Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 640 del 30/11/2011

Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritta a parlare la senatrice Adamo. Ne ha facoltà.

ADAMO (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, signor Ministro, prima di entrare nel merito del provvedimento, vorrei ricordare che il mio Gruppo, come abbiamo preannunziato... (Brusìo).

PRESIDENTE. Colleghi, credo di avervi richiamato a prestare un po' di attenzione e a mantenere il decoro istituzionale ormai ripetute volte dall'inizio della seduta.

ADAMO (PD). Signora Presidente, vorrei richiamare anche l'attenzione del Ministro, non solo quella dei colleghi.

Come abbiamo già avuto modo di preannunciare - parlo a nome del mio Gruppo - in 14a Commissione in occasione dell'incontro con il nuovo Ministro, che ha illustrato i propri intenti (tra l'altro, per quanto riguarda la polemica precedente, diversi Ministri stanno incontrando le varie Commissioni), abbiamo preso atto che si è aperta una fase nuova di cui l'europeismo è tratto essenziale. Non mi riferisco a quell'europeismo a priori, retorico e di facciata, che descriveva anche la presidente Boldi questa mattina, quando ricordava una certa prassi invalsa, nel senso di non prendere sul serio le direttive europee, di pensare di non applicarle, di pensare di ricorrere a qualche artificio per aggiustarle e di cercare, quando poi si incorre in procedure d'infrazione, di rimediare in qualche modo dicendo che ce l'ha chiesto l'Europa.

Mi riferisco invece, come hanno ben sottolineato sia la senatrice Marinaro che il collega Marino questa mattina, alla piena consapevolezza che l'Europa siamo noi, per usare un'espressione già richiamata e che è tratta dall'intervento del presidente Monti. Ciò significa che in molti campi non ci saranno più politiche nazionali separate e indipendenti, mettendo a margine le politiche europee come se fossero una materia aggiuntiva rispetto alle nostre; ci sarà invece un'estensione con un processo di integrazione che deve andare necessariamente avanti nel lavoro di armonizzazione legislativa. Nella formulazione delle nostre politiche, da un lato si dovrà tenere conto sempre di più delle decisioni prese a livello europeo, e dall'altro dovremmo sentirci ingaggiati sempre più fortemente nella determinazione delle stesse politiche europee, sia in positivo, in quella che viene chiamata la fase ascendente (abbiamo parlato molto questa mattina del ruolo dei Parlamenti), sia in negativo, quando si tratta di osteggiare fortemente in maniera dialettica, consapevoli di essere i cofondatori pienamente partecipi del processo decisionale europeo.

Questa ottica diversa, anche se tardiva rispetto ai tempi dei processi reali, ci impegna in primo luogo sul fronte normativo. A tale proposito mi permetta, signora Presidente, di chiedere ufficialmente ancora una volta perché la Giunta per il Regolamento non abbia ancora adottato quanto elaborato dall'apposita Commissione per adeguare il nostro Regolamento alle nuove procedure. Inoltre, l'ottica diversa a cui facevo riferimento ci impegna sul fronte più importante, che è quello dei comportamenti, di ciò che in quest'Aula viene richiamato spesso come tradizione, abitudine, prassi consolidata. Queste tradizioni, queste abitudini, queste prassi consolidate vanno radicalmente modificate.

Pertanto, voglio soffermarmi qualche minuto sul provvedimento in esame, che pure voteremo, per chiudere una storia e una partita, perché esso, in un'attività laboratoriale universitaria, potrebbe ben servire da caso di studio come esempio di cattiva legislazione. Noi - lo dico ai colleghi che non hanno ancora percepito l'appello chiaro che si è levato anche questa mattina - stiamo per votare, come potete capire dal testo che avete davanti, la legge comunitaria 2010. Un provvedimento, la comunitaria, che ha avuto un iter pazzesco, non accompagnato dal Governo perché nel corso dei mesi in cui si è svolto l'iter non esisteva un Ministro per gli affari europei (il che, se non è sicuramente la causa principale, costituisce una delle concause del nostro ritardo nell'affrontare molte questioni) ed arriva all'esame del Senato in terza lettura oggi dopo un iter assolutamente travagliato: il provvedimento, già presentato al Senato in ritardo nell'agosto 2010 invece che il 31 gennaio come previsto dall'articolo 8 della legge cosiddetta Buttiglione, arriva con 11 articoli ed esce dall'Aula con 18. Lo licenziamo il 2 febbraio 2011, alla Camera il 6 aprile 2011 è iscritto all'ordine del giorno ma viene rinviato di nuovo in Commissione perché si dà priorità alla legge sul processo breve. Dopodiché, in Commissione, la legge da 18 passa a 42 articoli e secondo la famosa prassi consolidata, che va radicalmente modificata, viene considerata una legge omnibus, dove si infila tutto quello che non si è riusciti a mettere in altri provvedimenti, tutto quello che le nuove procedure della legge di stabilità non permettono più di fare, come nella vecchia finanziaria.

