Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 646 del 14/12/2011

Ripresa della discussione dei disegni di legge costituzionale
nn.
3047, 2834, 2851, 2871, 2881, 2890e 2965 (ore 18,12)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lannutti. Ne ha facoltà.

LANNUTTI (IdV). Signor Presidente, un popolo di risparmiatori e di formichine come gli italiani è diventato oggetto di un attacco speculativo senza precedenti da parte di una cricca finanziaria composta dagli artefici della crisi sistemica, iniziata il 7 luglio 2007 con l'esplosione dei mutui subprime, della bolla immobiliare, dei prodotti derivati e del denaro dal nulla, ma anche in una fase di crisi di leadership politica globale da parte dei Governi, che hanno delegato importanti funzioni ad una ristretta cerchia di oligarchi e tecnocrati irresponsabili, cedendo loro pezzi di sovranità, come è accaduto in Europa con la costituzione di quel mostro giuridico denominato Banca centrale europea.

È una crisi lunga e difficile, più grave, per intensità e durata, della depressione del 1929, che ha devastato l'economia reale, distrutto il risparmio delle famiglie, falcidiato 40 milioni di posti di lavoro nell'economia globalizzata, ipotecato il futuro dei giovani e di quell'esercito ricattato di precari, che invecchiano senza un futuro e che si ribellano in tutto il mondo e stanno protestando contro le cattedrali della finanza, di banche, borse e banchieri centrali, veri e propri criminali seriali, massimi responsabili della crisi sistemica: come diceva Karl Marx, fotografando le condizioni dei proletari di fine Ottocento, i giovani, privati del futuro, lottano perché non hanno da perdere che le loro catene. In questi ultimi anni è cambiato il mondo, sono peggiorate le condizioni di vita e di lavoro di centinaia di milioni di uomini e donne, sono cresciute le disuguaglianze, sono state trasferite le ricchezze, è crollata l'illusione salvifica della finanza e dell'ideologia del debito, con una dozzina di persone, composta da banche di affari, agenzie di rating e banchieri centrali, che decide in segreto dove indirizzare i flussi monetari di swap, derivati, credit default swap (CDS), emettendo pagelle ad orologeria, e quale debba essere il futuro dell'umanità, in un Far West finanziario globale privo di regole, senza che l'Europa abbia decifrato in tempo i cambiamenti ed abbia affrontato, con una stringente regolamentazione e severe sanzioni, l'attacco speculativo dei mercati, che ha come obiettivo finale la dissoluzione dell'euro.

Nessun Paese, neppure la Germania, è al riparo da una speculazione quotidiana di veri e propri pirati della finanza, se non si decidono nuove regole e severe sanzioni contro banchieri e pescecani, che sono poi la stessa cosa, ai quali i Governi democraticamente eletti hanno ceduto pezzi di sovranità; essi non hanno risposto in tempo agli attacchi dell'antipolitica, fomentati dagli stessi banchieri responsabili della crisi e da mezzi di informazione afflitti da quella sindrome, ben descritta da Paolo Sylos Labini e definita «cupidigia del servilismo», malattia contagiosa che sta toccando istituzioni e mass media, in una gara spasmodica per chi arriva prima nel lodare il nuovo padrone del vapore, identificato nel Presidente del Consiglio.

Non ritengo che la manovra varata, che non contiene tagli e non contiene riduzione consistenti dei costi, vada nella giusta direzione del pareggio di bilancio. Anzi, definirei il decreto «salva Italia», un decreto «salva banche», con la garanzia statale sui bond bancari, contenuta nell'articolo 8 (Applausi dal Gruppo LNP) e con l'obbligo di aprire un conto corrente imposto a 6 o 7 milioni di cittadini e di pensionati scambiati per evasori, che hanno il diritto di libera scelta se cadere o meno nelle grinfie dei banchieri: con la garanzia statale - lo ripeto - lo Stato dovrà garantire per centinaia di miliardi di euro le obbligazioni o i prodotti tossici o semitossici delle banche.

