Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 646 del 14/12/2011
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Ripresa della discussione dei disegni di legge costituzionale
nn. 3047, 2834, 2851, 2871, 2881, 2890e 2965 (ore 18,50)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Saltamartini. Ne ha facoltà.
SALTAMARTINI (PdL). Signora Presidente, onorevoli colleghi, intervengo in merito alla modifica dell'articolo 81 della Costituzione, a seguito anche della presentazione di un mio disegno di legge costituzionale, vista l'ineluttabilità di affrontare i problemi finanziari ed economici che riguardano il nostro Paese, anche per adempiere ad obbligazioni di politica economica comunitaria.
Io credo che il problema che noi stiamo per affrontare fosse ben chiaro nell'Assemblea costituente. La previsione secondo cui ogni legge che imponga nuove o maggiori spese debba indicare i mezzi per farvi fronte è lapalissiana ed estremamente eloquente. Tuttavia, noi tutti sappiamo com'è andata a finire dopo molti anni. Vi sono 1.900 miliardi di euro di debito pubblico, che attualmente il mercato del risparmio non acquista ovvero acquista a condizione che siano corrisposti interessi altissimi, e, per le condizioni economico‑finanziarie del nostro Paese, questo è un problema molto serio.
Il principio del pareggio di bilancio si basa anche su un'altra ragione: consentire alle rappresentanze elette di non subire gli effetti negativi di precedenti legislature o consiliature. Questo aspetto riguarda il Parlamento nazionale, le assemblea regionali e gli organismi consultivi degli enti locali. In questo contesto normativo, credo che nessuno possa mettere in dubbio che vaghi l'ombra di John Maynard Keynes, in particolare la sua «Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta», pubblicata nel 1936. In forza di quelle teorie, il livello del saldo di bilancio pubblico costituisce uno strumento di politica economica discrezionale ed è opportuno che ci sia anzi una spesa in disavanzo. In altre parole, secondo quelle teorie, non il pareggio di bilancio su base annua, ma un pareggio su base ciclica. Non sono in grado di stabilire se queste teorie abbiano avuto un ruolo sul disavanzo del debito pubblico italiano. Resta il fatto che gli investimenti di cui parlava Keynes, investimenti strutturali, non sono mai stati fatti nel nostro Paese. Ad esempio, l'autostrada del sole è stata realizzata nel 1960 con risorse private e la spesa pubblica degli anni successivi è cresciuta a dismisura senza realizzare consistenti opere infrastrutturali.
L'esigenza di porre un limite "rinforzato" alla spesa pubblica con una previsione di rango costituzionale appare in questo modo di tutta evidenza. In realtà, come abbiamo già visto e come è stato lucidamente esposto da chi mi ha preceduto, tale limite già c'era e io continuo a pensare che l'unica riforma utile della nostra Costituzione - come spesso è stato ricordato - sia quella di cancellare tutte le modifiche che sono state introdotte fino ad oggi.
Il mancato rispetto della Costituzione ha realizzato il risultato mediante il quale siamo passati da 357 miliardi di deficit nel 1961 a 1.900 miliardi del deficit attuale. Tuttavia l'aumento del debito non è stato dovuto a carenza di entrate. E ancora, dal 1990 al 1993 l'aumento delle entrate ha assorbito l'80 per cento dell'aumento del prodotto nel nostro Paese. La spiegazione è molto semplice: vi è stata una crescita incontrollata della spesa pubblica.
Le misure adottate in questi giorni non fanno che sottolineare il pesantissimo fardello che devono sopportare i fattori della produzione: il lavoro e le imprese. Le imposte dirette e indirette del lavoro dipendente assorbono oltre il 50 per cento dei salari. Non va meglio per gli artigiani e i piccoli imprenditori e più in generale per tutte le imprese.
Il nostro collega Antonio Martino, che è stato discepolo del premio Nobel per l'economia Milton Friedman, racconta che l'economista americano propose l'introduzione di una festa nazionale a data variabile, che festeggiava il giorno dell'indipendenza dei cittadini dalle tasse, cioè il giorno in cui ogni italiano medio smette di lavorare per lo Stato e comincia a lavorare per sé e per la sua famiglia. Nel 1960 gli italiani lavoravano per lo Stato dal 1° gennaio al 29 aprile, nel 1970 fino al 12 maggio, nel 1980 fino al 7 giugno, nel 1990 fino al 20 luglio e nel 1993 fino al 4 agosto; adesso siamo andati persino oltre!
È per tutto questo che nel mio disegno di legge costituzionale prevedevo un limite all'articolo 53 della Costituzione introducendo un procedimento aggravato nell'approvazione delle leggi tributarie che comportassero un aumento del prelievo e che spero si possa introdurre non solo per ragioni economiche ma di cittadinanza democratica e di eguaglianza.
Certo, una riforma così importante avrebbe richiesto la presenza anche del Ministro e del Governo in Parlamento. Io naturalmente non lamento questo, ma davvero diventa importante condividere una scelta così radicale di riforma costituzionale, e la forma talvolta può risultare anche sostanza.
La nostra Nazione in realtà non rotola nel fallimento e nel default anche per la straordinaria parsimonia delle nostre famiglie, che sono tra le più risparmiatrici del mondo e che hanno sempre acquistato i titoli del debito pubblico. Ma in questo caso, però, lo hanno fatto sottraendo le risorse agli investimenti produttivi.
È forse giunto il momento che la Repubblica, nelle sue articolazioni istituzionali, si faccia virtuosa, spendendo di meno, ma davvero molto di meno. Il problema infatti non è il pareggio, che è la precondizione per uno Stato più leggero, e non con un esproprio continuo appunto da regime bolscevico.
L'Italia non ha bisogno di nuove manovre - io credo - ma di riforme. Ha bisogno di ristabilire una gerarchia vera delle fonti legislative. Ha bisogno che le decisioni strategiche per esempio in materia di energia e di grandi reti di comunicazione siamo ritrasferite allo Stato e non alla Conferenza con le Regioni. Il Parlamento è e deve essere il Parlamento e le Assemblee regionali un'altra cosa.
