Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 646 del 14/12/2011
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SALTAMARTINI (PdL). Signora Presidente, onorevoli colleghi, intervengo in merito alla modifica dell'articolo 81 della Costituzione, a seguito anche della presentazione di un mio disegno di legge costituzionale, vista l'ineluttabilità di affrontare i problemi finanziari ed economici che riguardano il nostro Paese, anche per adempiere ad obbligazioni di politica economica comunitaria.
Io credo che il problema che noi stiamo per affrontare fosse ben chiaro nell'Assemblea costituente. La previsione secondo cui ogni legge che imponga nuove o maggiori spese debba indicare i mezzi per farvi fronte è lapalissiana ed estremamente eloquente. Tuttavia, noi tutti sappiamo com'è andata a finire dopo molti anni. Vi sono 1.900 miliardi di euro di debito pubblico, che attualmente il mercato del risparmio non acquista ovvero acquista a condizione che siano corrisposti interessi altissimi, e, per le condizioni economico‑finanziarie del nostro Paese, questo è un problema molto serio.
Il principio del pareggio di bilancio si basa anche su un'altra ragione: consentire alle rappresentanze elette di non subire gli effetti negativi di precedenti legislature o consiliature. Questo aspetto riguarda il Parlamento nazionale, le assemblea regionali e gli organismi consultivi degli enti locali. In questo contesto normativo, credo che nessuno possa mettere in dubbio che vaghi l'ombra di John Maynard Keynes, in particolare la sua «Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta», pubblicata nel 1936. In forza di quelle teorie, il livello del saldo di bilancio pubblico costituisce uno strumento di politica economica discrezionale ed è opportuno che ci sia anzi una spesa in disavanzo. In altre parole, secondo quelle teorie, non il pareggio di bilancio su base annua, ma un pareggio su base ciclica. Non sono in grado di stabilire se queste teorie abbiano avuto un ruolo sul disavanzo del debito pubblico italiano. Resta il fatto che gli investimenti di cui parlava Keynes, investimenti strutturali, non sono mai stati fatti nel nostro Paese. Ad esempio, l'autostrada del sole è stata realizzata nel 1960 con risorse private e la spesa pubblica degli anni successivi è cresciuta a dismisura senza realizzare consistenti opere infrastrutturali.
L'esigenza di porre un limite "rinforzato" alla spesa pubblica con una previsione di rango costituzionale appare in questo modo di tutta evidenza. In realtà, come abbiamo già visto e come è stato lucidamente esposto da chi mi ha preceduto, tale limite già c'era e io continuo a pensare che l'unica riforma utile della nostra Costituzione - come spesso è stato ricordato - sia quella di cancellare tutte le modifiche che sono state introdotte fino ad oggi.
Il mancato rispetto della Costituzione ha realizzato il risultato mediante il quale siamo passati da 357 miliardi di deficit nel 1961 a 1.900 miliardi del deficit attuale. Tuttavia l'aumento del debito non è stato dovuto a carenza di entrate. E ancora, dal 1990 al 1993 l'aumento delle entrate ha assorbito l'80 per cento dell'aumento del prodotto nel nostro Paese. La spiegazione è molto semplice: vi è stata una crescita incontrollata della spesa pubblica.
Le misure adottate in questi giorni non fanno che sottolineare il pesantissimo fardello che devono sopportare i fattori della produzione: il lavoro e le imprese. Le imposte dirette e indirette del lavoro dipendente assorbono oltre il 50 per cento dei salari. Non va meglio per gli artigiani e i piccoli imprenditori e più in generale per tutte le imprese.
Il nostro collega Antonio Martino, che è stato discepolo del premio Nobel per l'economia Milton Friedman, racconta che l'economista americano propose l'introduzione di una festa nazionale a data variabile, che festeggiava il giorno dell'indipendenza dei cittadini dalle tasse, cioè il giorno in cui ogni italiano medio smette di lavorare per lo Stato e comincia a lavorare per sé e per la sua famiglia. Nel 1960 gli italiani lavoravano per lo Stato dal 1° gennaio al 29 aprile, nel 1970 fino al 12 maggio, nel 1980 fino al 7 giugno, nel 1990 fino al 20 luglio e nel 1993 fino al 4 agosto; adesso siamo andati persino oltre!
È per tutto questo che nel mio disegno di legge costituzionale prevedevo un limite all'articolo 53 della Costituzione introducendo un procedimento aggravato nell'approvazione delle leggi tributarie che comportassero un aumento del prelievo e che spero si possa introdurre non solo per ragioni economiche ma di cittadinanza democratica e di eguaglianza.
Certo, una riforma così importante avrebbe richiesto la presenza anche del Ministro e del Governo in Parlamento. Io naturalmente non lamento questo, ma davvero diventa importante condividere una scelta così radicale di riforma costituzionale, e la forma talvolta può risultare anche sostanza.
