Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 646 del 14/12/2011

RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza del vice presidente CHITI

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 17,11).

Si dia lettura del processo verbale.

STIFFONI, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del giorno precedente.

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 17,14).

Saluto ad una rappresentanza di studenti

PRESIDENTE. È presente in tribuna una rappresentanza di studenti e di insegnanti della scuola media dell'Istituto comprensivo «Guglielmo Marconi» di Terni. Rivolgiamo loro il saluto del Senato e gli auguri per la loro attività di studio. (Applausi)

Sull'uccisione di due cittadini senegalesi a Firenze

LIVI BACCI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LIVI BACCI (PD). Signor Presidente del Senato, colleghe e colleghi, sono grato alla Presidenza di questa Assemblea che mi ha permesso di prendere brevemente la parola all'inizio della seduta, dandomi il privilegio di farlo di fronte al plenum del nostro Senato. Nel pomeriggio di ieri, un folle italiano, armato di una «Smith and Wesson», ha sparato a bruciapelo a due cittadini senegalesi, Samb Modou e Diop Mor, uccidendoli sul colpo, ed ha ferito gravemente un terzo loro compagno. Questo avveniva in un mercato rionale della mia città, Firenze, in mezzo alla folla ed in pieno giorno. Fuggito in macchina, ha raggiunto il mercato centrale della città e ha ferito gravemente, in luoghi diversi, due altri senegalesi, togliendosi la vita prima che la polizia potesse fermarlo.

Ho preso la parola per due ragioni. La prima è la più naturale: esprimere la profonda e commossa solidarietà di questa Assemblea - spero - ai familiari, agli amici, ai compagni di lavoro delle vittime di questa strage (Applausi dai Gruppi PD, PdL e CN-Io Sud-FS) e ai 100.000 cittadini senegalesi che ordinatamente vivono nel nostro Paese, fare i nostri auguri ai tre feriti: che le loro ferite fisiche siano sanate presto, e che quelle morali trovino un adeguato conforto e, infine, esprimere il nostro profondo orrore per questa terribile tragedia.

Il secondo motivo non è meno importante. Lasciamo a chi è uso ad esplorare i meandri della mente umana di provare a comprendere quali siano stati i motivi remoti e quelli contingenti che hanno fatto scattare la follia in un uomo di mezza età, senza apparenti problemi economici, che non conosceva nessuna delle sue vittime.

Sappiamo però due cose: che i colpiti avevano in comune la pelle nera e che l'assassino era un adepto di confuse ideologie neonaziste e razziste. Si tratta dunque di un episodio di odio razziale che interroga le coscienze di noi tutti italiani, ma soprattutto interroga la coscienza di tutti coloro che hanno responsabilità di leadership e che in qualche modo guidano e sono ascoltati e seguiti. Quindi, in primo luogo, noi che facciamo vita politica e che dobbiamo essere sicuri che non una parola, non un atto, non un gesto possano far germinare il repellente germe della violenza, dell'odio razziale, della ripulsa del diverso e dello straniero. Parole, atti o gesti che possano, anche per una minima frazione, contribuire a scatenare la follia, come quella esplosa a Firenze. E, come legislatori, dobbiamo avere cura di non criminalizzare l'atto naturale, anche se non autorizzato, di varcare un confine. Noi, assai più degli altri, abbiamo un grave carico di responsabilità, ma non sempre ne abbiamo piena coscienza. (Applausi dai Gruppi PD, PdL, IDV, Per il Terzo Polo:ApI-FLI e UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI).

PARDI (IdV). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PARDI (IdV). Signor Presidente, interverrò brevemente, perché confesso di essermi catapultato in Aula senza nemmeno aver fatto in tempo a sentire quello che ha detto il collega senatore Livi Bacci, che non dubito abbia trovato le parole più giuste e toccanti.

Voglio mettere agli atti soltanto lo sconcerto e l'incredulità di chi ha vissuto quasi tutta la sua vita a Firenze e che, sbagliando, pensava che nella «Toscana felix» e in una città come Firenze simili cose non potessero accadere. Esse però accadono e costituiscono un memento, che ci ricorda come di fronte a questa dimensione siamo disarmati e non riusciamo a fare in modo che il pensiero, la fantasia, la creatività sociale impediscano questi grumi di odio, di insofferenza, di rovesciamento delle proprie incapacità sugli altri.

Queste cose, purtroppo, accadono e non riusciamo ad impedirle, ma non riuscendoci non possiamo nemmeno rinunciare ad un tentativo di rivolta, anche filosofica e psicologica. Non ho altro da aggiungere: siamo tutti frastornati. (Applausi dai Gruppi IdV e PD).

D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, ci associamo e condividiamo quanto già detto dal collega senatore Livi Bacci. Credo che il Parlamento debba trovare il modo e l'occasione di dedicare una giornata dei propri lavori al tema della tolleranza e della lotta alle discriminazioni e alla xenofobia. (Applausi dai Gruppi PD, IDV e UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Si tratta di un male molto meno sommerso di quanto appaia, che si manifesta, purtroppo, ormai con una frequenza ampia, come dimostrano non solo i fatti tragici di Firenze, ma anche gli interventi compiuti da gruppi xenofobi, di estrema destra, che hanno colpito anche qui a Roma. Credo che il fenomeno sia molto più grave di quanto appaia.

SERRA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Pensiamo a quanto accaduto a Torino!

D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Ecco, il collega Serra ricorda anche quello che è accaduto a Torino. Credo dunque che ciò meriti l'attenzione dovuta, da parte delle istituzioni, affinché si faccia una verifica sulla dimensione e sull'entità del fenomeno in tutto il territorio nazionale: chiederemo quindi che il Ministro dell'interno possa darci uno spaccato di questa realtà. Credo sia anche giusto promuovere una cultura diversa nel nostro Paese, che faccia dell'integrazione uno strumento di prevenzione dei conflitti sociali.

Ci associamo dunque, anche a nome dei colleghi del Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI, al cordoglio per le vittime di questa violenza. Credo che questa sia un'occasione, purtroppo triste e tragica, capace però di metterci in condizione di affrontare con determinazione e serietà il fenomeno del razzismo, che purtroppo esiste nel nostro Paese e che purtroppo ha avuto anche manifestazioni ai più alti livelli - diciamo così - anche della rappresentanza politica, che non sono degni di un Paese civile come il nostro. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI e PD).

AMATO (PdL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

AMATO (PdL). Mi associo a quanto detto dal collega Livi Bacci ed esprimo la solidarietà e la vicinanza, mia personale e del Gruppo PdL, alle vittime ed a tutta la comunità senegalese di Firenze. Il gesto è da addebitare alla follia di un'anima persa, talmente persa che si è uccisa, una volta accerchiata dalle forze dell'ordine. Dico questo perché conosco la mia città, Firenze, come la conosce bene il senatore Livi Bacci, e non credo, presidente Chiti, che si possa parlare di un razzismo presente a Firenze.

Vi è un bell'articolo, collega Livi Bacci, oggi sul Corriere della Sera. E' l'intervento di uno scrittore fiorentino che dice appunto che la chiave interpretativa di questo gesto è nella follia di un singolo. Non è nel costume decaduto di una città. Detto questo, qualsiasi iniziativa contro l'intolleranza, il razzismo sarà sempre sostenuta da chi, come noi, crede nei valori della libertà, del progresso civile e della tolleranza. (Applausi dal Gruppo PdL).

POLI BORTONE (CN-Io Sud-FS). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

POLI BORTONE (CN-Io Sud-FS). Signor Presidente, intervengo brevemente per sottolineare come anche noi sosteniamo tutte quante le ragioni di un atteggiamento culturale, del quale abbiamo parlato poco fa in un bell'incontro con il Ministro per i beni e le attività culturali, al quale abbiamo chiesto tra l'altro di interessarsi come Ministro anche del tema della interculturalità, proprio per cercare di creare quella consapevolezza del rispetto, della dignità e della cultura dell'altro che può appartenere anche ad una pacifica convivenza all'interno della nostra Italia ed evitare questi episodi di razzismo che, oltretutto, sono assolutamente da rifiutare in termini proprio di sensibilità umana, collettiva e culturale.

Voglio dirlo perché, avendo 51 etnie nella mia città, sono stato il primo sindaco in Italia che ha inventato il 41° consigliere aggiunto per fare in modo che coloro che vengono, necessitati, da altri Paesi, possano realmente partecipare alla vita della città, apprezzare la nostra cultura, ma dare modo anche a noi di apprezzare la loro cultura.

L'episodio di ieri è assolutamente inqualificabile e, oltre a condannarlo veramente con tutto l'animo e con tutta la nostra sensibilità umana, vogliamo anche augurarci che anche il Parlamento voglia fare la sua parte per discutere di un tema che non è assolutamente superfluo perché attiene al rispetto dei diritti umani, della dignità della persona, che non debbono essere parole retoricamente ripetute ma sentimenti realmente vissuti nella quotidianità. (Applausi dai Gruppi CN-Io Sud-FS, PdL e del senatore Morando).

DIVINA (LNP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DIVINA (LNP). Signor Presidente, condanniamo anche noi - perché altro non si può fare - quanto è accaduto; vorremmo richiamare però l'Aula ad un po' di serietà, perché non si possono inventare pretesti sui giudizi di determinate azioni per invocare inesistenti forme di devianza. Noi siamo convinti che in ogni famiglia si nasconda un cretino, che come tale deve essere considerato, al di là della sua famiglia di origine. (Commenti del Gruppo PD). Se noi non condanniamo apertamente, alimentiamo a nostra volta differenziazioni altrettanto pericolose come quelle che stentiamo a placare, dando un messaggio, viceversa, di condanna unanime. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).

PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire il rappresentante del Governo. Ne ha facoltà.

MALASCHINI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, il Governo esprime con le mie parole i sentimenti di condanna e di solidarietà.

Vorrei aggiungere che dietro il dato di cronaca e le parole senz'altro dovute ci sono delle persone, ci sono dei morti, ci sono delle famiglie, degli affetti che sono stati colpiti in modo doloroso. C'è una comunità che chiede allo Stato rispetto e sicurezza. È un dovere dello Stato garantire a questa comunità rispetto e sicurezza. (Applausi dai Gruppi PdL e PD).

PRESIDENTE. Anche la Presidenza, attraverso la mia persona, si associa ad un sentimento di condanna, come quello espresso da tutti i Gruppi, nei confronti del brutale assassinio perpetrato ieri a Firenze. Esprime quindi il cordoglio alle famiglie delle vittime, gli auguri ai feriti, la solidarietà alla comunità senegalese e alla città di Firenze.

Penso, come alcuni colleghi hanno richiamato, che sia giusto ricevere anche da questa vicenda una sollecitazione ad una riflessione e ad un impegno volto ad evitare ovunque l'insorgere e il manifestarsi di forme di violenza e di intolleranza e per portare avanti l'affermazione dei diritti umani ovunque. Da questo punto di vista, non credo ci siano aree di per sé felix o infelici; ci sono ovunque impegni, riflessioni e approfondimenti che è doveroso fare.

Discussione dei disegni di legge costituzionale:

(3047) Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale (Approvato dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge costituzionale d'iniziativa dei deputati Cambursano ed altri; Marinello ed altri; Beltrandi ed altri; Merloni ed altri; Lanzillotta ed altri; Antonio Martino ed altri; Bersani ed altri, e di un disegno di legge costituzionale d'iniziativa governativa)

(2834) LANNUTTI ed altri. - Modifica all'articolo 81 della Costituzione, in materia di debito pubblico

(2851) LAURO ed altri. - Introduzione dell'articolo 81-bis della Costituzione in materia di patto di stabilità

(2871) ROSSI Nicola ed altri. - Modifiche agli articoli 23, 81, 117 e 119 della Costituzione in materia di regole di responsabilità fiscale

(2881) SALTAMARTINI ed altri. - Modifiche agli articoli 53 e 81 della Costituzione in materia di equilibrio di bilancio della Repubblica

(2890) CECCANTI ed altri. - Modifiche agli articoli 53, 81, 119 e 123 e introduzione del titolo I-bis della parte seconda della Costituzione, in materia di equità tra le generazioni e di stabilità di bilancio

(2965) PERDUCA e PORETTI. - Modifica dell'articolo 81 e introduzione degli articoli 81-bis e 81-ter della Costituzione, concernenti il principio del pareggio nei bilanci dello Stato e degli enti pubblici, la copertura finanziaria delle leggi e il controllo dell'equilibrio dei conti pubblici

(Votazione finale qualificata ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Relazione orale) (ore 17,30)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione dei disegni di legge costituzionale nn. 3047, già approvato dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge costituzionale d'iniziativa dei deputati Cambursano ed altri, Marinello ed altri, Beltrandi ed altri, Merloni ed altri, Lanzillotta ed altri, Antonio Martino ed altri, Bersani ed altri, e di un disegno di legge d'iniziativa governativa, 2834, 2851, 2871, 2881, 2890 e 2965.

Irelatori, senatori Vizzini e Azzollini, hanno chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni, la richiesta si intende accolta.

Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore, senatore Vizzini.

VIZZINI, relatore. Signor Presidente, il disegno di legge costituzionale oggi all'esame dell'Assemblea è stato approvato dalla Camera dei deputati a larga maggioranza (464 voti favorevoli, 11 astenuti, nessuno contrario) e non ha subito modifiche nel corso dell'esame in sede referente, svoltosi presso le Commissioni riunite affari costituzionali e bilancio.

Esso si ripropone di modificare la II Parte della Costituzione secondo due princìpi cardine: equilibrio dei bilanci delle amministrazioni pubbliche e sostenibilità del debito pubblico. Lo scopo è quello di adeguare l'ordinamento, nel suo più eminente livello normativo, quello costituzionale, sia a un'esigenza di integrazione piena nel contesto europeo, in analogia a quanto già disposto in altri Paesi dell'Unione e in conformità a specifiche richieste provenienti dalla stessa Unione europea, sia a un obiettivo di politica fiscale generale che assuma quei principi cardine come parametri supremi di regolazione.

La tecnica legislativa prescelta, che ha un valore non irrilevante anche sotto l'aspetto dei contenuti, è quella di integrare il testo della Costituzione con alcuni elementi di principio, disporre su alcuni altri aspetti qualificanti con norme di legge costituzionale ancorché non incorporate nella Costituzione e rimettere a una legge ordinaria, da approvare però a maggioranza qualificata, la definizione degli ulteriori elementi di regolazione.

L'articolo 81 della Costituzione ne risulterebbe complessivamente riformulato secondo i principi già menzionati, integrati da altre prescrizioni.

Quanto, ancora, alla tecnica adoperata per innovare l'ordinamento, oltre alla riformulazione dell'articolo 81, il disegno di legge integra l'articolo 97 della Costituzione, premettendovi la disposizione di principio già citata (equilibrio dei bilanci e sostenibilità del debito pubblico, «in coerenza con l'ordinamento dell'Unione europea»).

Ancora, si propone una rettifica dell'articolo 117 della Costituzione, diretta a trasferire, dalla competenza legislativa concorrente tra Stato e Regioni alla competenza esclusiva della legislazione statale, la materia della «armonizzazione dei bilanci pubblici».

Si procede, quindi, all'integrazione dell'articolo 119, per dare sviluppo coerente, a proposito degli enti territoriali, agli enunciati introdotti nell'articolo 81 e nell'articolo 97.

Quanto alle disposizioni di legge costituzionale non «incorporate» nella Costituzione, l'articolo 5 del disegno di legge dispone un complesso di prescrizioni che vincolano, in larga misura, il contenuto della legge ordinaria «di sistema», da approvare con la maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, legge prevista dal nuovo articolo 81. Inoltre, quelle stesse disposizioni di rango costituzionale contemplano anche l'istituzione, presso le Camere, di un organismo indipendente al quale attribuire compiti di analisi, verifica e valutazione in materia di andamenti di finanza pubblica e adempimento delle regole di bilancio, mentre il comma 4 dello stesso articolo 5 rimette ai Regolamenti delle Camere la disciplina della funzione parlamentare di controllo sulla finanza pubblica, con particolare riferimento a parametri determinati dalla stessa disposizione.

