Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 646 del 14/12/2011
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DI GIOVAN PAOLO (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo, ho chiesto di intervenire, non avendo certamente i titoli e le capacità di un economista, perché credo nella politica e nella coerenza delle scelte, a volte anche a futura memoria. Non penso che si possa chiedere un cambio di passo, dare la fiducia e poi ritrattarla, senza permettere al proprio interlocutore di mostrare tutto il suo valore, anche quando non si è d'accordo, in tutto o in parte. Abbiamo tutti insieme - o quasi tutti - deciso un cammino comune e lo farò, con disciplina, per tutto il tempo necessario a rimettere il nostro Paese in condizione di essere rappresentato in Europa e nel mondo e, per quanto riguarda la nostra società, a far riprendere alla politica il ruolo che le spetta, di confronto e anche di conflitto, se necessario, ma con un fine unitario di miglioramento e avanzamento generale.
Per questo mi sono chiesto, di fronte al dibattito sul pareggio di bilancio - che, ad onor del vero, in Senato è cominciato grazie al Partito Democratico nel novembre 2010, quando in particolare i colleghi senatori Tonini e Morando, nelle more di un dibattito aperto in 5a Commissione, ma anche in 14a Commissione, avevano messo in guardia il Governo di allora dai nuovi impegni di bilancio e azione politica, che derivavano dalle decisioni di coordinamento europeo di fronte alla crisi globale. Questo accadeva, per la verità, mentre il Governo - lo dico perché la politica non è tutta uguale di fronte alla nuova situazione - e il ministro Tremonti continuavano a negare che ci fosse una crisi. Ebbene, nelle more di questo dibattito, mi sono chiesto: Chi può essere contrario al pareggio di bilancio, ai conti in ordine, all'equilibrio tra entrate ed uscite?
E dunque, se si tratta di riaffermare il concetto, italiano e non derivante dalla costrizione dell'Europa, della necessità di avere i conti in ordine, di praticare la spending review, di offrire coperture reali e realistiche anche alle nuove proposte legislative, non possiamo che esprimere un voto convinto ed un impegno nelle nostre proposte, che dovrebbe essere anche morale, ma soprattutto politico, perché un restringimento dei cosiddetti paletti economici - che ci hanno ricordato in precedenza il presidente Azzollini e alcuni senatori che sono intervenuti - non può che portare ad una maggiore trasparenza nella scelta delle priorità politiche ed economiche. Dunque, al momento dei saldi, siamo per i 16 miliardi di euro degli inutili aerei F-35 oppure per la riforma del welfare in welfare community?
Al momento dei saldi e del bilancio, siamo per la propaganda populista sull'immigrazione oppure per garantire quello che non l'opposizione, ma il Documento di economia e finanza (DEF) del ministro Tremonti affermava, e cioè che servirebbero 350.000 immigrati regolari al lavoro ogni anno per garantire l'equilibrio della previdenza sociale, loro e nostra, in Italia? Al momento dei saldi e del bilancio, siamo per una revisione degli ammortizzatori sociali con l'introduzione del reddito mimino di cittadinanza oppure per i «garantiti» ed i «soliti noti», troppo spesso ignoti al fisco? Al momento dei saldi e del bilancio, siamo per utilizzare i Fondi per le aree sottoutilizzate (FAS) ed i fondi strutturali come aggiuntivi per la crescita e lo sviluppo oppure siamo a favore dell'uso politico e di falsa copertura degli stessi per le spese delle cosiddette leggi mancia?
Garantire l'equilibrio dei conti è fare scelte, non il contrario. La politica, la buona politica, non dovrebbe accettare parodie: sono la confusione, il populismo, l'indecisione e talvolta i falsi specialismi che generano scelte sbagliate ed infine dannose per il bilancio. Al contrario, le scelte chiare, limpide, talvolta di investimento a lungo e medio termine, fanno la ricchezza futura delle Nazioni e la fortuna, alla fine, dei partiti e dei leader che hanno il coraggio di proporle.