Deve essere ripristinato, a mio avviso, il principio dell'interesse nazionale, perché se la Germania non ha gli inconvenienti e i conflitti istituzionali che si registrano nel nostro Paese è perché questo principio è chiaro. Quella che noi chiamiamo legislazione concorrente, in Germania è nella Grundgesetz la legislazione quadro. John Stuart Mill diceva, più di un secolo fa, che il Parlamento è il luogo di tutte le rimostranze della Nazione. Non è il luogo dei conflitti tra Stato e Regioni o tra opposti schieramenti.
Credo che non possiamo permetterci più l'insensato numero di livelli di governo locale e credo che vada attuato il principio di sussidiarietà verticale trasferendo ai Comuni tutte le funzioni più prossime ai cittadini.
Quanto allo statuto fiscale europeo, i trattati prevedono già oggi multe salate per quegli Stati membri che non rispettano i parametri previsti per lo stock di debito e per il deficit annuo. Al momento dell'introduzione dell'euro, un solo Stato rispettava quei parametri: il Lussemburgo. Quasi tutti gli altri avevano sia un debito sia un deficit superiori al consentito o avevano truccato i conti per fare finta di essere in regola.
Nata all'insegna di questa elasticità d'interpretazione delle norme dei trattati, la costituzione fiscale non ha avuto prospettive di un glorioso futuro. Infine, infliggere multe a Paesi insolventi non credo sia il modo migliore per trarlo fuori dai guai. Certo, tutto questo va fatto, ma nessuno, neppure i tedeschi, possono impartirci lezioni se è vero quello che denuncia il quotidiano francese «Le Monde»: «Non è che la Germania sia proprio questo modello di virtù». Il debito, secondo «Le Monde», infatti, supera il tetto del 60 per cento di Maastricht, e il dato ufficiale è truccato, per via del modo in cui Berlino ha contabilizzato i miliardi immessi dopo la crisi del 2008. Secondo «Le Monde» del 22 novembre, sono state collocate fuori dal bilancio in un fondo speciale. E, sempre secondo questo quotidiano francese, «Senza quest'astuzia, il deficit tedesco non sarebbe stato del 3,2 per cento ma del 5,1 per cento, cioè superiore a quello francese».
Ma torniamo all'Italia. Occorre per tutto questo abbandonare la prospettiva discrezionale in tema di bilancio e recuperare la saggezza della prospettiva costituzionale di Einaudi e Vanoni, con riduzione significativa della spesa pubblica. Per dirla con Thomas Jefferson (la Costituzione americana del 1791): «In questioni di potere smettiamola di parlare di fiducia negli uomini, ma mettiamoli in condizioni di non nuocere con le catene della costituzione. Se mi fosse possibile, mi affiderei a un solo emendamento per ricondurre il potere del Governo a quello che è suo costituzionalmente: gli toglierei il potere di indebitarsi».
Questo potere di indebitarsi di cui parlava Jefferson non è prerogativa esclusiva della Repubblica, del Parlamento o delle Assemblee regionali. Vorrei porre in rilievo, in particolare, il problema non sufficientemente approfondito della giurisprudenza creativa della Corte costituzionale. Nel sindacato di ragionevolezza delle leggi spesso si è allargata a dismisura la platea dei beneficiari di leggi privilegiate, senza tener conto alcuno del limite costituzionale di cui all'articolo 81. E' per tutti questi motivi che la modifica della nostra Costituzione avrebbe dovuto richiedere un approfondimento maggiore. Ma si sa, i mercati premono e la demagogia avanza.
In conclusione, signora Presidente, c'è da chiedersi se De Gasperi, Adenauer e Schuman avrebbero fatto le stesse cose, ma è certo che questo Parlamento avrà la capacità e la forza per risolvere questi problemi e di avviare l'Italia verso i suoi più alti e immancabili destini.(Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Adamo. Ne ha facoltà.
ADAMO (PD). Signora Presidente, senza retorica credo che nell'affrontare l'esame e la votazione di questa importante modifica costituzionale dobbiamo essere consapevoli, tutti insieme, che stiamo per compiere un atto in qualche modo solenne e per dare vita a un fatto nuovo nel cui merito tornerò più tardi.
Sul fatto nuovo vorrei ricordare a tutti noi, come è stato già fatto, che se compiamo questa votazione senza modifiche del testo già approvato dalla Camera, sarà la prima volta, dopo non so quanti anni, che si vota una modifica costituzionale di questo peso tutti insieme, riscattando così in qualche modo gli ultimi 20 anni - e dico 20 anni volutamente, anche in forma autocritica - in cui sono state votate modifiche costituzionali a maggioranza. Spero che ciò sia d'augurio a tutti noi e al Parlamento per affrontare anche successivi momenti di passaggio di riforme, che da troppi anni il Paese aspetta, tutti insieme, nei limiti naturalmente di intese che dovremo saper costruire.
Dal mese di agosto, da quando abbiamo sul tappeto tale questione, almeno nella sua forma attuale, ci si pone la domanda del «chi ce lo fa fare», nel senso del «chi ce lo chiede», e un po' nel senso dell'italiano vizio del «chi ce lo fa fare». Prima di domandarci chi ce lo fa fare, avremmo forse dovuto chiederci tutti insieme - cosa che pare in questo momento abbia trovato una risposta - se è giusto farlo, se serve, e quindi discutere se c'è anche qualcuno che ce lo fa fare e ce lo chiede. Ovviamente, nel dire questo, mi riferisco alla posizione di quanti, nell'esprimere i loro dubbi da agosto in poi sul provvedimento, hanno sostenuto anche fino a poche ore fa che subiremmo una richiesta esterna al nostro Paese e ai suoi interessi, scomodando addirittura la difesa della sovranità nazionale.
Noi invece da tempo, rispetto alla domanda vera che dobbiamo e dovevamo porci e, cioè, se è giusto ed utile farlo, rispondiamo di sì, cercando di motivare la risposta prima di tutto a partire dalla considerazione, già svolta da diversi colleghi, relativa all'insufficienza dell'attuale formulazione dell'articolo 81. I fatti, così come si sono storicamente dipanati, sono lì a dimostrarlo; dagli anni Cinquanta la spesa pubblica è progressivamente aumentata e con essa il ricorso al debito, fino alla tragica impennata della seconda metà degli anni Ottanta e alla drammatica situazione che ci portò poi ai fatti del 1992 e del 1993, non a caso così ricordati in questi ultimi mesi per l'analogia con i momenti che stiamo vivendo.
