Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 006 del 27/03/2013
Azioni disponibili
SENATO DELLA REPUBBLICA
------ XVII LEGISLATURA ------
6a SEDUTA PUBBLICA
RESOCONTO STENOGRAFICO (*)
MERCOLEDÌ 27 MARZO 2013
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Presidenza del presidente GRASSO
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(*) Include l'ERRATA CORRIGE pubblicato nel Resoconto della seduta n. 7 del 2 aprile 2013
(N.B. Il testo in formato PDF non è stato modificato in quanto copia conforme all'originale)
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N.B. Sigle dei Gruppi parlamentari: Grandi Autonomie e Libertà: GAL; Il Popolo della Libertà: PdL; Lega Nord e Autonomie: LN-Aut; Movimento 5 Stelle: M5S; Partito Democratico: PD; Per le Autonomie (SVP, UV, PATT, UPT) - PSI: Aut (SVP, UV, PATT, UPT) - PSI; Scelta Civica per l'Italia: SCpI; Misto: Misto; Misto-Sinistra Ecologia e libertà:Misto-SEL.
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RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza del presidente GRASSO
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 17,37).
Si dia lettura del processo verbale.
DI GIORGI, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del giorno precedente.
PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Su affermazioni apparse sul blog del capo del Movimento 5 Stelle
MUSSOLINI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MUSSOLINI (PdL). Signor Presidente, colleghi, intorno alle ore 13,30 sono apparse dichiarazioni gravissime fatte dal capo del Movimento 5 Stelle ai danni di partiti che poi nelle Commissioni vengono lodati: è successo anche nella Commissione speciale per l'esame dei disegni di legge di conversione di decreti-legge. Si tratta di frasi veramente ingiuriose ed oltraggiose alle quali, ancora una volta, come ho fatto ieri, non starò qui a replicare.
Chiedo al capogruppo Vito Crimi di smentire queste dichiarazioni, altrimenti, caro Presidente, faccio un richiamo agli articoli 66 e 67 del Regolamento del Senato.
Noi purtroppo, colleghi, qui avremo un problema, perché dichiarazioni politiche estremamente gravi potranno essere fatte in sede extraparlamentare: di questo bisognerà senz'altro tenere conto nel Regolamento del Senato. Quindi, ripeto, invito il capogruppo Crimi a smentire tali dichiarazioni, altrimenti chiedo che vengano applicate delle sanzioni disciplinari. (Applausi dal Gruppo PdL e dei senatori Ranucci, Marcucci e Romano).
CRIMI (M5S). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CRIMI (M5S). Signor Presidente, la senatrice Mussolini si riferisce ad un post comparso sul blog di Beppe Grillo e il fatto che ciò avvenga in luogo extraparlamentare è una responsabilità del signor Giuseppe Piero Grillo. Quindi, io non ho in questa veste alcun dovere di smentire le sue dichiarazioni.
Pertanto, qualora in questa sede dovessimo tenere dei comportamenti disciplinarmente rilevanti ne risponderemo, io in prima persona o ogni singolo senatore, ma non risponderemo sicuramente per dichiarazioni cui, tra l'altro, anche altri capi politici ci hanno abituato negli anni in altre occasioni. (Applausi dal Gruppo M5S).
Lettera del Presidente della Regione Siciliana
in merito alla revoca dell'assessore Battiato
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, approfitto di questo tema per leggere la nota che, proprio a seguito dell'intervento di ieri della senatrice Mussolini e dei contatti avuti con il Presidente della Regione Siciliana, il presidente Crocetta ha inviato perché potessi partecipare a tutto quanto il Senato:
«Illustre Presidente
sento il dovere, nella qualità di Presidente della Regione siciliana e cittadino rispettoso delle Istituzioni della Repubblica Italiana e dei suoi rappresentanti, esprimerLe fermo dissenso e riprovazione per i contenuti ed i toni di quanto affermato negli scorsi giorni da Franco Battiato nei confronti di parti politiche e singoli rappresentanti del Parlamento nazionale.
La gravità delle dichiarazioni dallo stesso formulate, che non possono essere emendate da alcun chiarimento o precisazione, assume ancor più rilievo in considerazione della carica di Assessore della Regione siciliana dallo stesso ricoperta e dal luogo in cui le stesse sono state rilasciate.
La mancanza di rispetto dimostrata dallo stesso per le Istituzioni italiane e comunitarie ed i loro rappresentanti determina il venir meno di un requisito che ritengo fondamentale per ricoprire una carica nel Governo regionale da me presieduto ed un vulnus irreparabile del rapporto che legava lo stesso Assessore al Presidente della Regione ed alla Giunta regionale.
Le rappresento pertanto che, con effetto immediato, ho provveduto a far cessare Franco Battiato dalla carica di Assessore regionale.
Con la stima di sempre.
Rosario Crocetta». (Applausi dai Gruppi PD, PdL, GAL e SCpI).
Governo, accettazione di dimissioni di Ministri ed assunzione,
ad interim, di incarico da parte del Presidente del Consiglio dei ministri
PRESIDENTE. Comunico che il Presidente del Consiglio dei ministri ha inviato, in data 26 marzo 2013, la seguente lettera:
«Onorevole Presidente,
La informo che il Presidente della Repubblica, con proprio decreto in data odierna, adottato su mia proposta, ha accettato le dimissioni rassegnate dall'ambasciatore Giuliomaria Terzi di Sant'Agata dalla carica di Ministro degli affari esteri. Con il medesimo decreto il Presidente della Repubblica mi ha conferito l'incarico di reggere ad interim il predetto dicastero.
Devoti ossequi f.to Mario MONTI».
Governo, composizione
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, do lettura della nota inviata dal Presidente del Consiglio dei ministri:
«Roma, 27 marzo 2013
Onorevole Presidente,
informo la S. V. che, con decreto del Presidente della Repubblica, in data odierna, adottato su mia proposta, previa approvazione da parte del Consiglio dei Ministri, a norma dell'articolo 10, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, delle deleghe di funzioni da me conferite quale Ministro ad interim degli affari esteri, è stato attribuito il titolo di Vice Ministro ai Sottosegretari di Stato presso il medesimo Dicastero, dott.ssa Marta Dassù e dott. Staffan de Mistura.
Devoti ossequi f.to Mario MONTI».
Informativa del Presidente del Consiglio dei ministri sulla vicenda dei due fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone e conseguente discussione (ore 17,45)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Informativa del Presidente del Consiglio dei ministri sulla vicenda dei due fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone».
Ha facoltà di parlare il presidente del Consiglio dei ministri e ministro degli affari esteri ad interim, senatore Monti.
MONTI, presidente del Consiglio dei ministri e ministro degli affari esteri ad interim. Signor Presidente, onorevoli senatori, prendo la parola oggi in quest'Aula, come ho fatto poco fa alla Camera dei deputati, perché, dopo le comunicazioni rese ieri alla Camera dal ministro degli affari esteri Giulio Terzi di Sant'Agata e l'annuncio in Aula delle sue dimissioni, credo sia dovere istituzionale del Presidente del Consiglio presentare al Parlamento e al Paese le valutazioni che hanno guidato l'azione del Governo nella vicenda che coinvolge i nostri due fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, e che ha portato ad una grave crisi nei rapporti con l'India.
Oltre a questo dovere istituzionale, avverto anche quello morale e politico di rivolgermi non solo ai due fucilieri di Marina Latorre e Girone, ma a tutti i nostri soldati, alle forze dell'ordine, ai diplomatici, ai funzionari dello Stato e ai volontari che operano in missioni all'estero, in teatri lontani e in condizioni di rischio, per difendere l'incolumità dei nostri cittadini, l'interesse nazionale, i valori e l'onore della Repubblica italiana. (Applausi dai Gruppi SCpI, PD e PdL e e del senatore Marton).
Vorrei, anzitutto, ricapitolare brevemente i fatti, ormai noti, che hanno determinato questa tragica vicenda, fino alle dimissioni, inattese, del Ministro degli esteri.
Il 15 e il 16 febbraio 2012 sono accaduti due fatti: le vite di due pescatori indiani del Kerala sono andate perdute, in un incidente le cui dinamiche sono ancora oggetto di verifica giudiziaria, e una nave battente bandiera italiana è stata fatta entrare, con motivazioni pretestuose, nel porto di Kochi. Qui ha avuto inizio il dramma umano, personale e professionale dei nostri due fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, che svolgevano, con abnegazione e indiscutibile professionalità, una missione di contrasto alla pirateria nell'Oceano Indiano; missione di contrasto riconosciuta dall'ONU come contributo alla sicurezza internazionale e a cui l'Italia dà un contributo rilevante.
Il Governo ha subito protestato con fermezza per il vulnus creato dalla decisione indiana di bloccare una nave italiana protetta da militari italiani impegnati in azioni di contrasto alla pirateria in acque internazionali. Da quel 16 febbraio l'impegno mio personale e del Governo è stato assoluto. Il sottosegretario De Mistura è stato inviato nel Kerala per verificare personalmente il trattamento riservato ai due fucilieri di Marina, arrivando anche a frapporsi fisicamente al trasferimento di Latorre e Girone nella prigione ordinaria di Kochi e ottenendo un trattamento più consono al loro status.
Allo stesso tempo, l'Italia ha sollecitato il sostegno dei nostri più autorevoli partner europei, americani, africani e asiatici e in ambito ONU, facendo leva sulle preoccupazioni per il grave rischio creatosi con un tale precedente per lo status dei militari coinvolti nelle operazioni di contrasto alla pirateria. Nel corso di quei mesi ho preso contatto personalmente più volte con il primo ministro indiano Singh e ho colto l'occasione di diverse riunioni bilaterali e multilaterali, come il G8 e il G20, per spiegare ai Paesi alleati e alla comunità internazionale la posizione italiana e per sollecitare il loro intervento di condanna nei confronti di un comportamento, quello delle autorità indiane, suscettibile di indebolire l'azione della comunità internazionale nell'attività di contrasto alla pirateria. Lo stesso messaggio ho dato personalmente al Segretario generale delle Nazioni Unite in occasione dell'Assemblea generale a New York.
Contemporaneamente, è stato obiettivo del Governo tentare di isolare questa vicenda dall'insieme complessivo dei rapporti bilaterali con l'India. La priorità dell'azione del Governo è stata, infatti, sempre quella di assicurare l'incolumità, la sicurezza e la dignità dei nostri due marò e di tutti i cittadini italiani che si trovano, per motivi personali o di lavoro, in India, partner economico e commerciale - come è noto - di primaria importanza. Tale obiettivo è sempre stato la finalità fondamentale di ogni iniziativa del Governo.
Consentitemi di respingere con forza qualsiasi illazione su possibili scambi o accordi riservati. Le valutazioni su possibili interessi economici non hanno condizionato l'obiettivo prioritario di tutela dei nostri connazionali. Abbiamo tessuto con pazienza una tela di relazioni con l'India che ha consentito di migliorare sensibilmente le condizioni dei nostri marò, sino ad ottenere il loro trasferimento a New Delhi, presso l'ambasciata d'Italia. Nessuna strategia di contrapposizione frontale avrebbe portato a risultati diversi, perché si sarebbe scontrata con il dato di fatto che i nostri due fucilieri erano trattenuti nelle mani della giustizia indiana.
L'intensa azione del Governo ha consentito di mantenere un dialogo difficile, ma costante, con New Delhi. Ad esito di tale progressivo miglioramento del contesto in cui si collocava la vicenda, il Governo italiano ha chiesto ed ottenuto due successivi permessi di rientro in Italia, ravvicinati e di durata prolungata, che sono stati oggetto di forti critiche sulla stampa indiana. Desidero sottolineare che si trattava di risultati concreti e tutt'altro che scontati.
Per consentire ai due fucilieri di rientrare temporaneamente alle loro case in occasione delle festività natalizie, il Governo richiese nel mese di dicembre un permesso alle autorità indiane. Analogo permesso speciale - questa volta di un mese - fu richiesto successivamente, ed ottenuto, per consentire ai nostri militari di partecipare alle elezioni politiche. In entrambi i casi il Governo e, singolarmente, i nostri due militari si sono formalmente impegnati, tramite affidavit, al ritorno in India al termine del periodo stabilito. Si è trattato di impegni formali che il Governo ha assunto nei limiti dettati dal rispetto del nostro ordinamento costituzionale, nella consapevolezza della necessità di mantenere fede alla parola data e salvaguardare la credibilità dell'immagine internazionale dell'intero Paese.
Ricordo che fra i due permessi è intervenuta la sentenza della Corte suprema indiana del 18 gennaio, che accertava per la prima volta che i fatti si erano verificati al di fuori delle acque territoriali indiane e che sottraeva la giurisdizione del caso allo Stato del Kerala. Tuttavia, la Corte suprema negava la giurisdizione dello Stato di bandiera della nave e non faceva alcun cenno alla questione dell'immunità funzionale degli organi dello Stato. Al contrario, affermava la giurisdizione dell'Unione dell'India a giudicare i due fucilieri di Marina. In particolare, la Corte suprema, in maniera contraddittoria e senza adeguata motivazione, rivendicava l'esercizio di diritti sovrani di giurisdizione dell'India anche nella zona di mare dove si era verificato l'incidente, in contrasto con una norma della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, nota come UNCLOS (United Nations Convention on the Law of the Sea). Tale Convenzione limita i poteri dello Stato costiero nella zona contigua, quella tra 12 e 24 miglia, a casi specifici, tra i quali non rientra l'incidente della navigazione.
La questione veniva sempre dalla stessa sentenza sottoposta ad una corte speciale in India, da costituirsi successivamente per giudicare i due marò. La Corte suprema indicava che la corte speciale avrebbe dovuto valutare in prima battuta se il caso dei due fucilieri di Marina dovesse essere affrontato dai due Governi nel quadro dell'UNCLOS (la citata Convenzione delle Nazioni Unite), che fa riferimento, all'articolo 100, all'impegno degli Stati firmatari a cooperare nella lotta contro la pirateria.
Su questa base il Governo ha prontamente agito per avviare consultazioni con il Governo indiano che portassero all'apertura di una procedura arbitrale. In questo modo si sarebbe potuto sciogliere, in una sede neutra e in modo oggettivo, il punto giuridico più controverso, cioè quello della giurisdizione competente a giudicare dei fatti. Alla nostra richiesta di avvio di consultazioni bilaterali su questo punto vi è stata, tuttavia, una chiusura da parte indiana.
All'esito di una serie di riunioni, già riferite nella relazione letta ieri alla Camera dei deputati dall'allora Ministro degli esteri, relazione che sarebbe stata presentata ieri al Senato se egli non si fosse dimesso, si constatò che da parte indiana non si era manifestata alcuna disponibilità neppure a comunicare le caratteristiche del costituendo tribunale ad hoc, con le conseguenti possibili violazioni di principi costituzionali ed internazionali che finivano per invalidare anche i termini dell'affidavit, affidavit che - voglio ricordarlo e sottolinearlo - espressamente collegava gli impegni assunti dall'Italia alla necessità di attuarli - cito - «nell'ambito dei propri poteri costituzionali».
Come vedete, la verifica della compatibilità costituzionale non era pretestuosa ma doverosa, anche e proprio alla luce degli impegni assunti dall'Italia.
La nostra iniziativa è sempre stata volta a garantire il contesto nel quale andavano giudicati i due militari italiani: processo giusto, in tempi ragionevoli, con esclusione di pene incompatibili con il nostro sistema costituzionale. Questa linea è sempre stata presente in tutte le fasi della vicenda, e quindi sia nella fase in cui è stata predisposta la nota verbale, poi trasmessa l'11 marzo, sia nella fase in cui, il 21 marzo, si è tenuta la riunione del Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica (CISR).
Infatti, devo aggiungere che, al visibile accrescersi della tensione e al subentrare di qualche dubbio circa l'efficacia della operatività della strategia concordata in sede governativa con il Ministro degli affari esteri, ho ritenuto di seguire in prima persona la materia, non solo attraverso consultazioni ma investendo della questione il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica, che è presieduto dal Presidente del Consiglio e composto dai Ministri degli affari esteri, della difesa, della giustizia, dell'interno, dell'economia e delle finanze e dello sviluppo economico.
Come ho appena ricordato, l'11 marzo gli indiani venivano da noi informati della richiesta di avviare consultazioni bilaterali ex articolo 100 dell'UNCLOS e che i due militari non avrebbero fatto rientro in India, in pendenza dell'avvio di un processo di consultazioni tra Roma e New Delhi, anche a livello semplicemente informale, tra esperti giuridici dei due Paesi. Anche di questi sviluppi tenevamo al corrente il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, e l'Alto rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri, Catherine Ashton. Si trattava quindi di una decisione in itinere destinata ad essere rivista alla luce delle auspicate consultazioni bilaterali e che, quindi, non avrebbe dovuto essere oggetto di precipitose dichiarazioni alla stampa, che il ministro Terzi ritenne invece di rilasciare, anticipando un risultato finale che non poteva ancora darsi per scontato.
Contemporaneamente, la posizione indiana si irrigidiva, lasciando spazio a dichiarazioni aggressive, sfociate poi nell'ingiunzione da parte della Corte suprema al nostro ambasciatore a New Delhi, che ne limitava in maniera inaccettabile la libertà di movimento, in palese violazione della Convenzione di Vienna.
È in questo frangente che New Delhi, da una parte, minacciava di ricorrere a misure ritorsive e, dall'altra, a partire dal 20 marzo, ci indirizzava segnali di disponibilità a risolvere la controversia in tempi brevi, sul presupposto del ritorno dei marò alla data prevista del 22 marzo.
Pertanto, il 20 e di nuovo il 21 marzo, il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica, cui ho già fatto cenno, si è riunito per analizzare la situazione alla luce di questi sviluppi. Il CISR, a fronte del grave acuirsi della crisi con l'India, nonché a fronte dell'indicazione da parte indiana di una disponibilità a riprendere in extremis un dialogo sulla base del rispetto dell'affidavit, ha chiesto al ministro Terzi quali fossero gli elementi concreti di sostegno reale all'azione dell'Italia.