Per gli aspetti di rilievo istituzionale, vi è da segnalare, ancora, la prevista deliberazione delle Camere, da assumere a maggioranza assoluta, diretta ad autorizzare il ricorso all'indebitamento «al verificarsi di eventi eccezionali», da definire con la legge «di sistema» ai sensi delle previsioni contenute nell'articolo 5, comma 1, lettera d), (gravi recessioni economiche, crisi finanziarie e gravi calamità naturali). In proposito, va notato che la disposizione della lettera g) contempla gli stessi casi, nonché quello, più generale, della necessità di sostenere gli effetti del ciclo economico - che non esige, invece, l'autorizzazione parlamentare - quali presupposti perché lo Stato, anche in deroga all'articolo 119 della Costituzione, possa concorrere ad assicurare il finanziamento, da parte degli altri livelli di governo, dei livelli essenziali delle prestazioni e delle funzioni fondamentali inerenti ai diritti civili e sociali.

La legge ordinaria «di sistema» dovrebbe essere approvata, secondo il testo in esame, entro il 28 febbraio 2013, mentre la decorrenza di efficacia delle disposizioni contenute nel disegno di legge costituzionale è indicata nell'esercizio finanziario 2014.

La misura notevolissima del consenso registrato alla Camera dei deputati e l'assenza di voti contrari depongono per una deliberazione del Senato comunque tempestiva, secondo le determinazioni adottate la scorsa settimana dalla Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari ed a seguito delle decisioni assunte dalle Commissioni riunite.

Certamente, come ho già avuto occasione di rilevare fin da subito, durante l'esame presso le Commissioni riunite, e come hanno segnalato i senatori di diverse forze politiche intervenuti nel dibattito, il testo approvato dall'altro ramo del Parlamento manifesta alcuni possibili profili critici. Anzitutto, l'inclusione della disposizione generale di principio, anziché nell'articolo 97 (che riguarda le pubbliche amministrazioni e contiene già il principio di «buon andamento»), nella Parte prima della Costituzione, come proposto da alcuni, quale disposizione integrativa dell'articolo 53: la scelta sarebbe motivata dal fatto che il nuovo principio introdotto nella Costituzione è strettamente correlato alle disposizioni contenute negli attuali due commi dell'articolo 53.

La collocazione nell'articolo 53 avrebbe un suo intrinseco valore: il principio, che vi è già radicato, del concorso comune alla spesa pubblica secondo la capacità contributiva sarebbe corroborato e corrisposto da quello della responsabilità, propria dei poteri pubblici, di fare buon uso delle risorse di tutti che sono loro affidate. Una simmetria, questa, dal visibile contenuto politico, nel senso più nobile, che sarebbe ben inserita in quella parte della Costituzione.

La previsione poi di un organismo indipendente da istituire presso le Camere per l'analisi, le verifiche e le valutazioni lascia, nella sua formulazione, una possibilità di scelta tra più opzioni: una struttura strettamente parlamentare, con composizione, dotazioni e regolazione propria, ovvero una struttura mista, la cui composizione potrebbe essere assicurata mediante l'apporto, esclusivo o parziale, di persone estranee alle Camere e ai rispettivi apparati. Si può svolgere inoltre una riflessione sul pieno rispetto, o meno, dell'autonomia regolamentare delle Camere, presidiata dalla Costituzione, quando si rimette a una legge ordinaria, sia pure rinforzata, l'istituzione e la regolazione di un organismo collocato presso le stesse Camere.

Inoltre, la riserva di Regolamento parlamentare quanto alla funzione di controllo delle Camere in materia di finanza pubblica potrebbe essere considerata ad un tempo pleonastica e tale da distinguerla - con effetti incerti - da quella attribuita all'organismo indipendente.

Ancora, la fissazione di una data per l'approvazione della legge «di sistema» è necessariamente priva di certezza, anche se provvista della forma di una disposizione di legge costituzionale. Tale riserva di legge, anche con la previsione di un termine definito, è già presente in Costituzione e non sempre ha prodotto un'efficacia tempestiva (si pensi alla IX disposizione transitoria e finale).

Nel corso dell'esame presso le Commissioni riunite i senatori intervenuti hanno espresso ulteriori riserve sul testo e conseguentemente hanno presentato emendamenti volti a migliorarlo. Certamente sarebbe stato forse auspicabile un supplemento di riflessione, dal momento che si tratta di una modifica rilevante al testo della nostra Carta costituzionale. Abbiamo però, con profondo senso di responsabilità, accolto l'invito del Governo a procedere a una quanto più rapida definizione del testo, evitando un ulteriore passaggio parlamentare alla Camera dei deputati. L'invito è stato motivato proprio questa mattina dal ministro Giarda e dal vice ministro Grilli, il quale ha in primo luogo ricordato che l'attenzione della Commissione europea e del Consiglio europeo sul livello di indebitamento si è rafforzata in ragione della inadeguatezza delle regole fiscali che hanno disciplinato fino ad oggi i comportamenti degli Stati membri.

L'indirizzo assunto a livello europeo è quello di stabilire un vincolo assoluto e non valicabile a livello di norma costituzionale. In tale direzione si sono già mossi alcuni Paesi (la Svezia, la Germania e la Polonia). Nel Vertice dell'8 e 9 dicembre scorsi, il concetto di pareggio di bilancio è stato ulteriormente specificato con la previsione anche di una verifica comunitaria sull'adeguatezza delle nuove regole. Il Governo ha assicurato che i riferimenti contenuti nel testo del disegno di legge costituzionale al nostro esame sono compatibili con l'evoluzione delle regole comunitarie e coerenti con le richieste che provengono dalle autorità dell'Unione europea.

Inoltre, siamo stati rassicurati sul fatto che il rinvio ad una legge rinforzata fornisce lo strumento adeguato per regolare nel dettaglio i principi inseriti nella Costituzione, con particolare riguardo alla individuazione di una soglia inferiore per il disavanzo strutturale.

L'approvazione senza modifiche, da parte del Senato, del testo trasmessoci dalla Camera assicurerà un'azione tempestiva, essenziale per un Paese come l'Italia che, mai come in questo momento, si trova al centro dell'attenzione dell'Europa.

Per questo conveniamo sulla volontà del Governo di approvare subito questa importante modifica costituzionale.

Ringrazio i sottosegretari Malaschini e Polillo per il compito che stanno svolgendo e concludo segnalando che presso le Commissioni riunite è stato approvato un ordine del giorno, presentato dal presidente Azzollini e sottoscritto da me e da numerosi senatori di diversi Gruppi parlamentari. Esso raccoglie alcune delle sollecitazioni avanzate nel corso del dibattito su aspetti che presentano maggiori criticità. Con tale ordine del giorno, da una parte si ritiene opportuno intendere l'ambito applicativo dell'articolo 5, comma 1, lettera f), nel senso che l'organismo ivi previsto debba operare con esclusivo riferimento alla corretta applicazione delle normative comunitarie e di contabilità nazionale che regolano la disciplina dei bilanci nell'ambito del Patto di stabilità e crescita; dall'altra, si impegna il Governo a valutare l'opportunità di assumere iniziative per disciplinare le modalità e le condizioni per consentire alla Corte dei conti di promuovere il giudizio di legittimità costituzionale per violazione dell'obbligo di copertura finanziaria. (Applausi dai Gruppi PdL e PD).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Azzollini.

AZZOLLINI, relatore. Signor Presidente, mi riconosco nelle osservazioni e nelle considerazioni fatte dal presidente Vizzini e prenderò in analisi in questa relazione soltanto le questioni più specificamente attinenti alla finanza pubblica del disegno di legge costituzionale di cui ci stiamo occupando.

L'articolo 1 del provvedimento sostituisce l'articolo 81 della Costituzione. Il testo proposto prevede, al primo capoverso, che lo Stato assicura l'equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio. Detto equilibrio deve essere assicurato tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico, prevedendo verifiche, preventive e consuntive, nonché misure di correzione. Ciò significa che l'equilibrio di bilancio da perseguire deve avere natura strutturalenon potendo essere insensibile all'andamento del ciclo economico. Non sfugge la complessità definitoria di tale enunciato come emerso in diverse sedi ed interventi.

Il secondo capoverso chiarisce poi che il ricorso all'indebitamento è consentito solo al verificarsi di eventi connessi al ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali.

Al terzo capoverso è previsto che ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provveda ai mezzi per farvi fronte. La disposizione - ove, rispetto al testo vigente del quarto comma, le parole «ogni altra legge» sono sostituite dalle parole «ogni legge» - è coerente con la soppressione dell'attuale terzo comma, in base al quale con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese.

In buona sostanza, si prevede - si tratta di un cambiamento abbastanza rilevante - che anche la legge di bilancio, perdendo il carattere di legge formale e pertanto inidonea a prevedere nuove entrate o nuove spese, qualora importi nuove o maggiori spese, debba reperire le risorse per farvi fronte; ciò comporterà ovviamente la necessità di rivedere l'impianto della nuova legge di contabilità.

Per rafforzare la responsabilità del legislatore è stato reso più severo il tenore del principio di copertura: non basta più, infatti, che la legge che prevede spese «indichi» i mezzi per farvi fronte; occorre che essa «provveda» a tali mezzi.

Il quarto capoverso riproduce nella sostanza l'attuale primo comma dell'articolo 81, salvo precisare che l'approvazione annuale, da parte delle Camere, del bilancio e del rendiconto consuntivo presentati dal Governo avvenga con legge.

Il quinto capoverso riproduce l'attuale secondo comma: l'esercizio provvisorio del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi.

Il sesto capoverso è invece nuovo e prevede che il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali ed i criteri volti ad assicurare l'equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni saranno stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera. (Brusìo. Richiami del Presidente). Signor Presidente, se riuscissi...

PRESIDENTE. Ha ragione, senatore Azzollini. Non volevo interromperla.

Prego i colleghi di consentire al senatore Azzollini di svolgere la sua relazione, altrimenti si aumenta il volume: e questa è una grande minaccia. (Ilarità).

AZZOLLINI, relatore. La ringrazio, signor Presidente. Di solito i rimproveri a me sono molto più duri, però io accetto tutto.

Si prevede, quindi, una fonte nuova, di livello subordinato alla Costituzione, ma rafforzatarispetto alla legge ordinaria, per la legge di contabilità e finanza pubblica. Inoltre, in tal modo la legge statale viene espressamente autorizzata a disciplinare l'intera pubblica amministrazione ed in particolare gli enti che, seppure di livello nazionale, non rientrano nell'amministrazione statale, quali gli enti di previdenza ed assistenza.

L'equilibrio di bilancio risulta così assicurato con riferimento a tutti gli enti rilevanti ai fini del rispetto del Patto di stabilità e crescita e del conto economico delle amministrazioni pubbliche definito secondo il SEC (Sistema europeo dei conti) 95. A tale proposito, si dovrà chiarire meglio a quale delle due fonti faccia rinvio il comma 1 dell'articolo 5 del presente disegno di legge.

L'articolo 2 invece novella l'articolo 97 della Costituzione, laddove è stabilito che le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l'ordinamento dell'Unione europea, assicurino l'equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico.

L'articolo 3 modifica l'articolo 117 della Costituzione, inserendo la materia dell'armonizzazione dei bilanci pubblici tra quelle riservate alla legislazione esclusiva dello Stato e, conseguentemente, eliminando questa stessa materia (l'armonizzazione dei bilanci pubblici) dall'elenco di quelle attribuite alla legislazione concorrente dello Stato e delle Regioni. A tale proposito, ritengo coerente con tale impianto attrarre alla competenza esclusiva statale anche la materia del coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario: lo si potrà fare con la legge di cui ho parlato prima, in particolare al comma sesto dell'articolo 81.

L'articolo 4 interviene poi sull'articolo 119 della Costituzione, ove sono modificati il primo e il sesto comma.

L'attuale primo comma dell'articolo 119 prevede che i Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa. La modifica proposta prevede che gli enti territoriali debbano anche concorrere ad assicurare l'osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall'ordinamento dell'Unione europea. Con il riferimento ai vincoli europei, si è così esteso alle autonomie territoriali quanto previsto al primo comma del novellato articolo 81 per lo Stato.

È inoltre precisato che l'autonomia finanziaria di entrata e di spesa deve essere esercitata nel rispetto dell'equilibrio dei relativi bilanci. Si tratta, in sostanza, di una norma di responsabilizzazione finanziaria analoga a quella introdotta per lo Stato dall'articolo 81.

Il sesto comma dell'articolo 119, ai sensi del quale gli enti territoriali possono ricorrere all'indebitamento solo per finanziare spese di investimento, è modificato per precisare che il ricorso all'indebitamento deve essere accompagnato dalla definizione di piani di ammortamento. È inoltre posta la condizione che, per il complesso degli enti di ciascuna Regione, sia rispettato l'equilibrio di bilancio.

Le modifiche introdotte all'articolo 119 della Costituzione assicurano, nel loro complesso, la piena attuazione del principio dell'equilibrio dei bilanci nei confronti delle Regioni e degli enti locali, vincolandoli a concorrere con lo Stato agli adempimenti che derivano alla Repubblica dall'appartenenza all'Unione europea. Tali finalità vengono perseguite anche attraverso la trasformazione da concorrente a statale esclusiva della competenza legislativa in materia di armonizzazione dei bilanci. In proposito, si potrà valutare l'opportunità di aggiungervi anche la materia del coordinamento della finanza pubblica.

Con l'articolo 5 si stabilisce che la legge di cui al nuovo testo dell'articolo 81, sesto comma, della Costituzione, come sostituito dall'articolo 1 del presente disegno di legge, debba disciplinare, per il complesso delle pubbliche amministrazioni, in particolare: le verifiche, preventive e consuntive, sugli andamenti di finanza pubblica; l'accertamento delle cause degli scostamenti rispetto alle previsioni, distinguendo tra quelli dovuti all'andamento del ciclo economico, all'inefficacia degli interventi e agli eventi eccezionali; il limite massimo degli scostamenti negativi cumulati di cui alla lettera b) del comma stesso corretti per il ciclo economico rispetto al prodotto interno lordo, al superamento del quale occorre intervenire con misure di correzione; la definizione delle gravi recessioni economiche, delle crisi finanziarie e delle gravi calamità naturali quali eventi eccezionali, ai sensi dell'articolo 81, secondo comma, della Costituzione, come sostituito dall'articolo 1 del presente disegno di legge costituzionale, al verificarsi dei quali sono consentiti il ricorso all'indebitamento non limitato a tenere conto degli effetti del ciclo economico e il superamento del limite massimo di cui alla lettera c) del comma stesso sulla base di un piano di rientro; l'introduzione di regole sulla spesa che consentano di salvaguardare gli equilibri di bilancio e la riduzione del rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo nel lungo periodo, in coerenza con gli obiettivi di finanza pubblica; l'istituzione presso le Camere, nel rispetto della relativa autonomia costituzionale, di un organismo indipendente al quale attribuire compiti di analisi e verifica degli andamenti di finanza pubblica e di valutazione dell'osservanza delle regole di bilancio. Su quest'ultimo punto, come ha ben detto il presidente Vizzini, abbiamo presentato un ordine del giorno che è stato approvato dalla Commissione, che intende specificare questo concetto nella legge speciale di contabilità, non attribuendogli una funzione di natura giudiziaria o normativa. Ancora: le modalità attraverso le quali lo Stato, nelle fasi avverse del ciclo economico o al verificarsi degli eventi eccezionali di cui alla lettera d) del comma stesso, anche in deroga all'articolo 119 della Costituzione, concorre ad assicurare il finanziamento, da parte degli altri livelli di governo, dei livelli essenziali delle prestazioni e delle funzioni fondamentali inerenti ai diritti civili e sociali.

Il comma 2 dell'articolo 5 stabilisce che con la medesima legge di cui al comma 1 si debba provvedere anche alla disciplina del contenuto della legge di bilancio dello Stato; della facoltà dei Comuni, delle Province, delle Città metropolitane, delle Regioni e delle Province autonome di Trento e di Bolzano di ricorrere all'indebitamento, ai sensi dell'articolo 119, sesto comma, secondo periodo, della Costituzione, come modificato dall'articolo 4 del presente disegno di legge costituzionale; delle modalità attraverso le quali sempre i Comuni, le Province, le Città metropolitane, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano concorrono alla sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni. Voglio dire a proposito delle Province che naturalmente la mia relazione tiene conto del presente disegno di legge costituzionale; le modifiche che la legge ordinaria dovesse produrre naturalmente saranno verificate con riferimento alle statuizioni di quella legge.