Dopo di che, di slittamento in slittamento, arriviamo alla famosa seduta del 29 giugno alla Camera, dove viene respinto l'articolo 1, che fa decadere tutto. Le vicende politiche connesse ve le risparmio. Sta di fatto che ci torna questo provvedimento, grazie a Dio con un po' di articoli stralciati, in ritardo su se stesso, e che voteremo solamente per senso di responsabilità, per il fatto che stiamo pagando le infrazioni che il provvedimento originario avrebbe dovuto invece sanare attraverso il recepimento di situazioni che si sono ovviamente aggravate in questo anno e mezzo. Però, non possiamo non far rilevare al Governo, avendo eliminato tutti i nostri emendamenti, i contenuti che con azioni successive andranno corretti.

Mi accingo a concludere, Presidente, per evidenziare le tre questioni che vorrei che il Governo tenesse in considerazione: in primo luogo, la genericità della delega, per cui sulle materie dell'articolo 21 occorre risentirci, Ministro, per capire come intende operare. Lo stesso dicasi per tutte le questioni che hanno a che vedere con l'articolo 11, quello delle aree demaniali e delle concessioni; infine sull'articolo 4, delle famose diarie, introdotte a sorpresa, su cui abbiamo un parere anche negativo della 5a Commissione, nonché perplessità sollevate nel parere espresso anche dalla 1a Commissione che lasciano aperte anche molte questioni di merito.

Ciò detto, per senso di responsabilità cui mi richiamavo prima, voteremo ovviamente a favore, per chiudere questa partita ed aprire possibilmente - e noi ci impegniamo in questo senso - una pagina nuova. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Granaiola. Ne ha facoltà.

GRANAIOLA (PD). Signora Presidente, signor Ministro, cari colleghi, la senatrice Adamo ha già delineato un quadro molto chiaro dell'iter di questo disegno di legge, per cui concentrerò il mio intervento soltanto sull'articolo 11, soffermandomi sulla questione delle concessioni demaniali marittime per uso turistico-ricreativo che, come ben sappiamo, riguarda 30.000 piccole e piccolissime imprese esistenti sul territorio nazionale, con un numero di occupati che, se si considera l'indotto, sfiora i tre milioni di persone.

Su questo argomento è stato detto tutto ed il contrario di tutto, pur nella diffusa scarsa conoscenza dei reali termini della questione. Sono state trovate soluzioni assurde da parte di Ministri del Governo precedente, che hanno gettato discredito sulla categoria e creato fratture tra sindacati e movimenti, facendo perdere di vista quella che era l'unica, vera e legittima richiesta degli imprenditori balneari, vale a dire la tutela delle proprie imprese, del lavoro di una vita di intere famiglie, degli investimenti effettuati grazie anche a mutui consistenti e pesanti, dei quali purtroppo le banche cominciano a chiedere il rientro, vista la grave situazione di incertezza normativa che grava su dette aziende.

Nessuna liberalizzazione ha sostituito gli imprenditori esistenti, penso ad esempio ad ENEL e ai distributori di carburanti. In questi casi si è passati addirittura da un regime concessorio ad uno autorizzatorio, permettendo agli imprenditori di continuare le loro imprese, e sono bastate autocertificazioni attestanti i requisiti per la continuazione delle imprese. Nessuna liberalizzazione prevista dall'Europa ha mai avuto l'intenzione di distruggere un sistema economico che funziona, e questo ce lo ha confermato il commissario Barnier nella sua audizione del 24 novembre scorso qui in Senato.