Constatato che sussistevano rischi seri e oggettivi che l'Italia si trovasse isolata sul piano internazionale rispetto ad una crisi di gravi proporzioni con l'India, il CISR unanimemente ha condiviso la necessità di verificare se, da parte indiana, si potessero ricevere assicurazioni formali su due aspetti fondamentali: primo, lo status e la dignità dei nostri marò al loro eventuale rientro in India; secondo, l'esclusione della pena capitale dalla costituenda corte speciale.
Altre assicurazioni, che rientravano nella stessa strategia di riapertura del dialogo, venivano esaminate, ma non considerate pregiudiziali come le prime due che ho citato. Si trattava, in particolare, dell'avvio della procedura arbitrale ex articolo 100 dell'UNCLOS e del ripristino dell'immunità per il nostro ambasciatore. Quest'ultima assolutamente rilevante, tanto che l'Italia ha avanzato e continuerà ad avanzare tutti i passi necessari per riaffermare questo irrinunciabile principio, ma che nella fattispecie veniva risolta in re ipsa con il rientro dei marò entro la data prevista, conformemente alle assicurazioni fornite al sottosegretario De Mistura dalle autorità indiane prima della sua partenza.
Tali assicurazioni sono state ricevute per iscritto nel pomeriggio del 21 marzo e pertanto, sulla base di una dolorosa, responsabile ed encomiabile disponibilità dei marò, che hanno dato un'ulteriore prova del loro esemplare attaccamento al Paese, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone hanno fatto rientro in India accompagnati dall'inviato speciale De Mistura. (Applausi dai Gruppi SCpI e PD).
Attualmente i due marò si trovano nella residenza dell'ambasciatore italiano.
Si è trattato di una decisione difficile e dolorosa, ma che ci è apparsa necessaria per garantire l'onorabilità del nostro Paese e dell'uniforme che i nostri militari indossano con giusto orgoglio e per consentire di riportare l'intera questione nell'alveo di una controversia puntuale tra due Stati sovrani, evitando che una contrapposizione sistemica potesse di fatto pregiudicare non solo il rapporto bilaterale tra Italia e India, ma anche ogni possibile soluzione definitiva e concordata di questa drammatica vicenda. Abbiamo notizia dal sottosegretario, ora vice ministro, De Mistura che in sede di vertice dei Paesi BRICS, di cui l'India è parte, svoltosi nei giorni scorsi in Sudafrica, cominciava ad essere presa in considerazione, su richiesta indiana, l'ipotesi di misure congiunte da parte dei BRICS (sigla che, come ben sapete, sta a significare Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) nei confronti dell'Italia.
Pur con la prudenza che deve accompagnare qualsiasi valutazione su un'azione che è ancora in corso, vorrei sottolineare quanto è stato conseguito in questi ultimi giorni. Abbiamo avviato un dialogo politico, abbiamo individuato un percorso verso una soluzione rapida, sia essa negoziata o per via giudiziale, reimpostando l'itinerario giudiziario. Abbiamo, infine, disinnescato stampa e opinione pubblica indiane a tutela dei nostri connazionali e delle nostre 483 imprese operanti in India, ma soprattutto dei nostri connazionali: abbiamo ricevuto manifestazioni di preoccupazione vivissima dalle imprese operanti in India circa il destino dei nostri connazionali.
Auspico che il prossimo Governo continui a sviluppare il dialogo sin qui delineato e possa così raccoglierne presto i frutti. Sarà anche opportuno verificare i meccanismi applicativi della normativa che disciplina le nostre attività di contrasto alla pirateria, eventualmente rivedendo la legislazione stessa per definire meglio in particolare la catena di comando delle operazioni.
Questa, signor Presidente e onorevoli senatori, è la ricostruzione dei fatti e del percorso logico che ha ispirato l'azione del Governo; percorso ed azione che sono stati pienamente condivisi dall'allora ministro degli affari esteri Terzi, come da lui stesso in più occasioni anche pubblicamente affermato. Basta ripercorrere le numerose dichiarazioni rilasciate alla stampa in tal senso, non ultima la sua articolata intervista al quotidiano «la Repubblica» del 22 marzo, intitolata: «Non rischiano più la pena di morte, giusto lo strappo, non mi dimetto», nella quale, escludendo espressamente le proprie dimissioni, dimostrava di condividere la decisione assunta dal CISR nelle ore precedenti.
Con riferimento alle dimissioni del Ministro degli affari esteri, desidero dire in quest'Aula che sono rimasto stupefatto sia per ciò che il Ministro ha fatto, sia per ciò che il Ministro non ha fatto in connessione con le sue dimissioni: per ciò che ha fatto, cioè il modo in cui ha reso note le sue dimissioni senza alcuna informazione al Presidente del Consiglio e neppure al Presidente della Repubblica, ma soprattutto per ciò che non ha fatto.
Il ministro Terzi ha partecipato alle riunioni del CISR, non ha manifestato dissensi; ha partecipato delle conclusioni unanimi di quelli riunioni. Ieri mattina, dalle ore 11 alle 13, si è tenuta nel mio ufficio a Palazzo Chigi una riunione alla quale hanno partecipato il ministro Terzi, il ministro Di Paola e, in consultazione telefonica, il ministro Severino e altri nostri collaboratori per la messa a punto delle dichiarazioni del Governo che il Ministro degli affari esteri nel pomeriggio, accompagnato dal Ministro della difesa, avrebbe pronunciato alla Camera dei deputati. Abbiamo discusso per due ore questa importante comunicazione: né durante, né alla fine, né dopo questo lavoro comune il Ministro ha manifestato particolare disagio o l'intenzione di dimettersi.
Noi tutti sappiamo che se si tiene a modificare una decisione in corso di assunzione che non si condivide, soprattutto se si è il primo titolare della materia di cui si tratta, si esercitano argomentazioni, al limite si può anche dire: caro Presidente, cari colleghi, guardate che non condivido e sono pronto alle dimissioni. Questo non è avvenuto. Invece le dimissioni sono state annunciate pubblicamente nel pomeriggio in un'Aula del Parlamento. Questa modalità sconcertante, unita alle precedenti dichiarazioni del Ministro degli affari esteri, mi fanno ritenere che le dimissioni avessero finalità che non conosco, che non mi permetto di immaginare neppure, ma diverse da quella dell'indurre ad una modifica della decisione che il Governo prendeva.
Voglio concludere rendendo di nuovo omaggio ai nostri due marò e all'atteggiamento di grande senso di responsabilità che hanno tenuto. Li ho incontrati a Palazzo Chigi alla presenza del loro Ministro e loro ammiraglio, Di Paola, il pomeriggio prima della loro partenza. Hanno tenuto un comportamento assolutamente esemplare. Desidero qui riportarvi una sottolineatura che riguarda il Parlamento, una sottolineatura che ho fatto io stesso, che ha tranquillizzato l'avvocato che li accompagnava e che è la seguente. Avendo, a nome del Governo, assicurato i due marò... (Commenti della senatrice Alberti Casellati) che avremmo esercitato ogni cura, ogni sostegno, non solo per la loro situazione ma anche per quella delle loro famiglie, il marò Massimiliano Latorre ha detto: «Presidente, vi ringraziamo di questo. Ci fidiamo della parola sua e del Ministro della difesa». Avrebbero poi avuto nel pomeriggio un'interlocuzione telefonica (forse era già avvenuta) con il Capo dello Stato. «Ma, dovete capirci, il Governo è dimissionario, il Presidente della Repubblica è vicino al termine del suo mandato, tutto evolve in Italia e chissà se potremo fidarci di queste assicurazioni». Ho risposto spontaneamente che tutto evolve, ma un organo, il più importante di tutti, il Parlamento, è stato appena eletto e speriamo tutti che duri per i cinque anni di vita naturale previsti dalla nostra Costituzione. Mi è venuto spontaneo dire: «Certamente riferiremo al Parlamento e sottolineeremo l'impegno che il Paese prende nei vostri confronti, in modo che tale impegno sia depositato presso il Parlamento ad ulteriore conforto nei confronti vostri e delle vostre famiglie».
Vi ringrazio per la vostra attenzione. (Applausi dai Gruppi SCpI e PD).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sull'informativa del Presidente del Consiglio dei ministri.
È iscritto a parlare il senatore Compagna. Ne ha facoltà.
COMPAGNA (GAL). Signor Presidente del Senato, onorevoli membri del Governo, la ricostruzione del Presidente del Consiglio ci sembra insoddisfacente, lacunosa e contraddittoria. Quella tela di relazioni con l'India, alla quale si è rifatto in apertura delle sue considerazioni il Presidente del Consiglio, è stata, nello svolgimento della vicenda, tutt'altro che coerente, ed è ambiguo, ipocrita, ricostruire la vicenda alla luce di una coerenza che non c'era: quella tela era mal tessuta, è stata probabilmente mal pensata e peggio eseguita. Questo al di là dei giudizi su questo o quel personaggio dell'azione di Governo.
Da questo punto di vista mi paiono ingiuste e ingenerose le considerazioni fatte sull'ambasciatore Terzi o altre, di tipo evidentemente opposto, sull'ammiraglio Di Paola. No, io credo - e questo era lo spirito con il quale da ieri ci accingevamo a questo dibattito - di dover dimostrare rispetto e soprattutto affetto nei confronti di quei due soldati italiani che domenica scorsa si erano rivolti alla politica italiana per chiedere concordia e compostezza e invece, sul «Corriere della Sera», imperversavano dichiarazioni sguaiate, militari, diplomatiche e politiche.
Ma torniamo a noi. Che cosa ha indotto Nuova Dehli, non già ad ammorbidire le proprie posizioni, ma a ritenere di poter giocare una partita di forza rispetto ad un Paese giudicato debole e incerto? Lasciamo perdere, signor Presidente del Consiglio, almeno in quest'Aula, la retorica sull'onore e l'onorabilità. Lasciamo perdere. Questa convinzione è stata alimentata dalla girandola di dichiarazioni improvvisate con cui, in un primo momento, da parte italiana si è arrivati a negare ogni responsabilità. Poi si è arrivati ad indennizzare le famiglie di pescatori: un gesto probabilmente nobile, ma che alla classe politica e alla diplomazia indiane è parso come una ulteriore ammissione di colpevolezza. Mentre invece non si è mai detto alto e forte - a sinistra direbbero senza se e senza ma - che non era un omicidio, semmai un fatto preterintenzionale, perché le vittime erano state scambiate per pirati. Questo avrebbe dovuto dire e ribadire la diplomazia italiana, forse prima e forse più della rissa sul miglior tribunale di giurisdizione.
Poi, quanta ingenuità, quanta rozzezza, presidente Monti, in quelle richieste di aiuto e collaborazione a Paesi come la Russia e il Regno Unito, ambedue in evidente declino d'influenza su un Paese come l'India. E meno male, signor Presidente del Consiglio, che da parte sua non si è immaginato di giocare la carta dell'europeismo, dell'Unione europea, la cui capacità di pressione politica su un Paese come l'India è notoriamente scarsissima. Non a caso, il Ministero degli esteri indiano continua a non avere un dipartimento per i rapporti con l'Unione europea e a gestire i rapporti con i Paesi membri secondo l'antica ripartizione tra occidentali e orientali. Il che non giustifica le triviali dichiarazioni della nobildonna Ashton, la cui insensibilità nei confronti di due vite umane, quelle dei nostri marò, è francamente... stavo per dire una parola troppo forte. Meglio lasciare i puntini di sospensione.
Può darsi che l'Italia sia stata nei primi anni dell'indipendenza indiana un partner importante, però lei ha fatto bene, presidente Monti, a respingere illazioni su interessi economici.
L'Italia non è l'America. L'Italia non poteva mettere in gioco una sua special relationship con Nuova Delhi per risolvere una querelle non diversa da quella che, solo qualche settimana dopo, avrebbe coinvolto la marina americana al largo dell'Oman e sarebbe stata archiviata senza che il Governo indiano fiatasse, almeno pubblicamente.
L'Italia non è gli Stati Uniti d'America, però avrebbe avuto - lei vi ha accennato fugacemente ad un certo punto nella sua ricostruzione - uno strumento per esercitare su Nuova Delhi una pressione negoziale di un certo peso. L'India tiene moltissimo ad affermare un ruolo di Paese rispettoso degli obblighi internazionali e responsabile nel quadro della sua aspirazione a diventare membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Quando lei ha parlato di un suo incontro con il Segretario generale delle Nazioni Unite, mi sono chiesto: perché l'Italia non è intervenuta con una denuncia tempestiva e forte all'Assemblea generale dell'ONU, dove avrebbe avuto un certo peso richiamare quell'Assemblea al rifiuto dell'India di fare ogni sforzo nella lotta internazionale alla pirateria, per di più, per ragioni di politica interna? L'Italia, con un'azione di questo genere, forse non avrebbe trovato una maggioranza significativa nello schieramento terzomondista dell'Assemblea generale, ma avrebbe creato a Nuova Delhi dei problemi e probabilmente avrebbe indotto quel Governo ad una maggiore apertura.
Signor Presidente del Consiglio, sulla giornata di ieri non mi pronuncio: non credo che tocchi a quest'Aula né processare l'onore e l'onorabilità di un assente (l'ambasciatore Terzi), né fare il tifo, nonostante la simpatia che merita, per l'ammiraglio Di Paola.
Il problema è un altro. Nella seduta del Parlamento di ieri erano stati previsti due interventi: quelli dei cosiddetti Ministri di settore. Non è la prima volta che le dico, presidente Monti, che esiste il Governo, esiste il Parlamento ed esiste una terza istituzione non meno importante: il Governo in Parlamento! E il Governo in Parlamento non parla con i Ministri di settore, si assume la responsabilità politica. Invece, in molte decisioni il suo Governo, che forse anche per colpa mia e di altri colleghi aveva il limite di viaggiare con la fiducia incorporata fin dalla partenza dei provvedimenti, ha trascurato ogni rapporto con il Parlamento in materia di politica internazionale.
Mi sembra che alla Camera qualcuno abbia evocato, forse a danno dello stesso ministro Terzi, come sia stata sguaiata e improvvida la decisione assunta su Israele e la Palestina, intervenuta dopo che avevate sentito il Parlamento quattro giorni prima, quando vi era stata detta tutt'altra cosa.
Per non rifarmi solo alla Camera mi permetto di aggiungere che l'avvisaglia pericolosa era emersa già qualche mese fa, quando la Francia aveva deciso di intervenire contro i ribelli e i terroristi separatisti in Mali, e il Parlamento italiano, sollecitato dal Governo, aveva riunito le Commissioni esteri e difesa congiunte in cui ci eravamo espressi a favore di un appoggio concreto alle operazioni, anche senza l'invio diretto ed immediato di truppe combattenti. Poi, quei parlamentari che avevano partecipato a quella riunione vennero a sapere non in Parlamento, né dal Governo in Parlamento che, invece, nei giorni successivi il Governo aveva deciso di non farne nulla sostenendo che questa era la reale volontà delle forze politiche da lui consultate, evidentemente fuori dal Parlamento.
Signor Presidente del Consiglio, questo comportamento che ha fatto del male alle Istituzioni rende molto difficile la vicenda di quei due nostri concittadini ai quali sento di dovere compostezza e ricerca di concordia, per quanto possibile. Tuttavia, non può esserci un'acritica accettazione di questa o quella ambizione personale.
Signor Presidente del Consiglio, lei adesso assume la responsabilità anche della Farnesina. Mi auguro che lo faccia con meno superficialità di quella dimostrata dieci giorni fa quando si è dichiarato disponibile alla Presidenza del Senato. Nella storia d'Italia tanta mancanza di rispetto per il Senato e per il Governo costituisce davvero un fatto inedito. Non è una critica alla persona, ma un contributo alla trasparenza delle Istituzioni. (Applausi dai Gruppi GAL e PdL).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Nencini. Ne ha facoltà.
NENCINI (Aut (SVP, UV, PATT, UPT) - PSI). Signor Presidente, onorevoli senatori, quando ieri pomeriggio, Presidente Monti, si è riunita la Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari abbiamo accolto con favore - e la saluto volentieri ricordando le parole del presidente del Senato, senatore Grasso - la sua immediata correzione di rotta e la sua disponibilità a partecipare alla Camera dei deputati e al Senato per spiegare quanto fosse avvenuto.
Devo dire con la stessa franchezza che non ho ascoltato nessun esame di coscienza da parte del Governo e non ho ascoltato, nonostante l'attenzione, nessuna proposta, presiedendo lei un Governo tuttora in carica, che sia di servizio per la salute dei due marò. Ha fatto bene, invece, a non correggere la rotta circa le dimissioni del ministro Terzi.
L'incontro di oggi al Senato e prima alla Camera hanno come fatto centrale non le dimissioni del Ministro, non le manovre di contorno (di cui si legge e che vanno condannate ancorché gravi, se vi fossero state): rimane come fatto principale la gestione della crisi diplomatica e la sorte dei due marò. Quindi, lei ha fatto benissimo a tenere il punto sull'oggetto al centro della seduta odierna del Senato della Repubblica.
Colpiscono - bisogna metterlo in testa ad ogni altra valutazione - le tardive coscienze in movimento libere al posto dell'interesse dello Stato. C'è da augurarsi che non si tratti di coscienze che per pentirsi si appoggiano sulla pelle dei due marò, perché sarebbe una delle ulteriori scorrettezze sulle quali verrebbe meno un'altra parte dell'onorabilità dello Stato.
I fatti. Non ripercorrerò cronologicamente i fatti come lei li ha ricordati e che possiamo correttamente leggere ormai da giorni sulla stampa quotidiana. Cito soltanto l'incipit, perché trovo che lì sia la madre di una serie di problemi sui quali poi il Governo è dovuto intervenire. Nel luglio 2011 il Governo, che lei non presiedeva (quello precedente), con un decreto ha appaltato un servizio pubblico, che è uno dei pochi oggetti di fondamento di uno Stato, a privati, ed è stato fatto senza dotarci di alcun potere di condizionamento e senza fissare risolute regole di ingaggio. Trovo che in quel decreto risieda una delle cause, se non la maggiore, di ciò che è avvenuto successivamente. E, lì sta l'inizio di una catena inverosimile di errori dei quali lei avrebbe dovuto parlare al Senato.
