Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 646 del 14/12/2011

CABRAS (PD). Signora Presidente, in questi giorni, nel dibattito che si è svolto nelle Commissioni che hanno affrontato la discussione in sede referente (ma non solo lì, bensì anche in quest'Aula), affrontando altri temi riconducibili e collegati, come la discussione che abbiamo sviluppato sulle mozioni in Aula ieri sera, in molti ci siamo soffermati sulla crisi economica e finanziaria e su quella della politica, così com'è stata definita. Ciascuno ne ha sottolineato gli aspetti ed i rischi di degenerazione; tuttavia, la discussione ha finito per soffermarsi prevalentemente sugli effetti, e ho visto poca attenzione sulle cause che hanno determinato questa situazione.

Allora, le cause possono essere schematizzate in questo modo: in Italia abbiamo incrociato una crisi internazionale di carattere economico e finanziario sicuramente importante, che sembrava terminata nel 2008, ma che poi, come abbiamo visto, è ripartita forte come prima, con una crisi profonda della maggioranza che ha vinto le elezioni nel 2008. L'intreccio di queste due crisi ha di fatto prodotto una miscela esplosiva che, se fosse esplosa, sarebbe stata probabilmente capace di dissolvere lo Stato nella sua capacità di onorare gli impegni - non faccio una graduatoria - come il pagare gli stipendi o ripagare i titoli del debito in scadenza. In ogni caso, sarebbe stata messa in crisi la sua capacità di onorare i propri impegni.

Penso che quando noi analizziamo il contesto di oggi e perdiamo di vista la causa che ha originato, incrociando i due elementi, la situazione di oggi, rischiamo anche nella dialettica politica di non aver bene i piedi piantati nella realtà. Lo diceva il collega Ceccanti in apertura di questa discussione generale. Il tema che sta al centro del disegno di legge in discussione non è nato oggi, né si è prodotto in seguito ai problemi strettamente legati alla crisi. Alcuni di noi più di altri, nel dibattito che ha attraversato i provvedimenti di natura finanziaria negli anni precedenti, hanno molto insistito su questo tema e sono finalmente riusciti a introdurre un codice, la revisione della spesa, in una delle leggi importanti che regolano la finanza pubblica. È stato il primo risultato concreto di una sensibilità che veniva da molto lontano.

La crisi del debito sovrano ha momenti di punta in Italia, ma sarebbe sbagliato considerarla solo italiana, perché ha colpito duramente anche il sistema del confronto tra l'Amministrazione americana e il Congresso; ricordo che si è parlato di default anche per gli Stati Uniti d'America. Lo ricordo solo per citare un ulteriore elemento che mette in evidenza che in questa situazione il tema del debito è diventato centrale per tutti e, in particolare, per il mondo più ricco, o che si considera tale, o per quelli che stanno meglio. Noi lo affrontiamo con tutte le difficoltà che ha l'Europa.

Il nostro disegno di legge, che sicuramente può essere perfezionato e su cui forse torneremo in futuro, dobbiamo considerarlo un passo ulteriore di consapevolezza che ci porti a valutare e a farci carico, quando stabiliamo di garantire un diritto, di ciò che questo comporta in termini di oneri per la finanza pubblica. Non sono d'accordo con coloro che pensano che il debito in Italia sia cresciuto solo nella seconda metà degli anni Ottanta, perché in realtà ha cominciato a crescere per pagare impegni che erano stati decisi molti anni prima e che sono arrivati all'incasso in quel periodo.

Allora, la somma di scelte fatte lontano dall'equilibrio e dalla sostenibilità ha determinato questa impennata del debito in Italia, che peraltro si è concentrata in un periodo tutto sommato breve ed anche molto preciso. Dal 1992, cioè da quando siamo entrati nell'euro, abbiamo assunto l'impegno di rispettare gradualmente la famosa soglia del 60 per cento del rapporto tra debito e prodotto interno lordo; oggi, però, alle soglie del 2012, il peso del nostro debito rispetto al prodotto interno lordo è esattamente lo stesso che aveva quando siamo entrati nell'euro.

Tutto ciò mette in evidenza che non sarà facile ridurre il peso del debito. Ho letto gli emendamenti presentati da alcuni colleghi, dei quali comprendo il senso, ma ritengo che non sarà facile ridurre il peso del debito introducendo numeri e percentuali nella Costituzione. L'opera di riduzione di un debito di questa portata - che significherebbe tagliare nel giro di un tempo ragionevole, che non saprei quantificare, circa 700-800 miliardi di euro del debito attuale e contemporaneamente alimentare la crescita, cioè continuare a tenere acceso il motore del Paese - ha bisogno innanzi tutto di una grandissima consapevolezza politica nel Governo centrale, nel sistema del governo complessivo della finanza pubblica italiana.

Io non credo si debba rinunciare al federalismo. Si rinuncia al federalismo se questa consapevolezza non diventa diffusa; in tal caso, saremo posti davanti a tale tema. Se, però, questa consapevolezza - come previsto anche nel disegno di legge in esame - diventa una consapevolezza delle Regioni e delle autonomie in generale, penso che potremo tentare di vincere insieme questa battaglia.