Perché, allora, distruggere un settore che non ha mai chiesto sostegni economici, che paga l'aliquota IVA più alta del comparto turistico, che potrebbe accrescere notevolmente le entrate dello Stato se fossero applicati i giusti canoni concessori, previsti dall'accordo con il precedente ministro Brambilla, accordo mai applicato e non certo per volontà degli imprenditori balneari?

Come ci è stato ricordato a Bruxelles il 21 novembre scorso - in occasione di un'audizione con il vice capo unità della Commissione competente per la questione dei balneari, il dottor Frohn, ed il funzionario competente per le questioni legali, il dottor Daniel Kramer - è compito dei Governi nazionali trovare la giusta applicazione delle direttive, e questo deve valere anche per la direttiva Bolkestein. Entro il 28 dicembre 2011 dovrà essere presentato il piano di monitoraggio sullo stato di applicazione della stessa e gli eventuali effetti negativi per individuare gli eventuali correttivi necessari. Spero che questo avvenga al più presto.

Quindi, seppure a malincuore, voterò questa legge comunitaria per chiudere definitivamente la procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia, che si dice causata dal rinnovo automatico delle concessioni e dal diritto di insistenza, ma mi aspetto che la delega concessa al Governo dallo stesso articolo 11 ci porti davvero all'emanazione di una legge che metta ordine e faccia chiarezza sulla materia, che definisca puntualmente cos'è l'arenile e che restituisca stabilità e serenità alle imprese italiane che operano nella balneazione e che si trovano attualmente a dover affrontare, oltre alle difficoltà imposte dalla crisi, un'insopportabile incertezza normativa che, mettendo a repentaglio la loro sopravvivenza, ha di fatto bloccato tutto l'indotto ed ha messo in ginocchio tutte le imprese fornitrici.

Con 8.500 chilometri di costa, di cui 6.000 balneabili, solo 2.500 sono dati in concessione, per cui non esiste né limitatezza delle risorse, né impedimento alla libertà di stabilimento, né limitazione della concorrenza. Aste pubbliche che affiderebbero le imprese esistenti a chi offre un euro in più, senza pretendere dal nuovo assegnatario quelle garanzie di sicurezza, di rispetto dell'ambiente, di professionalità che hanno consentito il consolidarsi di un'identità culturale e di uno stile di accoglienza non anonimo, ma personalizzato, tale da fidelizzare la frequentazione del turista, sarebbe come cancellare quel modello di balneazione attrezzata, che è diventato un fondamentale punto di forza della nostra competitività nel mercato nazionale e internazionale delle vacanze.

Signora Presidente, poiché non ho concluso e ho esaurito il tempo a mia disposizione, chiedo di poter allegare la restante parte del mio intervento al Resoconto stenografico della seduta odierna. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.

È iscritta a parlare la senatrice Poli Bortone. Ne ha facoltà.

POLI BORTONE (CN-Io Sud-FS). Signora Presidente, signor Ministro, sarò molto breve, anche perché questa mattina siamo già intervenuti su temi decisamente molto affini rispetto a quello che stiamo discutendo in questo momento. Colgo l'occasione per una notazione di carattere un po' metodologico e anche più squisitamente politico: proprio la scarsa consapevolezza della partecipazione continua a quel processo di acquisizione delle indicazioni, definiamole così, comunitarie non ha consentito ancora a questo Parlamento di essere sufficientemente veloce nel recepimento delle direttive stesse.

È stato ricordato da altri colleghi l'iter travagliatissimo di questo provvedimento. Noi solo oggi recepiamo delle direttive comunitarie con la legge comunitaria del 2010 e siamo già alla fine del 2011. Ecco, già la tempistica la dice lunga sull'atteggiamento tenuto fino a questo momento anche da parte del Parlamento e non soltanto da parte del Governo, che indubbiamente non è stato molto attento alle politiche comunitarie se, ricordiamolo ancora una volta, è stato privo persino di un Ministro per le politiche comunitarie per oltre un anno e mezzo. È proprio il concetto del rapporto corretto fra istituzioni nazionali e comunitarie che fino a questo momento non ha assolutamente funzionato. Per cui noi oggi siamo di fronte ad un provvedimento che non solo è tardivo ma anche assolutamente disorganico nei suoi interventi.