La domanda rimane la stessa: come si scioglie il dramma rispetto al quale i due marò ci richiamano alle nostre attenzioni e responsabilità, in ultimo, con una lettera aperta pubblicata dalla stampa italiana pochi giorni fa? Perché guardare ai due soldati italiani anziché logorarci sugli errori fatti e prima ancora di pensare alle annunciate commesse economiche da parte del Governo indiano, rimane la condizione più rilevante.
Ho sempre pensato che la credibilità nazionale e la risoluzione del dramma dei due fucilieri del reggimento San Marco appartenessero allo stesso nodo: l'uno non si scioglie senza aver affrontato e sciolto l'altro. Salvare le relazioni economiche con l'India non può pregiudicare né l'onore dello Stato né la lealtà verso due soldati italiani in attesa di giudizio.
Questa è la ragione per cui le rivolgerò le domande alle quali speravo che lei avrebbe risposto nella sua relazione. Dobbiamo sapere dove stanno le responsabilità: se stanno in un Ministro, in due Ministri, in più Ministri o nel Governo nella sua collegialità. Presidente Monti, lei non può citare - cito, spero testualmente - «la disponibilità dei due marò a fare ritorno in India». Noi dobbiamo sapere dove sono le responsabilità del Governo e dobbiamo saperlo nell'Aula suprema che è quella del Senato della Repubblica. (Applausi dal Gruppo Misto-SEL).
Dobbiamo sapere chi guida questa fase delicata, perché il tradimento è la parola data, che c'è stato. Lei lo ha ammesso quando ha detto - cito - «impegno al ritorno in India assunto dal Governo». Chi guida questa nuova fase, se c'è stata una parola tradita precedentemente?
Dobbiamo conoscere anche l'opinione del Governo su quella che da 500 anni definiamo ragion di Stato, perché anche il più realista degli ambasciatori ne «Il principe» scrive: «Non si può chiamare virtù tradire gli amici, non si può chiamare virtù essere senza pietà».
Bisogna sapere quali sono le cause che hanno condotto il Governo a cambiare opinione due volte in pochi giorni. Tutto questo, signor Presidente, al di là della utilizzazione che va evitata, la strumentalizzazione del caso marò per emettere un giudizio generale sul Governo che lei presiede. Non è questa la sede e non deve essere questa l'occasione, ma non possiamo nemmeno confinare lo stupore per quanto è successo in un angolo buio delle nostre coscienze ed associare il Parlamento, questo nuovo Parlamento, alle responsabilità del Governo in carica, perché questo Parlamento non ha quelle responsabilità.
Che vi fossero delle avvisaglie peraltro (questione già ricordata dal collega che mi ha preceduto) era già evidente: era successo sul caso Palestina, quando evidentemente il meccanismo, la catena del comando aveva subito una qualche interruzione, se non una deviazione rispetto al mandato originario.
Mi permetto in conclusione, signor Presidente, di indicare non due vie alternative, ma di provare a dare una risposta, la mia, a due questioni sulle quali ascolterò volentieri (se non oggi, quando...) le opinioni del Governo che lei presiede. Temo che serva, ma qui c'è un principe, senza ironia ma con correttezza, della diplomazia non soltanto italiana, lo conosco personalmente, in passato ho avuto modo di incrociare le armi con lui e ne ho fiducia piena.
Bisogna sapere però se esiste un canale diplomatico-negoziale parallelo a quello in corso, se già c'è non chiediamo di conoscerlo se non nelle forme che la diplomazia ci consente. Quello che vediamo però è che le Nazioni Unite si sono limitate ufficialmente ad augurarsi una soluzione, ed augurarsi una soluzione, se questa è la posizione delle Nazioni Unite, non è granché.
L'altra cosa che non abbiamo visto in movimento è l'Unione europea. Noi, a differenza di Kissinger, signor Presidente, il numero di telefono della baronessa lo conosciamo e se la baronessa rappresenta l'Unione europea, conosciamo il numero di telefono che Kissinger non conosceva.
In ultimo, un suggerimento a chi arriverà, ma innanzitutto a quest'Assemblea: forse conviene rivedere la norma del luglio 2011, per non affidare a nessun Governo che arriverà una materia di difficile flessibilità, una materia che potrebbe mettere l'Italia di nuovo in condizioni decisamente non favorevoli. (Applausi dai Gruppi Aut (SVP, UV, PATT, UPT) - PSI, PD, M5S e Misto-SEL e del senatore Carraro).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Cristofaro. Ne ha facoltà.
DE CRISTOFARO (Misto-SEL). Signor Presidente del Senato, colleghi senatori, signor Presidente del Consiglio, intervengo con grande preoccupazione nella discussione odierna. Lo sfregio alle Istituzioni, la sceneggiata alla quale abbiamo assistito ieri alla Camera, la fuga dalle proprie responsabilità del ministro Terzi, ci sono sembrate l'epilogo inevitabile di una delle peggiori pagine della storia recente e passata del nostro Paese.
Dalla tragedia alla farsa, ci verrebbe da dire, dopo settimane in cui la successione degli eventi ha compromesso gravemente i rapporti tra due Paesi storicamente amici, come Italia e India. La credibilità internazionale dell'Italia, già messa a dura prova negli ultimi anni, subisce un altro colpo e i gravissimi errori diplomatici compiuti ne sono purtroppo la certificazione.
È come se si fosse giocata una spregiudicata e drammatica partita a carte sulla pelle dei marò, senza che questa potesse avere una via d'uscita che garantisse verità e giustizia. Purtroppo, signor Presidente, questa perdita di credibilità del nostro Paese, che dovrebbe svolgere ben altra funzione, come nella migliore decennale tradizione della nostra politica estera, che per molti anni ha visto l'Italia protagonista di mediazioni alte, centrate sul dialogo tra popoli e non propulsore di scontri, oggi coinvolge persone in carne ed ossa: i militari Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati di omicidio, che meriterebbero un giusto processo e non le speculazioni propagandistiche con tutto il corredo di insopportabile retorica militarista a cui abbiamo assistito anche in questi giorni, di cui la destra si è fatta portavoce.
Per questo, anche per questo, vogliamo pronunciare e ricordare in quest'Aula anche i nomi delle vittime indiane del peschereccio Saint Antony, di cui nessuno si ricorda mai: Selestian Valentine e Ajesh Pinky. Lo facciamo perché siamo indignati dalle ottuse parole di un sindaco di una città del Nord che alimenta lo scontro di civiltà, confondendo la giustizia con la vendetta e il diritto con la rappresaglia.
Il militare Massimiliano Latorre l'altro ieri ha inviato una mail ad un noto giornalista facendo appello a tutto il Parlamento affinché cessino le divisioni e si apra una fase di collaborazione per risolvere questa tragedia.
Noi di Sinistra Ecologia Libertà siamo una forza responsabile e vogliamo attivare tutte le nostre energie per giungere a soluzioni positive, perché siamo convinti sia giusto dare una risposta alle famiglie dei marò detenuti a Nuova Delhi. Tuttavia, per noi responsabilità coincide con verità e rispetto degli accordi e dunque siamo obbligati a fare considerazioni di merito e porre anche alcune domande scomode. Perché si è sottovalutato un dato noto a chiunque mastichi un minimo di diritto comparato, cioè che in un Paese con cultura giuridica anglosassone la parola data è centrale e decisiva in un giudizio delle corti? Perché per giorni abbiamo assistito ad un inquietante balletto di rassicurazioni sulla non applicazione della pena di morte, che tuttora esiste in India, e invece non si è mai fatto riferimento alla sentenza della nostra Consulta del 1996 che ha imposto di non consegnare il reo ad un Paese dove esiste la pena capitale?
Ancora, perché si è lasciata precipitare la situazione senza mai coinvolgere realmente l'Unione europea e la comunità internazionale, quando il caso dei marò ha invaso per mesi tutti i mass media e le riviste specialistiche di affari esteri? Perché, nonostante sia stato concluso nel 2012 il Trattato di amicizia tra India e Italia sul trasferimento delle persone recluse, non è dato sapere se esso è già operativo e dunque se è possibile far valere la giurisdizione italiana? E infine, perché si è dato credito ad una controperizia, quella di un presunto ingegner Di Stefano, viziata da dati incompleti, costruita su dichiarazioni inattendibili e probabilmente condizionata da valutazioni politiche parziali, e forse ispirata da un malcelato sentimento di superiorità occidentale?
La pirateria marittima non è da anni soltanto un portato della letteratura; è una grande questione che nasce dalla dissolvenza di alcuni Stati nazionali e dall'aumento dei traffici commerciali legati alla globalizzazione dell'economia. E gli stessi dati che hanno registrato nel 2012 un decremento degli attacchi alle navi sulla tratta ad Ovest dell'Africa non sono un sufficiente motivo di tranquillità. Le stesse imprese italiane sono, come sappiamo, estremamente preoccupate dalle implicazioni che la vicenda marò può produrre negli scambi commerciali, scambi che tra il 1991 e il 2011 sono cresciuti di dodici volte e che si sono determinati con un volume complessivo di affari di 15 milioni di euro, in particolar modo nei settori della difesa e della cantieristica.
Ma dobbiamo interrogarci su questo, crediamo senza approcci ideologici. Qual è il modo migliore per contrastare la pirateria? Questo ci sembra il punto decisivo; lo ha citato ora anche il senatore Nencini. Occorre, noi crediamo, modificare la legislazione antipirateria sulla quale abbiamo espresso molti dubbi già in passato, anche perché il decreto-legge n. 107 del 2011 non specifica quale sia la catena di comando su navi civili con a bordo presenza militare; cioè la legge non rende chiaro, se la nave imbarca un team militare, quali sono, in caso di incidente, le misure da prendere e, in ultima istanza, chi decide in caso di contrasto tra civili e militari. Questa mancanza rende il contesto così confuso da permetterci di avanzare una riflessione di fondo (diciamo così): andrebbe affrontata una volta per tutte, a nostro avviso, la questione se esistono altre strade da contrapporre all'approccio armato antipirateria.
Sono molte le compagnie di armatori che manifestano preoccupazione per la militarizzazione delle misure di contrasto alla pirateria che rischia peraltro di mettere a repentaglio la stessa incolumità degli equipaggi. Sarebbe pertanto cruciale esplorare altre modalità di dissuasione e difesa passiva che molte compagnie stanno già applicando o mettendo a punto.
Infine (mi sto avviando a concludere), pensiamo che per cercare di risolvere il dramma di due italiani che rischiano anni di galera in India c'è bisogno di una mediazione internazionale di alto livello, con il concorso di altri Paesi, e non semplicemente l'apertura di un arbitrato.
Insomma, ci vuole la politica, quella che non c'è stata, che è scomparsa dalle mappe diplomatiche di un Ministro forse interessato più ad una carriera politica personale che non alla risoluzione di una controversia difficile, in cui restano troppe domande senza adeguate risposte, che non consentono in nessun modo e a nessuno di sbilanciarsi a priori in condanne o assoluzioni in mancanza di una seria inchiesta giudiziaria.
Rimane un'amara lezione, che pensavamo una democrazia occidentale come la nostra avesse assunto e che invece, evidentemente, è ancora tutta da apprendere: quella che il Sud del mondo non è colonia europea. Ma per questo ci vorrebbe, di nuovo, una politica estera.
Per queste ragioni, e in virtù di queste considerazioni, pensiamo che siano clamorosamente strumentali le dimissioni del Ministro, anche per le modalità con cui sono avvenute, e che sia comunque necessario ristabilire la verità su quello che è accaduto.
Speriamo, in ogni caso, che questa drammatica pagina sia l'ultima della storia poco gloriosa di un Governo tecnico che avrebbe dovuto brillare per autorevolezza, credibilità e conoscenze e che, invece, di tutto ciò ha avuto davvero ben poco.
Pensavamo che si fosse raggiunto l'apice di questa incompetenza con la pagina assurda degli esodati; non immaginavamo che con la vicenda dei marò sareste riusciti a fare addirittura di peggio. (Applausi dai Gruppi Misto-SEL eM5S e del senatore Mancuso).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Divina. Ne ha facoltà.
DIVINA (LN-Aut). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Presidente del Consiglio, abbiamo assistito a un episodio poco edificante, di cui ho parlato con i colleghi.
Nel corso del suo intervento, parlando di militari, ha detto che i militari non sparano alla schiena nemmeno a un nemico, immaginiamoci ad un Ministro che, per di più, ha deciso di lasciare la scena. Siamo rimasti sbigottiti dal suo intervento, che ha tanto e sa tanto di: lanciamo le scialuppe, scendiamo della nave, ci scarichiamo la responsabilità (il ministro Terzi nei confronti del Presidente del Consiglio e il Presidente del Consiglio nei confronti del ministro Terzi), dimenticando che il Governo è un organo collegiale che - piaccia o non piaccia - porta una responsabilità collettiva.
Quello che noi abbiamo visto è che voi avete dato, tanto all'interno quanto all'esterno, un'immagine che non è quella reale del nostro Paese, che è passato come un Paese di voltafaccia. Ciò non corrisponde alla verità. È stata gravemente indebolita l'immagine dell'Italia, semmai abbia incrementato la sua credibilità, presidente Monti, come lei spesso ha asserito.
Per noi due militari non possono mai essere equiparati a due delinquenti comuni, per di più se sono accusati di condotte svolte nell'ambito di una missione ufficiale internazionale e fuori della giurisdizione territoriale. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Alberti Casellati). Essi sono stati attirati - come lei ha precisato - con l'inganno, sotto la gestione di un comandante della nave che - forse - ha fatto prevalere più le logiche dell'armatore che non quelle dell'incolumità di tutto il suo equipaggio.
Il vostro lavoro diplomatico ha sbandato continuamente: esso doveva indirizzarsi, non verso l'India, ma verso i Paesi alleati, e pretendere ed ottenere un fermo richiamo nei confronti delle autorità indiane, magari anche auspicando un arbitrato internazionale sulla questione. Non si doveva lasciare all'India la gestione giuridica della vicenda.
Partecipiamo alla missione «Atalanta» condivisa dall'Unione europea in un contesto ancor più ampio delle operazioni «Ocean Shield» antipirateria, coordinato addirittura dall'ONU. Sostanzialmente dovevamo pretendere garanzie da tutti questi organismi che invece non sono arrivate.
Oggi - e voi siete quasi soddisfatti del risultato - chiediamo all'India di escludere per i nostri militari la pena capitale. Beh, implicitamente questo significa riconoscere la giurisdizione indiana; giurisdizione che, se anche volesse mitigare le pene, dovrebbe comminare, come minimo, una pena di sette anni di reclusione.
Di fatto, l'Italia ha rinunciato alle proprie ragioni giuridiche. Questo è quanto accaduto.
Abbiamo subito poi una seconda umiliazione altrettanto grave: l'azione di ritorsione nei confronti del nostro ambasciatore, al quale è stata addirittura negata l'immunità. Immunità che si concede a tutte le missioni (lei ha opportunamente ricordato la Convenzione di Vienna). Tutti gli Stati, tranne l'Iran, la riconoscono. Ebbene, l'India ha rinunciato a riconoscere la nostra delegazione diplomatica. In questo caso l'ONU prevede l'attivazione delle cosiddette condotte parallele. Noi, a questo punto, avremmo potuto bloccare immediatamente e parallelamente l'ambasciatore indiano in Italia. Comunque, ne è risultato che abbiamo consegnato due italiani ad un Paese che non aveva diritto di trattenere e giudicare (Paese che chiaramente adesso esulta per il successo internazionale ottenuto), militari che verranno assoggettati ad indagini da noi definite medioevali. Addirittura si è trascurato di valutare il tipo e il calibro dei proiettili, che sembra non possa appartenere assolutamente ad armi in dotazione della Marina italiana, esponendo i nostri militari a gravissimi rischi e arrecando un grande sfregio alla dignità di tutte le Forze armate e addirittura del nostro Paese.
L'Italia cosa dovrebbe fare? Se ce la fa, dovrebbe tentare ancora una volta di gestire tutta questa vicenda imbarazzante per il nostro Paese, per chi vi sta assistendo. Bisognerebbe scindere le responsabilità e distinguere dalle azioni di questo vostro maldestro Governo una nuova azione che abbia almeno un obiettivo: quello di mantenere l'integrità dei nostri militari. Vanno riaperti con altri presupposti i rapporti diplomatici, ripeto, non con l'India, ma con la comunità internazionale. Per ottenere questo, però, non serve quel tira e molla, quel cincischiare, a cui abbiamo assistito, servono azioni un po' più determinate. Potremmo anche decidere di ritirare i nostri militari da tutte le operazioni antipirateria, visto che i nostri militari non sono più garantiti; stante anche il comportamento tenuto dall'India, che non sta rispettando il diritto consuetudinario e sta contravvenendo a tutto, a cominciare dalle Convenzioni sulle delegazioni diplomatiche, potremmo decidere, noi questa volta, di invitare l'ambasciatore indiano a lasciare il nostro Paese; potremmo anche rinunciare al comando dell'UNIFIL in Libano dove siamo coinvolti militarmente (in quel teatro sono impiegati più di ottocento soldati indiani); e potremmo anche decidere di lasciare - o minacciare di farlo - l'Afghanistan con i nostri militari: così facendo, otterremmo un grande risparmio di spesa, anche se sappiamo come l'Afghanistan rappresenti una spina nel fianco per il Paese di cui stiamo parlando, l'India.
Sostanzialmente, dovremmo obbligare tutta la diplomazia internazionale a schierarsi - come è giusto - al nostro fianco per ottenere quello che sarà possibile ottenere, ad esempio l'arbitrato di cui tanto si parla. Ma sicuramente non dovremmo più subire corti autoreferenziali né il populismo che adesso sta dilagando in India. Oggi abbiamo letto che esponenti politici indiani chiedono addirittura che il tribunale speciale venga costituito nello Stato di Kerala perché i testimoni sarebbero così poveri da avere difficoltà nel raggiungere la capitale, problemi di viaggio e addirittura di lingua. Immaginiamoci come verrà cavalcata la questione in India.
In sostanza, i nostri militari, Presidente del Consiglio, non possono essere abbandonati. Le parlo da ex alpino, per il quale la prima regola è quella di non lasciare mai un compagno indietro.
Ora c'è il fuggi fuggi, si abbandona la nave, ci si dissocia, si scindono le responsabilità - come già detto - tra Monti, Terzi e addirittura il ministro Di Paola.