I commi 3 e 4 dell'articolo 5 prevedono che la medesima legge di cui ai commi 1 e 2 sia approvata entro il 28 febbraio 2013 e che le Camere, secondo modalità stabilite dai rispettivi Regolamenti, esercitano la funzione di controllo sulla finanza pubblica con particolare riferimento all'equilibrio tra entrate e spese nonché alla qualità e all'efficacia della spesa delle pubbliche amministrazioni, ribadendo, in buona sostanza, quanto previsto dalla vigente legge di contabilità.

L'articolo 6 stabilisce infine che le disposizioni di cui alla presente legge costituzionale si applicano a decorrere dall'esercizio finanziario relativo all'anno 2014.

Per quanto riguarda l'ordine del giorno, lo ha ben illustrato il presidente Vizzini: quindi, non mi soffermo sullo stesso. (Applausi dai Gruppi PdL e PD).

PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire, per illustrare, ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento, una questione incidentale, il senatore Calderoli. Ne ha facoltà.

CALDEROLI (LNP). Signor Presidente, non essendo creduto con comunicazione diretta, intervengo per comunicare il canonico «andate in pace», perché non intendiamo presentare né una questione sospensiva né una questione pregiudiziale. (Applausi dal Gruppo LNP e del senatore Malan).

PRESIDENTE. Allora era un'informazione tranquillizzante, diciamo.

Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritto a parlare il senatore Ceccanti. Ne ha facoltà.

CECCANTI (PD). Signor Presidente, per una coincidenza temporale, ci troviamo oggi ad affrontare in quest'Aula il tema di questa revisione costituzionale nell'esatto momento in cui alla Camera dei deputati si presentano i discorsi parlamentari di Beniamino Andreatta. Questa coincidenza è importante, perché ci serve a capire che l'immagine semplicistica che spesso è attribuita a questa revisione, cioè di essere il frutto improvviso di un diktat esterno, è radicalmente infondata.

Infatti, troviamo negli scritti parlamentari di Beniamino Andreatta, soprattutto in quelli relativi alla Commissione Bozzi nel febbraio del 1984, esattamente tutti i motivi, al di là delle soluzioni tecniche, di revisione dell'articolo 81 della Costituzione. E mi permetto, per partecipare idealmente al ricordo che si svolge in questo momento alla Camera dei deputati, di utilizzare tre citazioni di Andreatta.

La prima fa parte di un testo del 1982 dal titolo «Quale finanza per una economia aperta», in cui Andreatta fa tesoro della sua esperienza come Ministro del tesoro nel 1980 per descrivere che cosa effettivamente era diventata la politica del deficit rispetto all'immagine tradizionale del deficit di bilancio come strumento per l'allargamento delle basi dello Stato alle classi più disagiate.

Dice Andreatta in questo intervento: «Troppe volte, in passato, il cerchio della contesa sociale è stato fatto quadrare addossando alla finanza pubblica oneri impropri e indebiti: prezzi politici, sussidi, salvataggi, agevolazioni, sgravi, fino a negare alla finanza pubblica il suo scopo originario, che era quello di fornire servizi pubblici e infrastrutture efficienti, al minimo costo e per il massimo vantaggio dei cittadini.

La società italiana avverte confusamente oggi come nelle sentine del bilancio si siano accumulati privilegi ingiusti, soluzioni di facilità, erogazioni incontrollabili. La finanza pubblica, appesantita da questi sedimenti, può aiutare l'economia a sopravvivere, ma non può aiutarla a svilupparsi».

Questa è l'analisi fatta da Beniamino Andreatta nel 1982. Ricorda giustamente Mario Tesini che ha raccolto questi scritti di Andreatta nel volume de il Mulino «Per un'Italia moderna», pubblicato nel momento in cui Andreatta era in coma e nel momento in cui usciva dai ruoli universitari: «Il risanamento dei conti pubblici corrispondeva dunque a istanze d'ordine sociale e al tempo stesso d'ordine morale. (...) Vi erano (...) evidenti implicazioni di natura distributiva» - e qui ricorda un'altra frase di Andreatta - «"perché gli alti deficit comportano alti tassi di interesse che spostano la distribuzione del reddito dai lavoratori ai rentiers"» (cioè ai titolari di rendite).

Questa è l'analisi che Andreatta faceva già in precedenza come Ministro del Tesoro. Per questo poi giunge alla Commissione bicamerale Bozzi dove propone la revisione dell'articolo 81 della Costituzione. Ma più esattamente in detta Commissione Andreatta focalizza il problema complessivo dei Governi deboli, dovuto anche al sistema proporzionale puro, e l'altro problema specifico della debolezza costituzionale dell'articolo 81 e della sua elusione successiva. E infatti Andreatta affronta due temi. Tra l'altro uno è anche quello che abbiamo trattato ieri durante la discussione sulle mozioni.

Ricorda Andreatta: «La crisi fiscale ha colpito in Europa soprattutto i Paesi con un sistema elettorale proporzionale e con un sistema di governo instabile: in Olanda, Belgio e Danimarca il disavanzo pubblico supera il 10 per cento del reddito nazionale. Al contrario, Francia, Germania Federale, Regno Unito, che in modo diverso si sono dati sistemi che hanno assicurato maggiore stabilità all'Esecutivo, presentano disavanzi inferiori al 3 per cento. Esiste un rapporto tra la finanza pubblica e il modo di lavorare delle istituzioni; esiste un modo di comprare il consenso in Parlamenti instabili, che è la conseguenza degli assetti istituzionali. Quindi, in qualche modo, il problema della crisi fiscale dello Stato italiano si rapporta al tema prima indicato di un assetto forte delle istituzioni, di una garanzia di durata dell'Esecutivo». Poi Andreatta slitta a parlare dell'articolo 81. «In ogni caso una certa ingegneria costituzionale come quella voluta da Vanoni e da Einaudi con l'articolo 81 della Costituzione può valere a ridurre la tendenza ormai cronica della nostra finanza pubblica a superare ogni limite, e può introdurre obiettivi condizionamenti per impedire che una quota troppo esorbitante della propensione al risparmio del Paese vada a finanziare deficit di bilancio».

In una seduta successiva Andreatta affermò che «esiste una tradizione» - e qui si vede l'esperienza da Ministro del tesoro - «che fa capo agli economisti keynesiani che preferisce lasciare al governo del tempo la possibilità di trovare le ottime distribuzioni tra la politica fiscale e la politica monetaria che considera un second-best l'esistenza di regole fisse in questa materia.

Tuttavia mi pare che la nostra storia finanziaria ci ponga la necessità di ridefinire i limiti che pure il legislatore costituzionale aveva introdotto nella Costituzione del 1948». Più precisamente, arrivando al punto dell'articolo 81, egli dice che «o noi modifichiamo l'articolo 81 della Costituzione, o è meglio che lo aboliamo e che chiariamo che non abbiamo alle spalle una garanzia del processo di bilancio, perché in questo modo, forse, quelle attività quasi malavitose di giochi sulla copertura possono essere sostituite dalla responsabilità dei Governi e delle maggioranze.

Avere una garanzia puramente formale ed eluderla è peggio che sapere che è lasciato al libero gioco politico il rapporto tra la nostra e la futura generazione». Questo è quanto ricordava Andreatta.

Penso allora che dobbiamo fare memoria per capire che i problemi di oggi non sono un diktat improvviso dell'Unione europea, ma il fatto che 30 anni fa non si è avuto il coraggio di fare le scelte che siamo costretti a fare oggi perché, da allora, si sono accumulati i prezzi delle scelte non fatte.

Vengo quindi a questa revisione. Questa potrebbe essere la trentacinquesima volta in cui le nostre Camere utilizzano a buon fine la procedura prevista dall'articolo 138 della Costituzione. Fin qui è stata utilizzata 34 volte: 14 casi per leggi di revisione costituzionale come questa, 11 casi per gli statuti speciali e 9 per leggi costituzionali di sviluppo del testo della Carta.

I 14 casi di revisione costituzionale si possono forse ricondurre a quattro fasi. La prima è quella delle tre modifiche incrementali degli anni Sessanta (di cui la più importante fu quella di parificazione della durata del Senato a quella della Camera), che avvennero necessariamente a maggioranza dei due terzi perché non c'era ancora la legge che consentiva di azionare lo strumento del referendum.

La seconda è quella della rinuncia a ulteriori interventi sul testo, che abbraccia 22 anni, dal 1967 al 1989, vuoi perché si insisteva sull'attuazione della Costituzione, vuoi perché i nodi erano affrontati nel bene o nel male solo in sede politica.

La terza fase fu quella di poche riforme con minore consenso, ma senza conflitto, votate cioè a maggioranza assoluta, in un quadro di maggiore frammentazione parlamentare che accompagnava la crisi del primo periodo repubblicano e che non sfociava nella richiesta di referendum (la procedura per i reati ministeriali, lo scioglimento nel semestre bianco, il quorum per l'amnistia e l'indulto), con l'unica eccezione della maggioranza dei due terzi per la riforma dell'articolo 68.

La quarta fase è stata quella di molte riforme con minore consenso e con conflitti, tanto da sfociare per due volte inreferendum (nel 2001 sul Titolo V della seconda Parte, nel 2006 sulla maxiriforma del centrodestra poi bocciata). Anche quando non si arrivò al referendum ci si fermò comunque alla maggioranza assoluta (nel 1999 sulla forma di governo regionale, nel 2000 e nel 2001 sul voto estero, nel 2003 sulle pari opportunità). La maggioranza dei due terzi maturò solo nel 1999 sul giusto processo, come recepimento sostanziale della giurisprudenza della Corte di Strasburgo e dopo una discussa sentenza della Corte costituzionale.

Mi chiedo se nel 2007, con la soppressione del riferimento alla pena di morte all'articolo 27 in relazione al codice militare di guerra, e col caso di oggi stiamo invece iniziando e proseguendo una quinta fase, quella di molte riforme con forte consenso sulla scia di quanto raccomandato, anche sulla base di molte esperienze comparate, da uno dei volumi più recenti sulle revisioni costituzionali, quello di Oliver e Fusaro, che fa rilevare che solo un'ordinaria manutenzione costituzionale che produca puntualmente revisioni evita che il testo possa invecchiare o che la Costituzione possa essere elusa, perché quando non c'è manutenzione costituzionale per lunghi anni significa forse, spesso, che la Costituzione viene elusa.

Questo in linea generale. Quindi, speriamo di essere in una fase, in questa legislatura, in cui si possano avere ulteriori appuntamenti, come quelli di cui discutevamo ieri, di riforme a maggioranza dei due terzi, perché sono quelle che danno solidità alla revisione.

Il punto di partenza comunque è quello che sottolineò Costantino Mortati alla II Sottocommissione della Costituente il 3 settembre 1946. Mentre nelle forme tradizionali dello Stato liberale a suffragio ristretto il Parlamento tutelava gli interessi di coloro che pagavano le tasse e il Governo era espressione dei monarchi, quindi il Parlamento era strutturalmente interessato a limitare la tassazione, viceversa con lo Stato pluriclasse il problema è che il Parlamento tende normalmente, se non frenato nei suoi poteri, con derive assemblearistiche, a tutelare interessi sezionali, corporativi.

Per questa ragione le Costituzioni, già quelle del secondo dopoguerra, hanno previsto limiti molto stringenti, per esempio, all'emendabilità delle leggi in materia, come nella Costituzione tedesca e in quella francese della Quinta Repubblica. Viceversa, già nella Costituente i tentativi più marcati da parte di Mortati ed Einaudi di mettere dei freni furono respinti perché si ritenne su questo, come su altri terreni, che la normale dinamica tra i partiti politici portasse a questo risultato. Come abbiamo visto, questo risultato in realtà non si è avuto, sia perché quei limiti posti dall'articolo 81 erano minimi sia perché la giurisprudenza costituzionale ha ulteriormente depotenziato gli stessi limiti del testo.

Non a caso tutte le Commissioni bicamerali istituite (il periodo non fa differenza) hanno affrontato il nodo relativo all'articolo 81. Non solo la Commissione Bozzi, che ho ricordato poc'anzi, ma anche le Commissioni De Mita-Iotti e la Commissione D'Alema avevano approntato la riscrittura dell'articolo 81. Lo stesso avevano fatto anche alcuni Governi, come il VII Governo Andreotti e il II Governo Amato, proprio perché questo è un problema insoluto.

Quindi non è un problema che l'Europa improvvisamente ci impone, ma è un problema che si pone a livello comunitario perché noi non abbiamo fatto il nostro dovere per tempo. Certo, c'è una connessione con il processo comunitario, e questa connessione è stata colta in modo molto pregnante da un esponente dell'attuale Governo, quando ancora non lo era, ovvero dal sottosegretario Marta Dassù, su «La Stampa» del 17 settembre dal titolo «Le colonie USA e la lezione del debito», ricordando che il processo federale americano si basò sulla limitazione del deficit da parte dei singoli Stati in cambio della scelta di un'espansione delle competenze a livello del government federale. Non a caso, ben 35 delle 50 Costituzioni dei Paesi membri degli Stati Uniti d'America hanno - in forme diverse - limiti analoghi a quelli che noi introduciamo oggi, come premessa per una crescita del government federale.

Dobbiamo essere consapevoli che stiamo ponendo in essere un'operazione non tanto per rispondere all'Europa, ma per avere più Europa. Essendo noi più europei in Italia e rimediando al deficit delle «non scelte» fatte nel periodo possiamo chiedere all'Europa che faccia un passo avanti nell'integrazione politica. Mentre non c'è tutela dello Stato sociale in un'ottica di nazionalismo costituzionale e di debito crescente.

Concludo ricordando che alcuni colleghi hanno posto dei dubbi per specificare ulteriormente queste norme. Ma la scelta fatta di una revisione a due livelli, da una parte in norma costituzionale e dall'altra in una legge rinforzata di sviluppo dove mettere i dettagli (scelta fatta da gran parte degli altri Paesi, a cominciare dalla Spagna), ci consente di avere un testo costituzionale asciutto e vincolante e di avere una norma non modificabile facilmente da legge ordinaria, che resiste all'abrogazione ed è in grado di fornire elementi specifici. (Applausi dai Gruppi PD, PdL e del senatore Molinari).

Saluto ad una rappresentanza di studenti

PRESIDENTE. Sono presenti in tribuna gli studenti e gli insegnanti dell'Istituto comprensivo «Fabrizio De Andrè» di Casarza Ligure, in provincia di Genova, ai quali rivolgiamo il saluto del Senato e un augurio per la loro attività di studio. (Applausi).

Ripresa della discussione dei disegni di legge costituzionale
nn.
3047, 2834, 2851, 2871, 2881, 2890e 2965 (ore 18,12)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lannutti. Ne ha facoltà.

LANNUTTI (IdV). Signor Presidente, un popolo di risparmiatori e di formichine come gli italiani è diventato oggetto di un attacco speculativo senza precedenti da parte di una cricca finanziaria composta dagli artefici della crisi sistemica, iniziata il 7 luglio 2007 con l'esplosione dei mutui subprime, della bolla immobiliare, dei prodotti derivati e del denaro dal nulla, ma anche in una fase di crisi di leadership politica globale da parte dei Governi, che hanno delegato importanti funzioni ad una ristretta cerchia di oligarchi e tecnocrati irresponsabili, cedendo loro pezzi di sovranità, come è accaduto in Europa con la costituzione di quel mostro giuridico denominato Banca centrale europea.

