti drastici che segnino una vera discontinuità con il passato;

se intenda verificare quanto emerso da notizie di stampa sull'Autorità di gestione siciliana, che oltre ad attraversare una grave crisi di liquidità, non riesce ad attivare misure urgenti per sbloccare le retribuzioni arretrate da 10 a 24 mesi, nonostante la disponibilità e l'impegno delle somme del PO FSE 2007/2013 e quelle PAR-FAS.

(4-02659)

BATTISTA, BENCINI, ORELLANA - Ai Ministri della difesa e delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:

si apprende da recenti notizie di stampa del trasferimento a Palermo del comandante della Capitaneria di porto di Viareggio (Lucca), Marco Alberto Iacono, dopo appena un anno di servizio nella città toscana;

nel mese di luglio, l'operazione condotta dalla Capitaneria di porto di Viareggio contro i venditori abusivi sulla spiaggia di Marina di Pietrasanta aveva sollevato non poche polemiche, soprattutto nei confronti del comandante Iacono, per il fatto che gli agenti impegnati fossero armati di sfollagente, regolarmente in loro dotazione secondo quanto previsto dalla legge;

sembra che nell'ambito dell'operazione gli agenti non abbiano assolutamente fatto uso degli sfollagente contro i venditori abusivi;

come affermato dallo stesso comandante Iacono in un'intervista, il "caso manganelli", su cui ha relazionato alla Procura della Repubblica, si è concluso senza una denuncia e senza provvedimenti disciplinari, né per il comandante né per alcuno dei suoi militari;

considerato che:

il lavoro svolto dal comandante riscuoteva un largo consenso tra le amministrazioni comunali;

il suo impegno infatti era rivolto principalmente a ristabilire la legalità e la trasparenza delle attività portuali in linea con l'inchiesta della magistratura sulle tangenti nell'ambito del porto di Viareggio;

la decisione del trasferimento è stata contestata dai sindaci e da alcuni esponenti politici versiliesi, soprattutto perché non sono ben chiare le motivazioni del repentino trasferimento,

si chiede di sapere se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza della situazione e, per quanto di loro competenza, intendano fornire delucidazioni circa le motivazioni alla base del provvedimento di trasferimento del comandante Iacono.

(4-02660)

Interrogazioni, da svolgere in Commissione

A norma dell'articolo 147 del Regolamento, la seguente interrogazione sarà svolta presso la Commissione permanente:

7ª Commissione permanente(Istruzione pubblica, beni culturali, ricerca scientifica, spettacolo e sport):

3-01195, del senatore Zeller ed altri, sulla tutela della minoranza linguistica slovena in Friuli-Venezia Giulia.

Interrogazioni, ritiro

È stata ritirata l'interrogazione 4-02646, del senatore Augello.