Secondo noi, la causa di tutto ciò - ahimè - è endemica al Governo tecnico, il quale di per sé è inadeguato ad affrontare situazioni politiche delicate come quella di cui stiamo parlando. Tutti i colleghi che hanno parlato - abbiamo seguito anche il dibattito svolto alla Camera - in parte si dissociano. Possiamo anche dire che, se esiste un Governo tecnico, significa che qualcuno l'ha sostenuto e anche votato. Pertanto, questo fuggi fuggi dalle responsabilità sembra dovuto al fatto che all'ultima ora tutti portano le fascine al coperto.
Sicuramente noi della Lega non abbiamo partecipato a far partire Governi tecnici. I Governi tecnici non rispondono agli elettori, non rispondono a regole di democrazia e probabilmente seguono altre logiche che - come quella di detto caso - a noi sembrano incomprensibili.
Presidente del Consiglio, vorremmo chiudere questa esperienza di Governi tecnici e speriamo ciò avvenga in fretta. Presidente del Consiglio, nonché caro professore, la lezione c'è stata sicuramente sufficiente. (Applausi dai Gruppi LN-Aut e PdL).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mauro Mario. Ne ha facoltà.
MAURO Mario (SCpI). Signor Presidente del Senato, colleghi senatori, signor Presidente del Consiglio, signori del Governo, la gravità di quanto accaduto ci impone riflessioni non bizantine sia sul piano sia istituzionale che su quello politico.
Sul piano istituzionale, la decisione del ministro Terzi di dare le dimissioni in Aula ferisce mortalmente un Governo peraltro già dimissionario e in regime per di più di ordinaria amministrazione, ma su questo punto tornerò più avanti.
Questo gesto - a mio modo di vedere - soprattutto umilia l'Italia nel giorno in cui i marò ci hanno chiesto unità e compattezza, mostrandola divisa e inconsistente e in particolar modo esposta a logiche che mostrano coloro che fanno politica interessati a ben altro che non sia il bene del nostro Paese, la dignità delle sue Forze armate, la vita dei suoi uomini.
Non c'è patriottismo in questa decisione, né in ogni caso essa appare la migliore nell'interesse di Latorre e Girone, come rimarcato anche dai loro familiari, che in questo momento esigono di sentire e di vedere tutta la forza che l'Italia può dispiegare a loro tutela.
Non è con dimissioni plateali che si aiuta la nave del Governo del Paese, in oggettiva difficoltà e in un momento istituzionale particolarmente sensibile ad affrontare la tempesta scatenata da eventi infelici. La scelta dell'ex Ministro degli affari esteri - l'ultima più di alcune precedenti - è quindi in ogni caso sbagliata e spiace, perché ad assumerla è un uomo a cui da ogni parte si è guardato per la competenza certa e l'esperienza indiscussa.
E qui veniamo al piano politico della politica estera, ma forse dovrei dire più della politica interna. Può un uomo dalla competenza certa e dall'esperienza indiscussa come Giulio Terzi aver preso questa decisione sull'onda del sentimento? Può non aver valutato le conseguenze non nei confronti del Governo di cui faceva parte, ma nei confronti, per esempio, del Capo dello Stato che quell'incarico gli aveva conferito? Poteva cioè non aver considerato, un diplomatico di carriera, profondo conoscitore delle Istituzioni, di poter eventualmente contribuire a condizionare con il suo comportamento l'eventuale e futuro operato del Capo dello Stato per i giorni a venire? Ciò che voglio dire è che quanto implicato nel gesto del Ministro dimissionario appare, più che una mozione degli affetti e dell'onore e più ancora che un atto contro un Governo di cui non si condivide più la politica, un gesto deliberato di chi si presta ad uno sgarbo nei confronti del Presidente della Repubblica, compiuto con lo scopo di rendere inevitabili accelerazioni improvvide della fase politica che il nostro Paese sta vivendo.
In questo senso, alla nostra responsabilità è ascritto il dovere di stringerci a Latorre e Girone e alle loro famiglie, superando polemiche pur giuste sulla dinamica di questa vicenda, e anche di far sentire la voce del Parlamento come contraria alla teatralizzazione per fini personali e ancor più per fini politici del dramma che sta vivendo l'Italia.
Stringerci intorno a Massimiliano Latorre e Salvatore Girone significa quindi stigmatizzare la scelta del ministro Terzi, non tanto e non solo perché non ha più condiviso - e a sorpresa - decisioni prese di comune accordo con il Governo, ma perché cosi facendo ha fiaccato la rilevanza dei valori di obbedienza e attaccamento alla Patria e all'onore delle Forze armate da Girone e Latorre testimoniati.
In questo senso, il significato politico di quanto accaduto ieri ci trascina verso l'abiura della ragione: alimenta l'immagine di una politica fatta di personalismi e di stratagemmi perseguiti per impedire dialogo e comprensione. Lacerare le relazioni tra le Istituzioni, precipitarci in una campagna elettorale permanente, mortificare la volontà di chi nelle Istituzioni ha mostrato di credere, come i nostri fucilieri di Marina, sono i soli effetti del colpo di teatro che abbiamo visto ieri alla Camera e che ancora tracimano da molte inopportune dichiarazioni.
I valori in cui crediamo noi sono invece anzitutto l'unità, a cui Latorre e Girone ci hanno richiamato, e ancora il senso dello Stato mostrato dalle ragioni mirabili esplicitate ieri in Aula dal ministro Di Paola, cui non è stato risparmiato di esser fatto passare per un comandante che anteponga interessi commerciali alla vita e all'incolumità dei suoi uomini e che, rimanendo al suo posto, si distingue dai troppi Schettino che flagellano questo tempo. E soprattutto crediamo nel valore dell'Italia, intesa non come compendio di retorica patriottica, ma come solo ed esclusivo riferimento delle ragioni irrinunciabili per cui vale la pena stare insieme e che dovrebbero ispirarci, in questi giorni, di tentare cose buone, piuttosto che sprecare l'occasione che deriva dall'essere una Nazione grande e seria, determinata e forte, rafforzando quindi e non indebolendo ciò che i Governi sono chiamati a fare sullo scenario internazionale. (Applausi dai Gruppi SCpI e PD. Molte congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vacciano. Ne ha facoltà.
VACCIANO (M5S). Signor Presidente, signori senatori, abbiamo ascoltato con attenzione il presidente Monti, senza preconcetti né pregiudizi. Abbiamo ascoltato le sue spiegazioni e argomentazioni, ma non siamo soddisfatti. Vogliamo capire e capire bene, in modo semplice ed esauriente.
In questa vicenda confluiscono interessi, diritti e responsabilità ben più estesi della personale odissea dei due fucilieri e dei loro familiari: interessi, diritti e responsabilità che risalgono al capitano della nave, agli armatori privati, ai rappresentanti diplomatici, ai membri del Governo italiano e dell'India.
È investita di responsabilità la NATO, con il suo programma di protezione delle navi mercantili «Ocean Shield», a cui l'Italia ha aderito, e anche l'Unione europea, con l'analogo programma «Atalanta», al quale l'Italia ha aderito. E infine, non dimentichiamolo, ci sono due morti e l'opinione pubblica delle due Nazioni e dell'intera comunità internazionale che attendono verità, quella verità negata agli italiani, spesso dai propri stessi governanti, con scandalosa ripetitività nel corso dei decenni.
Questa dei nostri due fucilieri di Marina è una vicenda oscura, nebulosa, confusa e certamente infelice. Nel merito, è difficile o meglio impossibile per ora valutare. Troppe vaghezze sulla vicenda in oggetto ci impongono di sospendere il giudizio di merito. Non vi stiamo chiedendo un favore, la trasparenza è un vostro dovere.
In questa vicenda è assurdo che l'opinione pubblica non sappia ancora se a bordo della stessa nave vi fossero solo i due fucilieri della Marina, Latorre e Girone, o se invece la scorta fosse composta anche da altri uomini. In tale eventualità, vogliamo sapere chi fosse il comandante responsabile di questo reparto e cosa abbia fatto per tutelare i suoi sottoposti.
Si chiede di sapere altresì: quali sono i regolamenti sull'utilizzo di militari italiani e di professionisti (i cosiddetti contractor) su navi private nell'ambito dei programmi NATO e UE già citati; quali sono le disposizioni d'ingaggio consegnate ai militari a bordo; quale sia stata l'autorità nazionale che, consultandosi con gli armatori della Lexie, ha consentito l'inversione di rotta della nave come intimato dalle autorità indiane, inversione effettuata dopo alcune ore dall'incidente; chi ha ordinato (nome e grado dell'autorità militare) ai nostri due fucilieri di Marina di scendere a terra e consegnarsi, di fatto, alle autorità indiane dello Stato del Kerala.
Pretendiamo di sapere se l'Accordo con l'India ratificato a ottobre 2012 e riferito al trasferimento delle persone condannate è stato ratificato anche dall'India.
Esigiamo di sapere perché un Governo in carica solo per 1'ordinaria amministrazione ha deciso di prendere la decisione di annunciare il mancato rientro in India dei nostri due militari. Riteniamo che, per questa decisione, avreste dovuto sentire il Parlamento, non solo il CISR. Ciò non è avvenuto ed è grave.
Su quanto detto finora spetta a voi fare chiarezza, mentre è comunque già palese l'approssimazione, la contraddizione, l'inadeguatezza di un Governo che più volte si è preso il merito di innalzare il prestigio e la credibilità del Paese e oggi invece lo precipita nel ridicolo.
Il modo in cui è stata gestita la vicenda ci impone le seguenti riflessioni. Non è stata coinvolta adeguatamente l'Unione europea, che pure è parte della disputa. Lei, presidente Monti, appare molto sensibile ai vincoli economici e finanziari che ci legano all'Europa, ma su questa vicenda il nostro Ministro non è riuscito ad attivare un fronte comune europeo ed è sembrato che abbia proceduto in modo improvvisato e confuso.
È tutt'ora attivo presso il Ministero degli affari esteri un Servizio per gli affari giuridici, del contenzioso diplomatico e dei trattati: è possibile sapere come ha lavorato in quest'anno, come si è attivato in questa vicenda?
Il nostro ambasciatore, che aveva garantito sul permesso elettorale, è stato esposto a una ritorsione da parte delle autorità indiane senza una adeguata tutela. Questa violazione, di per sé gravissima, del diritto internazionale, non lascia il Governo italiano esente da responsabilità sul piano della reciproca correttezza fra Nazioni.
L'assicurazione dell'esclusione della pena di morte viene ora avanzata quale presunto successo di mediazione, quando è evidente che questo rischio non sussisteva. L'Italia è sempre stata lodevolmente attiva nel propugnare a livello internazionale l'abolizione della pena di morte. Perché la questione non è stata posta con forza, immediatamente, quando avrebbe avuto ben altro rilievo per riproporre il tema dei diritti umani? Oggi invece il Governo pone tardivamente all'India quella che diventa, a questo punto, una richiesta di elemosina.
La condotta ondivaga della Farnesina già ha dato adito ad ipotesi su retroscena imbarazzanti collegati alla commessa degli elicotteri AgustaWestland, gruppo Finmeccanica.
A questo punto, ci preme condividere con lei e con i colleghi lo sconcerto per le dimissioni del ministro degli affari esteri Terzi di Sant'Agata, avvenute in modo irrituale; sconcerto sicuramente accresciuto dalla sostanziale inutilità delle dimissioni da Ministro di un Governo già dimissionario.
Ci preme però maggiormente valutare le conseguenze che tali dimissioni potranno avere sulle sorti dei due fucilieri Latorre e Girone, attualmente in India, ove si sono recentemente recati ottemperando agli ordini ricevuti e dimostrando così un grande senso di responsabilità, a cui plaudiamo, e dimostrando altresì un senso dello Stato che a molti invece difetta.
È noto che il rientro in India dei nostri militari, dopo aver minacciato pubblicamente che non sarebbe avvenuto, è stato salutato dalle autorità indiane come il trionfo della loro linea dura nei confronti dell'Italia. Ora, queste dimissioni possono essere lette come una conferma dell'efficacia di tale linea dura e così indurre l'India ad atteggiamenti ulteriormente intransigenti in questa vicenda. Ne farebbero le spese i nostri marinai.
Ricordiamo come lei, Presidente del Consiglio, «salito» in politica, abbia speso mediaticamente la vicenda in piena campagna elettorale; ora che invece ha fatto «scendere» politicamente il buon nome della Nazione, che senso di responsabilità e pudore sente di dimostrare? Le responsabilità di tutto questo ricadrebbero su di lei e sul suo Governo. Ci auguriamo ne sia consapevole e ne tragga le dovute conseguenze.
Ribadiamo, in conclusione, la nostra richiesta di una maggiore trasparenza sull'intera vicenda, di condivisione con il Parlamento dei passi futuri si ritenesse di voler intraprendere e di attenersi scrupolosamente all'ordinaria amministrazione nello svolgimento delle sue funzioni. (Applausi dal Gruppo M5S e del senatore Galimberti).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Schifani. Ne ha facoltà.
SCHIFANI (PdL). Signor Presidente, mi consenta innanzitutto, a titolo personale ma anche a nome dei senatori del Gruppo che mi onoro di presiedere, di mandare un simbolico ma sincero abbraccio ai nostri militari Girone e Latorre e ai loro familiari in questo momento difficile. (Applausi dai Gruppi PdL, PD, M5S e SCpI). Rivolgo un apprezzamento anche a tutte le nostre Forze armate, che presidiano la libertà non soltanto nel nostro Paese ma anche all'estero, e alla nostra diplomazia; diplomazia della quale siamo fieri e che svolge un continuo, incessante e silenzioso lavoro per tutelare i nostri interessi.
Signor Presidente del Consiglio, il suo Governo era nato all'indomani del passo indietro di chi aveva vinto le elezioni del 2008; un passo indietro di grande responsabilità dinanzi all'esigenza dell'avvento di un Presidente del Consiglio, un Governo tecnico che - si diceva - avrebbe dovuto tutelare e salvaguardare il nostro prestigio internazionale e i nostri conti. Credo, signor Presidente, che questi due obiettivi siano ampiamente falliti. Sono falliti perché - i conti pubblici parlano chiaro - il nostro debito pubblico è aumentato da 1.900 a 2.000 miliardi di euro, la fiducia dei consumatori diminuisce, la disoccupazione è aumentata di due punti e la pressione fiscale è aumentata al 44 per cento, 1,8 punti in più rispetto al 2012; per non parlare di quello su cui mi concentrerò.
Signor Presidente, non entrerò nelle polemiche relative alle dimissioni del ministro Terzi. Quest'ultimo ha avuto il coraggio di manifestare la sua idea, la sua posizione e l'ha fatto in Parlamento. Poteva farlo altrove? Ha avuto rispetto di questo Parlamento che gli aveva dato la fiducia, quindi penso che tutto sommato, con la sua manifestazione di volontà, abbia voluto dare un segnale di rispetto a questo Parlamento. (Applausi della senatrice Alberti Casellati).
Non entrerò in queste polemiche, invece parlerò soltanto di quella che è stata l'anomalia di un Governo che da un lato aveva a cuore la tutela del nostro prestigio internazionale, dall'altro lato ha agito - mi si consenta - in maniera schizofrenica sulla vicenda dei marò. È una vicenda legata ad una legge che effettivamente, seppur d'iniziativa parlamentare, ha bisogno di essere migliorata. Vi sono dei vuoti: occorre capire, nel momento in cui i nostri militari, che tutelano le nostre navi in ogni parte del mondo, attivano le regole d'ingaggio, chi deve presidiare il governo della nave: dev'essere l'armatore o il Ministero? Non vi è dubbio che nel momento in cui i nostri militari attivano le regole d'ingaggio devono rispondere ad una catena di comando non privata o privatistica, com'è successo nella vicenda dei marò, sulla quale vicenda vi sono notevolissimi punti oscuri.
Non si è capito ancora, signor Presidente del Consiglio, come mai questa nave sia entrata nelle acque indiane, dal momento che era in acque internazionali, si sia consegnata alle autorità locali e abbia consegnato i nostri militari; vogliamo capire. Al di là delle polemiche, occorrerà intervenire come legislatori - è nostro dovere in quest'Aula porci tale quesito - per chiarire meglio, attraverso una modifica della legge, come effettivamente vengono presidiate le responsabilità e in capo a chi nel momento in cui i nostri militari vengono ingaggiati in regole di contrasto alla criminalità.
Nello stesso tempo occorre prendere atto, signor Presidente, che l'atteggiamento del Governo su questa vicenda è stato - lo ripeto - schizofrenico. Il Governo inizialmente assume una posizione di apparente responsabilità: affida alla diplomazia la gestione della vicenda, accetta le regole giudiziarie del Governo indiano, seppur contestandole nella logica della dialettica e della correttezza, e si muove in una logica di ortodossia, di coerenza e di compostezza, anche se denunziando, nelle dovute sedi, anche internazionali, l'anomalia di quel che stava succedendo. Ci siamo mossi nella logica di quelli che sono sempre stati il nostro prestigio, la nostra coerenza e la nostra affidabilità internazionale. Il frutto di quella posizione è stato, per esempio, lo voglio ricordare a noi stessi, il fatto che i nostri militari abbiano potuto trascorrere le vacanze di Natale nel nostro Paese. Questa è stata una grande soddisfazione per tutti noi italiani, per tutti noi componenti del Parlamento, per tutte le Istituzioni, perché veniva riconosciuta fiducia ai nostri militari e al nostro Paese. L'India si fidava della parola del nostro Governo e affidava i nostri militari, in stato di detenzione, al proprio Paese per trascorrere le festività. Questo era il coronamento di una strategia.
Abbiamo accolto i nostri militari senza toni trionfali, perché sapevamo che comunque sarebbero stati sottoposti ad un procedimento giudiziario e perché volevamo evitare che eventuali toni trionfali di accoglienza potessero irritare quelle autorità giudiziarie che avrebbero dovuto processarli e che li processeranno. Il sottoscritto ha incontrato solo casualmente quei militari a Ciampino, perché ha voluto evitare, come altri, compreso il Presidente della Camera, forme corali di accoglienza in una logica di rispetto e di rigore della vicenda, che andava gestita con estrema prudenza e delicatezza. Ci siamo mossi tutti in piena sintonia su questo modo di operare e di agire.