È una crisi lunga e difficile, più grave, per intensità e durata, della depressione del 1929, che ha devastato l'economia reale, distrutto il risparmio delle famiglie, falcidiato 40 milioni di posti di lavoro nell'economia globalizzata, ipotecato il futuro dei giovani e di quell'esercito ricattato di precari, che invecchiano senza un futuro e che si ribellano in tutto il mondo e stanno protestando contro le cattedrali della finanza, di banche, borse e banchieri centrali, veri e propri criminali seriali, massimi responsabili della crisi sistemica: come diceva Karl Marx, fotografando le condizioni dei proletari di fine Ottocento, i giovani, privati del futuro, lottano perché non hanno da perdere che le loro catene. In questi ultimi anni è cambiato il mondo, sono peggiorate le condizioni di vita e di lavoro di centinaia di milioni di uomini e donne, sono cresciute le disuguaglianze, sono state trasferite le ricchezze, è crollata l'illusione salvifica della finanza e dell'ideologia del debito, con una dozzina di persone, composta da banche di affari, agenzie di rating e banchieri centrali, che decide in segreto dove indirizzare i flussi monetari di swap, derivati, credit default swap (CDS), emettendo pagelle ad orologeria, e quale debba essere il futuro dell'umanità, in un Far West finanziario globale privo di regole, senza che l'Europa abbia decifrato in tempo i cambiamenti ed abbia affrontato, con una stringente regolamentazione e severe sanzioni, l'attacco speculativo dei mercati, che ha come obiettivo finale la dissoluzione dell'euro.

Nessun Paese, neppure la Germania, è al riparo da una speculazione quotidiana di veri e propri pirati della finanza, se non si decidono nuove regole e severe sanzioni contro banchieri e pescecani, che sono poi la stessa cosa, ai quali i Governi democraticamente eletti hanno ceduto pezzi di sovranità; essi non hanno risposto in tempo agli attacchi dell'antipolitica, fomentati dagli stessi banchieri responsabili della crisi e da mezzi di informazione afflitti da quella sindrome, ben descritta da Paolo Sylos Labini e definita «cupidigia del servilismo», malattia contagiosa che sta toccando istituzioni e mass media, in una gara spasmodica per chi arriva prima nel lodare il nuovo padrone del vapore, identificato nel Presidente del Consiglio.

Non ritengo che la manovra varata, che non contiene tagli e non contiene riduzione consistenti dei costi, vada nella giusta direzione del pareggio di bilancio. Anzi, definirei il decreto «salva Italia», un decreto «salva banche», con la garanzia statale sui bond bancari, contenuta nell'articolo 8 (Applausi dal Gruppo LNP) e con l'obbligo di aprire un conto corrente imposto a 6 o 7 milioni di cittadini e di pensionati scambiati per evasori, che hanno il diritto di libera scelta se cadere o meno nelle grinfie dei banchieri: con la garanzia statale - lo ripeto - lo Stato dovrà garantire per centinaia di miliardi di euro le obbligazioni o i prodotti tossici o semitossici delle banche.

Abbiamo visto che il debito pubblico è cresciuto. Come dimostra uno studio, nel periodo che va dal 1996 al 2001, esso è stato incrementato di 2,7 miliardi di euro al mese, nel periodo dal 2001 al 2006 è cresciuto di 3,8 miliardi di euro al mese, tra il 2006 al 2008 è aumentato di 3,9 miliardi al mese, e l'ultimo Governo Berlusconi, dal maggio del 2008 al giugno del 2011, lo ha incrementato di 6,4 miliardi di euro al mese. Questi dati dimostrano che, negli ultimi 15 anni, i Governi di centrodestra hanno aumentato il debito pubblico in misura maggiore dei Governi di centrosinistra. Il debito pro capite è arrivato a 31.700 euro ad abitante, mentre nel 1996, quindici anni prima, era di 19.503 euro ad abitante.

Voglio ricordare anche che la madre di tutti i derivati, di tutti quei prodotti tossici è da ricercare proprio in questo debito pubblico, i cui costi sono addossati alle nuove generazioni, senza futuro e senza speranza.

Per questo bisogna perseguire il pareggio di bilancio, che è l'esatto contrario di norme assurde nel decreto «salvabanche», non «salva Italia», varato dal Governo dei banchieri - e mi si consentirà dalle mafiomassonerie di Bilderberg e Goldman Sachs (Applausi dal Gruppo LNP) il quale non ha capito che per combattere la crisi non serve l'istigazione al debito e il ricorso massivo all'uso delle carte di credito per ingrassare le banche ed insegnare l'arte di vivere, indebitati per sempre (Applausi dal Gruppo LNP), ma nuovi modelli di austerità, senso della misura con il denaro reale e guadagni certi, non con il denaro virtuale e l'illusione salvifica della moneta di plastica.

La filosofia di vita al debito e al di fuori delle proprie possibilità è foriera di gravi disastri che stiamo pagando a caro prezzo, e che soprattutto pagheranno quelle generazioni che protestano (anche a Wall Street, dove mi sono recato il 3 dicembre per una intera serata) per decidere sul loro destino, ipotecato da politici distratti e da oligarchi irresponsabili.

La crisi sistemica è il frutto avvelenato della finanza derivata, dell'azzardo morale dei banchieri, dell'ideologia del debito: vivere a credito dà dipendenza come poche altre droghe, e decenni di abbondante disponibilità di una droga non possono che portare ad uno shock, a un trauma, quando la disponibilità cessa. Oggi ci viene proposta dal Governo dei banchieri una via d'uscita apparentemente semplice, dallo shock che affligge sia i tossicodipendenti che gli spacciatori: riprendere con auspicabile regolarità la fornitura di droga, ossia delle carte di debito. Andare alle radici del problema non significa risolverlo all'istante, è però l'unica soluzione che possa rivelarsi adeguata all'enormità del problema e a sopravvivere alle intense, seppur relativamente brevi, sofferenze delle crisi di astinenza.

Nessuno, neppure lo Stato può imporre ai cittadini l'obbligo di aprire un conto corrente bancario, che - lo voglio ricordare - costa in Italia 295,66 euro, contro una media di 114 euro dell'Europa a 27, o di utilizzare una carta di credito. Questa non è libertà, è costrizione: quella costrizione che serve ad ingrassare i signori banchieri che, dopo aver provocato la crisi, sfornano ricette a loro uso e consumo per addossare i costi a lavoratori e pensionati in regola con gli adempimenti fiscali, continuando a perpetrare l'ideologia del debito ed un principio di imprudenza e di avventatezza economica che consente di ipotecare il reddito che si guadagnerà dopo decenni ed addirittura quello dei propri figli, con l'uso massivo della monetica.

Non vedo in quella manovra il pareggio di bilancio. Anche noi, come Italia dei Valori, abbiamo presentato una proposta per il pareggio di bilancio. Temo che si farà il pareggio di bilancio delle banche e dei banchieri, e non quello della povera gente. (Applausi dal Gruppo IdV).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mura. Ne ha facoltà.

MURA (LNP). Signor Presidente, gentili membri del Governo, onorevoli colleghi, dopo aver ascoltato stamattina il presidente del Consiglio dei ministri Mario Monti, che riferiva sui risultati del Consiglio europeo di Bruxelles, ci troviamo a discutere e a legiferare sugli aspetti che più richiamano la nostra responsabilità, soprattutto nei confronti di quelle persone che ci hanno eletto (perché - lo ricordo a tutti - noi siamo stati eletti).

Oggi noi siamo impegnati in un atto importante come quello della modifica della nostra Carta costituzionale. Nello specifico - l'hanno già richiamato i colleghi che sono intervenuti prima di me - quello che ci apprestiamo a fare è l'introduzione nella Costituzione del principio del pareggio di bilancio, correlandolo ad un vincolo di sostenibilità del debito di tutte le pubbliche amministrazioni, nel rispetto delle regole in materia economico-finanziaria derivanti dall'ordinamento europeo. Nella pratica, vogliamo andare ad assicurare l'equilibrio tra le entrate e le uscite di bilancio, pareggio che viene assicurato anche per mezzo di verifiche sia a livello consuntivo che preventivo.

L'articolo 81 della Costituzione nella sua attuale formulazione, purtroppo, al di là di quelle che sono state le buone intenzioni dei Padri Costituenti, non ha infatti costituito un argine alla creazione di disavanzi e del debito. Nella dottrina prevalente si riteneva che l'articolo 81 non ponesse limite alla creazione di disavanzi, e ci si è sempre preoccupati del fatto che la legislazione di spesa estemporanea adottata dal Parlamento non alterasse gli equilibri assunti nelle decisioni di bilancio.

Non trascuriamo poi il fatto che, con l'avallo della giurisprudenza costituzionale e, quindi, dei professori costituzionalisti, si affermò anche il concetto della legittimità di copertura realizzata attraverso, ad esempio, il ricorso ai prestiti, un procedimento sicuramente già sbagliato sul nascere, come tutti voi, credo, possiate condividere.

Non è quindi un caso se, come sappiamo tutti, tra gli anni Settanta e Ottanta e i primi anni Novanta, il rapporto fra il debito pubblico e il PIL è schizzato verso l'alto, passando dal 38 per cento del 1970 al 100 per cento del 1990, per arrivare ai livelli attuali.

Ecco perché la Lega Nord non può che vedere favorevolmente il pareggio di bilancio in Costituzione. Il Gruppo che rappresento, d'altronde, ha sempre fatto del contrasto alla spesa pubblica irresponsabile da parte dello Stato una delle sue bandiere politiche. La Lega Nord da sempre ha sottolineato la necessità di porre dei limiti costituzionali anche alla pressione fiscale, nonché di esplicitare che l'imposizione fiscale a livello decentrato non debba essere mai aggiuntiva, bensì sostitutiva di quella statale. Noi non siamo sicuramente quelli che pensano a dei doppioni: noi vogliamo garantire l'interesse del contribuente, delle istituzioni, ma soprattutto dei cittadini.

D'altronde, se questo Paese è giunto ad una situazione di tale criticità per quanto riguarda il debito pubblico, lo si deve in gran parte a tutte quelle amministrazioni dissennate, e noi lo diciamo da anni, non solo qui in Parlamento, ma a tutti i livelli politico-amministrativi. Noi da sempre chiediamo di andare a colpire quelle amministrazioni che negli anni hanno sperperato montagne di denaro, di risorse pubbliche in spese inutili, in assunzioni inutili e non produttive. Lo abbiamo letto e sentito ovunque: casi di false pensioni di invalidità, spreco intollerabile di denaro pubblico, affiancati da pochi controlli. Ed ora a farne le spese sembrano essere sempre i soliti: i nostri pensionati, i nostri lavoratori, i nostri giovani.

Sinceramente non mi curo molto di quelli che magari potrebbero essere i sorrisi anche oggi in quest'Aula, ma sottolineo che al Nord solo l'11 per cento delle pensioni di invalidità è fasullo, mentre al Sud si vola a percentuali che raggiungono anche il 48 per cento.

Al di là di quello che è il nostro pensiero politico su Nord e Sud, questo mio pensiero ha un solo nome: sperpero di risorse. Proprio ora che ci troviamo in un momento di grandissima difficoltà economica, quelle risorse potevano essere sicuramente utilizzate in altro modo. Noi della Lega Nord da sempre combattiamo contro gli sprechi e gli sperperi e ci auguriamo sinceramente, davvero, che, tra le tante proposte di questo Consiglio dei tecnici-ministri, ce ne siano alcune volte a tagliare questi sprechi e che abbiano altresì l'obiettivo di cambiare il modo di amministrare questo Paese.

Anche se in questo momento il nostro orientamento di voto è favorevole al disegno di legge costituzionale in discussione, com'è già successo alla Camera, ci terrei a ricordare che il nostro movimento l'aveva auspicato da tempo. Per citare un po' di storia, ricordo le proposte del Gruppo di Milano, guidato da Gianfranco Miglio, che aveva pensato di introdurre alcune forme di controllo; poi D'Alema nel '97 ha proposto la misura della golden rule, cioè la possibilità di indebitarsi solamente per sopperire alle spese d'investimento.

Quello che lo Stato non ha fatto in passato, cioè coniugare i due principi fondamentali di rischio e responsabilità, oggi finalmente viene inserito in Costituzione. Sul concetto di responsabilità mi permetto di ricordare che si espresse anche Einaudi, che dopo il 1929 disse che la responsabilità di chi aveva prodotto il deficit e aveva giocato sulla pelle della gente non era stata punita. Mai un discorso potrebbe essere più attuale oggi: non è stata fatta, ricordava Einaudi, un'operazione di verità, di equità e di controllo al riguardo. Ho una curiosità che purtroppo non posso soddisfare, perché mi piacerebbe proprio sapere cosa avrebbe scritto Einaudi della paradossale situazione in cui versiamo oggi.

Oggi ci viene imposto il sistema della tecno-finanza, il Governo dei tecnici alla ricerca di interlocutori, di illuminati, dell'approvazione della Commissione europea e della BCE, ma nessuno fino ad oggi si è posto l'obiettivo di compiere la vera operazione che andrebbe compiuta, l'operazione-verità di cui parlavo prima.

Colgo l'occasione di questa discussione per sottolineare il fatto che questo Governo per ora ha parlato di mille manovre e infiniti tagli, ma dagli atti vedo che non ha la minima idea di proposte di riforme vere e strutturali.

Torniamo però nello specifico all'articolo 81 della Costituzione: va bene l'equilibrio di bilancio, ma vogliamo mantenere in questo Parlamento la politica fiscale (quindi l'individuazione di chi in qualche modo deve essere agevolato) e la politica d'indirizzo economico. Quando si dice che la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione - e questa è una cosa importante - non significa che la sovranità appartiene a qualcun altro, come la Commissione europea, i trattati europei o la BCE. A noi della Lega Nord non piace assolutamente quest'idea, né che ci sia qualcuno di non eletto e di non rappresentativo che imponga a questo Parlamento un qualsiasi tipo di bilancio. (Applausi dal Gruppo della LNP).

La verità, onorevoli colleghi e gentili membri del Governo, è che l'unico metodo per riuscire ad avere una politica che raggiunga effettivamente la responsabilizzazione e la responsabilità degli attori è proprio la riforma del nostro ordinamento secondo un progetto federalista. Citiamo l'articolo 11 della legge sul federalismo fiscale, che prevede che il finanziamento delle funzioni fondamentali dei Comuni, delle Province e Città metropolitane passi attraverso il finanziamento integrale, in base al fabbisogno standard, che è assicurato da tributi propri comunali, ma anche da compartecipazione al gettito dei tributi erariali. I decreti legislativi per l'attuazione della delega sul federalismo fiscale hanno già portato al contenimento del disavanzo, proprio andando a colpire - ad esempio con il decreto «premi e sanzioni» - coloro che sforano i bilanci dei propri enti attraverso l'incandidabilità, l'ineleggibilità e la decadenza del cosiddetto certificato di fallimento politico.

In conclusione, sottolineo un concetto molto caro a noi della Lega Nord, ossia l'autonomia finanziaria dei Comuni, delle Province e delle Regioni, che - come sappiamo tutti - secondo l'articolo 119 della Costituzione deve essere assicurata nel rispetto dell'equilibrio tra le entrate e le spese dei relativi bilanci. Ritengo importante sottolineare infatti che, da un lato, le Regioni e gli enti siano chiamati a raggiungere un equilibrio di bilancio in termini nominali, senza tener conto degli effetti del ciclo economico; dall'altro, però, agli enti territoriali è attribuito un gettito di entrate fortemente influenzate dall'andamento del ciclo stesso.

In questo senso e in questo caso, il federalismo fiscale è la riforma che avvicina incredibilmente il punto di prelievo al punto di spesa, che crediamo sia davvero l'unico strumento atto ad assicurare prima un'autonomia degli enti locali e poi una virtualità complessiva del sistema. (Applausi dal Gruppo LNP).

Presidenza della vice presidente MAURO (ore 18,32)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lusi. Ne ha facoltà.

LUSI (PD). Signora Presidente, signor Sottosegretario, colleghi, mi sembra che sia la prima volta dal 2006 che questo Parlamento approva un disegno di legge di riforma della Costituzione: sento personalmente il peso, l'importanza e l'onore di discutere il testo di modifica dell'articolo 81 della Costituzione in una fase così delicata. Il Gruppo del Partito Democratico ha votato alla Camera a favore di questo disegno di legge, e lo ha fatto convintamente, come peraltro tutta la Camera, non soltanto il nostro Gruppo (da questo punto di vista non riesco a capire alcune affermazioni contenute nell'intervento che mi ha preceduto, che sembrerebbero smentire quanto lo stesso Gruppo della Lega ha fatto alla Camera dei deputati). Lo stesso Gruppo del Partito Democratico del Senato voterà convintamente a favore di questo disegno di legge, qui, nel Senato della Repubblica.