Abbiamo visto che il debito pubblico è cresciuto. Come dimostra uno studio, nel periodo che va dal 1996 al 2001, esso è stato incrementato di 2,7 miliardi di euro al mese, nel periodo dal 2001 al 2006 è cresciuto di 3,8 miliardi di euro al mese, tra il 2006 al 2008 è aumentato di 3,9 miliardi al mese, e l'ultimo Governo Berlusconi, dal maggio del 2008 al giugno del 2011, lo ha incrementato di 6,4 miliardi di euro al mese. Questi dati dimostrano che, negli ultimi 15 anni, i Governi di centrodestra hanno aumentato il debito pubblico in misura maggiore dei Governi di centrosinistra. Il debito pro capite è arrivato a 31.700 euro ad abitante, mentre nel 1996, quindici anni prima, era di 19.503 euro ad abitante.

Voglio ricordare anche che la madre di tutti i derivati, di tutti quei prodotti tossici è da ricercare proprio in questo debito pubblico, i cui costi sono addossati alle nuove generazioni, senza futuro e senza speranza.

Per questo bisogna perseguire il pareggio di bilancio, che è l'esatto contrario di norme assurde nel decreto «salvabanche», non «salva Italia», varato dal Governo dei banchieri - e mi si consentirà dalle mafiomassonerie di Bilderberg e Goldman Sachs (Applausi dal Gruppo LNP) il quale non ha capito che per combattere la crisi non serve l'istigazione al debito e il ricorso massivo all'uso delle carte di credito per ingrassare le banche ed insegnare l'arte di vivere, indebitati per sempre (Applausi dal Gruppo LNP), ma nuovi modelli di austerità, senso della misura con il denaro reale e guadagni certi, non con il denaro virtuale e l'illusione salvifica della moneta di plastica.

La filosofia di vita al debito e al di fuori delle proprie possibilità è foriera di gravi disastri che stiamo pagando a caro prezzo, e che soprattutto pagheranno quelle generazioni che protestano (anche a Wall Street, dove mi sono recato il 3 dicembre per una intera serata) per decidere sul loro destino, ipotecato da politici distratti e da oligarchi irresponsabili.

La crisi sistemica è il frutto avvelenato della finanza derivata, dell'azzardo morale dei banchieri, dell'ideologia del debito: vivere a credito dà dipendenza come poche altre droghe, e decenni di abbondante disponibilità di una droga non possono che portare ad uno shock, a un trauma, quando la disponibilità cessa. Oggi ci viene proposta dal Governo dei banchieri una via d'uscita apparentemente semplice, dallo shock che affligge sia i tossicodipendenti che gli spacciatori: riprendere con auspicabile regolarità la fornitura di droga, ossia delle carte di debito. Andare alle radici del problema non significa risolverlo all'istante, è però l'unica soluzione che possa rivelarsi adeguata all'enormità del problema e a sopravvivere alle intense, seppur relativamente brevi, sofferenze delle crisi di astinenza.

Nessuno, neppure lo Stato può imporre ai cittadini l'obbligo di aprire un conto corrente bancario, che - lo voglio ricordare - costa in Italia 295,66 euro, contro una media di 114 euro dell'Europa a 27, o di utilizzare una carta di credito. Questa non è libertà, è costrizione: quella costrizione che serve ad ingrassare i signori banchieri che, dopo aver provocato la crisi, sfornano ricette a loro uso e consumo per addossare i costi a lavoratori e pensionati in regola con gli adempimenti fiscali, continuando a perpetrare l'ideologia del debito ed un principio di imprudenza e di avventatezza economica che consente di ipotecare il reddito che si guadagnerà dopo decenni ed addirittura quello dei propri figli, con l'uso massivo della monetica.

Non vedo in quella manovra il pareggio di bilancio. Anche noi, come Italia dei Valori, abbiamo presentato una proposta per il pareggio di bilancio. Temo che si farà il pareggio di bilancio delle banche e dei banchieri, e non quello della povera gente. (Applausi dal Gruppo IdV).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mura. Ne ha facoltà.