Dopo ci siamo chiesti, e continuiamo a chiederci, cosa stesse succedendo. Un nuovo permesso viene rilasciato per consentire ai nostri militari di rientrare nel loro Paese per esercitare il diritto di voto. Ma anche questo permesso non è altro che il corollario di una posizione che avevano assunto il nostro Governo e la nostra diplomazia, che si erano mossi in un determinato scenario. Erano state poste le eccezioni giuridiche, in maniera corretta, sulla competenza, sulla giurisdizione di chi doveva svolgere quel mandato giudiziario. Noi ci siamo mossi in una logica di contestazione che la giurisdizione dovesse essere quella del Governo indiano, ma sempre nel rispetto delle regole. Avevamo acquisito una fiducia che è il nostro patrimonio internazionale, insieme all'affidabilità, in tutte le parti del mondo. Poi si verifica un episodio che ha colpito tutti.
Lei, signor Presidente del Consiglio, credo, senza consultare le altre forze politiche, decide unilateralmente di non restituire i nostri militari, violando un patto siglato con il Governo e la magistratura dell'India. Tutto questo avviene inaspettatamente, suscitando sconforto e preoccupazione in alcuni di noi. Da un lato è scattato l'orgoglio nazionale in molti soggetti che hanno visto un sussulto di orgoglio da parte delle nostre Istituzioni. Dall'altro, però, quest'orgoglio e questo sussulto sono stati schiacciati nel giro di pochi giorni quando, inaspettatamente (ecco perché dico schizofrenicamente), questo Governo, senza consultare di nuovo le forze politiche, ha deciso di tornare sui propri passi e di chiedere ai nostri valorosi soldati di tornare in India e sottoporsi al processo.
Mi chiedo e continuo a chiedermi, signor Presidente del Consiglio: come può succedere un fatto del genere? Come possono verificarsi episodi di Governo che mettono a repentaglio la nostra credibilità internazionale? (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Candiani). Una credibilità della quale, signor Presidente del Consiglio, lei in quest'Aula recentemente ha parlato, cito testualmente, in questi termini: «credibilità che un Paese si guadagna con la sua azione».
Signor Presidente, io non credo che la sua azione e quella del suo Governo abbiano contribuito all'acquisizione di maggiore credibilità per il Paese. Il nostro Paese ha perso molto in credibilità a causa di questa vicenda. Ma sono fiducioso di un fatto. Noi la credibilità che abbiamo perso a causa della vicenda marò la recupereremo presto. Sa come? Attraverso l'impegno continuo e quotidiano dei ragazzi e delle ragazze - ho avuto l'onore di stare con loro alla vigilia di Natale - che rischiano la vita in varie parti del mondo, come l'Afghanistan e il Libano. Lo fanno perché credono nella libertà, credono nei nostri valori, credono nello Stato, credono nella nostra Nazione. Lo fanno perché sono uomini e donne forti, perché appartengono a un Paese forte. Loro ci consentiranno di recuperare quello che abbiamo perso, unitamente al ricordo di 90 eroi che abbiamo perduto per portare la pace nel mondo; 90 caduti in varie parti del mondo (52 soltanto in Afghanistan) che piangiamo insieme alla compostezza del dolore delle loro famiglie. (Applausi dai Gruppi PdL, PD, LN-Aut e SCpI). Questa è la nostra forza e questo ci consentirà di recuperare la nostra credibilità, una credibilità messa a repentaglio ma che recupereremo, anche perché credo sia giunto il tempo per il nostro Paese, per le difficoltà economiche che attraversa, in cui la politica si riappropri del governo del Paese. (Applausi dal Gruppo PdL).
È giunto il momento di tornare alla politica, possibilmente - almeno questo è il mio auspicio - sotto la guida illuminata e saggia del nostro presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Occorre tornare ad una politica che riesca a dare al nostro Paese una guida stabile, responsabile e coesa, frutto del sacrificio di varie forze politiche e che obbedisca ad un voto di fiducia non frutto di alchimie di senatori che entrano ed escono dall'Aula per far nascere qualcosa, ma di una responsabilità che veda effettivamente il coraggio delle Istituzioni, dei parlamentari, di chi li guida e dei segretari politici, affinché il nostro Paese possa assolvere ad un compito: crescere, creare sviluppo e dare sicurezza e lavoro ai nostri figli. (Applausi dal Gruppo PdL. Molte congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Zanda. Ne ha facoltà.
ZANDA (PD). Signor Presidente, ringrazio il Presidente del Consiglio dei ministri per la sua informativa puntuale e molto dettagliata. Svolgerò soltanto qualche considerazione politica, considerando già dette le questioni che riguardano i fatti.
Comincio con il dire che in una fase così difficile e pericolosa per il nostro Paese proprio non si sentiva la mancanza di un dibattito parlamentare su questa incerta gestione della vicenda dei nostri marò, tantomeno, sulle dimissioni del ministro degli affari esteri Giulio Terzi.
Tutto nasce dalla tragica uccisione di due pescatori indiani, scambiati per pirati, avvenuta in acque internazionali e da una normativa sulla protezione delle nostre navi commerciali che oggi dobbiamo giudicare quantomeno imprudente.
Francamente, non so se e quanto il ministro Terzi abbia pienamente valutato gli effetti che le sue improvvise dimissioni hanno avuto sul prestigio internazionale di un Governo di cui, fino ad un attimo prima, aveva condiviso ogni iniziativa. Né mi sembra si sia molto preoccupato della serenità dei numerosi militari italiani tuttora impegnati in delicate e rischiose missioni all'estero, che anche noi oggi ringraziamo con affetto e con riconoscenza. (Applausi dai Gruppi PD e Misto-SEL e dei senatori Orellana e Carraro).
I nostri soldati chiedono ai governanti del loro Paese di collaborare tra loro, di muoversi insieme e di non cedere ai personalismi e ai distinguo propagandistici. Non credo che il presidente Monti, la cui principale preoccupazione in questi diciotto mesi di governo è stata quella di restituire all'Italia dignità e credibilità internazionale, meritasse tanto dal suo Ministro degli affari esteri.
Ho molto apprezzato la linea collegiale con cui Monti ha guidato il suo Governo e anche la sua collaborazione con il Parlamento, che è stata, molto diversamente da quanto ha sostenuto poco fa il senatore Compagna, una collaborazione assidua. Ma la collegialità che il presidente Monti ha impresso al suo Governo il ministro Terzi, dimettendosi senza averlo nemmeno informato, ha evidentemente e platealmente rifiutato.
Il presidente Napolitano ha definito irrituali le dimissioni di Terzi, ma oggi noi in Parlamento abbiamo il dovere di valutarle politicamente: sono un atto che ha la veste formale delle dimissioni, ma che con fondati argomenti può essere considerata una fuga dalle responsabilità in un momento difficile, ovvero un grave errore di valutazione, financo, oggettivamente, una bassa operazione di parte. (Applausi della senatrice Pinotti).
Oggi l'intervento alla Camera dei deputati dell'onorevole Brunetta e anche il dibattito svolto qui, in Senato, segnano una manovra politica a tenaglia di cui Terzi si è fatto strumento. L'ambasciatore Terzi ha motivato le sue dimissioni con la necessità di salvaguardare: «L'onorabilità del Paese, delle Forze armate e della diplomazia italiana». Mi sembra che abbia ottenuto l'effetto esattamente opposto.
Questa mattina molti media hanno giudicato le sue sconcertanti motivazioni frutto di improprie motivazioni politiche. Non giova certamente all'ambasciatore Terzi il fatto che oggi un quotidiano molto autorevole, che si riferisce al centrodestra, gli abbia severamente attribuito la volontà - cito - di «scaricare la colpa sui suoi colleghi per farsi bello con il Popolo della Libertà». Queste valutazioni della libera stampa non vanno sottovalutate perché chi assume rilevanti responsabilità di Governo ha il dovere di non mettersi in situazioni che possano essere così severamente interpretate e giudicate.
Terzi non avrebbe mai dovuto dimenticare di essere stato chiamato ad un così alto incarico solo ed esclusivamente perché proveniente dalla carriera diplomatica, da sempre così densa di servitori dello Stato di altissimo livello e mai di politicanti. I diplomatici italiani sanno bene che nelle relazioni internazionali c'è bisogno di buona e discreta diplomazia e non di gesti teatrali di nessuna nobiltà.
Mettendo insieme la sequenza dei fatti che hanno contraddistinto la vicenda sulla quale poco fa ha così dettagliatamente riferito il presidente Monti, dobbiamo registrare una catena grave di errori, che ha avuto inizio con l'uccisione di due pescatori inermi, è proseguita con un ingiustificato abbandono delle acque internazionali da parte della petroliera «Enrica Lexie» e ha raggiunto il suo acme quando abbiamo mancato di tenere fede alla parola data all'India dal nostro Paese. Questa è stata una decisione sbagliata.
L'interesse dell'Italia e - lo sottolineo - soprattutto quello rilevantissimo di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone avrebbero dovuto suggerire di insistere sul nostro buon diritto di vederli giudicati in base ad una rigorosa applicazione della «legge del mare» e del diritto internazionale, anche coltivando le nostre tradizionali buone relazioni con l'India. Purtroppo, il principio pacta sunt servanda, che è alla base della nostra credibilità internazionale, non è stato rispettato.
Signor Presidente del Consiglio, vi è una considerazione di fondo che dobbiamo onestamente desumere da questa catena di errori. La crisi del nostro Paese - credo lo sappia bene - è più grave di quello che dicono i numeri, perché non è soltanto una crisi economica, finanziaria, sociale, industriale e del sistema politico, è anche crisi dello Stato, di tutte le sue articolazioni, di molte delle sue strutture operative e della sua classe dirigente. Da qui deve partire l'opera di ricostruzione che ci attende. È per questo motivo che noi tutti siamo stati eletti in Parlamento: siamo stati eletti per restituire allo Stato italiano quell'autorevolezza e quella dignità senza le quali le Nazioni sono destinate a sfarinarsi. (Applausi dai Gruppi PD e SCpI).
Aggiungo una considerazione su uno specifico vizio nazionale, che ha inciso su questa vicenda. La legge n. 130 del 2011, già ampiamente citata, ha disciplinato il sistema di difesa del nostro naviglio commerciale dalla pirateria che infesta le conosciute rotte del Golfo di Aden e dell'Oceano Indiano. Quella legge prevedeva la presenza a bordo delle nostre navi di guardie armate private o di personale militare. Per la sua operatività, però, servivano due decreti attuativi: uno per l'impiego dei militari ed un altro per l'impiego delle guardie civili.
Purtroppo, il primo è stato emanato, il secondo è stato firmato ma non è stato emanato, con la conseguenza che il nostro naviglio commerciale non ha la scelta tra l'utilizzo delle guardie armate private o di personale militare. Questo lo considero grave perché i rischi per il nostro Paese di una esposizione diretta delle nostre Forze armate in queste situazioni sono maggiori.
Troppe volte, come ha ricordato in altri termini ma molto puntualmente il senatore De Cristofaro poco fa a proposito delle regole d'ingaggio, anche con il suo Governo, Presidente Monti, a provvedimenti legislativi opportuni e necessari non è seguita la tempestiva emanazione dei conseguenti decreti attuativi, senza i quali, lo insegna anche il caso di cui stiamo parlando, ogni legge può perdere efficacia.
Le dimissioni irrituali e prive di qualsiasi prudenza politico-diplomatica del ministro Terzi, assieme ad un'analisi obiettiva di tutta la vicenda rendono evidente che l'Italia ha urgente bisogno di un Governo. Ha bisogno di un Governo politico in grado di affrontare le questioni più urgenti che ci premono addosso, di un Governo che mostri alla comunità internazionale che il nostro Paese sta uscendo democraticamente dalla gravissima crisi che lo attanaglia da troppo tempo.
I risultati di una legge elettorale che tutti noi oggi in quest'Aula indistintamente ripudiamo fanno sì che la responsabilità di far nascere o di impedire la nascita di un nuovo Governo ricada tutta sulle spalle di noi senatori. (Applausi dai Gruppi PD, Misto-SEL, Aut (SVP, UV, PATT, UPT) - PSI e SCpI).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione sull'informativa del Presidente del Consiglio dei ministri.
Sulla manifestazione promossa da un sindacato di Polizia a Ferrara
BERTUZZI (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BERTUZZI (PD). Signor Presidente, ho chiesto di poter intervenire a fine seduta per esprimere la solidarietà del Gruppo del Partito Democratico nei confronti di Patrizia Moretti, del sindaco e della città di Ferrara. (Generali applausi. L'Assemblea e i membri del Governo si levano in piedi).
Credo che l'applauso spontaneo di tutti i senatori dell'Aula e del Governo, che si sono alzati in piedi, abbia voluto manifestare la condivisione del sentimento che stiamo provando in questa giornata, in cui si continua a tenere aperta una ferita in una città che si vuole pacificare con se stessa.
La scelta di svolgere la manifestazione promossa dal sindacato COISP, di solidarietà ai colleghi condannati dalla giustizia per il reato che hanno commesso proprio sotto le finestre dell'ufficio in cui lavora la madre, credo non possa trovare parole capaci di esprimere il dolore di ogni madre, di ogni genitore che sta in quest'Aula, di ogni uomo e donna di Stato. Credo quindi che le parole espresse da Patrizia riassumano il nostro sentimento: non ci sono parole, ha detto, di fronte ai manifestanti.
A questo aggiungo anche l'intervento del sindaco, che si è avvicinato ai manifestanti ed è stato praticamente allontanato dal segretario di quel sindacato. Credo che anche da quest'Aula debba arrivare un segno di solidarietà, proprio in un tempo in cui stiamo cercando faticosamente tutti quanti di ricostruire quel rapporto diretto di difesa della giustizia e soprattutto di vicinanza ai nostri cittadini. Credo che sia molto importante che anche da quest'Aula esca la solidarietà e la vicinanza a questa madre, agli amministratori di Ferrara e a tutta la città. (Generali applausi).
BONFRISCO (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BONFRISCO (PdL). Signor Presidente, vorrei unirmi, a nome del Gruppo del Popolo della Libertà, alle parole di particolare vicinanza espresse dalla senatrice Bertuzzi alla famiglia del giovane Aldrovandi e rammentare come nella civiltà delle Istituzioni sta scritto il nostro DNA.
In questo caso, le Istituzioni o i rappresentanti, magari anche solo sindacali, degli uomini e delle donne che lavorano per le Istituzioni dovrebbero dimostrare un maggiore rispetto. È capitato già altre volte che questo sindacato, anche nei confronti dell'Istituzione del Parlamento, lanciasse le sue invettive e le sue gravissime offese. Penso che in questo caso si sia davvero superato il limite e auspico da parte sua, signor Presidente, una presa di coscienza e anche una stigmatizzazione necessaria in generale ma, in particolare, di chi, con la scusa di rappresentare dei lavoratori, supera davvero il limite del rispetto delle Istituzioni stesse. (Applausi del senatore Manconi).
Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ordine del giorno
per la seduta di martedì 2 aprile 2013
PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica martedì 2 aprile, alle ore 15, con il seguente ordine del giorno:
La seduta è tolta (ore 19,34).
Allegato B
Congedi e missioni
Sono in congedo i senatori Andreotti e Ciampi.
Disegni di legge, annunzio di presentazione
Senatori Barozzino Giovanni, Cervellini Massimo, De Cristofaro Peppe, De Petris Loredana, Petraglia Alessia, Uras Luciano
Modifica all'articolo 14-septies del decreto-legge 30 dicembre 1979, n. 663, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 febbraio 1980, n. 33, in materia di calcolo del limite di reddito per le pensioni di inabilità in favore dei mutilati e degli invalidi civili (326)
(presentato in data 27/3/2013 ) ;
senatore D'Ambrosio Lettieri Luigi
Disciplina dell'attività di compravendita di oggetti usati in oro, pietre o metalli preziosi, nonché disposizioni concernenti la tracciabilità delle operazioni e l'emissione delle relative fatture (327)
(presentato in data 27/3/2013 ) ;
senatori Palma Nitto Francesco, Villari Riccardo, Esposito Giuseppe, Compagna Luigi, Falanga Ciro, Milo Antonio, Mussolini Alessandra, Barani Lucio
Disposizioni in materia di regolarizzazione delle opere edilizie (328)
(presentato in data 27/3/2013 ) ;
senatori Palma Nitto Francesco, Villari Riccardo, Esposito Giuseppe, Compagna Luigi, Falanga Ciro, Milo Antonio, Barani Lucio
Disposizioni dirette ad assicurare l'uniformità di trattamento in materia di assicurazione rc auto (329)
(presentato in data 27/3/2013 ) .
Disegni di legge, assegnazione
In sede referente
Comm. spec. esame ddl di conversione di decreti legge
Conversione in legge del decreto-legge 25 marzo 2013, n. 24, recante disposizioni urgenti in materia sanitaria (298)
E' stato inoltre deferito alla medesima Commissione speciale per l'esame dei presupposti di costituzionalità
(assegnato in data 27/03/2013 ).
Documenti, deferimento alla Commissione speciale per l'esame dei disegni di legge di conversione di decreti-legge e di altri provvedimenti urgenti presentati dal Governo
La relazione al Parlamento predisposta ai sensi dell'articolo 10-bis, comma 6, della legge 31 dicembre 2009, n. 196 (LVII-bis, n. 1), già annunciata all'Assemblea nella seduta del 26 marzo 2013, è deferita alla Commissione speciale per l'esame dei disegni di legge di conversione di decreti-legge e di altri provvedimenti urgenti presentati dal Governo.
La Commissione riferirà all'Assemblea secondo i tempi stabiliti nel calendario dei lavori.
Governo, trasmissione di atti per il parere
Il Ministro per i rapporti con il Parlamento, con lettera in data 22 marzo 2013, ha trasmesso - per l'acquisizione del parere parlamentare, ai sensi dell'articolo 1, comma 232, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 - lo schema di decreto interministeriale concernente le modalità di attuazione delle disposizioni di cui all'articolo 1, comma 231, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 (n. 1).
Ai sensi della predetta disposizione e dell'articolo 139-bis del Regolamento, lo schema di decreto è deferito alla Commissione speciale per l'esame di disegni di legge di conversione di decreti-legge e di altri provvedimenti urgenti presentati dal Governo, che esprimerà il parere entro il 16 aprile 2013.