Veniamo da una storia difficile. Il motivo per il quale stiamo discutendo la modifica dell'articolo 81 è perché, nella storia parlamentare, la Costituzione formale approvata fra il 1946 e il 1947 non ha visto nella Costituzione materiale un giusto adeguamento del principio stabilito nell'articolo 81 della Costituzione, tradotto nella normale amministrazione attraverso le leggi ordinarie del Parlamento.

La storia del Paese è cambiata, è cambiata la storia dell'Europa. Siamo stati improvvidamente convocati l'11 agosto per parlare della modifica dell'articolo 81 della Costituzione e abbiamo ascoltato una lettura di quattro paginette, a tratti anche interessante, ma senza alcuna prospettiva in ordine al senso e al significato di quella modifica. Ha ragione chi mi ha preceduto quando ha detto, argomentandolo con dovizia di particolari, che questo Parlamento non arriva ad approvare la modifica dell'articolo 81 perché ce lo ha imposto qualcuno. Questo Parlamento ha evidentemente maturato un orientamento su questo provvedimento - dovrebbe saperlo anche il Gruppo della Lega Nord, perché alla Camera lo ha votato insieme a noi - ed esso è arrivato in queste Aule con una relativa fretta. Avremmo potuto approvarlo benissimo in agosto, signora Presidente e signor Sottosegretario, in un contesto ancora pesante e grave: è arrivato in questo momento perché il peso della storia ha rovesciato sul Parlamento italiano e sulle forze politiche qui rappresentate quel necessario senso di responsabilità di occuparsi del futuro delle nuove generazioni ed evitare che l'incredibile debito pubblico, accumulato a dismisura dagli anni Settanta in poi per creare un inutile, a tratti, consenso elettorale, ricada definitivamente sulle spalle delle nuove generazioni - ma mi permetterei di dire delle generazioni da 50 anni in giù - e così divenga insostenibile e non colmabile.

Ecco il punto vero, colleghi, non è tanto se qui si discuta su un testo asciutto o non asciutto. Quello offerto all'attenzione del Parlamento dall'Atto Senato n. 3047 è un testo asciutto che riporta correttamente ciò che deve riportare nel testo costituzionale secondo gli obiettivi dati. Il punto che semmai alcuni di noi hanno discusso in queste giornate molto frettolose, ma molto intense, è se il contenuto di tale disegno di legge, laddove faccia riferimento all'equilibrio del bilancio, sia sostenibile dal punto di vista dell'obiettivo finale oppure se sia un sistema migliorabile, e in che modo. Non stiamo approvando un disegno di legge ordinaria, stiamo approvando un disegno di legge costituzionale. Lo facciamo, peraltro, in un momento storico nel quale, sotto la consapevole responsabilità di gran parte delle forze politiche e dei Gruppi parlamentari oggi rappresentati, un Governo, che ha appunto questa ampia maggioranza, insieme ad un Parlamento, così fortemente responsabilizzato, ritiene di dare una svolta radicale all'assetto e al funzionamento della pubblica amministrazione, al funzionamento del bilancio e all'applicazione e all'attuazione del bilancio dello Stato nella vita di tutti i giorni di questo Paese.

Ecco allora che questo dibattito su equilibrio e pareggio non nasce all'interno di aule universitarie o di laboratori tematici dove si vuole discettare su questo o quell'altro istituto, ma è venuto fuori sempre più fortemente alla luce dell'ultima dichiarazione dei Capi di Stato e di Governo del 9 dicembre 2011. In questa dichiarazione tutti i Capi di Stato e Governo presenti (26 su 27) si sono impegnati a stabilire una nuova regola di bilancio, che prevede, tra l'altro, che il bilancio della pubblica amministrazione sia in pareggio, o in avanzo o, comunque, che possa avere un disavanzo strutturale non superiore allo 0,5 per cento del prodotto interno lordo nominale, e che, come stabilito nella seconda alinea del punto 4, questa regola vada inserita nell'ordinamento degli Stati membri a livello costituzionale.

Premesso che l'oggetto di questo disegno di legge è di un'innovazione straordinaria rispetto alla fase storica del nostro Paese - ma ci tornerò nella seconda parte del mio intervento - e dà la possibilità di vedere in prospettiva una speranza seria di miglioramento delle regole di funzionamento del bilancio dello Stato in questo Paese, noi stiamo discutendo esattamente di come l'Italia può inserire nel proprio massimo testo di riferimento, cioè la Carta costituzionale, un'innovazione che, secondo alcuni costituzionalisti, era già inserita nell'originario testo dell'articolo 81, ma che evidentemente la storia ha dimostrato non essere sufficiente.

Vi è allora da precisare che, quando la dichiarazione dei Capi di Stato e di Governo indica che il tetto massimo è lo 0,5 cento, in realtà sta facendo riferimento a quell'1 per cento indicato nell'articolo 23 del regolamento europeo che tratta di questa materia. Già, quindi, nella dichiarazione dei Capi di Stato e di Governo si sta restringendo e irrigidendo quel range di disponibilità nei confronti degli Stati, indicando un disavanzo strutturale ancora minore rispetto a quello sinora previsto, con un meccanismo che delega alla Commissione europea il dettaglio di alcune vicende.

Signor Presidente, spero, analogamente a molti di noi che hanno questa opinione che non mi permetto di rappresentare, vista la loro autorevolezza, di non trovarci tra quattro o cinque mesi a sottoporre di nuovo al Parlamento una modifica del testo costituzionale perché la Commissione europea potrebbe aver individuato meccanismi tali da indurre il nostro Paese ad essere in linea con gli accordi europei così a noi tanto cari, cosa che sottolineo.

Vi è allora un problema di come superare un ostacolo di questo tipo. Per ora noi voteremo convintamente questo testo, sapendo che c'è questa piccola riserva che superiamo nei termini che qualche mio collega ha espresso prima, un dettaglio inerente a quanto previsto al sesto capoverso del novellato articolo 81, e all'articolo 5 del disegno di legge costituzionale alla nostra attenzione. Questa legge rinforzata, che alcuni ritengono essere dal punto di vista della gerarchia delle fonti, una via di mezzo tra la legge ordinaria e la legge costituzionale è, in realtà, uno strumento assolutamente importante, perché è necessaria una maggioranza qualificata per approvarla, ovvero la maggioranza assoluta di ciascuna delle due Camere, il che comporta di fatto una forza maggiore nel procedimento d'approvazione e nella scelta politica che i Gruppi parlamentari fanno nell'approvazione di quella legge.

Mi permetto di ricordare però che noi abbiamo già nel nostro Parlamento, tra Camera e Senato, una diversa modalità di concepire il voto d'approvazione o la deliberazione stricto sensu intesa. Infatti, al Senato la somma dei contrari e degli astenuti vale contro e la somma dei favorevoli deve essere superiore alla somma degli astenuti e dei contrari; alla Camera gli astenuti sono conteggiati come voto a favore che viene aggiunto a quelli a favore del tal o talaltro disegno di legge. Con ciò voglio dire che, a differenza di quello che può pensare qualcuno, in realtà non è così distante questo obbligo di individuare la maggioranza assoluta per l'adozione della legge cosiddetta rinforzata indicata, sesto capoverso, del novellato articolo 81 rispetto, ad esempio, alla modalità di deliberazione del Senato.In questo ramo del Parlamento la maggioranza relativa può essere superiore al numero dei contrari e degli astenuti ed inferiore alla metà più uno dei componenti del Senato stesso, ma di fatto è molto raro che ciò accada ed è comunque molto vicino a quella disponibilità.

Allora, mentre tutto ciò assume un carattere scarsamente rilevante, soprattutto se si approccia l'argomento da un punto di vista statistico, diventa importante dal punto di vista dell'approdo. Perché oggi il legislatore offre la disponibilità di approvare un provvedimento così importante con una maggioranza qualificata quale quella della maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna delle due Camere? Perché non inserisce una diversa maggioranza, come ad esempio quella dei due terzi? È evidente che sta dando a quel disegno di legge un'importanza strategica e, quindi, chiede che la maggior parte delle forze politiche che rappresentano il Paese siano concordi nell'individuazione di quelle scelte e di quelle finalità.

Non vi è chi non veda, signor Presidente, che nella storia del nostro Paese la vera differenza nell'argomento in esame è soltanto tra legge costituzionale e legge ordinaria e non fra legge rinforzata e legge costituzionale. Infatti, laddove in questo disegno di legge inseriamo la possibilità che fasi avverse e fasi favorevoli possano essere - mi sia perdonato il termine non elegante - compensate tra loro all'interno del ciclo economico, stiamo comunque dando la facoltà al legislatore (rectius, alle forze politiche pro tempore rappresentate in Parlamento) di giocare sulle fasi alterne, positive e negative, all'interno del ciclo per fare operazioni che noi auspichiamo siano per lo più estremamente positive, ma che potrebbero anche non essere tali (come ha dimostrato l'esperienza nel nostro Paese con l'attuazione dell'articolo 81 "leggermente" diversa da quella immaginata dai Costituenti).

Ciononostante, signor Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli senatori, stiamo approvando un provvedimento di dimensione storica; stiamo approvando un disegno di legge che persone più autorevoli del sottoscritto hanno proposto da molti anni; stiamo approvando qualcosa che cambierà radicalmente, se lo strumento sarà ben utilizzato da questo e dai futuri Parlamenti, il modo di gestire la finanza pubblica e l'economia reale del nostro Paese per quanto riguarda il comparto da noi trattato. In sostanza, stiamo effettuando un'operazione che rimane nel segno della storia. Per tale motivo, ha il senso di lasciare agli atti la discussione in ordine ad una fase storica delicata, qual è il rapporto - triangolare - tra la soluzione dei problemi italiani, la soluzione del rapporto tra l'Italia e l'Europa nella zona euro e la soluzione del problema del mercato globale dove la forza dell'euro e la crisi economica globale hanno un ruolo determinante e dominante. In questo triangolo stiamo approvando un disegno di legge costituzionale che non ha precedenti.

Ad esempio, non ha precedenti la scelta di istituire alla lettera f) dell'articolo 5 una sorta di Congressional budget office (CBO), che definiamo così anche se non sarà propriamente tale: sarà piuttosto un ufficio del Parlamento, ma autonomo dalle stesse Camere, che servirà ad assolvere alle funzioni indicate alla lettera f) dell'articolo 5. In realtà, io ero tra coloro che ritenevano che tale organismo dovesse essere completamente autonomo. In ogni caso, credo si tratti di un grandissimo passo in avanti rispetto al passato, rispetto alla pubblicistica che da alcuni anni affronta questo tema.

Tra l'altro, signor Presidente, non vi è chi non veda che all'interno del disegno di legge costituzionale in esame si apre per il Paese il momento per essere pesato per quello che effettivamente è. Come è stato poc'anzi evidenziato, non è vero che stiamo approvando questo disegno di legge perché l'Europa lo ha richiesto; è vero, però, che finalmente vi è un sussulto di orgoglio di chi rappresenta l'Italia, e si offre all'Europa la possibilità di dire che noi siamo capaci di sostenere lo sforzo del Paese di uscire da un immane debito pubblico, lasciato da classi politiche sconsiderate che lo hanno aumentato per creare consenso elettorale, e drammaticamente gestito nel corso degli ultimi 30 anni.

Ma lo stiamo facendo anche perché questo è un modo per dire all'Europa che noi siamo in grado di assolvere ai nostri compiti, di rispondere alle nostre responsabilità e di dare un segno inequivocabile ai cittadini e al Paese che stiamo rappresentando l'interesse nazionale. Ecco perché mi stupisce, signora Presidente, signor Sottosegretario, ascoltare alcuni interventi che chiedono addirittura al Governo di impegnarsi ad assolvere al compito di rappresentare l'interesse nazionale e la sovranità nazionale. Si chiedono delle assurdità incredibili, come se il Governo potesse optare in termini discrezionali - dopo aver giurato sulla Costituzione dinanzi al Presidente della Repubblica - se sostenere o meno lo sforzo di difendere il Paese, la sovranità nazionale e gli interessi nazionali.

Concludendo, signora Presidente, mi sembra che lo sforzo fatto con questo disegno di legge, in una fase fra le più drammatiche del ciclo economico che questo Paese sta vivendo da decenni a questa parte (direi la più drammatica), rappresenti un grande passo in avanti. Voglio anche aggiungere, signora Presidente, che questo convinto voto del Partito Democratico ad una scelta forse perfettibile, ma oggi comunque ottima, dettata dal contenuto di questo disegno di legge, potrebbe anche portarci, fra alcuni mesi, ad una rivisitazione del testo. Se questo accadesse, sarà chiaro agli italiani che questo Parlamento sta lavorando per migliorare, non per peggiorare, e che il voto di domani di approvazione di questo disegno di legge, con un larghissimo consenso, come non si vedeva - lo ha detto un collega prima di me - da moltissimi anni, è il segno e la rappresentazione palese dell'attenzione dei parlamentari (in questo caso dei senatori) alla sensibilità e alla delicatezza che il Paese vive, provando a tradurle.

Certo, signora Presidente, se poi quella legge indicata al sesto capoverso del novellato articolo 81 vedesse una soluzione tipo quella della riforma della disciplina di bilancio, che, approvata nel 2009, è stata modificata nel 2010 e rimodificata nel 2011 e a tratti è ancora inosservata, in quel caso non avremmo fatto un buon servizio al Paese. Sono invece cosciente che questa maggioranza e questo Governo sapranno innovare radicalmente in questo senso, dimostrando quanto si può fare di bene nei confronti del Paese. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Azzollini).

Saluto ad una rappresentanza di studenti

PRESIDENTE. Colleghi, vi informo che stanno assistendo ai nostri lavori gli studenti della Scuola secondaria di I grado «Cesare Battisti» di Bisceglie, ai quali diamo il benvenuto. (Applausi).

Ripresa della discussione dei disegni di legge costituzionale
nn.
3047, 2834, 2851, 2871, 2881, 2890e 2965 (ore 18,50)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Saltamartini. Ne ha facoltà.

SALTAMARTINI (PdL). Signora Presidente, onorevoli colleghi, intervengo in merito alla modifica dell'articolo 81 della Costituzione, a seguito anche della presentazione di un mio disegno di legge costituzionale, vista l'ineluttabilità di affrontare i problemi finanziari ed economici che riguardano il nostro Paese, anche per adempiere ad obbligazioni di politica economica comunitaria.

Io credo che il problema che noi stiamo per affrontare fosse ben chiaro nell'Assemblea costituente. La previsione secondo cui ogni legge che imponga nuove o maggiori spese debba indicare i mezzi per farvi fronte è lapalissiana ed estremamente eloquente. Tuttavia, noi tutti sappiamo com'è andata a finire dopo molti anni. Vi sono 1.900 miliardi di euro di debito pubblico, che attualmente il mercato del risparmio non acquista ovvero acquista a condizione che siano corrisposti interessi altissimi, e, per le condizioni economico‑finanziarie del nostro Paese, questo è un problema molto serio.

Il principio del pareggio di bilancio si basa anche su un'altra ragione: consentire alle rappresentanze elette di non subire gli effetti negativi di precedenti legislature o consiliature. Questo aspetto riguarda il Parlamento nazionale, le assemblea regionali e gli organismi consultivi degli enti locali. In questo contesto normativo, credo che nessuno possa mettere in dubbio che vaghi l'ombra di John Maynard Keynes, in particolare la sua «Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta», pubblicata nel 1936. In forza di quelle teorie, il livello del saldo di bilancio pubblico costituisce uno strumento di politica economica discrezionale ed è opportuno che ci sia anzi una spesa in disavanzo. In altre parole, secondo quelle teorie, non il pareggio di bilancio su base annua, ma un pareggio su base ciclica. Non sono in grado di stabilire se queste teorie abbiano avuto un ruolo sul disavanzo del debito pubblico italiano. Resta il fatto che gli investimenti di cui parlava Keynes, investimenti strutturali, non sono mai stati fatti nel nostro Paese. Ad esempio, l'autostrada del sole è stata realizzata nel 1960 con risorse private e la spesa pubblica degli anni successivi è cresciuta a dismisura senza realizzare consistenti opere infrastrutturali.