MURA (LNP). Signor Presidente, gentili membri del Governo, onorevoli colleghi, dopo aver ascoltato stamattina il presidente del Consiglio dei ministri Mario Monti, che riferiva sui risultati del Consiglio europeo di Bruxelles, ci troviamo a discutere e a legiferare sugli aspetti che più richiamano la nostra responsabilità, soprattutto nei confronti di quelle persone che ci hanno eletto (perché - lo ricordo a tutti - noi siamo stati eletti).

Oggi noi siamo impegnati in un atto importante come quello della modifica della nostra Carta costituzionale. Nello specifico - l'hanno già richiamato i colleghi che sono intervenuti prima di me - quello che ci apprestiamo a fare è l'introduzione nella Costituzione del principio del pareggio di bilancio, correlandolo ad un vincolo di sostenibilità del debito di tutte le pubbliche amministrazioni, nel rispetto delle regole in materia economico-finanziaria derivanti dall'ordinamento europeo. Nella pratica, vogliamo andare ad assicurare l'equilibrio tra le entrate e le uscite di bilancio, pareggio che viene assicurato anche per mezzo di verifiche sia a livello consuntivo che preventivo.

L'articolo 81 della Costituzione nella sua attuale formulazione, purtroppo, al di là di quelle che sono state le buone intenzioni dei Padri Costituenti, non ha infatti costituito un argine alla creazione di disavanzi e del debito. Nella dottrina prevalente si riteneva che l'articolo 81 non ponesse limite alla creazione di disavanzi, e ci si è sempre preoccupati del fatto che la legislazione di spesa estemporanea adottata dal Parlamento non alterasse gli equilibri assunti nelle decisioni di bilancio.

Non trascuriamo poi il fatto che, con l'avallo della giurisprudenza costituzionale e, quindi, dei professori costituzionalisti, si affermò anche il concetto della legittimità di copertura realizzata attraverso, ad esempio, il ricorso ai prestiti, un procedimento sicuramente già sbagliato sul nascere, come tutti voi, credo, possiate condividere.

Non è quindi un caso se, come sappiamo tutti, tra gli anni Settanta e Ottanta e i primi anni Novanta, il rapporto fra il debito pubblico e il PIL è schizzato verso l'alto, passando dal 38 per cento del 1970 al 100 per cento del 1990, per arrivare ai livelli attuali.

Ecco perché la Lega Nord non può che vedere favorevolmente il pareggio di bilancio in Costituzione. Il Gruppo che rappresento, d'altronde, ha sempre fatto del contrasto alla spesa pubblica irresponsabile da parte dello Stato una delle sue bandiere politiche. La Lega Nord da sempre ha sottolineato la necessità di porre dei limiti costituzionali anche alla pressione fiscale, nonché di esplicitare che l'imposizione fiscale a livello decentrato non debba essere mai aggiuntiva, bensì sostitutiva di quella statale. Noi non siamo sicuramente quelli che pensano a dei doppioni: noi vogliamo garantire l'interesse del contribuente, delle istituzioni, ma soprattutto dei cittadini.

D'altronde, se questo Paese è giunto ad una situazione di tale criticità per quanto riguarda il debito pubblico, lo si deve in gran parte a tutte quelle amministrazioni dissennate, e noi lo diciamo da anni, non solo qui in Parlamento, ma a tutti i livelli politico-amministrativi. Noi da sempre chiediamo di andare a colpire quelle amministrazioni che negli anni hanno sperperato montagne di denaro, di risorse pubbliche in spese inutili, in assunzioni inutili e non produttive. Lo abbiamo letto e sentito ovunque: casi di false pensioni di invalidità, spreco intollerabile di denaro pubblico, affiancati da pochi controlli. Ed ora a farne le spese sembrano essere sempre i soliti: i nostri pensionati, i nostri lavoratori, i nostri giovani.

Sinceramente non mi curo molto di quelli che magari potrebbero essere i sorrisi anche oggi in quest'Aula, ma sottolineo che al Nord solo l'11 per cento delle pensioni di invalidità è fasullo, mentre al Sud si vola a percentuali che raggiungono anche il 48 per cento.