Il Ministro per i rapporti con il Parlamento, con lettera in data 21 marzo 2013, ha trasmesso - per l'acquisizione del parere parlamentare, ai sensi dell'articolo 3, comma 19, della legge 23 dicembre 1996, n. 664 - lo schema di decreto del Presidente della Repubblica concernente regolamento recante modifiche ed integrazioni al decreto del Presidente della Repubblica 10 marzo 1998, n. 76, in materia di criteri e procedure per l'utilizzazione della quota dell'otto per mille dell'Irpef devoluta alla diretta gestione statale (n. 2).
Ai sensi della predetta disposizione e dell'articolo 139-bis del Regolamento, lo schema di decreto è deferito alla Commissione speciale per l'esame di disegni di legge di conversione di decreti-legge e di altri provvedimenti urgenti presentati dal Governo, che esprimerà il parere entro il 16 aprile 2013.
Commissione europea, trasmissione di progetti di atti normativi per il parere motivato ai fini del controllo sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità
La Commissione europea, in data 26 marzo 2013, ha inviato, per l'acquisizione del parere motivato previsto dal protocollo n. 2 del Trattato sull'Unione europea e del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea relativo all'applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità, la proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio recante fissazione del tasso di adeguamento dei pagamenti diretti di cui al regolamento (CE) n. 73/2009 per l'anno civile 2013 (COM (2013) 159 definitivo).
L'atto sarà deferito alle competenti Commissioni, non appena costituite.
Mozioni, apposizione di nuove firme
La senatrice Gatti ha aggiunto la propria firma alla mozione 1-00002 della senatrice Pignedoli ed altri.
Mozioni
DE PETRIS, BAROZZINO, CERVELLINI, DE CRISTOFARO, PETRAGLIA, STEFANO, URAS, CIRINNA', SPILABOTTE, VACCARI - Il Senato,
premesso che:
il Joint strike fighter (F-35) è un cacciabombardiere di quinta generazione, capace di trasportare anche ordigni nucleari con caratteristiche stealth e net-centriche, ovvero bassa rilevabilità da parte dei sistemi radar e capacità di interazione con tutti i sistemi di comunicazione presenti sullo scenario di guerra, decolla ed atterra in verticale e viaggia a velocità supersoniche;
il progetto per la realizzazione di questo velivolo è frutto di un accordo tra gli Stati Uniti e 8 Paesi partner, tra cui l'Italia, partner di secondo livello, che prevede la realizzazione di 3.173 velivoli per un costo complessivo stimato di 396 miliardi di dollari, anche se nessuno, allo stato attuale, è in grado di quantificare il costo finale dell'intero progetto e quindi di ogni singolo aereo, comunque oggi stimato intorno ai 190 milioni di dollari;
tra i Paesi partner sono sempre crescenti i dubbi su questo progetto, tanto che: la Gran Bretagna deciderà il numero degli aerei da acquistare dopo la pubblicazione del Defence and Security Review, nel 2015; l'Olanda ha avviato un'inchiesta parlamentare a seguito di un pesante voto contrario al progetto; l'Australia non userà l'F-35 come piattaforma esclusiva acquistando anche altri aerei; la Turchia ha rinviato l'acquisto dei primi F-35; la Norvegia ha minacciato di ripensare le sue scelte sul JSF; la Danimarca ha riaperto la gara per decidere entro il 2015 di quale aereo dotarsi ed il Canada ha sospeso la gara per l'acquisto del nuovo caccia;
in Canada, in particolare, il ripensamento nasce dalle polemiche dovute alle omissioni sui costi fatte dal Governo: uno studio indipendente (Kpgm) ed altri organi di controllo pubblici hanno infatti stabilito che il costo complessivo in 40 anni, includendo anche l'uso e la manutenzione, è di oltre 45 miliardi di dollari, pari a 3 volte le previsioni fatte dal Governo;
ai quasi 400 velivoli che verrebbero a mancare rispetto alle ipotesi iniziali si potrebbero aggiungere anche ipotesi di tagli da parte del Pentagono rispetto ai 2.443 previsti, questo comporterebbe un ulteriore aumento del costo unitario per tutti gli acquirenti;
il programma presenta diverse criticità costantemente evidenziate e denunciate sia dal Government accountability office (GAO) che dal Pentagono. Oltre all'inarrestabile lievitare dei costi ed i ritardi del programma, nel tempo, si sono riscontrati molti problemi tecnici che, da un lato, portano a continui abbassamenti degli standard operativi e, dall'altro, al lievitare dei costi;
i problemi del casco del pilota, la vulnerabilità ai fulmini, i problemi al motore che hanno portato allo stop dei voli, la denuncia dei piloti dell'incapacità di combattere non avendo nessuna chance di successo in uno scontro reale con un aereo sono solo alcuni dei maggiori problemi finora riscontrati nell'F-35;
l'Italia partecipa al progetto sin dal suo inizio, nel 1998, con una richiesta iniziale di 131 aerei, ridotta poi nel 2012 a 90 velivoli, considerati dalle forze armate "indispensabili" perché andrebbero a sostituire tre linee di velivoli: i Tornado, gli AMX e gli AV-8 B, senza tuttavia alcuna spiegazione circa il ruolo di un aereo tanto sofisticato, considerati i nostri impegni internazionali;
nel 2009 le Commissioni Difesa di Camera e Senato, esprimendo parere favorevole al programma, hanno posto alcune condizioni: la conclusione di accordi industriali e governativi che consentano un ritorno industriale per l'Italia proporzionale alla sua partecipazione finanziaria, anche al fine di tutelare i livelli occupazionali; la fruizione da parte dell'Italia dei risultati delle attività di ricerca relative al programma; la preventiva individuazione di adeguate risorse finanziarie che non incidano sugli stanziamenti destinati ad assicurare l'efficienza della componente terrestre e, più in generale, dell'intero strumento militare;
tali condizioni, in parte già espresse anche in precedenza, non hanno trovato riscontro nell'avanzamento del progetto: gli oneri previsti per l'Italia nelle prime 3 fasi ammontano a 1.942 milioni di dollari a cui vanno aggiunti gli oltre 800 milioni di euro per la costruzione della fabbrica FACO (Final assembly and check out) a Cameri (Novara), contestualmente le nostre industrie hanno attenuto appalti per circa 800 milioni di dollari, a fronte dei circa 3 miliardi di euro spesi fanno un ritorno di poco sopra al 20 per cento delle spese, che difficilmente renderà possibile un ritorno di circa 14 miliardi, cioè il 100 per cento più volte sbandierato dai Governi che hanno sostenuto questo progetto;
fonti governative e militari negli anni hanno ipotizzato l'arrivo di 10.000 posti di lavoro, mentre secondo stime sindacali si tratterebbe al massimo di circa 2.000 posti e per di più sarebbero ricollocazioni di lavoratori precedentemente impegnati con l'Eurofighter;
il Parlamento ha recentemente approvato una legge delega al Governo (di cui alla legge n. 244 del 2012) che prevede un taglio di 30.000 militari e del 30 per cento delle strutture, portando i risparmi conseguiti all'investimento, in particolare sull'F-35;
il programma dell'F-35 è diventato un progetto dal costo elevato a fronte di prestazioni peraltro incerte e non corrispondente alle esigenze difensive del nostro Paese, con ricadute industriali ed occupazionali molto lontane dalle aspettative;
considerato che:
in una scuola su tre (su due al sud) mancano i certificati di sicurezza. Migliaia insistono su territori a rischio sismico o idrogeologico. Non è solo l'intonaco che cade, l'infiltrazione d'acqua, l'umidità. Lo stato dell'edilizia scolastica nel nostro Paese è drammatico, al punto che in alcune città le amministrazioni si trovano nel dilemma se aprire una scuola non a norma o lasciare a casa i bambini;
dei 42.000 edifici scolastici presenti in tutta Italia il 29 per cento non ha il certificato di agibilità sanitaria, il 42 quello di agibilità statica, il 47,81 per cento non rispetta le norme anti incendio. Più del 60 per cento non è dotato neppure di scale di sicurezza o porte anti panico. E poi ci sono le strutture con l'amianto (11,13 per cento) e quelle con il radon, un gas radioattivo. Oltre il 60 per cento delle scuole ha più di 40 anni. Se poi si aggiunge che per via della loro ubicazione territoriale le scuole sono soggette al rischio sismico, idrogeologico, vulcanico e industriale, il panorama assume tratti drammatici tanto da connotarsi come un emergenza;
ma non è solo la messa in sicurezza straordinaria a mancare. Gli enti locali non hanno più i fondi neanche per la manutenzione ordinaria: crescono, infatti, fino a costituire il 56 per cento del totale, gli edifici che negli ultimi 5 anni non hanno goduto di nessun tipo di intervento;
secondo un'indagine di Legambiente, sono ben 6.633 i comuni in cui sono presenti aree ad alta criticità idrogeologica, l'82 per cento del totale delle amministrazioni comunali italiane. Dal 1950 al 2009 sono state oltre 6.300 le vittime del dissesto idrogeologico;
gli effetti conseguenti ai cambiamenti climatici in atto sono ormai tali che gli eventi estremi in Italia hanno subito un aumento esponenziale, passando da uno circa ogni 15 anni prima degli anni '90, a 4-5 all'anno;
secondo i recenti dati forniti dal Consiglio nazionale dei geologi, dal 1996 al 2008 in Italia sono stati spesi più di 27 miliardi di euro per dissesto idrogeologico e terremoti, oltre al fatto che 6 milioni di italiani abitano nei 29.500 chilometri quadrati del territorio considerati ad elevato rischio idrogeologico, e ben 1.260.000 sono gli edifici a rischio frane e alluvioni. Di questi sono 6.000 le scuole e 531 gli ospedali;
a questo si aggiunge il crescente grado di rischio di erosione costiera, che interessa oltre 540 chilometri lineari dei litorali italiani in cui sono direttamente coinvolti beni esposti;
nell'anno scolastico 2010/2011, secondo l'Istat, risultano iscritti agli asili nido comunali 157.743 bambini fino a 2 anni di età, mentre altri 43.897 usufruiscono di asili nido convenzionati o sovvenzionati dai Comuni, per un totale di 201.640 utenti;
nel 2010 la spesa impegnata per gli asili nido da parte dei Comuni o, in alcuni casi, di altri enti territoriali delegati dai Comuni stessi è di circa 1.227.000.000 euro, al netto delle quote pagate dalle famiglie;
fra il 2004 e il 2010, nonostante il graduale ampliamento dell'offerta pubblica, la quota di domanda soddisfatta è ancora limitata rispetto al potenziale bacino di utenza: gli utenti degli asili nido sono passati dal 9 per cento dei residenti fino a due anni di età dell'anno scolastico 2003/2004 all'11,8 per cento del 2010/2011. Mentre rimangono molto ampie le differenze territoriali: la percentuale di bambini che usufruisce di asili nido comunali o finanziati dai Comuni varia dal 3,3 per cento al Sud al 16,8 per cento al Nord-Est,
impegna il Governo:
1) ad attivarsi al fine di sospendere immediatamente la partecipazione italiana al programma di realizzazione dell'aereo Joint strike fighter - F35;
2) a procedere in tempi rapidi ad un'attenta ridefinizione del modello di difesa italiano sulla base del dettato costituzionale e della nostra politica estera, affermando un ruolo centrale per la politica europea e sostenendo il ruolo di peacekeeping per le forze armate;
3) a destinare le somme così risparmiate ad un programma straordinario di investimenti pubblici riguardanti piccole opere e finalizzato prioritariamente alla messa in sicurezza degli edifici scolastici, del territorio nazionale dal rischio idro-geologico, e alla realizzazione di un piano pluriennale per l'apertura di asili nido.
(1-00008)
MATTESINI, CALEO, ALBANO, CHITI, DI GIORGI, FEDELI, FILIPPI, GATTI, GRANAIOLA, GUERRIERI PALEOTTI, MARTINI, PINOTTI, VATTUONE - Il Senato,
premesso che:
l'ultima ondata di maltempo che ha interessato il versante tirrenico ha causato enormi danni alle regioni Toscana e Liguria, per un ammontare non inferiore a 30 milioni di euro;
i Presidenti della Regione Toscana, Enrico Rossi, e della Regione Liguria, Claudio Burlando, hanno avviato l'iter per la dichiarazione dello stato di emergenza a livello regionale e hanno formalmente chiesto al Governo di stanziare le necessarie risorse e di riconoscere lo stato di emergenza ai sensi della legge n. 225 del 1992;
per quanto riguarda la Toscana, si sono verificate numerose frane in Versilia, a Vicchio in Mugello e nella provincia di Arezzo, allagamenti nei pistoiese e nelle province di Prato, Massa, Lucca e Livorno;
sono necessari investimenti ed è necessario provvedere allo sblocco delle risorse del patto di stabilità al fine di garantire la realizzazione degli interventi;
anche in provincia di La Spezia, si è verificato l'ennesimo evento meteorico eccezionale, sia nel comune capoluogo che in altri comuni sono caduti oltre 140 millimetri di pioggia;
il territorio della provincia ligure, reso fragile e vulnerabile dalle intense precipitazioni che si sono verificate nella prima metà del mese di marzo 2013, ha subito ulteriori danni, per riparare i quali sono necessari tempestivi interventi di sistemazione e messa in sicurezza;
le precipitazioni hanno provocato ingenti danni a strutture e infrastrutture di interesse pubblico e privato e notevoli problemi si sono verificati sulla viabilità stradale per frane ed allagamenti;
per la messa in sicurezza degli ultimi movimenti franosi, la Regione Liguria ha chiesto al Governo circa 10 milioni di euro, oltre al ripristino di un fondo nazionale, finalizzato anche alla prevenzione; le situazioni più critiche riguardano la provincia di La Spezia, ma gravi problemi sono stati segnalati in tutte le altre province, con danni di varia entità a Uscio, Lavagna, Rialto, Vezzi, Calice, Millesimo, Testico, Finale e Villa Faraldi;
frane e smottamenti hanno interessato tutte le province liguri e le risorse a disposizione sono insufficienti per effettuare gli interventi di ripristino e messa in sicurezza,
impegna il Governo:
1) ad assumere iniziative finalizzate ad escludere dal patto di stabilità interno relativo all'anno 2013 le risorse provenienti dallo Stato e le relative spese di parte corrente e in conto capitale sostenute dalle Province e dai Comuni nonché le risorse proprie di tali enti impiegate per far fronte all'emergenza alluvionale;
2) ad avviare immediatamente la procedura per il riconoscimento, ai sensi dell'articolo 5 della legge 24 febbraio 1992, n. 225, come modificata dal decreto-legge n. 59 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 100 del 2012, dello stato di emergenza per i territori colpiti dagli intensi eventi meteorologici che si sono verificati in Liguria e Toscana il 17 e 18 marzo 2013, garantendo, in ogni caso, il reperimento di almeno 40 milioni di euro necessari per gli interventi di maggiore urgenza.
(1-00009)
Interrogazioni
MATTESINI, GATTI, GRANAIOLA, CHITI, FILIPPI, DI GIORGI, FEDELI, CALEO - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, dell'economia e delle finanze e dell'interno - Premesso che:
a partire dal 6 marzo 2013 si sono verificate precipitazioni intense e prolungate che hanno causato l'innesco di fenomeni franosi, con notevoli conseguenze sulla viabilità stradale, ed allagamenti nelle province di Arezzo, Firenze, Livorno, Lucca, Massa Carrara, Pisa, Pistoia e Prato;
il Presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, ha deliberato, con l'atto n. 48 del 21 marzo 2013, la dichiarazione di emergenza regionale ai sensi dell'articolo 11, comma 2, lettera a), della legge regionale n. 67 del 2003, per gli interventi in corso dal 6 marzo nelle province elencate;
è stato richiesto, altresì, al Governo il riconoscimento dello stato di emergenza ai sensi della legge 24 febbraio 1992, n. 225, nonché lo stanziamento delle necessarie risorse,
si chiede di sapere:
se il Governo intenda assumere iniziative finalizzate ad escludere dal patto di stabilità interno relativo all'anno 2013 le risorse provenienti dallo Stato e le relative spese di parte corrente ed in conto capitale sostenute dalle Province e dai Comuni, nonché le risorse proprie di tali enti impiegate per far fronte all'emergenza alluvionale;
se intenda avviare immediatamente la procedura per il riconoscimento, ai sensi dell'articolo 5 della legge 24 febbraio 1992, n. 225, come modificata dal decreto-legge n. 59 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 100 del 2012, dello stato di emergenza per i territori colpiti dagli intensi eventi meteorologici che si sono verificati in Toscana a partire dal 6 marzo 2013, garantendo in ogni caso il reperimento di almeno 20 milioni di euro per gli interventi di massima urgenza.