Non si è altresì mai visto un intervento né della Corte costituzionale né della Corte dei conti, ai sensi dell'articolo 81 o dell'articolo 100 della Costituzione, che impedissero l'accelerare di questo processo. D'altra parte, il tema era tutt'altro che nuovo, come è stato già richiamato da altri senatori e, in particolare, dal senatore Ceccanti, a partire dalla prima Bicamerale Bozzi sulle riforme istituzionali e, via via, attraverso le altre, fino alla Bicamerale D'Alema in cui già la proposta era formulata con il superamento del concetto di pareggio nominale a favore del pareggio strutturale, che tiene cioè conto del ciclo economico.
Se si fossero accolte allora quelle proposte, se il Parlamento avesse avuto la forza di fare tutto insieme un passo unitario, sicuramente questo Paese sarebbe arrivato ad affrontare la peggiore crisi dell'Europa dal 1929 con un'altra robustezza e un'altra autorevolezza nello scenario internazionale. E, comunque sia, abbiamo perso più di 15 anni. Dal 2001 al 2005, in particolare, abbiamo perso l'occasione di utilizzare l'abbassamento dei tassi di interesse conseguente alla nostra entrata nell'euro per dare un taglio significativo al debito e riportarlo alle due cifre comuni agli altri Paesi europei. Così non è andata, e ci ritroviamo oggi in questa situazione.
Senza ricorrere alla memoria storica istituzionale - che tuttavia dovrebbe essere sempre presente nei nostri lavori - e accontentandoci più modestamente della memoria di quanto è accaduto qualche mese fa, vorrei richiamare quanto proposto dal nostro Gruppo in diverse forme, emendamenti, interventi, richieste avanzate nei confronti del Governo, prima e dopo il patto Euro Plus, segnatamente e insistentemente dal senatore Morando, che peraltro è uno che si fa abbastanza sentire. Eppure, nel repertorio delle smemoratezze, sembra non si ricordi quanto sostenuto in quell'occasione, prima e dopo il patto Euro Plus, rispetto al patto firmato quasi clandestinamente dal Governo precedente. Non si può non sottolineare che vi fu un atteggiamento di grave sottovalutazione all'interno di una più generale sottovalutazione della gravità della crisi economica da parte del Governo precedente, che ha nascosto la verità agli italiani. E per me, questo, è stato l'errore più grave e imperdonabile commesso da quel Governo. Per questo siamo arrivati a questo appuntamento in affanno, in ritardo, come sempre sull'onda dell'emergenza.
E sempre nel repertorio delle smemoratezze, ricordiamoci tutti cosa è accaduto l'11 agosto quando siamo stati convocati in questa sede precipitosamente dal ministro Tremonti, quasi a Camere congiunte. Ci fu sottoposto il testo per la modifica dell'articolo 81 e ci fu detto che non che era giusto farlo, non che il Paese doveva darsi questa regola, ma che ce lo chiedeva l'Europa, come se fosse altro da noi e non conseguenza di quanto deciso dall'Italia insieme agli altri partner europei.
Quanto ci è costato in termini di credibilità e di fiducia il fatto di non averla portata avanti, dall'11 agosto ad oggi? Oggi però c'è una ragione di più per approvarla in tempi rapidi, come abbiamo ascoltato questa mattina dal presidente del Consiglio Monti. Infatti, con l'ultimo Vertice europeo, che ha sbloccato, seppur con tutti i limiti che conosciamo, la possibilità di sostenere i Paesi in difficoltà da parte dei 26 membri, onde evitare una crisi che potrebbe non fermarsi al nostro Paese ma ad altri in difficoltà, i 26 membri, in attesa della revisione dei Trattati che verrà ripresa a marzo, con gli accordi sottoscritti stabiliscono che la garanzia per gli interventi di sostegno è data esattamente dall'impegno che ciascun Paese si assume autonomamente attraverso lo strumento più sacro sotto il profilo legislativo: la propria Costituzione.
Ciò rende necessario velocizzare in questi giorni tale assunzione di responsabilità. Altri Paesi (la Germania, la Francia, la Spagna) lo hanno già fatto. Adesso tocca a noi, tocca all'Italia, anche per chiudere in qualche modo una vicenda e aprirne un'altra: il rientro dell'Italia tra i Paesi guida dell'Europa. Parlo di un'Italia che ricuce e ricostruisce un giusto percorso comunitario, invece dell'Europa a due, che non piace a nessuno: quello della sfida della crescita.
Dunque, credo che tocchi a noi dimostrare che, a differenza del passato, quando il Parlamento non ebbe la lungimiranza di fare la scelta di cui abbiamo parlato, l'Italia ha recuperato la virtù della lungimiranza e che questa volta fa sul serio, per garantire un futuro al Paese e alle nuove generazioni, sgravandole di un fardello che nessuno si prenderà in spalla al posto nostro. (Applauso dal Gruppo PD. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Di Giovan Paolo. Ne ha facoltà.
DI GIOVAN PAOLO (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo, ho chiesto di intervenire, non avendo certamente i titoli e le capacità di un economista, perché credo nella politica e nella coerenza delle scelte, a volte anche a futura memoria. Non penso che si possa chiedere un cambio di passo, dare la fiducia e poi ritrattarla, senza permettere al proprio interlocutore di mostrare tutto il suo valore, anche quando non si è d'accordo, in tutto o in parte. Abbiamo tutti insieme - o quasi tutti - deciso un cammino comune e lo farò, con disciplina, per tutto il tempo necessario a rimettere il nostro Paese in condizione di essere rappresentato in Europa e nel mondo e, per quanto riguarda la nostra società, a far riprendere alla politica il ruolo che le spetta, di confronto e anche di conflitto, se necessario, ma con un fine unitario di miglioramento e avanzamento generale.