In questo senso, e per questo ho detto di parlare per quanto mi riguarda, a mia futura memoria: l'idea del pareggio di bilancio ha un che di rigido - e un po' di preoccupante, anche, talvolta - se significasse invece una visione ristretta, senza investimenti, senza corrispondenza ai doveri dello Stato sociale (ovviamente non dello Stato assistenziale ma sociale, di quello che alcuni chiamano una economia civile o civica di mercato). Io credo che questo sia il ruolo di uno Stato moderno, che voglia anche ammodernare il welfare. Ed è una idea condivisa, al di là delle opzioni politiche e, non a caso, anche in un Paese come la Germania, un po' troppo monetarista e rigorista della signora Merkel, da parte di grandi politici come Kohl, democratico cristiano, e Schmidt, socialdemocratico. Loro, tra gli altri, ci lasciano un Trattato di Maastricht che ci dice, all'articolo 104, lettera c), che «gli Stati membri devono evitare disavanzi pubblici eccessivi», che non mi pare in nulla contraddetto dal Trattato di Lisbona e dai Consigli europei, compreso l'ultimo del 9 dicembre scorso.
Vale a dire che questa scelta della politica, non tecnica - e dobbiamo rivendicarlo, colleghi - del pareggio di bilancio o meglio dell'equilibrio di bilancio ha senso se noi affermiamo che con questa scelta l'Italia si vuole portare alla pari - cosa che non è avvenuta negli ultimi tre anni e mezzo - al tavolo della trattativa per la costituzione, sia detto con chiarezza, degli Stati Uniti d'Europa. Non è una affermazione fuori campo, se si pensa che negli Stati Uniti d'America, pur con tutte le differenze e i dubbi del caso, come è stato ricordato anche prima, vige una armonizzazione fiscale e di bilancio, per cui gli Stati hanno tutti una serie di vincoli di bilancio e di leva fiscale perché lo Stato federale si fa carico, bene o male dipende dalla politica, di quello che Jacques Delors avrebbe definito l'«indebitamento razionale necessario» che garantisce ai cittadini livelli eguali di diritti e doveri che non sono solo sociali ma politici e civili a tutto tondo.
Se questo è il percorso per il Governo cosiddetto tecnico, si pone allora come un obiettivo ambizioso assieme a tutto quello che scegliamo di avere noi come politica: quello di trasformare la nostra presenza italiana da assente e negligente o peggio riottosa in sincera, appassionata, combattiva, al fine di garantire uno Stato federale europeo che armonizzi fisco e bilanci degli Stati ma poi decida anche di investire, dando segnali reali e concreti subito, perché la discussione del bilancio federale pluriennale è già in corso dallo scorso 29 giugno e si concluderà entro la prossima primavera.
E se la riforma che noi e altri Paesi abbiamo fatto è una riforma vera e non solo un riflesso difensivo rigorista e monetarista, allora non possiamo accettare che il bilancio europeo sia solo l'1,05 per cento del reddito prodotto e le spese per il Fondo sociale europeo e quelle per il Fondo dell'innovazione, pari a circa 160 miliardi di euro per 7 anni, siano meno di 10 miliardi di euro a Paese membro. Dove sarebbe qui lo sviluppo e la crescita e la difesa del welfare?
Ma se a questa riforma costituzionale non seguisse la necessaria battaglia europea di cui ho detto? Se si affermasse solo la nozione specialistica - non voglio dire tecnica, perché non vorrei essere frainteso - per cui l'unica cosa che conta sono i saldi di bilancio, anche nei singoli Paesi, compreso il nostro? Se non bastasse la legge speciale di derivazione costituzionale? I diritti, certo, costano; e nessuno è così ingenuo da chiedere né diritti senza doveri, né diritti senza copertura economica. Ma che ruolo avrebbe la politica in un siffatto scenario? Altro che il populismo demagogico di questi giorni con il quale, forse a 150 anni dalI'Unità d'Italia, rischiamo di riportarci alle contesse Serbelloni Mazzanti Viendalmare o ai capi delle lobbies o, addirittura peggio, ai capi della criminalità. La politica, senza le sue scelte sociali e le riforme che costano, sarebbe morta per via della sua inutilità.
Ecco dunque che questa norma che oggi ci accingiamo ad approvare, per l'appunto lo dico a futura memoria, ci impone un soprassalto della politica, un supplemento d'anima, una vigilanza anche democratica. Da sola questa norma non basta. Da sola sarebbe inutile e forse anche dannosa. Con la politica e le sue scelte e priorità, con la battaglia per un'Europa sociale e federale, invece, fa tornare i conti della politica stessa e non è più una imposizione dell'Europa ma una nostra difficile, impegnativa scelta a favore delle riforme e del finanziamento della welfare community. Per queste ragioni, la si può votare perché è la politica e le necessità della società e del suo welfare che mettono i paletti all'economia, e non viceversa. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tancredi. Ne ha facoltà.