L'esigenza di porre un limite "rinforzato" alla spesa pubblica con una previsione di rango costituzionale appare in questo modo di tutta evidenza. In realtà, come abbiamo già visto e come è stato lucidamente esposto da chi mi ha preceduto, tale limite già c'era e io continuo a pensare che l'unica riforma utile della nostra Costituzione - come spesso è stato ricordato - sia quella di cancellare tutte le modifiche che sono state introdotte fino ad oggi.

Il mancato rispetto della Costituzione ha realizzato il risultato mediante il quale siamo passati da 357 miliardi di deficit nel 1961 a 1.900 miliardi del deficit attuale. Tuttavia l'aumento del debito non è stato dovuto a carenza di entrate. E ancora, dal 1990 al 1993 l'aumento delle entrate ha assorbito l'80 per cento dell'aumento del prodotto nel nostro Paese. La spiegazione è molto semplice: vi è stata una crescita incontrollata della spesa pubblica.

Le misure adottate in questi giorni non fanno che sottolineare il pesantissimo fardello che devono sopportare i fattori della produzione: il lavoro e le imprese. Le imposte dirette e indirette del lavoro dipendente assorbono oltre il 50 per cento dei salari. Non va meglio per gli artigiani e i piccoli imprenditori e più in generale per tutte le imprese.

Il nostro collega Antonio Martino, che è stato discepolo del premio Nobel per l'economia Milton Friedman, racconta che l'economista americano propose l'introduzione di una festa nazionale a data variabile, che festeggiava il giorno dell'indipendenza dei cittadini dalle tasse, cioè il giorno in cui ogni italiano medio smette di lavorare per lo Stato e comincia a lavorare per sé e per la sua famiglia. Nel 1960 gli italiani lavoravano per lo Stato dal 1° gennaio al 29 aprile, nel 1970 fino al 12 maggio, nel 1980 fino al 7 giugno, nel 1990 fino al 20 luglio e nel 1993 fino al 4 agosto; adesso siamo andati persino oltre!

È per tutto questo che nel mio disegno di legge costituzionale prevedevo un limite all'articolo 53 della Costituzione introducendo un procedimento aggravato nell'approvazione delle leggi tributarie che comportassero un aumento del prelievo e che spero si possa introdurre non solo per ragioni economiche ma di cittadinanza democratica e di eguaglianza.

Certo, una riforma così importante avrebbe richiesto la presenza anche del Ministro e del Governo in Parlamento. Io naturalmente non lamento questo, ma davvero diventa importante condividere una scelta così radicale di riforma costituzionale, e la forma talvolta può risultare anche sostanza.

La nostra Nazione in realtà non rotola nel fallimento e nel default anche per la straordinaria parsimonia delle nostre famiglie, che sono tra le più risparmiatrici del mondo e che hanno sempre acquistato i titoli del debito pubblico. Ma in questo caso, però, lo hanno fatto sottraendo le risorse agli investimenti produttivi.

È forse giunto il momento che la Repubblica, nelle sue articolazioni istituzionali, si faccia virtuosa, spendendo di meno, ma davvero molto di meno. Il problema infatti non è il pareggio, che è la precondizione per uno Stato più leggero, e non con un esproprio continuo appunto da regime bolscevico.

L'Italia non ha bisogno di nuove manovre - io credo - ma di riforme. Ha bisogno di ristabilire una gerarchia vera delle fonti legislative. Ha bisogno che le decisioni strategiche per esempio in materia di energia e di grandi reti di comunicazione siamo ritrasferite allo Stato e non alla Conferenza con le Regioni. Il Parlamento è e deve essere il Parlamento e le Assemblee regionali un'altra cosa.

Deve essere ripristinato, a mio avviso, il principio dell'interesse nazionale, perché se la Germania non ha gli inconvenienti e i conflitti istituzionali che si registrano nel nostro Paese è perché questo principio è chiaro. Quella che noi chiamiamo legislazione concorrente, in Germania è nella Grundgesetz la legislazione quadro. John Stuart Mill diceva, più di un secolo fa, che il Parlamento è il luogo di tutte le rimostranze della Nazione. Non è il luogo dei conflitti tra Stato e Regioni o tra opposti schieramenti.

Credo che non possiamo permetterci più l'insensato numero di livelli di governo locale e credo che vada attuato il principio di sussidiarietà verticale trasferendo ai Comuni tutte le funzioni più prossime ai cittadini.

Quanto allo statuto fiscale europeo, i trattati prevedono già oggi multe salate per quegli Stati membri che non rispettano i parametri previsti per lo stock di debito e per il deficit annuo. Al momento dell'introduzione dell'euro, un solo Stato rispettava quei parametri: il Lussemburgo. Quasi tutti gli altri avevano sia un debito sia un deficit superiori al consentito o avevano truccato i conti per fare finta di essere in regola.

Nata all'insegna di questa elasticità d'interpretazione delle norme dei trattati, la costituzione fiscale non ha avuto prospettive di un glorioso futuro. Infine, infliggere multe a Paesi insolventi non credo sia il modo migliore per trarlo fuori dai guai. Certo, tutto questo va fatto, ma nessuno, neppure i tedeschi, possono impartirci lezioni se è vero quello che denuncia il quotidiano francese «Le Monde»: «Non è che la Germania sia proprio questo modello di virtù». Il debito, secondo «Le Monde», infatti, supera il tetto del 60 per cento di Maastricht, e il dato ufficiale è truccato, per via del modo in cui Berlino ha contabilizzato i miliardi immessi dopo la crisi del 2008. Secondo «Le Monde» del 22 novembre, sono state collocate fuori dal bilancio in un fondo speciale. E, sempre secondo questo quotidiano francese, «Senza quest'astuzia, il deficit tedesco non sarebbe stato del 3,2 per cento ma del 5,1 per cento, cioè superiore a quello francese».

Ma torniamo all'Italia. Occorre per tutto questo abbandonare la prospettiva discrezionale in tema di bilancio e recuperare la saggezza della prospettiva costituzionale di Einaudi e Vanoni, con riduzione significativa della spesa pubblica. Per dirla con Thomas Jefferson (la Costituzione americana del 1791): «In questioni di potere smettiamola di parlare di fiducia negli uomini, ma mettiamoli in condizioni di non nuocere con le catene della costituzione. Se mi fosse possibile, mi affiderei a un solo emendamento per ricondurre il potere del Governo a quello che è suo costituzionalmente: gli toglierei il potere di indebitarsi».

Questo potere di indebitarsi di cui parlava Jefferson non è prerogativa esclusiva della Repubblica, del Parlamento o delle Assemblee regionali. Vorrei porre in rilievo, in particolare, il problema non sufficientemente approfondito della giurisprudenza creativa della Corte costituzionale. Nel sindacato di ragionevolezza delle leggi spesso si è allargata a dismisura la platea dei beneficiari di leggi privilegiate, senza tener conto alcuno del limite costituzionale di cui all'articolo 81. E' per tutti questi motivi che la modifica della nostra Costituzione avrebbe dovuto richiedere un approfondimento maggiore. Ma si sa, i mercati premono e la demagogia avanza.

In conclusione, signora Presidente, c'è da chiedersi se De Gasperi, Adenauer e Schuman avrebbero fatto le stesse cose, ma è certo che questo Parlamento avrà la capacità e la forza per risolvere questi problemi e di avviare l'Italia verso i suoi più alti e immancabili destini.(Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Adamo. Ne ha facoltà.

ADAMO (PD). Signora Presidente, senza retorica credo che nell'affrontare l'esame e la votazione di questa importante modifica costituzionale dobbiamo essere consapevoli, tutti insieme, che stiamo per compiere un atto in qualche modo solenne e per dare vita a un fatto nuovo nel cui merito tornerò più tardi.

Sul fatto nuovo vorrei ricordare a tutti noi, come è stato già fatto, che se compiamo questa votazione senza modifiche del testo già approvato dalla Camera, sarà la prima volta, dopo non so quanti anni, che si vota una modifica costituzionale di questo peso tutti insieme, riscattando così in qualche modo gli ultimi 20 anni - e dico 20 anni volutamente, anche in forma autocritica - in cui sono state votate modifiche costituzionali a maggioranza. Spero che ciò sia d'augurio a tutti noi e al Parlamento per affrontare anche successivi momenti di passaggio di riforme, che da troppi anni il Paese aspetta, tutti insieme, nei limiti naturalmente di intese che dovremo saper costruire.

Dal mese di agosto, da quando abbiamo sul tappeto tale questione, almeno nella sua forma attuale, ci si pone la domanda del «chi ce lo fa fare», nel senso del «chi ce lo chiede», e un po' nel senso dell'italiano vizio del «chi ce lo fa fare». Prima di domandarci chi ce lo fa fare, avremmo forse dovuto chiederci tutti insieme - cosa che pare in questo momento abbia trovato una risposta - se è giusto farlo, se serve, e quindi discutere se c'è anche qualcuno che ce lo fa fare e ce lo chiede. Ovviamente, nel dire questo, mi riferisco alla posizione di quanti, nell'esprimere i loro dubbi da agosto in poi sul provvedimento, hanno sostenuto anche fino a poche ore fa che subiremmo una richiesta esterna al nostro Paese e ai suoi interessi, scomodando addirittura la difesa della sovranità nazionale.

Noi invece da tempo, rispetto alla domanda vera che dobbiamo e dovevamo porci e, cioè, se è giusto ed utile farlo, rispondiamo di sì, cercando di motivare la risposta prima di tutto a partire dalla considerazione, già svolta da diversi colleghi, relativa all'insufficienza dell'attuale formulazione dell'articolo 81. I fatti, così come si sono storicamente dipanati, sono lì a dimostrarlo; dagli anni Cinquanta la spesa pubblica è progressivamente aumentata e con essa il ricorso al debito, fino alla tragica impennata della seconda metà degli anni Ottanta e alla drammatica situazione che ci portò poi ai fatti del 1992 e del 1993, non a caso così ricordati in questi ultimi mesi per l'analogia con i momenti che stiamo vivendo.

Non si è altresì mai visto un intervento né della Corte costituzionale né della Corte dei conti, ai sensi dell'articolo 81 o dell'articolo 100 della Costituzione, che impedissero l'accelerare di questo processo. D'altra parte, il tema era tutt'altro che nuovo, come è stato già richiamato da altri senatori e, in particolare, dal senatore Ceccanti, a partire dalla prima Bicamerale Bozzi sulle riforme istituzionali e, via via, attraverso le altre, fino alla Bicamerale D'Alema in cui già la proposta era formulata con il superamento del concetto di pareggio nominale a favore del pareggio strutturale, che tiene cioè conto del ciclo economico.

Se si fossero accolte allora quelle proposte, se il Parlamento avesse avuto la forza di fare tutto insieme un passo unitario, sicuramente questo Paese sarebbe arrivato ad affrontare la peggiore crisi dell'Europa dal 1929 con un'altra robustezza e un'altra autorevolezza nello scenario internazionale. E, comunque sia, abbiamo perso più di 15 anni. Dal 2001 al 2005, in particolare, abbiamo perso l'occasione di utilizzare l'abbassamento dei tassi di interesse conseguente alla nostra entrata nell'euro per dare un taglio significativo al debito e riportarlo alle due cifre comuni agli altri Paesi europei. Così non è andata, e ci ritroviamo oggi in questa situazione.

Senza ricorrere alla memoria storica istituzionale - che tuttavia dovrebbe essere sempre presente nei nostri lavori - e accontentandoci più modestamente della memoria di quanto è accaduto qualche mese fa, vorrei richiamare quanto proposto dal nostro Gruppo in diverse forme, emendamenti, interventi, richieste avanzate nei confronti del Governo, prima e dopo il patto Euro Plus, segnatamente e insistentemente dal senatore Morando, che peraltro è uno che si fa abbastanza sentire. Eppure, nel repertorio delle smemoratezze, sembra non si ricordi quanto sostenuto in quell'occasione, prima e dopo il patto Euro Plus, rispetto al patto firmato quasi clandestinamente dal Governo precedente. Non si può non sottolineare che vi fu un atteggiamento di grave sottovalutazione all'interno di una più generale sottovalutazione della gravità della crisi economica da parte del Governo precedente, che ha nascosto la verità agli italiani. E per me, questo, è stato l'errore più grave e imperdonabile commesso da quel Governo. Per questo siamo arrivati a questo appuntamento in affanno, in ritardo, come sempre sull'onda dell'emergenza.

E sempre nel repertorio delle smemoratezze, ricordiamoci tutti cosa è accaduto l'11 agosto quando siamo stati convocati in questa sede precipitosamente dal ministro Tremonti, quasi a Camere congiunte. Ci fu sottoposto il testo per la modifica dell'articolo 81 e ci fu detto che non che era giusto farlo, non che il Paese doveva darsi questa regola, ma che ce lo chiedeva l'Europa, come se fosse altro da noi e non conseguenza di quanto deciso dall'Italia insieme agli altri partner europei.

Quanto ci è costato in termini di credibilità e di fiducia il fatto di non averla portata avanti, dall'11 agosto ad oggi? Oggi però c'è una ragione di più per approvarla in tempi rapidi, come abbiamo ascoltato questa mattina dal presidente del Consiglio Monti. Infatti, con l'ultimo Vertice europeo, che ha sbloccato, seppur con tutti i limiti che conosciamo, la possibilità di sostenere i Paesi in difficoltà da parte dei 26 membri, onde evitare una crisi che potrebbe non fermarsi al nostro Paese ma ad altri in difficoltà, i 26 membri, in attesa della revisione dei Trattati che verrà ripresa a marzo, con gli accordi sottoscritti stabiliscono che la garanzia per gli interventi di sostegno è data esattamente dall'impegno che ciascun Paese si assume autonomamente attraverso lo strumento più sacro sotto il profilo legislativo: la propria Costituzione.

Ciò rende necessario velocizzare in questi giorni tale assunzione di responsabilità. Altri Paesi (la Germania, la Francia, la Spagna) lo hanno già fatto. Adesso tocca a noi, tocca all'Italia, anche per chiudere in qualche modo una vicenda e aprirne un'altra: il rientro dell'Italia tra i Paesi guida dell'Europa. Parlo di un'Italia che ricuce e ricostruisce un giusto percorso comunitario, invece dell'Europa a due, che non piace a nessuno: quello della sfida della crescita.

Dunque, credo che tocchi a noi dimostrare che, a differenza del passato, quando il Parlamento non ebbe la lungimiranza di fare la scelta di cui abbiamo parlato, l'Italia ha recuperato la virtù della lungimiranza e che questa volta fa sul serio, per garantire un futuro al Paese e alle nuove generazioni, sgravandole di un fardello che nessuno si prenderà in spalla al posto nostro. (Applauso dal Gruppo PD. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Di Giovan Paolo. Ne ha facoltà.

DI GIOVAN PAOLO (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo, ho chiesto di intervenire, non avendo certamente i titoli e le capacità di un economista, perché credo nella politica e nella coerenza delle scelte, a volte anche a futura memoria. Non penso che si possa chiedere un cambio di passo, dare la fiducia e poi ritrattarla, senza permettere al proprio interlocutore di mostrare tutto il suo valore, anche quando non si è d'accordo, in tutto o in parte. Abbiamo tutti insieme - o quasi tutti - deciso un cammino comune e lo farò, con disciplina, per tutto il tempo necessario a rimettere il nostro Paese in condizione di essere rappresentato in Europa e nel mondo e, per quanto riguarda la nostra società, a far riprendere alla politica il ruolo che le spetta, di confronto e anche di conflitto, se necessario, ma con un fine unitario di miglioramento e avanzamento generale.

Per questo mi sono chiesto, di fronte al dibattito sul pareggio di bilancio - che, ad onor del vero, in Senato è cominciato grazie al Partito Democratico nel novembre 2010, quando in particolare i colleghi senatori Tonini e Morando, nelle more di un dibattito aperto in 5a Commissione, ma anche in 14a Commissione, avevano messo in guardia il Governo di allora dai nuovi impegni di bilancio e azione politica, che derivavano dalle decisioni di coordinamento europeo di fronte alla crisi globale. Questo accadeva, per la verità, mentre il Governo - lo dico perché la politica non è tutta uguale di fronte alla nuova situazione - e il ministro Tremonti continuavano a negare che ci fosse una crisi. Ebbene, nelle more di questo dibattito, mi sono chiesto: Chi può essere contrario al pareggio di bilancio, ai conti in ordine, all'equilibrio tra entrate ed uscite?