Per questo mi sono chiesto, di fronte al dibattito sul pareggio di bilancio - che, ad onor del vero, in Senato è cominciato grazie al Partito Democratico nel novembre 2010, quando in particolare i colleghi senatori Tonini e Morando, nelle more di un dibattito aperto in 5a Commissione, ma anche in 14a Commissione, avevano messo in guardia il Governo di allora dai nuovi impegni di bilancio e azione politica, che derivavano dalle decisioni di coordinamento europeo di fronte alla crisi globale. Questo accadeva, per la verità, mentre il Governo - lo dico perché la politica non è tutta uguale di fronte alla nuova situazione - e il ministro Tremonti continuavano a negare che ci fosse una crisi. Ebbene, nelle more di questo dibattito, mi sono chiesto: Chi può essere contrario al pareggio di bilancio, ai conti in ordine, all'equilibrio tra entrate ed uscite?
E dunque, se si tratta di riaffermare il concetto, italiano e non derivante dalla costrizione dell'Europa, della necessità di avere i conti in ordine, di praticare la spending review, di offrire coperture reali e realistiche anche alle nuove proposte legislative, non possiamo che esprimere un voto convinto ed un impegno nelle nostre proposte, che dovrebbe essere anche morale, ma soprattutto politico, perché un restringimento dei cosiddetti paletti economici - che ci hanno ricordato in precedenza il presidente Azzollini e alcuni senatori che sono intervenuti - non può che portare ad una maggiore trasparenza nella scelta delle priorità politiche ed economiche. Dunque, al momento dei saldi, siamo per i 16 miliardi di euro degli inutili aerei F-35 oppure per la riforma del welfare in welfare community?
Al momento dei saldi e del bilancio, siamo per la propaganda populista sull'immigrazione oppure per garantire quello che non l'opposizione, ma il Documento di economia e finanza (DEF) del ministro Tremonti affermava, e cioè che servirebbero 350.000 immigrati regolari al lavoro ogni anno per garantire l'equilibrio della previdenza sociale, loro e nostra, in Italia? Al momento dei saldi e del bilancio, siamo per una revisione degli ammortizzatori sociali con l'introduzione del reddito mimino di cittadinanza oppure per i «garantiti» ed i «soliti noti», troppo spesso ignoti al fisco? Al momento dei saldi e del bilancio, siamo per utilizzare i Fondi per le aree sottoutilizzate (FAS) ed i fondi strutturali come aggiuntivi per la crescita e lo sviluppo oppure siamo a favore dell'uso politico e di falsa copertura degli stessi per le spese delle cosiddette leggi mancia?
Garantire l'equilibrio dei conti è fare scelte, non il contrario. La politica, la buona politica, non dovrebbe accettare parodie: sono la confusione, il populismo, l'indecisione e talvolta i falsi specialismi che generano scelte sbagliate ed infine dannose per il bilancio. Al contrario, le scelte chiare, limpide, talvolta di investimento a lungo e medio termine, fanno la ricchezza futura delle Nazioni e la fortuna, alla fine, dei partiti e dei leader che hanno il coraggio di proporle.
In questo senso, e per questo ho detto di parlare per quanto mi riguarda, a mia futura memoria: l'idea del pareggio di bilancio ha un che di rigido - e un po' di preoccupante, anche, talvolta - se significasse invece una visione ristretta, senza investimenti, senza corrispondenza ai doveri dello Stato sociale (ovviamente non dello Stato assistenziale ma sociale, di quello che alcuni chiamano una economia civile o civica di mercato). Io credo che questo sia il ruolo di uno Stato moderno, che voglia anche ammodernare il welfare. Ed è una idea condivisa, al di là delle opzioni politiche e, non a caso, anche in un Paese come la Germania, un po' troppo monetarista e rigorista della signora Merkel, da parte di grandi politici come Kohl, democratico cristiano, e Schmidt, socialdemocratico. Loro, tra gli altri, ci lasciano un Trattato di Maastricht che ci dice, all'articolo 104, lettera c), che «gli Stati membri devono evitare disavanzi pubblici eccessivi», che non mi pare in nulla contraddetto dal Trattato di Lisbona e dai Consigli europei, compreso l'ultimo del 9 dicembre scorso.
Vale a dire che questa scelta della politica, non tecnica - e dobbiamo rivendicarlo, colleghi - del pareggio di bilancio o meglio dell'equilibrio di bilancio ha senso se noi affermiamo che con questa scelta l'Italia si vuole portare alla pari - cosa che non è avvenuta negli ultimi tre anni e mezzo - al tavolo della trattativa per la costituzione, sia detto con chiarezza, degli Stati Uniti d'Europa. Non è una affermazione fuori campo, se si pensa che negli Stati Uniti d'America, pur con tutte le differenze e i dubbi del caso, come è stato ricordato anche prima, vige una armonizzazione fiscale e di bilancio, per cui gli Stati hanno tutti una serie di vincoli di bilancio e di leva fiscale perché lo Stato federale si fa carico, bene o male dipende dalla politica, di quello che Jacques Delors avrebbe definito l'«indebitamento razionale necessario» che garantisce ai cittadini livelli eguali di diritti e doveri che non sono solo sociali ma politici e civili a tutto tondo.
Se questo è il percorso per il Governo cosiddetto tecnico, si pone allora come un obiettivo ambizioso assieme a tutto quello che scegliamo di avere noi come politica: quello di trasformare la nostra presenza italiana da assente e negligente o peggio riottosa in sincera, appassionata, combattiva, al fine di garantire uno Stato federale europeo che armonizzi fisco e bilanci degli Stati ma poi decida anche di investire, dando segnali reali e concreti subito, perché la discussione del bilancio federale pluriennale è già in corso dallo scorso 29 giugno e si concluderà entro la prossima primavera.
E se la riforma che noi e altri Paesi abbiamo fatto è una riforma vera e non solo un riflesso difensivo rigorista e monetarista, allora non possiamo accettare che il bilancio europeo sia solo l'1,05 per cento del reddito prodotto e le spese per il Fondo sociale europeo e quelle per il Fondo dell'innovazione, pari a circa 160 miliardi di euro per 7 anni, siano meno di 10 miliardi di euro a Paese membro. Dove sarebbe qui lo sviluppo e la crescita e la difesa del welfare?