Oggi, in Europa, tutti stanno lavorando per cercare di trasmettere tale messaggio ai mercati. Concordo con chi sostiene che non è certo che l'approvazione di questo disegno di legge costituzionale, nella doppia lettura, tranquillizzerà il sistema dei mercati finanziari; non sono convinto che si tratterà di un automatismo. Ciononostante anche la discussione che si è svolta nell'ultimo Consiglio europeo ha determinato un'attesa e una maggiore fiducia da un insieme di Stati che si è comportato diversamente nel corso degli ultimi anni.

Pertanto, il problema principale è quello di convincere chi osserva le nostre decisioni che da questo momento tutti tenderemo a comportarci il più possibile nello stesso modo, pur avendo condizioni di partenza differenti. Questo è il primo elemento di credibilità che dobbiamo avere la forza di trasmettere; questa è la complessità che interessa noi italiani, che siamo all'interno della zona dell'euro.

Evidentemente ha ragione chi sostiene che la Banca centrale europea dovrebbe comportarsi come la banca federale americana, quella giapponese o quella d'Inghilterra. La Banca centrale europea, però, non ha alle spalle un sistema istituzionale esattamente uguale a quello delle altre tre banche. Ha certamente lo stesso peso nell'economia mondiale o, addirittura, anche più grande.

Questo è un elemento di forza, come ha evidenziato questa mattina il presidente Monti svolgendo le sue considerazioni sulle difficoltà incontrate. Penso, ad esempio, che quei Paesi che all'ultimo momento sono rientrati ed hanno abbandonato il Regno Unito in una posizione di negazione della modificazione dei Trattati abbiano riflettuto su tale aspetto: non hanno voluto rinunciare alla potenziale forza economica che l'euro e l'Europa rappresentano nel confronto con gli altri Paesi.

Possiamo dividerci nel giudicare l'esito del Consiglio europeo: ho sentito taluni definirlo un fallimento, ma francamente penso che questa sia una strumentale posizione politica piuttosto che una valutazione oggettiva della realtà.

Certo, se tutti i Paesi della zona euro fossero come la Germania e un po' come la Francia, sul piano dei rapporti e degli equilibri di finanza pubblica, penso che probabilmente la decisione avrebbe potuto anche essere diversa rispetto a quella che è stata. In realtà, la Germania e la Francia, che sono stati coloro che hanno promosso la modificazione dei Trattati, hanno tentato l'unica strada possibile per dare una risposta nella condizione data. Sullo sfondo c'è invece l'obiettivo che noi avremmo voluto subito: avere la possibilità di utilizzare strumenti come gli eurobond, di cui anche il Governo precedente ha parlato e si è fatto carico di affermare nel dibattito europeo. Come facciamo a non considerare il fatto che in Europa, da qualche parte, si insedia l'idea che non è giusto che la parte più virtuosa paghi per la parte meno virtuosa? È un principio difficile da codificare.

In fondo, anche il dibattito tra di noi, quando parliamo dell'Italia nelle sue articolazioni e nelle sue differenze tra il Nord e il Sud, mette in luce questo fatto. Ecco perché penso che questa discussione e l'orizzonte che è davanti a noi non contrastino affatto con l'idea federalista di cui si parla anche fra noi. L'Europa funzionerà e sta tentando di funzionare come un'istituzione federale. E se l'orizzonte dell'Europa è questo, perché non può essere questo anche l'orizzonte italiano? Io avanzo un invito ai nostri colleghi della Lega, che sono molto sensibili a questo argomento: attenzione, se l'Europa riesce ad essere più federale, questa è una garanzia perché anche in Italia riusciamo in qualche modo a cogliere questo obiettivo, che io non vedo assolutamente mancato, ma considero anzi come un obiettivo sul quale si può continuare a lavorare.

Ho svolto alcune considerazioni di carattere generale e politico, che mi sembravano utili per dare più ragione alla nostra decisione di sostenere questa riforma. Fra i tanti disegni di legge che sono stati presentati, ne abbiamo presentato anche uno firmato dal nostro segretario che va in questa direzione, volendo dare una testimonianza che su questo fatto non c'è alcun dubbio. Non possiamo attardarci poi su una discussione che io considero assolutamente fuori tempo: se pareggiare il bilancio sia una questione di destra o di sinistra. Penso che una sinistra che sia tale non possa non farsi carico del fatto che, per garantire il diritto di cittadinanza e alcuni altri diritti, occorre avere chiaro come lo Stato si deve comportare e come virtuosamente deve onorare i suoi impegni. Uno Stato che non onora i suoi impegni non è certamente uno Stato ispirabile a valori di questa entità.

Se ci sarà una condivisione larga perché i cambiamenti che sono stati proposti, anche nell'ultimo Consiglio europeo, vadano in porto e se lo stesso Regno Unito ripenserà ad una posizione di distacco, come quella che ha determinato, io penso che nello sfondo ci siano gli eurobond, come ha ricordato il Presidente stamattina, ma c'è anche un più forte ruolo della Banca centrale europea. Se tutte queste condizioni in qualche modo nel tempo saranno rispettate, anche la Banca centrale europea riuscirà, nella sua operatività, ad essere sempre più ala pari delle banche degli altri Paesi che abbiamo ricordato. Per citare un collega, io penso che questo sia un piccolo passo, ma è pur sempre un passo nella direzione verso la quale siamo tutti impegnati ad andare. (Applausi dal Gruppo PD).