Al di là di quello che è il nostro pensiero politico su Nord e Sud, questo mio pensiero ha un solo nome: sperpero di risorse. Proprio ora che ci troviamo in un momento di grandissima difficoltà economica, quelle risorse potevano essere sicuramente utilizzate in altro modo. Noi della Lega Nord da sempre combattiamo contro gli sprechi e gli sperperi e ci auguriamo sinceramente, davvero, che, tra le tante proposte di questo Consiglio dei tecnici-ministri, ce ne siano alcune volte a tagliare questi sprechi e che abbiano altresì l'obiettivo di cambiare il modo di amministrare questo Paese.

Anche se in questo momento il nostro orientamento di voto è favorevole al disegno di legge costituzionale in discussione, com'è già successo alla Camera, ci terrei a ricordare che il nostro movimento l'aveva auspicato da tempo. Per citare un po' di storia, ricordo le proposte del Gruppo di Milano, guidato da Gianfranco Miglio, che aveva pensato di introdurre alcune forme di controllo; poi D'Alema nel '97 ha proposto la misura della golden rule, cioè la possibilità di indebitarsi solamente per sopperire alle spese d'investimento.

Quello che lo Stato non ha fatto in passato, cioè coniugare i due principi fondamentali di rischio e responsabilità, oggi finalmente viene inserito in Costituzione. Sul concetto di responsabilità mi permetto di ricordare che si espresse anche Einaudi, che dopo il 1929 disse che la responsabilità di chi aveva prodotto il deficit e aveva giocato sulla pelle della gente non era stata punita. Mai un discorso potrebbe essere più attuale oggi: non è stata fatta, ricordava Einaudi, un'operazione di verità, di equità e di controllo al riguardo. Ho una curiosità che purtroppo non posso soddisfare, perché mi piacerebbe proprio sapere cosa avrebbe scritto Einaudi della paradossale situazione in cui versiamo oggi.

Oggi ci viene imposto il sistema della tecno-finanza, il Governo dei tecnici alla ricerca di interlocutori, di illuminati, dell'approvazione della Commissione europea e della BCE, ma nessuno fino ad oggi si è posto l'obiettivo di compiere la vera operazione che andrebbe compiuta, l'operazione-verità di cui parlavo prima.

Colgo l'occasione di questa discussione per sottolineare il fatto che questo Governo per ora ha parlato di mille manovre e infiniti tagli, ma dagli atti vedo che non ha la minima idea di proposte di riforme vere e strutturali.

Torniamo però nello specifico all'articolo 81 della Costituzione: va bene l'equilibrio di bilancio, ma vogliamo mantenere in questo Parlamento la politica fiscale (quindi l'individuazione di chi in qualche modo deve essere agevolato) e la politica d'indirizzo economico. Quando si dice che la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione - e questa è una cosa importante - non significa che la sovranità appartiene a qualcun altro, come la Commissione europea, i trattati europei o la BCE. A noi della Lega Nord non piace assolutamente quest'idea, né che ci sia qualcuno di non eletto e di non rappresentativo che imponga a questo Parlamento un qualsiasi tipo di bilancio. (Applausi dal Gruppo della LNP).

La verità, onorevoli colleghi e gentili membri del Governo, è che l'unico metodo per riuscire ad avere una politica che raggiunga effettivamente la responsabilizzazione e la responsabilità degli attori è proprio la riforma del nostro ordinamento secondo un progetto federalista. Citiamo l'articolo 11 della legge sul federalismo fiscale, che prevede che il finanziamento delle funzioni fondamentali dei Comuni, delle Province e Città metropolitane passi attraverso il finanziamento integrale, in base al fabbisogno standard, che è assicurato da tributi propri comunali, ma anche da compartecipazione al gettito dei tributi erariali. I decreti legislativi per l'attuazione della delega sul federalismo fiscale hanno già portato al contenimento del disavanzo, proprio andando a colpire - ad esempio con il decreto «premi e sanzioni» - coloro che sforano i bilanci dei propri enti attraverso l'incandidabilità, l'ineleggibilità e la decadenza del cosiddetto certificato di fallimento politico.