Ma se a questa riforma costituzionale non seguisse la necessaria battaglia europea di cui ho detto? Se si affermasse solo la nozione specialistica - non voglio dire tecnica, perché non vorrei essere frainteso - per cui l'unica cosa che conta sono i saldi di bilancio, anche nei singoli Paesi, compreso il nostro? Se non bastasse la legge speciale di derivazione costituzionale? I diritti, certo, costano; e nessuno è così ingenuo da chiedere né diritti senza doveri, né diritti senza copertura economica. Ma che ruolo avrebbe la politica in un siffatto scenario? Altro che il populismo demagogico di questi giorni con il quale, forse a 150 anni dalI'Unità d'Italia, rischiamo di riportarci alle contesse Serbelloni Mazzanti Viendalmare o ai capi delle lobbies o, addirittura peggio, ai capi della criminalità. La politica, senza le sue scelte sociali e le riforme che costano, sarebbe morta per via della sua inutilità.
Ecco dunque che questa norma che oggi ci accingiamo ad approvare, per l'appunto lo dico a futura memoria, ci impone un soprassalto della politica, un supplemento d'anima, una vigilanza anche democratica. Da sola questa norma non basta. Da sola sarebbe inutile e forse anche dannosa. Con la politica e le sue scelte e priorità, con la battaglia per un'Europa sociale e federale, invece, fa tornare i conti della politica stessa e non è più una imposizione dell'Europa ma una nostra difficile, impegnativa scelta a favore delle riforme e del finanziamento della welfare community. Per queste ragioni, la si può votare perché è la politica e le necessità della società e del suo welfare che mettono i paletti all'economia, e non viceversa. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tancredi. Ne ha facoltà.
TANCREDI (PdL). Signora Presidente, colleghi, rappresentanti del Governo, il disegno di legge costituzionale che introduce nella nostra Carta fondamentale il principio del pareggio di bilancio si inserisce nel quadro degli impegni scaturiti dal Patto europlus con il quale i Paesi membri aderenti si sono impegnati ad introdurre all'interno delle proprie legislazioni nazionali le nuove regole di rigore.
Non c'è dubbio però - e voglio precisarlo subito, a conferma di quanto detto anche con enfasi da autorevoli esponenti, anche del Partito Democratico, che mi hanno preceduto - che la revisione dell'articolo 81 della Costituzione, Presidente, è un'esigenza ineludibile per il Paese, al di là delle circostanze esterne e dei Diktat dell'Unione europea; è poi oggetto da molto tempo - come si è detto autorevolmente - del dibattito politico e costituzionale e l'opportunità della modifica dello stesso articolo 81 è conclamata dal fatto che in questi anni, in cui l'attuale formulazione è stata vigente, il debito pubblico non ha visto mai arrestare il suo trend di crescita (e questo è anche oggetto del dibattito attuale), condizionato dalle contingenze e dal ciclo economico con cui i rispettivi Governi si dovevano confrontare.
Non c'è dubbio, però, che anch'io, come ha detto qualcuno prima di me, in particolare il senatore Lusi, sento il peso della solennità del momento e dell'onore di partecipare ad una modifica costituzionale così importante. Non c'è dubbio, però, Presidente, che avrei immaginato di vivere questa fase in maniera diversa: nella mia breve carriera politico-istituzionale pensavo che in questa Camera alta si arrivasse ad una modifica così importante con un approfondimento maggiore, più dettagliato. Infatti, se è vero che il merito della questione è sicuramente esigenza ineludibile del Paese, non imposta da nessuno, non c'è dubbio che l'urgenza e il modo con cui stiamo affrontando questa modifica costituzionale vengono imposti dalla contingenza europea, dalla situazione dei mercati e anche dai nostri partner europei.
Su questo si è discusso in Commissione dove il PdL ha messo in luce come ci fosse l'esigenza di un maggiore approfondimento e di una maggiore riflessione su alcuni temi, così come hanno fatto anche altri autorevoli membri della Commissione stessa. Il Governo inizialmente sembrava avere fatto un'apertura alla possibilità di emendare il testo giunto dalla Camera, ma poi il Gruppo ha deciso di conformarsi alla volontà dell'Esecutivo di andare avanti con l'attuale formulazione.
Voglio ricordare che il precedente Governo Berlusconi, che ho avuto l'onore di sostenere con la mia maggioranza, ha creato le condizioni - e questo non bisogna dimenticarlo - perché a quel pareggio di bilancio si arrivasse sostanzialmente, nel senso che le misure messe in campo negli ultimi tre anni hanno creato le condizioni perché con riferimento alla dinamica del deficit, fossimo il Paese più virtuoso in Europa e perché nel 2013 si arrivasse anche al pareggio di bilancio, messo poi in discussione, successivamente, dal ciclo economico, dall'attacco dei mercati internazionali, dalla mancata crescita e da previsioni sulla crescita inferiori ai livelli precedenti, rendendo quindi necessaria l'attuale correzione. È chiaro però che il Governo precedente - e lo dico con orgoglio - aveva lavorato perché quell'obiettivo, che oggi noi vogliamo inserire in una norma di rango costituzionale, si raggiungesse nella sostanza da qui a breve tempo.
Quindi, alla luce di questa premessa, mi accingo a fare un'analisi di questo lavoro riguardo alla modifica costituzionale anche un po' critica del testo in esame, a fronte anche di alcune considerazioni che ha fatto prima di me il collega Lusi. Leggo qui il comunicato dei Capi di Stato, in cui ci sono impegni, purtroppo, a venire, ma in cui si citano anche grandezze economiche molto ristrette; non c'è dubbio che abbiamo il timore che tra qualche mese dovremo rimettere mano alla Costituzione e all'articolo 81 per sostanziare alcune più precise prescrizioni dell'Unione europea e lo abbiamo anche manifestato durante i lavori della Commissione.
La riforma si propone di riscrivere il contenuto dell'articolo 81 introducendo nella Carta costituzionale il principio - implicito nella volontà dei Costituenti, come è stato detto più autorevolmente di me - del pareggio di bilancio, in attuazione di un impegno già assunto dal precedente Governo, nell'ambito della nuova governance europea di coordinamento delle politiche economiche, ribadito nell'ultimo patto di bilancio siglato a Bruxelles il 9 dicembre scorso.