(3-00010)
Interrogazioni orali con carattere d'urgenza ai sensi dell'articolo 151 del Regolamento
SANTINI - Ai Ministri dello sviluppo economico e del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che a quanto risulta all'interrogante:
nel 2003, Electrolux ha ceduto a una nuova società, ACC Group, la divisione motori di Pordenone e la divisione compressori di Mel e di Rovigo, oltre ad altri stabilimenti europei ed asiatici; il Gruppo ACC - Appliances components companies è diventato in tal modo leader internazionale nel settore della refrigerazione per uso domestico e industriale;
ACC Compressors SpA di Mel (Belluno), già Elettromeccanica SpA, assieme ad ACC-Austria localizzata a Fürstenfeld a circa 60 chilometri da Graz, costituisce la parte produttiva della Business Unit Household Europe di ACC;
nello stabilimento di Mel sono oggi impiegate circa 620 persone, delle quali circa 200 zumellesi, mentre le altre provengono principalmente dai Comuni limitrofi di Feltre, Lentiai, Trichina, Lamon, Santa Giustina, Pedavena, Cesiomaggiore, Belluno, Fonzaso, Sedico, Seren del Grappa, Limana, Arsiè, Sospirolo, Sovramonte, San Gregorio nelle Alpi e altri;
ACC soffre, ed ha sofferto, della formidabile frenata nel settore del «bianco» conseguente alla crisi internazionale; i principali clienti del gruppo sono i big player negli elettrodomestici, come Electrolux, Whirlpool, Indesit, Bosch, i quali hanno risentito del calo dei consumi sui maggiori mercati del mondo con inevitabile riduzione delle commesse ai fornitori;
il gruppo ACC è controllato da un pool diprivate equities guidato da Goldman Sachs affiancata, anche in tempi diversi, da Aletti, Efibanca, Palladio finanziaria ed altre;
nel corso del 2012 la dirigenza ha dato mandato a due banche d'affari di mettere in vendita l'intero gruppo, al quale hanno fatto seguito svariate manifestazioni d'interesse da parte di soggetti che, mentre le trattative procedevano, abbandonavano il campo;
viste le prospettive incerte, l'amministratore delegato del gruppo ha prospettato ai quattro principali creditori/fornitori di trasformare il loro credito in un pacchetto azionario, ottenendo manifestazioni d'interesse e la condivisione di tale soluzione da parte dei principali clienti, Electrolux, Whirlpool, Indesit, Bosch, Merloni ed altri;
il 5 dicembre 2012, ACC Group ha annunciato di aver ottenuto dal tribunale di Pordenone l'autorizzazione all'utilizzo di un nuovo strumento normativo in materia di diritto fallimentare, previsto dall'articolo 33 del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134, che permette di congelare le possibili azioni di rivalsa dei creditori nei confronti delle posizioni debitorie evitando così pignoramenti o la messa in liquidazione dell'azienda;
si tratta di una procedura limitata nel tempo che concede, alla società, dai 2 ai 4 mesi di tempo, nel corso dei quali strutturare intese di rientro dell'esposizione e piani di rilancio, e viene concessa solo alle aziende che dispongono di reali possibilità di rilancio economico-produttivo;
nel caso di ACC Compressors queste possibilità sono chiare e reali: i nuovi acquirenti sono infatti interessati all'integrità del gruppo e ad una sua possibile espansione anche su mercati affini alle produzioni che attualmente rappresentano il core business di ACC;
analoga procedura è stata avviata poco dopo in Austria, con la differenza che in quel percorso è previsto un tempo di novanta giorni al termine del quale si procede alla votazione del piano di risanamento;
purtroppo nel sito di Fürstenfeld si profila una cordata formata da un pacchetto di investitori che puntano al fallimento dello stabilimento per rilevarlo dalle sue ceneri a costi estremamente vantaggiosi e ripulito da situazioni di sofferenza;
allo stabilimento di Mel viene chiesto di rinunciare ad una parte fondamentale degli accordi ministeriali in cui si prevede il bilanciamento delle produzioni, per mantenere in autosostentamento finanziario lo stabilimento austriaco; questa è una delle quattro condizioni necessarie affinché il giudice non proceda alla messa in liquidazione dello stabilimento in Stiria;
negli altri tre punti si chiede di presentare un piano di risanamento, il deposito cauzionale di garanzia di 6 milioni di euro e un piano di rientro di almeno il 30 per cento, in 24 mesi, dell'esposizione verso terzi;
i quattro fornitori inizialmente interessati all'operazione di acquisizione non hanno ancora dato una formale adesione né hanno raggiunto un'intesa da sottoporre al giudice del tribunale di Graz e manca altresì la componente industriale dell'operazione, in quanto nessuno tra i fornitori sembra essere disponibile alla gestione del gruppo;
nei prossimi giorni andranno a compimento le procedure concorsuali in atto nei tribunali di Graz, competente per il sito industriale austriaco di Fürstenfeld di ACC, e di Pordenone, competente per la sede direzionale di Comina e per il sito industriale bellunese;
se non sarà predisposto un piano finanziario e produttivo credibile da parte dell'attuale proprietà, la quale fa capo a un fondo speculativo Goldman Sachs e ad altri partner finanziari italiani quali Palladio, il rischio concreto è la separazione dei due insediamenti, con il salvataggio di quello carinziano e la desertificazione di quello veneto;
si tratterebbe di una lesione gravissima ed irrimediabile, non solo del tessuto produttivo ed occupazionale del comune di Mel, della provincia di Belluno e della regione Veneto, ma dell'intero Paese, che perderebbe una parte rilevantissina della piattaforma tecnologica per il settore dell'elettrodomestico, il cui ruolo cruciale nella mappa industriale è noto ed evidenziato dalle crisi recenti di Indesit ed Electrolux;
è necessario superare le opacità e le reticenze della proprietà, per verificare la praticabilità e le condizioni di un intervento di salvataggio industriale dell'ACC di Mel che faccia capo ad un progetto strategico efficace, le cui soluzioni, sostenute da un intervento ponte di carattere finanziario, potrebbero essere individuate sia in una integrazione orizzontale da parte di primari player internazionali della componentistica, sia in una prospettiva di integrazione verticale del processo in funzione dei produttori nazionali di elettrodomestici;
l'Italia non può permettersi di perdere un altro pezzo del tessuto produttivo d'eccellenza; a rischio c'è un modello industriale, ma soprattutto un possibile polo del freddo che potrebbe vedere nello stabilimento zumellese il perno per concentrare la ricerca e l'innovazione su un settore che, proprio nella Valbelluna, vede presenti aziende leader nella climatizzazione e nella refrigerazione;
nello stabilimento ACC Compressors si sono attuati tutti i regimi d'orario e da diversi anni si sta utilizzando - con motivazioni diverse - la cassa integrazione; i lavoratori e i sindacati si sono sempre assunti le proprie responsabilità, non trovando parimenti riscontro negli impegni aziendali;
le organizzazioni sindacali hanno sempre segnalato la sotterranea intenzione di depauperare lentamente le lavorazioni di Mel in favore dello stabilimento austriaco di Fürstenfeld, ed è dunque necessario trovare soluzioni per salvaguardare l'integrità industriale del gruppo e l'occupazione; diversamente in Italia rimarrebbero solo i costi sociali ed economici,
si chiede di sapere:
quali misure urgenti i Ministri in indirizzo intendano assumere per promuovere da parte della proprietà la predisposizione di un piano finanziario e produttivo credibile, tale da evitare il rischio della separazione dei due insediamenti, con il salvataggio di quello carinziano e la desertificazione della realtà produttiva di Mel;
se il Governo intenda impegnarsi in un finanziamento ponte nella prospettiva di un intervento di salvataggio industriale dello stabilimento ACC Compressors SpA di Mel.
(3-00011)
BERTUZZI - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e delle politiche agricole alimentari e forestali - Premesso che:
l'articolo 13-ter del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134, ha sostituito integralmente il comma 28 dell'articolo 35 del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, ed ha aggiunto al medesimo art. 35 i commi 28-bis e 28-ter;
in sostanza, la novella normativa ha introdotto la responsabilità dell'appaltatore con il subappaltatore per il versamento all'Erario delle ritenute fiscali sui redditi di lavoro dipendente e dell'imposta sul valore aggiunto dovuta dal subappaltatore in relazione alle prestazioni effettuate nell'ambito del rapporto, nei limiti dell'ammontare del corrispettivo dovuto;
in capo al committente, è stata introdotta una sanzione amministrativa pecuniaria - da 5.000 a 200.000 euro - nel caso in cui lo stesso provveda ad effettuare il pagamento all'appaltatore senza che questi abbia esibito la documentazione attestante che i versamenti fiscali, scaduti alla data del pagamento del corrispettivo, siano stati correttamente eseguiti, eventualmente anche dal subappaltatore;
tale responsabilità, comunque, è limitata all'ipotesi in cui, pur in assenza della presentazione della documentazione, tali versamenti non risultino eseguiti dall'appaltatore o dall'eventuale subappaltatore;
la documentazione può consistere anche nella asseverazione rilasciata dai Centri di assistenza fiscale (CAF) o da professionisti abilitati;
considerato che:
con la circolare n. 40/E del 2012, l'Agenzia delle entrate, nel fornire i primi chiarimenti, ha ritenuto valida, in alternativa alle asseverazioni prestate dai CAF e dai professionisti abilitati, la presentazione di una dichiarazione sostitutiva - resa ai sensi del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445 - con cui l'appaltatore o il subappaltatore attesti l'avvenuto adempimento degli obblighi richiesti dalla disposizione;
la medesima circolare ha precisato, inoltre, che la disposizione si applica ai contratti di appalto o di subappalto stipulati a decorrere dal 12 agosto 2012;
successivamente, è stato chiesto di chiarire se il citato articolo 13-ter del decreto-legge n. 83 del 2012 trovi applicazione solo in relazione ai contratti stipulati dagli operatori economici del settore edilizio, ovvero se lo stesso abbia una portata generale;
il dubbio è sorto in quanto la richiamata disposizione è inserita nel titolo I del decreto-legge n. 83 del 2012, concernente "Misure urgenti per le infrastrutture l'edilizia ed i trasporti", e specificamente nel capo III, riferito a "Misure per l'edilizia";
la valorizzazione di tale contesto normativo avrebbe quindi potuto portare, a parere dell'interrogante, ad una interpretazione limitativa dell'operatività della disposizione al solo settore edile;
tuttavia, con la circolare n. 2 del 1° marzo 2013, l'Agenzia delle entrate ha sciolto il dubbio sollevato, osservando che, a favore di una più ampia applicazione delle misure introdotte dalla normativa in esame, l'articolo 13-ter dispone la modifica dell'articolo 35 del decreto-legge n. 223 del 2006, rubricato "Misure di contrasto dell'evasione e dell'elusione fiscale" ed inserito nel titolo III, concernente "Misure in materia di contrasto all'evasione ed elusione fiscale, di recupero della base imponibile, di potenziamento dei poteri di controllo dell'amministrazione finanziaria, di semplificazione degli adempimenti tributari e in materia di giochi";
in tal senso, nella menzionata circolare emanata dall'Agenzia delle entrate, si chiarisce che lo scopo della disposizione va quindi ravvisato non nella finalità di introdurre specifiche misure di contrasto all'evasione nel settore edile, ma in quella di far emergere base imponibile in relazione alle prestazioni di servizi rese in esecuzione di contratti di appalto e subappalto intesi nella loro generalità, a prescindere dal settore economico in cui operano le parti contraenti;
valutato che, a giudizio dell'interrogante:
lo scenario che si sta configurando appare quindi paradossale se si considera il pericolo che, in molti casi, costi e tempi dell'attività amministrativa necessaria agli adempimenti documentali relativi alle prestazioni d'appalto e subappalto finiranno per superare costi e tempi delle prestazioni stesse;
in particolare, qualsiasi rapporto posto in essere tra imprese, che non sia riconducibile a compravendita o cessione con posa in opera, sembra possa rientrare nel contratto di appalto, con tutti gli obblighi che derivano da una siffatta interpretazione e, conseguentemente, il mancato rispetto di quegli indirizzi di sburocratizzazione e accelerazione dei termini di pagamenti pure intrapresi dall'Italia per perseguire il rilancio dell'economia;
stando alla lettera della citata circolare n. 2 e in assenza di ulteriori precise delimitazioni dell'ambito di applicazione, la disposizione infatti interviene indipendentemente dal valore del contratto e dalla tipologia dell'attività svolta e, quindi, le sanzioni potrebbero trovare applicazione anche per casistiche marginali;
secondo quanto pubblicato dal quotidiano «Italia Oggi», il 12 novembre 2012, la sanzione minima di 5.000 euro che rischia il committente che non abbia verificato, prima di procedere al pagamento dell'appaltatore, il corretto adempimento da parte di quest'ultimo e dei suoi eventuali subappaltatori degli obblighi tributari relativi al contratto stesso, sarà in molti casi sproporzionata, perché non limitata al corrispettivo del contratto (come previsto invece per la responsabilità solidale tra l'appaltatore e il subappaltatore) e finirà per penalizzare soprattutto le imprese di piccole dimensioni;
in altri casi è plausibile che l'appaltatore e il subappaltatore, che non hanno ricevuto ancora il pagamento dal proprio committente delle fatture già emesse per il contratto, non riusciranno più ad ottenere la retribuzione proprio a causa del mancato pagamento determinato dall'impossibilità di versare la relativa Iva;
valutato inoltre che, sempre a giudizio dell'interrogante:
particolarmente grave appare la situazione che si viene a creare nel settore agricolo, dove è richiesto alla totalità degli operatori del settore, anche di modeste dimensioni, di assumere la certificazione, da parte del prestatore di servizi, di aver assolto agli adempimenti in materia di Iva e di versamento delle ritenute, anche con riferimento ad appalti di modico valore contrattuale;
per rendersi conto dell'effetto, particolarmente gravoso nel settore agricolo, indotto dall'estensione del campo di applicazione della disciplina richiamata, è sufficiente immaginare il caso di un agricoltore che affidi a un contoterzista le lavorazioni del proprio fondo agricolo con corrispettivo pattuito di poche decine di euro. Con le nuove disposizioni, tale agricoltore, prima di effettuare il pagamento, dovrà farsi consegnare le dichiarazioni necessarie oppure effettuare in proprio i controlli richiesti;
un sistema di tal fatta potrebbe quindi comportare, anche per valori di importi minimi, sanzioni pesantissime per gli agricoltori (da 5.000 a 200.000 euro), il più delle volte micro o piccoli imprenditori;
inoltre, a fronte del grande e diversificato numero di appalti e clienti di ogni impresa agricola e agromeccanica, le nuove regole comportano ulteriori e notevoli aggravi burocratici per gestire le richieste di autocertificazioni, con un conseguente aumento dei costi gestionali;
se la responsabilità solidale può avere un senso in riferimento ai grandi appalti per l'edilizia e i trasporti, in ambito agricolo, la stessa disciplina rischia di essere applicata alle semplici operazioni di coltivazione in conto terzi che gli agricoltori affidano regolarmente alle imprese agromeccaniche: l'effetto paradossale è che, in casi del genere, su incarichi di poche centinaia di euro graverebbero gli stessi vincoli burocratici pensati per la realizzazione di grandi opere;
considerato inoltre che, a parere dell'interrogante:
in un periodo di crisi, in cui la circolazione del denaro è rallentata e le aziende chiudono spesso a causa della mancanza di liquidità, estendere la responsabilità solidale nei contratti di appalto rischia di far collassare il settore primario, generando un aggravio di burocrazia nonché un massiccio aumento dei costi gestionali, e, forse, può costituire un boomerang per il rispetto delle disposizioni, favorendo, di ritorno, percorsi alternativi e poco ortodossi;
si tratta di una misura che va contro ogni proposito di semplificazione degli adempimenti gravanti sulle imprese e che, impropriamente, trasferisce su di esse il compito di controllare la regolarità fiscale dei soggetti coinvolti nei contratti di appalto, compito ispettivo che compete invece all'Amministrazione finanziaria - col rischio di ingenerare una condizione di contrasto rispetto alle direttive comunitarie e la giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione europea,
si chiede di sapere:
quali orientamenti, nell'ambito delle rispettive competenze, i Ministri in indirizzo intendano esprimere con riferimento a quanto esposto in premessa, posto che le disposizioni introdotte dall'articolo 13-ter del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134, a giudizio dell'interrogante rischiano di provocare ulteriori difficoltà alle imprese e, in particolare, a quelle di piccole dimensioni, soprattutto nel settore agricolo e agrimeccanico, già costrette a fronteggiare una grave crisi economica e una elevata pressione fiscale;
quali iniziative, conseguentemente, intendano intraprendere nell'ambito delle rispettive competenze, al fine di porre rimedio ad una disposizione normativa che, come esposto in premessa, appare all'interrogante paradossale e controversa, che determina ulteriori rallentamenti nell'ambito dell'esercizio di impresa e i cui oneri e adempimenti fiscali, burocratici e amministrativi, rappresentano i maggiori ostacoli penalizzanti per chi intende avviare un'attività imprenditoriale nel Paese;
se, infine, non intendano assumere specifiche misure affinché la stessa Agenzia delle entrate fornisca un ulteriore chiarimento su quali siano i contratti di appalto da assoggettare alla disciplina di cui all'articolo 13-ter del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134, e se, nell'ambito di tale iniziativa, intendano favorire l'esclusione delle imprese del settore agricolo e agromeccanico di piccole dimensioni dall'applicazione delle predette disposizioni.