In conclusione, sottolineo un concetto molto caro a noi della Lega Nord, ossia l'autonomia finanziaria dei Comuni, delle Province e delle Regioni, che - come sappiamo tutti - secondo l'articolo 119 della Costituzione deve essere assicurata nel rispetto dell'equilibrio tra le entrate e le spese dei relativi bilanci. Ritengo importante sottolineare infatti che, da un lato, le Regioni e gli enti siano chiamati a raggiungere un equilibrio di bilancio in termini nominali, senza tener conto degli effetti del ciclo economico; dall'altro, però, agli enti territoriali è attribuito un gettito di entrate fortemente influenzate dall'andamento del ciclo stesso.

In questo senso e in questo caso, il federalismo fiscale è la riforma che avvicina incredibilmente il punto di prelievo al punto di spesa, che crediamo sia davvero l'unico strumento atto ad assicurare prima un'autonomia degli enti locali e poi una virtualità complessiva del sistema. (Applausi dal Gruppo LNP).

Presidenza della vice presidente MAURO (ore 18,32)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lusi. Ne ha facoltà.

LUSI (PD). Signora Presidente, signor Sottosegretario, colleghi, mi sembra che sia la prima volta dal 2006 che questo Parlamento approva un disegno di legge di riforma della Costituzione: sento personalmente il peso, l'importanza e l'onore di discutere il testo di modifica dell'articolo 81 della Costituzione in una fase così delicata. Il Gruppo del Partito Democratico ha votato alla Camera a favore di questo disegno di legge, e lo ha fatto convintamente, come peraltro tutta la Camera, non soltanto il nostro Gruppo (da questo punto di vista non riesco a capire alcune affermazioni contenute nell'intervento che mi ha preceduto, che sembrerebbero smentire quanto lo stesso Gruppo della Lega ha fatto alla Camera dei deputati). Lo stesso Gruppo del Partito Democratico del Senato voterà convintamente a favore di questo disegno di legge, qui, nel Senato della Repubblica.

Veniamo da una storia difficile. Il motivo per il quale stiamo discutendo la modifica dell'articolo 81 è perché, nella storia parlamentare, la Costituzione formale approvata fra il 1946 e il 1947 non ha visto nella Costituzione materiale un giusto adeguamento del principio stabilito nell'articolo 81 della Costituzione, tradotto nella normale amministrazione attraverso le leggi ordinarie del Parlamento.

La storia del Paese è cambiata, è cambiata la storia dell'Europa. Siamo stati improvvidamente convocati l'11 agosto per parlare della modifica dell'articolo 81 della Costituzione e abbiamo ascoltato una lettura di quattro paginette, a tratti anche interessante, ma senza alcuna prospettiva in ordine al senso e al significato di quella modifica. Ha ragione chi mi ha preceduto quando ha detto, argomentandolo con dovizia di particolari, che questo Parlamento non arriva ad approvare la modifica dell'articolo 81 perché ce lo ha imposto qualcuno. Questo Parlamento ha evidentemente maturato un orientamento su questo provvedimento - dovrebbe saperlo anche il Gruppo della Lega Nord, perché alla Camera lo ha votato insieme a noi - ed esso è arrivato in queste Aule con una relativa fretta. Avremmo potuto approvarlo benissimo in agosto, signora Presidente e signor Sottosegretario, in un contesto ancora pesante e grave: è arrivato in questo momento perché il peso della storia ha rovesciato sul Parlamento italiano e sulle forze politiche qui rappresentate quel necessario senso di responsabilità di occuparsi del futuro delle nuove generazioni ed evitare che l'incredibile debito pubblico, accumulato a dismisura dagli anni Settanta in poi per creare un inutile, a tratti, consenso elettorale, ricada definitivamente sulle spalle delle nuove generazioni - ma mi permetterei di dire delle generazioni da 50 anni in giù - e così divenga insostenibile e non colmabile.