A fianco della moneta unica, come si è detto (e ciò è stato l'oggetto anche delle comunicazioni di stamattina del presidente Monti), è indispensabile creare un robusto pilastro economico, che si basi su un rafforzamento delle misure già convenute e su ulteriori interventi di qualità, tutti tesi a realizzare un'autentica unione di stabilità fiscale. Ebbene, pur se l'obiettivo finale di stabilità e integrità dell'Unione economica e monetaria europea è ambiziosamente condiviso da tutti gli Stati della zona euro e da tutte le forze politiche, non altrettanto unanime è il modus con cui tale obiettivo dovrà essere raggiunto.
A fronte dell'ambizioso impegno assunto, mi sento di esprimere qualche dubbio sull'adeguatezza del testo della norma in esame, ed in particolare sul concetto così spiccatamente dinamico di equilibrio tra le entrate e le spese, che, insomma, è diverso dal concetto espresso molto chiaramente nel comunicato dei Capi di Stato europei. Infatti, l'equilibrio deve tener conto, come si è detto, delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico.
La storia della finanza pubblica italiana dovrebbe servire da monito per chi sostiene l'adeguatezza della soluzione keynesiana di compensazione ciclica tra avanzi e disavanzi (good times-bad times), poiché la teoria di un finanziamento della spesa pubblica in disavanzo, pur confinata in un breve cattivo periodo, alternata ad una politica di recupero da affidare ad un futuro periodo buono, alla luce dei fatti e dell'inevitabile mutevolezza dei cicli politici, si è, ahimè, dimostrata, troppo spesso, una vana chimera, stante anche la notevole difficoltà di valutare i cicli economici.
In altri termini, il principio del pareggio di bilancio così formulato, pur se contenuto in una norma di rango costituzionale, lungi dal rafforzare la credibilità dell'impegno assunto, potrebbe, al contrario, risultare scarsamente efficace, qualora si rivelasse, nella pratica, uno strumento elusivo delle regole di rigore fiscale, con il rischio di essere colpito dagli effetti negativi dei cicli politici, dove i Governi aumentano la spesa pubblica in prossimità delle elezioni, lasciando magari al Governo successivo l'onere dell'aggiustamento. La correzione per gli effetti del ciclo si presta infatti a scelte discrezionali e, quindi, indebolisce la funzione disciplinare del vincolo di pareggio, attenuandone la credibilità agli occhi degli investitori e dei mercati.
Alla luce della gravità congiunturale che stiamo vivendo oggi, è evidente che la prudenza fiscale e l'imperativo di non dissipare il capitale nazionale per non pregiudicare il futuro delle generazioni a venire non hanno certo contraddistinto l'agire dei decisori pubblici negli ultimi decenni di storia della nostra Repubblica, a meno che non vogliamo dare la colpa solo alla formulazione dell'articolo 81, ma non mi sembra questo il caso. Nella considerazione collettiva, i disavanzi di bilancio sono stati per lungo tempo svincolati da qualsiasi valutazione etica, non percependosi il disvalore morale di un debito progressivamente crescente, che avrebbe affidato alle nuove generazioni - ed arriviamo al punto - il gravoso percorso del rientro.
I vincoli giuridici che oggi l'Europa ci impone, a tutela, tra l'altro, di un principio di equità intergenerazionale, rappresentano oggi un surrogato dei vincoli morali venuti meno. È noto quanto le decisioni di spesa siano sempre minate da un grave problema di asimmetria nella percezione dei costi-benefici ad esse connessi: tra benefici visibili e costi occulti, tra benefici immediati e costi, ahimè, futuri. Proprio attraverso l'introduzione di vincoli chiari, trasparenti e certi è possibile fronteggiare i fenomeni di illusione finanziaria, ponendo un argine a perniciosi eccessi di discrezionalità e di opportunismo politico.
Intendo adesso soffermarmi sull'articolo 5 della legge costituzionale, recante i contenuti della nuova legge di contabilità «rinforzata» e le regole di controllo parlamentare sulla finanza pubblica. Mi riferisco per esempio al comma 1, lettera b), del citato articolo, laddove si prescrive che la nuova legge di contabilità individui una serie di procedure per accertare le cause degli eventuali scostamenti tra le previsioni effettuate ed i risultati conseguiti. Penso che sull'applicazione di questa lettera b) dovremmo soffermarci più di quello che stiamo facendo oggi con la modifica costituzionale nella formulazione di questa nuova legge di contabilità rinforzata. La norma non brilla certo per chiarezza, lasciando l'interprete nel dubbio se le cause da accertare si esauriscano solo nelle tre fattispecie in esame (andamento del ciclo economico, inefficacia degli interventi ed eventi eccezionali) oppure se l'accertamento debba avvenire anche a fronte di altre ipotesi.
E ancora, di difficile delimitazione e tendente all'infinito appare il novero dei casi riconducibili all'inefficacia degli interventi, così come altrettanto generiche risultano, alla successiva lettera d), le locuzioni «crisi finanziaria» e «gravi calamità naturali», pur nell'intenzione di esplicitare quegli eventi eccezionali che consentirebbero di ricorrere all'indebitamento. È logico che questo dibattito verrà svolto nel momento in cui andremo ad approfondire ed esaminare la nuova legge di contabilità rinforzata, però è anche vero che forse sarebbe stato opportuno approfondire anche adesso questi aspetti.
Vorrei pure richiamare molto brevemente l'attenzione su quell'organismo indipendente, incardinato presso le Camere, al quale la norma in esame vuole attribuire compiti di analisi, verifica e valutazione dei conti pubblici. Sull'opportunità di istituire un siffatto organismo di controllo è doveroso riflettere. Attualmente la valutazione degli effetti delle leggi di spesa e di entrata nonché la previsione dei conti pubblici è svolta quasi esclusivamente dal Governo che, nel valutare la compatibilità delle iniziative di spesa con il quadro di finanza pubblica e con il rispetto dell'equilibrio contabile, gode tuttavia di ampia discrezionalità nella formulazione di stime e nel rendere pubblici i risultati. È logico e giusto che serva un contrappeso: com'è stato detto, questo ha fatto anche parte del dibattito, almeno quello cui ho partecipato in questi tre anni in Commissione bilancio.