Vorrei fare una riflessione ad alta voce, per esempio, su quella che è stata una forzatura (non so come altro definirla): l'assegnazione all'ente «Roma Capitale» della qualifica di territorio europeo NUTS 3. Già all'epoca sottolineammo che quella definizione non era di carattere formale ma di carattere sostanziale, perché avrebbe consentito a «Roma Capitale» di usufruire non soltanto degli interventi che il nostro Governo aveva già previsto, ma anche di tutti i cosiddetti vantaggi (ammesso che l'Italia riesca finalmente ad usufruirne) delle zone NUTS 3, che sono equiparate all'obiettivo "convergenza". Quindi, detta proprio in soldoni, è come se fosse stata prevista una sorta di Regione in più rispetto alle Regioni dell'obiettivo "convergenza", le quali usufruiscono, o dovrebbero usufruire, dei diverse interventi comunitari per fare in modo che si elimini lo squilibrio di carattere economico e sociale tra territori depressi, da un lato, e più sviluppati, dall'altro.

Questo discorso dei NUTS 3 ci consente di entrare, signor Ministro, in un'altra tematica che a noi stiamo sta a molto a cuore. Quando nei giorni scorsi il Governo Monti si è presentato qui abbiamo sottolineato nel nostro breve intervento che avremmo avuto molto piacere che il Presidente del Consiglio e il Ministro delegato (nel caso specifico il ministro Barca) venissero in Aula per fare una sorta di due diligence, così l'abbiamo definita, sulla questione meridionale, quindi sugli atti effettivamente compiuti e da compiere in futuro nelle zone e nelle Regioni dell'obiettivo "convergenza". Non lo chiediamo in termini polemici, e men che mai per fini assistenzialistici, ma per avere un quadro finalmente del tutto realistico, a fronte di una situazione sulla quale abbiamo le idee un tantino confuse: abbiamo sentito parlare spesso del Piano per il Sud, della Banca per il Sud, delle grandi infrastrutture per il Sud, abbiamo sentito parlare del ponte sullo Stretto, che probabilmente non si farà più (e quindi, se non si realizzerà, probabilmente quelle risorse le potremmo utilmente impegnare in un sistema di infrastrutture anche di carattere interregionale molto più utile per il prossimo futuro).

Lo chiediamo semplicemente perché siccome abbiamo un'urgenza dettata dai tempi e dalle circostanze, gradiremmo sapere entro il 2013 cosa realisticamente possiamo fare e cosa possiamo fare anche con la formula che tutti conosciamo dell'N+2, cui semmai possono aggiungersi i sei mesi che l'Unione europea, eventualmente, potrà concederci per la rendicontazione oltre il 2015.

Le dico da subito, onorevole Ministro, che ci piacerà sapere anche come possiamo declinare il problema dell'emittenza locale che, se non erro, è trattata nel comma 4 dell'articolo 9 del disegno di legge comunitaria, dove sono enunciati dei principi rispetto all'emittenza locale, che copre, o potrebbe coprire, in rete l'80 per cento del territorio nazionale ma che, di fatto, ha un impatto decisamente scorretto con l'applicazione attraverso le norme nazionali, perché, di contro, abbiamo la legge n. 422 del 1993 che rimane lì (un po' come la legge n. 508 del 1999 di cui abbiamo parlato stamattina) assolutamente inapplicata. Infatti, l'emittenza locale, anche se riconosciuta come elemento di democrazia comunicativa (fatto che dovrebbe essere assolutamente normale per un Paese che voglia crescere in termini di democrazia realmente partecipata) rimane un discorso del tutto teorico, perché oggi l'emittenza locale sta soffrendo moltissimo per la non applicazione di leggi nazionali. Non possiamo recepire teoricamente delle direttive europee e non trasferirle poi nella pratica della legislazione nazionale, che non solo va predisposta, ma va anche regolarmente applicata.