Ecco il punto vero, colleghi, non è tanto se qui si discuta su un testo asciutto o non asciutto. Quello offerto all'attenzione del Parlamento dall'Atto Senato n. 3047 è un testo asciutto che riporta correttamente ciò che deve riportare nel testo costituzionale secondo gli obiettivi dati. Il punto che semmai alcuni di noi hanno discusso in queste giornate molto frettolose, ma molto intense, è se il contenuto di tale disegno di legge, laddove faccia riferimento all'equilibrio del bilancio, sia sostenibile dal punto di vista dell'obiettivo finale oppure se sia un sistema migliorabile, e in che modo. Non stiamo approvando un disegno di legge ordinaria, stiamo approvando un disegno di legge costituzionale. Lo facciamo, peraltro, in un momento storico nel quale, sotto la consapevole responsabilità di gran parte delle forze politiche e dei Gruppi parlamentari oggi rappresentati, un Governo, che ha appunto questa ampia maggioranza, insieme ad un Parlamento, così fortemente responsabilizzato, ritiene di dare una svolta radicale all'assetto e al funzionamento della pubblica amministrazione, al funzionamento del bilancio e all'applicazione e all'attuazione del bilancio dello Stato nella vita di tutti i giorni di questo Paese.

Ecco allora che questo dibattito su equilibrio e pareggio non nasce all'interno di aule universitarie o di laboratori tematici dove si vuole discettare su questo o quell'altro istituto, ma è venuto fuori sempre più fortemente alla luce dell'ultima dichiarazione dei Capi di Stato e di Governo del 9 dicembre 2011. In questa dichiarazione tutti i Capi di Stato e Governo presenti (26 su 27) si sono impegnati a stabilire una nuova regola di bilancio, che prevede, tra l'altro, che il bilancio della pubblica amministrazione sia in pareggio, o in avanzo o, comunque, che possa avere un disavanzo strutturale non superiore allo 0,5 per cento del prodotto interno lordo nominale, e che, come stabilito nella seconda alinea del punto 4, questa regola vada inserita nell'ordinamento degli Stati membri a livello costituzionale.

Premesso che l'oggetto di questo disegno di legge è di un'innovazione straordinaria rispetto alla fase storica del nostro Paese - ma ci tornerò nella seconda parte del mio intervento - e dà la possibilità di vedere in prospettiva una speranza seria di miglioramento delle regole di funzionamento del bilancio dello Stato in questo Paese, noi stiamo discutendo esattamente di come l'Italia può inserire nel proprio massimo testo di riferimento, cioè la Carta costituzionale, un'innovazione che, secondo alcuni costituzionalisti, era già inserita nell'originario testo dell'articolo 81, ma che evidentemente la storia ha dimostrato non essere sufficiente.

Vi è allora da precisare che, quando la dichiarazione dei Capi di Stato e di Governo indica che il tetto massimo è lo 0,5 cento, in realtà sta facendo riferimento a quell'1 per cento indicato nell'articolo 23 del regolamento europeo che tratta di questa materia. Già, quindi, nella dichiarazione dei Capi di Stato e di Governo si sta restringendo e irrigidendo quel range di disponibilità nei confronti degli Stati, indicando un disavanzo strutturale ancora minore rispetto a quello sinora previsto, con un meccanismo che delega alla Commissione europea il dettaglio di alcune vicende.

Signor Presidente, spero, analogamente a molti di noi che hanno questa opinione che non mi permetto di rappresentare, vista la loro autorevolezza, di non trovarci tra quattro o cinque mesi a sottoporre di nuovo al Parlamento una modifica del testo costituzionale perché la Commissione europea potrebbe aver individuato meccanismi tali da indurre il nostro Paese ad essere in linea con gli accordi europei così a noi tanto cari, cosa che sottolineo.