E dunque, se si tratta di riaffermare il concetto, italiano e non derivante dalla costrizione dell'Europa, della necessità di avere i conti in ordine, di praticare la spending review, di offrire coperture reali e realistiche anche alle nuove proposte legislative, non possiamo che esprimere un voto convinto ed un impegno nelle nostre proposte, che dovrebbe essere anche morale, ma soprattutto politico, perché un restringimento dei cosiddetti paletti economici - che ci hanno ricordato in precedenza il presidente Azzollini e alcuni senatori che sono intervenuti - non può che portare ad una maggiore trasparenza nella scelta delle priorità politiche ed economiche. Dunque, al momento dei saldi, siamo per i 16 miliardi di euro degli inutili aerei F-35 oppure per la riforma del welfare in welfare community?

Al momento dei saldi e del bilancio, siamo per la propaganda populista sull'immigrazione oppure per garantire quello che non l'opposizione, ma il Documento di economia e finanza (DEF) del ministro Tremonti affermava, e cioè che servirebbero 350.000 immigrati regolari al lavoro ogni anno per garantire l'equilibrio della previdenza sociale, loro e nostra, in Italia? Al momento dei saldi e del bilancio, siamo per una revisione degli ammortizzatori sociali con l'introduzione del reddito mimino di cittadinanza oppure per i «garantiti» ed i «soliti noti», troppo spesso ignoti al fisco? Al momento dei saldi e del bilancio, siamo per utilizzare i Fondi per le aree sottoutilizzate (FAS) ed i fondi strutturali come aggiuntivi per la crescita e lo sviluppo oppure siamo a favore dell'uso politico e di falsa copertura degli stessi per le spese delle cosiddette leggi mancia?

Garantire l'equilibrio dei conti è fare scelte, non il contrario. La politica, la buona politica, non dovrebbe accettare parodie: sono la confusione, il populismo, l'indecisione e talvolta i falsi specialismi che generano scelte sbagliate ed infine dannose per il bilancio. Al contrario, le scelte chiare, limpide, talvolta di investimento a lungo e medio termine, fanno la ricchezza futura delle Nazioni e la fortuna, alla fine, dei partiti e dei leader che hanno il coraggio di proporle.

In questo senso, e per questo ho detto di parlare per quanto mi riguarda, a mia futura memoria: l'idea del pareggio di bilancio ha un che di rigido - e un po' di preoccupante, anche, talvolta - se significasse invece una visione ristretta, senza investimenti, senza corrispondenza ai doveri dello Stato sociale (ovviamente non dello Stato assistenziale ma sociale, di quello che alcuni chiamano una economia civile o civica di mercato). Io credo che questo sia il ruolo di uno Stato moderno, che voglia anche ammodernare il welfare. Ed è una idea condivisa, al di là delle opzioni politiche e, non a caso, anche in un Paese come la Germania, un po' troppo monetarista e rigorista della signora Merkel, da parte di grandi politici come Kohl, democratico cristiano, e Schmidt, socialdemocratico. Loro, tra gli altri, ci lasciano un Trattato di Maastricht che ci dice, all'articolo 104, lettera c), che «gli Stati membri devono evitare disavanzi pubblici eccessivi», che non mi pare in nulla contraddetto dal Trattato di Lisbona e dai Consigli europei, compreso l'ultimo del 9 dicembre scorso.

Vale a dire che questa scelta della politica, non tecnica - e dobbiamo rivendicarlo, colleghi - del pareggio di bilancio o meglio dell'equilibrio di bilancio ha senso se noi affermiamo che con questa scelta l'Italia si vuole portare alla pari - cosa che non è avvenuta negli ultimi tre anni e mezzo - al tavolo della trattativa per la costituzione, sia detto con chiarezza, degli Stati Uniti d'Europa. Non è una affermazione fuori campo, se si pensa che negli Stati Uniti d'America, pur con tutte le differenze e i dubbi del caso, come è stato ricordato anche prima, vige una armonizzazione fiscale e di bilancio, per cui gli Stati hanno tutti una serie di vincoli di bilancio e di leva fiscale perché lo Stato federale si fa carico, bene o male dipende dalla politica, di quello che Jacques Delors avrebbe definito l'«indebitamento razionale necessario» che garantisce ai cittadini livelli eguali di diritti e doveri che non sono solo sociali ma politici e civili a tutto tondo.

Se questo è il percorso per il Governo cosiddetto tecnico, si pone allora come un obiettivo ambizioso assieme a tutto quello che scegliamo di avere noi come politica: quello di trasformare la nostra presenza italiana da assente e negligente o peggio riottosa in sincera, appassionata, combattiva, al fine di garantire uno Stato federale europeo che armonizzi fisco e bilanci degli Stati ma poi decida anche di investire, dando segnali reali e concreti subito, perché la discussione del bilancio federale pluriennale è già in corso dallo scorso 29 giugno e si concluderà entro la prossima primavera.

E se la riforma che noi e altri Paesi abbiamo fatto è una riforma vera e non solo un riflesso difensivo rigorista e monetarista, allora non possiamo accettare che il bilancio europeo sia solo l'1,05 per cento del reddito prodotto e le spese per il Fondo sociale europeo e quelle per il Fondo dell'innovazione, pari a circa 160 miliardi di euro per 7 anni, siano meno di 10 miliardi di euro a Paese membro. Dove sarebbe qui lo sviluppo e la crescita e la difesa del welfare?

Ma se a questa riforma costituzionale non seguisse la necessaria battaglia europea di cui ho detto? Se si affermasse solo la nozione specialistica - non voglio dire tecnica, perché non vorrei essere frainteso - per cui l'unica cosa che conta sono i saldi di bilancio, anche nei singoli Paesi, compreso il nostro? Se non bastasse la legge speciale di derivazione costituzionale? I diritti, certo, costano; e nessuno è così ingenuo da chiedere né diritti senza doveri, né diritti senza copertura economica. Ma che ruolo avrebbe la politica in un siffatto scenario? Altro che il populismo demagogico di questi giorni con il quale, forse a 150 anni dalI'Unità d'Italia, rischiamo di riportarci alle contesse Serbelloni Mazzanti Viendalmare o ai capi delle lobbies o, addirittura peggio, ai capi della criminalità. La politica, senza le sue scelte sociali e le riforme che costano, sarebbe morta per via della sua inutilità.

Ecco dunque che questa norma che oggi ci accingiamo ad approvare, per l'appunto lo dico a futura memoria, ci impone un soprassalto della politica, un supplemento d'anima, una vigilanza anche democratica. Da sola questa norma non basta. Da sola sarebbe inutile e forse anche dannosa. Con la politica e le sue scelte e priorità, con la battaglia per un'Europa sociale e federale, invece, fa tornare i conti della politica stessa e non è più una imposizione dell'Europa ma una nostra difficile, impegnativa scelta a favore delle riforme e del finanziamento della welfare community. Per queste ragioni, la si può votare perché è la politica e le necessità della società e del suo welfare che mettono i paletti all'economia, e non viceversa. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tancredi. Ne ha facoltà.

TANCREDI (PdL). Signora Presidente, colleghi, rappresentanti del Governo, il disegno di legge costituzionale che introduce nella nostra Carta fondamentale il principio del pareggio di bilancio si inserisce nel quadro degli impegni scaturiti dal Patto europlus con il quale i Paesi membri aderenti si sono impegnati ad introdurre all'interno delle proprie legislazioni nazionali le nuove regole di rigore.

Non c'è dubbio però - e voglio precisarlo subito, a conferma di quanto detto anche con enfasi da autorevoli esponenti, anche del Partito Democratico, che mi hanno preceduto - che la revisione dell'articolo 81 della Costituzione, Presidente, è un'esigenza ineludibile per il Paese, al di là delle circostanze esterne e dei Diktat dell'Unione europea; è poi oggetto da molto tempo - come si è detto autorevolmente - del dibattito politico e costituzionale e l'opportunità della modifica dello stesso articolo 81 è conclamata dal fatto che in questi anni, in cui l'attuale formulazione è stata vigente, il debito pubblico non ha visto mai arrestare il suo trend di crescita (e questo è anche oggetto del dibattito attuale), condizionato dalle contingenze e dal ciclo economico con cui i rispettivi Governi si dovevano confrontare.

Non c'è dubbio, però, che anch'io, come ha detto qualcuno prima di me, in particolare il senatore Lusi, sento il peso della solennità del momento e dell'onore di partecipare ad una modifica costituzionale così importante. Non c'è dubbio, però, Presidente, che avrei immaginato di vivere questa fase in maniera diversa: nella mia breve carriera politico-istituzionale pensavo che in questa Camera alta si arrivasse ad una modifica così importante con un approfondimento maggiore, più dettagliato. Infatti, se è vero che il merito della questione è sicuramente esigenza ineludibile del Paese, non imposta da nessuno, non c'è dubbio che l'urgenza e il modo con cui stiamo affrontando questa modifica costituzionale vengono imposti dalla contingenza europea, dalla situazione dei mercati e anche dai nostri partner europei.

Su questo si è discusso in Commissione dove il PdL ha messo in luce come ci fosse l'esigenza di un maggiore approfondimento e di una maggiore riflessione su alcuni temi, così come hanno fatto anche altri autorevoli membri della Commissione stessa. Il Governo inizialmente sembrava avere fatto un'apertura alla possibilità di emendare il testo giunto dalla Camera, ma poi il Gruppo ha deciso di conformarsi alla volontà dell'Esecutivo di andare avanti con l'attuale formulazione.

Voglio ricordare che il precedente Governo Berlusconi, che ho avuto l'onore di sostenere con la mia maggioranza, ha creato le condizioni - e questo non bisogna dimenticarlo - perché a quel pareggio di bilancio si arrivasse sostanzialmente, nel senso che le misure messe in campo negli ultimi tre anni hanno creato le condizioni perché con riferimento alla dinamica del deficit, fossimo il Paese più virtuoso in Europa e perché nel 2013 si arrivasse anche al pareggio di bilancio, messo poi in discussione, successivamente, dal ciclo economico, dall'attacco dei mercati internazionali, dalla mancata crescita e da previsioni sulla crescita inferiori ai livelli precedenti, rendendo quindi necessaria l'attuale correzione. È chiaro però che il Governo precedente - e lo dico con orgoglio - aveva lavorato perché quell'obiettivo, che oggi noi vogliamo inserire in una norma di rango costituzionale, si raggiungesse nella sostanza da qui a breve tempo.

Quindi, alla luce di questa premessa, mi accingo a fare un'analisi di questo lavoro riguardo alla modifica costituzionale anche un po' critica del testo in esame, a fronte anche di alcune considerazioni che ha fatto prima di me il collega Lusi. Leggo qui il comunicato dei Capi di Stato, in cui ci sono impegni, purtroppo, a venire, ma in cui si citano anche grandezze economiche molto ristrette; non c'è dubbio che abbiamo il timore che tra qualche mese dovremo rimettere mano alla Costituzione e all'articolo 81 per sostanziare alcune più precise prescrizioni dell'Unione europea e lo abbiamo anche manifestato durante i lavori della Commissione.

La riforma si propone di riscrivere il contenuto dell'articolo 81 introducendo nella Carta costituzionale il principio - implicito nella volontà dei Costituenti, come è stato detto più autorevolmente di me - del pareggio di bilancio, in attuazione di un impegno già assunto dal precedente Governo, nell'ambito della nuova governance europea di coordinamento delle politiche economiche, ribadito nell'ultimo patto di bilancio siglato a Bruxelles il 9 dicembre scorso.

A fianco della moneta unica, come si è detto (e ciò è stato l'oggetto anche delle comunicazioni di stamattina del presidente Monti), è indispensabile creare un robusto pilastro economico, che si basi su un rafforzamento delle misure già convenute e su ulteriori interventi di qualità, tutti tesi a realizzare un'autentica unione di stabilità fiscale. Ebbene, pur se l'obiettivo finale di stabilità e integrità dell'Unione economica e monetaria europea è ambiziosamente condiviso da tutti gli Stati della zona euro e da tutte le forze politiche, non altrettanto unanime è il modus con cui tale obiettivo dovrà essere raggiunto.

A fronte dell'ambizioso impegno assunto, mi sento di esprimere qualche dubbio sull'adeguatezza del testo della norma in esame, ed in particolare sul concetto così spiccatamente dinamico di equilibrio tra le entrate e le spese, che, insomma, è diverso dal concetto espresso molto chiaramente nel comunicato dei Capi di Stato europei. Infatti, l'equilibrio deve tener conto, come si è detto, delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico.

La storia della finanza pubblica italiana dovrebbe servire da monito per chi sostiene l'adeguatezza della soluzione keynesiana di compensazione ciclica tra avanzi e disavanzi (good times-bad times), poiché la teoria di un finanziamento della spesa pubblica in disavanzo, pur confinata in un breve cattivo periodo, alternata ad una politica di recupero da affidare ad un futuro periodo buono, alla luce dei fatti e dell'inevitabile mutevolezza dei cicli politici, si è, ahimè, dimostrata, troppo spesso, una vana chimera, stante anche la notevole difficoltà di valutare i cicli economici.

In altri termini, il principio del pareggio di bilancio così formulato, pur se contenuto in una norma di rango costituzionale, lungi dal rafforzare la credibilità dell'impegno assunto, potrebbe, al contrario, risultare scarsamente efficace, qualora si rivelasse, nella pratica, uno strumento elusivo delle regole di rigore fiscale, con il rischio di essere colpito dagli effetti negativi dei cicli politici, dove i Governi aumentano la spesa pubblica in prossimità delle elezioni, lasciando magari al Governo successivo l'onere dell'aggiustamento. La correzione per gli effetti del ciclo si presta infatti a scelte discrezionali e, quindi, indebolisce la funzione disciplinare del vincolo di pareggio, attenuandone la credibilità agli occhi degli investitori e dei mercati.

Alla luce della gravità congiunturale che stiamo vivendo oggi, è evidente che la prudenza fiscale e l'imperativo di non dissipare il capitale nazionale per non pregiudicare il futuro delle generazioni a venire non hanno certo contraddistinto l'agire dei decisori pubblici negli ultimi decenni di storia della nostra Repubblica, a meno che non vogliamo dare la colpa solo alla formulazione dell'articolo 81, ma non mi sembra questo il caso. Nella considerazione collettiva, i disavanzi di bilancio sono stati per lungo tempo svincolati da qualsiasi valutazione etica, non percependosi il disvalore morale di un debito progressivamente crescente, che avrebbe affidato alle nuove generazioni - ed arriviamo al punto - il gravoso percorso del rientro.

I vincoli giuridici che oggi l'Europa ci impone, a tutela, tra l'altro, di un principio di equità intergenerazionale, rappresentano oggi un surrogato dei vincoli morali venuti meno. È noto quanto le decisioni di spesa siano sempre minate da un grave problema di asimmetria nella percezione dei costi-benefici ad esse connessi: tra benefici visibili e costi occulti, tra benefici immediati e costi, ahimè, futuri. Proprio attraverso l'introduzione di vincoli chiari, trasparenti e certi è possibile fronteggiare i fenomeni di illusione finanziaria, ponendo un argine a perniciosi eccessi di discrezionalità e di opportunismo politico.

Intendo adesso soffermarmi sull'articolo 5 della legge costituzionale, recante i contenuti della nuova legge di contabilità «rinforzata» e le regole di controllo parlamentare sulla finanza pubblica. Mi riferisco per esempio al comma 1, lettera b), del citato articolo, laddove si prescrive che la nuova legge di contabilità individui una serie di procedure per accertare le cause degli eventuali scostamenti tra le previsioni effettuate ed i risultati conseguiti. Penso che sull'applicazione di questa lettera b) dovremmo soffermarci più di quello che stiamo facendo oggi con la modifica costituzionale nella formulazione di questa nuova legge di contabilità rinforzata. La norma non brilla certo per chiarezza, lasciando l'interprete nel dubbio se le cause da accertare si esauriscano solo nelle tre fattispecie in esame (andamento del ciclo economico, inefficacia degli interventi ed eventi eccezionali) oppure se l'accertamento debba avvenire anche a fronte di altre ipotesi.