D'altra parte il nostro ordinamento già prevede meccanismi di controllo: da un lato, la Corte dei conti, quale organo di garanzia costituzionalmente previsto a tutela della gestione e della trasparenza delle risorse pubbliche; dall'altro, lo stesso Parlamento già esercita una funzione di controllo sulla finanza pubblica, con particolare riferimento all'equilibrio tra entrate e spese.
Orbene, l'istituzione di un organismo indipendente con tali finalità presso le Camere potrebbe determinare una pericolosa conflittualità istituzionale - a questo proposito, stamattina in Commissione abbiamo fatto approvare un ordine del giorno - specie nell'esercizio di quei poteri formali che gli andrebbero riconosciuti in relazione alle eventuali difformità rilevate in sede di controllo (la formulazione testuale della lettera f) dell'articolo 5 è «valutazione dell'osservanza delle regole di bilancio»). Riterrei piuttosto opportuno potenziare il supporto informativo necessario per l'esercizio della funzione di controllo parlamentare attraverso un riordino ed un potenziamento degli attuali servizi di bilancio delle Camere, eventualmente prevedendo una Commissione bicamerale a ciò dedicata.
Nell'esprimere sinteticamente le accennate perplessità, signora Presidente, intendo tuttavia sostenere l'impegno concreto che il Gruppo del PdL ha profuso nello svolgimento di questo dibattito, nella convinzione che i fenomeni economici per loro natura sono complessi e non univocamente etichettabili, perché nella scienza, come nella democrazia, mai nessun risultato può considerarsi definitivo e assoluto e nella costruzione dell'uno e dell'altra la premessa è nella libera manifestazione del contrasto tra idee e ideali. (Applausi dai Gruppi PdL e CN-Io Sud-FS).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cabras. Ne ha facoltà.
CABRAS (PD). Signora Presidente, in questi giorni, nel dibattito che si è svolto nelle Commissioni che hanno affrontato la discussione in sede referente (ma non solo lì, bensì anche in quest'Aula), affrontando altri temi riconducibili e collegati, come la discussione che abbiamo sviluppato sulle mozioni in Aula ieri sera, in molti ci siamo soffermati sulla crisi economica e finanziaria e su quella della politica, così com'è stata definita. Ciascuno ne ha sottolineato gli aspetti ed i rischi di degenerazione; tuttavia, la discussione ha finito per soffermarsi prevalentemente sugli effetti, e ho visto poca attenzione sulle cause che hanno determinato questa situazione.
Allora, le cause possono essere schematizzate in questo modo: in Italia abbiamo incrociato una crisi internazionale di carattere economico e finanziario sicuramente importante, che sembrava terminata nel 2008, ma che poi, come abbiamo visto, è ripartita forte come prima, con una crisi profonda della maggioranza che ha vinto le elezioni nel 2008. L'intreccio di queste due crisi ha di fatto prodotto una miscela esplosiva che, se fosse esplosa, sarebbe stata probabilmente capace di dissolvere lo Stato nella sua capacità di onorare gli impegni - non faccio una graduatoria - come il pagare gli stipendi o ripagare i titoli del debito in scadenza. In ogni caso, sarebbe stata messa in crisi la sua capacità di onorare i propri impegni.
Penso che quando noi analizziamo il contesto di oggi e perdiamo di vista la causa che ha originato, incrociando i due elementi, la situazione di oggi, rischiamo anche nella dialettica politica di non aver bene i piedi piantati nella realtà. Lo diceva il collega Ceccanti in apertura di questa discussione generale. Il tema che sta al centro del disegno di legge in discussione non è nato oggi, né si è prodotto in seguito ai problemi strettamente legati alla crisi. Alcuni di noi più di altri, nel dibattito che ha attraversato i provvedimenti di natura finanziaria negli anni precedenti, hanno molto insistito su questo tema e sono finalmente riusciti a introdurre un codice, la revisione della spesa, in una delle leggi importanti che regolano la finanza pubblica. È stato il primo risultato concreto di una sensibilità che veniva da molto lontano.
La crisi del debito sovrano ha momenti di punta in Italia, ma sarebbe sbagliato considerarla solo italiana, perché ha colpito duramente anche il sistema del confronto tra l'Amministrazione americana e il Congresso; ricordo che si è parlato di default anche per gli Stati Uniti d'America. Lo ricordo solo per citare un ulteriore elemento che mette in evidenza che in questa situazione il tema del debito è diventato centrale per tutti e, in particolare, per il mondo più ricco, o che si considera tale, o per quelli che stanno meglio. Noi lo affrontiamo con tutte le difficoltà che ha l'Europa.
Il nostro disegno di legge, che sicuramente può essere perfezionato e su cui forse torneremo in futuro, dobbiamo considerarlo un passo ulteriore di consapevolezza che ci porti a valutare e a farci carico, quando stabiliamo di garantire un diritto, di ciò che questo comporta in termini di oneri per la finanza pubblica. Non sono d'accordo con coloro che pensano che il debito in Italia sia cresciuto solo nella seconda metà degli anni Ottanta, perché in realtà ha cominciato a crescere per pagare impegni che erano stati decisi molti anni prima e che sono arrivati all'incasso in quel periodo.
Allora, la somma di scelte fatte lontano dall'equilibrio e dalla sostenibilità ha determinato questa impennata del debito in Italia, che peraltro si è concentrata in un periodo tutto sommato breve ed anche molto preciso. Dal 1992, cioè da quando siamo entrati nell'euro, abbiamo assunto l'impegno di rispettare gradualmente la famosa soglia del 60 per cento del rapporto tra debito e prodotto interno lordo; oggi, però, alle soglie del 2012, il peso del nostro debito rispetto al prodotto interno lordo è esattamente lo stesso che aveva quando siamo entrati nell'euro.
Tutto ciò mette in evidenza che non sarà facile ridurre il peso del debito. Ho letto gli emendamenti presentati da alcuni colleghi, dei quali comprendo il senso, ma ritengo che non sarà facile ridurre il peso del debito introducendo numeri e percentuali nella Costituzione. L'opera di riduzione di un debito di questa portata - che significherebbe tagliare nel giro di un tempo ragionevole, che non saprei quantificare, circa 700-800 miliardi di euro del debito attuale e contemporaneamente alimentare la crescita, cioè continuare a tenere acceso il motore del Paese - ha bisogno innanzi tutto di una grandissima consapevolezza politica nel Governo centrale, nel sistema del governo complessivo della finanza pubblica italiana.