Vi è allora un problema di come superare un ostacolo di questo tipo. Per ora noi voteremo convintamente questo testo, sapendo che c'è questa piccola riserva che superiamo nei termini che qualche mio collega ha espresso prima, un dettaglio inerente a quanto previsto al sesto capoverso del novellato articolo 81, e all'articolo 5 del disegno di legge costituzionale alla nostra attenzione. Questa legge rinforzata, che alcuni ritengono essere dal punto di vista della gerarchia delle fonti, una via di mezzo tra la legge ordinaria e la legge costituzionale è, in realtà, uno strumento assolutamente importante, perché è necessaria una maggioranza qualificata per approvarla, ovvero la maggioranza assoluta di ciascuna delle due Camere, il che comporta di fatto una forza maggiore nel procedimento d'approvazione e nella scelta politica che i Gruppi parlamentari fanno nell'approvazione di quella legge.

Mi permetto di ricordare però che noi abbiamo già nel nostro Parlamento, tra Camera e Senato, una diversa modalità di concepire il voto d'approvazione o la deliberazione stricto sensu intesa. Infatti, al Senato la somma dei contrari e degli astenuti vale contro e la somma dei favorevoli deve essere superiore alla somma degli astenuti e dei contrari; alla Camera gli astenuti sono conteggiati come voto a favore che viene aggiunto a quelli a favore del tal o talaltro disegno di legge. Con ciò voglio dire che, a differenza di quello che può pensare qualcuno, in realtà non è così distante questo obbligo di individuare la maggioranza assoluta per l'adozione della legge cosiddetta rinforzata indicata, sesto capoverso, del novellato articolo 81 rispetto, ad esempio, alla modalità di deliberazione del Senato.In questo ramo del Parlamento la maggioranza relativa può essere superiore al numero dei contrari e degli astenuti ed inferiore alla metà più uno dei componenti del Senato stesso, ma di fatto è molto raro che ciò accada ed è comunque molto vicino a quella disponibilità.

Allora, mentre tutto ciò assume un carattere scarsamente rilevante, soprattutto se si approccia l'argomento da un punto di vista statistico, diventa importante dal punto di vista dell'approdo. Perché oggi il legislatore offre la disponibilità di approvare un provvedimento così importante con una maggioranza qualificata quale quella della maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna delle due Camere? Perché non inserisce una diversa maggioranza, come ad esempio quella dei due terzi? È evidente che sta dando a quel disegno di legge un'importanza strategica e, quindi, chiede che la maggior parte delle forze politiche che rappresentano il Paese siano concordi nell'individuazione di quelle scelte e di quelle finalità.

Non vi è chi non veda, signor Presidente, che nella storia del nostro Paese la vera differenza nell'argomento in esame è soltanto tra legge costituzionale e legge ordinaria e non fra legge rinforzata e legge costituzionale. Infatti, laddove in questo disegno di legge inseriamo la possibilità che fasi avverse e fasi favorevoli possano essere - mi sia perdonato il termine non elegante - compensate tra loro all'interno del ciclo economico, stiamo comunque dando la facoltà al legislatore (rectius, alle forze politiche pro tempore rappresentate in Parlamento) di giocare sulle fasi alterne, positive e negative, all'interno del ciclo per fare operazioni che noi auspichiamo siano per lo più estremamente positive, ma che potrebbero anche non essere tali (come ha dimostrato l'esperienza nel nostro Paese con l'attuazione dell'articolo 81 "leggermente" diversa da quella immaginata dai Costituenti).

Ciononostante, signor Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli senatori, stiamo approvando un provvedimento di dimensione storica; stiamo approvando un disegno di legge che persone più autorevoli del sottoscritto hanno proposto da molti anni; stiamo approvando qualcosa che cambierà radicalmente, se lo strumento sarà ben utilizzato da questo e dai futuri Parlamenti, il modo di gestire la finanza pubblica e l'economia reale del nostro Paese per quanto riguarda il comparto da noi trattato. In sostanza, stiamo effettuando un'operazione che rimane nel segno della storia. Per tale motivo, ha il senso di lasciare agli atti la discussione in ordine ad una fase storica delicata, qual è il rapporto - triangolare - tra la soluzione dei problemi italiani, la soluzione del rapporto tra l'Italia e l'Europa nella zona euro e la soluzione del problema del mercato globale dove la forza dell'euro e la crisi economica globale hanno un ruolo determinante e dominante. In questo triangolo stiamo approvando un disegno di legge costituzionale che non ha precedenti.