(3-00012)
GHEDINI Rita, BERTUZZI, GATTI, PIGNEDOLI - Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che:
fino al 2012, l'Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps), nei primi mesi dell'anno, ha effettuato massive operazioni di invio postale della certificazione unica dei redditi ai soggetti per i quali assolve alla funzione di sostituto d'imposta;
relativamente all'obbligo di trasmettere la certificazione unica dei redditi relativa all'anno d'imposta 2012 per la dichiarazione dei redditi da assolvere nel 2013, l'Inps renderà disponibile il certificato unico dei redditi di lavoro dipendente, pensione e assimilati (CUD) soltanto in modalità telematica;
infatti, la legge 24 dicembre 2012, n. 228 (legge di stabilità per il 2013), all'articolo 1, comma 114, ha previsto che, a decorrere dall'anno 2013, "gli enti previdenziali rendono disponibile la certificazione unica dei redditi di lavoro dipendente, pensione e assimilati (...) in modalità telematica. È facoltà del cittadino richiedere la trasmissione del CUD in forma cartacea. Dall'attuazione del presente comma non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica";
dunque, gli enti previdenziali non inviano più il CUD ai pensionati in formato cartaceo, se non su espressa richiesta dell'interessato;
a motivo di ciò, l'Inps ha reso disponibile il CUD sul proprio sito istituzionale www.inps.it, nella sezione Servizi Online - Servizi al cittadino;
ai sensi di quanto disposto dal menzionato articolo 1, comma 114, della legge di stabilità per il 2013, per tutti coloro che ne faranno esplicita richiesta, inoltre, sarà possibile ottenere il CUD in formato cartaceo attraverso uno dei canali alternativi descritti in dettaglio nella circolare n. 32 del 26 febbraio 2013, tra i quali le agenzie Inps, recandosi agli sportelli veloci dedicati al rilascio del CUD; le postazioni informatiche self -service, disponibili presso le strutture territoriali dell'Istituto; la posta elettronica, inviando una mail da un indirizzo di posta elettronica certificata CEC-PAC; i centri di assistenza fiscale (CAF); gli uffici postali appartenenti alla rete "Sportello Amico", a pagamento; solo da ultimo gli enti di patronato;
considerato che:
molte famiglie sono sprovviste di computer e, soprattutto gli anziani, spesso non hanno la necessaria dimestichezza con i sistemi informatici;
di conseguenza, si è di fatto generata una situazione di confusione e maggiore difficoltà per quelle fasce di popolazione che non hanno la possibilità o la capacità di connettersi a Internet e stampare dal sito dell'Inps il modello CUD, utilizzando il proprio codice Pin (rilasciato per metà via mail e per metà con un sms sul telefonino);
inoltre, ad essere colpite saranno particolarmente le categorie più deboli, gli anziani ed i disabili, i quali dovranno affrontare spostamenti a volte assai faticosi, se non impossibili, e spese non previste per ottenere una documentazione necessaria ai fini fiscali;
valutato che, a giudizio degli interroganti:
il pagamento del servizio di rilascio dei CUD da parte degli uffici postali - i cui sportelli costituiscono interfaccia abituale per molti cittadini, soprattutto anziani, per lo svolgimento di altre operazioni (incasso assegni delle pensioni, depositi, eccetera) - appare, da un lato, inspiegabile, data la necessità di ottenimento della documentazione ai fini fiscali da parte di tutti i cittadini; dall'altro, iniquo rispetto alla previsione gratuita di ottenimento dello stesso documento attraverso canali alternativi;
la novità telematica per il rilascio della certificazione fiscale non è stata accompagnata da una campagna informativa tale da illustrare chiaramente al cittadino le modalità messe a sua disposizione per venire in possesso della forma cartacea del CUD;
a riguardo, solo con il messaggio n. 5024 del 22 marzo 2013, l'Inps ha evidenziato che, oltre ai canali e agli strumenti già indicati in precedenza, per ottenere il CUD, i cittadini possono avvalersi del servizio offerto dagli enti di patronato, in forma assolutamente gratuita. L'erogazione del servizio è infatti ammessa su specifica richiesta del cittadino interessato e dietro apposito mandato, il quale, unitamente ad una copia del documento del richiedente, dovrà essere conservato dal patronato ed esibito a richiesta dell'Inps,
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti riportati in premessa e quali siano le sue valutazioni in merito alla situazione;
se non ritenga opportuno adoperarsi per mettere in atto un'adeguata campagna informativa in tempi celeri che permetta di fare chiarezza in merito alle modalità di rilascio del CUD, anche al fine di ripristinare un clima di serenità tra le categorie più deboli, gli anziani ed i disabili;
se, infine, non intenda assumere specifiche misure affinché sia garantito il servizio di rilascio del CUD a titolo assolutamente non oneroso per l'utente quale che sia l'istituto, l'ente o il soggetto abilitato al rilascio di una documentazione indispensabile ai fini fiscali per tutti i cittadini.
(3-00013)
Interrogazioni con richiesta di risposta scritta
MARCUCCI - Al Ministro per i beni e le attività culturali - Premesso che:
in data 17 marzo 2013, nonostante ripetute segnalazioni ed allarmi, si è distaccata, a causa del perdurare di avverse condizioni metereologiche, una parte della cinta muraria (facente parte di una proprietà privata) del Comune di Montecarlo (Lucca), corrispondente a circa 16 metri (si veda "Luccaindiretta.it" del 18 marzo 2013);
il crollo è avvenuto a seguito di un grosso smottamento del terreno sul lato nord della cortina, dovuto probabilmente alle forti piogge. In quell'area da tempo sono attivi movimenti franosi che trascinano a valle alberi e parte della collina;
il perimetro delle mura del paese si sviluppa per 850 metri; le mura vennero costruite fra il 1333 e il 1337: la cerchia è attualmente intatta;
molti tratti della cerchia muraria sono costituiti da grandi archi tamponati da una cortina di sassi e calce, probabilmente nell'intento di risparmiare sul materiale e sul tempo di realizzazione dell'opera, che ebbe bisogno, già nel '300, di restauri in parecchi punti (solo nel 1382 furono acquistati cinquantamila mattoni a tale scopo), e nei documenti dei secoli seguenti appare sempre costellata di buchi; nel 1389 ne cadde perfino una parte per la pioggia;
un'altra parte invece, quella verso Pescia, appare costruita in regolare opera di muro massiccio e di pietre grossolanamente squadrate. Un camminamento correva sulla cresta delle muraglie, dotato nel secolo XIV di ringhiere e travi in legno di castagno; ai piedi della cinta si sviluppava la cosiddetta via delle mura, che girava intorno a tutto il paese per consentire un rapido spostamento di truppe da un punto all'altro. Dal '500 i privati si appropriarono di alcuni tratti della via per ampliare le proprie case,
si chiede di sapere quali interventi di propria competenza il Ministro in indirizzo intenda promuovere perché sia ricostruita la parte crollata della cinta muraria del Comune di Montecarlo, ed in generale come intenda tutelare un bene storico di così particolare pregio.
(4-00021)
VALENTINI - Al Ministro dell'interno - Premesso che:
la Regione Lazio stipula ogni anno, a partire dall'approvazione della legge n. 353 del 2000, una convenzione con il Corpo nazionale dei vigili del fuoco, che prevede interventi per la difesa del patrimonio boschivo e consente il rafforzamento del servizio di soccorso tecnico urgente con la garanzia dei finanziamenti di apertura di 5 sedi distaccate per tutto l'anno e precisamente Castelforte (Latina), Arce (Frosinone), Tarquinia (Viterbo), Poggio Mirteto (Rieti) e Fiumicino (Roma), con un impegno delle amministrazioni comunali per garantire la logistica;
la Regione per motivi legati al deficit di bilancio è in ritardo nei pagamenti dovuti, e per questo si presume che il Ministero dell'interno non abbia ancora concesso la proroga della convenzione in essere,
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo, per quanto di competenza, intenda sollecitare il Presidente della Giunta regionale a sanare tutti i pagamenti pregressi previsti nella convenzione, compresi quelli per i servizi prestati nell'area di Guidonia Montecelio e per la bonifica del fiume Aniene;
se ritenga di attivarsi affinché sia autorizzata in tempi brevi la proroga della convenzione, che consentirebbe almeno la riapertura dei servizi essenziali prima descritti, e, nel frattempo, si proceda all'elaborazione della nuova convenzione per l'anno 2013;
se ritenga necessario attuare ogni sforzo per far sì che le sedi indicate in premessa siano decretate come sedi permanenti dei vigili del fuoco, anche con una minima assegnazione di personale, che verrebbe integrato con quello finanziato dalla Regione Lazio, come richiesto dai Presidenti delle Province e dai Sindaci interessati.
(4-00022)
VALENTINI - Ai Ministri dell'interno e per la pubblica amministrazione e la semplificazione - Premesso che:
il Senato ha più volte impegnato, con mozioni ed ordini del giorno, il Governo, nella scorsa Legislatura, per l'attuazione della normativa nazionale e internazionale in materia di sicurezza dei rischi di tipo ambientale, industriale e non convenzionale;
a tale scopo non si può ormai prescindere da un incremento degli organici e degli investimenti a favore del Corpo nazionale dei vigili del fuoco;
il primo rapporto sul benessere (BES) elaborato da ISTAT e Cnel e presentato al Capo dello Stato l'11 marzo 2013 ha sottolineato come i Vigili del fuoco abbiano ottenuto il punteggio più alto (8.1) a testimonianza dell'alta fiducia nei confronti di questa istituzione;
autorevoli organi di informazione, stampa e televisione hanno denunciato lo stato di degrado e ritardo gestionale in cui versa il Corpo nazionale dei vigili del fuoco, nonostante i meriti e i servigi che esso svolge a favore dei cittadini,
si chiede di sapere:
se corrisponda al vero che a tutt'oggi non si è stabilito l'inizio del nuovo corso da vigile permanente, già finanziato, rallentato solo da ritardi e tempi burocratici che all'interrogante non appaiono compatibili con la gravità della situazione del Paese;
se risulti che i concorsi interni per le qualifiche di caposquadra, capo reparto e ispettore antincendi, che interessano oltre 5.000 persone, e le relative procedure, non sono attuati dinamicamente e nell'ambito di un'azione coordinata degli uffici, per far in modo che i concorsi ed i corsi di formazione si svolgano in tempi certi e con un programma prestabilito, senza gravi ripercussioni sul servizio di soccorso;
se corrisponda al vero che il parco automezzi di soccorso in tutto il Paese è ridotto ai minimi termini per carenza di fondi dovuti ai tagli lineari e non mirati, con conseguente decadimento del servizio di soccorso;
se risulti che sono stati autorizzati migliaia di richiami di personale precario o discontinuo per un costo equivalente all'assunzione di 2.562 vigili del fuoco permanente;
se i Ministri in indirizzo, ciascuno per il proprio ambito di competenza, intendano adottare gli opportuni accorgimenti e predisporre gli idonei interventi amministrativi per evitare il collasso operativo della struttura, e se intendano procedere rapidamente all'assunzione di vigili del fuoco permanenti risultati idonei all'ultimo concorso pubblico per tale qualifica.
(4-00023)
COMPAGNA - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell'interno - Premesso che:
il Comune di Pompei (Napoli) in passato è stato oggetto, per tre anni, di gestione commissariale straordinaria in seguito allo scioglimento del Consiglio per condizionamento mafioso;
già nella precedente Legislatura e con precedenti atti di sindacato ispettivo, tra cui l'interrogazione 4-01982, pubblicata nella seduta n. 256 del 23 settembre 2009, il cui iter, allo stato, non è stato ancora concluso, in considerazione delle evidenti continuità personali tra gli attuali e i disciolti amministratori, nonché in seguito a gravi accadimenti nella gestione della cosa pubblica, si sollecitava il Ministro dell'interno affinché si mantenesse alta la vigilanza dello Stato in quel contesto;
nello specifico, a quanto risulta all'interrogante, a seguito dell'invio di una nuova commissione di accesso, insediatasi nell'ottobre 2010, il prefetto di Napoli ha provveduto ad inviare al sindaco di Pompei, il 5 gennaio 2011, una diffida per eliminare le gravi e persistenti violazioni di legge riscontrate nello svolgimento dell'attività amministrativa (nei settori della gestione del personale, dell'abusivismo edilizio, degli appalti pubblici, della riconversione dell'ex associazione temporanea di imprese-Ati carta, eccetera) assegnando, all'uopo, il termine di 4 mesi per la maggior parte degli adempimenti e di 6 e 9 mesi per alcuni specifici, la gestione del personale e la demolizione degli immobili abusivi;
nonostante il termine dei 4 mesi sia ampiamente passato, ad oggi, non risultano essere state ottemperate le prescrizioni impartite dal prefetto sopratutto con specifico riferimento alla riconversione dell'ex Ati carta, rispetto alla quale il prefetto invitava a revocare alcuni atti di fondamentale importanza come il nulla osta, in materia ambientale e paesaggistica, rilasciato alla commissione edilizia integrata;
come viene riportato da articoli di giornali, inoltre, il 22 gennaio 2013, il Consiglio di Stato ha statuito, con una sua sentenza ormai inoppugnabile e quindi definitiva, l'annullamento del permesso a costruire e dell'autorizzazione commerciale del centro "La cartiera" sorto dalle ceneri dell'opificio ex Ati carta;
dal 22 gennaio, benché siano stati annullati il permesso di costruire e l'autorizzazione commerciale, il centro commerciale "La cartiera", tecnicamente abusivo, continua tranquillamente ad essere aperto al pubblico ed il Comune non ha adottato alcun atto amministrativo per dare seguito ed attuazione alla sentenza del Consiglio di Stato;
appare opportuno quindi intervenire affinché siano adottati tutti i doverosi ed opportuni provvedimenti per dare attuazione, ad horas, alla sentenza del Consiglio di Stato perché, così facendo, si ripristinerà la legalità nella città di Pompei, allo stato violata;
appare all'interrogante opportuno che l'amministrazione comunale di Pompei impronti la sua azione al rispetto dei principi di trasparenza, legalità e correttezza anche in considerazione della non remota esperienza dello scioglimento del Consiglio comunale,
si chiede di sapere:
quali provvedimenti di competenza il Governo intenda adottare per far fronte alle gravi illegalità, innanzi indicate, perpetrate dall'amministrazione comunale di Pompei e per impedire che esse siano condotte a più gravi conseguenze;
quali provvedimenti intenda adottare per dare attuazione, ad horas, alla sentenza del Consiglio di Stato del 22 gennaio 2013 con la quale sono stati definitivamente annullati il permesso di costruire e l'autorizzazione amministrativa del centro commerciale "La cartiera";
se le gravi e persistenti violazioni di legge riscontrare nello svolgimento dell'attività amministrativa, oggetto della diffida fatta pervenire dal prefetto di Napoli in data 5 gennaio 2011, siano state eliminate;
se non ritenga di disporre, attraverso la prefettura di Napoli, un nuovo scioglimento del Consiglio comunale stante le gravi e persistenti violazioni di legge.
(4-00024)
DE PETRIS, PETRAGLIA - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che, a quanto risulta agli interroganti:
dal giugno 2012 il Parco nazionale delle foreste casentinesi è privo di presidente. Anni di gestioni al di sotto della sufficienza, di commissariamenti, di inadeguatezze hanno fatto decadere lo straordinario Parco naturalistico, storico-artistico (gli eremi di Camaldoli e della Verna), agro-silvo-pastorale, provocando guasti allarmanti;
il Parco nazionale sorge fra le province di Arezzo e Forlì e i miopi localismi regionali hanno imposto finora presidenti spartiti a metà fra Toscana ed Emilia-Romagna, con controproducenti staffette;
c'è già stato un lungo periodo di commissariamento con il direttore generale per le Aree protette, Aldo Cosentino, condiviso con altri parchi pure commissariati;
dopo questo lungo commissariamento, finalmente, nel 2007, è stato individuato un presidente toscano, Sacchini, che, al termine del suo mandato, è stato duramente contestato dalle amministrazioni comunali del luogo che lo hanno, di fatto, sfiduciato;
il Ministro in indirizzo avrebbe accettato la decisione delle amministrazioni locali; per molti mesi ha omesso di procedere ad una nuova nomina esercitando i compiti che la legge gli affida;
da qui gli ultimi 10 mesi di vuoto operativo, dovuto al ribaltamento dei ruoli: le amministrazioni comunali non avrebbero trovato l'accordo su un nome, le regioni avrebbero atteso che a livello locale i sindaci dei piccoli Comuni risolvessero i loro problemi, il Ministro avrebbe aspettato che gli venisse proposto un nome, senza troppa attenzione per competenze, curriculum ed esperienza nel settore;
le associazioni ambientaliste hanno inviato da tempo lettere al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, reclamando la nomina a presidente di una personalità dotata di un adeguato curriculum, competente e di alto profilo. Una soluzione che consentisse di governare il Parco nazionale delle foreste casentinesi, già assediato dalla ristrettezza dei fondi, dalle mire dei cacciatori, dei costruttori, dei gestori di impianti di risalita, di quanti vogliono trasformare i parchi in luna-park;
a parere degli interroganti il Governo Monti, e per esso il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, Corrado Clini, avrebbe potuto e dovuto procedere da mesi ad una nomina di alto profilo, soprattutto per risollevare il Parco nazionale dall'abisso in cui è precipitato, data la gestione, ormai ventennale, legata agli interessi localistici, nomina che, ad oggi, non è stata effettuata;
ora verrebbe proposto dalle amministrazioni comunali locali, quale presidente del Parco delle foreste casentinesi, l'attuale sindaco di Stia (Arezzo), Luca Santini, presidente dell'Unione dei Comuni, cacciatore e già presidente nazionale dell'Unione regionale cacciatori dell'Appennino (URCA);
il Ministro avrebbe quindi nominato il sindaco di Stia commissario del Parco nazionale, in attesa di potere esperire le procedure necessarie alla sua nomina a presidente,
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno spiegare per quali ragioni avrebbe - come gli interroganti ritengono che sia accaduto - abdicato al suo ruolo e avrebbe rinunciato al suo dovere di proporre, come stabilisce la legge, un presidente alle Regioni, per raggiungere l'intesa;
se non ritenga doveroso chiarire per quali motivi avrebbe invece accettato, come risulta agli interroganti, le decisioni delle amministrazioni locali, avverse al precedente presidente, tanto da ritenere di non dover procedere alla sua riconferma, senza aver prima proceduto ad una rigorosa valutazione del suo operato;
se non ritenga opportuno chiarire per quale motivo - preso atto che l'intesa tra il Ministero dell'ambiente e le Regioni per la nomina dei Presidenti è un principio condivisibile e necessario nell'auspicabile obiettivo di assicurare nella gestione dei Parchi nazionale una leale collaborazione tra Stato e Regioni - l'interesse generale alla conservazione del patrimonio naturale non sia prevalso, in questa vicenda, su interessi di parte o sugli equilibri politici dei diversi territori;
se non intenda spiegare per quale ragione si sia accettato e acconsentito al fatto che, a capo di gioielli della natura, scrigni di biodiversità, luoghi che devono essere esclusivamente soggetti a tutela e studio e che non hanno né possono avere il carattere della Pro loco, sia una persona che, a quanto risulta agli interroganti, appare priva della necessaria esperienza, adeguata competenza, con un curriculum del tutto inadeguato e incompatibile in ragione del fatto che si tratterebbe di un cacciatore, già presidente di associazione venatoria;
se non ritenga che una simile scelta sia censurabile, proprio in ragione degli obiettivi delle associazioni venatorie, che da sempre reclamano di poter esercitare la loro attività anche nei parchi nazionali;
se non intenda chiarire per quale motivo sia stato nominato commissario una persona estranea alla Amministrazione, con ciò contravvenendo a principi più volte riconosciuti e affermati da sentenze secondo le quali la funzione di commissario deve essere svolta da personale ministeriale;
se sia a conoscenza del fatto che i cacciatori della rivista "Big Hunter" sono stati tra i primi a gioire della nomina di Luca Santini a commissario straordinario del Parco delle foreste casentinesi;
se non ritenga opportuno sospendere ogni attività riguardante la nomina a presidente del Parco in ragione del fatto che l'attuale Governo è in carica per la ordinaria amministrazione, nella quale non rientrerebbero le nomine quando non strettamente necessarie per una scadenza non superabile.
(4-00025)