Io non credo si debba rinunciare al federalismo. Si rinuncia al federalismo se questa consapevolezza non diventa diffusa; in tal caso, saremo posti davanti a tale tema. Se, però, questa consapevolezza - come previsto anche nel disegno di legge in esame - diventa una consapevolezza delle Regioni e delle autonomie in generale, penso che potremo tentare di vincere insieme questa battaglia.
Oggi, in Europa, tutti stanno lavorando per cercare di trasmettere tale messaggio ai mercati. Concordo con chi sostiene che non è certo che l'approvazione di questo disegno di legge costituzionale, nella doppia lettura, tranquillizzerà il sistema dei mercati finanziari; non sono convinto che si tratterà di un automatismo. Ciononostante anche la discussione che si è svolta nell'ultimo Consiglio europeo ha determinato un'attesa e una maggiore fiducia da un insieme di Stati che si è comportato diversamente nel corso degli ultimi anni.
Pertanto, il problema principale è quello di convincere chi osserva le nostre decisioni che da questo momento tutti tenderemo a comportarci il più possibile nello stesso modo, pur avendo condizioni di partenza differenti. Questo è il primo elemento di credibilità che dobbiamo avere la forza di trasmettere; questa è la complessità che interessa noi italiani, che siamo all'interno della zona dell'euro.
Evidentemente ha ragione chi sostiene che la Banca centrale europea dovrebbe comportarsi come la banca federale americana, quella giapponese o quella d'Inghilterra. La Banca centrale europea, però, non ha alle spalle un sistema istituzionale esattamente uguale a quello delle altre tre banche. Ha certamente lo stesso peso nell'economia mondiale o, addirittura, anche più grande.
Questo è un elemento di forza, come ha evidenziato questa mattina il presidente Monti svolgendo le sue considerazioni sulle difficoltà incontrate. Penso, ad esempio, che quei Paesi che all'ultimo momento sono rientrati ed hanno abbandonato il Regno Unito in una posizione di negazione della modificazione dei Trattati abbiano riflettuto su tale aspetto: non hanno voluto rinunciare alla potenziale forza economica che l'euro e l'Europa rappresentano nel confronto con gli altri Paesi.
Possiamo dividerci nel giudicare l'esito del Consiglio europeo: ho sentito taluni definirlo un fallimento, ma francamente penso che questa sia una strumentale posizione politica piuttosto che una valutazione oggettiva della realtà.
Certo, se tutti i Paesi della zona euro fossero come la Germania e un po' come la Francia, sul piano dei rapporti e degli equilibri di finanza pubblica, penso che probabilmente la decisione avrebbe potuto anche essere diversa rispetto a quella che è stata. In realtà, la Germania e la Francia, che sono stati coloro che hanno promosso la modificazione dei Trattati, hanno tentato l'unica strada possibile per dare una risposta nella condizione data. Sullo sfondo c'è invece l'obiettivo che noi avremmo voluto subito: avere la possibilità di utilizzare strumenti come gli eurobond, di cui anche il Governo precedente ha parlato e si è fatto carico di affermare nel dibattito europeo. Come facciamo a non considerare il fatto che in Europa, da qualche parte, si insedia l'idea che non è giusto che la parte più virtuosa paghi per la parte meno virtuosa? È un principio difficile da codificare.
In fondo, anche il dibattito tra di noi, quando parliamo dell'Italia nelle sue articolazioni e nelle sue differenze tra il Nord e il Sud, mette in luce questo fatto. Ecco perché penso che questa discussione e l'orizzonte che è davanti a noi non contrastino affatto con l'idea federalista di cui si parla anche fra noi. L'Europa funzionerà e sta tentando di funzionare come un'istituzione federale. E se l'orizzonte dell'Europa è questo, perché non può essere questo anche l'orizzonte italiano? Io avanzo un invito ai nostri colleghi della Lega, che sono molto sensibili a questo argomento: attenzione, se l'Europa riesce ad essere più federale, questa è una garanzia perché anche in Italia riusciamo in qualche modo a cogliere questo obiettivo, che io non vedo assolutamente mancato, ma considero anzi come un obiettivo sul quale si può continuare a lavorare.
Ho svolto alcune considerazioni di carattere generale e politico, che mi sembravano utili per dare più ragione alla nostra decisione di sostenere questa riforma. Fra i tanti disegni di legge che sono stati presentati, ne abbiamo presentato anche uno firmato dal nostro segretario che va in questa direzione, volendo dare una testimonianza che su questo fatto non c'è alcun dubbio. Non possiamo attardarci poi su una discussione che io considero assolutamente fuori tempo: se pareggiare il bilancio sia una questione di destra o di sinistra. Penso che una sinistra che sia tale non possa non farsi carico del fatto che, per garantire il diritto di cittadinanza e alcuni altri diritti, occorre avere chiaro come lo Stato si deve comportare e come virtuosamente deve onorare i suoi impegni. Uno Stato che non onora i suoi impegni non è certamente uno Stato ispirabile a valori di questa entità.
Se ci sarà una condivisione larga perché i cambiamenti che sono stati proposti, anche nell'ultimo Consiglio europeo, vadano in porto e se lo stesso Regno Unito ripenserà ad una posizione di distacco, come quella che ha determinato, io penso che nello sfondo ci siano gli eurobond, come ha ricordato il Presidente stamattina, ma c'è anche un più forte ruolo della Banca centrale europea. Se tutte queste condizioni in qualche modo nel tempo saranno rispettate, anche la Banca centrale europea riuscirà, nella sua operatività, ad essere sempre più ala pari delle banche degli altri Paesi che abbiamo ricordato. Per citare un collega, io penso che questo sia un piccolo passo, ma è pur sempre un passo nella direzione verso la quale siamo tutti impegnati ad andare. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. Rinvio il seguito della discussione dei disegni di legge in titolo ad altra seduta.