Ad esempio, non ha precedenti la scelta di istituire alla lettera f) dell'articolo 5 una sorta di Congressional budget office (CBO), che definiamo così anche se non sarà propriamente tale: sarà piuttosto un ufficio del Parlamento, ma autonomo dalle stesse Camere, che servirà ad assolvere alle funzioni indicate alla lettera f) dell'articolo 5. In realtà, io ero tra coloro che ritenevano che tale organismo dovesse essere completamente autonomo. In ogni caso, credo si tratti di un grandissimo passo in avanti rispetto al passato, rispetto alla pubblicistica che da alcuni anni affronta questo tema.

Tra l'altro, signor Presidente, non vi è chi non veda che all'interno del disegno di legge costituzionale in esame si apre per il Paese il momento per essere pesato per quello che effettivamente è. Come è stato poc'anzi evidenziato, non è vero che stiamo approvando questo disegno di legge perché l'Europa lo ha richiesto; è vero, però, che finalmente vi è un sussulto di orgoglio di chi rappresenta l'Italia, e si offre all'Europa la possibilità di dire che noi siamo capaci di sostenere lo sforzo del Paese di uscire da un immane debito pubblico, lasciato da classi politiche sconsiderate che lo hanno aumentato per creare consenso elettorale, e drammaticamente gestito nel corso degli ultimi 30 anni.

Ma lo stiamo facendo anche perché questo è un modo per dire all'Europa che noi siamo in grado di assolvere ai nostri compiti, di rispondere alle nostre responsabilità e di dare un segno inequivocabile ai cittadini e al Paese che stiamo rappresentando l'interesse nazionale. Ecco perché mi stupisce, signora Presidente, signor Sottosegretario, ascoltare alcuni interventi che chiedono addirittura al Governo di impegnarsi ad assolvere al compito di rappresentare l'interesse nazionale e la sovranità nazionale. Si chiedono delle assurdità incredibili, come se il Governo potesse optare in termini discrezionali - dopo aver giurato sulla Costituzione dinanzi al Presidente della Repubblica - se sostenere o meno lo sforzo di difendere il Paese, la sovranità nazionale e gli interessi nazionali.

Concludendo, signora Presidente, mi sembra che lo sforzo fatto con questo disegno di legge, in una fase fra le più drammatiche del ciclo economico che questo Paese sta vivendo da decenni a questa parte (direi la più drammatica), rappresenti un grande passo in avanti. Voglio anche aggiungere, signora Presidente, che questo convinto voto del Partito Democratico ad una scelta forse perfettibile, ma oggi comunque ottima, dettata dal contenuto di questo disegno di legge, potrebbe anche portarci, fra alcuni mesi, ad una rivisitazione del testo. Se questo accadesse, sarà chiaro agli italiani che questo Parlamento sta lavorando per migliorare, non per peggiorare, e che il voto di domani di approvazione di questo disegno di legge, con un larghissimo consenso, come non si vedeva - lo ha detto un collega prima di me - da moltissimi anni, è il segno e la rappresentazione palese dell'attenzione dei parlamentari (in questo caso dei senatori) alla sensibilità e alla delicatezza che il Paese vive, provando a tradurle.

Certo, signora Presidente, se poi quella legge indicata al sesto capoverso del novellato articolo 81 vedesse una soluzione tipo quella della riforma della disciplina di bilancio, che, approvata nel 2009, è stata modificata nel 2010 e rimodificata nel 2011 e a tratti è ancora inosservata, in quel caso non avremmo fatto un buon servizio al Paese. Sono invece cosciente che questa maggioranza e questo Governo sapranno innovare radicalmente in questo senso, dimostrando quanto si può fare di bene nei confronti del Paese. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Azzollini).