E ancora, di difficile delimitazione e tendente all'infinito appare il novero dei casi riconducibili all'inefficacia degli interventi, così come altrettanto generiche risultano, alla successiva lettera d), le locuzioni «crisi finanziaria» e «gravi calamità naturali», pur nell'intenzione di esplicitare quegli eventi eccezionali che consentirebbero di ricorrere all'indebitamento. È logico che questo dibattito verrà svolto nel momento in cui andremo ad approfondire ed esaminare la nuova legge di contabilità rinforzata, però è anche vero che forse sarebbe stato opportuno approfondire anche adesso questi aspetti.

Vorrei pure richiamare molto brevemente l'attenzione su quell'organismo indipendente, incardinato presso le Camere, al quale la norma in esame vuole attribuire compiti di analisi, verifica e valutazione dei conti pubblici. Sull'opportunità di istituire un siffatto organismo di controllo è doveroso riflettere. Attualmente la valutazione degli effetti delle leggi di spesa e di entrata nonché la previsione dei conti pubblici è svolta quasi esclusivamente dal Governo che, nel valutare la compatibilità delle iniziative di spesa con il quadro di finanza pubblica e con il rispetto dell'equilibrio contabile, gode tuttavia di ampia discrezionalità nella formulazione di stime e nel rendere pubblici i risultati. È logico e giusto che serva un contrappeso: com'è stato detto, questo ha fatto anche parte del dibattito, almeno quello cui ho partecipato in questi tre anni in Commissione bilancio.

D'altra parte il nostro ordinamento già prevede meccanismi di controllo: da un lato, la Corte dei conti, quale organo di garanzia costituzionalmente previsto a tutela della gestione e della trasparenza delle risorse pubbliche; dall'altro, lo stesso Parlamento già esercita una funzione di controllo sulla finanza pubblica, con particolare riferimento all'equilibrio tra entrate e spese.

Orbene, l'istituzione di un organismo indipendente con tali finalità presso le Camere potrebbe determinare una pericolosa conflittualità istituzionale - a questo proposito, stamattina in Commissione abbiamo fatto approvare un ordine del giorno - specie nell'esercizio di quei poteri formali che gli andrebbero riconosciuti in relazione alle eventuali difformità rilevate in sede di controllo (la formulazione testuale della lettera f) dell'articolo 5 è «valutazione dell'osservanza delle regole di bilancio»). Riterrei piuttosto opportuno potenziare il supporto informativo necessario per l'esercizio della funzione di controllo parlamentare attraverso un riordino ed un potenziamento degli attuali servizi di bilancio delle Camere, eventualmente prevedendo una Commissione bicamerale a ciò dedicata.

Nell'esprimere sinteticamente le accennate perplessità, signora Presidente, intendo tuttavia sostenere l'impegno concreto che il Gruppo del PdL ha profuso nello svolgimento di questo dibattito, nella convinzione che i fenomeni economici per loro natura sono complessi e non univocamente etichettabili, perché nella scienza, come nella democrazia, mai nessun risultato può considerarsi definitivo e assoluto e nella costruzione dell'uno e dell'altra la premessa è nella libera manifestazione del contrasto tra idee e ideali. (Applausi dai Gruppi PdL e CN-Io Sud-FS).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cabras. Ne ha facoltà.

CABRAS (PD). Signora Presidente, in questi giorni, nel dibattito che si è svolto nelle Commissioni che hanno affrontato la discussione in sede referente (ma non solo lì, bensì anche in quest'Aula), affrontando altri temi riconducibili e collegati, come la discussione che abbiamo sviluppato sulle mozioni in Aula ieri sera, in molti ci siamo soffermati sulla crisi economica e finanziaria e su quella della politica, così com'è stata definita. Ciascuno ne ha sottolineato gli aspetti ed i rischi di degenerazione; tuttavia, la discussione ha finito per soffermarsi prevalentemente sugli effetti, e ho visto poca attenzione sulle cause che hanno determinato questa situazione.

Allora, le cause possono essere schematizzate in questo modo: in Italia abbiamo incrociato una crisi internazionale di carattere economico e finanziario sicuramente importante, che sembrava terminata nel 2008, ma che poi, come abbiamo visto, è ripartita forte come prima, con una crisi profonda della maggioranza che ha vinto le elezioni nel 2008. L'intreccio di queste due crisi ha di fatto prodotto una miscela esplosiva che, se fosse esplosa, sarebbe stata probabilmente capace di dissolvere lo Stato nella sua capacità di onorare gli impegni - non faccio una graduatoria - come il pagare gli stipendi o ripagare i titoli del debito in scadenza. In ogni caso, sarebbe stata messa in crisi la sua capacità di onorare i propri impegni.

Penso che quando noi analizziamo il contesto di oggi e perdiamo di vista la causa che ha originato, incrociando i due elementi, la situazione di oggi, rischiamo anche nella dialettica politica di non aver bene i piedi piantati nella realtà. Lo diceva il collega Ceccanti in apertura di questa discussione generale. Il tema che sta al centro del disegno di legge in discussione non è nato oggi, né si è prodotto in seguito ai problemi strettamente legati alla crisi. Alcuni di noi più di altri, nel dibattito che ha attraversato i provvedimenti di natura finanziaria negli anni precedenti, hanno molto insistito su questo tema e sono finalmente riusciti a introdurre un codice, la revisione della spesa, in una delle leggi importanti che regolano la finanza pubblica. È stato il primo risultato concreto di una sensibilità che veniva da molto lontano.

La crisi del debito sovrano ha momenti di punta in Italia, ma sarebbe sbagliato considerarla solo italiana, perché ha colpito duramente anche il sistema del confronto tra l'Amministrazione americana e il Congresso; ricordo che si è parlato di default anche per gli Stati Uniti d'America. Lo ricordo solo per citare un ulteriore elemento che mette in evidenza che in questa situazione il tema del debito è diventato centrale per tutti e, in particolare, per il mondo più ricco, o che si considera tale, o per quelli che stanno meglio. Noi lo affrontiamo con tutte le difficoltà che ha l'Europa.

Il nostro disegno di legge, che sicuramente può essere perfezionato e su cui forse torneremo in futuro, dobbiamo considerarlo un passo ulteriore di consapevolezza che ci porti a valutare e a farci carico, quando stabiliamo di garantire un diritto, di ciò che questo comporta in termini di oneri per la finanza pubblica. Non sono d'accordo con coloro che pensano che il debito in Italia sia cresciuto solo nella seconda metà degli anni Ottanta, perché in realtà ha cominciato a crescere per pagare impegni che erano stati decisi molti anni prima e che sono arrivati all'incasso in quel periodo.

Allora, la somma di scelte fatte lontano dall'equilibrio e dalla sostenibilità ha determinato questa impennata del debito in Italia, che peraltro si è concentrata in un periodo tutto sommato breve ed anche molto preciso. Dal 1992, cioè da quando siamo entrati nell'euro, abbiamo assunto l'impegno di rispettare gradualmente la famosa soglia del 60 per cento del rapporto tra debito e prodotto interno lordo; oggi, però, alle soglie del 2012, il peso del nostro debito rispetto al prodotto interno lordo è esattamente lo stesso che aveva quando siamo entrati nell'euro.

Tutto ciò mette in evidenza che non sarà facile ridurre il peso del debito. Ho letto gli emendamenti presentati da alcuni colleghi, dei quali comprendo il senso, ma ritengo che non sarà facile ridurre il peso del debito introducendo numeri e percentuali nella Costituzione. L'opera di riduzione di un debito di questa portata - che significherebbe tagliare nel giro di un tempo ragionevole, che non saprei quantificare, circa 700-800 miliardi di euro del debito attuale e contemporaneamente alimentare la crescita, cioè continuare a tenere acceso il motore del Paese - ha bisogno innanzi tutto di una grandissima consapevolezza politica nel Governo centrale, nel sistema del governo complessivo della finanza pubblica italiana.

Io non credo si debba rinunciare al federalismo. Si rinuncia al federalismo se questa consapevolezza non diventa diffusa; in tal caso, saremo posti davanti a tale tema. Se, però, questa consapevolezza - come previsto anche nel disegno di legge in esame - diventa una consapevolezza delle Regioni e delle autonomie in generale, penso che potremo tentare di vincere insieme questa battaglia.

Oggi, in Europa, tutti stanno lavorando per cercare di trasmettere tale messaggio ai mercati. Concordo con chi sostiene che non è certo che l'approvazione di questo disegno di legge costituzionale, nella doppia lettura, tranquillizzerà il sistema dei mercati finanziari; non sono convinto che si tratterà di un automatismo. Ciononostante anche la discussione che si è svolta nell'ultimo Consiglio europeo ha determinato un'attesa e una maggiore fiducia da un insieme di Stati che si è comportato diversamente nel corso degli ultimi anni.

Pertanto, il problema principale è quello di convincere chi osserva le nostre decisioni che da questo momento tutti tenderemo a comportarci il più possibile nello stesso modo, pur avendo condizioni di partenza differenti. Questo è il primo elemento di credibilità che dobbiamo avere la forza di trasmettere; questa è la complessità che interessa noi italiani, che siamo all'interno della zona dell'euro.

Evidentemente ha ragione chi sostiene che la Banca centrale europea dovrebbe comportarsi come la banca federale americana, quella giapponese o quella d'Inghilterra. La Banca centrale europea, però, non ha alle spalle un sistema istituzionale esattamente uguale a quello delle altre tre banche. Ha certamente lo stesso peso nell'economia mondiale o, addirittura, anche più grande.

Questo è un elemento di forza, come ha evidenziato questa mattina il presidente Monti svolgendo le sue considerazioni sulle difficoltà incontrate. Penso, ad esempio, che quei Paesi che all'ultimo momento sono rientrati ed hanno abbandonato il Regno Unito in una posizione di negazione della modificazione dei Trattati abbiano riflettuto su tale aspetto: non hanno voluto rinunciare alla potenziale forza economica che l'euro e l'Europa rappresentano nel confronto con gli altri Paesi.

Possiamo dividerci nel giudicare l'esito del Consiglio europeo: ho sentito taluni definirlo un fallimento, ma francamente penso che questa sia una strumentale posizione politica piuttosto che una valutazione oggettiva della realtà.

Certo, se tutti i Paesi della zona euro fossero come la Germania e un po' come la Francia, sul piano dei rapporti e degli equilibri di finanza pubblica, penso che probabilmente la decisione avrebbe potuto anche essere diversa rispetto a quella che è stata. In realtà, la Germania e la Francia, che sono stati coloro che hanno promosso la modificazione dei Trattati, hanno tentato l'unica strada possibile per dare una risposta nella condizione data. Sullo sfondo c'è invece l'obiettivo che noi avremmo voluto subito: avere la possibilità di utilizzare strumenti come gli eurobond, di cui anche il Governo precedente ha parlato e si è fatto carico di affermare nel dibattito europeo. Come facciamo a non considerare il fatto che in Europa, da qualche parte, si insedia l'idea che non è giusto che la parte più virtuosa paghi per la parte meno virtuosa? È un principio difficile da codificare.

In fondo, anche il dibattito tra di noi, quando parliamo dell'Italia nelle sue articolazioni e nelle sue differenze tra il Nord e il Sud, mette in luce questo fatto. Ecco perché penso che questa discussione e l'orizzonte che è davanti a noi non contrastino affatto con l'idea federalista di cui si parla anche fra noi. L'Europa funzionerà e sta tentando di funzionare come un'istituzione federale. E se l'orizzonte dell'Europa è questo, perché non può essere questo anche l'orizzonte italiano? Io avanzo un invito ai nostri colleghi della Lega, che sono molto sensibili a questo argomento: attenzione, se l'Europa riesce ad essere più federale, questa è una garanzia perché anche in Italia riusciamo in qualche modo a cogliere questo obiettivo, che io non vedo assolutamente mancato, ma considero anzi come un obiettivo sul quale si può continuare a lavorare.

Ho svolto alcune considerazioni di carattere generale e politico, che mi sembravano utili per dare più ragione alla nostra decisione di sostenere questa riforma. Fra i tanti disegni di legge che sono stati presentati, ne abbiamo presentato anche uno firmato dal nostro segretario che va in questa direzione, volendo dare una testimonianza che su questo fatto non c'è alcun dubbio. Non possiamo attardarci poi su una discussione che io considero assolutamente fuori tempo: se pareggiare il bilancio sia una questione di destra o di sinistra. Penso che una sinistra che sia tale non possa non farsi carico del fatto che, per garantire il diritto di cittadinanza e alcuni altri diritti, occorre avere chiaro come lo Stato si deve comportare e come virtuosamente deve onorare i suoi impegni. Uno Stato che non onora i suoi impegni non è certamente uno Stato ispirabile a valori di questa entità.

Se ci sarà una condivisione larga perché i cambiamenti che sono stati proposti, anche nell'ultimo Consiglio europeo, vadano in porto e se lo stesso Regno Unito ripenserà ad una posizione di distacco, come quella che ha determinato, io penso che nello sfondo ci siano gli eurobond, come ha ricordato il Presidente stamattina, ma c'è anche un più forte ruolo della Banca centrale europea. Se tutte queste condizioni in qualche modo nel tempo saranno rispettate, anche la Banca centrale europea riuscirà, nella sua operatività, ad essere sempre più ala pari delle banche degli altri Paesi che abbiamo ricordato. Per citare un collega, io penso che questo sia un piccolo passo, ma è pur sempre un passo nella direzione verso la quale siamo tutti impegnati ad andare. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Rinvio il seguito della discussione dei disegni di legge in titolo ad altra seduta.

Sull'uccisione di due cittadini senegalesi a Firenze

ADAMO (PD). Signora Presidente, oggi, all'inizio dei nostri lavori, abbiamo avuto modo, anche se brevemente, di esprimerci sui fatti di Firenze.

Giustamente è stato dato peso alla condanna dell'episodio e alle sue motivazioni razziali e neonaziste, visto il profilo dell'assassino, e ovviamente al cordoglio e alla solidarietà alle vittime e alle loro famiglie, perché questo era il tema principale. Ancora una volta, però, è andato in ombra in questo nostro ricordo un fatto su cui invece vorrei attirare l'attenzione dell'Aula, anticipando la presentazione di un'interrogazione. Sono contenta che sia presente il Governo, dal momento che intendo rivolgere un'interrogazione (di cui sollecito sin d'ora una risposta urgente) al Ministro dell'interno per capire come può essere possibile che una persona, di cui la stampa in tempi così veloci ha ricostruito la figura, i siti e i blog che frequentava, l'appartenenza a un gruppo neonazista, gli iscritti, il profilo chiaramente disturbato sul piano psichico, fosse in regolare possesso di porto d'armi e si andasse ad esercitare regolarmente al poligono.

Pongo tale questione in quanto sono prima firmataria di un disegno di legge (ma ce ne sono altri) che prevede la revisione delle modalità di concessione del porto d'armi, e soprattutto la costituzione di un osservatorio-banca dati interministeriale che faccia dialogare i sistemi tra di loro. Per ottenere, e soprattutto per rinnovare il porto d'armi, il momento più burocratico - nel senso che non si fanno quelle verifiche che andrebbero fatte - mi sembra quello del rinnovo. Se uno ha avuto tre trattamenti sanitari obbligatorie, perché purtroppo questo non è il primo caso di cui ci stiamo occupando esattamente in questi termini, non può avere il porto d'armi. In questo caso c'è anche un aspetto politico-ideologico, a differenza di altri casi in cui vi è il folle uccide la famiglia, o il folle che uccide i vicini di casa, ma ricorre sempre questo profilo: abbiamo la licenza di porto d'armi e abbiamo il fatto che magari la persona è in cura psichiatrica o è stata sottoposta a TSO. Tutte le volte che ce ne siamo occupati, la risposta è stata che chi rilascia il porto d'armi non è informato di queste situazioni. C'è un problema di privacy che dobbiamo trovare il modo di superare insieme, ma non è più possibile che ci si ritrovi in questa sede - non so più quante volte quest'anno - a piangere episodi di questo genere, senza poi mettere mano alla legislazione.

Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ordine del giorno
per le sedute di giovedì 15 dicembre 2011

PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi domani, giovedì 15 dicembre, in due sedute pubbliche, la prima alle ore 9,30 e la seconda alle ore 16, con il seguente ordine del giorno:

(Vedi ordine del giorno)

La seduta è tolta (ore 19,56).