La nostra Nazione in realtà non rotola nel fallimento e nel default anche per la straordinaria parsimonia delle nostre famiglie, che sono tra le più risparmiatrici del mondo e che hanno sempre acquistato i titoli del debito pubblico. Ma in questo caso, però, lo hanno fatto sottraendo le risorse agli investimenti produttivi.
È forse giunto il momento che la Repubblica, nelle sue articolazioni istituzionali, si faccia virtuosa, spendendo di meno, ma davvero molto di meno. Il problema infatti non è il pareggio, che è la precondizione per uno Stato più leggero, e non con un esproprio continuo appunto da regime bolscevico.
L'Italia non ha bisogno di nuove manovre - io credo - ma di riforme. Ha bisogno di ristabilire una gerarchia vera delle fonti legislative. Ha bisogno che le decisioni strategiche per esempio in materia di energia e di grandi reti di comunicazione siamo ritrasferite allo Stato e non alla Conferenza con le Regioni. Il Parlamento è e deve essere il Parlamento e le Assemblee regionali un'altra cosa.
Deve essere ripristinato, a mio avviso, il principio dell'interesse nazionale, perché se la Germania non ha gli inconvenienti e i conflitti istituzionali che si registrano nel nostro Paese è perché questo principio è chiaro. Quella che noi chiamiamo legislazione concorrente, in Germania è nella Grundgesetz la legislazione quadro. John Stuart Mill diceva, più di un secolo fa, che il Parlamento è il luogo di tutte le rimostranze della Nazione. Non è il luogo dei conflitti tra Stato e Regioni o tra opposti schieramenti.
Credo che non possiamo permetterci più l'insensato numero di livelli di governo locale e credo che vada attuato il principio di sussidiarietà verticale trasferendo ai Comuni tutte le funzioni più prossime ai cittadini.
Quanto allo statuto fiscale europeo, i trattati prevedono già oggi multe salate per quegli Stati membri che non rispettano i parametri previsti per lo stock di debito e per il deficit annuo. Al momento dell'introduzione dell'euro, un solo Stato rispettava quei parametri: il Lussemburgo. Quasi tutti gli altri avevano sia un debito sia un deficit superiori al consentito o avevano truccato i conti per fare finta di essere in regola.
Nata all'insegna di questa elasticità d'interpretazione delle norme dei trattati, la costituzione fiscale non ha avuto prospettive di un glorioso futuro. Infine, infliggere multe a Paesi insolventi non credo sia il modo migliore per trarlo fuori dai guai. Certo, tutto questo va fatto, ma nessuno, neppure i tedeschi, possono impartirci lezioni se è vero quello che denuncia il quotidiano francese «Le Monde»: «Non è che la Germania sia proprio questo modello di virtù». Il debito, secondo «Le Monde», infatti, supera il tetto del 60 per cento di Maastricht, e il dato ufficiale è truccato, per via del modo in cui Berlino ha contabilizzato i miliardi immessi dopo la crisi del 2008. Secondo «Le Monde» del 22 novembre, sono state collocate fuori dal bilancio in un fondo speciale. E, sempre secondo questo quotidiano francese, «Senza quest'astuzia, il deficit tedesco non sarebbe stato del 3,2 per cento ma del 5,1 per cento, cioè superiore a quello francese».
Ma torniamo all'Italia. Occorre per tutto questo abbandonare la prospettiva discrezionale in tema di bilancio e recuperare la saggezza della prospettiva costituzionale di Einaudi e Vanoni, con riduzione significativa della spesa pubblica. Per dirla con Thomas Jefferson (la Costituzione americana del 1791): «In questioni di potere smettiamola di parlare di fiducia negli uomini, ma mettiamoli in condizioni di non nuocere con le catene della costituzione. Se mi fosse possibile, mi affiderei a un solo emendamento per ricondurre il potere del Governo a quello che è suo costituzionalmente: gli toglierei il potere di indebitarsi».
Questo potere di indebitarsi di cui parlava Jefferson non è prerogativa esclusiva della Repubblica, del Parlamento o delle Assemblee regionali. Vorrei porre in rilievo, in particolare, il problema non sufficientemente approfondito della giurisprudenza creativa della Corte costituzionale. Nel sindacato di ragionevolezza delle leggi spesso si è allargata a dismisura la platea dei beneficiari di leggi privilegiate, senza tener conto alcuno del limite costituzionale di cui all'articolo 81. E' per tutti questi motivi che la modifica della nostra Costituzione avrebbe dovuto richiedere un approfondimento maggiore. Ma si sa, i mercati premono e la demagogia avanza.
In conclusione, signora Presidente, c'è da chiedersi se De Gasperi, Adenauer e Schuman avrebbero fatto le stesse cose, ma è certo che questo Parlamento avrà la capacità e la forza per risolvere questi problemi e di avviare l'Italia verso i suoi più alti e immancabili destini.(Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Adamo. Ne ha facoltà.