Vi è poi la questione obiettivo "convergenza", quella dell'emittenza televisiva, il tema dell'alimentazione che lei sa meglio di me essere particolarmente caro agli amici commissari dell'Unione europea, quello della nutrizione, della tracciabilità dei prodotti, dell'identità - potremmo dire - dei prodotti stessi, che non viene assolutamente garantita e che in Italia, peraltro, non è garantita neanche - anche in questo caso - per la non applicazione di una legge. Ricordo, per esempio, a proposito della sede dell'Autorità per l'alimentazione, che tutti noi, come italiani europei, abbiamo voluto fosse fissata a Parma, in quanto sede europea dell'Authority europea per l'alimentazione; tuttavia, quando la questione ha interessato il Mezzogiorno d'Italia, presentandosi la possibilità di avere nella nostra città di Foggia l'Authority nazionale per l'alimentazione, ci siamo bloccati, perché evidentemente siamo un Paese diverso dagli altri Paesi europei, che invece hanno un'autorità nazionale. Evidentemente l'autorità nazionale ha compiti differenti.

Le preannuncio, onorevole Ministro, che noi incalzeremo anche questo Governo, come abbiamo fatto con il precedente, ed insisteremo perché l'Authority nazionale sia regolarmente riconosciuta, come accade in tutti gli altri 26 Paesi dell'Unione europea che hanno il dovere, ma anche il diritto di avere un'Authority per l'alimentazione, perché ciò significa avere la possibilità di controllare i prodotti, le contraffazioni, oltre a rappresentare per noi una possibilità per cercare di recuperare l'identità della nostra agricoltura, che per noi è essenziale perché rappresenta l'economia, per quanto ridotta ormai semplicemente ad alcune nicchie.

Anche su questo provvedimento, onorevole Ministro, ci comporteremo come stamattina: dobbiamo approvare questo provvedimento? Lo approveremo. Ci auguriamo che in futuro lo si possa fare in tempi diversi e con una coerenza maggiore e, soprattutto, che il recepimento delle direttive comunitarie non si riduca ad un atto dovuto, ma che siano applicate realmente perché l'Italia ne possa trarre il dovuto vantaggio. (Applausi dal Gruppo CN-Io Sud-FS e dei senatori Fantetti e Bevilacqua).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Carlino. Ne ha facoltà.

CARLINO (IdV). Signora Presidente, signor Ministro, colleghi, la legge comunitaria annuale è uno strumento normativo volto ad assicurare il periodico adeguamento dell'ordinamento nazionale a quello comunitario. La procedura di recepimento della normativa comunitaria prevede la presentazione al Parlamento, entro il 31 gennaio di ogni anno, da parte del Ministro per le politiche comunitarie, di un apposito disegno di legge, e una serie di passaggi a noi noti, che non credo sia necessario ricordare.

Purtroppo devo però sottolineare che il disegno di legge comunitaria per il 2010 ha iniziato il suo iter parlamentare solo nell'agosto 2010 (di fatto nell'ottobre) al Senato della Repubblica, mentre sarebbe dovuto cominciare entro il 31 gennaio. Quindi è stato licenziato dal Senato in prima lettura nel febbraio del 2011. Il provvedimento licenziato dal Senato conteneva solo 18 articoli (originariamente erano 11) e ampliava gli elenchi di direttive contenuti negli allegati A e B. Durante il primo passaggio in Senato, il Gruppo Italia dei Valori, anche in ragione della snellezza del provvedimento originario, ha presentato solo 5 emendamenti (56 in tutto da parte di tutti i Gruppi), un ordine del giorno ed una risoluzione relativa alla relazione che accompagna il provvedimento.

I principali aspetti toccati dai suddetti atti presentati dal mio Gruppo riguardavano principalmente; una correzione per evitare duplicazioni di norme già in vigore; la soppressione dell'articolo 8 su «Roma Capitale», l'individuazione di autorità specifiche circa la competenza per la tutela della sicurezza dello Stato, l'introduzione di modifiche - o la totale soppressione - all'istituto del fiduciario che si voleva introdurre all'articolo 12. L'ordine del giorno riguardava invece l'obbligo, in capo alla pubblica amministrazione, di saldare i debiti con i fornitori entro 30-60 giorni, come previsto dalla direttiva 2011/7/UE. Infine, la risoluzione del Gruppo era tutta incentrata sull'impegno al Governo di rispettare le procedure circa l'approvazione della medesima legge comunitaria e, soprattutto, di nominare il Ministro delle politiche comunitarie, ruolo rimasto vacante dal 17 novembre 2010 al 27 luglio 2011, nessuna delle proposte del Gruppo Italia dei Valori è stata approvata.

