Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 646 del 14/12/2011
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ADAMO (PD). Signora Presidente, senza retorica credo che nell'affrontare l'esame e la votazione di questa importante modifica costituzionale dobbiamo essere consapevoli, tutti insieme, che stiamo per compiere un atto in qualche modo solenne e per dare vita a un fatto nuovo nel cui merito tornerò più tardi.
Sul fatto nuovo vorrei ricordare a tutti noi, come è stato già fatto, che se compiamo questa votazione senza modifiche del testo già approvato dalla Camera, sarà la prima volta, dopo non so quanti anni, che si vota una modifica costituzionale di questo peso tutti insieme, riscattando così in qualche modo gli ultimi 20 anni - e dico 20 anni volutamente, anche in forma autocritica - in cui sono state votate modifiche costituzionali a maggioranza. Spero che ciò sia d'augurio a tutti noi e al Parlamento per affrontare anche successivi momenti di passaggio di riforme, che da troppi anni il Paese aspetta, tutti insieme, nei limiti naturalmente di intese che dovremo saper costruire.
Dal mese di agosto, da quando abbiamo sul tappeto tale questione, almeno nella sua forma attuale, ci si pone la domanda del «chi ce lo fa fare», nel senso del «chi ce lo chiede», e un po' nel senso dell'italiano vizio del «chi ce lo fa fare». Prima di domandarci chi ce lo fa fare, avremmo forse dovuto chiederci tutti insieme - cosa che pare in questo momento abbia trovato una risposta - se è giusto farlo, se serve, e quindi discutere se c'è anche qualcuno che ce lo fa fare e ce lo chiede. Ovviamente, nel dire questo, mi riferisco alla posizione di quanti, nell'esprimere i loro dubbi da agosto in poi sul provvedimento, hanno sostenuto anche fino a poche ore fa che subiremmo una richiesta esterna al nostro Paese e ai suoi interessi, scomodando addirittura la difesa della sovranità nazionale.
Noi invece da tempo, rispetto alla domanda vera che dobbiamo e dovevamo porci e, cioè, se è giusto ed utile farlo, rispondiamo di sì, cercando di motivare la risposta prima di tutto a partire dalla considerazione, già svolta da diversi colleghi, relativa all'insufficienza dell'attuale formulazione dell'articolo 81. I fatti, così come si sono storicamente dipanati, sono lì a dimostrarlo; dagli anni Cinquanta la spesa pubblica è progressivamente aumentata e con essa il ricorso al debito, fino alla tragica impennata della seconda metà degli anni Ottanta e alla drammatica situazione che ci portò poi ai fatti del 1992 e del 1993, non a caso così ricordati in questi ultimi mesi per l'analogia con i momenti che stiamo vivendo.
Non si è altresì mai visto un intervento né della Corte costituzionale né della Corte dei conti, ai sensi dell'articolo 81 o dell'articolo 100 della Costituzione, che impedissero l'accelerare di questo processo. D'altra parte, il tema era tutt'altro che nuovo, come è stato già richiamato da altri senatori e, in particolare, dal senatore Ceccanti, a partire dalla prima Bicamerale Bozzi sulle riforme istituzionali e, via via, attraverso le altre, fino alla Bicamerale D'Alema in cui già la proposta era formulata con il superamento del concetto di pareggio nominale a favore del pareggio strutturale, che tiene cioè conto del ciclo economico.
Se si fossero accolte allora quelle proposte, se il Parlamento avesse avuto la forza di fare tutto insieme un passo unitario, sicuramente questo Paese sarebbe arrivato ad affrontare la peggiore crisi dell'Europa dal 1929 con un'altra robustezza e un'altra autorevolezza nello scenario internazionale. E, comunque sia, abbiamo perso più di 15 anni. Dal 2001 al 2005, in particolare, abbiamo perso l'occasione di utilizzare l'abbassamento dei tassi di interesse conseguente alla nostra entrata nell'euro per dare un taglio significativo al debito e riportarlo alle due cifre comuni agli altri Paesi europei. Così non è andata, e ci ritroviamo oggi in questa situazione.
Senza ricorrere alla memoria storica istituzionale - che tuttavia dovrebbe essere sempre presente nei nostri lavori - e accontentandoci più modestamente della memoria di quanto è accaduto qualche mese fa, vorrei richiamare quanto proposto dal nostro Gruppo in diverse forme, emendamenti, interventi, richieste avanzate nei confronti del Governo, prima e dopo il patto Euro Plus, segnatamente e insistentemente dal senatore Morando, che peraltro è uno che si fa abbastanza sentire. Eppure, nel repertorio delle smemoratezze, sembra non si ricordi quanto sostenuto in quell'occasione, prima e dopo il patto Euro Plus, rispetto al patto firmato quasi clandestinamente dal Governo precedente. Non si può non sottolineare che vi fu un atteggiamento di grave sottovalutazione all'interno di una più generale sottovalutazione della gravità della crisi economica da parte del Governo precedente, che ha nascosto la verità agli italiani. E per me, questo, è stato l'errore più grave e imperdonabile commesso da quel Governo. Per questo siamo arrivati a questo appuntamento in affanno, in ritardo, come sempre sull'onda dell'emergenza.
E sempre nel repertorio delle smemoratezze, ricordiamoci tutti cosa è accaduto l'11 agosto quando siamo stati convocati in questa sede precipitosamente dal ministro Tremonti, quasi a Camere congiunte. Ci fu sottoposto il testo per la modifica dell'articolo 81 e ci fu detto che non che era giusto farlo, non che il Paese doveva darsi questa regola, ma che ce lo chiedeva l'Europa, come se fosse altro da noi e non conseguenza di quanto deciso dall'Italia insieme agli altri partner europei.
Quanto ci è costato in termini di credibilità e di fiducia il fatto di non averla portata avanti, dall'11 agosto ad oggi? Oggi però c'è una ragione di più per approvarla in tempi rapidi, come abbiamo ascoltato questa mattina dal presidente del Consiglio Monti. Infatti, con l'ultimo Vertice europeo, che ha sbloccato, seppur con tutti i limiti che conosciamo, la possibilità di sostenere i Paesi in difficoltà da parte dei 26 membri, onde evitare una crisi che potrebbe non fermarsi al nostro Paese ma ad altri in difficoltà, i 26 membri, in attesa della revisione dei Trattati che verrà ripresa a marzo, con gli accordi sottoscritti stabiliscono che la garanzia per gli interventi di sostegno è data esattamente dall'impegno che ciascun Paese si assume autonomamente attraverso lo strumento più sacro sotto il profilo legislativo: la propria Costituzione.
Ciò rende necessario velocizzare in questi giorni tale assunzione di responsabilità. Altri Paesi (la Germania, la Francia, la Spagna) lo hanno già fatto. Adesso tocca a noi, tocca all'Italia, anche per chiudere in qualche modo una vicenda e aprirne un'altra: il rientro dell'Italia tra i Paesi guida dell'Europa. Parlo di un'Italia che ricuce e ricostruisce un giusto percorso comunitario, invece dell'Europa a due, che non piace a nessuno: quello della sfida della crescita.
Dunque, credo che tocchi a noi dimostrare che, a differenza del passato, quando il Parlamento non ebbe la lungimiranza di fare la scelta di cui abbiamo parlato, l'Italia ha recuperato la virtù della lungimiranza e che questa volta fa sul serio, per garantire un futuro al Paese e alle nuove generazioni, sgravandole di un fardello che nessuno si prenderà in spalla al posto nostro. (Applauso dal Gruppo PD. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Di Giovan Paolo. Ne ha facoltà.