Come i colleghi ricorderanno e, come immagino il Ministro saprà, la Camera ha esaminato il provvedimento a partire dal 16 febbraio 2011, oltre un anno dopo la prevista presentazione dello stesso da parte del Governo. Non solo, l'atto è passato, per fortuna solo inizialmente, dai 18 articoli ricevuti dal Senato, a ben 41, riducendoli poi a 24, e oltre a numerosissimi emendamenti presentati anche da tanti parlamentari di maggioranza, il relatore, prima dell'esame dell'Assemblea nell'altro ramo del Parlamento, ha presentato ancora altri emendamenti del tutto estranei all'oggetto del provvedimento, in materia di responsabilità civile dei magistrati e di responsabilità erariale di amministratori di aziende pubbliche. Il provvedimento è quindi dovuto tornare in Commissione, ma l'Assemblea, pur dopo aver stralciato le parti suggerite dalla Commissione, ha respinto l'articolo 1 del provvedimento, mandando sotto il Governo d'allora. Infine, non dopo qualche difficoltà politica, l'esame in Assemblea è ripreso il 26 luglio, data in cui il disegno di legge è stato approvato all'unanimità e trasmesso al Senato, pur con ampie modificazioni rispetto al testo entrato in Aula, conseguenti alla soppressione dell'articolo 1.

Ho voluto fare questo preambolo, signor Ministro, signor Presidente, perché ritengo sia doveroso specificare agli elettori le motivazioni del nostro voto. Il mio Gruppo, già molto prima della necessaria condivisione di intenti alla quale siamo costretti oggi (mi riferisco alle diverse forze politiche che sostengono questo Governo), aveva, pur dall'opposizione, dato prova di grande senso di responsabilità, presentando come detto solo cinque emendamenti. Venendo al contenuto degli articoli del testo tornato dalla Camera, noi dell'Italia dei Valori, pur non essendo entusiasti del provvedimento (oggettivamente auspichiamo che il nuovo Governo ed in particolare l'autorevolissimo nuovo Ministro sappiano fare molto di meglio) voteremo a favore dello stesso.

Saltando, anche per motivi di brevità di tempo, la disamina degli articoli che compongono detto provvedimento, tuttavia vorrei fare una precisazione relativa all'articolo 12. Esso è stato inserito in sede referente dalla 14a Commissione del Senato ed è stato modificato dalla Camera dei deputati (limitatamente ai riferimenti interni ai primi tre articoli del disegno di legge). Come saprete, esso reca una delega al Governo, da esercitarsi in conformità ai principi di cui alla legge n. 185 del 1990, ad adottare uno o più decreti legislativi per dare attuazione alla direttiva 2009/43/CE, che disciplina le modalità e le condizioni dei trasferimenti, all'interno della Comunità, di prodotti per la difesa con l'intento di semplificarne le procedure.

Ribadisco che il mio Gruppo si era schierato con forza contro questo articolo aggiunto durante l'esame in Senato; era stato presentato anche un emendamento a firma del senatore Caforio, ma nonostante ciò la Camera dei deputati ha votato favorevolmente sull'intero provvedimento.

Concludo, quindi, Presidente rivolgendo un sentito in bocca al lupo al Governo, anche e soprattutto in relazione al lavoro che lo attende nell'importantissima politica comunitaria, chiedendo che il procedimento legislativo in futuro sia migliore di quanto non sia accaduto sino ad ora. Chiedo anche che sia permesso a noi parlamentari - intesi sia singolarmente, che per il lavoro che svolgiamo collegialmente in Commissione - di poter lavorare rispettando i tempi ed i contenuti relativi agli atti simili a quello che approveremo oggi. (Applausi del senatore Pedica).